Alberto Maggi
2 NOVEMBRE… MORTI o DEFUNTI?
Ogni 2 novembre la Chiesa celebra la Commemorazione di tutti i fedeli defunti. Per la sua comprensione è di fondamentale importanza soffermarsi sulla terminologia usata. Nella liturgia non si parla genericamente di "morti", ma di "defunti", sebbene nel linguaggio comune i due termini siano spesso considerati sinonimi. Ma non è così, e la differenza tra le due parole è profonda.
Il "morto" (dal latino mortuus) descrive l'evento biologico, la cessazione delle funzioni vitali, lo stato di fine: è uno sguardo puramente orizzontale che si ferma al dato oggettivo dell'assenza di vita fisica e alla constatazione di una chiusura.
Il "defunto", invece, ci apre a una prospettiva radicalmente diversa. Il verbo defungere, da cui deriva, affonda le sue radici nel latino defungi (composto da de- e fungi), che significa aver compiuto, adempiuto fino in fondo un compito o un ministero. Non indica la cessazione della vita, bensì il compimento di una missione terrena, affinché la vita stessa possa proseguire, trasformata, in forme nuove.
Per un uso corretto del linguaggio e della visione cristiana, bisognerebbe inoltre evitare di contrapporre la vita alla morte. Sarebbe più corretto parlare della nascita e della morte come di due eventi che appartengono entrambi al medesimo ciclo della vita: l’ingresso e l’uscita dall’esistenza terrena sono due porte del medesimo cammino.
In ciascuna di queste due fasi si verificano, in modo paradossale, una nascita e una morte. Nella nascita terrena, il neonato "muore" alla condizione precedente: lascia il grembo materno, luogo di sicurezza e protezione, per affacciarsi verso l'incognito. Ma questa "morte" è la sua unica possibilità di continuare a vivere: solo uscendo dal grembo potrà incontrare la luce e sperimentare l'amore con cui i genitori lo attendevano. Ugualmente nel momento della morte, l’uomo lascia un mondo noto e rassicurante per nascere a una dimensione ulteriore. Solo attraverso questo passaggio l’individuo può sperimentare la pienezza dell’amore di Dio, che lo avvolge della sua luce. Non a caso, fin dai primi secoli del cristianesimo, il giorno della morte dei fedeli veniva chiamato dies natalis, ovvero il "giorno della nascita", il compimento e il coronamento dell'esistenza terrena.
Con la morte la relazione tra i viventi e i defunti non si interrompe, ma cambia modalità di comunicazione. Così come accade nell'arco della vita terrena — in cui il modo di relazionarsi con un bambino è diverso da quello con un adulto o un anziano —, così l'affetto e la comunione con chi ci ha preceduto continuano in una forma nuova, ancora più intensa, spirituale e profonda.
Il messaggio centrale del Vangelo è che, attraverso la morte, la persona continua a esistere in una diversa dimensione, in una continua crescita e trasformazione verso la propria realizzazione definitiva. Come recita il Prefazio della Messa dei Defunti — attingendo a testi liturgici latini antichissimi, tra cui il Sacramentario Gelasiano: «Vita mutatur, non tollitur» (La vita non viene tolta, ma trasformata).
Questa formula rappresenta l'espressione più antica e limpida della fede della Chiesa di fronte al mistero della morte. A passare oltre è la persona nella sua interezza, non una semplice astrazione. Come scrive Paolo nella Prima Lettera ai Corinti: «Si semina un corpo materiale, risorge un corpo spirituale» (1 Cor 15,44); «E come abbiamo portato l'immagine dell'uomo di terra, così porteremo l'immagine dell'uomo celeste» (1 Cor 15,49).
La vita, trasformata e impreziosita dal patrimonio di bene che ciascuno reca con sé, entra con la morte nella pienezza della comunione divina. Lo afferma con forza l’autore dell’Apocalisse: «Beati fin d'ora i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono» (Ap 14,13).
Accostando in modo paradossale due concetti apparentemente opposti — il morire e l’essere beati —, la Scrittura ricorda che la morte fisica non ha l’ultima parola. La morte non è una sconfitta, né un annientamento o una dolorosa attesa nel vuoto, ma il definitivo passaggio verso la pienezza della Vita.
(fonte: bacheca fb dell'autore)
