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sabato 26 settembre 2020

“La verità ci rende liberi” di Alberto Maggi un estratto in cui si parla di temi discussi, tra cui il celibato

“La verità ci rende liberi” di Alberto Maggi 
un estratto in cui si parla di temi discussi, tra cui il celibato


Nel libro-conversazione “La verità ci rende liberi” il biblista Alberto Maggi ci insegna che è soprattutto nei periodi di maggiore difficoltà, quando siamo alle prese con le più dure prove dell’esistenza, che bisogna avere maggiore fiducia nell’uomo e nella vita – Su ilLibraio.it un estratto in cui si parla di temi discussi, tra cui il celibato: “Deve essere facoltativo, come per noi frati…”

In La verità ci rende liberi (Garzanti), una conversazione con il vaticanista di Repubblica Paolo Rodari, Maggi si racconta con sincerità: non mancano ricordi autobiografici, la scoperta della vocazione, gli scontri con le gerarchie ecclesiastiche che gli sono valsi il titolo di “teologo eretico”; e al contempo, da fine biblista, ci offre le sue riflessioni su un Vangelo che troppe volte è stato presentato solamente come un insieme di norme e precetti da rispettare, pena i più tremendi castighi.

Ma davvero seguire Gesù non è altro che un insieme di regole da non disattendere? In pagine profonde e ricche di gioia, Maggi ci insegna che è soprattutto nei periodi di maggiore difficoltà, quando siamo alle prese con le più dure prove dell’esistenza, che bisogna avere maggiore fiducia nell’uomo e nella vita.


Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, viene proposto un estratto:

Oggi la Chiesa vive una pesante crisi vocazionale. I sacerdoti sono sempre meno, a molti di questi sono affidate più parrocchie. E in futuro tutto precipiterà ulteriormente. Spesso i preti sono costretti a portare da soli il peso di compiti gravosi. Francesco ha dichiarato che non ritiene lecito abolire il celibato. Non pensi che il celibato possa essere eliminato e così dare spazio al sacerdozio per le persone sposate?

Non so in passato, ma oggi il celibato è una realtà scricchiolante, fa acqua da tutte le parti. Il celibato dei preti deve essere facoltativo, come per noi frati. Per noi è una scelta (un voto), per cui, se un domani il celibato non fosse più obbligatorio, per noi religiosi continuerebbe a essere una fondamentale scelta di vita. Vivo entusiasticamente il mio celibato come una scelta di libertà, di non avere alcun legame (non solo affettivo), che possa in qualche modo limitare la libertà, perché, come dice Paolo, «dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà» (2 Cor 3,17), ed è vero anche il contrario: solo dove c’è libertà c’è lo Spirito del Signore. Più si è liberi più si permette allo Spirito di manifestarsi nella propria vita.
Per quel che riguarda la legge celibataria, inoltre, occorre tenere presenti le mutate condizioni di vita. Oggi l’età media delle persone è molto più alta rispetto ai secoli scorsi: un conto è essere fedeli a un impegno per vent’anni; un altro per quaranta o sessanta. Se tanti preti, specialmente quelli anziani, che vivono nella solitudine, avessero un affetto accanto, questo non solo non toglierebbe nulla al loro ministero, ma lo arricchirebbe e li renderebbe molto più umani e comprensivi nei confronti delle necessità delle persone.
Uno dei primi passi che la Chiesa dovrà necessariamente compiere, senza deroghe e ulteriori rimandi, sarà riparare a una tremenda ingiustizia, riammettendo al ministero quei tanti, troppi preti che si sono sposati. Erano persone valide, stimate, capaci, valenti, spesso con incarichi di alto livello nella Chiesa… poi con il matrimonio (un sacramento!) sono diventati i pària della Chiesa, gli intoccabili. Molti di questi preti colpevoli di essersi innamorati e sposati sono stati perseguitati in maniera perfida, spietata e disumana dai loro vescovi, isolati dai confratelli. Definiti con disprezzo gli «spretati», hanno vissuto la loro condizione come appestati, una vergogna, spesso in miserevoli condizioni economiche. Per cosa? Per aver seguito l’amore!
La Chiesa dovrà inevitabilmente ordinare presbiteri anche uomini e donne sposati. In tutto questo il cristianesimo non ha nulla da perdere, ma tutto da guadagnare. Più la Chiesa è umana e più si manifesta il divino che è in lei.


Papa Francesco accetta la rinuncia dalla carica di Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi e dai diritti connessi al Cardinalato, presentata dal Cardinale Becciu - Analisi e retroscena a cura di Alberto Melloni - La difesa di Becciu

Rinunce e nomine 24.09.2020

Oggi, giovedì 24 settembre, il Santo Padre ha accettato la rinuncia dalla carica di Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi e dai diritti connessi al Cardinalato, presentata da Sua Eminenza il Cardinale Giovanni Angelo Becciu.


BECCIU E L'OPERAZIONE PULIZIA DI PAPA FRANCESCO

Le dimissioni da cardinale del prelato (che si dichiara estraneo ai fatti) è un fatto rarissimo che dimostra l'estrema gravità del caso. «Il popolo di Dio perdona a un sacerdote una caduta affettiva o se beve troppo, ma non se cede al potere e alla ricchezza».

L’operazione di pulizia avviata da papa Francesco fa un’altra vittima, questa volta eminente: si è dimesso il cardinale Giovanni Angelo Becciu e – fatto rarissimo che dimostra l’estrema gravità del caso – gli sono stati tolti anche i «diritti connessi al Cardinalato».

La notizia-bomba è stata data dalla sala stampa vaticana con un laconico comunicato diramato, in modo irrituale, alle otto di sera: «Oggi, giovedì 24 settembre, il Santo Padre ha accettato la rinuncia dalla carica di Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi e dai diritti connessi al Cardinalato, presentata da Sua Eminenza il Cardinale Giovanni Angelo Becciu». La Santa Sede non dice altro, ma all’origine dello strappo vi sarebbe un problema di distrazione dei fondi pubblici.

Il nome di Becciu – non indagato – era emerso attorno alla compravendita a titolo di investimento di un esoso immobile di Sloane Avenue 60, a Londra, all’origine di una indagine vaticana iniziata l’anno scorso e tuttora in corso. Il suo acquisto immobile, con i fondi dell’Obolo di San Pietro, è stato deciso dalla Segreteria di Stato all’epoca in cui Becciu era Sostituto, ossia numero tre della catena di comando vaticana, mentre il suo successore, Edgar Pena Parra, ha tentato di finalizzare l’acquisto coinvolgendo lo Ior. Un affare «opaco» (copyright del Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin) che ha fatto emergere casi di «corruzione» (parola del Papa sul volo di ritorno da Giappone e Thailandia). Becciu si è sempre dichiarato estraneo ad ogni malefatta. L’ex segretario particolare del porporato, monsignor Mauro Carlino, tra gli officiali vaticani sospesi per questa vicenda, è poi fuoriuscito dal ruolo diplomatico ed è infine rientrato in diocesi.

L’inchiesta del tribunale vaticano, guidato dalla fine dell’anno scorso da Giuseppe Pignatone, ex procuratore capo di Roma, e portata avanti dal procuratore capo Gian Piero Milano e dal sostituto Alessandro Diddi, si sarebbe nel frattempo allargata, accertando, a quanto si apprende, giri di fondi finiti ai famigliari del cardinale Becciu. «Ho dato i soldi a mio fratello solo perché ho comprato dalla sua società infissi per le nunziature in Egitto e Cuba, non vedo reati», ha dichiarato il cardinale al nuovo quotidiano Domani diretto da Stefano Feltri. «Sono sconvolto, turbato», ha detto al Messaggero, «Un colpo per me, la mia famiglia, la gente del mio paese. Per spirito di obbedienza e per amore che porto alla Chiesa e al Papa ho accettato la sua richiesta di farmi da parte. Ma sono innocente e lo dimostrerò. Chiedo al Santo Padre di avere diritto di difendermi».

L’unica certezza è che il Papa è già arrivato a una conclusione. Con una decisione che ha pochi precedenti nella storia. Prima di Becciu, solo Theodore McCarrick (2019), per comprovati abusi sessuali su minori, Keith Michael Patrick O’Brien (2015), anch'egli per comprovati abusi sessuali, e Louis Billot (1927), per un insanabile conflitto teologico-politico con Pio XI, nella storia moderna, sono stati colpiti nell’appartenenza al "club" più esclusivo di Santa Romana Chiesa, quello del collegio cardinalizio, legato al Santo Padre e alla Chiesa da un rapporto esclusivo di fedeltà "usque ad sanguinem" (da qui il colore della porpora cardinalizia). Più precisamente, mentre McCarrick e Billot sono stati espulsi dal collegio cardinalizio, Becciu, e prima di lui O’Brien, hanno rinunciato ai «diritti connessi al Cardinalato», quelli previsti dai canoni 349, 353 e 356 del Codice di Diritto Canonico (Conclave, Concistoro, ecc).

Una sfumatura meno ultimativa, che non toglie peso al provvedimento papale. Anche perché mentre i tre precedenti dell’ultimo secolo avevano ruoli per così dire marginali – arcivescovo ormai emerito di Washington McCarrick, arcivescovo ormai emerito di Edimburgo O’Brien, semplice teologo Billot – questa è la prima volta che la suprema sanzione colpisce un cardinale che ricopriva, fino alla improvvisa rinuncia, il ruolo di capo dicastero vaticano ed ha rivestito, fino a pochi anni fa, il delicatissimo ruolo di Sostituto della Segreteria di Stato, l’unico "officiale" che si può permettere di presentarsi all’appartamento del Pontefice senza essere preannunciato.

Sardo di Pattada, nel Sassarese, 72 anni, focolarino, Becciu è stato ordinato sacerdote nel 1972. Entrato giovane nel servizio diplomatico della Santa Sede, ha scalato i gradini del cursus honorum delle feluche del Papa. Nominato vescovo da Giovanni Paolo II, e consacrato dal cardinale Angelo Sodano nel 2001, Becciu è stato nunzio apostolico a Sao Tomé e Principe e poi, dal 2009 al 2011, a Cuba. Quell’anno Benedetto XVI, e il suo Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, lo chiamano a Roma come Sostituto, un ruolo che conserva fino al 2018, quando Francesco lo promuove prefetto della congregazione dei Santi. Da braccio destro del Segretario di Stato assiste, in ruolo di protagonista, alla conclusione del pontificato di Bendetto XVI (dispone la nascita di una commissione di indagine sui documenti vaticani rubati e passati alla stampa, il cosiddetto scandalo Vatileaks), all’elezione di Jorge Mario Bergoglio, ai primi anni del suo Pontificato (il secondo scandalo Vatileaks lo vede di nuovo protagonista nella risposta della Santa Sede). Papa Francesco si fida di lui: gli affida il delicatissimo dossier della riforma dell’ordine di Malta, ogni giovedì santo si reca a pranzo a casa di Becciu, in Vaticano, dove conosce alcuni «semplici» sacerdoti romani invitati dal Sostituto.

Il cardinale intrattiene cruciali rapporti con la politica italiana, gira il mondo per le beatificazioni e le canonizzazioni. Rimane influente, i giornali lo descrivono come «il cardinale italiano». Nel 2018 era stato lo stesso Francesco che lo crea cardinale: ora gli ha tolto i diritti che alla berretta porpora sono legati. C’è chi non cela soddisfazione. «Il Santo Padre è stato eletto per pulire le finanze vaticane. La partita è lunga e bisogna ringraziarlo e fargli le congratulazioni per gli ultimi sviluppi», commenta dall’Australia il cardinale George Pell. A inizio pontificato fu nominato da Jorge Mario Bergoglio prefetto della Segreteria vaticana per l'Economia (2014-2019), ma nel 2017, con il beneplacito del Papa, tornò in patria per difendersi in tribunale dalle accuse. Condannato in primo grado, incarcerato per 400 giorni, è stato scagionato dall'Alta corte australiana alla fine dell'anno scorso per la sua comprovata innocenza. Durante il suo periodo in Vaticano i suoi programmi di riforma delle finanze vaticane e i suoi modi bruschi gli procurarono non pochi attriti con altri uffici di Curia, e in particolare con la Segreteria di Stato.

Adesso al posto del cardinale Pell siede il gesuita spagnolo Juan Antonio Guerrero. E’ stato lui a promuovere il nuovo codice degli appalti vaticano, approvato la scorsa primavera dal Papa. Un testo di legge che combatte «le frodi, il clientelismo e la corruzione e per prevenire, individuare e risolvere in modo efficace i conflitti di interesse insorti nello svolgimento delle procedure in modo da evitare qualsiasi distorsione della concorrenza e garantire la trasparenza e la parità di trattamento». Tra i motivi di incompatibilità all’iscrizione nell’Elenco dei dipendenti e degli incaricati professionali temporanei, per dire, c’è il fatto di essere «parente fino al quarto grado o affine fino al secondo grado di un soggetto riferibile ad un operatore economico che abbia presentato offerta». Una linea di rigore che previene il rischio di una certa vischiosità negli affari attorno al Vaticano, e che ha già portato il Papa, nei mesi scorsi, a commissariare la Fabbrica di San Pietro per presunti appalti irregolari nel restauro del Cupolone. Una intransigenza che rispecchia l’intenzione del papa argentino di passare al setaccio gli uffici vaticani per estirpare una volta per tutte il malaffare. Nella convinzione, come ha scandito più di una volta, che «il popolo di Dio perdona a un sacerdote una caduta affettiva o se beve troppo, ma non se cede al potere e alla ricchezza».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Iacopo Scaramuzzi 25/09/2020)

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Ecco la faida interna al Vaticano sullo sfondo del caso Becciu
di Alberto Melloni

Sta crescendo la pressione sul papa che diventerà fortissima quando dovesse mancare Benedetto XVI: molti chiederanno le sue dimissioni

Mai. Mai un prefetto aveva dovuto dare le dimissioni dal proprio dicastero come è accaduto ieri, quando Angelo Becciu ha riconsegnato al papa la guida della congregazione delle cause dei santi e (come dice uno sgrammaticato comunicato vaticano) i “diritti” della sua porpora. Atto maturato per le vie brevi, ritenuto inevitabile, alla vigilia della pubblicazione di carte relative alla gestione di quattrini che le solite talpe hanno passato a l’Espresso: da esse emergerebbe che dopo una serie di operazioni immobiliari e finanziarie in Angola e a Londra, Becciu avrebbe girato ai congiunti di fondi e favori.

 Atto, però, che come dicevo non ha mai avuto precedenti. Perché la rinuncia al cardinalato di Louis Billot, che restituì la berretta al papa al termine di un furibondo litigio aveva un’altra origine ... Quando a giugno del 2018 Francesco ha tolto Theodor McCarrick – quello che da arcivescovo di Washington disse che dare la comunione al candidato democratico John Kerry “era un problema” – sia la porpora che la dignità episcopale i motivi erano altri ... 
Becciu no. Non è mai stato il difensore di correnti reazionarie: se mai ha cercato aprendo la porta di casa a Giancarlo Giorgetti di trovare la “parte buona” del sovranismo salviniano, come se ci fosse. Non è mai stato un uomo di vizi: e se mai ha praticato quella ascetica del potere che è un po’ tipica dell’ufficio del Sostituto – il ruolo ricoperto prima di lui da Montini, Silvestrini, Filoni – l’uomo cioè che regola molto dell’accesso al papa, i rapporti col governo, e gli affari politici in un rapporto di strutturale concorrenza col Segretario di stato.

Gli affari contestati 
È invece emerso da quasi due anni che quell’ufficio, che investiva alcuni cespiti vaticani si era imbarcato in manovre spericolate perlomeno nella scelta come di partners di finanzieri sui cui quali proprio Becciu era stato messo in guardia. ...

Guardie, ladri e mandanti 
Le indagini non diranno cosa c’è di vero e cosa c’è di falso nelle accuse contro Becciu, di cui vedremo le foto con gli occhiali scuri, per dare a questo diplomatico focolarino meno scafato del previsto un look truce. Ma il fatto che nel pasticcio dell’immobile di Londra abbia inciampato anche monsignor Peña Parra – il successore di Becciu – deve far però capire che la questione non è una partita a guardie e ladri in talare e mozzetta, aiutati da un giornalismo incline a pubblicare dossier che hanno curatori, mandanti e fini precisi. È una pericolosissima faida (nella curia? fra movimenti? fra diplomatici?) nella quale tutti continueranno a portare al papa accuse caricati a pallettoni contro tutti, scommettendo che come in una roulette russa il decisionismo bergogliano darà corda ad atti di giustizia spicciativa. Gli impatti sul papa e sul papato sono pericolosi e non riguardano l’abusata categoria dei “nemici” del papa. Che papa Francesco abbia dei nemici è scontato. Che fra questi ci siano personaggi come Mike Pompeo, che, come dimostra la preparazione e l’agenda della sua visita a Roma, rivendica il diritto di scegliere il pezzo di chiesa da lodare, il pezzo di chiesa da bastonare e il pezzo di chiesa da ricattare, è meno scontato, ma in fondo non decisivo. Perché la forza di Francesco non è nel gestire diplomaticamente tutto ciò – cosa a cui pensa il cardinale Parolin: ma riposa nella sua personale e profonda fisionomia evangelica. Essa non impedisce al papa errori di governo, passi falsi e bruschezze: ma lo rende invulnerabile agli strali ostili diretti. Chi dunque vuole colpire Francesco o indebolirlo non ha che un’arma indiretta: farlo apparire come un puro, pio, spiritualissimo papa inetto. Capace di licenziare, di far saltare chiunque, ma certificato dal ripetersi di tali sanzioni come impotente davanti a bassezze morali che non è in grado di controllare: e dalle quali lo si assolve dandogli untuosamente del santo, del severo, dell’infuriato inconcludente. E dato che le meschinerie della chiesa di Roma, specie a Roma, sono innumerevoli, l’arma indiretta diventa inesauribile. 

La pressione sul papa 
Il papa dovrebbe essere difeso da questo tipo di diminuzione dalla comunione dei vescovi in primo luogo; e in secondo luogo da una curia in cui, però, avendo lui per primo fatto saltare meccanismi istituzionali derubricati a usanze di “corte”, tutto si contorce e solo chi gli segnala storture rimediare fa davvero il suo dovere di aiutarlo. lo protegge, e sono pochi. 
E dunque egli si trova esposto ad una pressione che diventerà fortissima quando dovesse mancare Benedetto XVI, chiedendo, ancora una volta in nome dei problemi strutturali irrisolti, una rinuncia che trasformerebbe la libertà di dimettersi di ogni pastore in una legge non scritta per la chiesa di Roma. E preparare la prosecuzione di un papato non italiano. ...


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«Mantengo la serenità, rinnovo la fiducia nel Santo Padre. Gli ho promesso fedeltà e sono pronto a dare la vita per lui». La versione dell'ex prefetto delle cause dei Santi Giovanni Angelo Becciu, che in una conferenza stampa respinge ogni addebito



 

venerdì 25 settembre 2020

Videomessaggio di Papa Francesco per i 75 anni dell'Onu

Videomessaggio Papa Francesco per i 75 anni dell'Onu



Il Papa all’Onu: 
la crisi attuale, opportunità per costruire una società più fraterna

Per i 75 anni di vita delle Nazioni Unite, Francesco invia un videomessaggio all'Assemblea generale riunita in questi giorni per lo più in modo virtuale a causa della pandemia. Forte il monito alla comunità internazionale, dalla corsa agli armamenti ai migranti senza diritti, dal ripensamento dei sistemi economici e finanziari alla condanna dell’aborto come "servizio essenziale" umanitario

La strada della solidarietà o quella della cultura dello scarto e della difesa elitaria. E’ il bivio a cui la pandemia ha messo davanti l’umanità chiamandola a una decisione. Perché da una crisi si esce o migliori o peggiori. Si tratta di un tempo di prova che diventa un tempo di scelta. Anzi, che può anche rappresentare “una reale opportunità di conversione” per ripensare i sistemi economici e finanziari che soffrono di “un’ingiusta distribuzione delle ricchezze” e di un divario crescente fra ricchi e poveri. Nel videomessaggio pronunciato in lingua spagnola e indirizzato all’Assemblea generale dell’Onu, nata nel 1945 dopo due devastanti guerre mondiali, il Papa traccia una rotta vera e propria per uscire dal tempo di crisi attuale, aggravato dal Covid-19, e lo fa richiamando i capisaldi del suo magistero e chiedendo alla comunità internazionale di “sforzarsi per porre fine alle ingiustizie economiche”. Una rotta che tocca quindi i nodi centrali del vivere insieme, con la meta di poter costruire una società più fraterna.

Ci troviamo quindi di fronte ad una scelta tra una delle due vie possibili: una porta al rafforzamento del multilateralismo, espressione di una rinnovata corresponsabilità mondiale, di una solidarietà fondata sulla giustizia e nel compimento della pace e l'unità della famiglia umana, progetto di Dio sul mondo; l'altro, dà preferenza a atteggiamenti di autosufficienza, nazionalismo, protezionismo, individualismo e isolamento, tralasciando i più poveri, i più vulnerabili, gli abitanti delle periferie esistenziali. E certamente sarà dannoso per l'intera comunità, causando autolesionismo verso tutti.

L'Onu agisca con unità e determinazione

In uno scacchiere internazionale segnato da guerre, minacce e ingiustizie il Papa richiama quindi l’Onu alla sua missione fondamentale:

Il nostro mondo in conflitto ha bisogno che l'Onu diventi un laboratorio per la pace sempre più efficace, il che richiede che i membri del Consiglio di Sicurezza, soprattutto quelli Permanenti, agiscano con maggiore unità e determinazione. A tale proposito, la recente adozione del cessate il fuoco globale durante la crisi attuale, è una misura molto nobile, che richiede la buona volontà di tutti per la sua applicazione costante.

Garantire accesso ai vaccini contro il Covid-19 specie ai poveri

Il primo aspetto che affronta riguarda proprio la questione dei vaccini. Il Papa rinnova il suo appello alla politica e al settore privato “a adottare le misure adeguate a garantire l'accesso ai vaccini contro il Covid-19 e alle tecnologie essenziali necessarie per assistere i malati”. E, anzi, chiede che se bisogna privilegiare qualcuno, “che sia il più povero, il più vulnerabile”, proprio perché non ha risorse economiche.

Smantellare la logica della deterrenza nucleare

Un compito complesso questo ripensare il futuro della casa comune e del "progetto comune": servono onestà e dialogo per migliorare la cooperazione fra Stati. La questione della pace e della sicurezza, minacciate certamente da povertà, epidemie e terrorismo, non può prescindere dalla corsa agli armamenti. Si assiste, afferma Francesco, a un’erosione del multilateralismo. In particolare il Papa menziona la minaccia rappresentata dalle nuove forme di tecnologia militare – come sono i sistemi letali di armi autonome (LAWS) – che stanno separando la guerra sempre di più dall'azione umana. Quella che è da smantellare è prima di tutto la logica perversa che attribuisce al possesso di armi, la sicurezza personale e sociale e che in realtà giova solo all’industria bellica e anzi alimenta un clima di sfiducia fra i popoli. Il riferimento è alla “deterrenza nucleare” che si basa sulla minaccia del reciproco annientamento. Per Papa Francesco è invece molto importante sostenere i principali strumenti giuridici internazionali di disarmo nucleare. E la Santa Sede si augura – ricorda – che la prossima Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (TNP) si traduca in misure efficaci per il disarmo. Il Papa ribadisce anche l’importanza di ridurre le sanzioni internazionali che rendono per gli Stati difficile sostenere le loro popolazioni.

Il progresso tecnologico serva a creare più lavoro

Centrale, in questo intervento, la questione del lavoro, segnato sempre più dalla complessa questione dell’intelligenza artificiale, dall’incertezza, dalla robotizzazione generalizzata. Il suo richiamo è a cambiare il paradigma economico dominante, che cerca solo di aumentare gli utili delle imprese mentre uno degli obiettivi principali di ogni imprenditore dovrebbe essere quello di offrire lavoro a più persone. “Il progresso tecnologico è utile e necessario – evidenzia – purché serva a far sì che il lavoro delle persone sia più dignitoso, più sicuro, meno gravoso e spossante”.

La cultura dello scarto finisce in attentato contro l’umanità

I mezzi per fare il cambiamento ci sono, ma serve “un quadro di riferimento etico più forte” capace di superare la “cultura dello scarto”, sostiene il Papa richiamandosi a un’espressione a lui cara. Ovvero una cultura che alla fine si traduce in “un attentato contro l’umanità”, se lo si chiama con il suo nome. All’origine c’è, ribadisce Francesco, “una promozione ideologica con visioni riduzioniste della persona”, con una negazione dei diritti fondamentali e un desiderio di potere assoluto, che domina la società di oggi.

Anche i cristiani vittime in un’umanità violata

I diritti fondamentali, infatti, “continuano a essere violati impunemente”. Si tratta di elenco molto lungo che offre l’immagine di “un’umanità violata”. In questo panorama drammatico, “anche i credenti religiosi – osserva – continuano a soffrire ogni tipo di persecuzioni, compreso il genocidio dovuto alle loro credenze”. E tra questi, “noi cristiani siamo vittime”, ricorda menzionando quanti a volte sono costretti persino a fuggire dalle loro terre di origine.

I migranti rispediti nei campi di detenzione

Le crisi umanitarie sono poi diventate lo status quo. I diritti non vi sono garantiti e le cosiddette armi convenzionali stanno diventando sempre più “armi di distruzione di massa”. Il suo pensiero va in particolar modo a rifugiati, migranti, sfollati interni:

Fatto ancor più grave, in migliaia vengono intercettati in mare e rispediti con la forza in campi di detenzione dove sopportano torture e abusi. Molti sono vittime della tratta, della schiavitù sessuale o del lavoro forzato, sfruttati in compiti umilianti, senza un salario equo. Tutto ciò è intollerabile, ma oggi è una realtà che molti ignorano intenzionalmente!

La crisi come opportunità per l’Onu per costruire società più fraterna

In merito alla risposta a queste crisi, il Papa fa riferimento alla grande promessa dei due patti Mondiali sui rifugiati e la migrazione, notando però che spesso non c’è poi il sostegno politico necessario o che a volte i singoli Stati evitano le loro responsabilità. Da qui il suo forte appello a usare questa crisi attuale per un cambiamento positivo:

Ciononostante, la crisi attuale è un'opportunità: è un'opportunità per l'Onu, è un'opportunità per generare una società più fraterna e compassionevole. Ciò include il riconsiderare il ruolo delle istituzioni economiche e finanziarie, come quelle di Bretton-Woods, che devono rispondere al rapido aumento delle disuguaglianze tra i super ricchi e i permanentemente poveri. Un modello economico che promuova la sussidiarietà, sostenga lo sviluppo economico a livello locale e investa nell’istruzione e nelle infrastrutture a beneficio delle comunità locali, fornirà la base per il successo economico stesso e, al contempo, per il rinnovamento della comunità e della nazione in generale.

Condonare il debito dei poveri e chiudere i paradisi fiscali

Nella stessa linea, il suo rinnovato appello a ridurre o condonare il debito che pesa nei bilanci dei più poveri. Richiamandosi, nel lungo videomessaggio, a diversi passaggi di suoi interventi precedenti, Papa Francesco esorta anche all’impegno per la chiusura dei paradisi fiscali, a prevenire l’evasione e il riciclaggio di denaro perché “questo è il momento propizio per rinnovare l’architettura internazionale”.

Non bastano dichiarazioni, serve essere efficaci

Il Papa ricorda la sua visita 5 anni fa, nel 2015, all’Onu, avvenuta in “un periodo di multilateralismo veramente dinamico”, dice, un momento promettente immeditatamente prima dell’adozione dell’Agenza 2030 e poi dell’accordo di Parigi sul cambiamento climatico.

Tuttavia, dobbiamo onestamente ammettere che, sebbene siano stati compiuti alcuni progressi, la scarsa capacità della comunità internazionale a mantenere le promesse fatte cinque anni fa mi porta a ribadire che “dobbiamo evitare qualsiasi tentazione di cadere in un nominalismo declamatorio con effetto tranquillizzante sulle coscienze. Dobbiamo aver cura che le nostre istituzioni siano realmente efficaci nella lotta contro tutti questi flagelli”.

In questo orizzonte trova un posto importante anche la questione ambientale e dei cambiamenti climatici, legata alla crisi sociale. La sua attenzione torna all’Amazzonia. Rileva quindi la positiva crescita di sensibilità ecologica integrale e come segno concreto dell’impegno della Santa Sede, cita l’emendamento di Kigali al protocollo di Montreal.

I bambini vittime dell’aborto e della mancanza di istruzione

Le pesanti conseguenze della crisi del Covid-19 si sono riversate anche sui bambini, fra i quali anche i migranti e i rifugiati non accompagnati. “La violenza contro i bambini, includendo l'orribile flagello dell’abuso infantile e la pornografia, è drammaticamente aumentata”, nota il Papa in uno dei passaggi centrali, ricordando che milioni di loro non possono tornare a scuola e questo, in molte parti del mondo, significa un incremento di lavoro minorile, abusi e malnutrizione.

Purtroppo, i paesi e le istituzioni internazionali stanno anche promuovendo l'aborto come uno dei cosiddetti "servizi essenziali" nella risposta umanitaria. È triste vedere quanto sia diventato semplice e conveniente, per alcuni, negare l'esistenza di vita come soluzione a problemi che possono e devono essere risolti sia per la madre sia per il bambino non nato. Imploro pertanto le autorità civili affinché prestino particolare attenzione ai bambini a cui vengono negati i loro diritti e la loro dignità fondamentali, in particolare il loro diritto alla vita e all’educazione.

Quindi, richiama l’appello della giovane Malala Yousafzai, che cinque anni fa all'Assemblea Generale ha ricordato che "un bambino, un insegnante, un libro e una penna può cambiare il mondo”.

La famiglia attaccata da colonialismo ideologico

Nell’indicare la rotta, legato alla realtà dei bambini è lo snodo fondamentale della famiglia. Il Papa ricorda con chiarezza che “i primi educatori sono sua madre e suo padre, la famiglia che la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani descrive come 'il nucleo naturale e fondamentale della società'”. E all’Onu ribadisce i pericoli che la minacciano:

Troppo spesso la famiglia è vittima di colonialismi ideologici che la rendono vulnerabile e finiscono col provocare in molti dei suoi membri, specialmente nei più indifesi – bambini e anziani – un senso di sradicamento e di orfanità. La disintegrazione della famiglia riecheggia nella frammentazione sociale che impedisce l'impegno per affrontare nemici comuni.

Con il silenzio umanità complice di pratiche perverse contro le donne

Uno degli obiettivi su cui poi bisogna tornare ad impegnarsi è la donna, evidenzia Papa Francesco ricordando anche che quest’anno si celebra il 25.mo anniversario della Conferenza di Pechino del 1995. Le donne infatti giocano un ruolo importante a tutti i livelli al servizio del bene comune ma molte di loro vengono lasciate indietro, vittime della violenza e dello sfruttamento. A loro il Papa rinnova la sua vicinanza auspicando che vi sia maggiore impegno nella lotta contro “queste pratiche perverse che denigrano non solo la donna ma tutta l’umanità che, con il suo silenzio e la mancanza di azioni concrete, diventa complice”.

Tutto il suo messaggio ha come sfondo la situazione creatasi con la pandemia, che ha insegnato che non possiamo vivere l’uno senza l'altro o contro l’altro. Le Nazioni Unite sono state create proprio per essere come “un ponte fra i popoli”. E la sfida che hanno, ricorda il Papa, è proprio quella di costruire insieme “il futuro che vogliamo”.
(fonte: Vatican News, articolo di Debora Donnini 25/09/2020)


Quando i gesti dicono più di tanti discorsi...

Quando i gesti dicono più di tanti discorsi...

Che necessità di commenti possono avere gesti come quelli di don Roberto Malgesini ... o quelli delle tante persone di cui non si conoscerà mai il nome, da lui assistite ... o quelli  fatti, per conto di Papa Francesco, dopo la sua barbara uccisione?
Quali parole possono essere più eloquenti?
 

- Sguardi e sorrisi di una tenerezza infinita, come quelli scambiati reciprocamente con il piccolo a cui sta dando il latte con il biberon ... 

- Mani che medicano, per strada in ginocchio, una piaga nel piede di un bisognoso...


- Spalle che portano il peso dello zaino per alleggerire la fatica di un pellegrino (fratel Biagio) ...


- il dolore sincero e composto per la perdita di un sacerdote umile che si è fatto loro compagno di strada ...

- il dono di Rosari ai familiari di don Roberto, ma anche al suo assassino...

- il baciare le mani ai genitori straziati dal dolore per l'orribile morte del giovane figlio sacerdote...

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Nelle loro mani. 
La tenerezza del Papa per i genitori di don Roberto Malgesini

Nulla viene tolto al percorso della giustizia umana, tutto viene ricondotto al mistero dell’uomo, al suo cammino interiore, all’incontro con la verità.


Una delle coroncine del rosario che papa Francesco, tramite il card. Konrad Krajewski, ha donato ai fratelli e alla sorella di don Roberto Malgesini sarà portata all’uomo che il 15 settembre a Como ha ucciso il prete che iniziava il giorno con la preghiera e la continuava con il dono di un caffelatte, di un biscotto, di un sorriso, di un ascolto.

L’Elemosiniere pontificio al termine delle esequie celebrate il 19 settembre nella cattedrale di Como ha poi comunicato che, terminata la celebrazione, sarebbe andato a incontrare i genitori del sacerdote nel piccolo paese in Valtellina. Per baciare le loro mani a nome di papa Francesco.

Un fremito di commozione si è avvertito tra le navate del duomo e nelle tre piazze dove molti partecipavano alla preghiera.
I pensieri hanno iniziato a intrecciarsi con le parole del cardinale: “Don Roberto Malgesini è morto, quindi vive ancora”.
E questo “vive ancora” si è declinato subito con due gesti.

La coroncina del rosario affidata alle “autorità militari perché venga consegnata in carcere” a chi ha ucciso è un gesto che sconvolge le logiche della condanna e della pena che appaiono le uniche ragionevoli. Un’altra logica viene proposta: quella del Vangelo.
Nulla viene tolto al percorso della giustizia umana, tutto viene ricondotto al mistero dell’uomo, al suo cammino interiore, all’incontro con la verità.

Un percorso che don Roberto aveva conosciuto nelle storie di coloro avevano ricevuto più privazioni che doni, più umiliazioni che rispetto.

Il secondo gesto, colmo di tenerezza, è quell’andare del card. Krajewski, a Regoledo di Cosio, piccolo paese valtellinese, per incontrare il papà e la mamma di don Roberto. Andarci di persona e, a nome del Papa, baciare le mani degli anziani genitori. Mani che avevano accarezzato, sostenuto, accompagnato il figlio. Mani che lo avevano salutato il giorno della sua partenza da casa.

Le mani di don Roberto, quando all’altare consacrava il pane e il vino, erano anche le loro mani. Le mani di don Roberto quando stringeva quelle degli scartati dalla società e dalla storia erano anche le loro mani.

Le mani di un prete sono anche le mani dei suoi genitori.
Ecco il perché di quel bacio di papa Francesco.
Il pensiero corre poi alle mani di chi ha ucciso. Stringeranno e sgraneranno la coroncina del rosario, la ignoreranno, la rifiuteranno?

Qualcuno, nel rispetto di una fede diversa, gli parlerà di quei grani che fanno corona a una piccola croce. Qualcuno gli dirà il significato che quell’umile segno aveva per un prete che lo aveva amato. Non sappiamo cosa accadrà nel cuore di quell’uomo. La risposta è nelle mani di un prete. E’ nelle mani di Dio.
(fonte: Sir, articolo di Paolo Bustaffa)

Vedi anche i post predenti:

“Fratres omnes” fratelli e sorelle tutti - A chi si rivolge Francesco d’Assisi nell’incipit della nuova enciclica

“Fratres omnes” fratelli e sorelle tutti


A chi si rivolge Francesco d’Assisi nell’incipit della nuova enciclica


Il titolo della terza enciclica di Papa Francesco, con il suo incipit «Fratelli tutti», suscita reazioni talvolta forti. Di fatto, Francesco d’Assisi, che viene qui citato, si rivolge a tutti i credenti – fratelli e sorelle nel mondo intero. Il seguente contributo illustra la fonte che dà il nome alla nuova enciclica e chiede traduzioni accurate.

Ancor prima che la terza enciclica di Papa Francesco sia firmata ad Assisi e che ne venga pubblicato il testo1 si è scatenato un dibattito sul suo titolo. Nell’area di cultura tedesca, ci sono donne che si propongono di non leggere uno scritto che si rivolge solo ai «fratelli tutti». Le traduzioni poco sensibili ignorano che nell’opera citata Francesco d’Assisi si rivolge sia alle donne sia agli uomini. L’autore medievale sostiene, come la nuova enciclica, una fratellanza universale. Papa Francesco mette in luce una perla spirituale del Medioevo capace di sorprendere le lettrici e i lettori moderni.

Una citazione di Frate Francesco

All’annuncio dell’enciclica, la reazione dei media è stata giustamente quella di chiedersi se Papa Francesco pone una citazione discriminante all’inizio della sua terza enciclica. Come è possibile che colui, le cui prime parole pubbliche dopo l’elezione sono state «fratelli e sorelle», ora si rivolga solo ai «fratelli tutti»? Perché l’incipit escludendo le donne esclude metà della Chiesa? «Solo i fratelli — o cosa?», domanda un contributo critico di Roland Juchem2. Il direttore del servizio vaticano della kna spiega che la nuova enciclica inizia consapevolmente con le parole del mistico medievale d’Assisi, che sono state tradotte fedelmente. Dal momento che Frate Francesco si rivolge ai suoi frati, l’espressione «omnes fratres» andrebbe formulata al maschile. Secondo tale logica, però, la traduzione corretta sarebbe «Frati tutti»! E allora il testo verrebbe letto solo da una minoranza infinitesimale nella Chiesa. Papa Francesco inizia la sua nuova enciclica con una massima di saggezza del suo modello. Chi con presunta fedeltà al testo insiste su una traduzione solo al maschile, non riconosce il vero destinatario della raccolta medievale: Francesco d’Assisi, con la composizione finale delle sue «ammonizioni», si rivolge a tutte le donne e gli uomini cristiani. Le traduzioni nelle lingue moderne devono esprimerlo in modo accurato e immediatamente comprensibile.

Raccolta di saggezze

Se l’enciclica Laudato si’ nel suo incipit citava il Cantico di Frate Sole composto dal Poverello nella lingua volgare medievale, la terza enciclica del Papa rimanda a una raccolta delle sue massime di saggezza. La fonte utilizzata da Papa Francesco nelle edizioni moderne degli scritti francescani reca il titolo Admonitiones. L’espressione «ammonizioni» è riduttiva, poiché i 28 insegnamenti spirituali comprendono anche numerose beatitudini, un breve trattato e perfino un cantico alla forza dei doni dello Spirito [3]. L’edizione olandese di fatto preferisce parlare di «Wijsheidsspreuken» (massime di saggezza) [4]. L’essere indirizzate ai frati vale per la genesi delle singole massime, non per la successiva raccolta. Quando i traduttori si basano sul fatto che tutte le edizioni standard degli scritti francescani in tutte le lingue del mondo traducono l’omnes fratres della massima citata nella forma maschile, colgono solo una mezza verità. In altre parole: la traduzione letterale della frase latina non riflette il pieno significato che il testo intende esprimere nella sua forma finale! Nell’edizione italiana delle Fonti Francescane, la sesta ammonizione inizia con le parole: «Guardiamo con attenzione, fratelli tutti, il buon pastore, che per salvare le sue pecore sostenne la passione della croce» [5]. Si può subito notare che l’immagine del pastore e del suo gregge utilizzata nel testo comprende l’intera Chiesa, e non solo una schiera di frati. Per riconoscere il destinatario finale della raccolta di testi citata dal Papa occorre distinguere tra la nascita delle diverse parti di testo e la loro composizione finale. In quest’ultima, la parola fratres si allarga dalla piccola cerchia della fraternitas francescana a tutta la Chiesa.

Dalla tessera del puzzle al quadro completo

La citata allocuzione proviene da una raccolta che riflette discussioni spirituali tra i frati Minori e le loro conclusioni maturate. La composizione complessiva allarga l’orizzonte oltre la cerchia iniziale. Le singole massime sono rivolte ai frati di Francesco, ai «religiosi» in generale e anche a tutte le persone al servizio di Dio (servi Dei). Negli ultimi anni della sua vita, Francesco d’Assisi mise insieme 28 insegnamenti spirituali ben selezionati per formare un ciclo che conduce in un edificio spirituale e ricorda la «casa della Sapienza» biblica, con le sue «colonne intagliate» [6]. Il numero simbolico 28 è composto da 4 x 7: il quattro indica il mondo e il sette la creazione di Dio, il 28 rappresenta simbolicamente la Chiesa come opera di Dio [7]. Chi entra sotto un porticato allestito in modo artistico e si limita a guardare una sola colonna? In questo edificio spirituale sono invitate tutte le persone, senza eccezioni, e di fatto le singole parole nella raccolta sono rivolte a tutti.

Omnes fratres

In apertura della raccolta finale, la prima admonitio parla dell’eucaristia, ma si rivolge anche in modo programmatico a tutte le figlie i «figli degli uomini» [8]: così, il testo latino nell’invitante breve trattato indica che l’orizzonte della speranza si apre su tutta la Chiesa e tutti i membri dell’umanità. Nel loro percorso attraverso la casa della Sapienza scopriranno un cammino verso una «vita che rende felici» [9]. Di fatto, al centro di questo ciclo di lezioni spirituali, Francesco d’Assisi commenta beatitudini bibliche, anch’esse rivolte a tutte le persone, aggiungendovi dieci beatitudini proprie. Papa Francesco non mette in luce un testo singolo, bensì un’intera raccolta di testi, definita già da Kajetan Esser la “Magna Charta” della fratellanza cristiana [10]. Il sottotitolo dell’enciclica rende evidente che essa è rivolta, come il documento comune cristiano-islamico di Abu Dhabi sulla fratellanza universale, al di là della propria Chiesa all’intera umanità: Papa Francesco scrive «sulla fraternità e l’amicizia sociale», che deve unire, senza alcuna esclusione, tutte le persone in un mondo solidale.

Da «frati» a «fratelli e sorelle»

La ragione per cui Papa Francesco con la sua visione fraterna dell’umanità fa giustamente riferimento al suo modello Francesco d’Assisi e pone una citazione fraterna all’inizio della sua enciclica può essere illustrato in breve. Gli scritti tramandati del santo contengono una raccolta di lettere, alcune delle quali sono rivolte a singoli frati (Leone, Antonio, responsabili del governo), altre all’intera fraternitas dei Minori e a tutti i fedeli. C’è però anche una lettera circolare che estende l’orizzonte all’universale e si rivolge «A tutti i podestà e ai consoli, ai giudici e ai reggitori di ogni parte del mondo, e a tutti gli altri ai quali giungerà questa lettera» [11]. Nessun Papa e nessun imperatore dell’alto Medioevo si è rivolto in modo così universale all’umanità. Nella Regola del 1221, diretta ai suoi frati, Francesco inserisce un invito a tutta l’umanità che travalica ogni confine di nazione e religione: non solo i fedeli cristiani e non solo le persone impegnate a livello ecclesiale, bensì «tutti i popoli, genti, razze e lingue, tutte le nazioni e tutti gli uomini d’ogni parte della terra, che sono e che saranno… tutti amiamo… il Signore Iddio» [12]. Il mistico allarga i propri orizzonti all’intera famiglia umana nella Regola specifica per i frati, pochi mesi dopo essere giunto in Egitto nella quinta Crociata e aver sperimentato in modo impressionante, attraverso l’incontro con l’islam, che è possibile trovare la saggezza spirituale e l’amore di Dio anche al di fuori della propria religione [13]. La stessa apertura universale avviene anche con le sue massime di saggezza, che nelle Admonitiones vengono unite in un ciclo artistico di brevi lezioni. Negli ultimi anni di vita, Francesco inserisce quelle che erano state parole di saggezza ai suoi frati in una composizione che si rivolge a tutti i fedeli. Il testo latino non richiede nessuna aggiunta o modificazione: l’espressione «fratres» usata per i frati comprende anche fratelli e le sorelle carnali o spirituali, come fanno ancora oggi «fratelli», «hermanos» e «frères» nelle lingue latine. Oggi, le lingue germaniche invece distinguono tra «Brüder» (solo fratelli maschi) e «Geschwister» (fratelli e sorelle), e ugualmente tra «Brüderlichkeit» (senza le sorelle) e «Geschwisterlichkeit» (con le sorelle).

Similmente, l’inglese distingue tra “brothers” (unicamente maschile) e “siblings” (fratelli e sorelle), e tra “brotherhood” (spesso senza sorelle) e “fraternity” o “siblinghood” (che include tutti).

Dopo che all’inizio la prima ammonizione fa entrare tutti «i figli e le figlie dell’uomo» nella bella casa della Sapienza, tale destinatario universale deve essere riferito anche al fratres della sesta admonitio: si rivolge a tutte le donne e gli uomini cristiani, e riguarda tutte le persone sulla terra.

Sulla nascita della fonte citata

Riguardo alla raccolta delle 28 Admonitiones, le ricerche francescane affermano quanto segue: i singoli testi tramandati dovrebbero condensare discorsi che in origine hanno trattato questioni relative alla vita spirituale e comune nell’ambito dei frati. Nel corso del tempo, alcuni colloqui sono stati riassunti per iscritto e messi in rilievo. È avvenuto così qualcosa di analogo a quanto è successo con i detti degli antichi padri e madri del deserto nella cerchia dei loro seguaci, tramandati in modo condensato negli Apophthegmata e nel Meterikon [14]. Anche i singoli insegnamenti di Francesco sono stati annotati nelle situazioni più disparate da compagni capaci di scrivere e condensati nella loro essenza. Lui stesso, verso la fine della sua vita, ha unito questi risultati di discorsi comuni così raccolti in un’opera completa, nella quale i singoli insegnamenti hanno acquisito una nuova dimensione e un nuovo indirizzo.

Non a caso il primo insegnamento inizia con una citazione scritturale programmatica: «Il Signore Gesù disse a tutti coloro che lo seguono: Io sono la via, la verità e la vita». I portali romanici delle chiese a volte invitano a entrare nell’edificio passando sotto una figura di Cristo nel timpano che presenta questa stessa citazione in un libro aperto. Nell’edificio spirituale delle Admonitiones, dopo due insegnamenti preparatori, dieci massime di saggezza tracciano il cammino verso il luogo della cena. Ad esse seguono quattro beatitudini bibliche e altre dieci beatitudini francescane, prima che due insegnamenti conclusivi preparino al ritorno alla quotidianità. I singoli insegnamenti si uniscono così per comporre una casa spirituale della saggezza che assomiglia a una basilica: a sinistra della navata dodici colonne conducono, come «via della verità» verso l’area dell’altare, il cui baldacchino è sorretto da quattro esili colonne e definisce il luogo di comunione intima con Dio. Poi, sull’altro lato della navata, dodici colonne riconducono al portale e segnano la «via della vita». Via - veritas - vita sono le chiavi della composizione di un’opera completa, le cui singole parole staccate dal contesto in cui sono nate, diventano un messaggio per tutti i cristiani, uomini e donne. Chiunque fosse interessato alla raccolta delle Ammonizioni dalla quale Papa Francesco trae l’incipit della sua enciclica, troverà prossimamente un’analisi della composizione e del messaggio completo in una collana specializzata della pth Münster [15].

Conclusione

Con l’incipit della sua terza enciclica, Papa Francesco rimanda espressamente a Francesco d’Assisi. Il patrono del suo pontificato parla di una fratellanza universale che, nel Cantico di Frate Sole, si estende a tutte le persone e a tutte le creature. Tra le lettere circolari del santo ce n’è una che si rivolge in modo universale a tutte le persone sulla terra. Perfino nella Regola dell’Ordine del 1221, composta per i frati francescani, egli si rivolge a tutte le persone e a tutti i popoli con un invito ad amare insieme il Dio unico. La sesta admonitio citata dal Papa condensa, partendo dal contesto in cui è nata, i risultati di un discorso spirituale nell’ambito dei frati minori. L’insegnamento spirituale che ispira l’incipit della nuova enciclica viene però inserito da frate Francesco verso la fine della sua vita come una colonna nella «casa della Sapienza», dove i capitelli sono ornati da sculture e corrispondono tra loro. A percorrere questo edificio spirituale non sono invitati solo i fratelli, bensì tutti i credenti e ogni persona sulla terra. L’«omnes fratres» o «fratelli tutti» dell’enciclica va quindi tradotto come citazione di san Francesco in modo tale che tutti i cristiani, uomini e donne, si sentano coinvolti. Il destinatario della citata raccolta di testi va oltre «tutti i fratelli e le sorelle» che s’incontrano negli spazi ecclesiali reali e ideali, estendendosi a tutte le persone sulla terra.

di Niklaus Kuster


Niklaus Kuster (1962) è un frate cappuccino svizzero, laureato in teologia e noto studioso di san Francesco. Insegna storia della Chiesa all’università di Lucerna e spiritualità francescana negli istituti superiori dell’ordine a Münster (pth) e a Madrid (esef). Ha reso omaggio al profilo francescano di Papa Francesco nel suo libro: «Franz von Assisi. Freiheit und Geschwisterlichkeit in der Kirche», (Verlag Echter) Würzburg 2019.

1. La firma dell’enciclica avverrà in modo molto simbolico la vigilia della festa di san Francesco, il 3 ottobre 2020, nella basilica del santo ad Assisi.
2. Il contributo è stato pubblicato online l’8 settembre 2020 : «Titel der neuen Papst-Enzyklika: Nur die Brüder – oder wie?»: https://www.kath.ch/newsd/titel-der-neuen-papst-enzyklika-nur-die-brueder-oder-wie/
3. Edizione italiana: Fonti Francescane. Nuova edizione, a cura di Ernesto Caroli, Padova 2004, 107-118 (= ff 141-178). Edizione ufficiale tedesca: Dieter Berg / Leonhard Lehmann (ed.), Franziskus-Quellen. Zeugnisse des 13. und 14. Jahrhunderts zur Franziskanischen Bewegung, vol. 1, Kevelaer 2009, 45–55.
4. Gerard Pieter Freeman /Hubert J. Bisschops / Beatrijs Corveleyn /Jan Hoeberichts / André Jansen (ed.), Franciscus van Assisi. De Geschriften, Haarlem 2004, 108–122.
5. Fonti Francescane 111 (= ff 155).
6. v. Proverbi 9, 1: «La Sapienza si è costruita la casa, ha intagliato le sue sette colonne»; cfr. Proverbi 14, 1 e 24, 3-4.
7. Sul simbolismo delle Admonitiones come Chiesa ideale aperta a tutti: Theo Zweerman / Edith van den Goorbergh, Franz von Assisi – gelebtes Evangelium. Die Spiritualität des Heiligen für heute, Kevelaer 2009, 69-71.
8. Admonitio i, 14 con il Salmo 4, 3 nella versione della Volgata: «filii hominum».
9. La raccolta delle ammonizioni come percorso d’insegnamento sottilmente composto ed edificio spirituale viene spiegata da Zweerman / Van den Goorbergh, Gelebtes Evangelium, 62–94.
10. cfr. Niklaus Kuster, Franziskus. Rebell und Heiliger, Freiburg 42016, 150–154; originale: Kajetan Eßer, Anfänge und ursprüngliche Zielsetzungen des Ordens der Minderbrüder, Leiden 1966, 273–276.
11. Fonti Francescane 146 (= ff 210).
12. Fonti Francescane 86-87 (= ff 68-69).
13. cfr. Niklaus Kuster, Spiegel des Lichts. Franz von Assisi – Prophet der Weltreligionen (Franziskanische Akzente 22), Würzburg 2019.
14. Los escritos de Francisco y Clara de Asís. Textos y apuntes de lectura, ed. da Julio Herranz - Javier Garrido - José Antonio Guerra , Oñati 2001, 40; Pietro Messa - Ludovico Profili, Il Cantico della fraternità. Le ammonizioni di frate Francesco d’Assisi, Assisi 2003; Francisci Assisiensis Scripta - Francesco d’Assisi: Scritti, critice edidit Carolus Paolazzi, Grottaferrata 2009, 346.
15. Niklaus Kuster, „Weisheitssprüche des Franz von Assisi. Zum Charakter der Admonitiones und zur Komposition ihrer Sammlung”, in: Möllenbeck, Thomas / Schulte, Ludger (ed.), Weisheit - Spiritualität für den Menschen, Münster 2021 (verrà pubblicato in primavera).
(fonte: L'Osservatore Romano 22/09/2020)

giovedì 24 settembre 2020

LA LIBERTÀ SECONDO JOHNSON E LA REPLICA DI MATTARELLA

LA LIBERTÀ SECONDO JOHNSON
E LA REPLICA DI MATTARELLA

Per il premier britannico Germania e Italia hanno gestito meglio la lotta al Covid perchè gli inglesi a differenza dei due popoli, amano la libertà. Peccato che la libertà, quella vera, come ricorda il capo dello Stato italiano, sia un'altra cosa


«Anche noi italiani amiamo la libertà ma abbiamo a cuore anche la serietà». Risponde così il presidente Sergio Mattarella a Sassari, a margine della cerimonia in ricordo di Cossiga, conversando con alcuni partecipanti alle celebrazioni, al premier britannico Boris Johnson. Che aveva detto “Bojo”, da far rispondere addirittura al capo dello Stato italiano? Semplice: l’inquilino di Downing Street aveva dichiarato che, a differenza di italiani e tedeschi, amano la libertà. Le parole di Johnson alla Camera dei comuni erano in replica a una interrogazione sul boom di contagi in Gran Bretagna in questi giorni. Tra l’altro a Westminster era sceso il gelo di fronte a quelle parole, che rimandavano persino a tempi lontani, quando l’Inghilterra lottava contro i totalitarismi di Hitler e Mussolini.

Ma l’Italia di oggi non è quella di Mussolini e Churchill. L’Italia di oggi è una democrazia nata oltre 70 anni fa sulla Resistenza, che nei giorni terribili del Covid ha saputo proteggere per quanto possibile la salute dei suoi cittadini, grazie e soprattutto al sacrificio di centinaia di medici e infermieri caduti sul fronte del Covid. Quanto alla libertà di un popolo, questa si misura anche nel rispetto del prossimo perché, sempre con le parole di Mattarella, «libertà non è far ammalare gli altri».

In realtà nelle parole di quel pasticcione e furbacchione di Johnson c’è solo il malandato e spudorato tentativo di trovare una giustificazione alla pessima gestione dell’emergenza virus adottata dalla sua amministrazione (di cui peraltro ha fatto le spese lo stesso premier, finito in terapia intensiva). A Johnson deve essere anche andato di traverso il fatto che il prestigioso quotidiano della City Financial Times abbia elogiato l’Italia per come ha gestito l’emergenza Covid.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Francesco Anfossi 24/09/20020)

Acqua, j'accuse di padre Zanotelli: "Tradimento a 5 Stelle"

Acqua, j'accuse di padre Zanotelli: 
"Tradimento a 5 Stelle"


Siamo ormai al decimo anniversario del Referendum sull’acqua. Il 12 e 13 giugno 2011, infatti, ben 26 milioni di italiani hanno votato a favore della gestione pubblica dell’acqua. Ma dopo dieci anni la politica istituzionale non è ancora riuscita a tradurre in legge questa decisione fondamentale del popolo italiano.

In questo decennio si sono succeduti ben sette governi, di destra come di sinistra (Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte 1 e Conte 2) e nessuno di essi si è ricordato che il popolo italiano aveva deciso a larga maggioranza: l’acqua doveva uscire dal mercato e non si poteva fare profitto sull’acqua.

Purtroppo la politica istituzionale non obbedisce più a quello che il popolo decide, ma è prigioniera dei poteri economico-finanziari. Questi hanno capito che l’era del petrolio è finita e che si apre l’era dell’oro blu con cui potranno fare ancora più soldi. Con il surriscaldamento del Pianeta, l’acqua potabile andrà sempre più scarseggiando e diventerà il bene più essenziale e quindi più appetibile.

Trovo incredibile che i nostri politici non capiscano quanto sia fondamentale, in questo momento epocale, la gestione pubblica dell’acqua. Trovo altrettanto incredibile che l’unico partito, i Cinque stelle, avendo fatto dell’acqua la propria bandiera, la loro “prima stella”, non siano riusciti, dopo tre anni al governo, a tradurre il Referendum in legge. Tanto più che come presidente della Camera c’è Roberto Fico, il quale in un incontro con il Forum italiano dei Movimenti per l’Acqua, aveva detto: “Lego la mia presidenza della Camera all’approvazione di una legge per la gestione pubblica dell’acqua”. Eppure Roberto Fico aveva tanto lottato a Napoli con il movimento per l’acqua.

E nonostante tutto questo, la legge di iniziativa popolare che aveva avuto oltre quattrocentomila firme, è ancora bloccata in Commissione Ambiente della Camera. Malgrado le pressioni del Movimento per l’acqua, i Cinque Stelle sono stati incapaci di sottrarre i poteri di controllo sull’acqua ad Arera (l’autorità che ha per fine la gestione dell’acqua nel mercato) per restituirli al ministero dell’Ambiente.

Chiaramente la pressione sui parlamentari, fatta dalle quattro potenti multiutility italiane – Iren, A2A, Hera e Acea – nonché dalle multinazionali Veolia e Suez, deve essere stata molto forte. Ne è una riprova la campagna delle grandi testate nazionali (Il Sole 24 ore, Corriere della Sera, Repubblica….) sui costi della ripubblicizzazione con cifre incredibili: 15-20 miliardi di euro!

Il Forum Italiano dell’Acqua ha presentato in Parlamento un dossier Il costo della ripubblicizzazione del servizio idrico integrato sostenendo invece che il costo dell’operazione potrebbe essere di un miliardo o al massimo un miliardo e mezzo. La stampa se n’è ben guardata dal riprendere questo studio fatto da esperti.

Trovo incredibile che l’attuale governo M5S e Pd non trovi un miliardo per il bene più prezioso che abbiamo, mentre stanno arrivando oltre duecento miliardi di euro da Bruxelles. È mai possibile che il governo pensi ancora alle Grandi Opere, come la Lione-Torino o il Ponte di Messina, anziché alla grande opera di riparare i trecentomila chilometri di rete idrica che perde il 50 per cento di questo prezioso bene? Siamo alla follia.

È mai possibile che il Pd abbia detto SÌ al taglio dei parlamentari, (nonostante fosse sempre schierato per il No) e non riesca a dire Sì alla legge di iniziativa popolare, bloccata in Commissione Ambiente?

Per questo mi appello ai Cinque Stelle e al Pd perché al più presto portino la Legge di iniziativa popolare in Parlamento per essere votata. Potrebbe essere questo il più bel dono che questo governo potrebbe fare al popolo italiano, in un momento così grave della storia umana perché con questo disastro ecologico saranno gli impoveriti a pagarne le spese, morendo di sete. Sarebbe un bel segno per noi e per tutta l’Europa perché l’acqua è il “diritto alla vita” come afferma papa Francesco. Mai come in questo momento, in cui ci sentiamo minacciati di morte, abbiamo bisogno di segni di vita.

Alex Zanotelli
Napoli, 17 settembre 2020

Per approfondire alcuni dei nostri numerosi post precedenti:

«O lavoriamo insieme per uscire dalla crisi, a tutti i livelli della società, o non ne usciremo mai.» Papa Francesco Udienza Generale 23/09/2020 (foto, testo e video)

UDIENZA GENERALE

Cortile San Damaso
Mercoledì, 23 settembre 2020


Il Papa è arrivato al Cortile di San Damaso alle 9.10 circa, e appena sceso dalla macchina ha cominciato il suo giro a piedi lungo le transenne che raccolgono i circa 550 fedeli ammessi all’udienza del mercoledì, numero che consente di rispettare le misure di sicurezza imposte dalla pandemia in corso. All’inizio del tragitto a piedi, durato circa mezz’ora, Francesco ha firmato alcune palle da tennis che sono state poste alla sua attenzione da alcuni ragazzi. Poi si è soffermato a conversare a lungo con un sacerdote e alcuni ragazzi, ma sempre senza stringere le mani e rispettando il distanziamento sociale. Destinatari privilegiati, anche questa volta, i bambini, tenuti in braccio dai genitori lungo la prima fila delle transenne. Uno di essi stringeva un grande crocifisso ligneo che il Santo Padre ha benedetto. Fermatosi davanti a un gruppo di giovani, il Papa si è sottoposto con gioia al selfie collettivo di rito. Molte, anche oggi, le fotografie e i libri che Francesco ha autografato. Richiamato da due giovani sposi, il Papa si è soffermato a dare loro qualche consiglio e, quando gli hanno mostrato le rispettive fedi, ha fatto un gesto con il pugno della mano quasi a voler suggerire: “tenete duro”. Tra gli striscioni più simpatici, uno giallo con la scritta nera che recita: “Estasmos aprendiendo espagnol, podemos parlar con tigo”. Tra i doni più curiosi, un grande barattolo di miele, di cui una ragazza gli ha illustrato le proprietà benefiche.










Catechesi “Guarire il mondo”: 8. Sussidiarietà e virtù della speranza

Cari fratelli e sorelle, sembra che il tempo non è tanto buono, ma vi dico buongiorno lo stesso!

Per uscire migliori da una crisi come quella attuale, che è una crisi sanitaria e al tempo stesso una crisi sociale, politica ed economica, ognuno di noi è chiamato ad assumersi la sua parte di responsabilità cioè condividere le responsabilità. Dobbiamo rispondere non solo come persone singole, ma anche a partire dal nostro gruppo di appartenenza, dal ruolo che abbiamo nella società, dai nostri principi e, se siamo credenti, dalla fede in Dio. Spesso, però, molte persone non possono partecipare alla ricostruzione del bene comune perché sono emarginate, sono escluse o ignorate; certi gruppi sociali non riescono a contribuirvi perché soffocati economicamente o politicamente. In alcune società, tante persone non sono libere di esprimere la propria fede e i propri valori, le proprie idee: se le esprimono vanno in carcere. Altrove, specialmente nel mondo occidentale, molti auto-reprimono le proprie convinzioni etiche o religiose. Ma così non si può uscire dalla crisi, o comunque non si può uscirne migliori. Usciremo in peggio.

Affinché tutti possiamo partecipare alla cura e alla rigenerazione dei nostri popoli, è giusto che ognuno abbia le risorse adeguate per farlo. Dopo la grande depressione economica del 1929, Papa Pio XI spiegò quanto fosse importante per una vera ricostruzione il principio di sussidiarietà. Tale principio ha un doppio dinamismo: dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto. Forse non capiamo cosa significa questo, ma è un principio sociale che ci fa più uniti.

Da un lato, e soprattutto in tempi di cambiamento, quando i singoli individui, le famiglie, le piccole associazioni o le comunità locali non sono in grado di raggiungere gli obiettivi primari, allora è giusto che intervengano i livelli più alti del corpo sociale, come lo Stato, per fornire le risorse necessarie ad andare avanti. Ad esempio, a causa del lockdown per il coronavirus, molte persone, famiglie e attività economiche si sono trovate e ancora si trovano in grave difficoltà, perciò le istituzioni pubbliche cercano di aiutare con appropriati interventi sociali, economici, sanitari: questa è la loro funzione, quello che devono fare.

Dall’altro lato, però, i vertici della società devono rispettare e promuovere i livelli intermedi o minori. Infatti, il contributo degli individui, delle famiglie, delle associazioni, delle imprese, di tutti i corpi intermedi e anche delle Chiese è decisivo. Questi, con le proprie risorse culturali, religiose, economiche o di partecipazione civica, rivitalizzano e rafforzano il corpo sociale (cfr CDSC, 185). Cioè, c’è una collaborazione dall’alto in basso, dallo Stato centrale al popolo e dal basso in alto: delle formazioni del popolo in alto. E questo è proprio l’esercizio del principio di sussidiarietà.

Ciascuno deve avere la possibilità di assumere la propria responsabilità nei processi di guarigione della società di cui fa parte. Quando si attiva qualche progetto che riguarda direttamente o indirettamente determinati gruppi sociali, questi non possono essere lasciati fuori dalla partecipazione. Per esempio: “Cosa fai tu? - Io vado a lavorare per i poveri – Bello, e cosa fai? – Io insegno ai poveri, io dico ai poveri quello che devono fare – No, questo non va, il primo passo è lasciare che i poveri dicano a te come vivono, di cosa hanno bisogno: Bisogna lasciar parlare tutti! E così funziona il principio di sussidiarietà. Non possiamo lasciare fuori della partecipazione questa gente; la loro saggezza, la saggezza dei gruppi più umili non può essere messa da parte. Purtroppo, questa ingiustizia si verifica spesso là dove si concentrano grandi interessi economici o geopolitici, come ad esempio certe attività estrattive in alcune zone del pianeta. Le voci dei popoli indigeni, le loro culture e visioni del mondo non vengono prese in considerazione. Oggi, questa mancanza di rispetto del principio di sussidiarietà si è diffusa come un virus. Pensiamo alle grandi misure di aiuti finanziari attuate dagli Stati. Si ascoltano di più le grandi compagnie finanziarie anziché la gente o coloro che muovono l’economia reale. Si ascoltano di più le compagnie multinazionali che i movimenti sociali. Volendo dire ciò con il linguaggio della gente comune: si ascoltano più i potenti che i deboli e questo non è il cammino, non è il cammino umano, non è il cammino che ci ha insegnato Gesù, non è attuare il principio di sussidiarietà. Così non permettiamo alle persone di essere «protagoniste del proprio riscatto». Nell’inconscio collettivo di alcuni politici o di alcuni sindacalisti c’è questo motto: tutto per il popolo, niente con il popolo. Dall’alto in basso ma senza ascoltare la saggezza del popolo, senza far attuare questa saggezza nel risolvere dei problemi, in questo caso nell’uscire dalla crisi. O pensiamo anche al modo di curare il virus: si ascoltano più le grandi compagnie farmaceutiche che gli operatori sanitari, impegnati in prima linea negli ospedali o nei campi-profughi. Questa non è una strada buona. Tutti vanno ascoltati, quelli che sono in alto e quelli che sono in basso, tutti.

Per uscire migliori da una crisi, il principio di sussidiarietà dev’essere attuato, rispettando l’autonomia e la capacità di iniziativa di tutti, specialmente degli ultimi. Tutte le parti di un corpo sono necessarie e, come dice San Paolo, quelle parti che potrebbero sembrare più deboli e meno importanti, in realtà sono le più necessarie (cfr 1 Cor 12,22). Alla luce di questa immagine, possiamo dire che il principio di sussidiarietà consente ad ognuno di assumere il proprio ruolo per la cura e il destino della società. Attuarlo, attuare il principio di sussidiarietà dà speranza, dà speranza in un futuro più sano e giusto; e questo futuro lo costruiamo insieme, aspirando alle cose più grandi, ampliando i nostri orizzonti. O insieme o non funziona. O lavoriamo insieme per uscire dalla crisi, a tutti i livelli della società, o non ne usciremo mai. Uscire dalla crisi non significa dare una pennellata di vernice alle situazioni attuali perché sembrino un po’ più giuste. Uscire dalla crisi significa cambiare, e il vero cambiamento lo fanno tutti, tutte le persone che formano il popolo. Tutte le professioni, tutti. E tutti insieme, tutti in comunità. Se non lo fanno tutti il risultato sarà negativo.

In una catechesi precedente abbiamo visto come la solidarietà è la via per uscire dalla crisi: ci unisce e ci permette di trovare proposte solide per un mondo più sano. Ma questo cammino di solidarietà ha bisogno della sussidiarietà. Qualcuno potrà dirmi: “Ma padre oggi sta parlando con parole difficili!”. Ma per questo cerco di spiegare cosa significa. Solidali, perché andiamo sulla strada della sussidiarietà. Infatti, non c’è vera solidarietà senza partecipazione sociale, senza il contributo dei corpi intermedi: delle famiglie, delle associazioni, delle cooperative, delle piccole imprese, delle espressioni della società civile. Tutti devono contribuire, tutti. Tale partecipazione aiuta a prevenire e correggere certi aspetti negativi della globalizzazione e dell’azione degli Stati, come accade anche nella cura della gente colpita dalla pandemia. Questi contributi “dal basso” vanno incentivati. Ma quanto è bello vedere il lavoro dei volontari nella crisi. I volontari che vengono da tutte le parti sociali, volontari che vengono dalle famiglie più benestanti e che vengono dalle famiglie più povere. Ma tutti, tutti insieme per uscire. Questo è solidarietà e questo è principio di sussidiarietà.

Durante il lockdown è nato spontaneo il gesto dell’applauso per i medici e gli infermieri e le infermiere come segno di incoraggiamento e di speranza. Tanti hanno rischiato la vita e tanti hanno dato la vita. Estendiamo questo applauso ad ogni membro del corpo sociale, a tutti, a ognuno, per il suo prezioso contributo, per quanto piccolo. “Ma cosa potrà fare quello di là?. – Ascoltalo, dagli spazio per lavorare, consultalo”. Applaudiamo gli “scartati”, quelli che questa cultura qualifica “scartati”, questa cultura dello scarto, cioè applaudiamo gli anziani, i bambini, le persone con disabilità, applaudiamo i lavoratori, tutti quelli che si mettono al servizio. Tutti collaborano per uscire dalla crisi. Ma non fermiamoci solo all’applauso! La speranza è audace, e allora incoraggiamoci a sognare in grande. Fratelli e sorelle, impariamo a sognare in grande! Non abbiamo paura di sognare in grande, cercando gli ideali di giustizia e di amore sociale che nascono dalla speranza. Non proviamo a ricostruire il passato, il passato è passato, ci aspettano cose nuove. Il Signore ha promesso: “Io farò nuove tutte le cose”. Incoraggiamoci a sognare in grande cercando questi ideali, non proviamo a ricostruire il passato, soprattutto quello che era iniquo e già malato, che ho nominato già come ingiustizie. Costruiamo un futuro dove la dimensione locale e quella globale si arricchiscano mutualmente, - ognuno può dare il suo, ognuno deve dare del suo, la sua cultura, la sua filosofia, il suo modo di pensare -, dove la bellezza e la ricchezza dei gruppi minori anche dei gruppi scartati possa fiorire perché pure lì c’è bellezza, e dove chi ha di più si impegni a servire e a dare di più a chi ha di meno.

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Saluti:
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Rivolgo un cordiale saluto ai fedeli di lingua italiana. Tutti incoraggio a progettare il proprio futuro come un generoso servizio a Dio e al prossimo.

Il mio pensiero va infine, come di consueto, agli anziani, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. La testimonianza di fede e di carità che animò san Pio da Pietrelcina, di cui oggi facciamo memoria, sia per ciascuno un invito a confidare sempre nella bontà di Dio, accostandosi con fiducia al Sacramento della Riconciliazione, di cui il Santo del Gargano, instancabile dispensatore della misericordia divina, fu assiduo e fedele ministro.


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