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lunedì 28 maggio 2018

«La gioia non è una cosa che si compra nel mercato: è un dono dello Spirito» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
28 maggio 2018
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
Gioia cristiana”



A spezzare le risate forzate di «una cultura non gioiosa che inventa di tutto per spassaserla», offrendo «dappertutto pezzettini di dolce vita», ci pensa la vera gioia del cristiano. Che «non si compra al mercato» ma è «un dono dello Spirito», custodito dalla fede e sempre «in tensione tra memoria della salvezza e speranza». È stata tutta incentrata sulla gioia come autentico «respiro del cristiano» l’omelia pronunciata da Papa Francesco durante la messa di lunedì 28 maggio a Santa Marta.

Prendendo spunto dal passo evangelico di Marco (10, 17-27), il Pontefice ha fatto notare che «questo giovane che voleva andare avanti nella vita del servizio di Dio, che aveva sempre vissuto secondo i comandamenti e anche che è stato capace di attirare a sé l’amore di Gesù, quando sentì la condizione che Gesù gli dà “si fece oscuro in volto e se ne andò rattristato”». In pratica «è uscito dal cuore l’atteggiamento, l’atteggiamento, le radici della sua personalità». Come a dire: «Sì, io voglio seguire il Signore, andare col Signore, ma le ricchezze non toccarle». Perché, ha insistito il Papa, quel giovane «era imprigionato nelle ricchezze, non era libero e per questo se ne andò triste».

«Invece nella prima lettura san Pietro ci parla della gioia, non della tristezza ma della gioia cristiana» ha proseguito il Pontefice, ricordando il brano tratto dalla prima lettera dell’apostolo (1, 3-9). «Questo giovane se ne è andato triste perché non era libero, era schiavo» ha spiegato. E «san Pietro ci dice: “siate ricolmi di gioia”, esultate di gioia». È «forte» l’espressione di Pietro: «Ricolmi di gioia, esultare di gioia».

Ma «cosa è la gioia?» si è chiesto Francesco, riferendosi a quella gioia «che Pietro ci chiede di avere e che il giovane non ha potuto avere perché era prigioniero di altri interessi». Il Papa ha definito «la gioia cristiana» come «il respiro del cristiano». Perché «un cristiano che non è gioioso nel cuore — ha affermato — non è un buon cristiano».

La gioia dunque, ha affermato il Pontefice, «è il respiro, il modo di esprimersi del cristiano». Del resto, ha fatto notare, la gioia «non è una cosa che si compra o io la faccio con lo sforzo: no, è un frutto dello Spirito Santo». Perché, ha ricordato, a causare «la gioia nel cuore è lo Spirito Santo». C’è «la gioia cristiana se noi siamo in tensione fra il ricordo — la memoria di essere rigenerati, come dice san Pietro, che ci ha salvato Gesù — e la speranza di quello che ci aspetta». E «quando una persona è in questa tensione, è gioiosa».

Ma, ha avvertito il Papa, «se noi dimentichiamo quello che ha fatto il Signore per noi, dare la vita, rigenerarci — è forte la parola, “rigenerarci”, una nuova creazione come dice la liturgia — e se noi non guardiamo a quello che ci aspetta, l’incontro con Gesù Cristo, se noi non abbiamo memoria, non abbiamo speranza, non possiamo avere gioia». Magari «abbiamo sì sorrisi, sì, ma la gioia no».

Oltretutto, ha rilanciato Francesco, «non si può vivere cristianamente senza gioia, almeno nel suo primo grado che è la pace». Infatti «il primo scalino della gioia è la pace: sì, quando vengono le prove, come dice san Pietro, uno soffre; ma scende e trova la pace e quella pace non può toglierla nessuno». Ecco perché «il cristiano è un uomo, una donna di gioia, un uomo, una donna di consolazione: sa vivere in consolazione, la consolazione della memoria di essere rigenerato e la consolazione della speranza che ci aspetta». Proprio «questi due fanno quella gioia cristiana e l’atteggiamento».

«La gioia non è vivere di risata in risata, no, non è quello» ha messo in guardia il Pontefice. E «la gioia — ha aggiunto — non è essere divertente, no, non è quello, è un’altra cosa». Perché «la gioia cristiana è la pace, la pace che c’è nelle radici, la pace del cuore, la pace che soltanto Dio ci può dare: questa è la gioia cristiana». Il Papa ha fatto presente che «non è facile custodire questa gioia». E «l’apostolo Pietro dice che è la fede che la custodisce: io credo che Dio mi ha rigenerato, credo che mi darà quel premio». Proprio «questa è la fede e con questa fede si custodisce la gioia, si custodisce la consolazione». Dunque «la gioia, la consolazione, ma soltanto è la fede a custodirla».

«Noi — ha riconosciuto il Papa — viviamo in una cultura non gioiosa, una cultura dove si inventano tante cose per divertirci, spassaserla; ci offrono dappertutto pezzettini di dolce vita». Ma «questa non è la gioia — ha spiegato — perché la gioia non è una cosa che si compra nel mercato: è un dono dello Spirito».

In questa prospettiva Francesco ha suggerito di guardare dentro se stessi, domandandosi: «Com’è il mio cuore? È pacifico, è gioioso, è in consolazione?». Di più, ha rilanciato il Pontefice, «anche nel momento del turbamento, nel momento della prova, quel mio cuore è un cuore non inquieto bene, con quella inquietudine che non è buona: c’è un’inquietudine buona ma ce n’è un’altra che non è buona, quella di cercare le sicurezze dappertutto, quella di cercare il piacere dappertutto». Come «il giovane del Vangelo: aveva paura che se lasciava le ricchezze non sarebbe stato felice».

Perciò «la gioia, la consolazione» sono «il nostro respiro di cristiani». E così, ha suggerito Francesco, «chiediamo allo Spirito Santo che ci dia sempre questa pace interiore, quella gioia che nasce dal ricordo della nostra salvezza, della nostra rigenerazione e dalla speranza di quello che ci aspetta». Perché «soltanto così si può dire “sono cristiano”». Infatti non ci può essere «un cristiano oscuro, rattristato, come questo giovane che “a queste parole si fece oscuro in volto, se ne andò rattristato”». Di certo «non era cristiano: voleva essere vicino a Gesù ma ha scelto la propria sicurezza, non quella che dà Gesù».

Per questo, ha concluso il Papa, «chiediamo allo Spirito Santo che ci dia gioia, che ci dia la consolazione, almeno nel primo grado: la pace». Consapevoli che «essere uomo e donna di gioia significa essere uomo e donna di pace, significa essere uomo e donna di consolazione: che lo Spirito Santo ci dia questo».
(fonte: L'Osservatore Romano)
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«La Vergine Maria ci aiuti a compiere con gioia la missione di testimoniare al mondo, assetato di amore, che il senso della vita è proprio l’amore infinito, l’amore concreto del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.» Papa Francesco Angelus 27/05/2018 (testo e video)


ANGELUS
Piazza San Pietro
Domenica, 27 maggio 2018


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi, domenica dopo Pentecoste, celebriamo la festa della Santissima Trinità. Una festa per contemplare e lodare il mistero del Dio di Gesù Cristo, che è Uno nella comunione di tre Persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Per celebrare con stupore sempre nuovo Dio-Amore, che ci offre gratuitamente la sua vita e ci chiede di diffonderla nel mondo.

Le Letture bibliche di oggi ci fanno capire come Dio non voglia tanto rivelarci che Lui esiste, quanto piuttosto che è il “Dio con noi”, vicino a noi, che ci ama, che cammina con noi, è interessato alla nostra storia personale e si prende cura di ognuno, a partire dai più piccoli e bisognosi. Egli «è Dio lassù nei cieli» ma anche «quaggiù sulla terra» (cfr Dt 4,39). Pertanto, noi non crediamo in una entità lontana, no! In un’entità indifferente, no! Ma, al contrario, nell’Amore che ha creato l’universo e ha generato un popolo, si è fatto carne, è morto e risorto per noi, e come Spirito Santo tutto trasforma e porta a pienezza.

San Paolo (cfr Rm 8,14-17), che in prima persona ha sperimentato questa trasformazione operata da Dio-Amore, ci comunica il suo desiderio di essere chiamato Padre, anzi “Papà” - Dio è “Papà nostro” -, con la totale confidenza di un bimbo che si abbandona nelle braccia di chi gli ha dato la vita. Lo Spirito Santo – ricorda ancora l’Apostolo – agendo in noi fa sì che Gesù Cristo non si riduca a un personaggio del passato, no, ma che lo sentiamo vicino, nostro contemporaneo, e sperimentiamo la gioia di essere figli amati da Dio. Infine, nel Vangelo, il Signore risorto promette di restare con noi per sempre. E proprio grazie a questa sua presenza e alla forza del suo Spirito possiamo realizzare con serenità la missione che Egli ci affida. Qual è la missione? Annunciare e testimoniare a tutti il suo Vangelo e così dilatare la comunione con Lui e la gioia che ne deriva. Dio, camminando con noi, ci riempie di gioia e la gioia è un po’ il primo linguaggio del cristiano.

Dunque, la festa della Santissima Trinità ci fa contemplare il mistero di Dio che incessantemente crea, redime e santifica, sempre con amore e per amore, e ad ogni creatura che lo accoglie dona di riflettere un raggio della sua bellezza, bontà e verità. Egli da sempre ha scelto di camminare con l’umanità e forma un popolo che sia benedizione per tutte le nazioni e per ogni persona, nessuna esclusa. Il cristiano non è una persona isolata, appartiene ad un popolo: questo popolo che forma Dio. Non si può essere cristiano senza tale appartenenza e comunione. Noi siamo popolo: il popolo di Dio. La Vergine Maria ci aiuti a compiere con gioia la missione di testimoniare al mondo, assetato di amore, che il senso della vita è proprio l’amore infinito, l’amore concreto del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.



Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

Ieri a Piacenza è stata proclamata Beata Leonella Sgorbati, suora Missionaria della Consolata, uccisa in odio alla fede a Mogadiscio (Somalia) nel 2006. La sua vita spesa per il Vangelo e al servizio dei poveri, come pure il suo martirio, rappresentano un pegno di speranza per l’Africa e per il mondo intero. Preghiamo insieme per l’Africa, perché ci sia la pace lì.

Ave Maria…

Nostra Signora dell’Africa, prega per noi.

Saluto tutti voi, cari romani e pellegrini: le famiglie, i gruppi parrocchiali, le associazioni. In particolare, saluto i fedeli di Porto Sant’Elpidio, Napoli, Bruzzano di Milano, Padova, il coro di Sappada e quello dei ragazzi di Vezza d’Alba. Avete cantato bene ieri a San Pietro voi, complimenti! Saluto i pellegrini polacchi e benedico i partecipanti al grande pellegrinaggio al Santuario mariano di Piekari Slaskie.

In occasione della “Giornata del Sollievo”, saluto quanti sono radunati al Policlinico “Gemelli” per promuovere la solidarietà con le persone affette da gravi malattie. Esorto tutti a riconoscere i bisogni anche spirituali delle persone malate e stare loro vicino con tenerezza.

E a tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticate di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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FAKE POPE. LE FALSE NOTIZIE SU PAPA FRANCESCO di Nello Scavo e Roberto Beretta - Introduzione

FAKE POPE. 
LE FALSE NOTIZIE SU PAPA FRANCESCO

di Nello Scavo e Roberto Beretta

in libreria dal 25 maggio

“Non ha protetto i suoi confratelli durante la dittatura argentina!”; “Il conclave che lo ha eletto era truccato!”; “Fa fare carriera solo ai gesuiti!”; “È comunista!”; “È protestante!” “È un antipapa!”; “Francesco dice che Donald Trump è una brava persona”, “Durante il papato di Francesco la Chiesa cattolica non ha fatto nulla per eliminare gli abusi sui minori da parte del clero. E lui è parte del problema”; sono solo alcune delle false notizie e accuse rimbalzate sui giornali di tutto il mondo e sul web.

Bergoglio è il pontefice più calunniato della storia? E – se è così – per quale motivo? C’è un “complotto” dietro le accuse che gli vengono scagliate contro, oppure si tratta solo della reazione di chi (cattolici compresi) non sopporta un papa così innovativo? Di bugie sulla figura di papa Francesco ne girano parecchie, suscitano reazioni, ma nessuno fino ad ora le ha catalogate e investigate in modo da tracciarne un filo logico. Scavo e Beretta hanno ripreso, in chiave di controinchiesta punto per punto, 80 delle principali accuse al Papa, analizzandole con metodo in un corretto contesto storico-politico con l’intento di individuare verità e menzogne, avendo sempre ben chiaro che l’errore è comune a tutti, compreso il Papa, e che le fake news, nei molti ambiti che le comprendono, sono diventate oggi strumenti di propaganda non solo ideologica ma anche economica.

Nello Scavo, Roberto Beretta, Fake Pope. Le false notizie su papa Francesco, Edizioni San Paolo 2018, pp. 272, euro 20,00.

INTRODUZIONE

«Non si smette mai di ricercare la verità, perché qualcosa di falso può sempre insinuarsi, anche nel dire cose vere» - Papa Francesco, messaggio per la Giornata mondiale delle Comunicazioni

***

Questo non è un libro apologetico. O, almeno, non vorremmo che lo fosse: il Papa – anche il Papa – si può criticare, anzi in alcuni casi si deve farlo. Il problema non è affatto quello di “allargare” il dogma – già discusso e discutibile – dell’infallibilità pontificia fino a fargli coprire tutte le espressioni papali, ma al contrario ricondurlo alle materie, alle argomentazioni, alle ragioni che rendono seria, motivata e appunto credibile e vera e utile una critica al Papa. Come si renderà subito conto il lettore, infatti, non è sempre questo il caso. 
Contro papa Francesco circolano accuse completamente inventate (vere e proprie fake news), altre chiaramente strumentali, alcune che si contraddicono tra loro e che si possono confutare anche solo giustapponendole l’una all’altra. Ci sono addebiti davvero eccessivi, come se si potessero mettere sul conto del pontefice tutti i mali della Chiesa, e ci sono imputazioni false, che – per ignoranza o per malizia – contraddicono obiettivamente la realtà dei fatti. È quanto accade spesso a chiunque esponga la sua opera ai riflettori del mondo. 
È Bergoglio il primo Papa a essere criticato? Certamente no! La figura del pontefice è da secoli talmente alta sul piedistallo da prestarsi assai facilmente come bersaglio. È il Papa più criticato di sempre? Questo potrebbe anche essere, non tanto forse per la mole delle obiezioni (ci sono stati nella storia pontefici colpiti da accuse fortissime, persino da anatemi e scomuniche) quanto per lo stillicidio di appunti e rimproveri, invettive e persino insulti che gli vengono riversati addosso grazie all’infinito serbatoio di fantasie e anche di infamie che è la rete con le sue braccia social. 
Non staremo qui a compatire il Santo Padre – benché davvero alcuni commenti circolanti sul suo conto superino abbondantemente non solo i limiti della decenza e della legge, ma anche quelli della dignità dovuta a qualunque essere umano. Ma lo capiamo quando (ormai già numerose volte) si è voluto scagliare contro il pettegolezzo e il chiacchiericcio nella Chiesa, le voci di sacrestia, la diffamazione, ora – nel recente messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali 2018 – le fake news che turbano irreparabilmente e condizionano la vita di una comunità che dovrebbe essere fraterna come quella dei seguaci del Vangelo. 
È chiaro: in un clima sociale, con un’opinione pubblica dove l’“immagine” della persona costituisce anche il suo valore, le fake news sono armi potentissime. Una “cannonata” di bugie o di semi-verità manipolate ad arte è in grado di devastare il lavoro di anni, di instillare una sfiducia demolitrice laddove – ed è spesso il caso della Chiesa – il risultato finale dipende dai delicati equilibri e dalla pazienza nelle relazioni umane. Non si tratta più di un’azione critica, pertanto motivata e sottoposta a verifica, bensì di sparare ad alzo zero lasciando terra bruciata intorno a sé. Anche senza la necessità di aderire alla tesi di un “complotto planetario”, secondo la quale esisterebbe un ristretto gruppo dominante in grado di indirizzare l’opinione pubblica verso i propri scopi occulti, sappiamo comunque che le fake news, le informazioni manipolate o strumentalizzate, sono uno strumento di potere. Lo sappiamo da sempre, ma oggi – grazie alla diffusione capillare e istantanea dell’informazione digitale – vediamo il principio applicato in modo sistematico come mai prima. Ed è un paradosso su cui riflettere il fatto che siamo tanto esposti ai rischi del falso proprio nell’era in cui si vive dell’eccesso di notizie “in tempo reale” (del resto, non siamo anche sottoposti a incredibili ritorni dell’irrazionalità e del populismo proprio nell’epoca in cui dovrebbe essere massimo il dominio della tecnica e della scienza?).
Le fake news si nutrono appunto di irrazionalità, e nello stesso tempo la alimentano parlando alla pancia delle opinioni pubbliche; pertanto sono quanto mai funzionali a un sistema che si fonda sulle paure reciproche – come quello in cui viviamo. Ed è qui che nuovamente il tema della verità nell’informazione interseca l’interesse della Chiesa: non è possibile infatti costruire alcuna comunità umana, tanto meno fraterna, là dove dominano il sospetto e la diffidenza, magari creati e gestiti ad arte da manipolatori. 
Non a caso il diavolo, il male personificato della tradizione cristiana, è etimologicamente “colui che divide”; e perciò simmetricamente stabilire la verità è un’opera spirituale, non solo un dovere di obiettività per giornalisti e comunicatori. Distinguere per non confondere
Le fake news riportano al centro il tema della verità, caro al cristianesimo tradizionale; ma stavolta la risposta giusta non è fornire nuove sicurezze intangibili, dogmatiche, rigide, a prova di falsità, quanto educare a una continua ricerca e alla verifica. È il discernimento – altro termine molto spesso usato da papa Francesco, e del resto tipico del patrimonio gesuitico – la ricetta proposta da Bergoglio contro il pensiero unico o deviato, e il suo primo ingrediente è la coscienza del singolo. Ben indagata e sottoposta a verifiche quanto si vuole, ma comunque una responsabilità sempre personale: «Noi siamo abituati al “si può o non si può” – ha detto il pontefice ai suoi confratelli gesuiti dell’America Latina –. Ho ricevuto anch’io, nella mia formazione, la maniera del pensare “fin qui si può, fin qui non si può”. […] Questa è una forma mentis del fare teologia in generale. Una forma mentis basata sul limite. E ce ne portiamo addosso le conseguenze». Si torna dunque alla distinzione iniziale, quella tra critica e fake: la prima è un dovere (oltre che un diritto), le seconde sono un pericolo. Ma il discrimine non è la “certezza” del loro contenuto: anche le fake si presentano sempre come “verità assolute” – e d’altro canto tutte le “verità” possiedono la loro certezza in proporzioni variabili (bisogna saper discernere dove e quanto e quando). Il discrimine sta nel soggetto che le sottopone a giudizio – peraltro sempre rivedibile – e distingue di volta in volta gli elementi che ne costituiscono la credibilità, la realtà. 
La novità metodologica di papa Francesco nei confronti delle fake news (e dunque dell’idea di verità) sta nel contrastarle non attraverso l’imposizione ribadita di una certezza assoluta, immutabile, tanto credibile che non c’è bisogno di dimostrarla: come spesso succede alle verità di fede. Ma nel richiedere agli uomini – cominciando da quelli religiosi – un’educazione seria e permanente alla verifica del proprio credo; compreso quello cristiano. In tal senso pensiamo che possano acquistare un significato profondo anche certe espressioni “relativiste” di Bergoglio, come il celebre «chi sono io per giudicare » ma anche «non oso dirvi di più», «questo è solo il mio pensiero personale», eccetera; modi di dire (e pure suggerimenti pastorali) che hanno suscitato reazioni incollerite da parte di chi è abituato a considerare ex cathedra qualunque pronunciamento gerarchico, tanto più se papale. Papa Francesco è andato persino oltre, nel recente viaggio in America latina, non solo ammettendo di aver sbagliato nei modi usati per parlare delle presunte collusioni di un vescovo in casi di pedofilia – «Chiedo scusa se ho ferito le vittime senza accorgermi, ma l’ho fatto senza volerlo, e mi fa tanto dolore. Mi sono accorto che la mia espressione non è stata felice. È quello che posso dire con sincerità» –, ma anche ricordando che il suo giudizio in merito si basa su dati fallibili e tutt’altro che immutabili: «Devo dire davvero che non ci sono evidenze di colpevolezza. Non posso condannarlo, non ho le evidenze, e sono convinto che sia innocente. Aspetto alcune evidenze per cambiare posizione. Se vengono da me persone con evidenze sono il primo ad ascoltarle». In fondo, è lo stesso atteggiamento (profondamente umano) che si invoca nei confronti del pontefice – l’attuale e tutti i predecessori: il Papa può sbagliare, può essere corretto e può chiedere scusa; ma ha il diritto di essere giudicato con onestà e in base a “evidenze”, e persino difeso, sebbene farlo sia decisamente impopolare – se tali “evidenze” non esistono, o almeno non sono ancora note. Ecco: Francesco chiede a ciascuno (e anzitutto a se stesso) di essere uomo, nel bene e nel male; di non accontentarsi cioè di un riferimento all’auctoritas, di superare l’immagine, di andare oltre il dato di maggioranza, prendendosi invece la responsabilità di giudicare e di scegliere, persino sbagliando. 
Nel suo piccolo, anche questo libro vorrebbe rendere testimonianza a tale metodo, profondamente umano. 
NELLO SCAVO - ROBERTO BERETTA

NELLO SCAVO è giornalista di Avvenire, reporter internazionale e cronista giudiziario. Negli anni, ha indagato sulla criminalità organizzata e il terrorismo globale, firmando servizi da molte zone «calde» del mondo come la ex-Jugoslavia, il Sudest asiatico, i Paesi dell’Urss, l’America Latina, il Medio Oriente e il Corno d’Africa. Nel 2013 è partito per Buenos Aires, alla ricerca della verità sulle voci di presunta connivenza di Papa Francesco con le dittature sudamericane per poi scrivere I sommersi e i salvati di Bergoglio. Suoi sono anche La lista di Bergoglio, tradotto in più di 15 lingue, I nemici di Francesco del 2015 e Perseguitatidel 2017.

ROBERTO BERETTA è giornalista e saggista. Ha scritto più di venti libri di argomento storico e religioso, molti dei quali “scomodi”: sia a sinistra (Il lungo autunno: controstoria del Sessantotto cattolico; Storia dei preti uccisi dai partigiani) sia a destra (Le bugie della Chiesa; Da che pulpito... Come difendersi dalle prediche; Chiesa padrona. Strapotere, monopolio e ingerenza nel cattolicesimo italiano). È una delle firme più assidue del blog di libera opinione cattolica Vino Nuovo.

domenica 27 maggio 2018

Solidarietà al prof. Antonio Mazzeo - Che nelle scuole si torni a disobbedire ad ogni guerra…

Solidarietà al prof. Antonio Mazzeo -
 E' possibile firmare la petizione 
Che nelle scuole si torni
 a disobbedire ad ogni guerra… 


"Colpevole" di non volere i militari a scuola:
 procedimento disciplinare contro un insegnante 
Aveva scritto alla preside: "I militari in classe? 
In contrasto con i valori educativi"



Dal blog del prof. Antonio Mazzeo:

«Aver più volte denigrato l’operato di codesta istituzione scolastica, screditando la figura dirigenziale e danneggiando l’immagine il decoro della scuola sui social networks». Queste le motivazioni della contestazione di addebito e avvio del procedimento disciplinare nei miei confronti da parte della dirigente dell’Istituto Comprensivo “Cannizzaro-Galatti” di Messina, dove insegno ininterrottamente da 34 anni. Un’accusa grave, che mi ferisce dolorosamente, scaturita dalle mie prese di posizioni in una lettera aperta alla dirigente e in successivi articoli giornalistici, relativamente all’adesione (mai formalizzata dagli organi collegiali) all’evento-progetto «Studenti e Militari uniti nel Tricolore» che la Brigata Meccanizzata “Aosta” dell’Esercito italiano, reparto d’élite e di pronto intervento Nato negli scacchieri di guerra internazionali, ha promosso in alcuni istituti scolastici della provincia di Messina.

Le «ragioni» delle contestazioni addebitatemi sono così elencate: «aver definito tale evento iniziativa gravissima ed in palese contrasto con i valori didattici-educativi della nostra istituzione scolastica»; «aver definito tale attività didattica uno pseudo-progetto, illegittimo perché mai discusso ed approvato dal collegio dei docenti»; «aver definito il suddetto evento una parata bellico-musicale con la partecipazione obbligatoria di bambini e preadolescenti della scuola dell’infanzia, primaria e secondaria»; «aver definito una doppia mistificazione storico-sociale, quella dell’Esercito e di quei dirigenti scolastici che in violazione del dettato costituzionale e con ordini di servizio palesemente illegittimi hanno imposto le attività musico-militare ai propri docenti ed alunni»; «aver paragonato l’attività didattica svoltasi nel cortile alle parate fasciste del 1942, scrivendo pubblicamente Era perlomeno dal 1942 che nel cortile dell’Istituto Comprensivo Cannizzaro-Galatti di Messina non si teneva una parata bellico-musicale, dando adito e seguito a commenti indecorosi senza alcuna Sua replica o diniego»; «aver definito tale attività didattica vergognosi spettacoli di manipolazione della verità e delle coscienze»; «Aver scritto gli atti del tutto illegittimi della dirigenza impediscano de facto l’obiezione di tanti insegnanti e ha definito ancora una volta la manifestazione illegittimo e indegno evento-attività obbligatoria di ‘formazione’ per alunni delle terze classi della scuola media… Al peggio non c’è mai fine».

In conclusione, si rileva nei miei confronti che «in più di un’occasione ed in più di un contesto, aver tenuto in pubblico comportamenti integranti violazione dei doveri fondamentali ed elementari di fedeltà e correttezza che gravano al lavoratore» e che le «esternazioni in pubblico riguardanti l’istituzione scolastica e la figura dirigenziale non possono essere ricondotte ad una legittima critica dell’operato del datore del lavoro e ciò sia per la loro offensività e per i termini utilizzati con potenziale gravissimo pregiudizio per l’istituto scolastico stesso».

Non è questa la sede per rispondere alle contestazioni; di certo, quanto da me affermato, risponde a ciò che ho sempre espresso relativamente ad ogni attività di «militarizzazione» delle istituzioni scolastiche e del sapere e di manipolazione a fini bellici delle coscienze di alunni e studenti. Ciò che si dimentica o si omette di ricordare in tutta questa triste vicenda, è che la mia opposizione ad ogni progetto tra forze armate e scuola è stata espressa da sempre in iniziative pubbliche, incontri, seminari, riunioni di collegi e consigli di classe, assemblee studentesche e di insegnanti, finanche corsi riconosciuti dal Miur e in cui ho pure ricoperto il ruolo di formatore o relatore. Si dimentica e si omette il mio impegno di sempre di attivista pacifista e antimilitarista; di peace researcher, giornalista e blogger specializzato proprio sui temi della pace, della guerra e dei processi di militarizzazione del territorio; nonché di saggista proprio sul tema specifico della crescente e pericolosissima «occupazione» da parte delle forze armate italiane, Usa e Nato delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado.

Continuerò a battermi in ogni modo al processo di aziendalizzazione, privatizzazione e militarizzazione della scuola, nel pieno rispetto dei principi costituzionali. Continuerò ad oppormi, ad obiettare e disertare, qualsivoglia attività di «relazione» tra forze armate e studenti, a difesa delle sacrosante prerogative didattico-pedagociche che spettano solo agli insegnati e agli educatori.

Continuerò a sostenere ed argomentare in tutte le sedi che ogni attività o programma che vede «cooptare» i minori in ambito bellico-militare rappresenta una grave violazione dell’art. 38 della Convenzione internazionale a difesa e protezione dei diritti del fanciullo, così come viene fatto da anni a livello internazionale da giuristi e pedagogisti o dalle organizzazioni sindacali degli insegnanti e degli educatori di numerosi paesi europei e latinoamericani.



Vedi anche il nostro post già pubblicato:

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - Santissima Trinità / B





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)







Preghiera dei Fedeli

"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 26/2017-2018 (B) di Santino Coppolino

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino



Vangelo: Mt 28,16-20



Il brano è composto dagli ultimi versetti del Vangelo di Matteo, è la parte finale dove l'evangelista fa una sintesi armonica di tutti i temi sviluppati nella sua opera. Gesù ha terminato la sua missione nel mondo ed ora consegna ai suoi discepoli il compito di proseguire il cammino da lui aperto. Il dono che il Signore Gesù ha fatto ad Israele, ora i suoi discepoli sono chiamati e inviati a consegnarlo a tutti i popoli (<<pànta tà éthne>>) cominciando proprio dalla <<Galil ha-Goyim, la Galilea delle genti>>, regione ribelle, emarginata, disprezzata, lontana dalla santità di Gerusalemme e del Tempio. Proprio nella Galilea il Signore risorto ci precede e solo là siamo chiamati a farne esperienza sul monte dove da sempre ci dà appuntamento, quello delle Beatitudini (5,1-8,1), dove ha presentato il progetto del Regno, progetto d'amore incondizionato per ogni creatura. Siamo perciò, come Chiesa, chiamati ed inviati nella nostra storia a continuare il sogno di Dio incarnato da Gesù, la via dell'amore a perdere, anche per il nemico, la via dell'amore che mai si impone, un amore che si offre fragile e inerme nelle mani degli uomini, un amore che nonostante i nostri limiti e il nostro peccato si lascia inchiodare sul legno della croce perché tutti possano comprendere <<quale sia la larghezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità >> (Ef 3,18) dell'amore che il Padre nutre per ogni suo figlio. Come ha fatto Gesù.


sabato 26 maggio 2018

"Un Dio che si fa vicino per non allontanarsi mai più" di p. Ermes Ronchi - Santissima Trinità Anno B

Gesù non si scandalizza davanti ai dubbi di Tommaso

Commento
Santissima Trinità – Anno B

Letture:  Deuteronomio 4,32-34.39-40; Salmo 32; Romani 8,14-17; Matteo 28,16-20

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Ci sono andati tutti all'ultimo appuntamento sul monte di Galilea. Sono andati tutti, anche quelli che dubitavano ancora, portando i frammenti d'oro della loro fede dentro vasi d'argilla: sono una comunità ferita che ha conosciuto il tradimento, l'abbandono, la sorte tragica di Giuda; una comunità che crede e che dubita: «quando lo videro si prostrarono. Essi però dubitarono». 
E ci riconosciamo tutti in questa fede vulnerabile. Ed ecco che, invece di risentirsi o di chiudersi nella delusione, «Gesù si avvicinò e disse loro...». Neppure il dubbio è in grado di fermarlo. Ancora non è stanco di tenerezza, di avvicinarsi, di farsi incontro, occhi negli occhi, respiro su respiro. È il nostro Dio “in uscita”, pellegrino eterno in cerca del santuario che sono le sue creature. Che fino all'ultimo non molla i suoi e la sua pedagogia vincente è “stare con”, la dolcezza del farsi vicino, e non allontanarsi mai più: «ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Il primo dovere di chi ama è di essere insieme con l'amato.
«E disse loro: andate in tutto il mondo e annunciate».
Affida ai dubitanti il Vangelo, la bella notizia, la parola di felicità, per farla dilagare in ogni paesaggio del mondo come fresca acqua chiara, in ruscelli splendenti di riverberi di luce, a dissetare ogni filo d'erba, a portare vita a ogni vita che langue. Andate, immergetevi in questo fiume, raggiungete tutti e gioite della diversità delle creature di Dio, «battezzando», immergendo ogni vita nell'oceano di Dio, e sia sommersa, e sia intrisa e sia sollevata dalla sua onda mite e possente! Accompagnate ogni vita all'incontro con la vita di Dio. Fatelo «nel nome del Padre»: cuore che pulsa nel cuore del mondo; «nel nome del Figlio»: nella fragilità del Figlio di Maria morto nella carne; «nel nome dello Spirito»: del vento santo che porta pollini di primavera e «non lascia dormire la polvere» (D.M. Turoldo).
Ed ecco che la vita di Dio non è più estranea né alla fragilità della carne, né alla sua forza; non è estranea né al dolore né alla felicità dell'uomo, ma diventa storia nostra, racconto di fragilità e di forza affidato non alle migliori intelligenze del tempo ma a undici pescatori illetterati che dubitano ancora, che si sentono «piccoli ma invasi e abbracciati dal mistero» (A. Casati). Piccoli ma abbracciati come bambini, abbracciati dentro un respiro, un soffio, un vento in cui naviga l'intero creato.
«E io sarò con voi tutti i giorni». Sarò con voi senza condizioni. Nei giorni della fede e in quelli del dubbio; sarò con voi fino alla fine del tempo, senza vincoli né clausole, come seme che cresce, come inizio di guarigione.

Venerdì della misericordia. Papa Francesco a scuola con i bambini di periferia

Venerdì della misericordia.
Papa Francesco a scuola con i bambini di periferia


Visita all'Istituto comprensivo di Roma intitolato alla piccola Elisa morta di leucemia. Bergoglio ha portato alcuni libri per la biblioteca scolastica


Nuovo “Venerdì della misericordia” di papa Francesco. Ieri pomeriggio si è recato in visita all’Istituto comprensivo “Elisa Scala” di Roma, una scuola statale nella periferia sud-est della Capitale.


Al suo arrivo, il Papa – accompagnato come sempre dall’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione – è stato accolto dalla dirigente scolastica Claudia Gentili, e da centinaia di ragazzi e ragazze che si trovavano nel plesso per svolgere le attività pomeridiane.


Gentili ha avuto modo di raccontare a papa Francesco la storia dell’istituto che dall’ottobre 2015 è ormai legata a quella della famiglia Scala, la cui figlia, la piccola Elisa , che frequentava la prima media, è venuta a mancare tragicamente a 11 anni per una leucemia fulminante.


Elisa era una bambina molto vivace e determinata e parlava spesso con il papà e la mamma della sua passione per libri e biblioteche. Quando è morta, è stato un desiderio naturale da parte dei genitori proporre alla scuola un progetto per realizzare il suo sogno.


Pochi mesi dopo, nel dicembre 2015, è nata la “Biblioteca di Elisa”. Successivamente papà Giorgio e mamma Maria hanno lanciato l’iniziativa “Dona un libro per Elisa”, rivolta a chiunque volesse contribuire con una piccola donazione di libri. I testi raccolti sono stati migliaia, in diverse lingue, e tutti con una dedica ad Elisa.


Oggi se ne contano più di ventimila, spediti da tutte le regioni d’Italia, dall’Europa e persino dall’Australia. Nel corso della visita il Papa ha incontrato i genitori di Elisa che con commozione gli hanno mostrato i locali della biblioteca. Francesco ha trascorso alcuni minuti con loro e ha donato alcuni volumi alla biblioteca, tutti con una dedica a Elisa. Mentre i ragazzi hanno eseguito alcuni canti per esprimere il clima di festa e di accoglienza suscitato dall’improvvisa visita.


(fonte: AVVENIRE)

Il servizio di Tv2000 sulla visita a sorpresa di Papa Francesco, nell'ambito dei "Venerdì della Misericordia", all’Istituto Comprensivo “Elisa Scala”, una scuola statale nell’estrema periferia sud-est di Roma, tra la Borgata Finocchio e Borghesiana. Scuola intitolata alla piccola Elisa, una bambina venuta a mancare tragicamente per una leucemia fulminante all’età di 11 anni, mentre frequentava la prima media.

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Filippo Neri e i giovani - Il Socrate cristiano di Simone Raponi

Filippo Neri e i giovani
Il Socrate cristiano 
di Simone Raponi








«Beati voi giovani che avete tempo di fare il bene». Con lo sguardo acuto di chi è consapevole della fuggevolezza del tempo e del fallimento di un’esistenza priva di amore, san Filippo Neri (1515-1595) si rivolgeva ai suoi giovani figli spirituali, sprigionando il senso autentico e fecondo della stagione della loro vita.

Ai numerosi giovani uomini che si riunivano nel cenacolo dell’Oratorio, infatti, Filippo additava instancabilmente la centralità del Verbum admirabile, del Signore Gesù quale unum necessarium. «Chi cerca altro che Cristo — ripeteva — non sa quel che si vogli; chi cerca altro che Cristo, non sa quel che dimandi». È proprio in Gesù che quel «fare il bene», cui i giovani sono chiamati, conosce la propria scaturigine cristallina.

Totalmente immersi nella relazione vitale con il Figlio di Dio, i discepoli del santo fiorentino avrebbero raggiunto la piena fioritura delle proprie possibilità, nonché il corretto dispiegamento di tutti quei multiformi tratti giovanili, costruttivi e distruttivi al contempo. 
Filippo sapeva infatti ricondurre al servizio di Dio e dell’umano l’ardore smodato per un ideale, il bisogno pressante di affermazione, lo slancio irrequieto per l’altro, la smania indisciplinata di essere amati.

Rifuggendo le oscure deviazioni della Roma lasciva e turbolenta del Cinquecento, il nutrito gruppo di giovani bottegai, artigiani, studenti e cortigiani della cerchia oratoriana trovò la strada ampia e luminosa da percorrere nell’esercizio quotidiano della Scrittura, nelle eroiche narrazioni di martirio, nel ristoro di lunghe scampagnate in luoghi ameni, nella distensione spirituale offerta dalla musica sacra, nella visita ai malati negli ospedali.

La prossimità di Filippo ai suoi giovani muoveva non tanto da esigenze assistenziali, quanto piuttosto dal riconoscimento attento di ogni singola vocazione umana e cristiana, o — in altri termini — dal tentativo sanante di rinvenire quella perduta imago Dei, contraffatta dal peccato. Privo di qualunque stereotipo di santità, Filippo sapeva ascoltare il pulsare di quelle giovani esistenze, cogliendone i frammenti del divino già presenti, alleggerendone i tumuli delle storie irrisolte, medicandone gli stigmi sanguinanti. Al torpore esistenziale, Filippo reagiva con gioiosa vitalità, alle distrazioni effimere e irresponsabili con incorruttibile fedeltà, all’ascetismo rigido e disgregante con serena e piacevole persuasione.

Con gli occhi resi limpidi dal tocco soprannaturale dello Spirito Santo, Filippo operava nelle anime dei giovani quell’ablatio necessaria per lasciar emergere la nobilis forma. Ciò avveniva non solo a parole, ma soprattutto attraverso l’esempio, mediante il coinvolgimento integrale ed esemplare della propria vita, oltreché per mezzo di una sapienza vissuta, nella quale l’antico ideale filosofico della coltivazione dell’anima si saldava all’accoglienza trasfigurante del Verbo incarnato. Non fu, quindi, l’intellettuale esercizio teorico, ma l’educazione dell’uomo a uno specifico modus essendi — improntato all’equilibrio tra logos e pathos, tra azione e contemplazione, tra natura e grazia — che meritò a Filippo, già tra i contemporanei, l’appellativo di «Socrate cristiano».

L’arte maieutica del santo fiorentino aveva lo sfondo permeabile della ferialità del quotidiano, nonché di un’area sacrale dilatata ed estesa. Giorno dopo giorno e in ogni situazione, infatti, la vita stessa di Dio poteva essere accolta, accordando la propria interiorità sulle note di quell’amore che irradia senza dispersione, che unisce senza uniformare, che libera senza disimpegno. Quella proposta da Filippo era una vita spirituale che ruotava intorno alla “mortificazione della razionale”, vale a dire alla libertà dall’attaccamento orgoglioso ai propri convincimenti. Questa altro non è che la massima forma di pacificazione rispetto a se stessi e al giudizio degli altri. Colpo mortale inferto ai prepotenti infingimenti che sopravvestono e asfissiano la vita.

Pertanto, le maschere iperboliche e risibili indossate da Filippo — il mostrarsi con la barba tagliata a metà o con stravaganti cappelli, il saltellare in presenza di uomini di rango, il vestirsi con abiti vecchi in occasioni ufficiali — non servirono solamente a occultare la propria elevazione spirituale, ma vennero impiegate quali mezzi pedagogici al fine di aprire l’animo a quell’autentica umiltà, che scompagina le false certezze del pensare comune. 
E che impedisce gli spregiudicati amoreggiamenti con i desideri mondani.

Ecco allora che Filippo comanderà ai suoi discepoli di ballare davanti ai porporati, di camminare suonando un campanello, di indossare una pelliccia di volpe in piena estate. «Venendo un cardinale da lui — narrano le testimonianze — fece gittar molti giovani in terra come morti per la scala».

Sono solo alcuni degli artifici mortificanti con i quali Filippo, il Socrate cristiano, seppe educare i giovani a posare gli occhi unicamente sul volto di Dio, imprimendo al loro cuore un respiro nuovo, capace di sciogliere le inquietudini che paralizzano e di abolire i rassicuranti confini che minacciano l’esistenza. 
È la via della libertà interiore, della libertà dei figli di Dio: 
il percorso più affascinante e provocatorio per i giovani di ogni tempo.

(Fonte: "L'Osservatore Romano" del 25.05.2018)

«L’amore è capace di fare vivere innamorati tutta una vita» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
25 maggio 2018
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco

«Hanno portato da Siracusa la reliquia delle lacrime della Madonna. Oggi sono lì, e preghiamo la Madonna perché ci dia a noi e anche all’umanità, che ne ha bisogno, il dono delle lacrime, che noi possiamo piangere: per i nostri peccati e per tante calamità che fanno soffrire il popolo di Dio e i figli di Dio». È con queste parole che Papa Francesco ha aperto, venerdì 25 maggio, la celebrazione della messa a Santa Marta. Il reliquiario, che Francesco ha voluto fosse collocato accanto all’altare della cappella, gli è stato portato giovedì sera dalla parrocchia romana di Santa Maria delle Grazie al Trionfale dove, in questi giorni, è stato al centro delle iniziative per la festa patronale.

Dopo la celebrazione a Santa Marta, il reliquiario della Madonna delle lacrime, affidato al rettore del santuario, proseguirà il pellegrinaggio nelle città italiane: la prossima tappa è Livorno.


È stato poi il Papa stesso, all’omelia, a suggerire una «notizia a giornali e telegiornali»: la moglie e il marito che vivono da tanti anni insieme «sono a immagine e somiglianza di Dio» e, per questo, dovrebbero fare più notizia di divorzi, separazioni e scandali. È dunque un invito a guardare al positivo e a riscoprire «la bellezza del matrimonio» l’essenza della riflessione del Pontefice, che ha preso le mosse dal passo evangelico di Marco (10, 1-12). «Gesù insegna alla folla» ha affermato, facendo notare che «la gente semplice ascolta il Signore perché ha voglia, ha sete, ha sete di dottrina, ha sete di verità; ha una fede che cerca di crescere». E la gente semplice anche «intuisce che il Signore è un profeta, un maestro e lo segue. Semplicemente ascolta».

Invece, ha proseguito Francesco rileggendo il brano del Vangelo, «questi farisei, o anche dottori della legge, si avvicinarono e per metterlo alla prova gli fecero una domanda casistica, quelle domande della fede che “si può o non si può”, dove la fede è ridotta a un “sì” o a un “no”». Ma «non il grande “sì” o il grande “no” dei quali abbiamo sentito parlare, che è Dio», ha fatto presente il Pontefice riferendosi al passo della lettera di san Giacomo apostolo (5, 9-12). Per i farisei, invece, la questione è «si può o non si può». E «la vita cristiana, la vita secondo Dio, secondo questa gente, è sempre nel “si può” e “non si può”, per metterlo alla prova».

Ma «quando sente queste cose, il cuore di Gesù soffre e va oltre: va oltre; va su, va su» ha spiegato il Papa. «La domanda è sul divorzio, sul matrimonio: per loro, il matrimonio sembra che fosse “si può o non si può”; fino a che punto devo andare avanti, fino a che punto no». Invece, ha fatto notare Francesco, «Gesù va su e arriva fino alla creazione e parla del matrimonio che forse è la cosa più bella» che il Signore ha fatto «in quei sette giorni, sono sette tappe». Nel brano di Marco si legge infatti che «Gesù disse loro: “Dall’inizio della creazione Dio li fece maschio e femmina; per questo, l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne”».

«È forte quello che dice il Signore» ha rilanciato il Pontefice. «Dio — ha proseguito — li ha creati dall’inizio così e non dice “sono un solo spirito, un solo amore”, no: “una carne”, proprio non si può dividere quello!». Ma, ha aggiunto, «lascia il problema della separazione e va alla bellezza del matrimonio, alla bellezza della coppia che deve essere unita». E così, ha affermato il Papa, «l’uomo e la donna lasciano le loro famiglie per incominciare una nuova strada, un nuovo cammino». Per questo «c’è una rottura nell’uomo e nella donna per iniziare questo: la rottura con quello che era prima, con la famiglia che era prima; “lascia per diventare” e poi tutta la vita questo cammino di andare avanti insieme, non due, ma uno». Dunque, «andare nella vita così, uno, e quello che è uno deve rimanere uno: questo è quello che dice il Signore».

«Noi non dobbiamo soffermarci, come questi dottori, su un “si può o non si può” dividere un matrimonio» ha fatto presente il Papa. «Alle volte c’è la disgrazia che non funziona — ha spiegato — ed è meglio separarsi per evitare una guerra mondiale, ma questa è una disgrazia». Piuttosto «andiamo a vedere il positivo». E in questa prospettiva, ha aggiunto, «a me piace oggi parlare di questo, perché tra voi ci sono sette coppie che celebrano il cinquantesimo o il venticinquesimo di matrimonio». Sono coppie, ha affermato Francesco, che «vengono a celebrare, cioè a gioire davanti al Signore per questi cinquant’anni, per questi venticinque anni di strada insieme».

«Ognuno, quando arriva a questo punto, riflette sulla strada percorsa e ringrazia il Signore» ha proseguito il Pontefice. «Io ricordo — ha confidato — una volta in un’udienza generale, salutando la gente mi sono soffermato davanti a una coppia: erano giovani, mai avrei pensato che celebrassero il sessantesimo! Ma non sembravano così anziani!». Il fatto è che «a quel tempo — ha aggiunto il Papa — si sposavano giovani; oggi, perché il figlio si sposi, la mamma deve smettere di stirargli le camice perché non vuole andarsene di casa». Ricordando quella coppia, Francesco ha confidato ancora: «Io li guardai e dissi: “siete felici?”. E loro, che guardavano me, si sono guardati negli occhi e poi, quando sono tornati a guardare me, avevano gli occhi bagnati, e tutti e due mi hanno detto: “siamo innamorati”. Dopo sessant’anni l’amore era forte come il buon vino: il tempo nobilita il buon vino e quando invecchia diventa ancora migliore».

«È vero che ci sono delle difficoltà, ci sono dei problemi con i figli o nella stessa coppia, discussioni, litigi» ha riconosciuto il Pontefice. Ma «l’importante è che la carne rimanga una e si superano, si superano, si superano». Perché, ha spiegato, «questo è non solo un sacramento per loro», per gli sposi, «ma anche per la Chiesa, come fosse un sacramento che attira l’attenzione: “guardate che l’amore è possibile!”». E «l’amore è capace di fare vivere innamorati tutta una vita — ha ricordato Francesco — nella gioia e nel dolore, con il problema dei figli e il problema loro». Però l’importante, ha detto ancora, è «andare sempre avanti, nella salute e nella malattia, ma andare sempre avanti. Questa è la bellezza».

Ed «è tanto bello — ha spiegato ancora il Papa — perché nella Bibbia, nel momento della creazione, il Signore li ha creati maschio e femmina, a sua immagine li ha creati». Nel «matrimonio, così, l’uomo e la donna sono a immagine e somiglianza di Dio». Tanto che a chi si domanda: «come è Dio?», si può suggerire di guardare «quel matrimonio che da tanti anni va insieme, lotta e fa figli e va avanti: guarda, Dio è così!». Proprio quei due sposi «sono a immagine e somiglianza di Dio». Davvero «il matrimonio è una predica silenziosa a tutti gli altri, una predica di tutti i giorni». Ed «è doloroso» constatare che una coppia che vive da «tanti anni insieme non è notizia» per «i giornali e i telegiornali». Invece «notizia è lo scandalo, il divorzio o questi che si separano: a volte si devono separare, come ho detto, per evitare un male maggiore». Ma «l’immagine di Dio non è notizia» ha ribadito Francesco, ricordando ancora che «questa è la bellezza del matrimonio»: gli sposi «sono a immagine e somiglianza di Dio e questa è la notizia nostra, la notizia cristiana».

«Dobbiamo pensare di più a questo» ha suggerito il Papa. «Non è facile andare avanti nella vita matrimoniale, nella vita di famiglia, perché vi sono tanti problemi — ha riconosciuto — ma quando si riesce ad andare avanti e non si cade nel fallimento, quanta bellezza!». E, ha fatto presente il Pontefice riferendosi alla lettera di Giacomo, proprio «per andare avanti, la prima lettura ci parlava della pazienza: forse la virtù più importante nella coppia — sia dell’uomo sia della donna — è la pazienza». E ha aggiunto: «Monsignor Assunto Scotti, che lavora qui con me, mi dice spesso: “ci vuole pazienza”. Me lo ripete spesso. Sì, per portare avanti un matrimonio ci vuole pazienza. Ci vuole pazienza. Ma è la pazienza che porta avanti questa immagine e somiglianza di Dio».

In conclusione, il Papa ha invitato a pregare «il Signore perché dia alla Chiesa e alla società una coscienza più profonda, più bella del matrimonio», in modo «che tutti noi riusciamo a capire e a contemplare che nel matrimonio c’è l’immagine e la somiglianza di Dio».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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venerdì 25 maggio 2018

GIORNATA INTERNAZIONALE PER I BAMBINI SCOMPARSI: IN ITALIA NE SPARISCE UNO OGNI 48 ORE, 4 SU 5 NON VENGONO PIU' RITROVATI


GIORNATA INTERNAZIONALE PER I BAMBINI SCOMPARSI:
IN ITALIA NE SPARISCE UNO OGNI 48 ORE, 4 SU 5 NON VENGONO PIU' RITROVATI

Il 64,5% delle segnalazioni riguardano minori non accompagnati, giunti in Italia per sfuggire a povertà, guerra e situazioni emergenziali. I dati di SOS Il Telefono Azzurro Onlus relativi al numero unico europeo 116.000


Roma 25 maggio 2018 - Un vero e proprio esercito di bambini invisibili: oltre 3 segnalazioni di scomparsa a settimana solo nel nostro Paese. Bambini e adolescenti dei quali si sono perse le tracce e di cui probabilmente non si saprà mai più nulla. Dei 177 casi gestiti da SOS Il Telefono Azzurro Onlus nel 2017 solo il 16,9% si è risolto positivamente, ciò significa che circa 147 minori nell’ultimo anno sono stati uccisi o coinvolti nei circuiti di sfruttamento sessuale e di lavoro minorile, senza considerare quelli per i quali non è stata fatta nessuna segnalazione.

Sono i dati diffusi in occasione della Giornata Internazionale dei bambini scomparsi da Telefono Azzurro, che dal 25 maggio 2009 gestisce in collaborazione con il Ministero dell’Interno e le Forze dell’Ordine il numero unico europeo 116.000, attivo 24 su 24. Un servizio attraverso il quale l’associazione si è occupata, nell’ultimo decennio, di 1125 casi di bambini spariti perché fuggiti di casa o da un istituto, o perché rapiti o sottratti da un genitore, insieme ai numerosi minori non accompagnati provenienti dai Paesi extra europei.

Il Fenomeno in Italia

Il 2017 è stato uno degli anni più drammatici dall’attivazione del servizio 116.000, con 3,5 denunce a settimana (il primato fu raggiunto nel 2016, con il tragico bilancio di 4,5 scomparse ogni 7 giorni). Il 64,5% delle segnalazioni riguardano la scomparsa di minori non accompagnati, giunti in Italia per sfuggire a povertà, guerra e situazioni d’emergenza. Un fenomeno in costante crescita che dal 2009 sembra non volersi arrestare. La fuga da casa, ovvero i casi di minori e adolescenti fuggiti da contesti familiari caratterizzati da abuso e violenza, ha un’incidenza del 12,4% e rappresenta la seconda causa di sparizione. 

A livello territoriale il Lazio è la Regione più problematica: da sola raggiunge quasi un quarto del totale dei casi (23,3%), seguita dalla Lombardia con il 22,7%. La situazione sembra essere più controllata al Sud e nelle isole: Campania, Basilicata, Calabria, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia registrano complessivamente solo il 24,4%.

I Dati Europei di Missing Children Europe

Il fenomeno è monitorato a livello europeo da Missing Children Europe, network che riunisce 31 organizzazioni non governative in 27 Paesi Europei, tra cui anche SOS Il Telefono Azzurro Onlus, mettendo in collaborazione i servizi omologhi 116.000 attivi nei rispettivi Paesi.

Dal 2011 sono state 1,2 milioni le chiamate ricevute per i bambini scomparsi in tutta Europa. La situazione peggiore si registra in Romania, da cui arriva 1 denuncia su 5 e, più in generale, nell’Europa dell’Est, che raccoglie quasi il 50% dei casi trattati. 

Delle 190 mila chiamate ricevute dal network nell’ultimo anno, i bambini o gli adolescenti fuggiti o allontanati da casarappresentano la casistica più numerosa (57,2%), seguita dai minori rapiti da un genitore (23,2%). Circa 1 minore scomparso su 4 è stato coinvolto in situazioni di abuso, sfruttamento o abbandono.

L’emergenza dei bambini migranti svaniti nel nulla 

In base ai dati forniti da Europol, ogni anno almeno 10mila minori stranieri non accompagnati scompaiono in Europa a poche ore dal loro arrivo, di questi pochissimi vengono ritrovati. Da Maggio 2017 Missing Children Europe ha attivato il progetto triennale AMINA per contrastare il fenomeno della scomparsa di minori migranti provenienti da paesi extra europei. AMINA comprende la gestione di Miniila, un’app gestita in Italia da SOS Il Telefono Azzurro Onlus, che fornisce ai minori stranieri non residenti nel territorio europeo tutte le principali informazioni riguardanti i loro diritti, oltre ad un elenco puntuale e dettagliato dei servizi a loro disposizione attraverso strumenti anonimi di geolocalizzazione. Uno strumento prezioso per garantire un pasto, un posto per dormire, o il free wifi: necessità basilari, quotidiane, che per un ragazzino straniero appena arrivato possono non essere così scontate. Miniila è stata presentata ufficialmente oggi nel corso della tavola rotonda condotta da Janice Richardson, senior advisor per Telefono Azzurro e esperta presso il Consiglio Europeo, che ha presentato anche gli obiettivi e le azioni previste dal Programma Amina.

La Giornata Internazionale per i bambini scomparsi

La Giornata Internazionale per i bambini scomparsi si celebra il 25 maggio di ogni anno, dal 1983, anno in cui è stata istituita. Nasce per ricordare la scomparsa del piccolo Ethan Patz, rapito a New York il 25 maggio 1979, e per sensibilizzare l’opinione pubblica sul fenomeno lanciando un messaggio di solidarietà e speranza ai genitori che non hanno più notizie dei loro bambini. La Giornata viene celebrata nell'ambito della rete Globale per i Bambini Scomparsi – un programma del Centro Internazionale per i Bambini Scomparsi e Sfruttati (ICMEC) – che opera per sensibilizzare sul tema dei bambini scomparsi, trattandosi di un fenomeno che riguarda tutti i paesi del mondo: secondo stime recenti, almeno 8 milioni di bambini scompaiono ogni anno, vale a dire 22.000 bambini al giorno.

SCARICA QUI il dossier coi dati relativi al numero unico europeo 116.000 diffusi alla conferenza (pdf)



«Lo Spirito Santo è il grande dono di Dio. E tutti noi abbiamo lo Spirito nel nostro cuore, nella nostra anima.» Papa Francesco Udienza Generale 23/05/2018 (foto, testo e video)


UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 23 maggio 2018

Papa Francesco è arrivato alle 9.25 circa in piazza San Pietro, e subito ha fatto fermare la jeep bianca scoperta per far salire a bordo sei bambini – tre femmine e tre maschi – tutti vestiti con il saio della Prima Comunione. Nonostante il cielo che minaccia pioggia, il clima in piazza è festoso come sempre, mentre Francesco sorride rilassato salutando la folla lungo il percorso tra i vari settori dell’area delimitata dal colonnato del Bernini. Moltissimi come di consueto i bambini, anche molto piccoli, che il Papa ha salutato e accarezzato: tra di essi, anche un bimbo con in bella mostra un bavaglino bianco con il nome “Francesco” ricamato in blu. Tra i partecipanti all’udienza generale di oggi ci sono anche i partecipanti all’XI edizione della Clericus cup e alcuni membri dell’Associazione nazionale volontari lotta contro i tumori di Milano. Appena terminato il tragitto in macchina, Francesco si è congedato dai suoi piccoli ospiti, facendoli scendere, e prima di compiere l’ultimo tratto a piedi verso la sua postazione al centro del sagrato si è diretto verso la prima fila delle transenne, dove è stato richiamato a gran voce da un gruppo di fedeli, che ha salutato scambiando qualche parola con loro e stringendo mani.















Catechesi sulla Confermazione. 1. La testimonianza cristiana

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Dopo le catechesi sul Battesimo, questi giorni che seguono la solennità di Pentecoste ci invitano a riflettere sulla testimonianza che lo Spirito suscita nei battezzati, mettendo in movimento la loro vita, aprendola al bene degli altri. Ai suoi discepoli Gesù ha affidato una missione grande: «Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo» (cfr Mt 5,13-16). Queste sono immagini che fanno pensare al nostro comportamento, perché sia la carenza sia l’eccesso di sale rendono disgustoso il cibo, così come la mancanza o l’eccesso di luce impediscono di vedere. Chi può davvero renderci sale che dà sapore e preserva dalla corruzione, e luce che rischiara il mondo, è soltanto lo Spirito di Cristo! E questo è il dono che riceviamo nel Sacramento della Confermazione o Cresima, su cui desidero fermarmi a riflettere con voi. Si chiama “Confermazione” perché conferma il Battesimo e ne rafforza la grazia (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1289); come anche “Cresima”, dal fatto che riceviamo lo Spirito mediante l’unzione con il “crisma” – olio misto a profumo consacrato dal Vescovo –, termine che rimanda a “Cristo” l’Unto di Spirito Santo.

Rinascere alla vita divina nel Battesimo è il primo passo; occorre poi comportarsi da figli di Dio, ossia conformarsi al Cristo che opera nella santa Chiesa, lasciandosi coinvolgere nella sua missione nel mondo. A ciò provvede l’unzione dello Spirito Santo: «senza la sua forza, nulla è nell’uomo» (cfr Sequenza di Pentecoste). Senza la forza dello Spirito Santo non possiamo fare nulla: è lo Spirito che ci dà la forza per andare avanti. Come tutta la vita di Gesù fu animata dallo Spirito, così pure la vita della Chiesa e di ogni suo membro sta sotto la guida del medesimo Spirito.

Concepito dalla Vergine per opera dello Spirito Santo, Gesù intraprende la sua missione dopo che, uscito dall’acqua del Giordano, viene consacrato dallo Spirito che discende e rimane su di Lui (cfr Mc 1,10; Gv 1,32). Egli lo dichiara esplicitamente nella sinagoga di Nazaret: è bello come Gesù si presenta, qual è la carta identitaria di Gesù nella sinagoga di Nazaret! Ascoltiamo come lo fa: «Lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio» (Lc 4,18). Gesù si presenta nella sinagoga del suo villaggio come l’Unto, Colui che è stato unto dallo Spirito.

Gesù è pieno di Spirito Santo ed è la fonte dello Spirito promesso dal Padre (cfr Gv 15,26; Lc 24,49; At 1,8; 2,33). In realtà, la sera di Pasqua il Risorto alita sui discepoli dicendo loro: «Ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,22); e nel giorno di Pentecoste la forza dello Spirito discende sugli Apostoli in forma straordinaria (cfr At 2,1-4), come noi conosciamo.

Il “Respiro” del Cristo Risorto riempie di vita i polmoni della Chiesa; e in effetti le bocche dei discepoli, «colmati di Spirito Santo», si aprono per proclamare a tutti le grandi opere di Dio (cfr At 2,1-11).

La Pentecoste – che abbiamo celebrato domenica scorsa – è per la Chiesa ciò che per Cristo fu l’unzione dello Spirito ricevuta al Giordano, ossia la Pentecoste è l’impulso missionario a consumare la vita per la santificazione degli uomini, a gloria di Dio. Se in ogni sacramento opera lo Spirito, è in modo speciale nella Confermazione che «i fedeli ricevono come Dono lo Spirito Santo» (Paolo VI, Cost. ap., Divinae consortium naturae). E nel momento di fare l’unzione, il Vescovo dice questa parola: “Ricevi lo Spirito Santo che ti è stato dato in dono”: è il grande dono di Dio, lo Spirito Santo. E tutti noi abbiamo lo Spirito dentro. Lo Spirito è nel nostro cuore, nella nostra anima. E lo Spirito ci guida nella vita perché noi diventiamo sale giusto e luce giusta agli uomini.

Se nel Battesimo è lo Spirito Santo a immergerci in Cristo, nella Confermazione è il Cristo a colmarci del suo Spirito, consacrandoci suoi testimoni, partecipi del medesimo principio di vita e di missione, secondo il disegno del Padre celeste. La testimonianza resa dai confermati manifesta la ricezione dello Spirito Santo e la docilità alla sua ispirazione creativa. Io mi domando: come si vede che abbiamo ricevuto il Dono dello Spirito? Se compiamo le opere dello Spirito, se pronunciamo parole insegnate dallo Spirito (cfr 1 Cor2,13). La testimonianza cristiana consiste nel fare solo e tutto quello che lo Spirito di Cristo ci chiede, concedendoci la forza di compierlo.

Guarda il video della catechesi

Saluti:

...

INVITO ALLA PREGHIERA PER I CATTOLICI IN CINA

Domani, 24 maggio, ricorre l’annuale festa della Beata Vergine Maria “Aiuto dei cristiani”, particolarmente venerata nel santuario di Sheshan, presso Shanghai, in Cina.

Tale ricorrenza ci invita ad essere uniti spiritualmente a tutti i fedeli cattolici che vivono in Cina. Per loro preghiamo la Madonna, perché possano vivere la fede con generosità e serenità, e perché sappiano compiere gesti concreti di fraternità, concordia e riconciliazione, in piena comunione con il Successore di Pietro.

Carissimi discepoli del Signore in Cina, la Chiesa universale prega con voi e per voi, affinché anche tra le difficoltà possiate continuare ad affidarvi alla volontà di Dio. La Madonna non vi farà mai mancare il suo aiuto e vi custodirà col suo amore di madre.

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua italiana.
...

Affido in particolare alla Madonna i giovani, gli anziani, gli ammalati e gli sposi novelli che oggi sono qui presenti. Esorto tutti a valorizzare in questo mese di maggio la preghiera del santo Rosario. Invochiamo l’intercessione di Maria, affinché il Signore conceda pace e misericordia alla Chiesa e al mondo intero.

Guarda il video integrale