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lunedì 24 luglio 2017

"Sia santificato il tuo nome" La croce è il luogo nel quale la santità di Dio si rivela pienamente - Le prediche di Spoleto 2017 LA PREGHIERA DI GESÚ: IL PADRE NOSTRO - Suor Roberta Vinerba

LA PREGHIERA DI GESÚ:
IL PADRE NOSTRO
a cura dell’Archidiocesi Spoleto-Norcia in collaborazione con Festival di Spoleto 60

È ormai tradizione che il Festival di Spoleto proponga nel suo programma un ciclo di "Prediche" che, grazie ad interventi qualificati, offra a quanti le vogliano ascoltare qualche spunto di riflessione e approfondimento.
Dopo le felici esperienze degli anni passati, il 2017 affronta il tema della preghiera partendo dal testo che Gesù di Nazareth ha consegnato ai suoi discepoli: il Padre nostro. Con Tertulliano, scrittore del secondo secolo d.C., la tradizione delle Chiese cristiane vede in quelle parole un compendio di tutto il Vangelo. In esse sono contenute le dimensioni essenziali della predicazione di Gesù e si ritrova come l’introduzione al suo insegnamento e al mistero stesso della sua esistenza.
Anche oggi, ripercorrere questo testo e addentrarsi nelle domande che formula - dal pane quotidiano al perdono reciproco - conduce a scoprire che cosa significhi pregare, se sia possibile parlare a Dio, se non si tratti di una illusione, se possiamo domandargli effettivamente qualcosa. Perché per pregare è indispensabile trovare il cammino del cuore; il cuore inteso non come luogo della vita affettiva e delle emozioni, ma come il centro della persona, punto preciso in cui l’uomo si conosce in verità. È per questa ragione che la preghiera non si può definire come un discorso rivolto a Dio o una riflessione intellettuale sull’essere di Dio. La preghiera cristiana si colloca su un altro piano. È un dialogo tra due esseri.
+ Renato Boccardo


Sia santificato il tuo nome

Suor Roberta Vinerba*
Docente all’Istituto Superiore di Scienze Religiose - Assisi
domenica 2 luglio

Gesù ci consegna, nella preghiera del Padre nostro, sette domande. Mentre le ultime quattro «offrono alla sua grazia la nostra miseria» (Catechismo della Chiesa cattolica, 2803), le prime tre dicono la nostra vera identità nello strapparci dal baricentro autoreferenziale dell’io per gettarci nella contemplazione adorante del Padre. Il protagonista qui è il Tu del Padre e non la nostra indigenza. Chi ama non può che indirizzare tutto se stesso verso l’amato. Così noi, figli nel Figlio, partecipiamo di questo desiderio ardente del Figlio per la gloria del Padre e siamo aiutati a desiderare bene, a desiderare attendendo un compimento e attendendolo fattivamente.

Che cosa desideriamo quando chiediamo che il suo Nome sia santificato? Desideriamo che in noi si compiano «tutti i misteri di Cristo» (Fonti Francescane, 811), che il nostro battesimo giunga a piena fioritura fino al frutto maturo del Paradiso e che vedendo in noi questa pienezza di vita, altri giungano a glorificare il Padre. Desideriamo che il Padre sia conosciuto e sia reso trasparente dalla nostra vita: «risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,16).

Gesù prima di essere arrestato prega: «Padre giusto il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato, sia in essi e io in loro» (Gv 17,25-26). Gesù è il rivelatore del Nome, conosce il Padre perché viene da lui, ed è anche l’unico che può dire chi è Dio. Per la cultura semitica la domanda andrebbe posta in questi termini: qual è il nome di Dio? Poiché il nome era identificato con l’essenza della persona stessa, conoscerlo era come possederne il segreto intimo. Il nome è lo svelamento della propria intimità, è rendersi accessibili all’altro, rendersi vulnerabili, aprire un varco in se stessi perché l’altro possa entrarvi. Dire il nome significa dirsi disponibili alla relazione, è farsi dono all’altro. Una relazione inizia con un come ti chiami? Da qui la confidenza, l’essere parte della vita di qualcuno, possederne, in qualche misura, la chiave di accesso.

Dio consegna il proprio nome a Mosè (cf Es 3,14) e nel rivelarsi come Colui che è rivela se stesso come Colui che è, che era – il Dio dei Padri (cf Es 3,6.13) e che sarà – la promessa per il futuro (cf Es 3,8.17). JHWH rivela se stesso come il Dio vivo che agisce nella storia, altro rispetto a Mosé (cf Es 3,5) eppure vicino (cf Es 33,11), altro rispetto ad Israele (cf Es 19,23) eppure vicino (cf Sir 24,7-8). Il Nome si è dato ad Israele con patto di fedeltà: «Stabilirò la mia dimora in mezzo a voi e io non vi respingerò. Camminerò in mezzo a voi, sarò vostro Dio e voi sarete il mio popolo. Io sono il Signore vostro Dio, che vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto; ho spezzato il vostro giogo e vi ho fatto camminare a testa alta» (Lv 26,11-13); come uno sposo alla sposa: «come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te» (Is 62,5b).

La fedeltà di Dio a Israele resterà nonostante Israele. Nonostante Israele cerchi continuamente di farsi un nome facendo a meno del Nome, nonostante Israele che pur esprimendo con la riverenza cultuale la sacralità del Nome non vi corrisponderà con l’adesione del cuore: «Questo popolo si avvicina a me solo con la sua bocca e mi onora con le sue labbra mentre il suo cuore è lontano da me e la venerazione che ha verso di me è un imparaticcio di precetti umani» (Is 29,13). Israele non comprende l’amore con il quale Dio lo ama: non comprende la gratuita irrazionale preferenza di Dio e con il suo comportamento disonora il Nome. «Giunsero fra le nazioni dove erano stati spinti e profanarono il mio nome santo, perché di loro si diceva: “Costoro sono il popolo del Signore e tuttavia sono stati scacciati dal suo paese”. Ma io ho avuto riguardo del mio nome santo, che la casa d’Israele aveva profanato fra le nazioni presso le quali era giunta» (Ez 36,20-21). Qui il tema del Nome si intreccia con quello della santità. Dio è santo perché usa misericordia, perché si china continuamente in favore di un popolo ribelle. Egli conosce solo il movimento di discesa: «Sono sceso per liberarlo« (Es 3,8) disse a Mosè riguardo Israele e continua questo movimento nel voler restare presso Israele pur in mezzo alle sue prostituzioni. Il Nome liberante è il Nome santo.

La discesa, la kenosis Dio, in ultimo, la compie mandando l’Amato, il Figlio perché «il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,17b) fino alla discesa estrema della croce, il luogo nel quale la santità di Dio si rivela pienamente. E rivelandosi si vela nuovamente: perché non è cosa umana comprendere che la gloria di Dio (gloria nella scrittura è sinonimo di santità) sia un uomo nudo illividito su una croce.

La santità di Dio dunque, è la sapienza della croce là dove si svela un amore che si fa carico dell’altro fino a non tenere niente per sé. Dio è il Santo che soffre.

Santificare il nome di Dio è lasciare che lo Spirito in noi faccia morire le opere della carne, l’uomo vecchio che vuol farsi da solo, che vuole farsi Dio e che nega l’esistenza e la dignità a qualunque altro nome che non sia il proprio. Quando preghiamo che venga santificato il nome di Dio, altro non desideriamo che il Nome di Dio rivelato da Gesù, quello di Padre, sia così trasparente in noi, così luminoso in noi, nella nostra vita ordinaria, da illuminare tutti quelli che si trovano in questa casa comune che è la famiglia umana e la storia tutta.

*SR. FRANCESCA VINERBA | Suora francescana diocesana incorporata alla diocesi di Perugia - Città della Pieve, ha conseguito la licenza in Teologia Morale e il dottorato in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Collabora con riviste, radio e tv, con rubriche relative a tematiche del mondo dei giovani e del sociale in genere. Docente di Teologia Morale presso l´Istituto Teologico e l´Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi, è presidente del Circolo Giorgio La Pira, una scuola di formazione politica per giovani della Diocesi di Perugia. Catechista di adulti, è da molti anni impegnata nell’evangelizzazione dei giovani e degli adolescenti



“Quanta pazienza ha Dio!” Papa Francesco Angelus 23/07/2017 (testo e video)

ANGELUS
Piazza San Pietro
Domenica, 23 luglio 2017


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

L’odierna pagina evangelica propone tre parabole con le quali Gesù parla alle folle del Regno di Dio. Mi soffermo sulla prima: quella del grano buono e della zizzania, che illustra il problema del male nel mondo e mette in risalto la pazienza di Dio (cfr Mt 13,24-30.36-43). Quanta pazienza ha Dio! Anche ognuno di noi può dire questo: “Quanta pazienza ha Dio con me!”. Il racconto si svolge in un campo con due opposti protagonisti. Da una parte il padrone del campo che rappresenta Dio e sparge il buon seme; dall’altra il nemico che rappresenta Satana e sparge l’erba cattiva.

Col passare del tempo, in mezzo al grano cresce anche la zizzania, e di fronte a questo fatto il padrone e i suoi servi hanno atteggiamenti diversi. I servi vorrebbero intervenire strappando la zizzania; ma il padrone, che è preoccupato soprattutto della salvezza del grano, si oppone dicendo: «Non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano» (v. 29). Con questa immagine, Gesù ci dice che in questo mondo il bene e il male sono talmente intrecciati, che è impossibile separarli ed estirpare tutto il male. Solo Dio può fare questo, e lo farà nel giudizio finale. Con le sue ambiguità e il suo carattere composito, la situazione presente è il campo della libertà, il campo della libertà dei cristiani, in cui si compie il difficile esercizio del discernimento fra il bene e il male.

E in questo campo si tratta dunque di congiungere, con grande fiducia in Dio e nella sua provvidenza, due atteggiamenti apparentemente contraddittori: la decisione e la pazienza. La decisione è quella di voler essere buon grano - tutti lo vogliamo -, con tutte le proprie forze, e quindi prendere le distanze dal maligno e dalle sue seduzioni. La pazienza significa preferire una Chiesa che è lievito nella pasta, che non teme di sporcarsi le mani lavando i panni dei suoi figli, piuttosto che una Chiesa di “puri”, che pretende di giudicare prima del tempo chi sta nel Regno di Dio e chi no.

Il Signore, che è la Sapienza incarnata, oggi ci aiuta a comprendere che il bene e il male non si possono identificare con territori definiti o determinati gruppi umani: “Questi sono i buoni, questi sono i cattivi”. Egli ci dice che la linea di confine tra il bene e il male passa nel cuore di ogni persona, passa nel cuore di ognuno di noi, cioè: Siamo tutti peccatori. A me viene la voglia di chiedervi: “Chi non è peccatore alzi la mano”. Nessuno! Perché tutti lo siamo, siamo tutti peccatori. Gesù Cristo, con la sua morte in croce e la sua risurrezione, ci ha liberato dalla schiavitù del peccato e ci dà la grazia di camminare in una vita nuova; ma con il Battesimo ci ha dato anche la Confessione, perché abbiamo sempre bisogno di essere perdonati dai nostri peccati. Guardare sempre e soltanto il male che sta fuori di noi, significa non voler riconoscere il peccato che c’è anche in noi.

E poi Gesù ci insegna un modo diverso di guardare il campo del mondo, di osservare la realtà. Siamo chiamati a imparare i tempi di Dio - che non sono i nostri tempi - e anche lo “sguardo” di Dio: grazie all’influsso benefico di una trepidante attesa, ciò che era zizzania o sembrava zizzania, può diventare un prodotto buono. E’ la realtà della conversione. E’ la prospettiva della speranza!

Ci aiuti la Vergine Maria a cogliere nella realtà che ci circonda non soltanto la sporcizia e il male, ma anche il bene e il bello; a smascherare l’opera di Satana, ma soprattutto a confidare nell’azione di Dio che feconda la storia.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

seguo con trepidazione le gravi tensioni e le violenze di questi giorni a Gerusalemme. Sento il bisogno di esprimere un accorato appello alla moderazione e al dialogo. Vi invito ad unirvi a me nella preghiera, affinché il Signore ispiri a tutti propositi di riconciliazione e di pace. 

Saluto tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini di varie parti del mondo: le famiglie, i gruppi parrocchiali, le associazioni. In particolare, saluto i fedeli di Munster (Irlanda); le Suore Francescane Elisabettine Bigie; il coro lirico sinfonico di Enna; i giovani di Casamassima che hanno svolto un servizio di volontariato a Roma.

Il mio pensiero e il mio incoraggiamento va ai ragazzi partecipanti al “Cantiere Hombre Mundo”, che sono impegnati a testimoniare la gioia del Vangelo nelle periferie più disagiate dei vari Continenti.

A tutti auguro una buona domenica. E per favore non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

Guarda il video


domenica 23 luglio 2017

Parlare dell'amore con amore - Incontro con Ermes Ronchi e Marina Marcolini (VIDEO INTEGRALE)

Parlare dell'amore con amore
Incontro con Ermes Ronchi e  Marina Marcolini 


Incontro tenuto il 16.07.2017

nell'ambito del convegno  "Amore"

promosso dalla

Fraternità di Romena



Ermes Ronchi Frate dell’Ordine dei Servi di Santa Maria, i suoi grandi maestri sono stati padre Giovanni Vannucci e David Turoldo. E padre Ermes Ronchi sintetizza con originalità le loro grandi doti: la profondità e l’apertura di Vannucci e l’afflato poetico di Turoldo. Collabora con diversi giornali e riviste e per cinque anni ha curato il commento al Vangelo della domenica per la trasmissione televisiva “A sua immagine” su Rai Uno. 

Marina Marcolini Scrittrice e docente universitaria. Negli ultimi dieci anni ha rivolto i suoi interessi alla poesia religiosa. Dal 2009 collabora con padre Ermes Ronchi: è stata autrice della trasmissione televisiva di Rai Uno «Le ragioni della speranza», e insieme a lui conduce incontri di approfondimento biblico e evangelico. 

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Parlare dell'amore con amore...
Alcune definizioni dell'amore... dal Cantico dei Cantici: "Una scheggia di Dio infuocata è l'amore"; da Rainer Maria Rilke: "Amore vero è ciò che ti obbliga a diventare il meglio di ciò che puoi diventare"; da San Tommaso: "amore è passione di unirsi a colui, colei, alla cosa che ami"; da un carcerato: "l'amore è ossigeno"; da Gabriel Marcel: "Amare è dire tu non morirai"; da Giovanni, l'apostolo amato: "Dio è Amore" ...
Giocando sull'etimologia di questa parola il termine Amore è composto dalla A privativa e da MOR che è la stessa radice di morte... allora viene ad indicare la non-morte, ciò che mantiene in vita l'uomo, allora non amare è un lento morire...
Un'ultima definizione da una citazione di sorella Maria dell'Eremo di Campello: "Superiore all'affetto non c'è nulla, vale più una goccia di affetto che un mare di spiritualità; di un segno di affetto ha bisogno l'animo umano, si pensa a dare il pane sì, ma chi domanda pane può non averne bisogno estremo, di questo pane ha bisogno ogni cuore stanco e, ogni cuore è stanco"
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Aiutiamoci a credere all'amore, nell'amore!
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E' solo nel dare e nel ricevere amore che si pesa la beatitudine della vita.
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Quanto bisogno di tenerezza e di amore c'è in questo mondo, quanto bisogno di amore inespresso!
Ma perché c'è questo bisogno?... c'è un unico amore, non ci sono due amori uno di cielo e uno di terra, uno divino e uno umano, ma un unico solo grande amore... non più eros contro agape, non più il sublime contro il mediocre, ma una sola cosa mescolanza inscindibile di carne e spirito.
... quando ama l'essere umano compie gesti divini e Dio quando ama compie gesti umani! in questa linea va anche la decisione di Papa Francesco di cambiare i criteri della santità dopo secoli... adesso santo è chi dà la vita per amore...
... L'amore di Dio non si spezza mai, fate come Dio!
...

GUARDA IL VIDEO


Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XVI domenica Tempo Ordinario / A





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)





Preghiera dei Fedeli



"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n.36/2016-2017 (A) di Santino Coppolino

'Un cuore che ascolta - lev shomea'
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo: 
Mt 13,24-43




Il male non alberga soltanto fuori dalla comunità, ma anche al suo interno e nel cuore di ogni credente. Noi vorremmo una Chiesa senza macchia fatta di puri, di perfetti, ci affanniamo inutilmente a sradicare la zizzania fuori e dentro di noi, rischiando così di compiere disastri ancora peggiori, ma questo è un lavoro che certo non compete a noi. La comunità di Gesù invece è santa e peccatrice - più peccatrice che santa - ed è sempre chiamata a sconfiggere il male con il bene, a perdonare e a non condannare. La vittoria definitiva del bene sul male avverrà solo alla fine e sarà opera di Dio, il cui disegno d'amore si realizza per noi nella vita del Figlio, sotto il segno della piccolezza e dell'abiezione. "Dio infatti ha scelto quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, per ridurre al nulla le cose che sono." (1Cor 1,28). Il nostro invece è il tempo della pazienza, "perché tutti possiamo giungere alla conversione e alla salvezza"(cit.), e della misericordia, che senza merito alcuno riceviamo e che dobbiamo accordare a tutti i gli uomini, perché attraverso di essa possiamo diventare degni figli di quel Padre che "fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti" (5,45).  

sabato 22 luglio 2017

"Guardiamo al bello, al buono che Dio semina in noi" di p. Ermes Ronchi - XVI domenica Tempo Ordinario – Anno A

Guardiamo al bello, al buono che Dio semina in noi


Commento
XVI domenica Tempo Ordinario – Anno A

Letture:  Sapienza 12,13.16-19; Salmo 85; Romani 8, 26-27; Matteo 13, 24-30

In quel tempo, Gesù espose alla folla un'altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”».

Questa parabola mi ha cambiato il volto di Dio. La interpretava con parole luminose padre Giovanni Vannucci, uno dei massimi mistici del '900. Diceva: il nostro cuore è un pugno di terra, seminato di buon seme e assediato da erbacce; una zolla di terra dove intrecciano le loro radici, talvolta inestricabili, il bene e il male. 
«Vuoi che andiamo a togliere la zizzania?» domandano i servi al padrone. La risposta è perentoria: «No, perché rischiate di strapparmi spighe di buon grano!». Un conflitto di sguardi: quello dei servi si posa sul male, quello del padrone sul bene. Il seminatore infaticabile ripete: guarda al buon grano di domani, non alla zizzania. La gramigna è secondaria, viene dopo, vale di meno. 
Tu pensa al buon seme. Davanti a Dio una spiga di buon grano vale più di tutta la zizzania del campo, il bene è più importante del male, la luce conta più del buio.
La morale del Vangelo infatti non è quella della perfezione, l'ideale assoluto e senza macchia, ma quella del cammino, della fecondità, dell'avvio, di grappoli che maturano tenacemente nel sole, di spighe che dolcemente si gonfiano di vita. 
La parabola ci invita a liberarci dai falsi esami di coscienza negativi, dallo stilare il solito lungo elenco di ombre e di fragilità, che poi è sempre lo stesso. La nostra coscienza chiara, illuminata e sincera deve scoprire prima di tutto ciò che di vitale, bello, buono, promettente, la mano viva di Dio ha seminato in noi: il nostro giardino, l'Eden affidato alla nostra cura. 
Mettiamoci sulla strada con cui Dio agisce: per vincere la notte accende il mattino; per far fiorire la steppa sterile getta infiniti semi di vita; per sollevare la farina pesante e immobile mette un pizzico di lievito. Dio avvia la primavera del cosmo, a noi spetta diventare l'estate profumata di messi. Io non sono i miei difetti o le mie debolezze, ma le mie maturazioni. Non sono creato a immagine del Nemico e della sua notte, ma a immagine del Creatore e del suo giorno.
L'attività religiosa, solare, positiva, vitale che dobbiamo avere verso noi stessi consiste nel non preoccupiamoci prima di tutto delle erbacce o dei difetti, ma nel venerare tutte le forze di bontà, di generosità, di accoglienza, di bellezza e di tenerezza che Dio ci consegna. Facciamo che queste erompano in tutta la loro forza, in tutta la loro potenza e vedremo le tenebre scomparire.
Custodisci e coltiva con ogni cura i talenti, i doni, i semi di vita e la zizzania avrà sempre meno terreno. Preoccupati del buon seme, ama la vita, proteggi ogni germoglio, sii indulgente con tutte le creature. E sii indulgente anche con te stesso. E tutto il tuo essere fiorirà nella luce. 


La sfida della convivenza. Migrazioni: capire la forza del processo in corso di Mauro Magatti

La sfida della convivenza. 
Migrazioni: capire la forza del processo in corso 
di Mauro Magatti

Sociologo ed economista,
è professore ordinario di Sociologia 
presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali 
dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano








Attorno alla questione dei migranti si va intessendo la trama di un romanzo kafkiano. Assistiamo all’arrivo di disperati da tutto il mondo, e le morti in mare che si susseguono ogni giorno interpellano la coscienza di ciascuno. Nessuno di noi, pero, è in grado di affrontare e tanto meno di risolvere un problema di tale portata. Ecco allora la risposta tipica di una società avanzata: soldi, mezzi, organizzazione. In questo modo si produce un duplice effetto: da un lato l’azione si potenzia enormemente, permettendo di fare cose irraggiungibili dal singolo.

Dall’altro, la responsabilità individuale viene annichilita, secondo quell’effetto di «sgravio» di cui ha parlato il filosofo Arnold Gehlen. Impossibilitati ad agire, scarichiamo sulle istituzioni l’onere di agire per conto nostro. Diventiamo spettatori passivi. Col rischio che la nostra coscienza morale si indebolisca finendo fino a spegnersi. Il problema si complica perché il piano dei mezzi non è in grado di affrontare a dovere una vicenda come quella delle migrazioni.
In gioco ci sono questioni che non sono solo tecniche. Ma umane e politiche.

Questioni che riguardano i rapporti internazionali (e in modo specifico la natura della Unione Europea) e che toccano l’idea stessa di cittadinanza: cioè le condizioni alle quali si diventa cittadini, parte effettiva di un determinato Paese. Al fondo, c’è il tipo di comunità politica che vogliamo essere. E il problema è che una comunità politica non è un’astrazione. Essa vive di leggi e istituzioni, ma si regge su una cultura (cioè modi pensare e pratiche di azione) che persone e gruppi praticano nella loro vita quotidiana. E che le istituzioni poi riconoscono, rafforzano e in qualche modo codificano. 
È illusorio pensare che l’inclusione possa essere realizzata limitandosi all’impiego (necessario) di strumenti tecnici, così come è evidente nessun progetto politico può reggersi senza il coinvolgimento e la maturazione delle persone, dei gruppi, delle comunità.

Le leggi hanno sempre uno spirito che deve esse radicato nella vita delle persone concrete. E qui si torna al punto di partenza, cioè alla coscienza individuale e alla nostra capacità di mobilitarci di fronte a un problema storico quale quello migratorio. Dove porta tutto questo discorso? In questi anni, papa Francesco non ha mai smesso di richiamare i cristiani – e tutti gli uomini di buona volontà – a essere responsabili di fronte a quello che sta accadendo sulle frontiere tra i Paesi ricchi e Paesi poveri. Il richiamo è fondamentale: nessuno può risolvere da solo il problema, ma la nostra coscienza morale non può rimanere insensibile a quando accade vicino a noi. Il Papa ci invita dunque a non spezzare il legame che tra la responsabilità personale, l’impiego di mezzi economici e tecnici, la ricerca di soluzioni politiche. Non si troverà una via d’uscita positiva alla questione storica che abbiamo di fronte – la popolazione dell’Africa è destinata raddoppiare nel giro di pochi decenni – se non cercheremo di far maturare insieme questi tre piani della nostra vita insieme.

Ecco dunque il ruolo delle comunità cristiane: quello di essere laboratorio attivo per pratiche di ospitalità diffusa, così da accompagnare le istituzioni a trovare soluzioni basate non solo sull’aumento delle risorse impiegate, ma anche sulla valorizzazione del grande potenziale di solidarietà presente nei nostri cuori e sui nostri territori. Dando così corpo al desiderio di tanti di non essere spettatori passivi di fronte a uno dei drammi del nostro tempo. Sia chiaro: l’enorme impatto storico delle migrazioni in atto – destinate a durare – ci farà tutti diversi. Può darsi che saremo peggiori, se lasceremo crescere il seme di quell’odio che nella storia ha sempre finito per alimentare le forme più furiose di violenza.

Ma può anche darsi che diventeremo migliori. Soprattutto se ci faremo stimolare dalla domanda che questo grande fenomeno pone a tutti e a ciascuno: quale tipo di convivenza può essere concretamente realizzabile in un mondo che si fa sempre più piccolo? È questa la posta in gioco: maturare un po’ per volta una coscienza della nostra umanità, capace di dar luogo a nuove istituzioni (esempio, nuove legislazioni sulla cittadinanza) che, senza sposare i miti del cosmopolitismo astratto, siano però capaci di lasciarsi alle spalle i miti di un nazionalismo che, per quanto risorgente, non è all’altezza delle sfide che la nostra umanità deve affrontare. Non si tratta di risolvere un problema. Si tratta di fare i primi passi di un processo che ci porterà lontano: come sempre nella storia (personale e collettiva), è solo nella fatica di attraversare le sfide che abbiamo davanti che possiamo davvero maturare e sperare. 

venerdì 21 luglio 2017

Al fianco dei migranti, non solo «a casa loro» di Nunzio Galantino

Al fianco dei migranti, non solo «a casa loro»
di Nunzio Galantino

segretario generale della Cei 
e vescovo emerito di Cassano all'Jonio



pubblicato su "Il Sole 24Ore"
il 14 luglio 2017




Liberi di partire, liberi di restare
Le buone intenzioni e i numerosi tentativi di affrontare l’ “ingombrante” tema/problema della mobilità umana continuano a cozzare contro l’oggettiva difficoltà di farvi fronte con i mezzi disponibili messi lodevolmente in campo ora dagli uni ora dagli altri. Quando un tema che vede coinvolti storie e volti concreti viene affrontato in maniera interessata, è difficile aspettarsi soluzioni praticabili. Soprattutto se si prende atto che i flussi migratori nel mondo sono in costante aumento: oltre 250 milioni di persone ogni anno si mettono “in cammino”, anche in condizioni tali da mettere a rischio la propria vita. Le ragioni sono note: alla mancanza di cibo, di acqua, di lavoro, di condizioni di vita minimamente dignitose, si sono aggiunte le guerre, i disastri, il degrado ambientale ecc.
Il dato più preoccupante riguarda la continua e rapida crescita del numero dei rifugiati, sfollati e richiedenti asilo. Oltre 65 milioni all’anno. Persone costrette a lasciare le proprie case e comunità di origine, spesso senza alcun progetto migratorio, con il solo obiettivo di fuggire da conflitti armati, gravi lesioni dei diritti umani fondamentali, regimi oppressivi, persecuzioni politiche e religiose, calamità naturali, tratta di esseri umani e molte altre cause specifiche dei territori e delle singole località di origine. La maggior parte di loro resta o all’interno dei propri Paesi (la situazione più rilevante resta la Siria) o nelle Nazioni confinanti, soprattutto nel Medio Oriente, in Africa e in Asia. Nei volti di chi riesce a raggiungere le nostre coste leggiamo sofferenza e morte, umiliazioni, ma anche sogni, desiderio di costruirsi un futuro. Al tempo stesso, la loro storia ci ricorda come sia loro negato il diritto di rimanere nella loro terra, violata in diversi modi.


A fronte di tutto ciò si impongono delle domande, soprattutto a chi non ama le semplificazioni e non ha da difendere interessi se non quelli legati alla vita e alla dignità delle persone. Come accompagnare queste persone “in cammino”? Come tutelare la loro libertà di partire e di restare? Giorno per giorno le cronache rendono conto di incontri, proclami, volontà decise a non girarsi dall’altra parte, ma anche di “giravolte” interessate e dettate dalla paura di perdere consensi.

Papa Francesco, da parte sua, in quattro verbi ha indicato alcuni percorsi possibili per affrontare il tema della mobilità: accogliere, proteggere, promuovere e integrare.Sulla base di questo invito e condividendo la convinzione che tutti hanno diritto alla libertà di partire, ma anche alla libertà di restare o di ritornare nella propria patria, la Chiesta cattolica italiana - senza approcci buonisti e nel pieno rispetto della legalità - ha lanciato e sta realizzando la campagna “Liberi di partire, liberi di restare”. Un percorso di accoglienza, di tutela, di promozione e di integrazione che non di rado è all’inizio di un cammino di ritorno nel Paese di origine per contribuire a costruire una storia di libertà e favorire sviluppo. Sullo sfondo della campagna vi è una “pretesa”: indicare ulteriori vie che, unite alle tante già in atto, contribuiscano a uscire dall’impasse e a depotenziare insopportabili cori da stadio, incapaci di proposte costruttive.

Grazie ai fondi (30 milioni di euro) dell’8xmille, la campagna “Liberi di partire, liberi di restare” si rivolge soprattutto ai minori, per i quali papa Francesco ha rivolto le riflessioni centrali del messaggio di quest’anno in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Nella fase di attuazione della campagna sono coinvolti soggetti già operativi nel settore: l’Ufficio interventi caritativi a favore del terzo mondo, Caritas Italiana, Migrantes, Missio e Apostolato del mare. Con loro, operanti sui luoghi di provenienza dei migranti, sono impegnate realtà ecclesiali attive sul tema della mobilità umana: Istituti missionari, Congregazioni, Associazioni e Movimenti. Si tratta di persone e di istituzioni che conoscono bene ed accompagnano da sempre quelle storie.

Il progetto da centralità alle realtà locali, sia nei Paesi in via di sviluppo dove verranno indirizzati gli interventi più significativi, sia nei Paesi di transito, sia in Italia. Gli interventi si stanno già realizzando su tre livelli. In primo luogo nei 10 Paesi di maggior provenienza dei minori, con un’attenzione prioritaria all’Africa, secondo criteri di efficienza ed efficacia, impatto sociale degli stessi, praticabilità concreta, capacità operative dei soggetti attuatori e loro capillarità sul territorio. Vengono, poi, prese in considerazione le rotte migratorie, in particolare i Paesi del Nord Africa, luoghi di transito e di continue sofferenze dei migranti in generale e dei minori in particolare. Un terzo livello progettuale sta vedendo coinvolte le realtà ecclesiali attive nell’accoglienza e nella cura dei minori migranti in Italia, a partire da quelle più vicine ai porti di sbarco degli stessi.

Tra gli ambiti prioritari di intervento si privilegiano l’educazione e la formazione (anche professionale); l’informazione in loco (su ciò che comporta il migrare); progetti mirati di carattere sociale e sanitario a favore delle fasce più deboli della popolazione migrante: i minori e le vittime di tratta in particolare; progetti in ambito socio-economico per la promozione di opportunità lavorative, accompagnamento ai rientri di coloro che intendono volontariamente procedere in tal senso. Un’attenzione particolare e trasversale la si sta riservando a processi e percorsi di riconciliazione, curati da realtà già attive in questo ambito come l’Associazione Rondine Cittadella della pace.

C’è chi prova a non lasciarsi mettere all’angolo o ridurre al silenzio facendo proposte che vadano oltre i dissensi gridati e l’indifferenza praticata.
(Fonte: sito ufficiale Galantino)

I migranti e i giovani in Sicilia non sono reciprocamente nemici, ma sono il popolo del futuro, il popolo della speranza.

I migranti e i giovani in Sicilia 
non sono reciprocamente nemici, 
ma sono il popolo del futuro, 
il popolo della speranza.
Mons. Corrado Lorefice 
Arcivescovo Metropolita di Palermo

Palermo - Piazza Marina
15 luglio 2916

Discorso alla città dell'arcivescovo di Palermo
in occasione del 393° festino di S. Rosalia 






Care Sorelle, Cari Fratelli,
siamo qui stasera, ancora una volta, nel nome di Rosalia, a celebrare quel che Lei significa per noi, per Palermo. Ma il nostro tradizionale convenire in questa Piazza non deve rappresentare una stanca abitudine, né tanto meno un vuoto rito. Siamo lieti di essere qui insieme perché ogni anno Rosalia, dall’alto della sua vita e del suo essere al cospetto di Dio, ci guarda, ci sprona, ci giudica e ci incoraggia. Potremmo dire che siamo invitati dalla nostra Santa Patrona di Palermo a guardare ogni anno la Città da un luogo elevato e ritirato. Perché chi vede le cose e le situazioni dall’alto le capisce meglio, in una maniera diversa, in un’ottica più panoramica. Certo, non si può vivere separati dalla terra, ma ogni tanto staccarsi è indispensabile, per non restare prigionieri della visione in orizzontale, per essere più lucidi.
Gettiamolo allora questo sguardo su Palermo, come se fosse lo sguardo di Rosalia dal suo eremo. Direi che Palermo e la Sicilia tutta, viste così, appaiono ai nostri occhi come una Città e una Regione bisognose di soccorso. Rosalia divenne il punto di riferimento unico della devozione popolare palermitana per il suo miracoloso intervento sulla peste. E non siamo lontani dal vero se in maniera obiettiva cogliamo anche nell’oggi della nostra storia la chiamata di una emergenza. E un bisogno di risoluzione decisiva, un bisogno di salvezza.
Le pesti, le grandi, dilaganti emergenze siciliane del nostro tempo si presentano stasera davanti ai nostri occhi. La prima, la più importante credo, è il rischio diffuso della mancanza di futuro. Care Sorelle, Cari Fratelli, sì, rischiamo di essere una Città e una Regione senza futuro, il futuro – ricordiamolo – di una storia gloriosa, perché la mancanza endemica di lavoro rischia non solo di gettare in una crisi irreversibile la nostra economia, ma soprattutto rischia di sottrarre la speranza di un domani ai nostri giovani. L’esodo dalla Sicilia sta diventando una necessità storica terribile, che priva la terra del suo nutrimento decisivo. E ad alimentare un territorio, una Città, sono i desideri, i progetti, la voglia di fare, le idee e le aspirazioni delle giovani generazioni che si avvicendano nel corso dei decenni e dei secoli. Senza la linfa ideale e rinnovata di questo ardore, senza il sapore di questo sogno, non c’è domani. Ma senza lavoro vero, dignitoso, costruttivo, teso a cambiare il mondo, non c’è domani.
E mentre si compie quest’esodo doloroso, Palermo e la Sicilia tutta sono il porto ideale di un altro esodo, di dimensioni planetarie, quello dei popoli del Sud del pianeta – dei nostri fratelli africani e del Medio Oriente – che giungono in Europa in cerca di rifugio e di opportunità di vita. Non dobbiamo nasconderci però dietro i luoghi comuni o le visioni distorte di molta politica. La molla ultima di questo esodo biblico, al di là di ogni consapevolezza di chi parte, è il desiderio di giustizia. Perché abbiamo costruito e stiamo costruendo un mondo senza giustizia, dove in maniera insopportabile i poveri impoveriscono e aumentano, mentre i ricchi si arricchiscono e sono sempre di meno. Un mondo in cui il Nord - gli Stati Uniti, l’Europa -, tutti i cosiddetti paesi sviluppati, possono sfruttare e depredare le ricchezze dei popoli del Sud – dell’Africa, dell’Asia – senza alcuno scrupolo e senza alcun ritegno. È da questo squilibrio che affama miliardi di persone, da questo ordine politico che accetta e fomenta la guerra e quindi la fuga disperata dei civili, è da questo modo di ordinare (o di disordinare) il mondo che viene l’esodo disperato di milioni di persone che in definitiva vengono a chiederci giustizia e diritti. E Palermo e la Sicilia rappresentano la meta privilegiata di questi viaggi, il porto ideale dell’Occidente.
Care Palermitane, Cari Palermitani, sarebbe un grave errore contrapporre i due esodi, quello dei nostri giovani e quello dei popoli del Sud. Chi ha una responsabilità politica ed è purtroppo miope e ignorante può farlo. Noi no. Noi no. Pensare che sia l’arrivo di tanti fratelli dal Sud del mondo a togliere il lavoro ai nostri giovani è una totale idiozia. Al contrario: l’esodo epocale dall’Africa attraverso il Mediterraneo è l’appello, e soprattutto l’opportunità che la storia ci offre, per ribaltare il perverso assetto del mondo e della sua economia; per creare nuove possibilità e nuove speranze proprio grazie all’accoglienza e all’integrazione dei tanti che giungono e che già oggi sono un polmone del lavoro e dello stato sociale in Italia. L’alleanza tra i due esodi, e non la contrapposizione, è il vero orizzonte che ci può consentire un passaggio nuovo. I migranti e i giovani in Sicilia non sono reciprocamente nemici, ma sono il popolo del futuro, il popolo della speranza.
E tutto questo è nelle nostre mani: quelle mani – e Rosalia ne è certamente felice – che in questi anni si sono spese nell’accoglienza, con la generosità siciliana, con la grandezza d’animo delle donne e degli uomini di Palermo. L’ho detto più volte e lo ripeto: qui lo ius soli c’è già, a dispetto delle beghe vergognose dei palazzi della politica in questi giorni. Qui chi arriva e tocca terra è già da subito palermitano. E questo è un atteggiamento bellissimo, che Palermo non deve perdere mai. Un atteggiamento fattivo che dobbiamo trasferire ed applicare a tutta la nostra storia, a tutte le nostre emergenze.
Dalla peste non si esce se non siamo noi a curare le ferite, a pulire le strade, a creare spazi nuovi, cammini condivisi prendendo le distanze dall’individualismo e da interessi personali o di gruppo. Voglio dire che sotto gli occhi di Rosalia, stasera, mettendoci dalla sua parte, noi dobbiamo dire a voce alta che il destino di Palermo e della Sicilia tutta è nelle nostre mani. Noi possiamo fare, noi possiamo cambiare le cose, senza aspettare che altri lo facciano per noi, senza sterili lamentele. Senza servilismi e sottomissioni. Rimanendo lucidi. Autenticamente liberi. Palermo ha una vocazione riconosciuta: essere città dei Giovani e Città della Cultura. Ad una chiamata si risponde con spirito di responsabile e creativa compartecipazione.
In questi giorni la nostra meravigliosa terra è funestata da una miriade di incendi devastanti, opera quasi sempre della mano dell’uomo; la nostra città da atti vandalici diretti a sfregiare la memoria di chi come Giovanni Falcone, nell’esercizio feriale e responsabile della professione, ha versato il sangue per la giustizia e la legalità. Ecco, c’è un atteggiamento di questo tipo, quello di chi si dà da fare per distruggere – la natura, l’ambiente, ma anche per distruggere gli altri, perché questa è la mafia, la mafia è la distruzione dell’altro, comunque lo vogliamo pensare – ecco c’è un atteggiamento distruttivo e in ultima analisi mafioso, che non rispetta niente e nessuno, che scommette e gode della distruzione, che pensa ‘sopra di me nessuno’ – tantomeno Dio! - ‘dopo di me il diluvio’.
Noi stasera, se siamo il popolo di Rosalia dobbiamo dirci e prometterci che non saremo così, che non possiamo essere così, se siamo figli, se intendiamo essere figli della nostra Patrona. Siamo qui per assumere con gioia la nostra responsabilità di palermitani, per dire a Rosalia che sin da domani faremo di tutto, tutto quello che è nelle possibilità di ognuno di noi, per rendere la Sicilia una terra di speranza e di futuro. Una terra dove i poveri sono aiutati, gli anziani sostenuti, i giovani agevolati, quelli che hanno un disagio o un handicap presi per mano, dove chi arriva da lontano lavora accanto a chi qui c’è da sempre per fare un cosa nuova, perché il Regno di Dio è una cosa nuova.
Come ci ricorda Isaia, infatti, il Regno di Dio è un monte – pensiamo e guardiamo stasera al nostro monte Pellegrino – un monte in cui tutti i popoli si riuniscono nella letizia per fare festa assieme, un monte in cui non c’è più sopruso, violenza e rapina, in cui non c’è guerra, non ci sono conflitti fratricidi, ma si sta gli uni accanto agli altri a celebrare la gioia dell’incontro. Usciamo stasera dai nostri egoismi, dai nostri cinismi, e sogniamo con Rosalia il Regno di Dio tra di noi, una Sicilia diversa, una Palermo nuova, che è alla nostra portata, che è nelle nostre mani.
Così pensavano già molti secoli fa i Padri della Chiesa, così pensava san Basilio, che diceva ai suoi cristiani che erano loro le mani di Dio, che ad operare nella storia era Dio per mezzo di loro. Basilio voleva dire ai suoi che la fede dei cristiani non è la passiva attesa di un miracolo, ma l’impegno umile, quotidiano, liberante, per fare un mondo nuovo. Lo dicevano, e soprattutto lo facevano, Paolo Borsellino e don Giuseppe Puglisi.
Lo continuano a fare nel silenzio feriale tante palermitane e tanti palermitani onesti e liberi!
Stasera Rosalia ci unisce sotto questo segno, sotto questo vessillo ideale. E noi ci sentiamo tutti, senza distinzione di condizione sociale, di pelle, di religione, di cultura, un popolo che cammina verso il monte di Dio, un popolo che insieme vuole costruire un mondo di accoglienza, di giustizia e di pace. Ce lo conceda Dio Padre per l’intercessione di Rosalia, santa della purezza di cuore e del coraggio!
Viva Palermo e Santa Rosalia!

+ Mons. Corrado Lorefice 
Arcivescovo Metropolita di Palermo


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Discordo alla città integrale

«CARO PAPA, SONO ANDREA, 9 ANNI»... E FRANCESCO GLI RISPONDE COSÌ...


Un regalo speciale quello ricevuto dal piccolo Andrea dalla mamma per la sua prima Comunione: un pellegrinaggio con l'Unitalsi (Unione Nazionale Italiana Trasporto Ammalati a Lourdes e Santuari Internazionali) a Loreto con tanti altri bambini, alcuni dei quali malati o disabili. E il piccolo, a nome di tutti i bambini partecipanti al Pellegrinaggio della Gioia, ha voluto scrivere al Papa:

«Caro Papa Francesco, mi chiamo Andrea, ho 9 anni e abito a Latina, ho ricevuto Gesù per la prima volta domenica 4 giugno. Mamma ha pensato per regalo di farmi partecipare insieme a mia sorella Gaia al pellegrinaggio dei bambini malati organizzato dall'Unitalsi sezione Romana Laziale. Siamo più di 130 bambini e molti sono malati, altri in sedia a rotelle ed altri sono soli ed accompagnati da alcune suore. Io gioco e parlo con tutti ed ho imparato tante cose. Qui don Gianni ogni giorno ci fa pregare per te ed allora ho pensato di fartelo sapere. Ieri abbiamo fatto la foto tutti insieme. Ho pensato di mandartene una per regalo: così ci vedi tutti, anche se ci sono dei bambini che non si potevano fotografare. Però noi ci conosciamo e ti diciamo che ti vogliamo bene. Ti posso chiedere due cose? Alla fine della messa ci danno sempre la benedizione. Ti posso chiedere di benedirci mentre ci guardi in foto per essere domani bravi come te? E, se puoi, perché l'anno prossimo non vieni anche tu a Loreto? Mi hanno già detto che lo stesso pellegrinaggio dei bambini a Loreto si rifarà il prossimo anno a giugno... sai che bello che sarebbe! Ora ti lascio e se potessi ti abbraccerei come faccio con mamma e papà». 


E Papa Francesco ha prontamente risposto alla lettera di Andrea:

«Caro Andrea, è stato bello ricevere la tua lettera e sapere della tua ricca avventura vissuta con l'Unitalsi insieme al pellegrinaggio della gioia a Loreto per i bambini. Qualcuno mi ha anche detto che prima di mandare la lettera l'hai letta a tutti i tuoi amici e, quando hai chiesto loro se erano contenti se me la inviavi, hanno applaudito con forza! Grazie allora a te per le belle parole e grazie a tutti i tuoi amici di Loreto. Grazie anche per la foto di gruppo che mi hai mandato dove ho potuto vedere che siete tanti e bellissimi! Mentre guardavo ogni volto nella foto, ho pregato la Madonna di Loreto per voi e vi ho benedetto di cuore insieme ai vostri genitori, ai volontari, ai sacerdoti e ai responsabili dell'Unitalsi. Grazie per l'invito che mi hai fatto a venire in pellegrinaggio con voi, stare con i bambini per me è la gioia più grande.Un proverbio dice: “mai dire mai!” e quindi affidiamo tra le mani della Provvidenza questo sogno».



giovedì 20 luglio 2017

Le prediche di Spoleto 2017 LA PREGHIERA DI GESÚ: IL PADRE NOSTRO - "Padre nostro che sei nei cieli" Card. Giuseppe Betori

LA PREGHIERA DI GESÚ:
IL PADRE NOSTRO
a cura dell’Archidiocesi Spoleto-Norcia in collaborazione con Festival di Spoleto 60

È ormai tradizione che il Festival di Spoleto proponga nel suo programma un ciclo di "Prediche" che, grazie ad interventi qualificati, offra a quanti le vogliano ascoltare qualche spunto di riflessione e approfondimento.
Dopo le felici esperienze degli anni passati, il 2017 affronta il tema della preghiera partendo dal testo che Gesù di Nazareth ha consegnato ai suoi discepoli: il Padre nostro. Con Tertulliano, scrittore del secondo secolo d.C., la tradizione delle Chiese cristiane vede in quelle parole un compendio di tutto il Vangelo. In esse sono contenute le dimensioni essenziali della predicazione di Gesù e si ritrova come l’introduzione al suo insegnamento e al mistero stesso della sua esistenza.
Anche oggi, ripercorrere questo testo e addentrarsi nelle domande che formula - dal pane quotidiano al perdono reciproco - conduce a scoprire che cosa significhi pregare, se sia possibile parlare a Dio, se non si tratti di una illusione, se possiamo domandargli effettivamente qualcosa. Perché per pregare è indispensabile trovare il cammino del cuore; il cuore inteso non come luogo della vita affettiva e delle emozioni, ma come il centro della persona, punto preciso in cui l’uomo si conosce in verità. È per questa ragione che la preghiera non si può definire come un discorso rivolto a Dio o una riflessione intellettuale sull’essere di Dio. La preghiera cristiana si colloca su un altro piano. È un dialogo tra due esseri.
+ Renato Boccardo

Padre nostro che sei nei cieli

Card. Giuseppe Betori*
Arcivescovo di Firenze
sabato 1 luglio


Padre nostro che sei nei cieli, possiamo incontrarti sulla terra? Questa domanda può essere il punto di partenza della nostra riflessione sulla prima parola della preghiera che Gesù ha insegnato ai suoi discepoli. Perché che ci sia un Padre nei cieli può essere una interessante rivelazione fatta alla nostra conoscenza, ma che questo Padre sia da noi raggiungibile e lo sia non solo nel futuro, ma fin da questo momento, significa poter colmare la nostra esistenza di una presenza amorosa, di cui il nostro cuore sente ardentemente l’esigenza. Eppure, se il cuore manifesta questo desiderio, per altri versi il mondo attorno a noi registra quella che potremmo definire una dolorosa assenza. L’enfasi sulla “morte del padre” accompagna la retorica della nostra epoca, almeno dal sorgere della psicoanalisi. La riflessione di Freud, di Lacan, come anche del meno citato Mitscherlich – l’autore di Verso una società senza padre (1963) –, ci rende consapevoli della scomparsa dell’immagine del padre consegnataci dalla tradizione, il pater familias, il padre a cui Kafka scriveva la Lettera pubblicata postuma nel 1952, la figura paterna che aveva dominato la scena familiare per secoli.

Quando ci rivolgiamo a Dio col titolo di “Padre”, diciamo qualcosa di preciso. Anzi, la rivelazione cristiana – parlandoci di un Padre – non solo dice come dobbiamo intendere correttamente Dio, a ben vedere ci dà anche un punto di vista nuovo sul reale. Se Dio fosse solo un principio ordinatore, qualcosa di simile al Dio di cui possono parlare i filosofi, lo si potrebbe raggiungere mediante il ragionamento. Lo stesso Tommaso d’Aquino introduce una piccola distanza, quando sottolinea come il principio del reale, raggiunto in ciascuna delle vie della conoscenza di Dio, «lo chiamiamo Dio», «viene chiamato Dio» (Summa Theol., I, qu. 2, art. 3).

Dio, ci dice la rivelazione cristiana, non è solamente un Dio ordinatore: egli è Padre. E questa affermazione porta con sé la conseguenza che anche il reale è visto totalmente sotto un altro punto di vista; in particolare per quanto riguarda la creatura dotata di libertà e di intelligenza. È la rivelazione di Gesù che provoca questa “conversione paterna” della nostra immagine di Dio. Qui possiamo anche immaginare che il Bambino Gesù abbia avuto una scuola di paternità nella testimonianza di san Giuseppe. La famiglia di Nazareth fu per Lui il luogo in cui fare esperienza concreta e quotidiana della sollecitudine amorosa di un padre. In quella dimora umile e dignitosa, alla presenza discreta e appassionata di san Giuseppe, «cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52).

Come ricordava papa Francesco nell’Omelia della Messa per l’inizio del ministero petrino (19 marzo 2013), san Giuseppe è il custode di Maria, di Gesù e della Chiesa, e svolge questo compito con attenzione a Dio. Aggiungeva il Papa: «Il prendersi cura, il custodire chiede bontà, chiede di essere vissuto con tenerezza. Nei Vangeli, san Giuseppe appare come un uomo forte, coraggioso, lavoratore, ma nel suo animo emerge una grande tenerezza, che non è la virtù del debole; anzi, al contrario, denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, capacità di amore».

Ma Gesù, nel suo continuo richiamarsi al Padre, ci permette di rovesciare un’altra prospettiva, oggi sempre più diffusa. Come fa notare Marcel Gauchet in un brillante volume, «se il XX secolo è stato quello dellascoperta del bambino reale, il XXI secolo si apre nel segno della sacralizzazione del bambino immaginario » ( Il figlio del desiderio, Vita e pensiero, 2010). Così oggi siamo sempre più proiettati nel guardare ai figli come oggetti del desiderio, come prolungamento narcisistico del nostro sguardo. Al contrario, fa notare Massimo Recalcati, occorre recuperare il senso di un debito simbolico, rendersi conto che siamo anzitutto figli. Solo a partire dall’assunzione consapevole dell’essere figli possiamo diventare adulti e generare, a nostra volta, dei figli: altrimenti ci troviamo a essere in competizione con i nostri figli per gli stessi spazi (adulti che si vestono e si comportano come ragazzini) oppure pretendiamo che essi siano sempre felici e pieni di successo (e siamo incapaci di sostenerli negli inevitabili fallimenti della vita).

Recalcati si richiama a Telemaco come esempio del figlio che ha bisogno del padre e lo cerca, che vuole ereditare qualcosa dal padre. Chi non accetta questo debito simbolico fa come i vignaioli omicidi della parabola evangelica: nelle parole di Recalcati, i vignaioli rigettano «la filiazione simbolica nel nome di un fantasma di autogenerazione» (Il complesso di Telemaco, Feltrinelli 2014). È l’inganno del serpente che nel paradiso terrestre suggerisce ad Adamo ed Eva che saranno come Dio, cioè in grado di autogenerarsi (cfr. Gen 3,5). Non possiamo dimenticare che invece siamo tutti generati dal Padre.

Ma che vuol dire allora che Dio è Padre? Dobbiamo ancora una volta rifarci a colui che ci parla di Dio in questo modo: dobbiamo ancora una volta rivolgerci a Gesù. Gesù ha incontrato in Giuseppe la testimonianza di un amore paterno, la casa paterna è stata per lui un luogo di sollecitudine e custodia, di tenerezza e passione. Ma se Gesù parla di Dio come un Padre, è perché ha una testimonianza ancora più profonda, ancora più radicale; della quale la vita di Giuseppe può considerarsi solo come l’immagine.

Se nelle parole di Gesù Dio ha i tratti del Padre, è perché ha su questo un’attestazione ancora più intima e veritiera. Vale a dire che Gesù non si è creato l’immagine di Dio come un Padre, non si è fatto un concetto del Creatore, adattandolo a una figura a tutti familiare, che trasmette il senso della protezione e dell’affetto. Gesù ha vissuto realmente l’esperienza di Dio Padre: se Gesù può rivelare agli uomini che questo è il volto di Dio, è perché sperimenta continuamente questo nel proprio cuore. Gesù chiama il Padre Abbà, babbo, svelando un’intimità con Lui che scombina il modo con cui nella storia gli uomini hanno guardato a Dio. Per Gesù Dio è Abbà, perché Lui, Gesù è il Figlio. Gesù ci dice che Dio non è solo il Creatore, l’Onnipotente, l’Altissimo: è Babbo, la persona che ogni figlio ha bisogno di avere per sentirsi sicuro, per aprirsi al mondo con la fiducia necessaria. L’intimità che Gesù ha con il Padre apre a un affetto nutrito di tenerezza.

C’è una cosa che forse non si nota a sufficienza, ma che è piena di significato. A ben vedere, nel Vangelo Gesù distingue il suo rapporto con il Padre da quello che abbiamo noi. Nel giorno della Risurrezione, mentre dice a Maria di Magdala di andare ad annunciare ai discepoli la sua ascesa al Padre, lo fa con queste parole: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”» ( Gv 20,17). E anche quando insegna la preghiera che dà il titolo a questa conferenza non dice: «quando preghiamo, dobbiamo dire: Padre nostro », ma dice: «Voi dunque pregate così: Padre nostro...» ( Mt 6,9).

In un commento al passo di Matteo in cui Gesù parla del Padre nostro, Papa Francesco sottolinea che «se lo spazio della preghiera è dire “Padre”, l’atmosfera della preghiera è dire “nostro”: siamo fratelli, siamo famiglia» (Meditazione mattutina nella cappella della Domus Sanctae Marthae, 16 giugno 2016). Ecco perché la preghiera che Gesù insegna comincia con queste parole: in questo modo ci ricordiamo che siamo fratelli e che il mondo in cui siamo non è nostro, ma ci è stato donato da un Padre sovrabbondante di amore per l’uomo.





* CARD. GIUSEPPE BETORI | Nato a Foligno (Perugia) nel 1947, ordinato sacerdote il 26 settembre del 1970, dal 26 ottobre 2008 è arcivescovo di Firenze. Ha studiato alla Pontificia Università Gregoriana e al Pontificio Istituto Biblico, dove ha conseguito il dottorato in Sacra Scrittura. È stato docente di introduzione alla Sacra Scrittura e di esegesi del Nuovo Testamento presso l’Istituto Teologico di Assisi. Ha scritto diverse pubblicazioni di carattere biblico e pastorale. Già direttore dell’Ufficio catechistico nazionale e poi sottosegretario della Conferenza episcopale italiana, ha curato la pubblicazione di vari volumi del catechismo della Chiesa italiana, l’organizzazione del Convegno ecclesiale di Palermo (1995) e di quello di Verona (2006), l’avvio e lo sviluppo del "progetto culturale", la preparazione della XV Giornata mondiale della gioventù (2000). Il 5 aprile 2001 è stato nominato da Papa Giovanni Paolo II segretario generale della Conferenza episcopale italiana e vescovo titolare di Falerone. È nominato arcivescovo di Firenze l’8 settembre 2008. Nel Concistoro Ordinario Pubblico del 18 febbraio 2012 Papa Benedetto XVI lo ha creato Cardinale di Santa Romana Chiesa.


Oltraggio alla stele di Livatino, cardinale Montenegro: «Offesi e addolorati»

Oltraggio alla stele di Livatino, 
cardinale Montenegro: «Offesi e addolorati»

Il commento dell'arcivescovo di Agrigento dopo lo sfregio al memoriale del giudice siciliano. «Basta con i reati contro giustizia e il sangue innocente»


«Come cristiani e come cittadini ci sentiamo offesi e addolorati per il gesto compiuto a danno della stele che ricorda il sacrificio di sangue che il giudice Livatino ha pagato nel 1990. Alla barbarie della sua morte si è voluta aggiungere anche quella dell’oltraggio alla sua memoria, per tentare di eliminare ogni traccia che ricordasse un uomo che ha vissuto per la giustizia e per essa ha dato la vita». Così l'arcivescovo di Agrigento, cardinale Francesco Montenegro, ha commentato il danneggiamento del memoriale del giudice siciliano avvenuta ieri. 

«Dietro il vile atto di infrangere il monumento al giudice di Canicattì si nasconde quella logica mafiosa che tanto male ha fatto al nostro territorio. Siamo consapevoli che ci sono ancora persone e sistemi di potere che lavorano per distruggere il bene, per danneggiare la dignità di tanti cittadini onesti e per impedire qualsiasi sviluppo della Sicilia».

Montenegro ha poi ricordato le parole di papa Wojtyla seguite alle stragi del '92: «A queste persone ripetiamo l’appello di Giovanni Paolo II: “Convertitevi, un giorno verrà il giudizio di Dio”; a queste persone vogliamo dire con chiarezza che il loro modo di ragionare e di fare è fuori dal Vangelo e, pertanto, loro stessi sono fuori dalla chiesa; a queste persone vorremmo giungesse il grido di dolore di tanti genitori che – come quelli di Livatino – hanno dovuto piangere i loro figli innocenti, nella speranza che quelle lacrime li convincessero a fermarsi. Basta! Basta con i reati contro la giustizia! Basta con il sangue innocente! Basta con la cattiveria usata nei confronti di chi vuole lavorare onestamente! Basta!». 

«L’offesa arrecata ieri alla memoria di Livatino ci spinge a recuperare con maggiore forza l’impegno a vivere e a testimoniare la giustizia. Nessuna barbarie fermerà la volontà di tanti uomini e donne di questa terra che credono nella giustizia. Con la forza umile che ci viene dal giudice Livatino desidero lanciare un appello a tutti: cerchiamo di essere noi un monumento vivente alla giustizia, al bene, al rispetto delle regole, all’amore. Come Livatino, nel posto in cui ci troviamo e nel lavoro che svolgiamo, impegniamoci ad essere persone giuste, corrette, integre; evitiamo ogni forma di compromesso con la mentalità mafiosa, ogni forma di omertà, di connivenza e di complicità con chi vuole dominare con il potere e l’ingiustizia. L’esempio che ci ha lasciato Livatino ci porti ad essere “affamati e assetati di giustizia”. Solo così il suo esempio continuerà a vivere e la nostra testimonianza sarà la risposta più bella a quanti vogliono offendere la memoria delle persone giuste che hanno fatto grande la nostra terra».
(fonte: Avvenire)

Vedi anche i post:


“Milioni in povertà estrema, inutile festeggiare la crescitaˮ Intervista con l'arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi sui poveri in Italia

“Milioni in povertà estrema, inutile festeggiare la crescitaˮ 
Intervista con l'arcivescovo di Bologna
 Matteo Zuppi 
sui poveri in Italia 
a cura di Andrea Tornelli

«Necessario un nuovo patto, dalla crisi si esce solo insieme. Mancano risposte strutturali. Serve concretezza, non annunci e spot»

«Serve un nuovo patto, serve concertazione, servono progetti e una visione di lungo respiro, perché la povertà come conseguenza della crisi è a sarà ancora davanti a noi». Per l'arcivescovo Matteo Zuppi, 61 anni, nominato da Papa Francesco alla guida della diocesi di Bologna alla fine del 2015, i numeri e le statistiche dell'Istat sulla povertà in Italia non dicono tutto e non fotografano abbastanza la drammaticità della situazione: la Chiesa, con le parrocchie, le Caritas, le mense e una miriade di altre opere sociali sa bene che la crisi - quella percepita nel vissuto delle famiglie - non si è affatto conclusa. Nonostante i proclami e le stime di crescita del Pil. Ne parla con La Stampa, tra una visita alla mamma ammalata di un sacerdote e una processione. 

Che cosa ci dicono le statistiche dell’Istat?
«Ci dicono che esiste una emergenza povertà in Italia, della quale dobbiamo prendere atto. Ci sono milioni di persone che vivono sulla soglia della povertà estrema. Dati che richiederebbero una presa di coscienza e uno sforzo ulteriore, invece di rallegrarsi perché qualche indice sulla crescita sembra andar bene. Ci sono vecchi e nuove povertà e il rischio è di arrivare sempre in ritardo, per alleviare la situazione, quando invece servirebbero soluzioni stabili». 

Quali sono le nuove povertà nella sua esperienza di vescovo di Bologna?
«Non l'abbiamo ancora classificata come “nuovaˮ, ma penso ad esempio a quella degli anziani. Con l'allungamento della vita e il venir meno di protezioni sociali, si allunga la lista di coloro che non sono più sufficientemente tutelati. Cresce il loro numero nelle mense dei poveri, e non soltanto a motivo di quella povertà “relazionaleˮ che è la solitudine, ma per veri e propri motivi economici. Per non parlare delle medicine, quelle non coperte che richiedono il pagamento di ticket. Mi hanno detto che il consumo di latte diminuisce sensibilmente negli ultimi giorni prima della riscossione delle pensioni». 

Poi c'è la povertà di chi perde il lavoro e non riesce a trovarne un altro...
«Per questo dico che la povertà è ancora davanti a noi. A motivo della crisi, della disoccupazione, della precarietà, ci troveremo ad avere molti più anziani senza pensione».

Colpiscono anche i dati riguardanti l'impoverimento di quella che un tempo era la cosiddetta “classe mediaˮ. Cresce il numero degli italiani che non possono permettersi di andare in vacanza.
«Ci deve molto preoccupare questa povertà diffusa che prepara una condizione peggiore per il futuro. La protezione familiare è quella che oggi permette, in certe situazioni, di andare avanti, grazie alla pensione del nonno o della nonna. C'è bisogno di sostenere le famiglie, di politiche a sostegno della natalità, di maggiore sicurezza e minore precarietà. Ma in futuro questo sarà sempre meno possibile, perché gli anziani di domani avranno pensioni più basse». 

Le istituzioni, la politica, si rendono conto di questa situazione secondo lei?
«Certamente le risposte sono troppo poche e poco strutturali. Sono troppo legate al contingente. Servono risposte a lungo termine, al di là delle convenienze immediate o delle divisioni partitiche. C'è una vera e propria tentazione, che è quella delle piccole convenienze. Servono un nuovo patto, concertazione, progetti e una visione di ampio respiro, come quella che hanno avuto i nostri genitori nel Dopoguerra, anche se oggi le macerie sono di altro genere. Se si proteggono i più deboli, sono protetti tutti». 

C'è il rischio, secondo lei, di una guerra tra poveri? Colpisce che talvolta gli italiani impoveriti diano la colpa agli immigrati...
«Rischiamo una guerra tra poveri e anche una guerra tra generazioni. Invece è soltanto insieme che possiamo trovare le risposte. Crediamo di individuare il colpevole nella “concorrenzaˮ che invece è un'opportunità in più. Anche qui c'è una responsabilità della politica, che dovrebbe essere un po’ meno populista. Ci vogliono più progetti e meno slogan, più visione e meno sondaggi. Più realismo, più concretezza e meno tweet. È un impegno che dobbiamo prendere tutti, con un nuovo patto tra le parti. A Bologna abbiamo iniziato il patto sul lavoro, che coinvolge il Comune, le industrie, i sindacati, la Chiesa, senza confusioni di ruoli. Speriamo dia frutto. Solo insieme si può uscire dalla crisi»
(Fonte: "La Stampa" del 17.07.2017)