Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



domenica 18 ottobre 2026

"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 50 - 2025/2026 - XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:
Mt 22,15-21

«Restituite a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio!» è la risposta di Gesù alla domanda trappola tesa dai farisei e dagli erodiani. Qualsiasi altra risposta avrebbe messo Gesù in cattiva luce agli occhi dell'occupante romano o a quelli del popolo che mal digeriva di dover pagare la tasse a un re straniero. Per questo Gesù domanda che gli sia mostrata la moneta del Census, la tassa, dove oltre all'effige dell'imperatore Tiberio vi era la scritta attestante la sua divinità: «Tiberius Caesar Divi Augusti Filius, Augustus Pontifex Maximus», Tiberio Cesare, Figlio del Divino Augusto, Augusto Pontefice Massimo. La risposta di Gesù, che sembra eludere la domanda, sposta il problema su un altro livello apparendo assai più chiara. Se possiedi la moneta di Cesare, allora ne riconosci l'autorità e anche la divinità. Tra l'altro, la scena si svolge all'interno del Tempio dove è fatto assoluto divieto di introdurre monete non ebraiche, in modo particolare quelle recanti effigi idolatriche. Chi ha tentato di cogliere in fallo Gesù è caduto nella sua stessa trappola ed è lui a essere accusato di idolatria, il peccato in assoluto più grave secondo la Torah, la Legge Santa di Dio. E inoltre: cosa è dovuto a Cesare e cosa, invece, a Dio? La risposta di Gesù non indica certo la separazione tra il potere temporale e quello spirituale, quasi una tacita alleanza fra trono e altare come un tempo era intesa (forse anche oggi?). Restituire a Cesare ciò che è suo significa restituire all'idolo Cesare quanto gli appartiene, cioè l'idolatria del potere, della forza, del denaro; significa disconoscere la sua presunta divinità e la sua signoria sul mondo, riaffermando quella di Dio. Al Signore va data ogni altra cosa, ogni bene, la vita dei suoi figli, il suo popolo, poiché tutto appartiene a Dio, nulla a Cesare, soprattutto quando Cesare si impone come un dio dal potere assoluto.