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lunedì 1 luglio 2019

Nella vignetta del Signore · Gente di Spirito · A colloquio con don Giovanni Berti · La virtù del buonumore · Fede e umorismo


Nella vignetta del Signore
· Gente di Spirito ·

A colloquio con «Gioba», don Giovanni Berti

Classe 1967, prete della diocesi di Verona dal 1993, don Giovanni Berti, in arte “Gioba”, non ha mai frequentato una scuola di disegno, ma a scuola ha disegnato sempre per sopravvivere alle lezioni più noiose. Anche durante il seminario ha continuato implacabile a produrre vignette sulla vita di comunità e sui docenti di teologia. Diventato sacerdote non ha smesso di mettere sul foglio di carta le sue intuizioni umoristiche, a volte semplici altre volte più raffinate, ispirandosi anche alle pagine del Vangelo, come spiega sul suo sito www.gioba.it non per banalizzarne il messaggio ma per cogliere «la potenza di gioia che è nascosta nella storia di Gesù». Recentemente ha raccolto le sue opere più significative, sempre molto apprezzate e condivise sui social, nel libro Nella vignetta del Signore: il Vangelo disegnato con il sorriso (Milano, Ancora 2019, pagine 110, euro 15), curato con Lorenzo Galliani. Noi lo abbiamo incontrato facendogli subito una domanda scomoda.

Caro Gioba, ma non le hanno insegnato che si scherza coi fanti ma si lasciano in pace i santi?

Spesso me l’hanno detto, sia per prendermi un po’ in giro come anche per criticare le mie vignette che si ispirano al Vangelo e che hanno Gesù e i santi come protagonisti. È un umorismo forse un po’ “difficile” quello che si fa con le cose della fede, ma il mio è un modo per dire queste cose in modo diverso, senza prendermi gioco della fede. Mi verrebbe da dire che non lascio stare i santi ma scherzo “con” loro. In fondo in paradiso sono tutti beati… no?

Come disegnatore umorista, lei si lascia ispirare dalle pagine del Vangelo. Cosa crede che aggiungano le sue vignette alla Parola di Dio?

Non penso aggiungano nulla, ma solo colgano un aspetto, un dettaglio così come lo sento io e magari qualcun altro. La Parola di Dio è inesauribile e proprio per questo si possono cogliere messaggi e modi di esprimerli assai diversi: lo si può fare con un discorso, una canzone, un’opera teatrale o cinematografica, e anche una vignetta...

La vignetta più riuscita è quella che fa ridere o quella che fa anche riflettere?

La vignetta più riuscita è quella che fa entrambe le cose e che stimola anche un pensiero e richiama un concetto che non è detto sia nella mia intenzione. La vignetta, così come ogni immagine, accende nella mente di chi la vede più di quel che è nelle intenzioni del suo autore.

Secondo lei, Gesù aveva il senso dell’umorismo?

Davvero difficile rispondere a questa domanda perché noi di Gesù abbiamo il racconto “filtrato” da coloro che l’hanno conosciuto e tramandato secondo la loro sensibilità, esperienza e contesto culturale. Penso però che l’umorismo sia una cosa profondamente umana e quindi Gesù vero uomo credo non potesse non aver senso dell’umorismo e capacità di sorridere. Mi pare trapeli anche dalle sue parabole così ricche di elementi paradossali a volte davvero umoristici nel senso di spiazzanti, così come lo è la vera ironia.

Secondo lei, nel mondo della comunicazione cattolica l’umorismo e l’ironia sono sufficientemente diffusi?

Il messaggio del Vangelo è una cosa seria ma non triste. Penso che comunicare il Vangelo con il sorriso, un po’ di buonumore e a volte la capacità di ridere, non sia accessorio ma fondamentale proprio per il messaggio stesso. Non si può parlare della gioia della risurrezione con il broncio e lo sguardo torvo.

La Chiesa teme il senso dell’umorismo?

Penso che in certi ambienti ci sia il timore che ridere e magari “giocare” con il Vangelo, così come faccio io con le mie vignette, sia una cosa pericolosa e quasi una blasfemia. Può capitare di esagerare e di andare un po’ troppo sopra le righe (anche se l’umorismo gioca sull’andare sopra le righe...) ma almeno nelle mie intenzioni non c’è voglia di ridere del Vangelo e della Chiesa ma di ridere “con” il Vangelo e “nella” Chiesa.

Le capita mai che qualcuno non capisca il senso di una sua vignetta? Allora, come reagisce?

Il fraintendimento è parte integrante di ogni forma di comunicazione. Anche gli apostoli spesso non capiscono quel che Gesù dice loro. Quindi anche una vignetta può essere non compresa sia nel senso che non viene colta la battuta che contiene o non vengono percepite le sue intenzioni. Io reagisco all’incomprensione spiegando, se mi vengono chieste spiegazioni, e in caso di attacchi cerco di rispondere con ironia. Sui social, dove le mie vignette sono condivise, è facile farsi prendere la mano da dibattiti che sono più scambi di accuse e offese. Cerco (il più possibile) di rimanerne fuori.

Umorismo come antidoto al fondamentalismo?

Certo che sì. L’umorismo è ironia e autoironia. È non prendersi troppo sul serio e lasciare davvero solo a Dio la parola definitiva su tutto.

Chesterton diceva che «è facile esser pesanti, difficile esser leggeri. Satana è caduto per la forza di gravità». Lei dove la trova tutta questa leggerezza?

Favoloso! Mi verrebbe da trasformarlo in vignetta! Qualche volta riesco persino a far sorridere l’assemblea durante le prediche ai funerali, quando racconto un aneddoto o dico una cosa “leggera” ma che vuole consolare.

Il Papa ha mai visto una sua vignetta?

Ehm... il Papa ha visto una mia vignetta sulla chiusura del Giubileo della misericordia. Nella vignetta in questione il Papa fatica a chiudere la Porta Santa perché un piede con una stigmate la tiene bloccata. Questa vignetta è arrivata nelle mani del rettore del seminario di Molfetta che l’ha mostrata al Papa e lui parlando ai seminaristi l’ha usata come immagine dentro il suo discorso. Sono entrato nel magistero pontificio. Cosa posso volere di più?


La virtù del buonumore

· Fede e umorismo ·

«Il senso dell’umorismo è una grazia che io chiedo tutti i giorni (...) perché il senso dell’umorismo ti solleva, ti fa vedere il provvisorio della vita e prendere le cose con uno spirito di anima redenta. È un atteggiamento umano, ma è il più vicino alla grazia di Dio». Con queste parole rilasciate in un’intervista a Tv2000 nel 2016, Papa Francesco ci ricorda come il sorriso e la capacità di ridere di fronte alle difficoltà e agli ostacoli di ogni giorno, siano condizione primaria per poter vivere al meglio la propria esistenza terrena.

Riuscire a coltivare la virtù dell’umorismo non è mai cosa semplice, immersi come siamo nei contrasti con l’altro, nelle difficoltà di tutti i giorni e nella pesantezza dell’egocentrismo. Eppure, questa non può che ergersi a unica vera medicina alla sofferenza umana e a quel pressante senso dell’io che difficilmente riusciamo a scrollarci di dosso. Pertanto, è sempre da Papa Francesco che veniamo spronati alla gioia, a liberarci da quella tristezza e da quella “faccia funerea” che da sempre sono state estranee ai nostri santi e martiri. Tra i tanti esempi che potrebbero essere approfonditi, ce n’è uno in particolare che — con il suo sense of humor e la sua fermezza d’animo — ha lasciato un marchio indelebile.

Stiamo parlando di Tommaso Moro, politico, avvocato e scrittore umanista alla corte di Enrico VIII d’Inghilterra; una delle figure principali della cultura inglese del primo Cinquecento e della cristianità tutta, canonizzato come martire da Pio XI nel 1935.

Sir Thomas More era famoso per il suo senso dell’umorismo; era un suo tratto caratteriale, una espressione spontanea della sua personalità che non tardava mai di farsi notare con battute di spirito e arguzie pungenti durante le numerose celebrazioni tenute a corte. Per Moro, l’umorismo, il “buonumore”, era anche un metodo, un’attitudine coltivata negli anni con il quale poter affrontare ogni giorno gli sfarzi e le vere e proprie megalomanie della corte inglese. Era, forse, veramente l’unico mezzo con il quale poter sopravvivere a quella follia universale che sembrava aver preso possesso della società inglese (come anche di tutta Europa, cosa che non sfuggiva ai più grandi pensatori di quel particolare momento storico; primo fra tutti Erasmo da Rotterdam, grande amico del Moro).

L’humor divenne quindi scudo e felice distacco dalle assurdità della vita che lo circondava, da un mondo fatto di apparenze, convenzioni, gonfia vanità e fin troppo amor proprio (per bocca dello stesso scrittore) che Moro riusciva a navigare con spirito e buon senso, senza farsi mai trasportare dall’opulenza ostentata dei tempi, proprio grazie alla pratica dell’umorismo e delle virtù ad essa correlate: umiltà e humanitas.

Ma è soprattutto di fronte alla prospettiva del patibolo che questa virtù trovò la sua maggiore espressione. Nelle sue ultime lettere e nei suoi Tower Works — le opere scritte durante la prigionia nella Torre di Londra (dal 1534 al 1535) — il politico si ritrovò a dover affrontare di nuovo l’assurdità dei tempi che corrono, unendovi, questa volta, l’agonia della morte imminente — si guardi, ad esempio, a quello scritto di straordinaria bellezza che è il De Tristitia Christi. Nonostante questo tormento riuscì sempre a mantenere un senso dell’umorismo capace di risollevare i toni necessariamente sconfortanti dei suoi scritti, in particolar modo nelle corrispondenze con la figlia Margaret.

L’allegria si dimostrava ancora come segno manifesto della pienezza e della certezza che la fede e la professione di ciò che è giusto gli conferiva. Al pensiero dei pericoli a cui poteva andare incontro — riporta la figlia Margaret — Moro si esprimeva così: «In questo mondo nulla accade che Dio non voglia, e io sono sicuro che qualunque cosa avvenga, per quanto cattiva appaia, sarà in realtà sempre per il meglio». È solo nella certezza della redenzione e dell’Assoluto nel cuore, in Dio e con Dio, che la sua spigliatezza potè rinvigorirsi, trionfando su qualsiasi pressione per continuare imperterrito nella fermezza del silenzio la propria condanna; ed è solo nella meditazione sulla sofferenza di Cristo che il santo trovò la forza di andare avanti, affrontando quella paura che il ruolo di martire gli infondeva e che così tanto ritorna nei suoi lavori della prigione.

Il silenzio e lo humor, se in un primo momento potevano sembrare semplice espressione di obliqua resistenza al potere, divennero così prova assoluta di fede, e la morte — affrontata nella leggerezza del buonumore — non potè che essere espressione di questa stessa certezza: «Tu mi rendi oggi il più grande servizio che un mortale mi possa rendere — disse al boia, avvicinandosi al ceppo per l’esecuzione — (...) Mi aiuti a salire, a scendere ci penserò da solo». È esattamente con questo spirito nel cuore che siamo esortati a essere ogni giorno da Papa Francesco: come il santo che vive nella gioia e con senso dell’umorismo, «illuminando gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza», così dobbiamo essere anche noi, con la fermezza d’animo e il buonumore di chi sa che la vita mortale è sì dolorosa e difficile, ma anche profondamente immanente, imperfetta. Relativa.