“Il giorno dei morti”.
La nostra vita legata
a chi non c’è più
di Gennaro Matino
Stiamo diventando capaci di cancellare i morti senza nemmeno aspettare che muoiano. Basta smettere di ascoltare un anziano, considerare inutile una storia, trovare ingombrante qualcuno che non tiene il nostro passo. Prima viene l’irrilevanza. Poi il silenzio. La morte, qualche volta, trova il lavoro già cominciato. Arrivano i giorni dei santi e dei defunti.
Torneremo nei cimiteri, porteremo fiori, cercheremo un nome tra le lapidi. Oppure no. Non so se questa ricorrenza sia ancora avvertita come una volta. E diffido della nostalgia che assolve il passato soltanto perché è passato: anche ieri si potevano onorare i morti e mortificare i vivi. Ma vorrei capire che cosa accade quando si assottiglia il legame con chi ci ha preceduti.
Quale idea dell’uomo prende il suo posto. Quale libertà crediamo di guadagnare diventando senza debiti, senza eredità, senza nessuno da ringraziare. Abbiamo a disposizione archivi immensi. Fotografie che riaffiorano sul telefono, messaggi conservati, voci che possiamo riascoltare. Eppure si può possedere ogni immagine di una persona e averne smarrito la presenza. Il dispositivo restituisce una data; il dolore domanda che cosa ne abbiamo fatto di quell’amore.
Nessuna notifica può rispondere per noi. La memoria comincia precisamente lì: quando ciò che è stato torna a interrogarci. Mio padre, mia madre, mio figlio, mia figlia, un amico, una donna che mi ha insegnato a leggere, qualcuno che mi ha raccolto in un giorno sbagliato. Persone dalle quali continuo a ricevere qualcosa anche dopo la loro morte. Un gesto, un modo di apparecchiare, una frase che mi sorprendo a ripetere. Crediamo di abitare soltanto una casa, una città, un presente. Abitiamo anche le vite che ci hanno fatto posto. Per questo il cimitero può essere un luogo politicamente scomodo. Sotto quelle pietre crolla la favola dell’individuo che si è fatto da sé. Nessuno è arrivato fin qui da solo. Qualcuno ha lavorato prima di noi, ha rinunciato, ha avuto paura, ha sbagliato, ha ricominciato. Qualcuno ha conquistato diritti che oggi consumiamo come fossero servizi inclusi nel prezzo.
Davanti a una tomba la gratitudine smette di essere buona educazione e diventa conoscenza: finalmente vediamo quanto della nostra vita appartenga al dono degli altri. Ma ricordare costa. Chiede tempo e, soprattutto, disponibilità a lasciarsi correggere. Un passato ridotto a celebrazione è innocuo: qualche corona, un discorso, tutti a casa. Una memoria viva può invece contestare le nostre scelte. Domandarci perché invochiamo i sacrifici dei padri mentre ne disperdiamo le conquiste. Perché insegniamo ai ragazzi a celebrare la libertà e così poco a riconoscere quando viene umiliata. Perché ci commuove una vecchia fotografia di famiglia e ci infastidisce la lentezza di chi, in quella fotografia, era giovane. Anche i morti, poi, subiscono la nostra voglia di possesso. Li vorremmo tutti esemplari, tutti dalla nostra parte, finalmente incapaci di contraddirci. E invece fare memoria esige verità. Ci sono eredità da accogliere e altre da interrompere.
Affetti da custodire e ferite alle quali impedire di diventare destino. Si può amare un padre senza ripeterne gli errori. Si può appartenere a una storia trovando il coraggio di cambiarne la direzione, con la forza di perdonarla. È una responsabilità adulta: ricevere, discernere, consegnare. Qui passa una soglia decisiva. Dal ricordo che mi consola alla memoria che mi impegna. Se il dolore per una persona perduta mi rende più attento alla solitudine di qualcuno, quel legame sta ancora generando vita. Se invece diventa il confine entro cui riconosco soltanto i miei, qualcosa si è chiuso. Esistono morti senza visite, senza fiori, perfino senza nome. Famiglie che non hanno una tomba davanti alla quale fermarsi. La pietà incontra la sua misura più esigente quando arriva fin dove non abbiamo parentele da difendere. E c’è un altro debito che questi giorni dovrebbero aiutarci a vedere. Noi saremo il passato di qualcuno. Di questa stagione resteranno conseguenze che altri dovranno abitare: una terra custodita o consumata, istituzioni credibili o svuotate, parole affidabili o rese inutili dall’inganno. Ci preoccupiamo di quale ricordo lasceremo. Dovremmo cominciare da quale mondo. Forse, allora, nei prossimi giorni potremmo fermarci un poco di più davanti a un nome. Lasciarlo tornare persona. Raccontarlo a un bambino, senza trasformarlo in una statua. Dire il bene ricevuto, riconoscere il male, trovare una parola che meriti di essere portata avanti. Il tempo senza memoria comincia quando nessuno sente più di dover raccogliere e consegnare qualcosa. I fiori servono.
(Fonte: “la Repubblica” – Napoli – 1 novembre 2026)
