L'arcivescovo Lorefice dopo i naufragi nel Canale di Sicilia: «Non è una tragedia, è una scelta politica»
Un appello contro le politiche di abbandono e per la dignità dei circa mille dispersi
L'arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice tuona contro il silenzio delle stragi nel Canale di Sicilia: «Non è una tragedia, ma precise scelte politiche disumane». In una lettera commovente indirizzata all’ONG Mediterranea Saving Humans, il prelato esprime profondo rammarico per non poter salpare con loro verso un mare Nostrum ancora «scosso e scandalizzato» dall’ennesima ondata di morte, figlia di politiche che ignorano i diritti umani e il diritto internazionale sul soccorso.
Il grido profetico dall’arcivescovado di Palermo
Lorefice non usa giri di parole: «Ennesima strage - non è una tragedia! - consumatasi nel più assoluto silenzio gridato da precise scelte politiche di ieri e di oggi», scrive, puntando il dito su violazioni sistematiche delle convenzioni Onu che impongono il salvataggio in mare. Il suo riferimento è ai naufragi fantasma nel Canale di Sicilia durante e dopo il ciclone Harry, tra il 18 e il 21 gennaio 2026, quando tempeste con onde alte metri e raffiche oltre 80 km/h hanno inghiottito gommoni partiti da Sfax in Tunisia e zone SAR libiche, lasciando circa mille dispersi secondo stime di Refugees in Libya e Mediterranea. L’arcivescovo elogia la missione dell’Ong come un «segno forte e prezioso» per rompere il «sonno degli occhi narcotizzati», denunciando un’Europa e un’Italia prigioniere di leggi che privilegiano «contenimento e abbandono», trasformando in criminali chi osa attraversare il mare in cerca di vita, libertà e pace.
Il mare restituisce i corpi: scene dal lutto silenzioso
Nelle ultime settimane, dalle coste trapanesi a quelle pelagiche, il Mediterraneo ha vomitato i resti di questa carneficina invisibile: un corpo emerso il 5 febbraio isolotto della Colombaia a Trapani, recuperato in mare aperto dalla Capitaneria di Porto; cinque cadaveri a Pantelleria tra inizio e metà febbraio, tra cui possibili minori trascinati sulle scogliere o galleggianti in mare, con i Vigili del Fuoco impegnati in operazioni strazianti. Poi, il 15 febbraio al largo di Marsala un uomo con giubbotto salvagente, il 16 a Torrazza di Petrosino un altro sulla spiaggia dopo una mareggiata furiosa, e ancora due recuperi distinti a San Vito Lo Capo e Custonaci grazie all’occhio vigile di pescatori locali. A fine gennaio, Lampedusa piangeva tre vittime certe – due gemelline di un anno e un uomo dalla Guinea, stroncati dall’ipotermia durante uno sbarco disperato – mentre in Calabria, da Tropea, arrivavano altri quattro corpi sul Tirreno. Almeno 13 in Sicilia, 15-17 totali nel Sud Italia: corpi mutilati dai pesci, senza documenti né nomi, con procure come quelle di Trapani e Paola che dispongono autopsie per svelare violenze o cause precise in un puzzle di orrore sommerso.
Radici politiche di un cimitero marino
Quelle di Lorefice non sono parole isolate, ma un’accusa radicale a un sistema che pianifica l’oblio: ritardi nei soccorsi SAR, assegnazioni di porti lontani alle navi umanitarie, assenza di registri sulle partenze forzate da Libia e Tunisia. Il Viminale celebra un calo del 58% negli sbarchi di gennaio, ma le ONG come Mediterranea e ASGI contano oltre 1000 morti invisibili, inclusi i due cadaveri in decomposizione avvistati dalla Humanity 1 in zona libica e quello sull’Ocean Viking nei primi giorni di febbraio. Il ciclone Harry ha solo amplificato un dramma strutturale – rotte letali come il Canale di Sicilia, che dal 2014 reclama oltre 25mila vite – con partenze suicide sotto tempesta e soccorsi insufficienti, mentre rotte alternative verso Sardegna o Algeria emergono come nuove frontiere del terrore.
Un appello universale all’umanità
«Di fronte a tutto questo siamo chiamati a reagire, non come esponenti di un partito o tifosi di una squadra, ma come donne e uomini che vogliono rimanere fedeli al senso dell’umano», conclude Lorefice, evocando il diritto inalienabile alla mobilità per ogni essere umano. Mentre Mediterranea salpa per vigilare e rompere il silenzio, Alarm Phone e piattaforme come MEM.MED chiedono safe corridors e indagini urgenti. Da Palermo, questa voce profetica squarcia il velo su un cimitero marino che non tace: per gli ultimi aggiornamenti su naufragi Sicilia 2026, migrant deaths Mediterraneo e ciclone Harry, il grido dell’arcivescovo resta un monito ineludibile.
(fonte: La Sicilia, articolo di Laura Mendola 22/02/2026)
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“Nel Mediterraneo l’ennesima strage – non è una tragedia! – consumatasi nel più assoluto silenzio gridato da precise scelte politiche”
Messaggio dell'Arcivescovo Mons. Corrado Lorefice a Mediterranea Saving Humas
nel giorno in cui a Trapani si commemorano i migranti morti negli ultimi giorni nell'indififferenza generale
Testo integrale
Carissime e Carissimi tutti,
sono sinceramente dispiaciuto di non poter prendere il largo con voi ad accarezzare le martoriate acque del Mare Nostro ancora scosse e scandalizzate dall’ennesima strage – non è una tragedia! – consumatasi nel più assoluto silenzio gridato da precise scelte politiche – di ieri e di oggi –, colpevolmente dimentiche dei diritti inalienabili dell’essere umano, in violazione del diritto internazionale e delle convenzioni sul soccorso. Tutti Vi abbraccio fraternamente e di vero cuore!
Il Vostro oggi – a seguito dei naufragi avvenuti nel Canale di Sicilia durante e dopo il ciclone “Harry”, che hanno causato circa mille dispersi – è un segno forte e prezioso, un richiamo chiaro a sconvolgere il silenzio e a svegliare il sonno degli occhi di noi tutti, narcotizzati da scelte politiche che pianificano l’oblio di quanti continuano ad attraversare il mare in cerca di vita, di libertà, di pace, forti del diritto di ogni uomo e di ogni donna alla mobilità. Queste vittime – questi volti e questi corpi cancellati dei poveri – sono l’ennesimo frutto delle scelte disumane dell’Europa e dell’Italia capaci solamente di legiferare contenimento e abbandono e di colpevolizzare come criminali quanti prendono il largo come “pescatori di uomini di donne” in balia delle onde. Questi corpi umani che il mare ha riconsegnato sono una chiara denuncia di chi per mera propaganda populista rivendica il risultato della riduzione degli sbarchi.
Questi sono corpi umani. Come i nostri. Con una loro storia, relazioni, desideri, sofferenze, attese. Abbiamo negato loro il diritto ad una vita dignitosa, alla mobilità, alla libertà. Non li abbiamo accolti. Non siamo andati a cercarli sulla rotta del Mediterraneo centrale. Abbiamo ora il dovere, con la cenere in testa, di porre in essere le procedure necessarie per l’identificazione dei corpi riaffiorati e di dare certa e degna sepoltura alle vittime. Non possiamo disattendere la richiesta dei familiari che, dilaniati dalla sofferenza, cercano i propri cari.
Carissime, Carissimi, il vostro gesto oggi torna a dare voce alla memorabile domanda che Papa Francesco rivolse al mondo intero nel suo indimenticabile primo Viaggio Apostolico, a Lampedusa: «“Adamo dove sei?”, “Dov’è il tuo fratello?”, sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: “Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?”. Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie?» (Omelia, 8 luglio 2013). Ci è di grande sostegno la visita a Lampedusa programmata da Papa Leone XIV il 4 luglio prossimo.
Cari amici, unito a voi spiritualmente invoco il Signore della vita perché queste nostre sorelle e questi nostri fratelli possano adesso raggiungere la sospirata accoglienza nel cuore di Dio. Come cantava il poeta: «Quale mondo giaccia al di là di questo mare non so, ma ogni mare ha un’altra riva, e arriverò» (C. Pavese, da Il mestiere di vivere).
Di fronte a tutto questo siamo chiamati a reagire, non come esponenti di un partito o tifosi di una squadra, ma come donne e uomini che vogliono rimanere fedeli al senso dell’umano. È l’umanità a essere in gioco simbolicamente nel Mediterraneo – come non pensare in questo momento all’altra strage in atto della Striscia di Gaza! –, quell’umanità che pare progressivamente sparire dall’orizzonte della politica contemporanea, dominata dalle derive nazionalistiche, dalla competizione spietata, dalla guerra ai poveri e ai migranti, dal rifiuto dell’altro. Sembrano essere questi oggi i principi dell’azione politica, esibiti senza vergogna, sbandierati come valori.
Non cessiamo di dare voce, con il nostro impegno concreto e operoso, a quanti nel Mediterraneo continuano a trovare morte piuttosto che vita. Diamo forma ai loro sogni. Lo dicevo alla Città di Palermo durante l’ultimo Festino di Santa Rosalia: «Sognare insieme. […] Sognare un mondo un mondo senza guerra e senza sopraffazione; un mondo senza armi e dove non valga la legge del più forte; un mondo in cui i poveri siano innalzati e i potenti, i narcisi, vengano buttati giù dai loro troni; un mondo dove i popoli del Sud povero trovino pace e benessere; un mondo dove il colore della pelle sia come un arcobaleno e i migranti vengano accolti con calore, come persone umane, come fratelli».
Uniti. Insieme. Per “ri-cor-dare”, per irrorare di amore i cuori e dare speranza.
Palermo, 20 febbraio 2026
X Corrado Lorefice
Arcivescovo di Palermo
(fonte: Chiesa di Palermo 22/02/2026)
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Lorefice sui migranti morti:
«Sono corpi umani, non numeri da propaganda»
Guarda il servizio di TrmWeb Sicilia
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Vedi anche i post precedenti:
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