La democrazia sotto assedio
di Mauro Magatti
All’indomani del 1989 la democrazia liberale è apparsa come la forma politica destinata ad affermarsi su scala planetaria. L’idea della «fine della storia» esprimeva questa fiducia: pur tra conflitti e ritardi, il mondo si sarebbe progressivamente allineato a un modello fondato su elezioni libere, diritti individuali, Stato di diritto.
Oggi, a distanza di poco più di trent’anni, lo scenario appare capovolto.
La democrazia si percepisce non più come destino, ma come eccezione sotto assedio. Non solo è sfidata dall’esterno da regimi autoritari sempre più assertivi, ma sembra erodersi dall’interno, perdendo presa, legittimità, capacità di orientare il futuro. Dove il calo nei tassi di partecipazione al voto (nelle recenti regionali italiane è sceso sotto il 45%) è l’indicatore più evidente della crisi.
Che cosa sta succedendo? Tutta la monumentale opera di Jürgen Habermas, il più importante filosofo tedesco degli ultimi decenni, insiste su un punto: al di là delle regole giuridiche e della divisione dei poteri, la democrazia si è storicamente sviluppata come portato di lungo periodo dell’invenzione della stampa. È stata infatti la diffusione dei giornali, dei pamphlet, dei libri che ha reso possibile la nascita della sfera pubblica: uno spazio intermedio tra Stato e società in cui cittadini formalmente uguali potevano informarsi, discutere, formarsi un’opinione.
D’altronde l’istituzione simbolo della democrazia — il Parlamento — è il luogo in cui si parla, si argomenta, si cerca un accordo attraverso la parola. La legittimità democratica non deriva solo dal voto, ma dal fatto che le decisioni sono il risultato di un processo discorsivo, in cui ragioni diverse si confrontano pubblicamente.
Questa architettura comunicativa è sopravvissuta, pur con qualche fatica, all’epoca televisiva. Ma oggi essa è profondamente scossa dal digitale. Nel nuovo ambiente tecnologico, la capacità della parola di costruire consenso si va progressivamente indebolendo. I social media hanno segnato una prima rottura: la sfera pubblica si è frammentata in una molteplicità di micro-spazi, spesso chiusi, polarizzati, dominati da logiche emotive più che argomentative.
L’attenzione è diventata una risorsa scarsa, contesa da messaggi brevi, semplificati, aggressivi. In questo contesto, la parola non serve più tanto a convincere quanto a mobilitare, a rafforzare identità già date, a suscitare reazioni immediate.
Adesso, con l’intelligenza artificiale, siamo entrati in una fase nuova.
Il problema non riguarda più solo la qualità del dibattito pubblico, ma il modo in cui produciamo, validiamo e condividiamo la conoscenza. Quando testi, immagini, argomentazioni possono essere generati automaticamente, in quantità illimitata e con un alto grado di verosimiglianza, diventa sempre più difficile distinguere tra informazione e manipolazione, tra sapere fondato e simulazione. Più radicalmente, la parola perde il suo legame con un soggetto responsabile e con un’esperienza condivisa del mondo. Il rischio non è solo la disinformazione, ma una più generale erosione della fiducia cognitiva, condizione necessaria per la deliberazione democratica.
Siamo in un tempo in cui la profezia di Leibniz — «verrà un tempo in cui, invece di discutere, diremo: calcoliamo» — sembra davvero a portata di mano. Anche se gli esiti sono diversi da quelli attesi. Secondo il filosofo tedesco, il progresso avrebbe un giorno permesso di risolvere le controversie riducendole a problemi di calcolo. In effetti, l’eccesso di opinioni, narrazioni, emozioni che rende la discussione sempre più sterile viene oggi ricomposto affidando le decisioni a modelli, algoritmi, sistemi di ottimizzazione che promettono efficienza e neutralità. Non si discute più perché discutere appare inutile o troppo costoso; si «calcola» perché il calcolo sembra l’unico modo per risolvere le controversie e governare la complessità.
Così, la vittoria dell’algoritmo convive con il crescente caos comunicativo che svuota ogni giorno di più la stessa democrazia. Creare un consenso minimamente stabile è sempre più difficile.
Di fronte a tutto questo è necessario porsi la domanda: può la democrazia sopravvivere al tempo della comunicazione digitale? Al di là delle minacce esterne — autoritarismi, conflitti geopolitici, pressioni economiche — è questa la prima sfida da vincere. Non possiamo più dare per scontate le condizioni simboliche e comunicative su cui si regge la democrazia: un linguaggio condiviso, un minimo consenso sui fatti, la disponibilità ad ascoltare ragioni diverse. Ma senza una parola che abbia il potere di legare, di orientare, di generare senso comune, le istituzioni democratiche diventano gusci formali, esposti alla sfiducia e alla disaffezione.
Non sono questioni di poco conto. In gioco c’è il nostro modello politico e la capacità delle nostre società di continuare a governarsi attraverso la parola, anziché finire in balia del rumore, del calcolo o dell’odio.
(Fonte: “Corriere della Sera” - 29 gennaio 2026)
