#L'INFERNO
Il Breviario di Gianfranco Ravasi
ha trasformato la sua vita in qualcosa che somiglia all’inferno.
Non può farne a meno.
Non può farne a meno.
Proponiamo una sorta di provocazione. Nel giorno in cui nella cristianità si celebrano tutti i santi ci affacciamo per contrasto sull’antipodo del paradiso, ossia sull’abisso infernale e lo facciamo attraverso uno degli Aforismi, sempre taglienti e acuti, che ci ha lasciato lo scrittore e giornalista Ennio Flaiano (1910-1972). Spirito profondamente laico, era però attento anche a smitizzare certi luoghi comuni della boria intellettuale e sociale dei suoi e dei nostri giorni, ritrovando valori antichi e non di rado cristiani. Ora, se si va un po’ oltre la fantasmagoria iconografica dell’inferno popolato di diavoletti e di crepitanti fiamme, si può intuire quanto sia tragica quella situazione in cui siano spenti l’amore, la speranza, la luce, la trascendenza: questo è, infatti, l’inferno. È ciò che lo scrittore francese Georges Bernanos metteva in bocca al suo famoso curato di campagna: «L’inferno, signora, è non amare più».
È per questo che in un’altra sua opera, Il signor Ouine, lo stesso autore cattolico affermava: «Si parla sempre del fuoco dell’inferno, ma nessuno l’ha visto. L’inferno è freddo». Sì, esso è solitudine, silenzio carico d’odio, è assenza di Dio che è luce e amore per definizione. Là l’uomo è abbandonato a sé stesso, ai suoi vizi e alle sue follie. La Bhagavadgita, che è considerata come il parallelo del nostro testo sacro evangelico per gli indù, dichiara che «l’inferno ha tre porte: lussuria, ira, avarizia».
È per questo che possiamo dar ragione a Flaiano: abbiamo spesso trasformato la società in qualcosa che somiglia all’inferno. Lo si deve riconoscere senza retorica ed enfasi, ma con l’esperienza di molte vicende di cronaca.
