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sabato 28 dicembre 2019

NATALE 2019 - P. Alex Zanotelli: Il mondo va verso la catastrofe e noi dobbiamo reagire e ribellarci, perche vinca la vita!!

NATALE 2019 - P. Alex Zanotelli:  
Il mondo va verso la catastrofe 
e noi dobbiamo reagire e ribellarci,
perchè vinca la vita!! 


P. Alex Zanotelli ha celebrato la Santa Messa di Natle nella Stazione di Napoli, passaggio e riparo di molti poveri.





Ecco il messaggio di p. Alex:
Per noi che crediamo è la Parola che ha preso carne sul volto di questo bambino, auguro a tutti davvero un santo Natale non quello del consumismo. Ormai il Natale è diventato la più grande festa del consumismo mondiale del mercato mondiale, non è questo lo spirito di Gesù, per questo noi abbiamo scelto di celebrare l'Eucarestia qui non in una chiesa, ma alla stazione, punto di passaggio per tanta gente, punto di ritrovo per tantissimi immigrati,  punto di ritrovo per tantissimi senza fissa dimora, e quindi è importante, Gesù nasce povero, importante celebrare con i poveri, celebriamo quest'anno in un momento particolarmente difficile della storia ...

Primo problema: la minaccia nucleare. 
Trump ha appena destinato 738 miliardi di euro alle armi, di cui 38 miliardi soltanto per la nuova corsa ad armare lo spazio, ormai la guerra si fa dall'alto e la minaccia nucleare diventa sempre più una realtà.  Papa Francesco è stato durissimo in Giappone ha detto due cose molto semplici,  che non soltanto l'uso ma il possesso di una bomba atomica è criminale e pensare di proteggerci con le armi nucleari è immorale.  Sarebbe ora che anche le chiese anche la Chiesa italiana avesse il coraggio di ripeterlo questo noi, che aspettiamo adesso in Italia, o il prossimo anno le nuove, almeno 70 bombe nucleari  ...  che sono veramente ancora più micidiale della bomba di Hiroshima e Nagasaki, abbiamo accettato come Italia l'arrivo dei missili quelli che avevamo a Comiso nucleari,  quindi Davvero è assurdo quei soldi dobbiamo incominciare a reagire perché rischiamo l'inverno nucleari e d'altra parte rischiamo l'altro inverno quello ecologico.

Secondo problema: la minaccia ecologica 
Se si va avanti così ed  entro il 2030 o prendiamo decisioni serie o non c'è nulla da fare, la paura degli scienziati è che si inneschino meccanismi nell'atmosfera talmente gravi da cui non si può più tornare indietro per cui diventerà inevitabile la catastrofe e la catastrofe ci sta attendendo ...  

Ecco celebriamo il Natale in queste circostanze storiche gravissime, è il momento in cui riflettere, siamo impazziti, per me davvero siamo fuori dei gangheri retti, da governi in buona parte sovranisti. Penso a un Tramp negli USA,  penso a un Bolsonaro in Brasile, il governo di estrema destra in Australia, penso all 'Europa e a tutto il populismo che c'è, che anche in Italia è così forte ed è davvero un grosso pericolo e sappiamo dov'è questo sovranismo ci porterà.
Per cui dobbiamo tutti incominciare a pensare e a reagire, ci sono tanti movimenti positivi in giro, dai "Fridays For Future"  alle "Sardine", dobbiamo incominciare tutti ad esporci, a scendere in piazza dire che noi non possiamo accettare,  questo bimbo che nasce e per me il segno davvero di un Dio che ci ha regalato questo bimbo straordinario,  ogni bimbo che nasce, dice un grande poeta, è segno che Dio non sia ancora stancato dell'uomo.

E allora se Lui, che ci ha creati, non si è ancora stancato di noi noi, non possiamo stancarci.
Dobbiamo trovare forza in questa vita nuova che ci dà, per impegnarci perché vinca la vita, con questo è il mio augurio di un buon Natale e di un sereno anno nuovo

GUARDA IL VIDEO


venerdì 27 dicembre 2019

Incontro europeo di Taizé a Breslavia, in Polonia, il “pellegrinaggio della fiducia sulla terra” (28 dicembre - 1° gennaio) “Sempre in cammino, mai sradicati”. Fr. Alois: “Lavoriamo per una mondializzazione dal volto umano” - Papa Francesco: “Siate sempre pronti a nuove partenze”


Incontro europeo di Taizé. Fr. Alois: 
“Lavoriamo per una mondializzazione dal volto umano”

Dopo 30 anni, torna a Breslavia, in Polonia, il 42° Incontro europeo dei giovani animato dalla Comunità ecumenica di Taizé. Un evento che riunirà da domani fino al 1 gennaio 15mila giovani e che ha ricevuto l’incoraggiamento di papa Francesco e leader religiosi e politici. 30 anni fa, osserva fr. Alois, il muro di Berlino era appena caduto, un vento di libertà soffiava in tutta Europa. Oggi il contesto è diverso. “Le divisioni tendono a stabilizzarsi, le generazioni più giovani stanno vivendo con più preoccupazione il futuro. È quindi ancora più importante offrire ai giovani europei l'opportunità di incontrarsi e ascoltarsi al di là delle frontiere”


Fa tappa a Breslavia, in Polonia, il “pellegrinaggio della fiducia sulla terra” che la comunità di Taizé promuove tutti gli anni dal 28 dicembre al 1° gennaio. 15mila sono i giovani che hanno accolto l’invito a trascorrere il capodanno in modo alternativo, impegnati in un programma che alterna preghiere, canti e silenzio, meditazioni sulle pagine del Vangelo, laboratori tematici. Dopo i polacchi, sono gli ucraini il gruppo più numeroso. Ma tra i partecipanti ci sono anche giovani che arrivano da tutto il mondo, alcuni dal Libano e dal Giappone. È stato scelto quest’anno come tema: “Sempre in cammino, mai sradicati”. In un messaggio ai partecipanti, il Papa scrive: “Possiate scoprire insieme quanto il radicamento nella fede vi chiama e vi prepara ad andare verso gli altri e a rispondere alle nuove sfide delle nostre società, in particolare i pericoli che pesano sulla nostra casa comune”. E facendo riferimento a quanto scritto ai giovani nella Esortazione apostolica post sinodale Christus vivit, spiega: “Le radici non sono ancore che ci legano ad altre epoche e ci impediscono di incarnarci nel mondo attuale per far nascere qualcosa di nuovo. Sono, al contrario, un punto di radicamento che ci consente di crescere e di rispondere alle nuove sfide”. Hanno inviato messaggi di auguri e sostegno alla iniziativa anche il Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I, il Patriarca di Mosca e di tutte le Russie Kirill, l’arcivescovo anglicano di York e primate di Inghilterra, John Sentamu, il segretario generale del Consiglio mondiale delle Chiese, Rev. Olav Fykse-Tveit, il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres e per la prima volta la neopresidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Segno che i leader religiosi e politici guardano con speranza all’iniziativa.


Come sempre, anche in Polonia, i ragazzi saranno accolti in famiglia. “Questa splendida ospitalità – commenta al Sir fr. Alois, il priore della comunità di Taizé che ha preso oggi l’eredità del fondatore fr. Roger – è un grande messaggio di fiducia, perché le persone che aprono le loro porte non sanno in anticipo chi saranno i giovani, o anche da quale paese verranno, e potrebbero anche non parlare la loro lingua.

Questi segni di fiducia sono fondamentali per costruire la comunità umana, in un momento in cui molte persone hanno paura degli stranieri”.

Perché in Polonia?

Esiste una lunga amicizia tra la Polonia e la nostra comunità di Taizé, che risale a molto tempo fa, al tempo in cui mons. Karol Wojtyła, il futuro Santo Papa Giovanni Paolo II, venne due volte a Taizé, come Arcivescovo di Cracovia. Più tardi, nel 1973, mons. Wojtyła aveva accolto fr. Roger nella sua casa. Era il tempo in cui fr. Roger era stato invitato più volte a pronunciare una meditazione al pellegrinaggio che riuniva ogni anno 200mila minatori della Slesia a Piekary, non lontano da Cracovia. Successivamente, si sono tenuti in Polonia diversi incontri europei a Breslavia, Varsavia e Poznan. Esattamente 30 anni fa, eravamo nella stessa città di Breslavia. C’era un grande entusiasmo allora, il muro di Berlino era appena caduto, un vento di libertà soffiava in tutta Europa. Oggi il contesto è diverso. Le divisioni tendono a stabilizzarsi, le generazioni più giovani stanno vivendo con più preoccupazione il futuro.

È quindi ancora più importante offrire ai giovani europei l’opportunità di incontrarsi e ascoltarsi al di là delle frontiere.

Quale parola volete dire oggi ai giovani?

Il titolo che abbiamo dato alle cinque “Proposte per il 2020”, che è anche il tema scelto per questo incontro europeo, è: “Sempre in cammino, mai sradicati”. Questa frase fu usata per descrivere la vita di una donna polacca, Sant’Urszula Ledochowska. Perché l’abbiamo scelta? La fede in Cristo ci rende pellegrini, ci pone in cammino dentro noi stessi e verso gli altri, ci rende attenti a coloro che incontriamo. Il Vangelo non è compatibile con il “ciascuno per sé”. Pensiamo, ad esempio, ai migranti: come vivere un’accoglienza che rispetti la loro dignità? Certo, i grandi movimenti migratori stanno sconvolgendo le nostre società, ma vediamo anche l’opportunità che ci offrono. Pensiamo alle grandi emergenze ecologiche e climatiche. Ci chiedono una nuova flessibilità, una conversione dei nostri modi di vivere. Per affrontare coraggiosamente le sfide che ci turbano, abbiamo bisogno di un solido sostegno. Ci chiedono di essere saldamente radicati nella fede. Ecco perché attraverso il nostro tema, vogliamo proporre ai giovani di approfondire queste due realtà che a prima vista sembrano contraddittorie.

Cosa vorrebbe che rimanesse nei ragazzi dopo questa esperienza?

La bontà di Dio. Vorremmo che i giovani, e anche coloro che li accoglieranno, scoprano nei loro cuori che Dio è amore, che Cristo è venuto a rivelarci la sua compassione senza limiti e che tutti loro sono portatori dello Spirito Santo e costituiscono insieme Il popolo di Dio. In fondo, questo incontro non ha altro scopo.

Fr. Alois, cosa la preoccupa di più oggi? E quale il suo augurio per il 2020? Per la Chiesa, il Papa Francesco, l’umanità?

La Chiesa sta attraversando un momento difficile, è come la barca degli apostoli che fronteggia la tempesta. Ma attraverso questa prova, possiamo anche crescere in umiltà e semplicità.

Ciò che spero per il futuro è che la Chiesa contribuisca a costruire una mondializzazione dal volto umano.

A tante domande si può rispondere solo se le soluzioni che si cercano, scaturiscono dalla collaborazione tra popoli. A questo proposito, abbiamo ricevuto un forte incoraggiamento dai messaggi che ci sono arrivati dai responsabili delle Chiese e leader politici per l’incontro di Breslavia.


Al via a Wroclaw, in Polonia, il 42 esimo raduno della comunità ecumenica sul tema “Sempre in cammino, mai sradicati”. Gli auguri del Papa e degli altri leader cristiani ai 15 mila partecipanti


L'incontro dei giovani di Taizè, lo scorso anno, a Madrid


Il programma in italiano con l'orario delle attività nei vari giorni



«Nel martirio di Stefano la violenza è sconfitta dall’amore, la morte dalla vita. ... La festa di questo primo martire Stefano ci chiama a ricordare tutti i martiri di ieri e di oggi» Papa Francesco Angelus 26/12/2019 (testo e video)


FESTA DI SANTO STEFANO PROTOMARTIRE
PAPA FRANCESCO
ANGELUS
Piazza San Pietro
Giovedì, 26 dicembre 2019

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Si celebra oggi la festa di Santo Stefano, primo martire. Il Libro degli Atti degli Apostoli ci parla di lui (cfr cap. 6-7) e nella pagina della liturgia di oggi ce lo presenta nei momenti finali della sua vita, quando viene catturato e lapidato (cfr 6,12; 7,54-60). Nel clima gioioso del Natale, questa memoria del primo cristiano ucciso per la fede potrebbe apparire fuori luogo. Tuttavia, proprio nella prospettiva della fede, l’odierna celebrazione si pone in sintonia con il vero significato del Natale. Nel martirio di Stefano, infatti, la violenza è sconfitta dall’amore, la morte dalla vita: egli, nell’ora della testimonianza suprema, contempla i cieli aperti e dona ai persecutori il suo perdono (cfr v. 60).

Questo giovane servitore del Vangelo, pieno di Spirito Santo, ha saputo narrare Gesù con le parole, e soprattutto con la sua vita. Guardando a lui, vediamo realizzarsi la promessa di Gesù ai suoi discepoli: “Quando vi maltratteranno per causa mia, lo Spirito del Padre vi darà la forza e le parole per dare testimonianza” (cfr Mt 10,19-20). Alla scuola di Santo Stefano, diventato simile al suo Maestro sia nella vita sia nella morte, anche noi fissiamo lo sguardo su Gesù, testimone fedele del Padre. Impariamo che la gloria del Cielo, quella che dura per la vita eterna, non è fatta di ricchezze e potere, ma di amore e donazione di sé.

Abbiamo bisogno di tenere lo sguardo fisso su Gesù, «autore e perfezionatore della nostra fede» (Eb 12,2), per poter rendere ragione della speranza che ci è stata donata (cfr 1Pt 3,15), attraverso le sfide e le prove che dobbiamo affrontare quotidianamente. Per noi cristiani, il cielo non è più lontano, separato dalla terra: in Gesù, il Cielo è disceso sulla terra. E grazie a Lui, con la forza dello Spirito Santo, noi possiamo assumere tutto ciò che è umano e orientarlo verso il Cielo. Così che la prima testimonianza sia proprio il nostro modo di essere umani, uno stile di vita plasmato secondo Gesù: mite e coraggioso, umile e nobile, non violento.

Stefano era diacono, uno dei primi sette diaconi della Chiesa (cfr At 6,1-6). Egli ci insegna ad annunciare Cristo attraverso gesti di fraternità e di carità evangelica. La sua testimonianza, culminata nel martirio, è fonte di ispirazione per il rinnovamento delle nostre comunità cristiane. Esse sono chiamate a diventare sempre più missionarie, tutte protese all’evangelizzazione, decise a raggiungere gli uomini e le donne nelle periferie esistenziali e geografiche, dove più c’è sete di speranza e di salvezza. Comunità che non seguono la logica mondana, che non mettono al centro se stesse, la propria immagine, ma unicamente la gloria di Dio e il bene della gente, specialmente dei piccoli e dei poveri.

La festa di questo primo martire Stefano ci chiama a ricordare tutti i martiri di ieri e di oggi, - oggi sono tanti! - a sentirci in comunione con loro, e a chiedere a loro la grazia di vivere e morire con il nome di Gesù nel cuore e sulle labbra. Maria, Madre del Redentore, ci aiuti a vivere questo tempo di Natale fissando lo sguardo su Gesù, per diventare ogni giorno più simili a Lui.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

mi unisco al dolore che si è abbattuto sulla cara popolazione delle Filippine a causa del tifone Phanfone. Prego per le numerose vittime, per i feriti e per le loro famiglie. Invito tutti a recitare con me l’Ave Maria per questo popolo al quale voglio tanto bene.

Ave o Maria, …

Saluto tutti voi, pellegrini provenienti dall’Italia e da tutti i Paesi. La gioia del Natale che riempie anche oggi i nostri cuori, susciti in tutti il desiderio di contemplare Gesù nella grotta del presepe, per poi servirlo e amarlo nei nostri fratelli, specialmente i più bisognosi.

In questi giorni ho ricevuto tanti messaggi augurali da Roma e da altre parti del mondo. Non mi è possibile rispondere a ciascuno ma prego per ognuno. Pertanto esprimo oggi a voi e a tutti il mio sincero ringraziamento, specialmente per il dono della preghiera che tanti di voi hanno promesso di fare: grazie tante.

Buona festa di Santo Stefano. Per favore, continuate a pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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Storia di Natale: la suora che adotta il bimbo "raro" abbandonato

Storia di Natale:
la suora che adotta il bimbo "raro" abbandonato

La storia arriva da Chieti ed è stata raccontata dall'Osservatorio Malattie Rare: madre Vera ha scelto di diventare mamma di un bimbo nato in condizioni difficili. Angelo, così chiamiamo il bambino, ha due giorni quando viene sottoposto al primo di quattro interventi neurochirurgici. Soffre di “displasia setto ottica (SOD)”, condizione rara e gravissima, non vede, non sente, non impara a camminare e avrà una vita molto breve. I genitori non se la sentono di riconoscerlo ed è impossibile trovargli una famiglia. Lo ha fatto questa suora della Fondazione Figlie dell’Amore di Gesù e Maria onlus, comunità religiosa che ha fondato e accoglie bimbi e giovani in difficoltà. Così, Angelo ha avuto una mamma e un cognome. E’ una storia che arriva dalla provincia di Chieti, ma che ha tutta la forza per divenire un esempio, una stella cometa.


La storia comincia con un cesareo programmato a sole 36 settimane di gestazione per una diagnosi prenatale di idrocefalo malformativo (sospetta oloprosencefalia). 

Alla nascita la situazione di Angelo, così chiamiamo il bimbo, si rivela subito difficile, ha solo due giorni quando viene sottoposto al primo di quattro interventi neurochirurgici. Alla fine di un lungo periodo di ricovero, interventi e visite il verdetto dei medici è pesante: “displasia setto ottica (SOD)”: è una condizione molto rara e caratterizzata da ipoplasia del nervo ottico, anomalie degli ormoni ipofisari e difetti delle strutture cerebrali della linea mediana. In sostanza Angelo non vede, non sente, il suo corpo non produce alcun ormone, non imparerà a camminare e la sua vita potrebbe essere molto breve: un peso enorme di fronte al quale i genitori biologici decidono di non riconoscere il bimbo. Angelo è adottabile, ma in queste condizioni – che ricordano la storia di Giovannino – sarà difficile trovare una coppia che se la senta di prenderlo con sé.

L’altro protagonista di questa storia è una donna: Madre Vera, suora della Fondazione Figlie dell'Amore di Gesù e Maria onlus, comunità religiosa che ha fondato e che accoglie bimbi e giovani in difficoltà. L’incontro con Angelo cambierà la vita ad entrambi.

«Io non ho fatto nulla», racconta Madre Vera a Osservatorio Malattie Rare, «ha fatto tutto lui, con la sua voglia di vivere e il suo amore mi ha dato la forza di superare qualsiasi ostacolo e fare tutti i passaggi che erano necessari». Angelo non ha una famiglia e ha bisogno di tantissime attenzioni: Madre Vera ha deciso che quel bimbo avrà tutto ciò che è possibile e avrà anche un cognome, il suo. Con un piglio deciso affronta tutta la burocrazia necessaria per l’adozione: non è un caso che in questa vicenda qualcuno l’abbia definita “un po’ suora e un po’ manager”. 

Nel caso di Angelo, un ‘bimbo con bisogni speciali’ è attivabile una procedura d’urgenza, l’adozione può essere fatta anche da una singola persona e non ci sono limiti di età: tutto sotto l’attento vaglio del Tribunale per i minori. «Ho fatto tutti i passi che c’erano da fare», racconta, «sia quelli al Tribunale sia quelli interni alla Chiesa, ne ho parlato con il mio Vescovo, con le Sorelle e alla fine ho avuto l’appoggio di tutti»
Anche lo Sportello Malattie Rare di Pescara diventa un fondamentale punto di supporto e alla fine ce la fanno: Angelo ha una famiglia, Madre Vera è legalmente sua madre, dal Tribunale arrivano i documenti di Angelo con il suo nuovo cognome. Il Tribunale ha anche nominato tutte le suore della comunità legalmente Zie del bimbo: un caso rarissimo, forse unico, ma non necessariamente destinato a rimanere tale. 

«La sua diagnosi implicava cecità e sordità, ma Angelo forse percepiva attraverso la pelle chi gli voleva bene e si prendeva cura di lui», racconta la dottoressa Rita Capanna dell’UO di Pediatria Medica di Pescara, «ad ogni visita medica il piccolo sembrava imparare a fidarsi di più, non piangeva come le prime volte, sorrideva ed appariva rilassato, persino i prelievi, quasi impossibili all'inizio, erano diventati facili. Angelo ha regalato un po' del suo essere speciale anche a noi, ha avuto amore e ha avuto tutte le cure di cui aveva bisogno, la sua mamma lo ha portato dai migliori specialisti: il nostro è un ospedale piccolo, per le cose più complesse era seguito al Gaslini di Genova».

Oggi Madre Vera è una mamma che ha perso il suo bambino, che ne piange la mancanza: Angelo se ne è andato due mesi fa, la sua malattia non gli ha consentito di superare i 18 mesi, ma se pur difficile la sua vita è stata piena di amore e ha anche creato un precedente giuridico importante. Grazie a Madre Vera e ad Angelo altri bimbi in difficoltà potrebbero avere una famiglia. Come Laura, anche qui il nome è di fantasia, che oggi ha 2 anni, diverse patologie e soprattutto un grave problema cardiaco: è già stata operata ma presto dovrà esserlo di nuovo. Anche lei non ha i genitori, è stata a lungo ricoverata e dichiarata adottabile: ora è affidata alle suore di Madre Vera. Anche Laura non ha ancora un cognome, ma chissà che le suore non lo trovino anche per lei: nel frattempo certamente non le mancheranno amore e attenzioni.

Qui una poesia che la mamma ha scritto per il suo bimbo

Il piccolo è Angelo…
non ce ne siamo accorti.
Il buon Dio lo aveva mandato
per stare vicino a qualche bambino,
ma aveva bisogno di mangiare, di bere,
di riposarsi un attimino
e, passando, si è fermato da noi.
Poi è arrivata la voce di Dio:
“Ma non ti avevo dato una missione?”
E lui con un colpo di tosse è andato via…
E’ un angelo dell’amore. 
                                               Suor Vera




giovedì 26 dicembre 2019

"L’Emmanuele sia luce per tutta l’umanità ferita. Sciolga il nostro cuore spesso indurito ed egoista e ci renda strumenti del suo amore." Papa Francesco - Natale del Signore - Benedizione "Urbi et Orbi"

NATALE 2019
"L’Emmanuele sia luce per tutta l’umanità ferita. 
Sciolga il nostro cuore spesso indurito ed egoista 
e ci renda strumenti del suo amore."
Papa Francesco 

 Natale del Signore - Benedizione "Urbi et Orbi"
25 dicembre 2019



«Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce» (Is 9,1).

Cari fratelli e sorelle, buon Natale!

Dal grembo della madre Chiesa, questa notte è nato nuovamente il Figlio di Dio fatto uomo.
Il suo nome è Gesù, che significa Dio salva. Il Padre, Amore eterno e infinito, lo ha mandato nel mondo non per condannarlo, ma per salvarlo (cfr Gv 3,17). Il Padre lo ha dato, con immensa misericordia. Lo ha dato per tutti. Lo ha dato per sempre. Ed Egli è nato, come piccola fiammella accesa nel buio e nel freddo della notte.

Quel Bambino, nato dalla Vergine Maria, è la Parola di Dio fatta carne. La Parola che ha orientato il cuore e i passi di Abramo verso la terra promessa, e continua ad attirare coloro che si fidano delle promesse di Dio. La Parola che ha guidato gli ebrei nel cammino dalla schiavitù alla libertà, e continua a chiamare gli schiavi di ogni tempo, anche di oggi, ad uscire dalle loro prigioni. È Parola più luminosa del sole, incarnata in un piccolo figlio di uomo, Gesù, luce del mondo.

Per questo il profeta esclama: «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce» (Is 9,1). Sì, ci sono tenebre nei cuori umani, ma più grande è la luce di Cristo. Ci sono tenebre nelle relazioni personali, familiari, sociali, ma più grande è la luce di Cristo. Ci sono tenebre nei conflitti economici, geopolitici ed ecologici, ma più grande è la luce di Cristo.

Cristo sia luce per i tanti bambini che patiscono la guerra e i conflitti in Medio Oriente e in vari Paesi del mondo. Sia conforto per l’amato popolo siriano che ancora non vede la fine delle ostilità che hanno lacerato il Paese in questo decennio. Scuota le coscienze degli uomini di buona volontà. Ispiri oggi i governanti e la comunità internazionale a trovare soluzioni che garantiscano la sicurezza e la convivenza pacifica dei popoli della Regione e ponga fine alle loro indicibili sofferenze. Sia sostegno per il popolo libanese, perché possa uscire dall’attuale crisi e riscopra la sua vocazione ad essere un messaggio di libertà e di armoniosa coesistenza per tutti.

Il Signore Gesù sia luce per la Terra Santa dov’Egli è nato, Salvatore dell’uomo, e dove continua l’attesa di tanti che, pur nella fatica ma senza sfiduciarsi, aspettano giorni di pace, di sicurezza e di prosperità. Sia consolazione per l’Iraq, attraversato da tensioni sociali, e per lo Yemen, provato da una grave crisi umanitaria.

Sia speranza il piccolo Bambino di Betlemme per tutto il Continente americano, in cui diverse Nazioni stanno attraversando una stagione di sommovimenti sociali e politici. Rinfranchi il caro popolo venezuelano, lungamente provato da tensioni politiche e sociali e non gli faccia mancare l’aiuto di cui abbisogna. Benedica gli sforzi di quanti si stanno prodigando per favorire la giustizia e la riconciliazione e si adoperano per superare le varie crisi e le tante forme di povertà che offendono la dignità di ogni persona.

Sia luce, il Redentore del mondo, per la cara Ucraina, che ambisce a soluzioni concrete per una pace duratura.

Il Signore che è nato sia luce per i popoli dell’Africa, dove perdurano situazioni sociali e politiche che spesso costringono le persone ad emigrare, privandole di una casa e di una famiglia. Sia pace per la popolazione che vive nelle regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo, martoriata da persistenti conflitti. Sia conforto per quanti patiscono a causa delle violenze, delle calamità naturali o delle emergenze sanitarie. Sia conforto a quanti sono perseguitati a causa della loro fede religiosa, specialmente i missionari e i fedeli rapiti, e a quanti cadono vittime di attacchi da parte di gruppi estremisti, soprattutto in Burkina Faso, Mali, Niger e Nigeria.

Il Figlio di Dio, disceso dal Cielo sulla terra, sia difesa e sostegno per quanti, a causa di queste ed altre ingiustizie, devono emigrare nella speranza di una vita sicura. È l’ingiustizia che li obbliga ad attraversare deserti e mari, trasformati in cimiteri. È l’ingiustizia che li costringe a subire abusi indicibili, schiavitù di ogni tipo e torture in campi di detenzione disumani. È l’ingiustizia che li respinge da luoghi dove potrebbero avere la speranza di una vita degna e fa loro trovare muri di indifferenza.

L’Emmanuele sia luce per tutta l’umanità ferita. Sciolga il nostro cuore spesso indurito ed egoista e ci renda strumenti del suo amore. Attraverso i nostri poveri volti, doni il suo sorriso ai bambini di tutto il mondo: a quelli abbandonati e a quelli che hanno subito violenze. Attraverso le nostre deboli braccia, vesta i poveri che non hanno di che coprirsi, dia il pane agli affamati, curi gli infermi. Per la nostra fragile compagnia, sia vicino alle persone anziane e a quelle sole, ai migranti e agli emarginati. In questo giorno di festa, doni a tutti la sua tenerezza e rischiari le tenebre di questo mondo.
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Cari fratelli e sorelle,

rinnovo i miei auguri di Buon Natale a tutti voi, giunti da ogni parte del mondo in questa Piazza, e a quanti da diversi Paesi sono collegati mediante la radio, la televisione e gli altri mezzi di comunicazione. Vi ringrazio per la vostra presenza in questo giorno di gioia.

Tutti siamo chiamati a dare speranza al mondo, annunciando con le parole e soprattutto con la testimonianza della nostra vita che Gesù, nostra pace, è nato.

Papa Francesco omelia notte di Natale: «Stanotte l’amore di Dio si è mostrato a noi: è Gesù. In Gesù l’Altissimo si è fatto piccolo, per essere amato da noi... Dio arriva gratis... A me, a te, a ciascuno di noi oggi dice: “Ti amo e ti amerò sempre, sei prezioso ai miei occhi”... Caro fratello, cara sorella, se le tue mani ti sembrano vuote, se vedi il tuo cuore povero di amore, questa notte è per te. È apparsa la grazia di Dio per risplendere nella tua vita. Accoglila e brillerà in te la luce del Natale.» (foto, testo e video)

SANTA MESSA DELLA NOTTE
SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE
CAPPELLA PAPALE
OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Basilica Vaticana
Martedì, 24 dicembre 2019










«Su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (Is 9,1). Questa profezia della prima Lettura si è realizzata nel Vangelo: infatti, mentre i pastori vegliavano di notte nelle loro terre, «la gloria del Signore li avvolse di luce» (Lc 2,9). Nella notte della terra è apparsa una luce dal cielo. Che cosa significa questa luce apparsa nell’oscurità? Ce lo suggerisce l’Apostolo Paolo, che ci ha detto: «È apparsa la grazia di Dio». La grazia di Dio, che «porta salvezza a tutti gli uomini» (Tt 2,11), stanotte ha avvolto il mondo.

Ma che cos’è questa grazia? È l’amore divino, l’amore che trasforma la vita, rinnova la storia, libera dal male, infonde pace e gioia. Stanotte l’amore di Dio si è mostrato a noi: è Gesù. In Gesù l’Altissimo si è fatto piccolo, per essere amato da noi. In Gesù Dio si è fatto Bambino, per lasciarsi abbracciare da noi. Ma, possiamo ancora chiederci, perché San Paolo chiama la venuta nel mondo di Dio “grazia”? Per dirci che è completamente gratuita. Mentre qui in terra tutto pare rispondere alla logica del dare per avere, Dio arriva gratis. Il suo amore non è negoziabile: non abbiamo fatto nulla per meritarlo e non potremo mai ricompensarlo.

È apparsa la grazia di Dio. Stanotte ci rendiamo conto che, mentre non eravamo all’altezza, Egli si è fatto per noi piccolezza; mentre andavamo per i fatti nostri, Egli è venuto tra noi. Natale ci ricorda che Dio continua ad amare ogni uomo, anche il peggiore. A me, a te, a ciascuno di noi oggi dice: “Ti amo e ti amerò sempre, sei prezioso ai miei occhi”. Dio non ti ama perché pensi giusto e ti comporti bene; ti ama e basta. Il suo amore è incondizionato, non dipende da te. Puoi avere idee sbagliate, puoi averne combinate di tutti i colori, ma il Signore non rinuncia a volerti bene. Quante volte pensiamo che Dio è buono se noi siamo buoni e che ci castiga se siamo cattivi. Non è così. Nei nostri peccati continua ad amarci. Il suo amore non cambia, non è permaloso; è fedele, è paziente. Ecco il dono che troviamo a Natale: scopriamo con stupore che il Signore è tutta la gratuità possibile, tutta la tenerezza possibile. La sua gloria non ci abbaglia, la sua presenza non ci spaventa. Nasce povero di tutto, per conquistarci con la ricchezza del suo amore.

È apparsa la grazia di Dio. Grazia è sinonimo di bellezza. Stanotte, nella bellezza dell’amore di Dio, riscopriamo pure la nostra bellezza, perché siamo gli amati di Dio. Nel bene e nel male, nella salute e nella malattia, felici o tristi, ai suoi occhi appariamo belli: non per quel che facciamo, ma per quello che siamo. C’è in noi una bellezza indelebile, intangibile, una bellezza insopprimibile che è il nucleo del nostro essere. Oggi Dio ce lo ricorda, prendendo con amore la nostra umanità e facendola sua, “sposandola” per sempre.

Davvero la «grande gioia» annunciata stanotte ai pastori è «di tutto il popolo». In quei pastori, che non erano certo dei santi, ci siamo anche noi, con le nostre fragilità e debolezze. Come chiamò loro, Dio chiama anche noi, perché ci ama. E, nelle notti della vita, a noi come a loro dice: «Non temete» (Lc 2,10). Coraggio, non smarrire la fiducia, non perdere la speranza, non pensare che amare sia tempo perso! Stanotte l’amore ha vinto il timore, una speranza nuova è apparsa, la luce gentile di Dio ha vinto le tenebre dell’arroganza umana. Umanità, Dio ti ama e per te si è fatto uomo, non sei più sola!

Cari fratelli e sorelle, che cosa fare di fronte a questa grazia? Una cosa sola: accogliere il dono. Prima di andare in cerca di Dio, lasciamoci cercare da Lui, che ci cerca per primo. Non partiamo dalle nostre capacità, ma dalla sua grazia, perché è Lui, Gesù, il Salvatore. Posiamo lo sguardo sul Bambino e lasciamoci avvolgere dalla sua tenerezza. Non avremo più scuse per non lasciarci amare da Lui: quello che nella vita va storto, quello che nella Chiesa non funziona, quello che nel mondo non va non sarà più una giustificazione. Passerà in secondo piano, perché di fronte all’amore folle di Gesù, a un amore tutto mitezza e vicinanza, non ci sono scuse. La questione a Natale è: “Mi lascio amare da Dio? Mi abbandono al suo amore che viene a salvarmi?”.

Un dono così grande merita tanta gratitudine. Accogliere la grazia è saper ringraziare. Ma le nostre vite trascorrono spesso lontane dalla gratitudine. Oggi è il giorno giusto per avvicinarci al tabernacolo, al presepe, alla mangiatoia, per dire grazie. Accogliamo il dono che è Gesù, per poi diventare dono come Gesù. Diventare dono è dare senso alla vita. Ed è il modo migliore per cambiare il mondo: noi cambiamo, la Chiesa cambia, la storia cambia quando cominciamo non a voler cambiare gli altri, ma noi stessi, facendo della nostra vita un dono.

Gesù ce lo mostra stanotte: non ha cambiato la storia forzando qualcuno o a forza di parole, ma col dono della sua vita. Non ha aspettato che diventassimo buoni per amarci, ma si è donato gratuitamente a noi. Anche noi, non aspettiamo che il prossimo diventi bravo per fargli del bene, che la Chiesa sia perfetta per amarla, che gli altri ci considerino per servirli. Cominciamo noi. Questo è accogliere il dono della grazia. E la santità non è altro che custodire questa gratuità.

Una graziosa leggenda narra che, alla nascita di Gesù, i pastori accorrevano alla grotta con vari doni. Ciascuno portava quel che aveva, chi i frutti del proprio lavoro, chi qualcosa di prezioso. Ma, mentre tutti si prodigavano con generosità, c’era un pastore che non aveva nulla. Era poverissimo, non aveva niente da offrire. Mentre tutti gareggiavano nel presentare i loro doni, se ne stava in disparte, con vergogna. A un certo punto San Giuseppe e la Madonna si trovarono in difficoltà a ricevere tutti i doni, tanti, soprattutto Maria, che doveva reggere il Bambino. Allora, vedendo quel pastore con le mani vuote, gli chiese di avvicinarsi. E gli mise tra le mani Gesù. Quel pastore, accogliendolo, si rese conto di aver ricevuto quanto non meritava, di avere tra le mani il dono più grande della storia. Guardò le sue mani, quelle mani che gli parevano sempre vuote: erano diventate la culla di Dio. Si sentì amato e, superando la vergogna, cominciò a mostrare agli altri Gesù, perché non poteva tenere per sé il dono dei doni.

Caro fratello, cara sorella, se le tue mani ti sembrano vuote, se vedi il tuo cuore povero di amore, questa notte è per te. È apparsa la grazia di Dio per risplendere nella tua vita. Accoglila e brillerà in te la luce del Natale.

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Santo Stefano 2019: una storia di sangue che continua di mons. Gianfranco Ravasi


Santo Stefano 2019: una storia di sangue che continua
di mons. Gianfranco Ravasi*


Sappiamo che la storia di Stefano non appartiene a un passato ormai remoto perché essa si ripete oggi in varie regioni del nostro pianeta, come allora era stata replicata per quella fitta serie di martiri che l’Apocalisse fa sfilare davanti al trono divino e all’Agnello Cristo, “una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua…, avvolti in vesti candide e con rami di palma nelle loro mani” (7,9)


L’hanno collocato nel calendario subito dopo il Natale che, in verità, non è proprio la festa tutta luci, regali e pranzi a cui siamo abituati, se pensiamo a quella nascita in uno spazio di fortuna, al sanguinario accompagnamento della strage dei neonati di Betlemme, allo “status” di profughi in Egitto della famiglia di Gesù. Stiamo evocando ovviamente il diacono Stefano e le righe che leggeremo proprio nella liturgia del 26 dicembre, scritte dall’evangelista Luca nella sua seconda opera: “Lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo… Mentre lo lapidavano, Stefano pregava e diceva: Signore Gesù, accogli il mio spirito! Poi piegò le ginocchia e gridò forte: Signore, non imputar loro questo peccato! Detto questo, morì” (Atti 7,58-60). Una morte evidentemente modellata su quella di Cristo che ugualmente aveva perdonato i suoi crocifissori e invocato il Padre perché accogliesse la sua vita e il suo spirito.

Sappiamo anche che la storia di Stefano non appartiene a un passato ormai remoto perché essa si ripete oggi in varie regioni del nostro pianeta,

come allora era stata replicata per quella fitta serie di martiri che l’Apocalisse fa sfilare davanti al trono divino e all’Agnello Cristo, “una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua…, avvolti in vesti candide e con rami di palma nelle loro mani” (7,9). Lo scorso 11 dicembre, durante l’udienza del mercoledì, Papa Francesco aveva commentato quell’esperienza radicale così: “Il martirio è l’aria della vita di una comunità cristiana. Sempre ci sono martiri tra noi: è questo il segno che siamo sulla strada di Gesù”.
​Vorremmo, allora, proporre una breve storia della persecuzione secondo la Bibbia, partendo proprio dalla stessa voce di Cristo. “Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi” (Matteo 5,10-12). Queste che sono le due ultime “beatitudini” del discorso della Montagna gettano, infatti, un duplice sguardo sulla storia biblica. Si rivolgono innanzitutto al passato quando i profeti erano sottoposti a feroci contestazioni da parte di quel potere che essi sfidavano per affermare verità e giustizia.

Pensiamo, ad esempio, a Elia e all’attacco sistematico che gli riserverà la regina Gezabele per farne tacere la voce. Oppure ad Amos, contestato anche dal sacerdote ufficiale Amasia, o a Geremia la cui vita tormentata sarà evocata autobiograficamente nelle pagine del suo libro denominate come “confessioni”.

Pensiamo al destino dell’ultimo dei profeti, Giovanni Battista, la cui voce fremente (“Non ti è lecito!”) e la cui esistenza sono cancellate dal potere prevaricatore del re Erode Antipa. Lo stesso Stefano da noi citato, prima di suggellare col sangue la sua fede, accuserà il Sinedrio con queste parole veementi: “Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete divenuti traditori e uccisori” (Atti 7,52).
​Lo sguardo di Cristo si rivolge, però, anche al futuro suo e nostro, quello della Chiesa. Egli, infatti, nel “discorso missionario” non esiterà a tracciare un ritratto severo e non edulcorato del destino che attende il suo discepolo sia all’interno della sua famiglia sia nella sua comunità nazionale e religiosa. Simili a pecore in mezzo a lupi, i fedeli vedranno attorno a sé ergersi una fredda cortina di odio, di rigetto, di criminalizzazione che li costringerà alla fuga e a portare la croce fino al martirio per la fedeltà al Vangelo (Matteo 10,16-23).

Lunga sarà la lista delle persecuzioni che gli Atti degli apostoli registrano per la comunità cristiana delle origini, i cui capi, gli apostoli, sono spesso trascinati davanti ai tribunali, flagellati, incarcerati e talora anche uccisi.

Significativa sarà la sorte di san Paolo. Lui che era stato persecutore della Chiesa – come spesso confessa nelle sue lettere – diverrà un perseguitato a causa di Cristo, costretto ad appellare alla suprema cassazione imperiale romana ove, però, troverà la sentenza di morte, come ci informa l’antica tradizione.
​La fedeltà alla propria fede, alla giustizia e alla coerenza trasformano, quindi, il “testimone” in “martire” (come è noto, quest’ultimo vocabolo greco ha appunto il valore di “testimone”). La figura sulla quale ci si esempla è quella del Martire per eccellenza, Cristo.


La sua esistenza è sottoposta a una pressione continua, la sua opera e la sua parola sono osteggiate, l’approdo ultimo della sua vita è in un processo e in un’esecuzione capitale.

Ma, come il seme che muore nella terra, egli è destinato per questa via a portare frutto di salvezza. È per questo che le aspre persecuzioni dei giusti, descritte dall’Apocalisse a cui sopra accennavamo, hanno come meta la gloria celeste e la vita eterna nella Gerusalemme nuova e perfetta.
​Concludiamo con due voci più vicine ai nostri tempi, antitetiche tra loro (l’uno agnostico, l’altro sacerdote appassionato), così come sono apparentemente opposte le loro dichiarazioni, eppure in realtà convergenti. Da un lato, lo scrittore francese Albert Camus, nella raccolta di racconti La caduta (1956), si rivolgeva così ai testimoni autentici: “Martiri, dovete scegliere tra essere dimenticati, scherniti o ridotti a strumenti. Quanto ad essere colpiti: questo mai”. In realtà la comprensione, anzi, la loro necessità è affermata da don Primo Mazzolari anche per la Chiesa di oggi: “Un gruppo di uomini liberi e consapevoli fino al martirio è la novità più rivoluzionaria che il presente possa attendersi”.

*cardinale presidente del Pontificio Consiglio della cultura, della Pontificia Commissione di archeologia sacra e del Consiglio di coordinamento fra Accademie pontificie
 (fonte: Sir 26/12/2019)



Sul senso più profondo del Natale, oltre folklore e retorica - Riflessione del biblista Alberto Maggi

Sul senso più profondo del Natale, oltre folklore e retorica
di Alberto Maggi*

Quale verità intendono trasmettere gli evangelisti con la nascita di Gesù che si celebra con il Natale? Su ilLibraio.it la riflessione del biblista Alberto Maggi



IL SALVATORE

Con la Lettera apostolica Admirabile signum, Papa Francesco incoraggia a realizzare, in ogni forma possibile, “la bella tradizione delle nostre famiglie, che nei giorni precedenti il Natale preparano il presepe. Come pure la consuetudine di allestirlo nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri, nelle piazze…”. Il Papa afferma inoltre che il presepe “manifesta la tenerezza di Dio”, che in Gesù “si abbassa alla nostra piccolezza”.

Indubbiamente il presepio può aiutare a riflettere e attualizzare, nella realtà quotidiana, l’evento della nascita del Bambino, per essere poi capaci di incontrarlo “nei fratelli e nelle sorelle più bisognose”. Ma perché questo sia possibile, è importante conoscere il significato dell’episodio evangelico che con il presepio si intende raffigurare, altrimenti si rischia di ridurre il tutto a sola tradizione o a puro folklore. Quando infatti si fa prevalere il sentimento sul significato, si corre il rischio di considerare il Natale alla stregua di una leggenda o di una bella favola, come quella di Babbo Natale, che fa certamente vibrare per qualche giorno le emozioni, ma poco o nulla incide nella vita degli uomini, e poi, passato il Natale, si ripone via, come le luci e gli addobbi natalizi.

Quale verità intendono trasmettere gli evangelisti con la nascita di Gesù che si celebra con il Natale? La buona notizia che essi annunciano è che il progetto, che da sempre Dio aveva sull’umanità, prima ancora della creazione del mondo, che ogni uomo potesse diventare suo figlio, e avere così la sua stessa vita divina (Ef 1,4-6), una vita indistruttibile, eterna, si è realizzato storicamente in Gesù di Nazareth (“Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”, Gv 1,14) e, attraverso di lui, incessantemente proposto a tutti: “A quanti l’hanno accolto ha dato la capacità di divenire Figli di Dio” (Gv 1,12).

Il Natale che viene presentato dagli evangelisti è una lettura, o interpretazione teologica della nascita di Gesù alla luce della sua morte e risurrezione e, per questo, quelle della natività e prima infanzia di Gesù, sono pagine altamente significative e ricche di verità teologiche. Per scoprirle occorre procedere a un’operazione di pulizia togliendo quelle sovrastrutture, anche belle, che hanno finito per soffocare e nascondere il significato profondo della narrazione evangelica, attirando l’attenzione su dettagli inesistenti o secondari a scapito delle verità trasmesse. L’evangelista più antico, Marco, non accenna minimamente alla nascita di Gesù, e presenta il Cristo già adulto, al momento del battesimo nel fiume Giordano da parte di Giovanni il Battista (Mc 1,9-11), deciso a iniziare la sua missione di presentare agli uomini il vero volto di Dio, un Padre amante di ogni creatura. L’evangelista considerato più recente, Giovanni, offre della venuta del Figlio di Dio una ricca interpretazione teologica, senza però dare alcuna indicazione sulle sue origini (Gv 1,14). Solo Matteo e Luca narrano la nascita del Cristo, ma la loro intenzione non è quella di descrivere minuziosamente la cronaca del giorno, mese e anno, completamente sconosciuti, in cui a Betlemme, da Giuseppe e Maria è nato un maschietto al quale hanno posto di nome Jeshu’a, “Il Signore salva” (l’equivalente di “Salvatore”). Negli evangelisti non si trova nulla della retorica della data, il venticinque dicembre, del freddo e del gelo, dell’ora tanto mistica (mezzanotte), dell’angosciante disperata ricerca di Giuseppe di un luogo dove far partorire la moglie, ormai prossima a dare alla luce Gesù, della nascita del bambino in una grotta o stalla, della presenza dell’asino e del bue, della cometa, di tre re venuti per adorare il Bambino…

Quel che gli evangelisti intendono trasmettere, è che con Gesù “venne nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,9), ma se ne sono accorti quanti vivevano nelle tenebre. La nascita del Salvatore è stata recepita solo da quelli che sentivano la necessità della salvezza. In Luca sono i pastori (“È nato per voi un Salvatore”, Lc 2,11) considerati appartenenti alle categorie più disprezzate ed emarginate, e in Matteo sono i magi (Mt 2,1-12), abominevoli persone non solo perché pagane, quanto perché dedite a un’attività severamente proibita dalla Bibbia (Lv 19,26; At 8,9-24) e vietata ai Giudei: “Chi impara qualcosa da un mago merita la morte” (Shab. b. 75a). La buona notizia del Natale è per questi. Dio in Gesù si manifesta come un Signore che non è buono, ma esclusivamente buono, un Padre che ama i suoi figli non perché questi lo meritino, ma perché Lui è buono. L’amore del Padre non è concesso come un premio per i meritevoli, ma come un dono per i bisognosi. Il Dio che in Gesù si manifesta, è come il medico che non è venuto per i sani ma per i malati, non per i giusti ma per i peccatori (Mt 9,13). Un Dio che in Gesù “non spezza la canna incrinata”, e neanche spegne “una fiamma smorta” (Mt 12,10), che non taglia e getta nel fuoco l’albero che non porta frutto (Mt 3,10), ma cerca di rianimarlo, zappando attorno alle radici e mettendo il concime per vivificarlo (Lc 13,8).

La buona notizia del Natale è che Dio non sta dalla parte dei potenti, che è venuto a rovesciare dai loro troni, né dalla parte dei ricchi, che rimanda a mani vuote, ma è venuto a innalzare gli umiliati e a ricolmare di beni gli affamati (Lc 1,52-53), perché “quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto… (1 Cor 1,28), e come una pietra, che gli uomini scartano perché giudicano non adatta alla costruzione, proprio quella Dio usa come la più importante (Mt 21,42). Per questo, nel vangelo di Giovanni, saranno i samaritani, il popolo disprezzato dai Giudei, e ritenuto una razza bastarda (2 Re 17,6.24), tanto da essere trattati peggio dei pagani, e considerati nemici di Dio, quelli che riconosceranno e accoglieranno Gesù, quale “salvatore del mondo” (Gv 4,42).

*Alberto Maggi, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme. Fondatore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci» a Montefano (Macerata), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere.
Maggi ha pubblicato diversi libri, tra cui: Chi non muore si rivede – Il mio viaggio di fede e allegria tra il dolore e la vita, Roba da preti; Nostra Signora degli eretici; Come leggere il Vangelo (e non perdere la fede); Parabole come pietre; La follia di Dio e Versetti pericolosi, L’ultima beatitudine – La morte come pienezza di vita, Di questi tempi e Due in condotta.


mercoledì 25 dicembre 2019

NATALE - Auguro che ognuno si possa salvare stando accanto a chi soffre! Don Carmelo La Magra parroco di Lampedusa (VIDEO INTEGRALE)

Don Carmelo La Magra racconta i migranti, Fabio Fazio si commuove
„

NATALE
Auguro che ognuno si possa salvare
 stando accanto a chi soffre! 
Don Carmelo La Magra,
 parroco di Lampedusa
 (VIDEO INTEGRALE) 

Don Carmelo La Magra, parroco di San Gerlando unica parrocchia di Lampedusa,
è stato ospite di "Che Tempo Che Fa" Raidue il 22.12.2019 




"Ho incontrato due volte il Papa e nel 2017 gli ho regalato un piccolo Vangelo, che è tra le poche cose che i migranti portano con sé. È davvero piccolo, porta con sé i segni del mare, i segni del naufragio. Il Papa si è molto commosso al momento e non è più riuscito a parlare, ad andare oltre, non riuscivamo più a conversare: ho fatto piangere il Papa! Un guaio!”, ha detto. 

Parlando dei cittadini di Lampedusa ha spiegato: “Accomunati tutti dagli stessi bisogni si può essere uniti quando c’è bisogno di dare una mano. Gli uomini, i pescatori, le donne di Lampedusa in questi anni hanno salvato anche un po’ la faccia a tanta altra parte d’Italia, tirando fuori il meglio anche nei gesti semplici: cucinare un piatto caldo, offrire un abbraccio o magari chiedere il nome a una persona incontrata per strada”.

Don Carmelo ha parlato di un padre che ha perso la moglie.
“C'era un giovane padre, con un bambino di quasi 3 anni, che cercava la moglie. Quando arrivarono ormai gli ultimi sopravvissuti, quell'uomo non ha avuto neanche il diritto di disperarsi perché in quel momento doveva fare il padre”. Don Carmelo ha commosso tutti, anche il conduttore Fabio Fazio. Il parroco agrigentino è stato applaudito da tutti.

"Con lo straniero – ha detto il parroco di Lampedusa – abbiamo sempre a che fare, a farci paura non è la differenza ma la povertà, che ci mette davanti ai nostri timori. Io non chiamerei mai un americano extracomunitario ma l’immigrato povero mi fa paura perché è come se mi mettesse davanti le mie povertà e le mie debolezze"
...

"A Lampedusa noi andiamo al molo, perchè stare lì ci evita di sprofondare nel precipizio, di essere fuori da una società chiusa, piena di egoismo, quello è l'unico posto dove ognuno dovrebbe essere in quel momento e io sento che quella presenza al molo mi salva, prima ancora di salvare gli altri. Al mio auguro per il Natale è che ognuno si possa salvare stando accanto a chi soffre!"
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Intervista integrale 



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NATALE 2019 - Non stancarti e non rassegnarti. Qual cosa di diverso è possibile!! Gli auguri del card. Franco Montenegro (VIDEO INTEGRALE)

NATALE 2019
Non stancarti e non rassegnarti.
Qual cosa di diverso è possibile!! 
Gli auguri di don Franco Montenegro, 
cardinale e arcivescovo della Diocesi di Agrigento

23 dicembre 2019 




"Con quale coraggio  posso dire buon Natale a chi è nella sofferenza, se devo pensare ai pantettoni e alle luci che si accendono nella strada, con quale coraggio posso dire a un giovane che non trova lavoro, buon Natale. Ma dire buon Natale, quello vero, secondo me è necessario" “

Per il credente il Natale é un Dio che si fa uomo ...

“Dio viene sulla terra per invitarci a fare di più, a guardare oltre”.

Il Natale ci ricorda che si può sempre ricominciare, ripartire ... coraggio con Gesù è possibile cambiare il nostro cuore e la realtà

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La rivoluzione del Natale ci chiede un maggiore impegno per arrestare un'emorragia di umanità di cui sono vittime innanzitutto i deboli e gli esclusi. Don Luigi Ciotti

La rivoluzione del Natale
ci chiede un maggiore impegno 
per arrestare un'emorragia di umanità 
di cui sono vittime innanzitutto i deboli e gli esclusi. 
Don Luigi Ciotti


Quest’anno il Natale ci richiede un impegno aggiuntivo”. La parola “impegno” è per Luigi Ciotti un riflesso condizionato. E stupisce - anche solo a stargli accanto una mezza domenica mattina - la mole di impegno intellettuale e fisico che accompagna la vita di questo sacerdote 74enne, da oltre mezzo secolo punto di riferimento di un cristianesimo sociale e civile che, al netto del papato francescano, a volte non sembra godere di straordinaria salute. A don Ciotti, uomo di chiesa decisamente imprevedibile per chi non l’abbia mai sentito parlare, abbiamo chiesto una riflessione sul Natale.

Luigi, perché sostiene che questo Natale richieda un impegno aggiuntivo?
Perché a chiederci un maggiore impegno è la speranza, simbolo e senso del Natale. La speranza non è solo attesa di un futuro migliore: è costruzione di quel futuro con un impegno il più possibile corale, costante, quotidiano. E mai come oggi dobbiamo impegnarci di più per arrestare una perdita, anzi un’emorragia di umanità” di cui sono vittime innanzitutto i deboli e gli esclusi, le persone senza voce, né diritti: i poveri, gli immigrati, i giovani. E con loro la Terra –la nostra casa comune – continuamente sfregiata, saccheggiata, avvelenata.

Quante volte sentiamo dire “bisogna tornare alla spiritualità, il consumismo ha ucciso il Natale”. Ma è davvero tutto da buttare il “comune”Natale? Non è anche un momento in cui, forse, ci si parla di più del solito?
Certo, quello è un aspetto prezioso del Natale che va preservato dal consumismo: le relazioni, la convivialità, il ritrovarsi nel calore e negli affetti. E, ovviamente, la gioia dei bambini, la trepidante attesa dei pacchi colorati deposti nottetempo da Babbo Natale ai piedi dell’albero. Ma il Natale non è solo un momento di festa e di gioia, è anche un’occasione di riflessione e di pensiero. Il Natale tocca i nostri cuori ma interpella anche le nostre coscienze. Ci domanda non solo di essere genericamente “buoni”, ma anche concretamente giusti, cioè di darci di più da fare per chi è vittima delle ingiustizie, per chi arranca nel deserto degli affetti e dei diritti prodotto dagli egoismi dell’Occidente del profitto e dell’opulenza.

Il Natale può avere un valore spirituale anche per i non credenti, ossia per quelli che non raramente la apprezzano più dei credenti?
La spiritualità del Natale ha un valore universale perché è la celebrazione dell’imprevedibilità di Dio che si fa incontro a noi. Un dio inaspettato che si è fatto bambino n el l ’umiltà e nella fragilità. Non si è mascherato, si è fatto persona e ha condiviso tutta la nostra condizione umana. Questa è la rivoluzione del Natale, che però porta con sè anche un sapore di tristezza. Quel bambino non è stato accolto, non è stata accolta la vita perché, citando il Vangelo di Luca, per loro non c’era posto. Questa è una storia universale, che si creda oppure no.

Decliniamo il Natale all’italiana. Che presepe farebbe? Chi sarebbe il bue, chi l’asinello, chi troverebbe posto nella Sacra Famiglia?
Farei un presepe multietnico, un presepe che sia simbolo e sintesi d’incontro e di relazione, un presepe di vita, perché la vita è in sé stessa relazione, incontro e inclusione di diversità. L’identità – sia essa personale, religiosa, culturale, politica – è tanto più forte quanto più è capace di includere. Se respinge l’altro mostrando i muscoli ed erigendo muri, è per nascondere la sua paura, la sua debolezza. Avere paura dell’altro vuol dire avere paura della vita. Ma se ciò vale per la politica tanto più vale per la religione, che per prima dovrebbe testimoniare il dialogo e la relazione, al di là dei riferimenti, dei simboli, delle dottrine. È l’orizzonte a cui richiama e verso cui si sta muovendo Papa Francesco. Un orizzonte che altri hanno indicato e auspicato. Penso ad esempio al cardinale Carlo Maria Martini, uomo di profondissima spiritualità e ingegno, che sentì un giorno il bisogno di ricordare che “Dio non è cattolico”. Le religioni non possono concepire Dio come proprietà esclusiva perché Dio per primo ci chiede di essere prossimi, di volerci bene nelle diversità, di riconoscerci nella nostra comune umanità.

Dovesse scrivere una lettera a Gesù Bambino, oggi?
Se oggi fossi un bambino vorrei essere capace di accorgermi dei compagni in difficoltà, e chiederei a Gesù Bambino di pensare anche a loro, anzi prima di tutto a loro. Perché non si può davvero gioire sapendo che qualcuno è escluso dalla tua gioia. Per fortuna molti bambini oggi sentono in questo modo, perché l’infanzia continua a essere un’età pura, incorrotta, palpitante di vita. Poi, certo, contano anche molto le famiglie, gli orientamenti che un bambino riceve e gli esempi che gli vengono offerti, e io ho avuto la fortuna di avere una mamma e un papà meravigliosi, che mi hanno educato a quell’attenzione per gli altri nonostante fossimo una famiglia tutt’altro che agiata, che doveva faticare, a volte arrancare, per vivere.

(Intervista di Stefano Caselli per Il Fatto Quotidiano - 23.12.2019)

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