#Il cielo nello stagno
Il breviario di Gianfranco Ravasi
Nell’acqua di uno stagno si specchia il cielo. Ma se vi getti un sasso, l’immagine si romperà in cerchi concentrici e il cielo sparirà.
Han Fei, morto nel 233 a.C., era un filosofo del diritto che, però, costellava i suoi scritti con aneddoti, aforismi, apologhi, tanto da renderli un gioiello dell’antica letteratura cinese. A questo autore appartiene la suggestiva considerazione simbolica sopra citata, la cui trasparenza metaforica è semplice e quindi universale. Forse può essere accostata a una battuta di Eugenio Montale: «L’uomo di oggi guarda, ma non contempla. Vede ma non pensa». Ma ritorniamo all’immagine di Han Fei. Se ci si mette davanti a uno stagno durante una gita in campagna, è forte la tentazione di gettarvi un sasso per infrangere quell’immobilità. E così quello specchio mirabile, che ci rendeva disponibile il cielo col suo splendore, i suoi colori, i giochi delle nubi e il senso dell’infinito, cade in frantumi e noi ci fermiamo a guardare il movimento delle onde e il fuggire dei girini e l’agitarsi delle foglie galleggianti.
Ebbene, nella vita, siamo molto attenti a tutto ciò che fa rumore e scompiglia, alle realtà più immediate e provocatorie. Non sappiamo né contemplare, né pensare, né approfondire, né entrare nel segreto delle cose semplici o cogliere la bellezza degli eventi minimi. Come lo stagno riflette e rimanda al cielo, così molte realtà possono spingerci verso l’Alto, l’Altro, l’Oltre, ossia verso il mistero e il trascendente, verso il divino.
Spesso purtroppo noi siamo tentati di scagliare un sasso per fare fracasso o per sconvolgere quella quiete. Scopriamo, invece, il linguaggio segreto del mondo, forse proprio in questi giorni di sosta e di vacanza.
(Fonte: “Il Sole 24 Ore” - 2 agosto 2026)
