RESTIAMO UMANI
Diciamo tutti NO ad ogni forma di odio e di razzismo!!!
Dalla bacheca facebooke di Matteo Salvini |
Il «dagli agli immigrati» era immediatamente partito nonostante il colore bianco della pelle degli aggressori. Perché ormai in Italia sono loro il capro espiatorio di qualunque cosa non vada. ...
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Forse qualcuno dei nostri concittadini dovrebbe leggersela, la biografia di Mario Cerciello Rega, il carabiniere ammazzato l’altro ieri sera a Roma (pare) da due americani, uno dei quali reo confesso, (pare) per il sequestro di una borsa piena di cocaina. Un ragazzo di 35 anni, appena sposato, che oltre a far rispettare la legge, ogni martedì sera si dedicava ai senza fissa dimora che vivono nei pressi della Stazione Termini. Un buonista, l’avrebbe definito in vita chi ieri ha fatto finta di piangerlo, convinto che prima o poi gli assassini nordafricani sarebbero spuntati davvero. Che la tragedia umana di una famiglia appena nata e già distrutta, sarebbe stata l’ennesima occasione per scatenare un pogrom verbale sui social network, per aizzare l’odio sociale nei confronti dello straniero, per far fare ancora mezzo giro di vite alla compressione delle nostre libertà individuali.
Non è successo, ma c’è poco da esserne felici. Perché il colore della pelle dei suoi assassini non fa certo tornare in vita Mario Cerciello Rega, né cancella l’efferatezza del gesto, in un Paese che deve piangere il secondo carabiniere ucciso nel giro di pochi mesi, dopo Vincenzo Carlo di Gennaro, ammazzato in pieno centro a Foggia a Cagnano Varano lo scorso 13 aprile. E forse di questo bisognerebbe parlare, anziché di “lavori forzati in carcere finché campa” (Salvini) e di “carcere a casa loro” (Di Maio), che per una volta è riuscito a superare in pregiudizi e razzismo persino il suo finora inarrivabile collega ...
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E invece no. La mannaia anti-buonista si abbatte sulla morte di Mario Cerciello Rega e cala anche questa volta contro gli ultimi, quelli che lo stesso carabiniere aiutava, come se la questione della sua morte si risolvesse ancora una volta con la chiusura dei confini e dei porti, fomentando ulteriormente l’odio di chi sui social già esultava alla morte di 150 persone nel Mediterraneo - con le foto dei figli sull’immagine del profilo, accompagnata dallo slogan “verità per Bibbiano” - definendole mangime per i pesci, come uno sprezzo che, stavolta, davvero non ha niente di diverso rispetto a quello dei nazisti verso gli ebrei.
E in fondo, in questa paradossale triangolazione di eventi, si legge in controluce quella che è l’Italia di oggi. Un Paese incapace di esaltare e celebrare come dovrebbe la bontà d’animo, di prenderla ad esempio, nemmeno quando si accompagna al vissuto di una morte che fa notizia. Un Paese bisognoso ogni volta del capro espiatorio perfetto per appagare il suo gigantesco bisogno di remissione dei peccati, come se la morte di un carabiniere per mano di due nordafricani, anziché di due nordamericani, cancellasse le responsabilità di un ministro, o di una sindaca. Un Paese in cui assurge a polemica del giorno la richiesta di togliere la scorta a Saviano - che finisca ammazzato pure lui come Mario Cerciello Rega? - solo perché chiede di non strumentalizzare la tragedia, quando ancora si pensava che i colpevoli fossero nordafricani. Un Paese che non nasconde più il suo odio razziale, ma lo ostenta e lo abbevera in ogni possibile occasione, sia quando viene ammazzato un carabiniere - “Sono stati due nordaricani, due risorse, come direbbe Laura Boldrini”, ha commentato a cadavere ancora caldo Mario Giordano, maitre a penser del salvinismo -, sia quando centocinquanta esseri umani muoiono in mezzo al Mediterraneo. Un Paese che mastica e sputa indignazione a ciclo continuo, senza alcuna coerenza. Se non quella, per l’appunto, dell’odio nei confronti degli stranieri e di chi li aiuta. Anche quando è un carabiniere morto ammazzato sulle strade di Roma.
Leggi tutto: Due americani hanno ammazzato un buonista. E voi razzisti avete perso un’altra occasione per stare zitti

«Erano le 4 di mattina e stavo andando al lavoro in bicicletta coi miei quattro amici. Ho solo visto un’auto che veniva verso di me e un sasso che mi arrivava addosso. Mi ha colpito sull’occhio e sono caduto contro un altro ragazzo. Avevo paura di essere investito. Poi sono svenuto e non ricordo più nulla. Era buio e non ho visto quanti erano su quella macchina». È il racconto di Kemo Fatty, 22 anni del Gambia, il ragazzo ferito il 23 luglio alla periferia di Foggia.
Leggi tutto: Il gambiano colpito: «Andavo solo a lavorare»

Stefano Pasta, il tuo libro è una documentatissima ricerca sui "nuovi" razzismi 2.0. L'ambiente digitale fa assumere al fenomeno caratteristiche specifiche. Quali sono?
Il titolo, Razzismi 2.0, è al plurale: le manifestazioni e le intenzionalità di chi agisce l’odio sono diverse. Durante la ricerca raccontata nel libro, ho chattato con ragazzi con un’adesione ideologica strutturata e con altri – molti di più – che ripetevano “mi stai prendendo troppo sul serio”, “ho fatto solo una battuta”. Ma la posta in gioco è seria: sono giovani che inneggiano alla Shoah, invocano le bottiglie incendiarie contro il centro profughi vicino a casa, insultano il tifoso della squadra avversaria commentano usando “ebreo” come parolaccia, minacciano di stuprare una coetanea che non la pensa come loro. Nel testo propongo una classificazione delle diverse forme di razzismo: a ciascuna corrispondono risposte educative differenti.
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Tu sei un pedagogista. Quali possono essere i percorsi di contrasto al razzismo 2.0?
