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mercoledì 27 gennaio 2021

La memoria che serve a tutti di Enzo Bianchi

La memoria che serve a tutti 
di Enzo Bianchi



La Repubblica - 25 gennaio 2021


Da vent’anni in Italia (prima della risoluzione dell’ONU del 2005) il 27 gennaio si celebra la giornata della memoria della Shoah: una memoria non come le altre, perché ci chiama a sentirci responsabili – sì responsabili –, noi europei, noi italiani, noi cristiani.

Ma se questa assunzione di responsabilità non avviene, allora la giornata della memoria è condannata a ridursi a ripetitiva retorica, è confinata nell’ambito della “narrazione”, anche se oggetto di parola pubblica o privata. Lo dobbiamo ammettere: per molti la Shoah è un evento che reca disonore all’umanità come tanti altri, è una pagina come molte ve ne sono nei manuali di storia, un giorno in cui risuonano forte i “Mai più!”, senza che però muti in profondità un atteggiamento. Continuiamo cioè a nutrirci quotidianamente di indifferenza, sopportando genocidi, guerre, campi di concentramento, tentativi di migrazioni attraverso perigliosi mari e gelidi inverni che causano la morte.

Vent’anni di celebrazione della giornata della memoria non sono stati in grado non dico di eliminare, ma almeno di arginare diverse forme di antisemitismo, che mostra la sua efficace presenza anche nella contagiosa violenza verbale praticata nei social media. C’è un antisemitismo volgare e “popolare” tuttora molto presente in Italia, che si manifesta anche solo nell’espressione: “Ma quello è un ebreo!”, per stigmatizzare chi, godendo di qualche riconoscimento, sembra esserselo meritato solo in virtù dell’appartenenza a una nebulosa lobby ebraica di potere. L’antisemitismo ha radici profonde in noi italiani, che non abbiamo mai sviluppato una coscienza storica e civile di quanto abbiamo commesso durante l’epoca fascista. Lo stesso vale purtroppo – mi preme dirlo – per il truce massacro che abbiamo commesso in Etiopia, sconosciuto ai più e del quale nessuno assume la vergognosa colpa.

Come cristiani, inoltre, va ricordato che le persone della mia generazione erano abituate a usare l’offensivo epiteto “sporco giudeo” e a credere alla condanna che pesava sull’ebreo deicida, quella di essere ramingo senza poter meritare l’appartenenza alla società. Ciò aveva la sua epifania nella invocazione liturgica del venerdì santo “pro perfidis Judaeis”, eliminata solo da papa Giovanni. Cosa, personalmente, mi convertì? Non posso dimenticare che nel 1960 la scuola ci portò in pellegrinaggio al campo di concentramento di Dachau, con lo slogan: “Devi vedere per ricordare!”. Tornai da quella settimana non più come prima e quell’esperienza mi segnò al punto tale che per tutta la mia vita mi sono impegnato a resistere all’antisemitismo.

Il fatto che la Shoah abbia avuto luogo nei paesi della cristianità deve tener viva la questione della relazione tra persecuzione degli ebrei e gli atteggiamenti dei cristiani: mancò infatti la resistenza spirituale concreta di quelli che nella fede sono i fratelli gemelli degli attuali ebrei. La giornata della memoria, dunque, è indispensabile alla storia e la storia essendo memoria futuri è indispensabile al futuro dell’umanità.

La Shoah ha una singolarità non esclusiva ma inclusiva, che deve essere celebrata pubblicamente come antidoto all’oblio e alla non-giustizia, continuando a confidare in una sola cosa: in ogni uomo, in ogni donna c’è e resta, nonostante tutto, la capacità di dire no al male e sì alla vita, quindi un’apertura possibile a riconoscersi fratelli.
(fonte: blog dell'autore)


Primo Levi e la lettera inedita: l’olocausto spiegato a una bambina

Primo Levi e la lettera inedita:
l’olocausto spiegato a una bambina

“Piuttosto che di crudeltà, accuserei i tedeschi di allora di egoismo, di indifferenza, e soprattutto di ignoranza volontaria perché chi voleva conoscere la verità poteva conoscerla e farla conoscere”


Gli avevo chiesto: come potevano essere così cattivi? 
A 11 anni, nel 1983, avevo appena finito di leggere Se questo è un uomo. L’avevo letto durante le vacanze di Natale, e riletto pochi giorni dopo l’Epifania. Ma restavano domande senza risposta: esiste la malvagità? 

Se questo è un uomo era nella lista dei libri da leggere stilata dalla professoressa di italiano, Maria Mazza Ghiglieno. Neanche lei, che pure aveva sempre le domande e le risposte giuste, poteva risolvere il dilemma. Così, spinta dalla logica senza curve di un’undicenne, mi parve ovvio andare alla fonte. Cercai l’indirizzo di Primo Levi sulla guida del telefono per chiedere direttamente a lui: perché nessuno ha fatto niente per fermare lo sterminio? I tedeschi erano cattivi? 

Nemmeno per un attimo pensai che stavo scrivendo allo scrittore di fama planetaria. Per me era «solo» Primo Levi e il suo libro era anche un po’ mio. Chiedere conto a lui mi parve la cosa più naturale del mondo. Lui doveva sapere per forza. Presi la mia carta da lettere preferita, zeppa di fiori e pupazzi, e scrissi una paginetta di lettere tozze. Già che c’ero lo invitai nella mia scuola. 

La risposta arrivò, datata 25 aprile, e non colsi subito la coincidenza fino in fondo. Il concetto di «ignoranza volontaria» non era la spiegazione che mi aspettavo. Io volevo sapere se il male esisteva. Smisi di rileggere la lettera tre anni dopo, l’11 aprile 1987, quando trovarono il corpo di Primo Levi nella tromba delle scale. Ero rimasta senza l’uomo che avrebbe potuto darmi spiegazioni. La lettera finì in un cassetto, assieme ad altre. Ora, 32 anni dopo, è rispuntata durante un trasloco, con tutte le sue risposte. 

25/4/83 
Cara Monica, 
la domanda che mi poni, sulla crudeltà dei tedeschi, ha dato molto filo da torcere agli storici. A mio parere, sarebbe assurdo accusare tutti i tedeschi di allora; ed è ancora più assurdo coinvolgere nell’accusa i tedeschi di oggi. È però certo che una grande maggioranza del popolo tedesco ha accettato Hitler, ha votato per lui, lo ha approvato ed applaudito, finché ha avuto successi politici e militari; eppure, molti tedeschi, direttamente o indirettamente, avevano pur dovuto sapere cosa avveniva, non solo nei Lager, ma in tutti i territori occupati, e specialmente in Europa Orientale. Perciò, piuttosto che di crudeltà, accuserei i tedeschi di allora di egoismo, di indifferenza, e soprattutto di ignoranza volontaria, perché chi voleva veramente conoscere la verità poteva conoscerla, e farla conoscere, anche senza correre eccessivi rischi. La cosa più brutta vista in Lager credo sia proprio la selezione che ho descritta nel libro che conosci. 
Ti ringrazio per avermi scritto e per l’invito a venire nella tua scuola, ma in questo periodo sono molto occupato, e mi sarebbe impossibile accettare. Ti saluto con affetto 
Primo Levi

(fonte: La Stampa, articolo di Monica Perosino Pubblicato il 23/01/2015 - Ultima modifica 24 Giugno 2019)



martedì 26 gennaio 2021

Ecumenismo e Parola di Dio - Il monito di Papa Francesco Una fratellanza minacciata dal fondamentalismo

Ecumenismo e Parola di Dio 
Il monito di Papa Francesco 
Una fratellanza minacciata dal fondamentalismo


Da un paio di anni, ma soprattutto in queste ultime settimane, siamo stati testimoni come cittadini del mondo, e in particolare come persone di fede, di una escalation di manifestazioni di fondamentalismo, integralismo e divisioni socio-religiose che è culminata con una tragica serie di immagini di un caos politico per molti inimmaginabile.

Rileggendo il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune (Abu Dhabi, 4 febbraio 2019) nel quadro sopracitato, molte sue dichiarazioni hanno assunto nuovo peso. Soprattutto quella in cui si fa un appello «in nome di questa fratellanza lacerata dalle politiche di integralismo e divisione e dai sistemi di guadagno smodato e dalle tendenze ideologiche odiose, che manipolano le azioni e i destini degli uomini». Il fatto che tali dichiarazioni costituiscano il sostrato di Fratelli tutti e che a esse sia dedicato un intero capitolo (n. 285) ci porta necessariamente a rileggere l’enciclica per comprendere il divenire di questi eventi politici, sociali e religiosi. Alcuni paragrafi attirano allora in modo particolare la nostra attenzione, come, per esempio, quello in cui Papa Francesco dice che «occorre riconoscere che i fanatismi che inducono a distruggere gli altri hanno per protagonisti anche persone religiose, non esclusi i cristiani, che “possono partecipare a reti di violenza verbale mediante internet e i diversi ambiti o spazi di interscambio digitale. Persino nei media cattolici si possono eccedere i limiti, si tollerano la diffamazione e la calunnia, e sembrano esclusi ogni etica e ogni rispetto per il buon nome altrui”. Così facendo, quale contributo si dà alla fraternità che il Padre comune ci propone?» (n. 46).

Allo stesso modo, e senza alcun anelito di autoreferenzialità, molti colleghi e fratelli hanno rivalutato l’articolo «Fondamentalismo evangelicale e integralismo religioso. Un sorprendente ecumenismo» («La Civiltà Cattolica», 15 luglio 2017) che ho scritto insieme al padre gesuita Antonio Spadaro. Risulta interessante rileggerne alcuni brani per confrontarli profeticamente con l’attualità e farli entrare in dialogo con la spiritualità sociale di Fratelli tutti. Alcune affermazioni di quell’articolo, scritto circa tre anni fa, si potrebbero accostare bene a questa duplice dinamica. Come per esempio quando sosteniamo che «facendo leva sui valori del fondamentalismo, si sta sviluppando una strana forma di sorprendente ecumenismo tra fondamentalisti evangelicali e cattolici integralisti, accomunati dalla medesima volontà di un’influenza religiosa diretta sulla dimensione politica... Sia gli evangelicali sia i cattolici integralisti condannano l’ecumenismo tradizionale, e tuttavia promuovono un ecumenismo del conflitto che li unisce nel sogno nostalgico di uno Stato dai tratti teocratici... La parola “ecumenismo” si traduce così in un paradosso, in un “ecumenismo dell’odio”. L’intolleranza è marchio celestiale di purismo, il riduzionismo è metodologia esegetica, e l’ultra-letteralismo ne è la chiave ermeneutica... Oggi più che mai è necessario spogliare il potere dei suoi panni confessionali paludati, delle sue corazze, delle sue armature arrugginite. Lo schema teopolitico fondamentalista vuole instaurare il regno di una divinità qui e ora. E la divinità ovviamente è la proiezione ideale del potere costituito. Questa visione genera l’ideologia di conquista. Lo schema teopolitico davvero cristiano è invece escatologico, cioè guarda al futuro e intende orientare la storia presente verso il Regno di Dio, regno di giustizia e di pace. Questa visione genera il processo di integrazione che si dispiega con una diplomazia che non incorona nessuno come “uomo della Provvidenza”».

Il dialogo con Fratelli tutti ci aiuta nuovamente a discernere in quelle riflessioni una luce attuale e più profonda e a riscoprirne l’innegabile validità. Inoltre, Papa Francesco viene in nostro aiuto con riflessioni come questa: «Mentre vediamo che ogni genere di intolleranza fondamentalista danneggia le relazioni tra persone, gruppi e popoli, impegniamoci a vivere e insegnare il valore del rispetto, l’amore capace di accogliere ogni differenza, la priorità della dignità di ogni essere umano rispetto a qualunque sua idea, sentimento, prassi e persino ai suoi peccati. Mentre nella società attuale proliferano i fanatismi, le logiche chiuse e la frammentazione sociale e culturale, un buon politico fa il primo passo perché risuonino le diverse voci. È vero che le differenze generano conflitti, ma l’uniformità genera asfissia e fa sì che ci fagocitiamo culturalmente. Non rassegniamoci a vivere chiusi in un frammento di realtà» (n. 191).

Questa selezione di fatti, eventi politici, visioni religiose, e soprattutto la ricerca di una fraternità in cui si pratichi l’ecumenismo politico dell’amore, mi porta a concludere la mia riflessione riprendendo alcune parole del Documento con cui l’ho iniziata: «In tale contesto, desidero ricordare che, insieme con il Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb, abbiamo chiesto “agli artefici della politica internazionale e dell’economia mondiale, di impegnarsi seriamente per diffondere la cultura della tolleranza, della convivenza e della pace; di intervenire, quanto prima possibile, per fermare lo spargimento di sangue innocente». E «quando una determinata politica semina l’odio e la paura verso altre nazioni in nome del bene del proprio Paese, bisogna preoccuparsi, reagire in tempo e correggere immediatamente la rotta» (Fratelli tutti, n. 192).

di Marcelo Figueroa



"Ignorati da tutti, abbandonati, anche da noi." - Il pensiero di Papa Francesco per Edwin e l'ultimo saluto del card. Krajewski a Robertino

"Ignorati da tutti, abbandonati, anche da noi."
Il pensiero di Papa Francesco per Edwin e 
l'ultimo saluto del card. Krajewski a Robertino

La situazione delle persone senza fissa dimora, aumentate in epoca di emergenza Covid e più restie e rifugiarsi nei dormitori a causa del timore di essere contagiati dal virus, in questa stagione invernale si aggrava e ci interpella. 


Un clochard è stato trovato morto a piazza San Pietro. Si tratta di un uomo di 46 anni di origini africane che viveva nella zona e forse è morto per ipotermia o per un malore legato alle sue condizioni. "Si chiamava Edwin, era molto riservato. Siamo molto addolorati per l'accaduto.
E' la decima persona che da novembre muore a Roma in queste circostanze", ha detto Carlo Santoro, volontario della Comunità di Sant'Egidio. 
"Siamo preoccupati e facciamo appello non solo alle istituzioni ma anche alle persone per aiutarci. Il freddo e il Covid sono una miscela letale per questa povera gente che vive in strada", ha aggiunto Santoro.
Episodio analogo a Firenze ...
Ondata di freddo: timore per i senzatetto a Milano ...

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Papa Francesco all'Angelus di ieri:

"Lo scorso 20 gennaio, a pochi metri da Piazza San Pietro, è stato trovato morto a causa del freddo un senzatetto nigeriano di 46 anni, di nome Edwin. La sua vicenda si aggiunte a quella di tanti altri senzatetto recentemente deceduti a Roma nelle stesse drammatiche circostanze. Preghiamo per Edwin. Ci sia di monito quanto detto da San Gregorio Magno, che, dinanzi alla morte per freddo di un mendicante, affermò che quel giorno non si sarebbero celebrate Messe perché era come il Venerdì santo. Pensiamo a Edwin. Pensiamo a cosa ha sentito quest’uomo, 46 anni, nel freddo, ignorato da tutti, abbandonato, anche da noi. Preghiamo per lui."


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Krajewski celebra il funerale di "Robertino"

Stamani a Roma, nella parrocchia San Pio X, l’elemosiniere del Papa ha dato l’ultimo saluto a Roberto Mantovani, un senza fissa dimora di 64 anni che ha trascorso parte della sua vita in Piazza della Città Leonina, fuori le Mura Vaticane. Un uomo capace, nonostante le difficoltà, di donare un sorriso a chi incontrava per la strada. Carlo Santoro della Comunità di Sant'Egidio: "tutti siamo chiamati a rispondere per la morte di Edwin, che ieri il Papa ha ricordato, e a fare qualcosa per quelli che vivono in strada e che fanno fatica a chiedere aiuto"


È un altro Venerdì santo. Papa Francesco, ieri all’Angelus, parlando della morte di Edwin, il senzatetto nigeriano ucciso dal freddo in strada, aveva ricordato quanto diceva San Gregorio Magno, che in “quel giorno non si sarebbero celebrate Messe” proprio perché, dinanzi alla morte di un povero, era “come il Venerdì santo”.

Oggi la comunità di tanti fratelli e sorelle che nasce in strada piange "Robertino", cosi lo chiamavano. Fortunatamente non è morto per freddo e fortunatamente, negli ultimi tempi, aveva ascoltato la voce dei volontari e dopo tante polmoniti, si era trasferito al dormitorio di Binario 95 alla Stazione Termini. Qui si è spenta la sua vita, al caldo e non nell’indifferenza, la malattia che più uccide.

La celebrazione del funerale di Roberto Mantovani

Una porta chiusa

A salutarlo stamani nella parrocchia San Pio X, nel quartiere romano della Balduina, c’erano le persone che gli sono state accanto dalla Comunità di Sant’Egidio, ai volontari di Natale 365, agli ispettori di polizia che proprio nella Piazza della Città Leonina hanno il loro ufficio. Ha presieduto il funerale il cardinale Konrad Krajewski, elemosiniere del Papa, concelebrando con il cardinale George Pell, monsignor Arthur Roche, segretario della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti e una decina di sacerdoti. 

Il cardinale Krajewski ha scelto personalmente il brano del Vangelo di Luca, nel quale Gesù racconta la parabola di Lazzaro e del ricco Epulone, perchè "Roberto dormiva sempre davanti ad una porta chiusa".

I calci al pallone

“Era una persona allegra, solare, nei pranzi che facevamo faceva ridere tutti", racconta il cardinale Krajewski. Per questo, spiega, “era coccolato” da chi lo conosceva. Alcuni, in passato, gli avevano pagato anche una stanza in qualche bed and breakfast della zona intorno al Vaticano per passare la notte e per ringraziarlo così della sua spontaneità. Si faceva voler bene, “donava – fanno sapere dalla Comunità di Sant’Egidio – le maglie di alcune squadre di calcio che teneva nella sua valigia”. Il calcio, quello sì, era la sua passione.


L'omelia del funerale tenuta dal cardinale Krajewski

Originario di Oppeano, paese del veronese nel quale sarà sepolto accanto ai genitori, aveva avuto un passato nell’Hellas Verona ma un infortunio gli aveva impedito di proseguire la carriera. Nell’esistenza di Robertino non sono mancati momenti difficili. Vivere in strada non è una scelta, “a volte – raccontano i volontari – era triste e si arrabbiava”. Oggi sarebbe felice di sapere che in tanti hanno voluto salutarlo, nonostante le restrizioni anti – Covid. Sarebbe felice di sapere che non è stato considerato “uno scarto”, ma una persona con la sua dignità, la sua bellezza e l’amore che anche un cuore graffiato dalla vita può generare. 

I poveri in drammatico aumento

In strada con i senzatetto e in collaborazione con l'Elemosineria Apostolica ci sono i volontari della Comunità di Sant'Egidio. Carlo Santoro, responsabile Servizi "Senza Fissa Dimora" della Comunità, commenta così a Radio Vaticana Italia la scomparsa di Edwin: 


R.- Il Papa ha stigmatizzato questa situazione così drammatica dei tanti senza tetto morti in questi mesi, compresa l’ultima morte di Edwin, deceduto proprio in piazza San Pietro davanti alla Basilica. Tutto ciò pone un interrogativo per tutti noi. Ci pone dei problemi anche come città, perché siamo chiamati tutti a rispondere per una morte del genere e a fare qualcosa per quelli che vivono in strada.

Il numero dei nuovi senzatetto aumenta ovunque. Sono persone che hanno perso il lavoro, la casa, a causa della pandemia e della crisi economica…

R.- I poveri sono decisamente in aumento e in particolare sono in aumento quelli che vivono da soli. Purtroppo le risposte in questo momento non sono molte. Per le Istituzioni c'è una situazione di immobilismo totale e questo è un primo problema. Devo dire, tuttavia, che il problema riguarda anche ciascuno di noi. Tutti noi, infatti, siamo chiamati a fermarci con le persone che stanno per strada per aiutarli a trovare delle soluzioni. Certo, il comune di Roma dovrà presto aprire delle strutture, questo ci è molto chiaro perché fa freddo. Però ciascuno di noi deve inventarsi dei modi per entrare in contatto con chi vive per strada e con i quali spesso è difficile relazionarsi.

Molti senza fissa dimora sono migranti...

R.- E’ vero. La storia di Edwin è un esempio. Sappiamo che era nigeriano passato per l'Austria, perché aveva un passaporto austriaco. Questo dimostra quanti migranti vivono nelle nostre strade. Evidentemente non si sono integrati a Roma, che comunque non è una città facile in cui trovare un lavoro e una casa.

La Comunità di Sant'Egidio come risponde a questa emergenza?

R.- Dove possibile stiamo aprendo in tutta la città dei luoghi con pochi posti letto, provando a coinvolgere la popolazione. Il nostro appello è quello di portarci coperte presso la mensa di via Dandolo. Ma anche in un qualunque punto di Sant'Egidio è possibile portare coperte e sacchi a pelo e poi anche unirsi a noi, ai nostri giri per la strada, la sera.

Chi vive per la strada riceve cure sanitarie anti - Covid19?

R.- Quando andiamo per la strada, ovviamente con tutte le precauzioni del momento, diamo le mascherine ai poveri e offriamo un disinfettante per le mani. Chiaramente la situazione è molto difficile in tutti gli ospedali perché molti poveri sono morti a causa dei problemi di cure mancate, perché molti ospedali si sono riconvertiti per il Covid-19. Ma in realtà esistono anche altre malattie, altre patologie che meritano altrettanta attenzione.

Le Istituzioni locali e nazionali cosa fanno per affrontare questi problemi?

R.- Ad esempio c’è il problema degli alberghi chiusi. Io penso che i comuni possano utilizzare gli alberghi chiusi e magari ovviamente pagarli. Questo risolverebbe due problemi in uno, perché lavorerebbero anche gli albergatori che in questo momento sono in un periodo di crisi. Al riguardo colpisce molto la vicenda di Mario che è morto qualche giorno fa proprio davanti ad un albergo chiuso al centro di Roma. In fondo, forse, sarebbe potuto stare dentro e continuare a vivere. C’è da dire che a Roma negli ultimi mesi sono morte 10 persone, probabilmente i morti sono di più, questi dati sono quelli di cui noi abbiamo avuto notizia e organizzato il funerale. E domenica prossima ci sarà una Messa per ricordare tutti questi amici che sono morti quest'anno per la strada.

lunedì 25 gennaio 2021

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 18-25 gennaio 2021 - "La Santissima Trinità, comunione d’amore, ci faccia crescere nell’unità." Papa Francesco Omelia 25/01/2021

SOLENNITÀ DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO

CELEBRAZIONE DEI SECONDI VESPRI
LIV SETTIMANA DI PREGHIERA PER L'UNITÀ DEI CRISTIANI

Basilica di San Paolo fuori le Mura
Lunedì, 25 gennaio 2021


Ai Secondi Vespri che chiudono la 54.ma Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, il cardinale Koch presiede la celebrazione a san Paolo fuori le Mura in sostituzione del Papa, sofferente per la sciatalgia, e legge il suo invito ai cristiani: la preghiera e l'amore verso chi è più vulnerabile ci fa "riscoprire fratelli" al di là della comunione di appartenenza







OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
[letta da Sua Eminenza il Cardinale Kurt Koch]


Sono lieto di leggere l’Omelia che il Santo Padre ha preparato per noi. Noi rimaniamo uniti in preghiera con il Santo Padre.

«Rimanete nel mio amore» (Gv 15,9). Gesù lega questa richiesta all’immagine della vite e dei tralci, l’ultima che ci offre nei Vangeli. Il Signore stesso è la vite, la vite «vera» (v. 1), che non tradisce le attese, ma resta fedele nell’amore e non viene mai meno, nonostante i nostri peccati e le nostre divisioni. In questa vite che è Lui, tutti noi battezzati siamo innestati come tralci: significa che possiamo crescere e portare frutto solo se uniti a Gesù. Stasera guardiamo a questa indispensabile unità, che ha più livelli. Pensando all’albero della vite, potremmo immaginare l’unità costituita da tre anelli concentrici, come quelli di un tronco.

Il primo cerchio, quello più interno, è il rimanere in Gesù. Da qui parte il cammino di ciascuno verso l’unità. Nella realtà odierna, veloce e complessa, è facile perdere il filo, tirati da mille parti. Tanti si sentono frammentati dentro, incapaci di trovare un punto fermo, un assetto stabile nelle circostanze variabili della vita. Gesù ci indica il segreto della stabilità nel rimanere in Lui. Nel testo che abbiamo ascoltato ripete per ben sette volte questo concetto (cfr vv. 4-7.9-10). Egli, infatti, sa che “senza di Lui non possiamo fare nulla” (cfr v. 5). Ci ha mostrato anche come fare, dandoci l’esempio: ogni giorno si ritirava in luoghi deserti per pregare. Abbiamo bisogno della preghiera come dell’acqua per vivere. La preghiera personale, lo stare con Gesù, l’adorazione, è l’essenziale del rimanere in Lui. È la via per mettere nel cuore del Signore tutto quello che popola il nostro cuore, speranze e paure, gioie e dolori. Ma soprattutto, centrati in Gesù nella preghiera, sperimentiamo il suo amore. E la nostra esistenza ne trae vita, come il tralcio che prende la linfa dal tronco. Questa è la prima unità, la nostra integrità personale, opera della grazia che riceviamo rimanendo in Gesù.

Il secondo cerchio è quello dell’unità con i cristiani. Siamo tralci della stessa vite, siamo vasi comunicanti: il bene e il male che ciascuno compie si riversa sugli altri. Nella vita spirituale vige poi una sorta di “legge della dinamica”: nella misura in cui rimaniamo in Dio ci avviciniamo agli altri e nella misura in cui ci avviciniamo agli altri rimaniamo in Dio. Vuol dire che se preghiamo Dio in spirito e verità scaturisce l’esigenza di amare gli altri e, dall’altra parte, che «se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi» (1 Gv 4,12). La preghiera non può che portare all’amore, altrimenti è fatuo ritualismo. Non è infatti possibile incontrare Gesù senza il suo Corpo, composto di molte membra, tante quanti sono i battezzati. Se la nostra adorazione è genuina, cresceremo nell’amore per tutti coloro che seguono Gesù, indipendentemente dalla comunione cristiana a cui appartengono, perché, anche se non sono “dei nostri”, sono suoi.

Constatiamo tuttavia che amare i fratelli non è facile, perché appaiono subito i loro difetti e le loro mancanze, e ritornano alla mente le ferite del passato. Qui ci viene in aiuto l’azione del Padre che, come esperto agricoltore (cfr Gv 15,1), sa bene cosa fare: «Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto» (Gv 15,2). Il Padre taglia e pota. Perché? Perché per amare abbiamo bisogno di essere spogliati di quanto ci porta fuori strada e ci fa ricurvare su noi stessi, impedendoci di portare frutto. Chiediamo dunque al Padre di recidere da noi i pregiudizi sugli altri e gli attaccamenti mondani che impediscono l’unità piena con tutti i suoi figli. Così purificati nell’amore, sapremo mettere in secondo piano gli intralci terreni e gli ostacoli di un tempo, che oggi ci distraggono dal Vangelo.

Il terzo cerchio dell’unità, il più ampio, è l’umanità intera. Possiamo riflettere, in questo ambito, sull’azione dello Spirito Santo. Nella vite che è Cristo Egli è la linfa che raggiunge tutte le parti. Ma lo Spirito soffia dove vuole e ovunque vuole ricondurre all’unità. Egli ci porta ad amare non solo chi ci vuole bene e la pensa come noi, ma tutti, come Gesù ci ha insegnato. Ci rende capaci di perdonare i nemici e i torti subiti. Ci spinge ad essere attivi e creativi nell’amore. Ci ricorda che il prossimo non è solo chi condivide i nostri valori e le nostre idee, ma che noi siamo chiamati a farci prossimi di tutti, buoni Samaritani di un’umanità vulnerabile, povera e sofferente – oggi tanto sofferente –, che giace per le strade del mondo e che Dio desidera risollevare con compassione. Lo Spirito Santo, autore della grazia, ci aiuti a vivere nella gratuità, ad amare anche chi non ci ricambia, perché è nell’amore puro e disinteressato che il Vangelo porta frutto. Dai frutti si riconosce l’albero: dall’amore gratuito si riconosce se apparteniamo alla vite di Gesù.

Lo Spirito Santo ci insegna così la concretezza dell’amore verso tutti i fratelli e le sorelle con i quali condividiamo la stessa umanità, quell’umanità che Cristo ha unito a sé in modo inscindibile, dicendoci che lo troveremo sempre nei più poveri e bisognosi (cfr Mt 25,31-45). Servendoli insieme, ci riscopriremo fratelli e cresceremo nell’unità. Lo Spirito, che rinnova la faccia della terra, ci esorta anche a prenderci cura della casa comune, a fare scelte audaci sul modo in cui viviamo e consumiamo, perché il contrario del portare frutto è lo sfruttamento ed è indegno sprecare le preziose risorse di cui tanti sono privi.

Lo stesso Spirito, artefice del cammino ecumenico, ci ha portati stasera a pregare insieme. E mentre facciamo esperienza dell’unità che nasce dal rivolgerci a Dio con una sola voce, desidero ringraziare tutti coloro che in questa Settimana hanno pregato e continueranno a pregare per l’unità dei cristiani. Rivolgo i miei fraterni saluti ai rappresentanti delle Chiese e Comunità ecclesiali qui convenuti: ai giovani ortodossi e ortodossi orientali che studiano a Roma con il sostegno del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani; ai professori e agli studenti dell’Ecumenical Institute of Bossey, che sarebbero dovuti venire a Roma, come negli anni precedenti, ma non hanno potuto a causa della pandemia e ci seguono attraverso i media. Cari fratelli e sorelle, rimaniamo uniti in Cristo: lo Spirito Santo, effuso nei nostri cuori, ci faccia sentire figli del Padre, fratelli e sorelle tra di noi, fratelli e sorelle nell’unica famiglia umana. La Santissima Trinità, comunione d’amore, ci faccia crescere nell’unità.


Guarda il video integrale della celebrazione


Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 18-25 gennaio 2021 - OTTAVO GIORNO: Riconciliarsi con l’intera creazione

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani
18-25 gennaio 2021

LETTURE BIBLICHE E COMMENTO 
PER OGNI GIORNO DELLA SETTIMANA 

Al termine del Commento di ciascun giorno viene riportata, in corsivo, una citazione tratta dalla Regola e le Fonti di Taizé. 


OTTAVO GIORNO:
 Riconciliarsi con l’intera creazione 
 “Perché la mia gioia sia anche vostra, e la vostra gioia sia perfetta” 
(Gv 15, 11)

Letture

Colossesi 1, 15-20 Tutte le cose sussistono in lui 

15Egli è immagine del Dio invisibile,
primogenito di tutta la creazione,
16perché in lui furono create tutte le cose
nei cieli e sulla terra,
quelle visibili e quelle invisibili:
Troni, Dominazioni,
Principati e Potenze.
Tutte le cose sono state create
per mezzo di lui e in vista di lui.
17Egli è prima di tutte le cose
e tutte in lui sussistono.
18Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa.
Egli è principio,
primogenito di quelli che risorgono dai morti,
perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose.
19È piaciuto infatti a Dio
che abiti in lui tutta la pienezza
20e che per mezzo di lui e in vista di lui
siano riconciliate tutte le cose,
avendo pacificato con il sangue della sua croce
sia le cose che stanno sulla terra,
sia quelle che stanno nei cieli.

Marco 4, 30-32 Tanto quanto un granello di senape

30Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? 31È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; 32ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell'orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».


Commento 

L’inno di Cristo nella Lettera ai Colossesi ci invita a lodare la salvezza di Dio, che abbraccia l’intero universo. Nel Cristo crocefisso e risorto si è aperta la via della riconciliazione e anche la creazione attende un futuro di vita e di pace. Con gli occhi della fede, vediamo che il Regno di Dio è una realtà molto vicina, ma ancora piccola, difficilmente visibile, come un granello di senape. E tuttavia, cresce, perché anche in mezzo alle afflizioni del nostro mondo, opera lo Spirito del Risorto. Egli ci incoraggia ad impegnarci, assieme a tutte le persone di buona volontà, nella ricerca incessante della giustizia e della pace, e nell’adoperarci perché la terra torni ad essere una casa per tutte le creature. Noi collaboriamo all’opera dello Spirito affinché la creazione nella sua pienezza possa continuare ad essere una lode a Dio. Quando la natura soffre, quando le creature sono schiacciate, lo Spirito del Cristo Risorto, lungi dal lasciare che ci scoraggiamo, ci invita a divenire parte della sua opera di guarigione. La novità di vita che Cristo porta, per quanto nascosta, è luce di speranza che brilla per tutti, è una sorgente di riconciliazione per l’intera creazione e porta una gioia che proviene dall’alto: “Perché la mia gioia sia anche vostra, e la vostra gioia sia perfetta” (Gv 15, 11). 

“Vuoi celebrare la novità della vita che Cristo dona nello Spirito Santo, e lasciare che viva in te, in mezzo a noi, nella Chiesa, nel mondo e nell’intera creazione?” 
(Seconda promessa durante la professione della Comunità di Grandchamp)

Preghiera 

O Dio tre volte Santo, 
ti ringraziamo per averci creato e amato. 
Ti ringraziamo per la tua presenza in noi e nel creato; 
fa’ che possiamo guardare al mondo 
come Tu lo guardi, con amore. 
Nella speranza di questo sguardo, 
fa’ che possiamo adoperarci per un mondo migliore, 
dove fioriscano la pace e la giustizia,
 a gloria del tuo Nome. 
Amen.


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«Vieni e vedi» (Gv 1,46). Comunicare incontrando le persone dove e come sono - Messaggio per la 55ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali - testo integrale


«La crisi dell'editoria rischia di portare a un'informazione costruita nelle redazioni, davanti al computer, ai terminali delle agenzie, sulle reti sociali, senza mai uscire per strada, senza più "consumare le suole delle scarpe", senza incontrare persone per cercare storie o verificare de visu certe situazioni». È quanto osserva papa Francesco nel Messaggio per la 55esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali che quest'anno si celebra, in molti Paesi, il 16 maggio, solennità dell'Ascensione del Signore.

Nel Messaggio, intitolato '«Vieni e vedi» (Gv 1,46). Comunicare incontrando le persone dove e come sono', pubblicato il 23 gennaio 2021, vigilia della ricorrenza di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, il pontefice ricorda come l'invito a «venire e vedere» sia anche il metodo di ogni autentica comunicazione umana. «Per poter raccontare la verità della vita che si fa storia – si legge nel Messaggio – è necessario uscire dalla comoda presunzione del "già saputo" e mettersi in movimento, andare a vedere, stare con le persone, ascoltarle».

Di seguito il testo integrale del messaggio.

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA 55ma GIORNATA MONDIALE
DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI


«Vieni e vedi» (Gv 1,46). Comunicare incontrando le persone dove e come sono



Cari fratelli e sorelle,

l’invito a “venire e vedere”, che accompagna i primi emozionanti incontri di Gesù con i discepoli, è anche il metodo di ogni autentica comunicazione umana. Per poter raccontare la verità della vita che si fa storia (cfr Messaggio per la 54ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 24 gennaio 2020) è necessario uscire dalla comoda presunzione del “già saputo” e mettersi in movimento, andare a vedere, stare con le persone, ascoltarle, raccogliere le suggestioni della realtà, che sempre ci sorprenderà in qualche suo aspetto. «Apri con stupore gli occhi a ciò che vedrai, e lascia le tue mani riempirsi della freschezza della linfa, in modo che gli altri, quando ti leggeranno, toccheranno con mano il miracolo palpitante della vita», consigliava il Beato Manuel Lozano Garrido [1] ai suoi colleghi giornalisti. Desidero quindi dedicare il Messaggio, quest’anno, alla chiamata a “venire e vedere”, come suggerimento per ogni espressione comunicativa che voglia essere limpida e onesta: nella redazione di un giornale come nel mondo del web, nella predicazione ordinaria della Chiesa come nella comunicazione politica o sociale. “Vieni e vedi” è il modo con cui la fede cristiana si è comunicata, a partire da quei primi incontri sulle rive del fiume Giordano e del lago di Galilea.

Consumare le suole delle scarpe

Pensiamo al grande tema dell’informazione. Voci attente lamentano da tempo il rischio di un appiattimento in “giornali fotocopia” o in notiziari tv e radio e siti web sostanzialmente uguali, dove il genere dell’inchiesta e del reportage perdono spazio e qualità a vantaggio di una informazione preconfezionata, “di palazzo”, autoreferenziale, che sempre meno riesce a intercettare la verità delle cose e la vita concreta delle persone, e non sa più cogliere né i fenomeni sociali più gravi né le energie positive che si sprigionano dalla base della società. La crisi dell’editoria rischia di portare a un’informazione costruita nelle redazioni, davanti al computer, ai terminali delle agenzie, sulle reti sociali, senza mai uscire per strada, senza più “consumare le suole delle scarpe”, senza incontrare persone per cercare storie o verificare de visu certe situazioni. Se non ci apriamo all’incontro, rimaniamo spettatori esterni, nonostante le innovazioni tecnologiche che hanno la capacità di metterci davanti a una realtà aumentata nella quale ci sembra di essere immersi. Ogni strumento è utile e prezioso solo se ci spinge ad andare e vedere cose che altrimenti non sapremmo, se mette in rete conoscenze che altrimenti non circolerebbero, se permette incontri che altrimenti non avverrebbero.

Quei dettagli di cronaca nel Vangelo

Ai primi discepoli che vogliono conoscerlo, dopo il battesimo nel fiume Giordano, Gesù risponde: «Venite e vedrete» (Gv 1,39), invitandoli ad abitare la relazione con Lui. Oltre mezzo secolo dopo, quando Giovanni, molto anziano, redige il suo Vangelo, ricorda alcuni dettagli “di cronaca” che rivelano la sua presenza nel luogo e l’impatto che quell’esperienza ha avuto nella sua vita: «Era circa l’ora decima», annota, cioè le quattro del pomeriggio (cfr v. 39). Il giorno dopo – racconta ancora Giovanni – Filippo comunica a Natanaele l’incontro con il Messia. Il suo amico è scettico: «Da Nazaret può venire qualcosa di buono?». Filippo non cerca di convincerlo con ragionamenti: «Vieni e vedi», gli dice (cfr vv. 45-46). Natanaele va e vede, e da quel momento la sua vita cambia. La fede cristiana inizia così. E si comunica così: come una conoscenza diretta, nata dall’esperienza, non per sentito dire. «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito», dice la gente alla Samaritana, dopo che Gesù si era fermato nel loro villaggio (cfr Gv 4,39-42). Il “vieni e vedi” è il metodo più semplice per conoscere una realtà. È la verifica più onesta di ogni annuncio, perché per conoscere bisogna incontrare, permettere che colui che ho di fronte mi parli, lasciare che la sua testimonianza mi raggiunga.

Grazie al coraggio di tanti giornalisti

Anche il giornalismo, come racconto della realtà, richiede la capacità di andare laddove nessuno va: un muoversi e un desiderio di vedere. Una curiosità, un’apertura, una passione. Dobbiamo dire grazie al coraggio e all’impegno di tanti professionisti – giornalisti, cineoperatori, montatori, registi che spesso lavorano correndo grandi rischi – se oggi conosciamo, ad esempio, la condizione difficile delle minoranze perseguitate in varie parti del mondo; se molti soprusi e ingiustizie contro i poveri e contro il creato sono stati denunciati; se tante guerre dimenticate sono state raccontate. Sarebbe una perdita non solo per l’informazione, ma per tutta la società e per la democrazia se queste voci venissero meno: un impoverimento per la nostra umanità.

Numerose realtà del pianeta, ancor più in questo tempo di pandemia, rivolgono al mondo della comunicazione l’invito a “venire e vedere”. C’è il rischio di raccontare la pandemia, e così ogni crisi, solo con gli occhi del mondo più ricco, di tenere una “doppia contabilità”. Pensiamo alla questione dei vaccini, come delle cure mediche in genere, al rischio di esclusione delle popolazioni più indigenti. Chi ci racconterà l’attesa di guarigione nei villaggi più poveri dell’Asia, dell’America Latina e dell’Africa? Così le differenze sociali ed economiche a livello planetario rischiano di segnare l’ordine della distribuzione dei vaccini anti-Covid. Con i poveri sempre ultimi e il diritto alla salute per tutti, affermato in linea di principio, svuotato della sua reale valenza. Ma anche nel mondo dei più fortunati il dramma sociale delle famiglie scivolate rapidamente nella povertà resta in gran parte nascosto: feriscono e non fanno troppa notizia le persone che, vincendo la vergogna, fanno la fila davanti ai centri Caritas per ricevere un pacco di viveri.

Opportunità e insidie nel web

La rete, con le sue innumerevoli espressioni social, può moltiplicare la capacità di racconto e di condivisione: tanti occhi in più aperti sul mondo, un flusso continuo di immagini e testimonianze. La tecnologia digitale ci dà la possibilità di una informazione di prima mano e tempestiva, a volte molto utile: pensiamo a certe emergenze in occasione delle quali le prime notizie e anche le prime comunicazioni di servizio alle popolazioni viaggiano proprio sul web. È uno strumento formidabile, che ci responsabilizza tutti come utenti e come fruitori. Potenzialmente tutti possiamo diventare testimoni di eventi che altrimenti sarebbero trascurati dai media tradizionali, dare un nostro contributo civile, far emergere più storie, anche positive. Grazie alla rete abbiamo la possibilità di raccontare ciò che vediamo, ciò che accade sotto i nostri occhi, di condividere testimonianze.

Ma sono diventati evidenti a tutti, ormai, anche i rischi di una comunicazione social priva di verifiche. Abbiamo appreso già da tempo come le notizie e persino le immagini siano facilmente manipolabili, per mille motivi, a volte anche solo per banale narcisismo. Tale consapevolezza critica spinge non a demonizzare lo strumento, ma a una maggiore capacità di discernimento e a un più maturo senso di responsabilità, sia quando si diffondono sia quando si ricevono contenuti. Tutti siamo responsabili della comunicazione che facciamo, delle informazioni che diamo, del controllo che insieme possiamo esercitare sulle notizie false, smascherandole. Tutti siamo chiamati a essere testimoni della verità: ad andare, vedere e condividere.

Nulla sostituisce il vedere di persona

Nella comunicazione nulla può mai completamente sostituire il vedere di persona. Alcune cose si possono imparare solo facendone esperienza. Non si comunica, infatti, solo con le parole, ma con gli occhi, con il tono della voce, con i gesti. La forte attrattiva di Gesù su chi lo incontrava dipendeva dalla verità della sua predicazione, ma l’efficacia di ciò che diceva era inscindibile dal suo sguardo, dai suoi atteggiamenti e persino dai suoi silenzi. I discepoli non solamente ascoltavano le sue parole, lo guardavano parlare. Infatti in Lui – il Logos incarnato – la Parola si è fatta Volto, il Dio invisibile si è lasciato vedere, sentire e toccare, come scrive lo stesso Giovanni (cfr 1 Gv 1,1-3). La parola è efficace solo se si “vede”, solo se ti coinvolge in un’esperienza, in un dialogo. Per questo motivo il “vieni e vedi” era ed è essenziale.

Pensiamo a quanta eloquenza vuota abbonda anche nel nostro tempo, in ogni ambito della vita pubblica, nel commercio come nella politica. «Sa parlare all’infinito e non dir nulla. Le sue ragioni sono due chicchi di frumento in due staia di pula. Si deve cercare tutto il giorno per trovarli e, quando si son trovati, non valgono la pena della ricerca».[2] Le sferzanti parole del drammaturgo inglese valgono anche per noi comunicatori cristiani. La buona novella del Vangelo si è diffusa nel mondo grazie a incontri da persona a persona, da cuore a cuore. Uomini e donne che hanno accettato lo stesso invito: “Vieni e vedi”, e sono rimaste colpite da un “di più” di umanità che traspariva nello sguardo, nella parola e nei gesti di persone che testimoniavano Gesù Cristo. Tutti gli strumenti sono importanti, e quel grande comunicatore che si chiamava Paolo di Tarso si sarebbe certamente servito della posta elettronica e dei messaggi social; ma furono la sua fede, la sua speranza e la sua carità a impressionare i contemporanei che lo sentirono predicare ed ebbero la fortuna di passare del tempo con lui, di vederlo durante un’assemblea o in un colloquio individuale. Verificavano, vedendolo in azione nei luoghi dove si trovava, quanto vero e fruttuoso per la vita fosse l’annuncio di salvezza di cui era per grazia di Dio portatore. E anche laddove questo collaboratore di Dio non poteva essere incontrato in persona, il suo modo di vivere in Cristo era testimoniato dai discepoli che inviava (cfr 1 Cor 4,17).

«Nelle nostre mani ci sono i libri, nei nostri occhi i fatti», affermava Sant’Agostino,[3] esortando a riscontrare nella realtà il verificarsi delle profezie presenti nelle Sacre Scritture. Così il Vangelo riaccade oggi, ogni qual volta riceviamo la testimonianza limpida di persone la cui vita è stata cambiata dall’incontro con Gesù. Da più di duemila anni è una catena di incontri a comunicare il fascino dell’avventura cristiana. La sfida che ci attende è dunque quella di comunicare incontrando le persone dove e come sono.

Signore, insegnaci a uscire dai noi stessi,
e a incamminarci alla ricerca della verità.
Insegnaci ad andare e vedere,
insegnaci ad ascoltare,
a non coltivare pregiudizi,
a non trarre conclusioni affrettate.
Insegnaci ad andare là dove nessuno vuole andare,
a prenderci il tempo per capire,
a porre attenzione all’essenziale,
a non farci distrarre dal superfluo,
a distinguere l’apparenza ingannevole dalla verità.
Donaci la grazia di riconoscere le tue dimore nel mondo
e l’onestà di raccontare ciò che abbiamo visto.

Roma, San Giovanni in Laterano, 23 gennaio 2021, Vigilia della Memoria di San Francesco di Sales.

Franciscus 

[1] Giornalista spagnolo, nato nel 1920 e morto nel 1971, beatificato nel 2010.
[2] W. Shakespeare, Il mercante di Venezia, Atto I, Scena I.
[3] Sermo 360/B, 20.

"Ci viene chiesto di cambiare mentalità per seguire Gesù" Papa Francesco - Angelus del 24 gennaio 2020 (Testo e video)




PAPA FRANCESCO

ANGELUS

Biblioteca del Palazzo Apostolico
Domenica, 24 gennaio 2021


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il brano evangelico di questa domenica (cfr Mc 1,14-20) ci mostra, per così dire, il “passaggio del testimone” da Giovanni Battista a Gesù. Giovanni è stato il suo precursore, gli ha preparato il terreno e gli ha preparato la strada: ora Gesù può iniziare la sua missione e annunciare la salvezza ormai presente; era Lui la salvezza. La sua predicazione è sintetizzata in queste parole: «II tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (v. 15). Semplicemente. Gesù non usava mezze parole. È un messaggio che ci invita a riflettere su due temi essenziali: il tempo e la conversione.

In questo testo dell’evangelista Marco, il tempo va inteso come la durata della storia della salvezza operata da Dio; quindi, il tempo “compiuto” è quello in cui questa azione salvifica arriva al suo culmine, alla piena attuazione: è il momento storico in cui Dio ha mandato il Figlio nel mondo e il suo Regno si è fatto più che mai “vicino”. È compiuto il tempo della salvezza perché Gesù è arrivato. Tuttavia, la salvezza non è automatica; la salvezza è un dono d’amore e come tale offerto alla libertà umana. Sempre, quando si parla di amore, si parla di libertà: un amore senza libertà non è amore; può essere interesse, può essere paura, tante cose, ma l’amore sempre è libero, ed essendo libero e richiede una risposta libera: richiede la nostra conversione. Si tratta cioè di cambiare mentalità – questa è la conversione, cambiare mentalità – e di cambiare vita: non seguire più i modelli del mondo, ma quello di Dio, che è Gesù, seguire Gesù, come aveva fatto Gesù e come ci ha insegnato Gesù. È un cambiamento decisivo di visione e di atteggiamento. Infatti, il peccato, soprattutto il peccato della mondanità che è come l’aria, pervade tutto, ha portato una mentalità che tende all’affermazione di sé stessi contro gli altri e anche contro Dio. Questo è curioso... Qual è la tua identità? E tante volte sentiamo che si esprime la propria identità in termini di “contro”. È difficile esprimere la propria identità nello spirito del mondo in termini positivi e di salvezza: è contro sé stessi, contro gli altri e contro Dio. E per questo scopo non esita – la mentalità del peccato, la mentalità del mondo – a usare l’inganno e la violenza. L’inganno e la violenza. Vediamo cosa succede con l’inganno e la violenza: cupidigia, voglia di potere e non di servizio, guerre, sfruttamento della gente... Questa è la mentalità dell’inganno che certamente ha la sua origine nel padre dell’inganno, il grande bugiardo, il diavolo. Lui è il padre della menzogna, così lo definisce Gesù.

A tutto ciò si oppone il messaggio di Gesù, che invita a riconoscersi bisognosi di Dio e della sua grazia; ad avere un atteggiamento equilibrato nei confronti dei beni terreni; a essere accoglienti e umili verso tutti; a conoscere e realizzare sé stessi nell’incontro e nel servizio agli altri. Per ciascuno di noi il tempo in cui poter accogliere la redenzione è breve: è la durata della nostra vita in questo mondo. È breve. Forse sembra lunga... Io ricordo che sono andato a dare i Sacramenti, l’Unzione degli ammalati a un anziano molto buono, molto buono e lui in quel momento, prima di ricevere l’Eucaristia e l’Unzione degli ammalati, mi ha detto questa frase: “Mi è volata la vita”, come per dire: io credevo che fosse eterna, ma… “mi è volata la vita”. Così sentiamo noi, gli anziani, che la vita se ne è andata. Se ne va.
 E la vita è un dono dell’infinito amore di Dio, ma è anche tempo di verifica del nostro amore verso di Lui. Perciò ogni momento, ogni istante della nostra esistenza è un tempo prezioso per amare Dio e per amare il prossimo, e così entrare nella vita eterna.

La storia della nostra vita ha due ritmi: uno, misurabile, fatto di ore, di giorni, di anni; l’altro, composto dalle stagioni del nostro sviluppo: nascita, infanzia, adolescenza, maturità, vecchiaia, morte. Ogni tempo, ogni fase ha un valore proprio, e può essere momento privilegiato di incontro con il Signore. La fede ci aiuta a scoprire il significato spirituale di questi tempi: ognuno di essi contiene una particolare chiamata del Signore, alla quale possiamo dare una risposta positiva o negativa. Nel Vangelo vediamo come hanno risposto Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni: erano uomini maturi, avevano il loro lavoro di pescatori, avevano la vita in famiglia… Eppure, quando Gesù passò e li chiamò, «subito lasciarono le reti e lo seguirono» (Mc 1,18).

Cari fratelli e sorelle, stiamo attenti e non lasciamo passare Gesù senza riceverlo. Sant’Agostino diceva: “Ho paura di Dio quando passa”. Paura di che? Di non riconoscerlo, di non vederlo, di non accoglierlo.

La Vergine Maria ci aiuti a vivere ogni giorno, ogni momento come tempo di salvezza, in cui il Signore passa e ci chiama a seguirlo, ognuno secondo la propria vita. E ci aiuti a convertirci dalla mentalità del mondo, quella delle fantasie del mondo che sono fuochi d’artificio, a quella dell’amore e del servizio.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

questa domenica è dedicata alla Parola di Dio. Uno dei grandi doni del nostro tempo è la riscoperta della Sacra Scrittura nella vita della Chiesa a tutti i livelli. Mai come oggi la Bibbia è accessibile a tutti: in tutte le lingue e ora anche nei formati audiovisivi e digitali. San Girolamo, del quale da poco ho ricordato il 16° centenario della morte, dice che chi ignora la Scrittura ignora Cristo, chi ignora la Scrittura ignora Cristo (cfr In Isaiam Prol.). E viceversa è Gesù Cristo, Verbo fatto carne, morto e risorto, che ci apre la mente alla comprensione delle Scritture (cfr Lc 24,45). Questo avviene in particolare nella Liturgia, ma anche quando preghiamo da soli o in gruppo, specialmente con il Vangelo e con i Salmi. Ringrazio e incoraggio le parrocchie per il loro impegno costante di educare all’ascolto della Parola di Dio. Che mai ci manchi la gioia di seminare il Vangelo! E mi ripeto un’altra volta: abbiamo l’abitudine, abbiate l’abitudine di portare sempre un piccolo Vangelo in tasca, nella borsa, per poterlo leggere durante la giornata, almeno tre, quattro versetti. Il Vangelo sempre con noi.

Lo scorso 20 gennaio, a pochi metri da Piazza San Pietro, è stato trovato morto a causa del freddo un senzatetto nigeriano di 46 anni, di nome Edwin. La sua vicenda si aggiunte a quella di tanti altri senzatetto recentemente deceduti a Roma nelle stesse drammatiche circostanze. Preghiamo per Edwin. Ci sia di monito quanto detto da San Gregorio Magno, che, dinanzi alla morte per freddo di un mendicante, affermò che quel giorno non si sarebbero celebrate Messe perché era come il Venerdì santo. Pensiamo a Edwin. Pensiamo a cosa ha sentito quest’uomo, 46 anni, nel freddo, ignorato da tutti, abbandonato, anche da noi. Preghiamo per lui.

Domani pomeriggio, nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, celebreremo i Vespri della festa della Conversione di San Paolo, a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, insieme con i rappresentanti delle altre Chiese e Comunità ecclesiali. Vi invito ad unirvi spiritualmente alla nostra preghiera.

Oggi è anche la memoria di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti. Ieri è stato diffuso il Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, dal titolo “Vieni e vedi. Comunicare incontrando le persone dove e come sono”. Esorto tutti i giornalisti e i comunicatori ad “andare e vedere”, anche là dove nessuno vuole andare, e a testimoniare la verità.

Saluto tutti voi che siete collegati mediante i media. Un ricordo e una preghiera va alle famiglie che fanno più fatica in questo periodo. Coraggio, andiamo avanti! Preghiamo per queste famiglie, e nella misura possibile siamo loro vicini. E a tutti auguro una buona domenica. Per favore non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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Angelus integrale


domenica 24 gennaio 2021

Domenica della Parola - "Dio è vicino ... non rinunciamo alla Parola di Dio. È la lettera d’amore scritta per noi da Colui che ci conosce come nessun altro" Omelia di Papa Francesco (Testo e video)

DOMENICA DELLA PAROLA DI DIO

SANTA MESSA

Basilica di San Pietro
III Domenica del Tempo Ordinario, 24 gennaio 2021

A causa della sciatalgia il Papa stamane non ha potuto presiedere in San Pietro la Messa in occasione della Domenica della Parola di Dio. Il rito è stato presieduto dall’Arcivescovo Fisichella, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, che ha letto l’omelia preparata dal Pontefice.



OMELIA DI PAPA FRANCESCO
[letta da Sua Eccellenza Mons. Rino Fisichella]


Fratelli e sorelle,
mi fa particolarmente piacere, ed è un onore, dare lettura dell’omelia che il Santo Padre avrebbe tenuto in questa occasione.

In questa domenica della Parola ascoltiamo Gesù che annuncia il Regno di Dio. Vediamo che cosa dice e a chi lo dice.

Che cosa dice. Gesù comincia a predicare così: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino» (Mc 1,15). Dio è vicino, ecco il primo messaggio. Il suo regno è sceso in terra. Dio non sta, come siamo spesso tentati di pensare, lassù nei cieli lontano, separato dalla condizione umana, ma è con noi. Il tempo della distanza è finito quando in Gesù si è fatto uomo. Da allora Dio è vicinissimo; dalla nostra umanità mai si staccherà e mai di essa si stancherà. Questa vicinanza è l’inizio del Vangelo, è ciò che – sottolinea il testo – Gesù «diceva» (v. 15): non lo disse una volta e basta, lo diceva, cioè lo ripeteva di continuo. “Dio è vicino” era il leitmotiv del suo annuncio, il cuore del suo messaggio. Se questo è l’inizio e il ritornello della predicazione di Gesù, non può che essere la costante della vita e dell’annuncio cristiano. Prima di ogni altra cosa va creduto e annunciato che Dio si è avvicinato a noi, che siamo stati graziati, “misericordiati”. Prima di ogni nostra parola su Dio c’è la sua Parola per noi, che continua a dirci: “Non temere, sono con te. Ti sono vicino e ti starò vicino”.

La Parola di Dio ci permette di toccare con mano questa vicinanza, perché – dice il Deuteronomio – non è lontana da noi, ma è vicina al nostro cuore (cfr 30,14). È l’antidoto alla paura di restare soli di fronte alla vita. Il Signore, infatti, attraverso la sua Parola con-sola, cioè sta con chi è solo. Parlandoci, ci ricorda che siamo nel suo cuore, preziosi ai suoi occhi, custoditi nelle palme delle sue mani. La Parola di Dio infonde questa pace, ma non lascia in pace. È Parola di consolazione, ma anche di conversione. «Convertitevi», dice infatti Gesù subito dopo aver proclamato la vicinanza di Dio. Perché con la sua vicinanza è finito il tempo in cui si prendono le distanze da Dio e dagli altri, è finito il tempo in cui ciascuno pensa a sé e va avanti per conto proprio. Questo non è cristiano, perché chi fa esperienza della vicinanza di Dio non può distanziare il prossimo, non può allontanarlo nell’indifferenza. In questo senso, chi frequenta la Parola di Dio riceve dei salutari ribaltamenti esistenziali: scopre che la vita non è il tempo per guardarsi dagli altri e proteggere se stessi, ma l’occasione per andare incontro agli altri nel nome del Dio vicino. Così la Parola, seminata nel terreno del nostro cuore, ci porta a seminare speranza attraverso la vicinanza. Proprio come fa Dio con noi.

Vediamo ora a chi parla Gesù. Si rivolge prima di tutto a dei pescatori della Galilea. Erano persone semplici, che vivevano del frutto delle loro mani lavorando duramente notte e giorno. Non erano esperti nelle Scritture e non spiccavano certo per scienza e cultura. Abitavano una regione composita, con vari popoli, etnie e culti: era il luogo più lontano dalla purezza religiosa di Gerusalemme, il più distante dal cuore del Paese. Ma Gesù comincia da lì, non dal centro ma dalla periferia, e lo fa per dire anche a noi che nessuno è ai margini del cuore di Dio. Tutti possono ricevere la sua Parola e incontrarlo di persona. C’è un bel particolare nel Vangelo a questo proposito, quando si fa notare che l’annuncio di Gesù giunge «dopo» quello di Giovanni (Mc 1,14). È un dopo decisivo, che segna una differenza: Giovanni accoglieva la gente nel deserto, dove si recavano solo quelli che potevano lasciare i luoghi in cui vivevano. Gesù, invece, parla di Dio nel cuore della società, a tutti, lì dove sono. E non parla in orari e tempi stabiliti: parla «passando lungo il mare» a dei pescatori «mentre gettavano le reti» (v. 16). Si rivolge alle persone nei luoghi e nei momenti più ordinari. Ecco la forza universale della Parola di Dio, che raggiunge tutti ed ogni ambito di vita.

Ma la Parola ha anche una forza particolare, incide cioè su ciascuno in modo diretto, personale. I discepoli non dimenticheranno mai le parole ascoltate quel giorno sulle rive del lago, vicini alla barca, ai familiari e ai colleghi, parole che segneranno per sempre la loro vita. Gesù dice loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini» (v. 17). Non li attira con discorsi alti e inarrivabili, ma parla alle loro vite: a dei pescatori di pesci dice che saranno pescatori di uomini. Se avesse detto loro: “Venite dietro a me, vi farò Apostoli: sarete inviati nel mondo e annuncerete il Vangelo con la forza dello Spirito, verrete uccisi ma diventerete santi”, possiamo immaginare che Pietro e Andrea gli avrebbero risposto: “Grazie, ma preferiamo le nostre reti e le nostre barche”. Gesù invece li chiama a partire dalla loro vita: “Siete pescatori, diventerete pescatori di uomini”. Trafitti da questa frase, scopriranno passo dopo passo che vivere pescando pesci era poca cosa, ma che prendere il largo sulla Parola di Gesù è il segreto della gioia. Così il Signore fa con noi: ci cerca dove siamo, ci ama come siamo e con pazienza accompagna i nostri passi. Come quei pescatori, attende anche noi sulle rive della vita. Con la sua Parola vuole farci cambiare rotta, perché smettiamo di vivacchiare e prendiamo il largo dietro a Lui.

Perciò, cari fratelli e sorelle, non rinunciamo alla Parola di Dio. È la lettera d’amore scritta per noi da Colui che ci conosce come nessun altro: leggendola, sentiamo nuovamente la sua voce, scorgiamo il suo volto, riceviamo il suo Spirito. La Parola ci fa vicini a Dio: non teniamola lontana. Portiamola sempre con noi, in tasca, nel telefono; diamole un posto degno nelle nostre case. Mettiamo il Vangelo in un luogo dove ci ricordiamo di aprirlo quotidianamente, magari all’inizio e alla fine della giornata, così che tra tante parole che arrivano alle nostre orecchie giunga al cuore qualche versetto della Parola di Dio. Per fare questo, chiediamo al Signore la forza di spegnere la televisione e di aprire la Bibbia; di chiudere il cellulare e di aprire il Vangelo. In quest’Anno liturgico leggiamo quello di Marco, il più semplice e breve. Perché non leggerlo anche da soli, un piccolo passo ogni giorno? Ci farà sentire il Signore vicino e ci infonderà coraggio nel cammino della vita.

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Celebrazione integrale