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sabato 30 giugno 2018

Papa Francesco ai nuovi cardinali 29/06/2018 «L’Unto di Dio porta l’amore e la misericordia del Padre fino alle estreme conseguenze. Questo amore misericordioso richiede di andare in tutti gli angoli della vita per raggiungere tutti, anche se questo costasse il “buon nome”, le comodità, la posizione… il martirio.» (testo e video)

SANTA MESSA E BENEDIZIONE DEI PALLI
PER I NUOVI ARCIVESCOVI METROPOLITI
NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO
Piazza San Pietro
Venerdì, 29 giugno 2018


Nella solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, in piazza San Pietro, Papa Francesco ha benedetto i palli, simbolo di fedeltà a Pietro e alla Chiesa e destinati agli arcivescovi metropoliti nominati nel corso dell’anno.

Sono 30 gli arcivescovi metropoliti nominati durante l’ultimo anno. Ventisei di loro lo ricevono da Papa Francesco stamani durante questa celebrazione. 

Sono: card. Carlos Aguiar Retes, arcivescovo di México (Messico); Mons. Gian Franco Saba, arcivescovo di Sassari (Italia); Mons. Leopoldo Gonzalez Gonzalez, arcivescovo di Acapulco (Messico); Mons. Carlos Alfonso Azpiroz Costa, arcivescovo di Bahía Blanca (Argentina); Mons. Angelo Spina, arcivescovo di Ancona-Osimo; Mons. Carlos Alberto Sanchez, arcivescovo di Tucumán (Argentina); Mons. Rocco Pennacchio, arcivescovo di Fermo (Italia); Mons. Grzegorz Rys, arcivescovo di Łodź (Polonia); Mons. Michele Seccia; arcivescovo di Lecce (Italia); Mons. Max Leroy Mesidor, arcivescovo di Port-au-Prince (Haïti); Mons. Charles Jason Gordon, arcivescovo di Port of Spain (Trinidad e Tobago); Mons. Tarcisio Isao Kikuchi, arcivescovo di Tōkyō (Giappone); Mons. Pablo Emiro Salas Anteliz, arcivescovo di Barranquilla (Colombia); Mons. Michel Aupetit, arcivescovo di Paris (Francia); Mons. Isaac Amani Massawe, arcivescovo di Arusha (Tanzania); Mons. Alick Banda, arcivescovo di Lusaka (Zambia); Mons. Pedro Vazquez Villalobos, arcivescovo di Antequera, Oaxaca (Messico); Mons. Jose Romeo Orquejo Lazo, arcivescovo di Jaro (Filippine); Mons. Peter Machado, arcivescovo di Bangalore (India); Mons. Gervais Banshimiyubusa, arcivescovo di Bujumbura (Burundi); Mons. Sergio Alfredo Fenoy, arcivescovo di Santa Fe de la Vera Cruz (Argentina); Mons. Airton José Dos Santos, arcivescovo di Mariana (Brasile); Mons. Gabriel Charles Palmer-Buckle, arcivescovo di Cape Coast (Ghana); Mons. Luis José Rueda Aparicio, arcivescovo di Popayán (Colombia); Mons. Marcelo Daniel Colombo, arcivescovo di Mendoza (Argentina); Mons. Jesús Gonzalez de Zarate Salas, arcivescovo di Cumaná (Venezuela); Mons. José Luis Azuaje Ayala, arcivescovo di Maracaibo (Venezuela); Mons. Víctor Manuel Fernandez, arcivescovo di La Plata (Argentina); Mons. Felix Toppo, arcivescovo di Ranchi (India); Mons. Francisco José Villas-Boas Senra De Faria Coelho, arcivescovo di Évora (Portogallo).

Con il rito di benedizione dei palli, è iniziata la celebrazione eucaristica presieduta dal Papa con i cardinali, con gli arcivescovi e con i vescovi. Come di consueto in occasione della Festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, patroni della città di Roma, è presente alla Messa anche una delegazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, inviata da Sua Beatitudine Bartolomeo e guidata da Sua Eminenza Job, arcivescovo di Telmessos, accompagnato da Sua Grazia Theodoretos, vescovo di Nazianzos, e dal Rev.do Alexander Koutsis, diacono patriarcale.






OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Le Letture proclamate ci permettono di prendere contatto con la tradizione apostolica, quella che «non è trasmissione di cose o di parole, una collezione di cose morte. La Tradizione è il fiume vivo che ci collega alle origini, il fiume vivo nel quale sempre le origini sono presenti» (Benedetto XVI, Catechesi, 26 aprile 2006) e ci offrono le chiavi del Regno dei cieli (cfr Mt 16,19). Tradizione perenne e sempre nuova che ravviva e rinfresca la gioia del Vangelo, e ci permette così di confessare con le nostre labbra e il nostro cuore: «“Gesù Cristo è Signore!”, a gloria di Dio Padre» (Fil 2,11).

Tutto il Vangelo vuole rispondere alla domanda che albergava nel cuore del Popolo d’Israele e che anche oggi non cessa di abitare tanti volti assetati di vita: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (Mt 11,3). Domanda che Gesù riprende e pone ai suoi discepoli: «Ma voi, chi dite che io sia?» (Mt 16,15).

Pietro, prendendo la parola, attribuisce a Gesù il titolo più grande con cui poteva chiamarlo: «Tu sei il Messia» (cfr Mt 16,16), cioè l’Unto, il Consacrato di Dio. Mi piace sapere che è stato il Padre ad ispirare questa risposta a Pietro, che vedeva come Gesù “ungeva” il suo popolo. Gesù, l’Unto che, di villaggio in villaggio, cammina con l’unico desiderio di salvare e sollevare chi era considerato perduto: “unge” il morto (cfr Mc 5,41-42; Lc 7,14-15), unge il malato (cfr Mc 6,13; Gc 5,14), unge le ferite (cfr Lc10,34), unge il penitente (cfr Mt 6,17). Unge la speranza (cfr Lc 7,38.46; Gv 11,2; 12,3). In tale unzione ogni peccatore, ogni sconfitto, malato, pagano – lì dove si trovava – ha potuto sentirsi membro amato della famiglia di Dio. Con i suoi gesti, Gesù gli diceva in modo personale: tu mi appartieni. Come Pietro, anche noi possiamo confessare con le nostre labbra e il nostro cuore non solo quello che abbiamo udito, ma anche l’esperienza concreta della nostra vita: siamo stati risuscitati, curati, rinnovati, colmati di speranza dall’unzione del Santo. Ogni giogo di schiavitù è distrutto grazie alla sua unzione (cfr Is 10,27). Non ci è lecito perdere la gioia e la memoria di saperci riscattati, quella gioia che ci porta a confessare: “Tu sei il Figlio del Dio vivente” (cfr Mt 16,16).

Ed è interessante, poi, notare il seguito di questo passo del Vangelo in cui Pietro confessa la fede: «Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno» (Mt 16,21). L’Unto di Dio porta l’amore e la misericordia del Padre fino alle estreme conseguenze. Questo amore misericordioso richiede di andare in tutti gli angoli della vita per raggiungere tutti, anche se questo costasse il “buon nome”, le comodità, la posizione… il martirio.

Davanti a questo annuncio così inatteso, Pietro reagisce: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai» (Mt 16,22) e si trasforma immediatamente in pietra d’inciampo sulla strada del Messia; e credendo di difendere i diritti di Dio, senza accorgersi si trasformava in suo nemico (lo chiama “Satana”, Gesù). Contemplare la vita di Pietro e la sua confessione significa anche imparare a conoscere le tentazioni che accompagneranno la vita del discepolo. Alla maniera di Pietro, come Chiesa, saremo sempre tentati da quei “sussurri” del maligno che saranno pietra d’inciampo per la missione. E dico “sussurri” perché il demonio seduce sempre di nascosto, facendo sì che non si riconosca la sua intenzione, «si comporta come un falso nel volere restare occulto e non essere scoperto» (S. Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, n. 326).

Invece, partecipare all’unzione di Cristo è partecipare alla sua gloria, che è la sua Croce: Padre, glorifica il tuo Figlio… «Padre, glorifica il tuo nome» (Gv 12,28). Gloria e croce in Gesù Cristo vanno insieme e non si possono separare; perché quando si abbandona la croce, anche se entriamo nello splendore abbagliante della gloria, ci inganneremo, perché quella non sarà la gloria di Dio, ma la beffa dell’avversario.

Non di rado sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore. Gesù tocca, Gesù tocca la miseria umana, invitando noi a stare con Lui e a toccare la carne sofferente degli altri. Confessare la fede con le nostre labbra e il nostro cuore richiede – come lo ha richiesto a Pietro – di identificare i “sussurri” del maligno. Imparare a discernere e scoprire quelle “coperture” personali e comunitarie che ci mantengono a distanza dal vivo del dramma umano; che ci impediscono di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e, in definitiva, di conoscere la forza rivoluzionaria della tenerezza di Dio (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 270).

Non separando la gloria dalla croce, Gesù vuole riscattare i suoi discepoli, la sua Chiesa, da trionfalismi vuoti: vuoti di amore, vuoti di servizio, vuoti di compassione, vuoti di popolo. La vuole riscattare da una immaginazione senza limiti che non sa mettere radici nella vita del Popolo fedele o, che sarebbe peggio, crede che il servizio al Signore le chieda di sbarazzarsi delle strade polverose della storia. Contemplare e seguire Cristo esige di lasciare che il cuore si apra al Padre e a tutti coloro coi quali Egli stesso ha voluto identificarsi (cfr S. Giovanni Paolo II, Lett. ap. Novo millennio ineunte, 49), e questo nella certezza di sapere che non abbandona il suo popolo.

Cari fratelli, continua ad abitare in milioni di volti la domanda: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (Mt11,3). Confessiamo con le nostre labbra e col nostro cuore: Gesù Cristo è il Signore (cfr Fil 2,11). Questo è il nostro cantus firmus che tutti i giorni siamo invitati a intonare. Con la semplicità, la certezza e la gioia di sapere che «la Chiesa rifulge non della propria luce, ma di quella di Cristo. Trae il proprio splendore dal Sole di giustizia, così che può dire: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20)» (S. Ambrogio, Hexaemeron, IV, 8, 32).

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Dopo la Messa Papa Francesco ha recitato l'Angelus dalla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico.

ANGELUS
Piazza San Pietro
Venerdì, 29 giugno 2018

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi la Chiesa, pellegrina a Roma e nel mondo intero, va alle radici della sua fede e celebra gli Apostoli Pietro e Paolo. I loro resti mortali, custoditi nelle due Basiliche ad essi dedicate, sono tanto cari ai romani e ai numerosi pellegrini che da ogni parte vengono a venerarli.

Vorrei soffermarmi sul Vangelo (cfr Mt 16,13-19) che la liturgia ci propone in questa festa. In esso si racconta un episodio che è fondamentale per il nostro cammino di fede. Si tratta del dialogo in cui Gesù pone ai suoi discepoli la domanda sulla sua identità. Egli dapprima chiede: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?» (v. 13). E poi interpella direttamente loro: «Voi, chi dite che io sia?» (v. 15). Con queste due domande, Gesù sembra dire che una cosa è seguire l’opinione corrente, e un’altra è incontrare Lui e aprirsi al suo mistero: lì si scopre la verità. L’opinione comune contiene una risposta vera ma parziale; Pietro, e con lui la Chiesa di ieri, di oggi e di sempre, risponde, per grazia di Dio, la verità: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (v. 16).

Nel corso dei secoli, il mondo ha definito Gesù in diversi modi: un grande profeta della giustizia e dell’amore; un sapiente maestro di vita; un rivoluzionario; un sognatore dei sogni di Dio... e così via. Tante cose belle. Nella babele di queste e di altre ipotesi si staglia ancora oggi, semplice e netta, la confessione di Simone detto Pietro, uomo umile e pieno di fede: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (v. 16). Gesù è il Figlio di Dio: perciò è perennemente vivo Lui come è eternamente vivo il Padre suo. E’ questa la novità che la grazia accende nel cuore di chi si apre al mistero di Gesù: la certezza non matematica, ma ancora più forte, interiore, di aver incontrato la Sorgente della Vita, la Vita stessa fatta carne, visibile e tangibile in mezzo a noi. Questa è l’esperienza del cristiano, e non è merito suo, di noi cristiani, e non è merito nostro, ma viene da Dio, è una grazia di Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo. Tutto ciò è contenuto in germe nella risposta di Pietro: “Tu sei il Cristo, il figlio di Dio vivo”.

E poi, la risposta di Gesù è piena di luce: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa» (v. 18). È la prima volta che Gesù pronuncia la parola “Chiesa”: e lo fa esprimendo tutto l’amore verso di essa, che definisce «la mia Chiesa». E’ la nuova comunità dell’Alleanza, non più basata sulla discendenza e sulla Legge, ma sulla fede in Lui, Gesù, Volto di Dio. Una fede che il Beato Paolo VI, quando ancora era Arcivescovo di Milano, esprimeva con questa mirabile preghiera:

«O Cristo, nostro unico mediatore, Tu ci sei necessario:
per vivere in Comunione con Dio Padre;
per diventare con te, che sei Figlio unico e Signore nostro, 
suoi figli adottivi;
per essere rigenerati nello Spirito Santo» (Lettera pastorale, 1955).

Per intercessione della Vergine Maria, Regina degli Apostoli, il Signore conceda alla Chiesa, a Roma e nel mondo intero, di essere sempre fedele al Vangelo, al cui servizio i santi Pietro e Paolo hanno consacrato la loro vita.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

questa mattina, qui in Piazza San Pietro, ho celebrato l’Eucaristia con i nuovi Cardinali creati nel Concistoro di ieri; e ho benedetto i Palli degli Arcivescovi Metropoliti nominati in quest’ultimo anno, provenienti da diversi Paesi. Rinnovo il mio saluto e il mio augurio a loro e a quanti li hanno accompagnati in questa festosa circostanza. Possano vivere sempre con entusiasmo e generosità il loro servizio al Vangelo e alla Chiesa.

Nella stessa celebrazione ho accolto con affetto la Delegazione venuta a Roma a nome del Patriarca Ecumenico, il caro fratello Bartolomeo. Questa presenza è un ulteriore segno del cammino di comunione e di fraternità che grazie a Dio caratterizza le nostre Chiese.

Rivolgo un cordiale saluto a tutti voi, famiglie, gruppi parrocchiali, associazioni e singoli fedeli provenienti dall’Italia e da tante parti del mondo, specialmente dalla Repubblica Ceca, dal Pakistan, dalla Cina e dagli Stati Uniti d’America. E vedo le bandiere spagnole: anche dalla Spagna… E da tanti altri Paesi.

Il mio saluto oggi è soprattutto per voi, fedeli di Roma, nella festa dei santi Patroni della Città! Per questa ricorrenza la “Pro Loco” romana ha promosso la tradizionale Infiorata, che vedo da qua, realizzata da diversi artisti e da tante realtà associative e del volontariato. Grazie per questa bella iniziativa e per le suggestive decorazioni floreali!

Auguro a tutti buona festa. E, per favore, non dimenticate di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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