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martedì 10 febbraio 2026

Antonio Spadaro: Diplomazia come trasfigurazione

Antonio Spadaro

Diplomazia
come trasfigurazione


«Non desiderare la sparizione delle nostre miserie, bensì la grazia che le trasfiguri». In L’ombra e la grazia, Simone Weil affida a questa frase una regola esigente: non cercare scorciatoie che cancellino il male ma imparare a sopportarlo fino a mutarne il senso. È una disciplina dello sguardo, prima ancora che un principio spirituale. E può diventare, sorprendentemente, una chiave per comprendere la diplomazia nel suo significato più profondo. La diplomazia non è mai stata soltanto l’arte del compromesso o la gestione elegante dei rapporti di forza. È, piuttosto, una pratica di trasformazione: un esercizio lento e spesso fuori dai riflettori attraverso il quale il conflitto non viene rimosso ma sottratto alla sua inerzia distruttiva e tradotto in linguaggio, gesto, forma.

Parlare di diplomazia come “trasfigurazione” significa riconoscere che essa opera secondo una logica analoga a quella della Trasfigurazione narrata nei Vangeli: un evento che non interrompe il cammino verso la croce, non elimina il conflitto né sospende la storia, ma per un istante ne rivela il senso. Sul monte non viene abolita la marcia verso Gerusalemme, né neutralizzata la violenza che incombe; ciò che cambia è la percezione di ciò che è in gioco. Allo stesso modo, nella pratica diplomatica, la trasfigurazione non coincide con la soluzione immediata delle crisi ma con la capacità di sottrarle alla loro deriva assolutizzante. In questo senso la grazia evocata da Simone Weil non è un elemento estraneo alla politica ma il nome di quella forza fragile che consente alle relazioni internazionali di non essere interamente governate dalla logica della forza, mantenendo aperto uno spazio di parola, di tempo e di responsabilità condivisa.

Nel lessico classico delle relazioni internazionali, la diplomazia appare come una tecnica: negoziare, mediare, contenere, dissuadere. Tuttavia, dietro questa superficie procedurale, si nasconde una dimensione più profonda: la capacità di cambiare il significato stesso di una relazione. Là dove domina l’immaginario del nemico, la diplomazia introduce la possibilità dell’interlocutore; dove tutto sembra ridursi a interessi contrapposti, apre uno spazio in cui può emergere una narrazione diversa, non immediatamente funzionale, ma umana. È, in termini weiliani, un modo di non vagheggiare la sparizione dei conflitti, ma desiderare la loro trasformazione.

In questo senso, la diplomazia lavora sul tempo. Non sul tempo accelerato delle decisioni istantanee, né su quello spettacolare delle dichiarazioni pubbliche, ma su un tempo che potremmo definire “intermedio”. La trasfigurazione non avviene per rottura improvvisa, ma per spostamento progressivo. La grazia non cancella la miseria ma la attraversa.

Questa dimensione è evidente se si osserva la diplomazia non come semplice strumento del potere, ma come pratica simbolica. Ogni incontro diplomatico mette in scena un rituale: luoghi neutri, formule misurate, linguaggi calibrati. Nulla è casuale. In questi rituali si tenta di contenere l’eccesso della violenza e di offrirle una forma. La forma, qui, non è ornamento, ovviamente: è ciò che impedisce al conflitto di tracimare, senza pretendere di negarne l’esistenza.

Anche quando si intende la diplomazia in modo disincantato — col realismo strategico che pensa a un equilibrio instabile tra interessi nazionali — affiora implicitamente l’idea che essa serva a trasformare la forza in ordine, la minaccia in sistema, la paura in calcolo. La trasfigurazione, in questo caso, non è morale ma strutturale: la violenza non scompare, ma cambia statuto. Non viene espulsa dalla storia, viene resa abitabile.

Nel tessuto geopolitico odierno, segnato da guerre prolungate, tensioni regionali e un rinnovato ricorso alla logica della forza, questa visione è una risposta alla crisi della politica stessa. Mentre gli organi multilaterali si affaticano nel fronteggiare conflitti che sembrano allargarsi come crepe sotterranee, la diplomazia viene richiamata alla sua forma più autentica: quella che non antepone posizioni di potere alla dignità delle persone e non rifiuta l’esistenza dell’altro come interlocutore.

Proprio la fragilità di un ordine internazionale scosso dall’uso ricorrente della violenza mette in evidenza l’urgenza di una diplomazia che non sogna l’impossibile sparizione di tutte le miserie del mondo ma tenta di trasfigurarle.

La diplomazia non è mera tattica ma — come più volte ha affermato Papa Francesco — un esercizio di misericordia applicato alla politica internazionale; una diplomazia della misericordia che pretende di mantenere aperta la porta della parola anche quando la polarizzazione sembra renderla impossibile. È una pratica che assume il conflitto come dato reale, senza assolutizzarlo.

Questo approccio ha una natura “profetica”, che non mira a imporre una visione univoca, bensì a sviluppare visioni originali e creative in grado di generare processi nuovi e sostenibili. Le crisi contemporanee, dalla guerra in Ucraina ai conflitti in Medio Oriente, passando per tensioni latenti in Africa, Asia e oltre, non sono soltanto dispute territoriali o gare di potere: sono ferite profonde nella trama della convivenza umana. In tali scenari, la diplomazia non si limita a “risolvere” il conflitto ma cerca di trasformarlo, decifrando le ragioni profonde del dissidio e facendo spazio alla dignità dell’altro.

Questa visione si radica anche nella convinzione che il conflitto non debba essere negato o represso ma riconosciuto e trasceso. Accettare le tensioni come elemento costitutivo della storia umana senza lasciarsi imprigionare da esse significa, ancora una volta, rinunciare all’illusione della sparizione e affidarsi a un lavoro più lento, più fragile, più esigente.

In un’epoca dominata dalla retorica della rapidità e dalle risposte immediate, dove spesso l’opinione pubblica e i governi misurano la “forza” politica nella capacità di imporre condizioni, la diplomazia come trasfigurazione invita alla lentezza, alla cura e alla visione ampia.

Così concepita, la diplomazia non è un semplice strumento di ordine internazionale ma un laboratorio di senso. Richiede la capacità di ascoltare, di sostenere il peso delle differenze, di mantenere la conversazione aperta anche quando è faticosa. In un mondo segnato da tensioni multiple e da una persistente fragilità delle istituzioni globali, questa forma di diplomazia offre non una scorciatoia ma una via possibile per trasformare la logica della contrapposizione in un dialogo continuo e creativo. È qui, in questa tensione trasformativa, che la diplomazia come trasfigurazione diventa necessaria per il futuro della convivenza umana, una chiave interpretativa concreta per leggere alcuni dei conflitti più laceranti del nostro tempo. Indica un metodo: trasformare il modo stesso in cui il conflitto viene abitato e narrato.

Il caso venezuelano lo mostra con particolare chiarezza. Per anni, il Paese è stato schiacciato tra sanzioni, isolamento, retoriche contrapposte e un progressivo impoverimento della popolazione. In questo contesto, l’azione diplomatica della Santa Sede non si è configurata come arbitrato tecnico né come legittimazione politica, ma come una presenza costante, anche quando il dialogo sembrava esaurirsi. Interrompere ogni canale avrebbe significato consegnare definitivamente la società alla polarizzazione. Qui la diplomazia non trasfigura il conflitto risolvendolo ma impedendo che diventi totale: mantiene un margine di parola, una soglia minima di fiducia, una possibilità di futuro che non coincide con il presente.

Nella tragedia palestinese, la diplomazia come trasfigurazione assume un carattere ancora più radicale perché tocca l’intreccio delicato tra religione, territorio e identità. Il rischio costante è la sacralizzazione del conflitto: Dio trasformato in giustificazione, la fede ridotta a bandiera. La diplomazia deve collocarsi in controtendenza, rifiutando gerarchie di dolore, insistendo sul volto concreto delle vittime e ricorrendo a gesti simbolici che restituiscano alla religione la sua funzione più autentica: disinnescare l’assolutizzazione dell’identità. Non risolvere la disputa territoriale ma impedire che diventi una guerra metafisica.

Nella guerra in Ucraina la tentazione è duplice: ridurre tutto a una logica militare o invocare una pace astratta che eluda la giustizia. La postura adeguata è quella del non-allineamento etico: non equidistanza ma rifiuto di una narrazione che renda impossibile il futuro. Questa diplomazia non chiede di dimenticare l’aggressione ma di non trasformare la guerra in destino, tenendo insieme ciò che la politica tende a separare: verità e dialogo, denuncia e ascolto.

Quando la politica perde immaginazione e la guerra diventa linguaggio ordinario, la diplomazia non promette di fermare il cammino della storia né di cancellarne le ferite; offre però abbastanza luce perché quel cammino non venga scambiato per un destino cieco. È in questa capacità di attraversare il conflitto senza assolutizzarlo che la diplomazia, come spazio di metamorfosi del senso, rimane uno degli ultimi luoghi in cui il futuro può ancora essere pensato come responsabilità condivisa.
(fonte: L'Osservatore Romano 22/01/2026)