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domenica 12 agosto 2018

"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 37/2017-2018 (B) di Santino Coppolino

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino



Vangelo: 
 Gv 6,41-51 




Così come Israele nel deserto mormorò contro Dio e contro Mosè, adesso i giudei mormorano contro Gesù, <<il pane della vita>> , domandandosi come possa, un uomo come loro, essere disceso dal cielo. Per l'uomo è "scandalo e follia" ( cfr. 1Cor 1,23) che Dio si riveli nella fragile umanità dell'uomo Gesù. <<Eppure, se Dio vuole comunicarsi alle sue creature, non può che farsi carne e sangue, come noi.>> (cit.). Adesso la carne, simbolo della fragilità dell'uomo, sostituisce il pane come metafora di Gesù e della Parola del Padre. Mangiare allora la carne di Gesù significa assumere la sua divinità nella debolezza e nella fragilità umana, una umanità che si consegna inerme nelle nostre mani in obbedienza al Padre. La rivelazione di un Dio siffatto scatena la mormorazione e il rifiuto dei capi religiosi (i giudei) e di quanti - noi compresi - attendono la manifestazione di un Dio che si palesi al mondo con la forza e la potenza, e che ponga fine alle ingiustizie con la violenza delle armi. Mangiare e assimilare la carne di Gesù significa perciò ripudiare la via della violenza scommettendo la propria vita sull'amore. Solo amando così come siamo amati, possiamo essere assimilati a lui che ci fa fratelli e ci introduce nella vita e nell'amore trinitario, perché finalmente  <<Dio sia tutto in tutti>> (1Cor 15,28)


sabato 11 agosto 2018

"Non discutere di Dio, tuffati nel suo mistero" di p. Ermes Ronchi - XIX Domenica – Tempo Ordinario Anno B

Non discutere di Dio, tuffati nel suo mistero

Commento
XIX Domenica – Tempo ordinario – Anno B

Letture:  1 Re 19,4-8; Salmo 33; Efesini 4,30-5,2; Giovanni 6,41-51

In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?». Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo [...]».

Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Potenza del linguaggio di Gesù, il suo mistero e la sua storia espressi non con ragionamenti ma per immagini: pane, vivo, discesa, cielo. Quattro parole e quattro metafore, ciascuna generativa, in quanto ricca di movimento, di esperienza, di sapore e di orizzonti. Non spiegano il mistero, ma lo fanno vibrare nella tua vita, mistero gioioso da godere e da assaporare. Il pane di cui parlano non è quel pugno di acqua e di farina passata per la macina e il fuoco, contiene molto di più: è il simbolo di tutto ciò che è buono per te e ti mantiene in vita.

I giudei si misero a mormorare contro Gesù. Ma come? Pretendi di essere il pane piovuto dal cielo? Ma sei venuto come tutti da tua madre e da tuo padre. Tu vuoi cambiarci la vita? E facendo quello che fa il pane con il nostro corpo, che si nasconde e scompare nell'intimo, e non fa rumore. No, il Dio onnipotente dovrebbe fare ben altro: miracoli potenti, definitivi, evidenti, solari. Ma Dio non fa spettacolo. In fondo è la stessa critica che mormoriamo anche noi: che pretese ha sulla mia vita quest'uomo di duemila anni fa? Lui pensa davvero di farci vivere meglio?

Non mormorate tra voi.. Non sprecare parole a discutere di Dio, puoi fare di meglio: tuffati nel suo mistero. Pane che discende dal cielo. Nota: discende, per mille strade, in cento modi, come il pane nel corpo; discende verso di me, adesso, in questo momento, e continuamente. Io posso scegliere di non prenderlo come cibo, lo posso anche relegare nel repertorio delle fantasie, ma lui discende instancabilmente, mi avvolge di forze buone. Io sono immerso in lui e lui è immerso in me, e nutre la mia parte più bella. 

Non mormorate, mangiate. Il brano del Vangelo di oggi si articola attorno al verbo mangiare. Un gesto così semplice e quotidiano, eppure così vitale e potente, che Gesù l'ha scelto come simbolo dell'incontro con Dio; ha raccontato la frontiera avanzata del Regno dei cieli con le parabole del banchetto, della convivialità. Il Pane che discende dal cielo è l'autopresentazione di Dio come una questione vitale per l'uomo. Il pane che mangi ti fa vivere, e allora vivi di Dio e mangia la sua vita, sogna i suoi sogni, preferisci quelli che lui preferiva. Bocconi di cielo.

Sorge una domanda: di cosa nutro anima e pensieri? Sto mangiando generosità, bellezza, profondità? Oppure mi nutro di egoismo, intolleranza, miopia dello spirito, insensatezza del vivere, paure? Se accogliamo pensieri degradati, questi ci fanno come loro. Se accogliamo pensieri di Vangelo e di bellezza, questi ci trasformeranno in custodi della bellezza e della tenerezza, il pane che salverà il mondo.



Omelia p. Alberto Neglia XVIII Domenica del Tempo Ordinario (B) e ricordo dei suoi 50 anni di vita presbiterale - 05/08/2018 (VIDEO)


Omelia p. Alberto Neglia

- XVIII Domenica  del Tempo Ordinario (B) -
e ricordo dei suoi 50 anni di vita presbiterale
05/08/2018

Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto






... A volte pretendiamo che il Signore faccia dei miracoli, che risolva i problemi, il Signore ci coinvolge, se quel poco che abbiamo lo mettiamo a disposizione di Lui e dei fratelli le cose cambiano e all'interno della nostra società ce n'è per tutti ... Aver fede significa accogliere Gesù ... organizzare tutta la nostra vita ... con la logica dell'amore ...
Quando una persona è molto buona si dice "è un pezzo di pane", è proprio così, dobbiamo diventare un pezzo di pane ... attraverso l'attenzione,la gioia che si comunica, il sorriso che si dà, il perdono che si offre all'altro ... quando non si alzano muri ...

Desidero questa sera ringraziare il Signore per non avermi fatto mai mancare il pane; il pane della sua Parola in questi 50 anni di vita presbiterale, ma anche prima, e nemmeno il pane concreto ... e soprattutto non mi è mancato mai il dono del Signore, della fede. 
Ringrazio i miei genitori ... mia sorella, mio fratello, tutti mi hanno aiutato ... ma sento il bisogno di ringraziare il Signore per tutti i fratelli religiosi che mi hanno aiutato, mi hanno formato ... ringrazio il Signore di aver vissuto a Roma negli anni del Concilio ... ho incontrato vescovi di tutto il mondo, è stata un'esperienza che mi ha fatto crescere ... e poi la possibilità di vivere in una comunità internazionale ... fa crollare tanti pregiudizi ...
Di questi 50 anni di presbiterato 37 li abbiamo passati qui con Gregorio e Aurelio, ringrazio i confratelli che mi hanno aiutato a stare con la Parola, il cibo vero che è la Parola di Dio che ci alimenta quotidianamente e poi ci illumina per comprendere l'altra parola che sono i fratelli ...
Ringrazio il Signore anche per le persone che ho incontrato in questi 50 anni ... quando meno ce lo aspettiamo ognuno diventa pezzo di pane per l'altro ... ho ricevuto tanto ... 30 anni di esperienza in ospedale ... se sei con il cuore aperto l'altro ti porta Gesù ...
Sento anche il bisogno di chiedere perdono al Signore ...
C'è un Salmo, il Samo 103, l'inizio di questo salmo l'ho voluto scrivere nell'immaginetta ...

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«Questi sono i grandi idoli: successo, potere e denaro. Sono le tentazioni di sempre! » Papa Francesco Udienza 08/08/2018 (foto, testo e video)


UDIENZA GENERALE
Aula Paolo VI
Mercoledì, 8 agosto 2018


Papa Francesco ha fatto il suo ingresso in Aula Paolo VI poco prima delle 9.30, salutato da un’ovazione dei 7mila fedeli presenti oggi, che lo hanno accolto per il tradizionale appuntamento del mercoledì, in questo mese di agosto al coperto per evitare il caldo della piazza assolata. Tra i doni più singolari, anche un pupazzo artigianale che raffigura il Papa. Molto nutrita, anche oggi, la presenza dei giovani, che hanno consegnato a Francesco striscioni colorati, biglietti e doni, tra cui anche una sacca bianca da pellegrino. Non è mancato l’ormai tradizionale gioco dello zucchetto, mentre Francesco veniva amabilmente strattonato dalle due ali di folla, da ambedue i lati del corridoio percorso a piedi. Immancabili le foto e i selfie, per “catturare” un ricordo dell’udienza da dietro le transenne.











Guarda il video del saluto ai fedeli

 Catechesi sui Comandamenti: 5. L’idolatria

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Continuiamo oggi a meditare il Decalogo, approfondendo il tema dell’idolatria, ne abbiamo parlato la settimana scorsa. Ora riprendiamo il tema perché è molto importante conoscerlo. E prendiamo spunto dall’idolo per eccellenza, il vitello d’oro, di cui parla il Libro dell’Esodo (32,1-8) – ne abbiamo appena ascoltato un brano. Questo episodio ha un preciso contesto: il deserto, dove il popolo attende Mosè, che è salito sul monte per ricevere le istruzioni da Dio.


Che cos’è il deserto? È un luogo dove regnano la precarietà e l’insicurezza - nel deserto non c’è nulla - dove mancano acqua, manca il cibo e manca il riparo. Il deserto è un’immagine della vita umana, la cui condizione è incerta e non possiede garanzie inviolabili. Questa insicurezza genera nell’uomo ansie primarie, che Gesù menziona nel Vangelo: «Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?» (Mt 6,31). Sono le ansie primarie. E il deserto provoca queste ansie.

E in quel deserto accade qualcosa che innesca l’idolatria. «Mosè tardava a scendere dal monte» (Es 32,1). È rimasto lì 40 giorni e la gente si è spazientita. Manca il punto di riferimento che era Mosè: il leader, il capo, la guida rassicurante, e ciò diventa insostenibile. Allora il popolo chiede un dio visibile – questo è il tranello nel quale cade il popolo - per potersi identificare e orientare. E dicono ad Aronne: «Fa’ per noi un dio che cammini alla nostra testa!», “Facci un capo, facci un leader”. La natura umana, per sfuggire alla precarietà – la precarietà è il deserto - cerca una religione “fai-da-te”: se Dio non si fa vedere, ci facciamo un dio su misura. «Davanti all’idolo non si rischia la possibilità di una chiamata che faccia uscire dalle proprie sicurezze, perché gli idoli “hanno bocca e non parlano” (Sal 115,5). Capiamo allora che l’idolo è un pretesto per porre se stessi al centro della realtà, nell’adorazione dell’opera delle proprie mani» (Enc. Lumen fidei, 13).

Aronne non sa opporsi alla richiesta della gente e crea un vitello d’oro. Il vitello aveva un senso duplice nel vicino oriente antico: da una parte rappresentava fecondità e abbondanza, e dall’altra energia e forza. Ma anzitutto è d’oro, perciò è simbolo di ricchezza, successo, potere e denaro. Questi sono i grandi idoli: successo, potere e denaro. Sono le tentazioni di sempre! Ecco che cos’è il vitello d’oro: il simbolo di tutti i desideri che danno l’illusione della libertà e invece schiavizzano, perché l’idolo sempre schiavizza. C’è il fascino e tu vai. Quel fascino del serpente, che guarda l’uccellino e l’uccellino rimane senza potersi muovere e il serpente lo prende. Aronne non ha saputo opporsi.

Ma tutto nasce dall’incapacità di confidare soprattutto in Dio, di riporre in Lui le nostre sicurezze, di lasciare che sia Lui a dare vera profondità ai desideri del nostro cuore. Questo permette di sostenere anche la debolezza, l’incertezza e la precarietà. Il riferimento a Dio ci fa forti nella debolezza, nell’incertezza e anche nella precarietà. Senza primato di Dio si cade facilmente nell’idolatria e ci si accontenta di misere rassicurazioni. Ma questa è una tentazione che noi leggiamo sempre nella Bibbia. E pensate bene questo: liberare il popolo dall’Egitto a Dio non è costato tanto lavoro; lo ha fatto con segni di potenza, di amore. Ma il grande lavoro di Dio è stato togliere l’Egitto dal cuore del popolo, cioè togliere l’idolatria dal cuore del popolo. E ancora Dio continua a lavorare per toglierla dai nostri cuori. Questo è il grande lavoro di Dio: togliere “quell’Egitto” che noi portiamo dentro, che è il fascino dell’idolatria.

Quando si accoglie il Dio di Gesù Cristo, che da ricco si è fatto povero per noi (cfr 2 Cor 8,9), si scopre allora che riconoscere la propria debolezza non è la disgrazia della vita umana, ma è la condizione per aprirsi a colui che è veramente forte. Allora, per la porta della debolezza entra la salvezza di Dio (cfr 2 Cor 12,10); è in forza della propria insufficienza che l’uomo si apre alla paternità di Dio. La libertà dell’uomo nasce dal lasciare che il vero Dio sia l’unico Signore. E questo permette di accettare la propria fragilità e rifiutare gli idoli del nostro cuore.

Noi cristiani volgiamo lo sguardo a Cristo crocifisso (cfr Gv 19,37), che è debole, disprezzato e spogliato di ogni possesso. Ma in Lui si rivela il volto del Dio vero, la gloria dell’amore e non quella dell’inganno luccicante. Isaia dice: «Per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (53,5). Siamo stati guariti proprio dalla debolezza di un uomo che era Dio, dalle sue piaghe. E dalle nostre debolezze possiamo aprirci alla salvezza di Dio. La nostra guarigione viene da Colui che si è fatto povero, che ha accolto il fallimento, che ha preso fino in fondo la nostra precarietà per riempirla di amore e di forza. Lui viene a rivelarci la paternità di Dio; in Cristo la nostra fragilità non è più una maledizione, ma luogo di incontro con il Padre e sorgente di una nuova forza dall’alto.


Guarda il video della catechesi

Saluti:
...

Cari pellegrini di lingua italiana: benvenuti!

Sono lieto di accogliere le Suore Terziarie Cappuccine della Sacra Famiglia.

Saluto i gruppi parrocchiali, l’Istituto Buon Pastore di Piacenza, il Gruppo Scout di Palermo, i Partecipanti al Campo-scuola “Sacro Cuore” di Padova, l’Associazione “Aspettando un angelo” e i Membri della “Fiaccolata per la pace” di Val Brembilla: a ciascuno auguro di diffondere con credibile entusiasmo la gioia del Vangelo.

Un particolare pensiero rivolgo ai giovani, agli anziani, agli ammalati e agli sposi novelli. Oggi ricorre la memoria liturgica di San Domenico di Guzmán, fondatore dell’Ordine dei Predicatori. Il suo esempio di fedele servitore di Cristo e della sua Chiesa sia di incoraggiamento e di stimolo per tutti noi. Un augurio particolare a chi porta questo nome. E domani, in Europa, si celebra la festa di Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein). Martire, donna di coerenza, donna che cerca Dio con onestà, con amore e donna martire del suo popolo ebraico e cristiano. Che lei, Patrona d’Europa, preghi e custodisca l’Europa dal cielo. Dio benedica tutti voi!


Guarda il video integrale

venerdì 10 agosto 2018

San Lorenzo e il bisogno di ogni uomo di guardare in alto

San Lorenzo e il bisogno di ogni uomo
di guardare in alto



La notte di San Lorenzo e l’ascesi dello sguardo 

Nel mondo cristiano la notte delle stelle cadenti è una festa della luce e una celebrazione dello sguardo. In Grecia, e in genere nel calendario ortodosso, è associata alla contigua festa della Metamorphosis, ossia della Trasfigurazione, quando Cristo sul Tabor appare ai discepoli in una mandorla accecante di luce. 
Un’esortazione, nell’esegesi teologica bizantina e poi russa, alla metamorfosi dello sguardo, all’esercizio di quella capacità di percepire la struttura spirituale delle cose, di intravedere, come ha scritto Pavel Florenskij, «tra le crepe del mondo sensibile l’azzurro dell’eternità», che in altre tradizioni mistiche, come quella buddista, è chiamato appunto "retto sguardo". 
Mea nox obscurum non habet, sed omnia in luce clarescunt, recitano, in metrica classica, i Vespri della liturgia di San Lorenzo: «La mia notte non ha oscurità, ma tutto nella luce diventa chiaro». 

Quello di Lorenzo, uno dei sette diaconi martirizzati a Roma nel Terzo secolo, secondo la leggenda agiografica è il sacrificio dei sacrifici: oltre ai tratti dell’olocausto pagano (Lorenzo fu "cotto", arso vivo sul fuoco come un’antica hostia animale) conserva anche, nella tradizione cristiana, un elemento cannibalesco, come ricorda la frase che secondo il De Officiis di Ambrogio pronunciò durante il supplizio: Assum est. Versa et manduca, «Questa parte è cotta. Gira e mangia». 
Secondo la tradizione popolare sono le lacrime di san Lorenzo, o le scintille di fuoco sprigionate in alto dalla graticola, le scie luminose dello sciame meteorico più visibile dell’anno, che la Terra nella sua rivoluzione si trova ad attraversare tra la fine di luglio e la seconda metà di agosto, con un picco di visibilità concentrato, appunto, questa notte. In età più antica questa pioggia di luci è stata interpretata anche altrimenti. I romani le ritenevano spruzzi di bianco sperma del dio Priapo, sparsi a inseminare i campi, associati quindi alla grande festa della divinità femminile fecondatrice della terra che cade tra pochi giorni, il 15 agosto. Il radiante della pioggia meteorica, ossia il punto dal quale sembrano provenire tutte le scie, è nella costellazione di Perseo. Per questo le stelle cadenti si chiamano Perseidi, richiamando il mito antico della decapitazione della Gorgone Medusa, il cui sguardo fisso nel nostro ci impedisce di guardare rettamente il mondo, ci pietrifica e ci inocula la morte negli occhi, secondo la definizione di Jean-Pierre Vernant. 
Anche nel mito greco cui gli astronomi ottocenteschi associano queste particelle siderali, rilasciate da un’antica cometa durante le sue passate orbite, si celebra dunque la liberazione dello sguardo. Che si tratti di Ulisse o del pastore errante nell’Asia, del salmista o di Elia rapito sul carro, da sempre lo sguardo umano si è diretto al cielo. Se è nell’immenso ricamo astrale che ogni sapienza antica riconosce il disegno dei suoi eventi sacri, è nel cielo stellato sopra di sé che i navigatori dei mari o dei deserti, gli ispirati o i mistici trovano la propria rotta nel mondo esteriore così come il retto orientamento interiore. Se è alla vertigine cosmica che il filosofo affida la sua visione del mondo, se oggi le luci delle città oscurano il cielo, se la scienza moderna ci insegna che è di stelle morte anche da migliaia e migliaia di anni la luce che arriva allo sguardo dei terrestri, è ancora più necessario, una volta l’anno, rivolgerlo a questo universale, letterale simbolo di caducità. Come scriveva Pascoli: 
«E tu, Cielo, dall’alto dei mondi / sereni, infinito, immortale,/ oh! d’un pianto di stelle lo inondi /quest’atomo opaco del Male».
(fonte: Repubblica, articolo di Silvia Ronchey del 10 agosto 2018)

Anche se ha ispirato opere d’arte, testi di pietà e detti popolari per secoli, è una leggenda che il diacono scelto da papa Sisto II per assistere gli orfani e le vedove della diocesi di Roma sia stato arso vivo su una graticola. La notte di San Lorenzo è tradizionalmente collegata alla tradizione delle stelle cadenti che Giovanni Pascoli, in una poesia, interpreta come lacrime celesti per il suo martirio



Padre Pio cent’anni di beatitudine

Padre Pio cent’anni di beatitudine

I grandi santi non amano fare miracoli, li fanno solo perché gli forzano la mano, diceva Emil Cioran.
Sembra il ritratto di Padre Pio, che ha trascorso la vita miracolando i suoi devoti e al tempo stesso mettendoli neghittosamente in guardia dal credere che dipendesse da lui. Eppure è stato il santo più pregato, idolatrato e sovraesposto del Novecento. In presa diretta col popolo di Dio. Perché ha sempre parlato alla pancia cattolica del Paese. Usando un linguaggio schietto, vernacolare, ruvido, a volte urticante. Più da predicatore di campagna che da teologo. Ma al tempo stesso oscuramente arcaico, imbozzolato in quel saio marrone che a stento riusciva a contenere i suoi lampi carismatici, a disciplinare le sue intemperanze liturgiche, a smorzare le sue eccedenze profetiche. Che commuovevano le folle, perché smentivano le pallide astrazioni della teologia, stracciavano i velluti della prudenza curiale. 

Le celebri stimmate, che impiagavano le sue mani grosse da contadino sannita, facevano implodere il dogma e mostravano nel linguaggio muto e incoercibile del corpo, che il Cristo non si trova nelle parole disincarnate del Libro, ma nella sofferenza dei poveri cristi. E proprio quelle ferite, ricevute esattamente cento anni fa, diventarono subito il segno più plateale che una energia speciale attraversava quel cappuccino con le mani bendate. 

Un’aura soprannaturale che per un verso lo ha trasformato in un santo vivo agli occhi dei milioni di pellegrini che accorrevano al santuario di San Giovanni Rotondo — dove è vissuto fino al 1968, anno della sua morte — per poter vedere e toccare quelle segnature misteriose. Ma, dall’altro, ne ha fatto una spina nel fianco della gerarchia ecclesiastica, spiazzata da quella forza perturbante e debordante, da quello tsunami sacrale, da quella potenza oracolare che venivano da lontano, come un’onda di ritorno del tempo. E riportavano indietro le lancette della storia verso un orizzonte premoderno, dove i santi erano i medici di Dio, gli elemosinieri della grazia, i giustizieri del cielo, i funamboli della carità, gli sciamani della misericordia. Resuscitando un’idea così antica, ma proprio per questo così popolare, di una santità incisa soprattutto sul corpo. Che diventa un miracolo esso stesso. Un palinsesto di meraviglie che smentisce le leggi della natura. E sostituisce la fisica con la metafisica. Proprio come i grandi taumaturghi della cristianità. Ma, prima ancora, come gli eroi, gli dèi e gli sciamani delle grandi civiltà indoeuropee. La cui incandescenza corporea diventava un indizio di ardore sacro, di fervore mistico, di collera guerriera. In ogni caso si trattava di eroici furori. Come quelli di Alessandro Magno, la cui temperatura infuocata era direttamente proporzionale all’istinto bellicoso. E al suo odore delizioso che, a detta di Plutarco, era degno dei migliori profumi d’Arabia. O come i calori divini del mitico condottiero celtico Cuchullain, che dopo ogni battaglia veniva gettato sfrigolante nell’acqua gelida per temperarne il bollore. Anche l’ipertermia di Padre Pio apparteneva di diritto a questo catalogo di anime ferventi e di corpi ardenti. E le voci misteriose sulle sue febbri che sforavano i quarantotto gradi, alimentavano l’aura soprannaturale di quelle caldane fuori scala che mandavano in tilt i termometri. 
E questo superamento delle possibilità umane, era già di per sé un indizio miracoloso. Che al calore associa spesso un profumo altrettanto soprannaturale, proprio come nel caso dell’imperatore macedone, dei mistici orientali e di molti celebri santi del passato. È quel che comunemente si chiama odore di santità. Un’espressione nata dal fatto che dopo la morte, questi esseri fuori dalla norma, questi cadaveri eccellenti, emanerebbero un aroma soavissimo. E San Pio di odore di santità ne aveva e ne ha tuttora da vendere! 

Molti dei fedeli miracolati da lui, infatti, affermano di averne avvertito la presenza proprio dal profumo avvolgente di fiori, violette, gelsomini, rose, mughetti, che riempiva l’aria al momento della grazia. Ma i superpoteri del frate di Pietrelcina non si fermano qui. Ad arricchirne il book miracolistico c’è anche la bilocazione. La capacità di essere insieme da una parte e dall’altra. Esattamente come i berserker, i guerrieri scandinavi sacri a Wotan, il dio del furore e della profezia, che potevano andare in combattimento mentre il loro corpo dormiva sonni tranquilli nella tenda. 
E adesso la bilocazione del frate si è trasformata in ubiquità, da quando la sua statua, acquistabile anche su Amazon ed eBay, punteggia come un feticcio i giardinetti di tutte le periferie del Belpaese. Simbolo di una urbanistica fai da te, che reinventa spazi comunitari e li sacralizza a modo suo, bypassando sia l’autorità amministrativa sia quella religiosa. Ultimo totem di un movimentismo devoto, dove uno vale uno. E di una religione liberista come quella dei fedeli di Atlantic City in New Jersey, che hanno costruito una chiesa monumentale, dove ogni settimana si espone un frammento di un guanto del santo, si enumerano i suoi continui miracoli, mentre all’esterno gli smartphone catturano angeli di luce tra gli alberi. A Pio viene attribuito anche il dono della cardiognosi, la capacità, ai confini della telepatia, di leggere nel cuore e nell’animo delle persone che andavano a confessarsi da lui. E venivano puntualmente infilate in contropiede dall’uomo di Dio che gli spiattellava in anticipo i loro peccati. Non è un caso che molti pranoterapeuti e altri guaritori gli siano particolarmente devoti e gli attribuiscano spesso la rivelazione e in un certo qual modo la legittimazione dei loro poteri. Sono proprio questi tratti da sciamano carismatico a spiegare la straordinaria popolarità di questa star della santità, canonizzata prima a furor di popolo e infine elevata da Wojtyla alla gloria degli altari nel 2002. Grazie soprattutto alle sue guarigioni miracolose, ma anche a quella sorta di miracoli quotidiani compiuti nell’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza, che lui stesso ha fondato a San Giovanni Rotondo nel 1956. Oggi è un’eccellenza della sanità meridionale, che lega taumaturgia e scienza, natura e soprannatura. Coniugando al presente una concezione della religione come servizio pubblico, come assistenza agli ultimi, come consolazione dei sofferenti. E della ricerca medica come continuazione della provvidenza con altri mezzi.

(fonte: “la Repubblica” articolo di Marino Niola del 9 agosto 2018)

giovedì 9 agosto 2018

Edith Stein martire di Auschwitz e Santa patrona d’Europa


Edith Stein 
martire di Auschwitz e 
Santa patrona d’Europa



Il 9 agosto del 1942 moriva ad Auschwitz, “quale figlia del suo popolo martoriato”, santa Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein. 

Fu una filosofa della scuola fenomenologica di Husserl, una femminista ante litteram, teologa e mistica, autrice di opere di profonda spiritualità, ebrea e agnostica, monaca dell'Ordine delle Carmelitane Scalze e martire vittima della Shoah e compatrona d'Europa. 
“Una personalità – ha detto di lei Giovanni Paolo II – che porta nella sua intensa vita una sintesi drammatica del nostro secolo”.

Al termine dell'Udienza generale di ieri, con queste parole pronunciate a braccio, Papa Francesco ne ha ricordato l'amore e la coerenza:

"Martire, donna di coerenza, donna che cerca Dio con onestà, con amore e donna martire del suo popolo ebraico e cristiano. Che lei, Patrona d’Europa, preghi e custodisca l’Europa dal cielo. Dio benedica tutti voi!"




Edith Stein, la donna che cercò la Verità 
fin dai banchi di scuola

di Cristiana Dobner


Fu proclamata Patrona d’Europa perché sperimentò su di sé la grande ferita inferta all’umanità dell’Europa con la sciagurata furia della Shoah che, se stava travolgendo il popolo ebraico, avrebbe poi travolto anche il popolo cristiano. Ovvero già lo stava travolgendo con la sua mistificazione. Oggi, dopo la svolta del Vaticano II e l’insegnamento, la vicinanza e l’amicizia scaturita dal dialogo ebraico-cristiano, possiamo guardare alla carmelitana Teresa Benedetta della Croce come ad una donna che raccoglie nel suo grembo tutte le tristezze, le vicissitudini secolari di oppressione, gli errori madornali che segnarono il nostro cammino nella storia e nel suo coraggio martiriale li trasfigura per il presente e il futuro


Edith Stein: donna che ha cercato la Verità, fin da giovane, ancora dai banchi di scuola e, in questa ricerca, non ha conosciuto flessioni fino al momento estremo.

Fu la madre – un’imprenditrice eccezionale che salvò la famiglia dal disastro economico e la portò al benessere – a plasmare in lei questa sete inestinguibile. Gustel viveva profondamente la sua fede ebraica: “L’Altissimo non ci manda mai niente che non si possa sopportare”.

Non si trattò solo di parole ma di autentici esempi, quelli che si incidono sulla pelle e penetrano profondamente nell’animo.

La ricerca della giovane, distante dalla fede ebraica della madre ma rispettosissima, fu lunga e travagliata, passata al setaccio di rigorosi studi filosofici, affrontata sempre con chiarezza e senza mezzi termini.

Tutto quanto le veniva trasmesso dalle menti migliori del suo tempo lasciava in lei la certezza di non aver ancora trovato e riconosciuto la verità. Il suo stile di vita improntato a sobrietà e dedizione per gli altri, stava arando il terreno e preparandolo per la grande avventura in cui sarebbe brillata la luce della Verità e la sua risposta che non conobbe tentennamenti.

Papa Francesco afferma di Edith Stein:

“Martire, donna di coerenza, donna che cerca Dio con onestà, con amore e donna martire del popolo ebraico e cristiano”.

Martire perché gassata ad Auschwitz quando avrebbe potuto evitare la deportazione accettando di nascondersi e di esibire documenti falsi. Per lei sarebbe significato mancare di verità.

Martire, perché per ben due volte rifiutò di fuggire dal campo di raccolta prima che partisse l’infame convoglio: la sua vita non avrebbe avuto più significato se si fosse salvata mentre il suo popolo soffriva e veniva sterminato.

Esplose in lei quindi, nel momento più critico, quando il crinale fra la vita e la morte (e quale morte) si faceva sempre più sottile, con scorno delle SS la somma coerenza di autentica figlia di Israele. Alla domanda “Chi sei?”, rispose “Sono ebrea”. Non rifiutò la sua origine, anzi ne fece un autentico onore.

Alla lettura della Vita di Teresa di Gesù la ricerca culminò nella fede in Gesù Cristo, figlio del popolo d’Israele, riconosciuto però come Messia e Salvatore. Allora non ebbe più dubbi, accolse la Luce.

Fu proclamata Patrona d’Europa perché sperimentò su di sé la grande ferita inferta all’umanità dell’Europa con la sciagurata furia della Shoah che, se stava travolgendo il popolo ebraico, avrebbe poi travolto anche il popolo cristiano. Ovvero già lo stava travolgendo con la sua mistificazione.

Oggi, dopo la svolta del Vaticano II e l’insegnamento, la vicinanza e l’amicizia scaturita dal dialogo ebraico-cristiano, possiamo guardare alla carmelitana Teresa Benedetta della Croce come ad una donna che raccoglie nel suo grembo tutte le tristezze, le vicissitudini secolari di oppressione, gli errori madornali che segnarono il nostro cammino nella storia e nel suo coraggio martiriale li trasfigura per il presente e il futuro:

“Preghi e custodisca l’Europa dal cielo”.
(fonte: SIR)

Santa Teresa Benedetta della Croce fu secondo Giovanni Paolo II «una personalità che portò nella sua intensa vita una sintesi drammatica del nostro secolo». Tedesca di famiglia ebrea, a 14 anni abbandona l’ebraismo e diviene atea. Studia filosofia con Husserl. Nel 1921 si converte al cattolicesimo e nel ’33 entra al Carmelo di Colonia. Il 2 agosto 1942 viene prelevata dalla Gestapo e deportata nel campo di sterminio dove muore nella camera a gas. Wojtyla nel 1999 l’ha proclamata compatrona d’Europa.

Leggi tutto:  EDITH STEIN, DALL'ATEISMO AL MARTIRIO AD AUSCHWITZ

Riportiamo un breve estratto video di ciò che disse Giovanni Paolo II nell’illuminante omelia per la messa di Canonizzazione del 1987.
... La nuova Santa ci insegna, infine, che l'amore per Cristo passa attraverso il dolore. Chi ama davvero non si arresta di fronte alla prospettiva della sofferenza: accetta la comunione nel dolore con la persona amata. ... Molti nostri contemporanei vorrebbero far tacere la Croce. Ma niente è più eloquente della Croce messa a tacere! Il vero messaggio del dolore è una lezione d'amore. L'amore rende fecondo il dolore e il dolore approfondisce l'amore. ...

Le parole di Giovanni Paolo II

Vedi anche il nostro post:


UN DIALOGO TRA GENERAZIONI CHIAMATO VITA di Nunzio Galantino, Segretario Generale CEI

UN DIALOGO TRA GENERAZIONI 
CHIAMATO VITA 

di Nunzio Galantino, 
Segretario Generale CEI






Proprio il contrario del Dio trasmessoci dall’iconografia tradizionale! A farci scoprire che “Dio è giovane” è un uomo di ottant’anni suonati a cui facciamo fatica a stare dietro: papa Francesco. Lo fa rispondendo in un libro (Piemme, Milano 2018) alle domande di Thomas Leoncini e dimostrandoci che esistono persone che sanno “vedere” e altre che non sanno nemmeno guardare. È proprio vero! L’età non conta per capire il cuore; soprattutto il cuore dei giovani perché «Il giovane va con due piedi come gli adulti, ma a differenza degli adulti che li tengono paralleli, ne ha sempre uno davanti all’altro, pronto per partire, per scattare. Sempre lanciato in avanti». La marcia in più di questo Papa, quella che ci costringerà sempre a inseguirlo, sta nella sua capacità di vedere dentro al cuore delle persone e del mondo. Il lettore si imbatte in un linguaggio totalmente lontano da quello dei documenti ufficiali; un linguaggio che non patisce della preoccupazione di una dottrina ineccepibile, ma – lasciandosi andare allo stile della conversazione – riesce a raccontare con semplicità cose profonde e per certi versi sorprendenti. Non perché nuove, ma perché c’è bisogno di qualcuno che ce le faccia capire. Come capita quando Francesco parla della forte connessione che c’è fra i giovani e gli anziani. Immaginando la vita come un dialogo continuo e fecondo fra le generazioni, egli afferma: «Giovani e anziani devono parlarsi e devono farlo sempre più spesso: questo è molto urgente! E devono essere i vecchi tanto quanto i giovani a prendere l’iniziativa. C’è un passo della Bibbia (Gl 3, 1) che dice: “I vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni”». Niente a che fare con chi pensa che i giovani vadano difesi a prescindere: questo è giovanilismo.
Nella sua visione di dialogo tra generazioni, il Papa arriva addirittura a scavalcare una generazione, quella dei genitori, per invitare i giovani a cercare il legame con i nonni. L’avevo già sentito – a Cracovia, per esempio – e mi ero detto: lo sta facendo per mettere i ragazzi in contatto con persone che vivono la fede con maggiore convinzione. E invece no: attraverso la bellissima espressione del libro di Gioele, il Papa ci offre una visione di vita straordinaria: partire dagli scarti (giovani e anziani) per “tirar dentro”, in questo legame, gli adulti. Invitandoli a non sentirsi dispensati dal confronto col passato e dall’urgenza del futuro. Entrambi gravidi di esperienze e di attese. Illuminante, e per certi versi spietata, la lettura che viene fatta degli adulti che non accettano la propria condizione e vogliono restare eternamente giovani. L’età della giovinezza, col suo vitalismo e la sua libertà, è diventata una condizione invidiata da tutti, divenuta anzi un ideale collettivo.
Tutti oggi vogliono restare giovani e per il maggior tempo possibile: nessuno vuole invecchiare, perché la vecchiaia è percepita come una “malattia” o un fastidio, un ingombro dal quale stare ben lontani. Oltretutto gli stessi valori sociali si orientano inseguendo le predilezioni delle giovani generazioni, osservate come miniere di quella novità che è diventata un valore assoluto. Così l’intera società anziché guidare i giovani, li ha fatti diventare le proprie guide alla ricerca continua del nuovo, in un circolo vizioso in cui tutti perdono l’orientamento. «Troppo spesso ci sono adulti – afferma il Papa – che giocano a fare i ragazzini, che sentono la necessità di mettersi al livello dell’adolescente, ma non capiscono che è un inganno». 
Affinché il desiderio degli adulti di parlare dei giovani non risulti una pretesa inappropriata, i grandi dovrebbero confessare apertamente la responsabilità di aver consegnato alle nuove generazioni un mondo non proprio all’altezza delle attese e delle speranze che le stesse nuove generazioni meriterebbero. Per esempio, quando hanno loro preparato un futuro all’insegna del facile consumo, della chiacchiera, della ricerca ossessiva del potere e del primato economico-finanziario.
Anche la Chiesa ha le sue responsabilità, quando non è riuscita a consegnare una religione più affascinante, come lo è il Vangelo, magari anche per la testimonianza poco coerente di alcuni che hanno riempito le cronache recenti. È disarmante leggere le riflessioni che fa il Papa. Una volta di più ci rendiamo conto di quanto tutti – Chiesa compresa – rischiamo di arrotolarci su noi stessi quando ci lasciamo imprigionare da beghe dottrinali, quando ci concentriamo esclusivamente per rifare l’elenco dei valori “non negoziabili” come se si stessero riscrivendo le tavole di Mosè, oppure quando la burocrazia tiene lontano dalla vita della gente. L’alternativa, per chiunque abbia responsabilità di guida e di governo, sta nel rimanere continuamente con il cuore e l’orecchio tesi alle storie di vita e di morte delle persone. Il famoso “odore delle pecore” non è populismo a buon mercato che dà una leggera passata di vernice alle proprie parole e azioni. È il patire dentro e accanto alla vita di tutti: un esercizio nel quale anche molti uomini di Chiesa hanno perso la fiducia, pensando che i grandi problemi del mondo si capiscono leggendo molti giornali o partecipando a interminabili convegni.
 In realtà solo lo sguardo sulla vita del mondo istruisce il cuore e dà la capacità di “vedere”.

(Fonte: “Il Sole 24 Ore” del 21 aprile 2018)

mercoledì 8 agosto 2018

Morti di caporalato e di indifferenza


Il caporalato uccide, l’indifferenza pure


Appello

Ancora una strage di lavoratori, schiacciati non solo da lamiere accartocciate sulle strade italiane dopo aver raccolto pomodori per due euro l’ora ma dallo sfruttamento da parte di padroni, padrini e sfruttatori vari. Sono lavoratori uccisi dal bisogno, dalla disperazione, da un lavoro lasciato troppo spesso nelle mani del mercato criminale e dall’indifferenza. Ma anche dalle lacrime di coccodrillo di chi dopo ogni strage invoca controlli e (contro)riforme salvo riprecipitare nell’oblio dopo pochi giorni, per poi riparlarne alla strage successiva, dimenticando che nel nostro Paese vi è un morto sul lavoro ogni otto ore e due mila infortunati al giorno: quindi ogni giorno è strage. Chi evoca il “business dell’accoglienza dei migranti” e la conclusione della “pacchia” per quanti si mettono in mare dall’Africa, nulla dichiara in merito alla “pacchia del business” che con i contadini senza terra, soprattutto migranti (ma anche autoctoni), fanno centinaia di imprenditori italiani da Saluzzo a Foggia.

Per questi “colletti bianchi color sangue” senza scrupoli che tiranneggiano e sfruttano, i “porti restano aperti”, possono esportare i loro prodotti ovunque. L’economia di un territorio vale molto di più di 16 vite umane, specie se africane! E ogni giorno aumenta la responsabilità di chi non vede, non sente, ma parla quando si contano i morti. Solo nell’agricoltura sono 430 mila i lavoratori e le lavoratrici sfruttati, di cui 130 mila in condizioni paraschiavistiche. E poi c’è l’edilizia, i trasporti, i servizi etc.
Per questo non facciamo appello alle Istituzioni le quali conoscono i loro doveri e se non li adempiono ne risponderanno davanti a chi democraticamente li giudica e controlla. Vogliamo invece rivolgerci a uomini e donne di buona volontà che non vogliono chiudere gli occhi davanti a un prodotto sottocosto sul banco di un supermercato, dietro il quale c’è una filiera che inizia con il sangue di disperati, migranti e italiani. Chi produce, vende, compra, usa un tale prodotto è l’altro capo dello sfruttamento. E non può più rimanere indifferente.


Facciamo appello ad associazioni, sindacati, persone e organizzazioni che ogni giorno vivono e combattono la violazione di diritti umani, le mafie, il caporalato, la tratta e ne sopportano il peso, vedendo calare ogni anno l’indice di dignità e legalità, dunque di democrazia del Paese.
Non ci stancheremo di ripetere che lo sfruttamento del lavoro, il controllo del territorio e l’umiliazione della persona sono il terreno in cui nascono e crescono le mafie. Così come contro le mafie, non basta chiedere che tutte le istituzioni facciano la loro parte, ma è necessario che ciascuno di noi apra gli occhi e combatta collettivamente perché i diritti non vengano dopo i prezzi, le persone dopo i prodotti, gli interessi economici criminali e illegali prima del lavoro legale.

A questo appello, con idee e fatti, si può aderire scrivendo a ilcaporalatouccide@gmail.com

Bruno Giordano, magistrato presso la corte di cassazione,
Marco Omizzolo, sociologo
Carlo Colloca, sociologo dell’ambiente e del territorio
Elena Battaglini, sociologa dell’ambiente e del territorio
(fonte: COMUNEinfo)


Guarda il video


Morti di caporalato

Dopo i quattro di sabato altri dodici braccianti immigrati uccisi in un incidente stradale 

Rientravano nel ghetto di Rignano dopo una massacrante giornata di lavoro.
«Questi fratelli cercano un luogo dove vivere in pace. I migranti portano un carico di coraggio, capacità ed energie e arricchiscono la vita di chi li accoglie. L’umanità ha bisogno di essere abbracciata, e molto di più quando è ferita, sminuita e soffocata dall’esclusione». 
Sono parole che pesano quelle pronunciate ieri da Vincenzo Pelvi, arcivescovo della diocesi di Foggia-Bovino, facendo riferimento non solo alle dodici vittime di ieri, braccianti stranieri uccisi in uno scontro frontale lungo la statale 16 all’altezza dello svincolo per Ripalta, nelle campagne di Lesina, ma anche alle quattro di sabato scorso, anch’esse braccianti agricoli immigrati, morti per un incidente sulla provinciale che collega Ascoli Satriano a Castelluccio dei Sauri. Stessa dinamica e una tragedia che si ripete, strettamente legata allo sfruttamento e al caporalato.
Per far fronte a questo drammatico fenomeno serve oggi, secondo Pelvi, «una educazione nelle famiglie, nelle comunità parrocchiali, nella società, al rispetto della persona umana, risvegliando i valori primari e inalienabili dell’accoglienza per ogni persona, non dimenticando che l’indifferenza genera iniquità sociale e timori diffusi». Secondo don Luigi Ciotti, presidente nazionale di Libera, «non possiamo parlare di fatalità». Occorre chiedersi, ha detto Ciotti, «in che genere di mondo vogliamo vivere. Se in quello dove il lavoro è un diritto e un libero contributo al bene comune, o in quello, che sempre più cupamente si annuncia, dove l’essere umano sfrutta il suo prossimo e c’è solo posto per gli egoisti».
Come detto, nei due incidenti la dinamica è la stessa: braccianti immigrati, manovalanza a basso costo, che viaggiano stipati su fatiscenti furgoni vengono travolti e uccisi da altri mezzi. Dopo massacranti giornate di lavoro, sotto il sole cocente di questi giorni: tutto per un pugno di euro. Ieri, stando a una prima ricostruzione dell’accaduto, il furgone con a bordo i braccianti procedeva in direzione San Severo quando l’autista, probabilmente a causa di un colpo di sonno o di un malore, ha improvvisamente invaso la corsia opposta di marcia e si è scontrato frontalmente con un tir che viaggiava in direzione opposta. Difficilissime le operazioni per estrarre i cadaveri dal groviglio di lamiere. 
I morti erano presumibilmente tutti africani. Secondo gli inquirenti, avevano appena terminato il turno di lavoro nelle campagne della Capitanata e stavano rientrando al ghetto di Rignano, l’accampamento abusivo dove risiedono oltre 500 extracomunitari. 
In visita oggi a Foggia, il presidente del consiglio, Giuseppe Conte, ha detto che per quanto riguarda il fenomeno del caporalato «dobbiamo rafforzare gli strumenti di controllo e prevenzione e introdurre misure di sostegno al lavoro agricolo» ha aggiunto. Il ministro dell’interno, Matteo Salvini, ha promesso «controlli a tappeto». E i sindacati hanno indetto per l’8 agosto una marcia per chiedere giustizia.
(fonte: L'Osservatore Romano, 7-8 agosto 2018)

«A nome della Chiesa italiana» il presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, ha voluto esprimere «lo sgomento per i 16 giovani africani vittime in due giorni di incidenti su furgoni senza freni e senza garanzie, e lo sdegno per le disumane condizioni in cui vivono». «Tutti - ha scandito il cardinale - sottopagati, tanti pagati al nero. Tutti giovani che pur pagati pochissimo destinavano i loro risparmi alle famiglie in Africa, perché lì sono ancora più poveri". "Questi ragazzi - ha aggiunto Bassetti con voce commossa - non possono vivere in tuguri come topi. Per loro si stanno muovendo le istituzioni, a cominciare del presidente del Consiglio».
«Il fenomeno migratorio è sicuramente complesso, ma è strutturale; non è una emergenza ma coinvolge il mondo intero, non solo il Mediterraneo e la nostra Europa. Il popolo italiano nella sua base non è razzista ma terribilmente impaurito. E la paura è terribile perché ti porta non più ad accogliere l'altro ma a proteggerti, difenderti dall'altro fino a vedere nell'altro un nemico. La Chiesa deve liberare il più possibile la gente dalla paura». ...

Leggi tutto: Bassetti: «Una vita indegna, strage che sgomenta: fare giustizia»

Luigi Ciotti su braccianti morti in un incidente stradale

Questo sistema sembra aver dimenticato che il lavoro è la base della dignità della persona, e che questa dignità si garantisce con i diritti, con la sicurezza, con la giusta retribuzione. Altrimenti abbiamo lo sfruttamento se non la schiavitù.

Oggi, 12 persone morte, tre ferite. Sabato scorso, 4 persone morte, 4 ferite. Tutti migranti impegnati in Puglia nel lavoro dei campi. Non possiamo parlare di fatalità. Incidenti di questo genere si ripetono da tempo, da anni, dall’epoca in cui a lavorare nei campi erano soprattutto nostri connazionali. Abbiamo oggi una buona legge sul caporalato, che però deve essere messa in condizione di funzionare. Ma c’è a monte una questione più generale che riguarda il lavoro.
Questo sistema sembra aver dimenticato che il lavoro è la base della dignità della persona, e che questa dignità si garantisce con i diritti, con la sicurezza, con la giusta retribuzione. Altrimenti abbiamo lo sfruttamento se non la schiavitù. Di fronte a quelle morti bisogna stare in silenzio, ma poi occorre chiedersi in che genere di mondo vogliamo vivere. Se in quello dove il lavoro è un diritto e un libero contributo al bene comune, o in quello, che sempre più cupamente si annuncia, dove l’essere umano sfrutta il suo prossimo e c’è solo posto per gli egoisti, per gli indifferenti, per i potenti e per i corrotti. Perché se è il primo mondo quello che vogliamo, non è più possibile assistere inerti a questo olocausto di vita e di speranza.

Luigi Ciotti, presidente Libera e Gruppo Abele
(fonte: LIBERA)

I loro corpi sono stati lasciati sull’asfalto freddo per oltre 9 ore: "Sono morti di serie Z"

Abbandonati per ore in mezzo a una strada, coperti solo da lenzuola bianche. E' quanto ha potuto documentare Fanpage riguardo i braccianti morti nel terribile incidente stradale avvenuto a Ripalta, in provincia di Foggia. I 12 migranti sono morti alle 15, ma dopo molte ore i corpi erano ancora riversi sull'asfalto: i pm hanno spiegato che tale decisione sarebbe stata assunta per favorire il riconoscimento, operazione che tuttavia viene solitamente svolta in obitorio e non certo in mezzo a una strada.



Una intera giornata di sciopero, cortei e manifestazioni per ricordare le 16 vittime dei due incidenti stradali dei giorni scorsi, tutti lavoratori migranti. Ma soprattutto dire no al caporalato e allo sfruttamento dei braccianti agricoli nelle campagne del foggiano. La protesta è iniziata stamattina, con la “marcia dei berretti rossi” promossa dal sindacato Usb, partita alle 8.30 dall’ex ghetto di Rignano, nel comune di San Severo. L’altro corteo, organizzato dai sindacati confederali è in programma alle 18 a Foggia. Hanno aderito numerose associazioni tra cui Libera, e parteciperanno, tra gli altri, anche mons. Giovanni Checchinato, vescovo di San Severo e i direttori di diverse Caritas diocesane della zona. “Le condizioni di vita e lo sfruttamento nei campi di lavoro di questi nostri fratelli, che hanno il solo torto di voler guadagnarsi il pane, lavorando onestamente, non possono più essere ignorate – ha affermato oggi mons. Giovanni Checchinato -. Tanto sangue sparso nelle nostre strade chiede giustizia!”. Alla “marcia dei berretti rossi”, ossia il copricapo che usano i lavoratori migranti durante la raccolta dei pomodori, erano presenti centinaia di persone, reggendo cartelli con le scritte “Basta sfruttamento”, “Siamo lavoratori, non carne da macello”, e gridando slogan come “Schiavi mai”. ...



Bene comune, patrimonio dimenticato di Enzo Bianchi

Bene comune, 
patrimonio dimenticato 

di Enzo Bianchi







Esiste un’espressione che appartiene al patrimonio ereditato come società civile, ma che oggi pare dimenticata quando non addirittura contestata: il bene comune.Siamo tutti consapevoli che la nostra società occidentale, e l’italiana in particolare, attraversa da alcuni anni una crisi. “Crisi” è parola tra le più tentacolari che esistano nel vocabolario: viene da krísis, passare al vaglio e indica separazione, giudizio.

Ai giorni nostri l’applicazione di questo concetto a una corpo sociale, alla polis, alla società, indica una situazione di deperimento, di decrescita, di decadenza. Ci troviamo, e lo affermiamo, in una situazione di crisi, ma dovremmo dire innanzitutto che la nostra crisi è sociale, culturale, etica, antropologica e, quindi, è anche politica ed economica. 
Politica perché la politica è astenica, debole e anche afona: paradossalmente “grida” con voce forte perché non ha nulla da dire in verità; democratica, perché vediamo qua e là affiorare tentativi di manovre di tirannia compatibile con l’attuale assetto democratico; sociale, perché non si è più capaci di un orientamento comune per la società; legale, perché l’illegalità sembra prevalere sempre più; morale, etica, perché vengono a mancare i principi di giustizia e di uguaglianza. E infine, ovviamente, crisi finanziaria ed economica, patita da moltissime persone.

Di fronte a questa situazione – che le stesse “agenzie formative” come la scuola e la stessa chiesa non hanno finora saputo fronteggiare con efficacia – emerge la necessità di una controtendenza che si può solo esprimere in una ricerca del bene comune.

Bene comune – quest’unica espressione composta da due parole – è un concetto essenziale per la convivenza, per la qualità della vita nella polis. “Bene” indica ciò che noi vorremmo e ciò che auguriamo alle persone cui siamo legati: il bene (bonum) è quanto gli uomini e le donne desiderano per vivere in pienezza. Bene comune non è semplicemente un patrimonio comune, qualcosa di materiale posseduto insieme, ma è l’insieme delle condizioni di vita che favoriscono il “ben-essere”, l’umanizzazione di tutti: bene comune sono anche la cultura, la democrazia, l’arte… Il naturale destinatario del bene comune allora non è più l’individuo ma la persona enlla sua unicità e interezza.

La società è antecedente all’individuo, come l’unità del corpo è antecedente alle membra che lo compongono: perciò il bene di ciascuno abbisogna del bene comune che lo precede e che gli consente di definirsi. Oggi vediamo dominante la concezione individualistica e utilitaristica della società e pensiamo che l’organizzazione della città debba garantire ai suoi membri i diritti individuali, ma in questo modo riduciamo l’interesse generale alla semplice somma degli interessi individuali e tralasciamo il bene comune.

È proprio vero che l’economia è il fondamento della società e che l’utile ne è la sola ragion d’essere? È proprio vero che ciascuno debba perseguire il proprio interesse e che nessuno possa intervenire a disturbare il gioco? La vita buona riguarda solo la vita privata degli individui oppure i diritti individuali devono essere ottemperati con i diritti degli altri, nella ricerca del bene comune? 
Ecco perché la vita buona non può essere dettata solo dall’economia e dalla capacità di consumo.

È un ambito in cui assistiamo da tempo a una triste afonia dei cristiani nella vita politica, quasi che la dimensione comunionale propria dei discepoli del Signore non sia in grado di offrire un contributo valoriale specifico nella compagnia degli uomini. Eppure, nell’attuale crisi a livello occidentale occorre tornare tutti insieme – indipendentemente dal proprio credo, ma facendo tesoro delle ricchezze che questo racchiude – alla ricerca del bene comune, anche perché le scienze umane attestano sempre più che “vivere è inter homines esse”: stare tra gli uomini, vivere le relazioni umane è ciò che ci umanizza, ma è anche la prima forma del bene che gli esseri umani conoscono, un bene “comune”. Senza ecosistema relazionale, comunitario, politico, non ci può essere cammino di umanizzazione, ma solo il perseguire interessi individuali ed egoismi competitivi che portano a ingiustizia, ineguaglianza e, di conseguenza, conflitto, violenza, guerra! È questo che vogliamo, come cristiani?

(Pubblicato: Jesus - Bisaccia del mendicante - Agosto 2018)