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giovedì 12 aprile 2018

Papa Francesco incontra i Missionari della Misericordia: bellissimo discorso ed omelia (foto, testi e video)

INCONTRO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
CON I MISSIONARI DELLA MISERICORDIA
Martedì, 10 aprile 2018


Papa Francesco riceve in udienza, nella sala Regia, i missionari della misericordia. E, insieme con loro, celebra la Messa nella Basilica Vaticana, prolungandone il mandato di riconciliazione



Papa Francesco ha incontrato, nella Sala Regia del Palazzo apostolico, gli oltre 550 Missionari della Misericordia provenienti dai 5 Continenti, riuniti a Roma per il secondo incontro con il Papa, organizzato dall’8 all’11 aprile dal Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione a due anni dall’istituzione, durante il Giubileo della Misericordia, di questo ministero. Del sacramento della Riconciliazione e della misericordia di Dio il Papa ha riflettuto con loro nel suo intervento.



Dopo l’udienza in sala Regia, il Pontefice celebra la Messa con i missionari della misericordia, rimarcando quanto il mondo oggi abbia bisogno di sperimentare l’amore di Dio.




​A braccia spalancate

«La misericordia di Dio non conosce confini e con il vostro ministero siete segno concreto che la Chiesa non può, non deve e non vuole creare alcuna barriera o difficoltà che ostacoli l’accesso al perdono». Del resto, «il “figliol prodigo” non è dovuto passare per la dogana: è stato accolto dal Padre, senza ostacoli». Lo ha sottolineato il Papa nel lungo e articolato discorso rivolto ai missionari della misericordia, ricevuti nella Sala Regia del Palazzo apostolico martedì mattina, 10 aprile.

Giunti a Roma dai cinque continenti per il secondo incontro con Francesco — organizzato dal Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione a due anni dall’istituzione di questo speciale ministero durante il giubileo straordinario — in oltre 550 hanno poi partecipato alla celebrazione eucaristica presieduta dal Pontefice nella basilica vaticana.

«Riflettendo sul grande servizio che avete reso alla Chiesa, e su quanto bene avete fatto e offerto a tanti credenti con la vostra predicazione e soprattutto con la celebrazione del sacramento della Riconciliazione — ha esordito il Papa all’udienza — ho ritenuto opportuno che ancora per un po’ di tempo il vostro mandato potesse essere prolungato». Anche perché, ha aggiunto, «ho ricevuto molte testimonianze di conversioni che si sono realizzate tramite il vostro servizio».

Quindi il Pontefice ha spiegato come questo specifico ministero non sia una semplice idea, ma al contrario abbia «dietro una vera e propria dottrina», affondando le radici nei testi biblici, in particolare il capitolo 49 del libro del profeta Isaia, definito «un testo intriso del tema della misericordia». Al punto che san Paolo lo riprende nella seconda lettera ai Corinzi. «E la prima indicazione offerta dall’apostolo — ha commentato Francesco — è che noi siamo i collaboratori di Dio» e che ciò «presuppone di vivere l’amore misericordioso che noi per primi abbiamo sperimentato».

Il passo successivo è stato suggerito al Pontefice di nuovo da Paolo, che alle parole del profeta aggiunge come occorra «riconoscere l’agire della grazia e il suo primato nella vita nostra e delle persone». Da qui l’invito, «quando si accosta a noi un penitente», a «riconoscere che abbiamo davanti a noi il primo frutto dell’incontro già avvenuto con l’amore di Dio, che con la sua grazia ha aperto il suo cuore e lo ha reso disponibile alla conversione».

Del resto, ha fatto notare in proposito Francesco, «può capitare che un sacerdote, con il suo comportamento, invece di avvicinare il penitente lo allontani. Ad esempio, per difendere l’integrità dell’ideale evangelico si trascurano i passi che una persona sta facendo giorno dopo giorno»; ma, ha ammonito, «non è così che si alimenta la grazia di Dio. Riconoscere il pentimento del peccatore equivale ad accoglierlo a braccia spalancate, per imitare il padre della parabola che accoglie il figlio quando ritorna a casa». Di più, Francesco ha anche avvertito che «non c’è bisogno di far provare vergogna a chi ha già riconosciuto il suo peccato e sa di avere sbagliato; non è necessario inquisire».

Ritornando alla lettura del passo di Isaia, il Papa ha poi evidenziato come la misericordia «che esige l’ascolto» permetta poi «di guidare i passi del peccatore riconciliato». In proposito ha richiamato l’insegnamento di sant’Ignazio di Loyola sulla consolazione, per contrastare la “spiritualità delle lamentele”. Infatti «non c’è solo il perdono, la pace, ma anche la consolazione» tra i frutti della misericordia, ha aggiunto arricchendo il testo preparato con alcune considerazioni a braccio.

Infine il Pontefice ha accennato all’esperienza dell’abbandono. «Ci sono momenti — ha detto — in cui realmente si sente il silenzio di Dio. Non solo nelle grandi ore oscure dell’umanità di ogni epoca, che fanno sorgere in molti l’interrogativo sull’abbandono di Dio». E il pensiero è tornato di nuovo «alla Siria di oggi», senza però dimenticare che ciò «avviene anche nelle vicende personali, persino in quelle dei santi». A conclusione Francesco ha riproposto le figure di due confessori conosciuti a Buenos Aires.

DISCORSO

Cari Missionari,

benvenuti, grazie, e spero che coloro che sono stati nominati vescovi non abbiano perso la capacità di “misericordiare”. Questo è importante.

Per me è una gioia incontrarvi dopo la bella esperienza del Giubileo della Misericordia. Come ben sapete, al termine di quel Giubileo straordinario il vostro ministero si sarebbe dovuto concludere. Eppure, riflettendo sul grande servizio che avete reso alla Chiesa, e su quanto bene avete fatto e offerto a tanti credenti con la vostra predicazione e soprattutto con la celebrazione del sacramento della Riconciliazione, ho ritenuto opportuno che ancora per un po’ di tempo il vostro mandato potesse essere prolungato. Ho ricevuto molte testimonianze di conversioni che si sono realizzate tramite il vostro servizio. E voi siete testimoni di questo. Davvero dobbiamo riconoscere che la misericordia di Dio non conosce confini e con il vostro ministero siete segno concreto che la Chiesa non può, non deve e non vuole creare alcuna barriera o difficoltà che ostacoli l’accesso al perdono del Padre. Il “figliol prodigo” non è dovuto passare per la dogana: è stato accolto dal Padre, senza ostacoli.
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Quando si accosta a noi un penitente, è importante e consolante riconoscere che abbiamo davanti a noi il primo frutto dell’incontro già avvenuto con l’amore di Dio, che con la sua grazia ha aperto il suo cuore e lo ha reso disponibile alla conversione. Il nostro cuore sacerdotale dovrebbe percepire il miracolo di una persona che ha incontrato Dio e che ha già sperimentato l’efficacia della sua grazia. Non potrebbe esserci vera riconciliazione, se questa non partisse dalla grazia di un incontro con Dio che precede quello con noi confessori. Questo sguardo di fede permette di impostare bene l’esperienza della riconciliazione come evento che trova la sua origine in Dio, il Pastore che appena si accorge della pecorella smarrita va alla sua ricerca fino a quando non l’abbia ritrovata (cfr Lc 15,4-6).

Il nostro compito – e questo è un secondo passo – consiste nel non rendere vana l’azione della grazia di Dio, ma sostenerla e permettere che giunga a compimento. A volte, purtroppo, può capitare che un sacerdote, con il suo comportamento, invece di avvicinare il penitente lo allontani. Ad esempio, per difendere l’integrità dell’ideale evangelico si trascurano i passi che una persona sta facendo giorno dopo giorno. Non è così che si alimenta la grazia di Dio. Riconoscere il pentimento del peccatore equivale ad accoglierlo a braccia spalancate, per imitare il padre della parabola che accoglie il figlio quando ritorna a casa (cfr Lc 15,20); significa non fargli terminare neppure le parole. A me questo ha sempre colpito: il papà neppure gli ha fatto terminare le parole, lo ha abbracciato. Lui aveva il discorso preparato, ma [il padre] lo ha abbracciato. Significa non fargli terminare neppure le parole che aveva preparato per scusarsi (cfr v. 22), perché il confessore ha già compreso ogni cosa, forte della esperienza di essere lui pure un peccatore. Non c’è bisogno di far provare vergogna a chi ha già riconosciuto il suo peccato e sa di avere sbagliato; non è necessario inquisire – quei confessori che domandano, domandano, dieci, venti, trenta, quaranta minuti… “E come è stato fatto? E come?...” –, non è necessario inquisire là dove la grazia del Padre è già intervenuta; non è permesso violare lo spazio sacro di una persona nel suo relazionarsi con Dio. Un esempio della Curia romana: parliamo tanto male della Curia romana, ma qui dentro ci sono dei santi. Un cardinale, Prefetto di una Congregazione, ha l’abitudine di andare a confessare a Santo Spirito in Sassia due, tre volte alla settimana – ha il suo orario fisso – e lui un giorno, spiegando, disse: Quando io mi accorgo che una persona incomincia a fare fatica nel dire, e io ho compreso di che cosa si tratta, dico: “Ho capito. Vai avanti”. E quella persona “respira”. È un bel consiglio: quando si sa di che si tratta, “ho capito, vai avanti”.

Qui acquista tutto il suo significato la bella espressione del profeta Isaia: «Al tempo della benevolenza ti ho risposto, nel giorno della salvezza ti ho aiutato» (49,8). Il Signore, infatti, risponde sempre alla voce di chi grida a Lui con cuore sincero. Quanti si sentono abbandonati e soli possono sperimentare che Dio va loro incontro. La parabola del figlio prodigo racconta che «quando ancora era lontano suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro» (Lc 15,20). E gli si gettò al collo. Dio non sta ozioso ad aspettare il peccatore: corre verso di lui, perché la gioia di vederlo tornare è troppo grande, e Dio ha questa passione di gioire, gioire quando vede arrivare il peccatore. Sembra quasi che Dio stesso abbia un “cuore inquieto” fino a quando non ha ritrovato il figlio che era andato perduto. Quando accogliamo il penitente, abbiamo bisogno di guardarlo negli occhi e ascoltarlo per permettergli di percepire l’amore di Dio che perdona nonostante tutto, lo riveste dell’abito da festa e dell’anello segno di appartenenza alla sua famiglia (cfr v. 22).
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Che triste esperienza quella dell’abbandono! Essa ha diversi gradi, fino al distacco definitivo per il sopraggiungere della morte. Sentirsi abbandonati porta alla delusione, alla tristezza, a volte alla disperazione, e alle diverse forme di depressione di cui oggi tanti soffrono. Eppure, ogni forma di abbandono, per paradossale che possa sembrare, è inserita all’interno dell’esperienza dell’amore. Quando si ama e si sperimenta l’abbandono, allora la prova diventa drammatica e la sofferenza possiede tratti di violenza disumana. Se non è inserito nell’amore, l’abbandono diventa privo di senso e tragico, perché non trova speranza. È necessario, quindi, che quelle espressioni del profeta sull’abbandono di Gerusalemme da parte di Dio siano collocate nella luce del Golgota. Il grido di Gesù sulla croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34), dà voce all’abisso dell’abbandono. Il Padre però non gli risponde. Le parole del Crocifisso sembrano risuonare nel vuoto, perché questo silenzio del Padre per il Figlio è il prezzo da pagare perché nessuno più si senta abbandonato da Dio. Il Dio che ha amato il mondo al punto di dare il suo Figlio (cfr Gv 3,16), al punto di abbandonarlo sulla croce, non potrà mai abbandonare nessuno: il suo amore sarà sempre lì, vicino, più grande e più fedele di ogni abbandono.

Isaia, dopo aver ribadito che Dio non si dimenticherà del suo popolo, conclude affermando: «Ecco, sulle palme delle mie mani ti ho disegnato» (49,16). Incredibile: Dio ha “tatuato” sulla sua mano il mio nome. È come un sigillo che mi dà certezza, con il quale promette che non si allontanerà mai da me. Sono sempre dinanzi a Lui; ogni volta che Dio guarda la sua mano, si ricorda di me, perché vi ha inciso il mio nome!
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OMELIA

Abbiamo ascoltato nel Libro degli Atti: «Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù» (At4,33).

Tutto parte dalla Risurrezione di Gesù: da essa deriva la testimonianza degli Apostoli e, attraverso questa, vengono generate la fede e la vita nuova dei membri della comunità, con il suo schietto stile evangelico.

Le Letture della Messa di oggi fanno emergere bene questi due aspetti inseparabili: la rinascita personale e la vita della comunità. E allora, rivolgendomi a voi, cari fratelli, penso al vostro ministero che svolgete a partire dal Giubileo della Misericordia. Un ministero che si muove in entrambe queste direzioni: al servizio delle persone, perché “rinascano dall’alto”, e al servizio delle comunità, perché vivano con gioia e coerenza il comandamento dell’amore.

La Parola di Dio oggi offre in questo senso due indicazioni che vorrei cogliere per voi, pensando proprio alla vostra missione.
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Questo significa lasciare veramente il primato al Padre, a Gesù e allo Spirito Santo nella nostra vita. Attenzione: non si tratta di diventare preti “invasati”, quasi che si fosse depositari di un qualche carisma straordinario. No. Preti normali, semplici, miti, equilibrati, ma capaci di lasciarsi costantemente rigenerare dallo Spirito, docili alla sua forza, interiormente liberi – anzitutto da se stessi – perché mossi dal “vento” dello Spirito che soffia dove vuole (cfr Gv 3,8).
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Ma questo stile di vita della comunità era anche “contagioso” verso l’esterno: la presenza viva del Signore Risorto produce una forza di attrazione che, attraverso la testimonianza della Chiesa e attraverso le diverse forme di annuncio della Buona Notizia, tende a raggiungere tutti, nessuno escluso. Voi, cari fratelli, ponete al servizio di questo dinamismo anche il vostro specifico ministero di Missionari della Misericordia. In effetti, sia la Chiesa sia il mondo di oggi hanno particolarmente bisogno della Misericordia perché l’unità voluta da Dio in Cristo prevalga sull’azione negativa del maligno che approfitta di tanti mezzi attuali, in sé buoni, ma che, usati male, invece di unire dividono. Noi siamo convinti che «l’unità è superiore al conflitto», ma sappiamo anche che senza la Misericordia questo principio non ha la forza di attuarsi nel concreto della vita e della storia.
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