Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



martedì 7 agosto 2018

“Non avere paura del corpo” di Jean-Pierre Brice Olivier e “La carne” di Giovanni Cesare Pagazzi - Recensioni di Aldo Pintor

“Non avere paura del corpo” di Jean-Pierre Brice Olivier 
e 
“La carne” di Giovanni Cesare Pagazzi 

Recensioni di Aldo Pintor

La religione cristiana può senz'altro essere definita la religione della carne. Infatti in nessun'altra fede religiosa Dio si è rivestito di umanità. Precisamente per i cristiani si è rivestito della carne di un ebreo palestinese di 2018 anni fa. Pertanto come giustamente notava Tertulliano nella sua opera su La resurrezione dei morti “La carne è il cardine della salvezza”. Ma di questo importante aspetto della loro fede i cristiani non sempre sono stati consapevoli. Anzi troppo spesso la Chiesa ha insistito nella mortificazione della carne come via verso la salvezza e la santità. Insomma il venerdì santo troppo spesso ha prevalso sulla Pasqua. In realtà come comprova l'incarnazione nel cristianesimo non esiste come invece nel tardo platonismo una contrapposizione tra un'anima immortale e pura contrapposto a un corpo corruttibile e impuro. Nel cristianesimo vi è una perfetta fusione di tutti gli elementi della persona umana. L'anima e il corpo non sono separati ma insieme contribuiscono a costruire quel qualcosa che rende unico ogni essere umano. 

Due libri pubblicati recentemente ci aiutano a conoscere e ad entrare in questa prospettiva: “Non avere paura del corpo” di Jean-Pierre Brice Olivier e “La carne” di Giovanni Cesare Pagazzi (San Paolo Edizioni pp. 96, € 10,00). 

Questi due libri possono essere letti insieme, infatti “Non avere paura del corpo” è un percorso di studio che si rifà alle scritture sia dell'Antico che del Nuovo Testamento che mette in luce tutto in un cammino che non è solo religioso ma è anche di umanità profonda, dove il corpo e lo spirito sono entrambi elementi per arrivare a una completa pienezza di vita. 

Mentre il testo di Pagazzi è focalizzato sul pensiero di papa Francesco, il quale è ben convinto dell'importanza che la dimensione terrena ha nella nostra fede. Dimensione che per i cristiani deve essere alla base di qualunque esperienza di vita spirituale. Un autore spirituale dei nostri giorni, il brasiliano Ruben Alves ha detto che spesso noi vogliamo essere più spirituali di Dio il quale invece ha tanto amato il corpo da averne preso uno. Senza la carne nel cristianesimo lo spirito non esiste. Leggendo i Vangeli notiamo come Gesù nella sua esistenza terrena agisce e ci svela il volto di Dio attraverso il suo corpo che fu di carne e di sangue esattamente come il nostro. Quindi anche i nostri umanissimi corpi sono degni di diventare Tempio di Dio. Il corpo di Gesù era talmente umano che ha bagnato il monte Calvario col suo rosso sangue partecipando a ogni nostra sofferenza. 

Con la nostra carne umana e mortale Gesù ha vissuto e amato altri uomini e donne fatti corpo di carne e di sangue. Esattamente quello che siamo chiamati a fare anche noi.

Vedi le schede dei libri

Pax Christi Lettera del Presidente Mons. Giovanni Ricchiuti: Continuiamo a non tacere!

Pax Christi
Lettera del Presidente Mons. Giovanni Ricchiuti:
Continuiamo a non tacere!


Amiche e amici carissimi di Pax Christi,

99 anni fa – il 1° agosto 1917 – il papa Benedetto XV scrisse la nota lettera ‘ai capi dei popoli belligeranti’ in cui definì la guerra ‘un’inutile strage’.

In questi giorni stiamo vivendo nuove stragi, con persone uccise nelle guerre e persone che muoiono in mare, o che vengono respinte e rimandate nei porti della Libia che sappiamo ‘non sicuri’.

Questa è davvero una scelta molto grave!

Siamo chiamati a non tacere, il nostro silenzio sarebbe complice di queste violenze e di queste stragi.

Come ho già detto più volte: io non ci sto. Noi non ci stiamo!

Non possiamo negare che stia pericolosamente crescendo, nel linguaggio, nelle decisioni operative, anche istituzionali, e in alcuni comportamenti individuali, una cultura violenta e razzista. 

E noi siamo chiamati non solo all’accoglienza, ovviamente doverosa e che vede le nostre comunità ecclesiali impegnate spesso in prima linea, ma anche ad opporci in ogni modo a questo clima culturale che, fomentato perfino da qualche ministro, trova terreno e cresce nel sentire comune. E in parte, forse, anche tra le nostre comunità cristiane.

Sono giorni pesanti, e non solo per il caldo!

In questi giorni, 6 e 9 agosto, ricordiamo le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, con l’impegno per noi, oggi, a chiedere l’adesione del nostro Paese al trattato per la messa al bando delle armi nucleari.

Si sta discutendo anche della nuova legge sulla legittima difesa: proposta grave e inquietante, che aprirebbe strade pericolose di violenza armata.

Al contrario, non viene messo minimamente in discussione il progetto degli F35.

Continuano tante guerre, tante stragi… in Yemen con le bombe sganciate dall’Arabia Saudita e comprate in Italia dalla RWM di Domusnovas.

E’un impegno che ci vede presenti come Pax Christi e che dobbiamo continuare. Ma penso anche a quanto succede in Palestina, in Congo, in Nicaragua… e potremmo continuare.

Anche se siamo in agosto dobbiamo essere vigilanti e costruttori di pace… sempre in piedi!

Stanno circolando, già da tempo e con l’appoggio plateale delle “bocche di fuoco” di moltissima stampa accondiscendente, pericolose, preoccupanti e allarmanti affermazioni del ministro degli interni “impreziosite”(!!!) da citazioni fasciste (ai limiti di “reato di apologia”, o no?). Ci sono stati numerosi episodi di spari contro migranti, e minacce a chi li accoglie, anche ad alcuni sacerdoti.

Ad ognuno di loro vada la nostra chiara ed esplicita solidarietà.

Ma in questi giorni, meno male!, ci sono stati tanti interventi, iniziative, digiuni, lettere, sia nella Chiesa (sarebbe auspicabile una maggiore coralità!) sia nella società civile. Tutto aiuti a tenere viva la nostra coscienza, con l’esempio dei tanti testimoni, ancora vivi in mezzo a noi e di quelli che ci hanno già preceduti: penso a Franz Jägerstätter, obiettore di coscienza ucciso il 9 agosto 1943 per essersi rifiutato di arruolarsi nell’esercito nazista, e al beato Josef Mayr-Nusser, sepolto nel Duomo di Bolzano, l’uomo che disse no a Hitler, morto il 24 febbraio 1945. Le sue parole ci stimolano ancora oggi a non essere indifferenti, a non tacere: “Se nessuno avrà mai il coraggio di contrastare il nazionalsocialismo, questo sistema non crollerà mai!”.

Amiche e amici carissimi, noi siamo certi che della “notte” non resti molto, a condizione che le “sentinelle” non si addormentino, perché nascano un giorno ed un mondo migliori.

Con l’augurio di un’estate ricca di partecipazione alle nostre e ad altre iniziative di “giustizia e di pace” guardando, in modo particolare, alla marcia per la pace Perugia-Assisi del 7 di ottobre p.v.

Un grande abbraccio di pace a tutti e a ciascuno!

Firenze, 6 agosto 2018

Anniversario di Hiroshima
Festa della Trasfigurazione del Signore

+ Giovanni Ricchiuti
Presidente nazionale di Pax Christi


lunedì 6 agosto 2018

Alla tua luce, Signore, vediamo la luce -Trasfigurazione del Signore di Antonio Savone


Alla tua luce, Signore, vediamo la luce

Trasfigurazione del Signore

di Antonio Savone


Manca a tutti la capacità di leggere il reale oltre il mero accadere. È come se non avessimo il codice per interpretare ciò di cui siamo spettatori o protagonisti. E perciò finiamo per collezionare momenti, stati d’animo, esperienze senza riuscire a cogliere fino in fondo la loro valenza per il nostro cammino di uomini e di credenti. Era accaduto anche ai discepoli che pure hanno avuto la grazia di conoscere Cristo secondo la carne, attraverso la sua umanità. Questo accade soprattutto quando il presente si consegna a noi nel suo versante drammatico di buio, di assurdo, di negativo: non ci è dato scorgere l’oltre della pura fattualità.

Per questo torna ogni anno l’appuntamento con quel mistero di luce che è la Trasfigurazione di Gesù. Come Pietro, Giacomo e Giovanni abbiamo tutti bisogno di un luogo e di un momento che ci faccia intravedere la bellezza che è sepolta in ogni cosa, in ogni esperienza, in ogni persona e ci permetta di leggere la storia, la nostra storia con un unico sguardo.

Se acconsentiamo a lasciarci condurre in disparte dal Signore Gesù, impariamo a leggere tutto alla luce del suo volto. Che è proprio ciò che ci manca. Tutto, infatti, siamo abituati a misurare a partire dalla nostra prospettiva troppo angusta e dal fiato corto. Il Sal 35 ci fa pregare così: “alla tua luce, Signore, vediamo la luce”. E la vediamo anche quando, forse, siamo immersi nella tenebra.

Alla tua luce impariamo a scorgere la vita non come un insieme insensato di eventi ma come quella realtà che pur tra mille contraddizioni attesta continuamente che Dio è fedele alla promessa.

Alla tua luce intravediamo come nulla sia materiale di scarto; anzi, proprio ciò che volentieri rimuoveremmo, il Signore lo usa come pietra angolare.

Alla tua luce gli altri con cui talvolta facciamo fatica a camminare, sono visti come l’occasione propizia a noi offerta dalla grazia del Signore, per imparare a compiere quel passo in più che altrimenti ci sarebbe precluso.

Alla tua luce le zone d’ombra sono il punto da cui impariamo a gustare la grazia della luce.

Alla tua luce le contraddizioni sono ricomposte e le ferite divengono il canale mediante il quale giunge a noi il flusso rigenerante della misericordia di Dio.

Alla tua luce scopriamo che non è dato fermare il tempo: è necessario, piuttosto, riprendere il cammino nonostante le insidie e la fatica del viaggio.

Alla tua luce impariamo a non rimuovere dal nostro sguardo lo scandalo della croce e ad assumerlo fino in fondo nella certezza che esso è già caparra di una nuova fecondità.

Alla tua luce apprendiamo l’arte di stare nella vita come c’è stato il Figlio di Dio con uno stile di obbedienza.




domenica 5 agosto 2018

«La Vergine Maria ci sostenga nel nostro cammino di fede e ci aiuti ad abbandonarci con gioia al disegno di Dio sulla nostra vita.» Papa Francesco Angelus 05/08/2018 (testo e video)

ANGELUS
Piazza San Pietro
Domenica, 5 agosto 2018


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In queste ultime domeniche, la liturgia ci ha mostrato l’immagine carica di tenerezza di Gesù che va incontro alle folle e ai loro bisogni. Nell’odierno racconto evangelico (cfr Gv 6,24-35) la prospettiva cambia: è la folla, sfamata da Gesù, che si mette nuovamente in cerca di Lui, va incontro a Gesù. Ma a Gesù non basta che la gente lo cerchi, vuole che la gente lo conosca; vuole che la ricerca di Lui e l’incontro con Lui vadano oltre la soddisfazione immediata delle necessità materiali. Gesù è venuto a portarci qualcosa di più, ad aprire la nostra esistenza a un orizzonte più ampio rispetto alle preoccupazioni quotidiane del nutrirsi, del vestirsi, della carriera, e così via. Perciò, rivolto alla folla, esclama: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati» (v. 26). Così stimola la gente a fare un passo avanti, a interrogarsi sul significato del miracolo, e non solo ad approfittarne. Infatti, la moltiplicazione dei pani e dei pesci è segno del grande dono che il Padre ha fatto all’umanità e che è Gesù stesso!

Egli, vero «pane della vita» (v. 35), vuole saziare non soltanto i corpi ma anche le anime, dando il cibo spirituale che può soddisfare la fame profonda. Per questo invita la folla a procurarsi non il cibo che non dura, ma quello che rimane per la vita eterna (cfr v. 27). Si tratta di un cibo che Gesù ci dona ogni giorno: la sua Parola, il suo Corpo, il suo Sangue. La folla ascolta l’invito del Signore, ma non ne comprende il senso – come capita tante volte anche a noi – e gli chiede: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?» (v. 28). Gli ascoltatori di Gesù pensano che Egli chieda loro l’osservanza dei precetti per ottenere altri miracoli come quello della moltiplicazione dei pani. E’ una tentazione comune, questa, di ridurre la religione solo alla pratica delle leggi, proiettando sul nostro rapporto con Dio l’immagine del rapporto tra i servi e il loro padrone: i servi devono eseguire i compiti che il padrone ha assegnato, per avere la sua benevolenza. Questo lo sappiamo tutti. Perciò la folla vuole sapere da Gesù quali azioni deve fare per accontentare Dio. Ma Gesù dà una risposta inattesa: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato» (v. 29). Queste parole sono rivolte, oggi, anche a noi: l’opera di Dio non consiste tanto nel “fare” delle cose, ma nel “credere” in Colui che Egli ha mandato. Ciò significa che la fede in Gesù ci permette di compiere le opere di Dio. Se ci lasceremo coinvolgere in questo rapporto d’amore e di fiducia con Gesù, saremo capaci di compiere opere buone che profumano di Vangelo, per il bene e le necessità dei fratelli.

Il Signore ci invita a non dimenticare che, se è necessario preoccuparci per il pane, ancora più importante è coltivare il rapporto con Lui, rafforzare la nostra fede in Lui che è il «pane della vita», venuto per saziare la nostra fame di verità, la nostra fame di giustizia, la nostra fame di amore. La Vergine Maria, nel giorno in cui ricordiamo la dedicazione della Basilica di Santa Maria Maggiore in Roma, la Salus populi romani, ci sostenga nel nostro cammino di fede e ci aiuti ad abbandonarci con gioia al disegno di Dio sulla nostra vita.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

quarant’anni fa il Beato Papa Paolo VI stava vivendo le sue ultime ore su questa terra. Morì infatti la sera del 6 agosto 1978. Lo ricordiamo con tanta venerazione e gratitudine, in attesa della sua canonizzazione, il 14 ottobre prossimo. Dal cielo interceda per la Chiesa, che tanto ha amato, e per la pace nel mondo. Questo grande Papa della modernità, lo salutiamo con un applauso, tutti!

Saluto con affetto tutti voi, romani e pellegrini di vari Paesi: famiglie, gruppi parrocchiali, associazioni e singoli fedeli.

In particolare, saluto il ciclo-pellegrinaggio proveniente da Velehrad (Moravia), i fedeli di Lorca (Spagna), i giovani e i ragazzi di Nòvoli.

A tutti voi auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Grazie! E buon pranzo!

Guarda il video integrale


RIACE, IL BORGO RINATO GRAZIE AI MIGRANTI ORA RISCHIA DI CHIUDERE

RIACE, IL BORGO RINATO GRAZIE AI MIGRANTI 
ORA RISCHIA DI CHIUDERE




Il Viminale taglia i fondi per il mantenimento dello Sprar. Il sindaco Mimmo Lucano in sciopero della fame per protesta: «Abbiamo fatto un piccolo miracolo, ma adesso siamo sulla strada di non ritorno»


Riace è il borgo rinato sui sogni dei migranti e sulla caparbietà di un sindaco che non si è rassegnato a veder spegnere lentamente il proprio paese che restava senza vita, spopolato da fame e partenze. La fiamma della speranza si è ravvivata accogliendo e abbracciando il dolore e la sofferenza di chi arrivava dal mare senza un futuro davanti, nel momento in cui questo comune abbarbicato sulle colline aride a ridosso dell’Aspromonte, la gente più a sud del sud senza farsi domande ha iniziato a dividere con quei volti muti rimessi in spiaggia dal mare il niente che cresce tra le pietre lungo le strade sconnesse che portano al borgo. È il modello Riace, pensato e realizzato dal sindaco Domenico Lucano che in Calabria ha dato forma all’accoglienza e rischia di morire perché ministero dell’Interno e Prefettura di Reggio Calabria hanno deciso di “chiudere i rubinetti” e non erogare i fondi per il mantenimento dello Sprar (Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati che coinvolge gli enti locali, ndr).

Una battaglia burocratica fatta di carte bollate e ispezioni che secondo il sindaco di Riace hanno l’obiettivo di porre il bavaglio a un’esperienza che ha dimostrato nei fatti come l’accoglienza e l’integrazione siano una risposta e una soluzione alla gestione dei flussi migratori. Un lucido disegno messo in campo per “cancellare” il modello Riace, avamposto dell’integrazione e dell’accoglienza degli ultimi, chiaramente poco gradito a livello nazionale nel nuovo corso a trazione leghista. Mimì, come lo chiamano tutti, si oppone a questa nefasta prospettiva. Il 2 agosto ha iniziato lo sciopero della fame e sabato mattina ha tenuto una conferenza stampa alla presenza del governatore della Calabria, Mario Oliverio. C’era anche Padre Alex Zanotelli e un consigliere regionale della Lombardia Uselli, della lista Bonino. E soprattutto ci sono donne e bambini, mamme che piangono perché hanno paura di essere “sradicate” dal loro mondo, il solo che conoscono da quando sono in Italia, la loro casa che non è fatta di cemento e mattoni, ma ha le pareti calde e sicure degli abbracci di una comunità intera che diventa famiglia.

Gabriel ha sette mesi, due occhi talmente grandi e profondi da rimanerne incantati. È uno dei dieci bambini nati a Riace da gennaio a oggi, in quel borgo rinato sui sogni dei migranti e sulla caparbietà del suo sindaco che oggi protesta senza rassegnarsi ad “una grave ingiustizia”. «Siamo qui per solidarietà ma anche per dire con fermezza che questa esperienza non può e non deve morire. Ho contattato il ministero dell’Interno – rivela Oliverio – per protesta e manifestare incredulità per il modo in cui si sta trattando questa problematica: un modo burocratico e totalmente avulso rispetto al significato di un’esperienza positiva alla quale guarda tutto il mondo. Mi è stato comunicato che sarebbero state assunte misure di definanziamento: è una decisione gravissima da parte del ministero perché non tiene conto della realtà di questa esperienza e ne rappresenta l’anticamera della condanna a morte. È una decisione che va riconsiderata con lo sblocco dei finanziamenti. Lo Stato – rimarca Oliverio – non può tirarsi indietro rispetto a un’esperienza quale quella di Riace che ha messo in campo un’utilizzazione dello Sprar molto più feconda e avanzata di tante altre realtà nelle quali pure questo progetto si pratica quotidianamente. Salvini deve venire a Riace, deve visitare Riace prima di metterla in liquidazione, perché è chiaro che sorge, legittimamente, il sospetto che dietro la decisione di definanziamento ci sia un’operazione e una volontà politica di affossare questo modello. Chiederemo un arbitrato con organi terzi, quindi al di sopra di ogni sospetto, per verificare se qui gli immigrati sono vessati o vivono in condizioni dignitose. Ribadisco – afferma Oliverio – che intravvedo un tentativo per far condannare il modello Riace. Ma noi non molliamo, perché qui c’è in gioco una concezione e una visione rispetto a un fenomeno che non è circoscritto a una stagione limitata ma a una fase storica».

«ASPETTO CHE VENGA QUI IL PRESIDENTE MATTARELLA»

Il sindaco Lucano continuerà il suo sciopero della fame «fino a quando – confida – non verrà qui il presidente della Repubblica o fino a quando dal ministero dell’Interno non arriveranno i fondi che ci spettano per servizi già svolti». Secondo il primo cittadino, «l’erogazione di questi fondi è un atto dovuto nei confronti di una comunità di oltre 300 persone. Non comprendo come Prefettura e ministero dell’Interno abbiano potuto pensare come potesse andare avanti una comunità di oltre 300 persone senza questi fondi. In una terra come la Locride e in un periodo di grave crisi soprattutto per la mancanza di lavoro noi qui – afferma il sindaco – abbiamo fatto un piccolo miracolo, ma adesso siamo sulla strada di non ritorno. Non mi resta altro da fare, davanti a pretesti burocratici assurdi che ti fanno entrare in un tunnel da cui non si esce”. A preoccupare Lucano però è un nemico ancora più grande: “C’è un clima di odio in Italia, un accumulo di tensione che sta durando da alcuni mesi, c’è una deriva disumana, questo governo – dice Lucano – si sta macchiando di crimini contro l’umanità. E questi atteggiamenti noi qui, li percepiamo in modo molto più diretto. Sulla nostra esperienza – conclude poi ilo sindaco – da due anni è stato apposto quasi un bavaglio, non si vuole che si sappia, non si vuole che Riace dimostri che è possibile e che, da una terra così depressa, sono possibili l’accoglienza e la soluzione ai problemi. Questo evidentemente dà fastidio, ma noi non ci fermiamo».




Intervista a Mimmo Lucano, sindaco di Riace in sciopero della fame.
Guarda il video

Intervista a Alex Zanotelli
Guarda il video

Intervista a Ada Colau, sindaco di Barcellona
Guarda il video


Vedi anche il post


Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XVIII domenica del Tempo Ordinario / B





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)



"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 36/2017-2018 (B) di Santino Coppolino

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino



Vangelo: 
Gv 6,24-35




<<Io-Sono il pane di vita>> dice Gesù alla folla che è accorsa per ascoltarlo. Gesù utilizza un linguaggio metaforico per condurre i suoi ascoltatori " al di là " del segno fino alla realtà da comprendere e da comunicare. 
Il vero pane della vita è lui, il Figlio che ama il Padre e i fratelli, con una relazione d'amore che ci coinvolge e che non ha mai fine. E' Gesù il vero Pane della vita, Pane d'amore spezzato e condiviso, che ci riscatta dalla morte e dalla schiavitù del peccato e ci rende liberi, permettendoci finalmente di abitare la terra come figli e fratelli (cfr.Lv 25,18ss). E' l'amore infatti che costituisce e rinsalda le nostre relazioni, rendendo la nostra vita veramente umana, bella e vivibile.  <<Chi invece fa del pane, di se stesso o di qualunque altra cosa, compresa la Legge o l'Alleanza o finanche la Chiesa il proprio feticcio, è come uno che si innamora dell'anello di fidanzamento e non di colui che gliene ha fatto dono>> (cit.). Se così ci comportiamo, quello che è solamente un segno perde il suo significato autentico. Mangiamo allora un pane che perisce anzi, un pane avvelenato che ci conduce alla morte.   



sabato 4 agosto 2018

"Quel Pane che alimenta l'esistenza senza fine" di p. Ermes Ronchi - XVIII Domenica – Tempo Ordinario Anno B

Quel Pane che alimenta l'esistenza senza fine

Commento
XVIII Domenica – Tempo ordinario – Anno B

Letture:  Esodo 16,2-4.12-15; Salmo 77; Efesini 4,17.20-24; Giovanni 6,24-35

In quel tempo, quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafarnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». [...] 

Chiedono a Gesù: che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio? Grande domanda. Compiere le opere di Dio è ben altro che osservare i suoi comandamenti.
Opera di Dio è la creazione, opera sua è la liberazione del popolo dalla schiavitù e poi la meravigliosa volontà di costruire, nonostante tutte le delusioni, una storia di alleanza. Compiere l'opera di Dio è parteciparvi, essere in qualche modo capaci di creare, inventori di strade che conducano a libertà e a legami buoni di alleanza con tutto ciò che vive. Una regola fondamentale per interpretare la Bibbia dice: ogni indicativo divino diventa un imperativo umano. Vale a dire che tutto ciò che è descrittivo di Dio diventa prescrittivo per l'uomo. Una proposizione riassume questa regola di fondo: «Siate santi perché io sono santo».
Il fondamento dell'etica biblica è posto nel fare ciò che Dio fa, nell'agire come agisce Dio, comportarsi come Lui si è comportato, come Gesù ha mostrato.
Infatti: Questa è l'opera di Dio, credere in colui che egli ha mandato.

Al cuore della fede sta la tenace, dolcissima fiducia che Dio è Gesù, uno che sa soltanto amare, guaritore del disamore del mondo. Nessun aspetto minaccioso, ma solo le due ali aperte di una chioccia che protegge e custodisce i suoi pulcini (Lc 13,34), con tenerezza combattiva.

Quale segno fai perché vediamo e possiamo crederti? La risposta di Gesù: Io sono il Pane della vita. Nutrire la vita è l'opera di Dio. Offrire bocconi di vita ai morsi dell'umana fame. Pane di cielo cerca l'uomo: vuole addentare la vita, goderla e gioirne in comunione, saziarsi d'amore, ubriacarsi del vino di Dio, che ha il profumo stordente della felicità.
Io sono il Pane della vita, il pane che alimenta la vita. L'uomo nasce affamato e il pane della vita sazia la fame, ma poi la riaccende di nuovo e sveglia in noi «il morso del più» (L. Ciotti), un desiderio di più vita che morde dentro e chiama, una fame di più libertà e più creatività e più alleanza.
Come un tempo ha dato la manna ai padri vostri nel deserto, così oggi ancora Dio dà. Due parole semplicissime eppure chiave di volta della rivelazione biblica: 
Dio non domanda, Dio dà. 
Dio non pretende, Dio offre. 
Dio non esige nulla, dona tutto.
Ma Dio non dà cose, Egli non può dare nulla di meno di se stesso. Ma dandoci se stesso ci dà tutto. Siamo davanti a uno dei vertici del Vangelo, a uno dei nomi più belli di Dio: Egli è nella vita datore di vita. Dalle sue mani la vita fluisce illimitata e inarrestabile. E ci chiama ad essere come Lui, nella vita datori di vita. L'opera di Dio è una calda corrente d'amore che entra e fa fiorire le radici del cuore. 

LECTIO DIVINA “IL PROFETA DANIELE” con p. Pino Stancari sj (VIDEO)

LECTIO DIVINA 
 “IL PROFETA DANIELE” 
con p. Pino Stancari sj  (VIDEO)


Evento promosso dalla Fraternità Carmelitana 
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)

18-21 luglio 2018



MOTIVI DI SPERANZA
Abbiamo bisogna di speranza oggi in un tempo di crisi.
Leggere e meditare il libro Daniele ci aiuta a ritrovare speranza.
Viene delineato il volto del credente aperto alla speranza, che coltiva e vive il rapporto con Dio.
Un Dio che comunque è presente nel guidare la Storia, nel giudicare le azioni umane e nel donare la vita oltre la morte.

GUARDA IL VIDEO
Introduzione p. Alberto Neglia


Guarda tutti i video:

Ha mani assassine anche chi semina odio Mons. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna - 38° anniversario della strage di Bologna (Testo e video)

38° anniversario della strage di Bologna

Ha mani assassine 
anche chi semina odio
Mons. Matteo Zuppi, 
arcivescovo di Bologna

Omelia Messa in suffragio delle vittime della strage alla Stazione del 2 agosto 1980 (chiesa di San Benedetto - 2 agosto 2018)


La giornata di oggi è la sofferta coscienza della storia recente della nostra città. L'attentato del 2 agosto 1980 rappresenta una ferita tragica che l'ha fatta diventare grande, improvvisamente, come certi avvenimenti segnano la vita di una persona, una svolta che la cambia per sempre. Bologna da quel giorno ha un dolore ed una consapevolezza che non vuole perdere. La memoria è ormai lontana nel tempo ma certo non è distante nel coinvolgimento, così intenso tanto da motivare la partecipazione di cittadini e di rinnovarsi nei significati. Ieri mattina, in una intensa cerimonia partecipata da tanti bambini sono stati ricordati i 6 minori vittime di quella strage degli innocenti. Oggi sarebbero i loro genitori, forse, qualcuno, nonno. Sperimentiamo ancora la straordinaria – ma vorrei dire normale per ogni città che vuole essere umana e civile! - solidarietà, che si oppone al male e ci fa sentire tutti istintivamente familiari delle vittime. Allora, come oggi, la solidarietà ci rende capaci di gesti di fratellanza, mossi da quella compassione che il Vangelo chiede a tutti gli uomini e rende nostro prossimo un uomo sconosciuto mezzo morto buttato sulla strada e ci spinge ad esserlo noi per lui. Rinnovando quel dolore ritroviamo una città che vuole essere prossima:
se il male colpisce brutalmente noi non saremo brutali; 
se il male rende l'altro un estraneo o un nemico, noi lo soccorriamo, 
sempre, comunque, perché soffre ed è il mio prossimo e io lo sono per lui. 
Quando vediamo o pensiamo le immagini di quel giorno ci viene ancora da piangere, proviamo lo stesso sgomento, la stessa incredula sorpresa, ma anche la voglia di fare qualcosa e di aiutare oggi le tante stragi di innocenti che avvengono in silenzio, ridotte a poche righe di giornale o a immagini che scorrono troppo rapidamente nel monitor e nel cuore. Dio è il Samaritano che piange con noi e ci insegna a non essere mai indifferenti nel vedere la cattiveria e la combatte in maniera tutta umana, anzi la più umana, con la compassione e la misericordia. Ha bisogno sempre anche della nostra. Per questo, come è scritto sulla porta della Chiesa di Rigosa, penso che
"Qui si entra per amare Dio; di qui si esce per amare il prossimo". 
Il testamento delle vittime non è la vendetta, che è complice del male e ne resta prigioniera tanto da provocarne altro, ma è giustizia. Il Vangelo di oggi ci parla di un giudizio, quello di Dio. Questo può apparire troppo lontano per il desiderio di giustizia che viviamo nel presente. Credere al giudizio di Dio e temerlo permette di non abituarsi all'ingiustizia e ci aiuta a cercare la verità fin da oggi e ad essere uomini giusti in ogni scelta della nostra vita. Dio non accetta e giudica l'ingiustizia del forte che umilia il debole o lo ignora, del fratello che alza le mani contro suo fratello, del ricco che lascia alla porta della sua casa il povero Lazzaro senza fare nulla per lui.
Dio non potrà mai accettare l'ingiustizia di innocenti colpiti da mani assassine e vigliacche, come sempre quelle del terrorismo ma anche dei pregiudizi, che non si possono mai sottostimare, perché inquinano la convivenza, seminano odio, a cominciare dall'uso delle parole. Credere nel giudizio di Dio non significa affatto rinunciare alla giustizia nel presente, nel tempo e nella storia, anzi, ci spinge ad essere, con la nostra vita personale che diventa anche impegno civile, operatori di giustizia. 
E un uomo solo può cambiare questo mondo! 
L'anno scorso chiesi a quanti hanno le mani ancora sporche di sangue - perché il tempo non cancella la memoria ma neanche la responsabilità se questa non viene affrontata – e a coloro che sono responsabili delle omissioni di quel sangue effuso nella stazione o nell'autobus 37: non portate questo peso! Togliendovelo dal vostro cuore, nel modo che troverete più opportuno, aiuterete a credere nell'uomo, a riparare in parte quello che è irreparabile perché la vita è tolta per sempre. Aggiungo: fatelo per voi, per guardarvi in faccia perché altrimenti rimanete solo uomini e donne che scappando dalla giustizia scappano anche da se stessi e il rimorso non vi potrà lasciare mai in pace. Perché il giudizio di Dio viene. Dio è misericordia, certo, ma è giudice e sarà solo giudice se non apriamo la porta del nostro cuore al suo perdono e gli permettiamo di essere il nostro «avvocato», il parakletos (cfr 1 Gv2,1), la misericordia. "Verrà il giudizio di Dio!", gridò ai mafiosi con forza da profeta Giovanni Paolo II ad Agrigento. Con stessa fermezza lo ripetiamo oggi per i responsabili di questa strage e per quanti sanno qualcosa. Il giudizio di Dio ci chiede conto di dov'è il nostro fratello. Non possiamo rispondere che non ne siamo custodi, perché Abele è nostro fratello ed a noi chiede e chiederà conto. Cristo, nuovo Abele, si è offerto innocente ed ha donato la sua vita e la sua uguaglianza a Dio perché il buio della morte sia sempre illuminato dalla calda e sofferta luce del suo amore. Lui starà sempre dalla parte delle vittime. «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati», dice Gesù. Abbiamo fame e sete, sempre e per tutti, e vogliamo lavorare perché la giustizia diventi realtà, anche se non sempre vediamo i risultati di questo impegno. Non ci arrendiamo, per noi e per gli altri, facendo nostra la voce delle vittime innocenti. Sempre. Dice Papa Francesco nella Gaudete et exultate (79): "Tale giustizia incomincia a realizzarsi nella vita di ciascuno quando si è giusti nelle proprie decisioni, e si esprime poi nel cercare la giustizia per i poveri e i deboli". E' proprio vero che la memoria dei padri è un atto di giustizia e oggi la memoria di questi padri ci spinge a essere contro il male, senza convenienze, senza calcoli, sempre dalla parte dell'uomo. La regola d'oro è essere amici del mondo e della persona, e considerare una, tutta la famiglia umana. "Mettiamo da parte ciò che divide e cerchiamo quello unisce", invitava con tanta bontà, che è sempre intelligente (quella vera), Giovanni XXIII. Camminiamo nella stessa direzione, che non è di una parte ma di tutte le parti perché la giustizia è di tutti e per tutti. Solo la perseveranza ottiene, come auspichiamo, quei risultati che finora non sono stati raggiunti per l'opacità del male che nasconde la verità, ne ha paura e scoraggia a cercarla, fa sembrare tutto inutile o rende la ricerca di giustizia un'esagerazione e non un diritto- dovere, causando rabbia e disillusione. 
Signore, Dio di giustizia e di misericordia senza fine, dona la tua pace alle vittime innocenti e a noi di essere operatori di giustizia, perché nella notte del dolore e della violenza si riaccenda la luce dell'amore e le cose di prima passino, siano asciugate le lacrime, la morte sconfitta e la nuova città scenda dal cielo bella come una sposa. E donaci, con i nostri piccoli e concreti gesti di giustizia, di iniziare a vivere oggi la tua speranza. Amen

GUARDA IL VIDEO

Il Crocifisso non può essere espressione di razzismo ma accoglienza per tutti di Cristiana Dobner

Il Crocifisso non può essere espressione di razzismo ma accoglienza per tutti
di Cristiana Dobner

Chi nelle proprie casa ospita il Crocifisso non intende ostentare un proclama sociologico, diventare attivista di chissà mai quale movimento oppure, peggio ancora, mistificarsi da credente. Brandirlo è un atto che squalifica, che riconduce al pc… non sanno appunto quello che fanno e ingannano chi non riflette, quelli a cui nessuno ha dato testimonianza di fede e mai ha insegnato a pensare


Il legame profondo fra gesto, simbolo e vocabolo esiste ancora?
La grammatica comunicativa oggi appare stravolta.
Nella nostra società in cui le immagini, giustamente, giocano un ruolo essenziale e diventano parte del nostro modo di pensare e di sentire, corriamo anche il grave rischio della mancanza di riflessione che, se non vuole escludere l’immagine non vuole però lasciarsene fagocitare e plasmare.
Pare davvero di essere ridotti al livello del pc, peraltro stupendo strumento in mano al cervello umano, pericoloso strumento di degrado quando incamera la personalità, la travolge e la rende dipendente.
Ripropongo quanto un personaggio ben quotato- John Searle- ha espresso con poche parole: i computer posseggono la sintassi ma non la semantica. Detto in parole povere… in pratica non sanno quello che fanno…
Così in noi, se diventiamo pc, regna la confusione e l’imitazione (coatta) per restare… trendy…

Negli ultimi giorni il crocifisso balza fuori in ogni discorso, in ogni vicenda, in ogni polemica. È solo oggetto, crocifisso con c minuscola.

Dov’è la semantica? Ovvero, sempre in parole povere, chi lo agita, lo affigge, lo impone, non sa quello che fa…
Si stravolge il Suo significato: l’Uomo Gesù Cristo, Figlio di Dio, morto per salvare tutti. Come può diventare espressione alta di ogni razzismo?
Il rifiuto dell’altro è insito nel nostro animo? Non si mascherano così paure e timori di altra origine e causa?

Oggi si viaggia molto, si conosce il mondo, si conoscono però le persone che vivono in quelle località in cui si passa velocemente e di cui nulla si apprende? Conta poter arricchire la propria verbosità citando viaggi e crociere oppure conta aver incontrato persone, civiltà indubbiamente altre ma con cui condividiamo il nostro essere umani?
È finito nell’oblio quella certezza che tutti siamo uomini e donne indipendentemente dal colore della pelle, dei tratti somatici, della lingua?
La coscienza di essere esistenti alla pari di tutti gli altri esistenti non dovrebbe sostenere la nostra apertura mentale e impedirci di cadere nella fossa del razzismo?

Il Crocifisso, con le nostre esclusioni e divisioni, non può che diventare crocifisso, un sigillo molto comodo che maschera e magari rende soporifera la coscienza.

Già cogliere uso e abuso di un simbolo è di per sé negativo e oltraggioso. Portare il Crocifisso nella propria vita o indossarlo sulla propria persona deve esprimere solo la fede nel Creatore che ha inviato il Figlio come Salvatore.
Chi nelle proprie case ospita il Crocifisso non intende ostentare un proclama sociologico, diventare attivista di chissà mai quale movimento oppure, peggio ancora, mistificarsi da credente.
Brandirlo è un atto che squalifica, che riconduce al pc… non sanno appunto quello che fanno e ingannano chi non riflette, quelli a cui nessuno ha dato testimonianza di fede e mai ha insegnato a pensare.

Tutta l’ondata di razzismo, di rifiuto delle persone in reali difficoltà, che ci investe può (e anche deve) trovare luce nel Crocifisso solo quando non è oggetto di discriminazione, di segregazione, ma in Lui viene visto il Risorto.
La gloria del Crocifisso è proprio quella luce nascosta ma pronta ad emanarsi quando la persona lo guardi come fratello, amico, che si è addossato i dolori di tutti per presentarli al Padre e far diventare tutti noi dei Risorti.
Persone chiamate al pellegrinaggio terreno, insieme tutti senza esclusione di sorta, con una meta chiara: il Volto del Padre.
Dobbiamo però incarnare, qui e ora, quanto il Crocifisso testimonia: accoglienza amorosa per tutti.

(fonte: SIR)



venerdì 3 agosto 2018

RISVEGLIARE PASSIONI GIOIOSE - SETTIMANA DI SPIRITUALITÀ 7-12 AGOSTO 2018

RISVEGLIARE PASSIONI GIOIOSE 
SETTIMANA DI SPIRITUALITÀ
 7-12 AGOSTO  2018

promossa dalla

Esiste una domanda alla base di tutte le domande che mi hanno rivolto i giovani Linette e Manuel: «Perché succedono le divisioni, le lotte, la guerra, la morte, il fanatismo, la distruzione fra i giovani? Perché c’è questo desiderio di autodistruggerci?». […] Manuel mi chiedeva: «Cosa fare perché un fanatismo ideologico non ci rubi un fratello, non ci rubi un amico?». C’è una parola che può sembrare scomoda, ma non la voglio evitare perché voi la avete usata prima di me: […] la preghiera. La prima cosa che io risponderei è che un uomo perde il meglio del suo essere umano, una donna perde il meglio della sua umanità, quando si dimentica di pregare, perché si sente onnipotente, perché non sente il bisogno di chiedere aiuto al Signore davanti a tante tragedie. La vita è piena di difficoltà, ma ci sono due modi di guardare alle difficoltà: o le si guarda come qualcosa che ti blocca, che ti distrugge, che ti tiene fermo, oppure le si guarda come una reale opportunità. A voi scegliere. Ognuno si chieda: «Per me, una difficoltà è un cammino di distruzione, oppure è una opportunità per superare la mia situazione, quella della mia famiglia, della mia comunità, del mio Paese?». […] Pregate il Signore, affinché vi dia la forza di distruggere il tribalismo, di essere tutti fratelli; affinché vi dia il coraggio di non lasciarvi corrompere, affinché vi dia il desiderio di poter comunicare fra di voi come fratelli, con un sorriso, con una buona parola, con un gesto di aiuto e con la vicinanza. 

PAPA FRANCESCO, Discorso ai giovani allo stadio Kasarani di Nairobi (27 novembre 2015)


♦ Epoca delle passioni tristi e domande di senso (Giuseppe Schillaci)

♦ «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra…»: le passioni gioiose di Gesù (Egidio Palumbo) 

♦ Da Babilonia alla Gerusalemme Nuova: nuove “visioni” in tempo di crisi (Gabriella Del Signore)

♦ La resilienza creativa. L’esperienza di Don Milani (Gregorio Battaglia) 

♦ Educare ai valori fondanti della vita (Maurilio Assenza) 

♦ Le chiese occidentali e il nuovo volto della secolarizzazione oggi (Maurizio Aliotta) 

♦ Cercare Dio, oggi (Alberto Neglia)


••• Orario degli incontri: mattino dalle h. 9.00 alle h. 11.30
                                        pomeriggio dalle h. 16.00 alle h. 18.30

Presso il salone del convento della Fraternità Carmelitana di Barcellona Pozzo di Gotto


• Per i fuori sede: portare le lenzuola e la Bibbia; 
                             prenotarsi per telefono (090.9762800) solo se si è sicuri di venire

«Portate questo nel cuore: gli idoli ci rubano l’amore e per amare davvero bisogna essere liberi da ogni idolo.» Papa Francesco Udienza Generale 01/08/2018 (Foto, testo e video)


UDIENZA GENERALE
Aula Paolo VI
Mercoledì, 1° agosto 2018

Il Papa ha fatto il suo ingresso, puntuale, alle 9.30 in Aula Paolo VI per la prima udienza generale dopo la pausa estiva di luglio. Accolto da un’ovazione dei 7mila fedeli presenti, Francesco è stato amabilmente strattonato dai due lati delle transenne soprattutto dai giovani, che gli hanno consegnato lettere e bigliettini e lo hanno “incoronato” mettendogli al collo una sciarpa gialla. Neanche i più piccoli, come sempre protagonisti dell’appuntamento del mercoledì, hanno lesinato doni per l’illustre padrone di casa: una bimba ricciolina gli ha consegnato un bouquet di fiori, che il Papa ha accettato di buon grado con un sorriso. Non è mancata una sosta per sorseggiare il mate, la bevanda tipica argentina, come i colori bianco e azzurro della bandiera sventolata da un gruppo di suoi connazionali. Tra i presenti oggi all’udienza, anche un gruppo di pazienti psichiatrici ospiti della Cooperativa Auxilium. Prima di arrivare in Aula Paolo VI, il Papa ha ricevuto nell’auletta antistante una trentina di partecipanti all’incontro “European jesuits in formation”, suoi confratelli del vecchio continente.









 

Guarda il video del saluto ai fedeli

Catechesi sui Comandamenti. 4. «Non avrai altri dei di fronte a me»

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Abbiamo ascoltato il primo comandamento del Decalogo: «Non avrai altri dei di fronte a me» (Es 20,3). E’ bene soffermarsi sul tema dell’idolatria, che è di grande portata e attualità.

Il comando vieta di fare idoli[1] o immagini[2] di ogni tipo di realtà:[3] tutto, infatti, può essere usato come idolo. Stiamo parlando di una tendenza umana, che non risparmia né credenti né atei. Per esempio, noi cristiani possiamo chiederci: quale è veramente il mio Dio? E’ l’Amore Uno e Trino oppure è la mia immagine, il mio successo personale, magari all’interno della Chiesa? «L’idolatria non concerne soltanto i falsi culti del paganesimo. Rimane una costante tentazione della fede. Consiste nel divinizzare ciò che non è Dio» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2113).

Che cos’è un “dio” sul piano esistenziale? È ciò che sta al centro della propria vita e da cui dipende quello che si fa e si pensa.[4] Si può crescere in una famiglia nominalmente cristiana ma centrata, in realtà, su punti di riferimento estranei al Vangelo.[5] L’essere umano non vive senza centrarsi su qualcosa. Allora ecco che il mondo offre il “supermarket” degli idoli, che possono essere oggetti, immagini, idee, ruoli. Per esempio, anche la preghiera. Noi dobbiamo pregare Dio, il nostro Padre. Ricordo una volta che ero andato in una parrocchia nella diocesi di Buenos Aires per celebrare una Messa e poi dovevo fare le cresime in un’altra parrocchia a distanza di un kilometro. Sono andato, camminando, e ho attraversato un parco, bello. Ma in quel parco c’erano più di 50 tavolini ciascuno con due sedie e la gente seduta una davanti all’altra. Che cosa si faceva? I tarocchi. Andavano lì “a pregare” l’idolo. Invece di pregare Dio che è provvidenza del futuro, andavano lì perché leggevano le carte per vedere il futuro. Questa è una idolatria dei nostri tempi. Io vi domando: quanti di voi siete andati a farvi Leggere le carte per vedere il futuro? Quanti di voi, per esempio, siete andati a farvi leggere le mani per vedere il futuro, invece di pregare Il Signore? Questa è la differenza: il Signore è vivo; gli altri sono idoli, idolatrie che non servono.

Come si sviluppa un’idolatria? Il comandamento descrive delle fasi: «Non ti farai idolo né immagine […]. / Non ti prostrerai davanti a loro / e non li servirai» (Es 20,4-5).

La parola “idolo” in greco deriva dal verbo “vedere”.[6] Un idolo è una “visione” che tende a diventare una fissazione, un’ossessione. L’idolo è in realtà una proiezione di se stessi negli oggetti o nei progetti. Di questa dinamica si serve, ad esempio, la pubblicità: non vedo l’oggetto in sé ma percepisco quell’automobile, quello smartphone, quel ruolo – o altre cose – come un mezzo per realizzarmi e rispondere ai miei bisogni essenziali. E lo cerco, parlo di quello, penso a quello; l’idea di possedere quell’oggetto o realizzare quel progetto, raggiungere quella posizione, sembra una via meravigliosa per la felicità, una torre per raggiungere il cielo (cfr Gen 11,1-9), e tutto diventa funzionale a quella meta.

Allora si entra nella seconda fase: «Non ti prostrerai davanti a loro». Gli idoli esigono un culto, dei rituali; ad essi ci si prostra e si sacrifica tutto. In antichità si facevano sacrifici umani agli idoli, ma anche oggi: per la carriera si sacrificano i figli, trascurandoli o semplicemente non generandoli; la bellezza chiede sacrifici umani. Quante ore davanti allo specchio! Certe persone, certe donne quanto spendono per truccarsi?! Anche questa è un’idolatria. Non è cattivo truccarsi; ma in modo normale, non per diventare una dea. La bellezza chiede sacrifici umani. La fama chiede l’immolazione di se stessi, della propria innocenza e autenticità. Gli idoli chiedono sangue. Il denaro ruba la vita e il piacere porta alla solitudine. Le strutture economiche sacrificano vite umane per utili maggiori. Pensiamo a tanta gente senza lavoro. Perché? Perché a volte capita che gli imprenditori di quell’impresa, di quella ditta, hanno deciso di congedare gente, per guadagnare più soldi. L’idolo dei soldi. Si vive nell’ipocrisia, facendo e dicendo quel che gli altri si aspettano, perché il dio della propria affermazione lo impone. E si rovinano vite, si distruggono famiglie e si abbandonano giovani in mano a modelli distruttivi, pur di aumentare il profitto. Anche la droga è un idolo. Quanti giovani rovinano la salute, persino la vita, adorando quest’idolo della droga.

Qui arriva il terzo e più tragico stadio: «…e non li servirai», dice. Gli idoli schiavizzano. Promettono felicità ma non la danno; e ci si ritrova a vivere per quella cosa o per quella visione, presi in un vortice auto-distruttivo, in attesa di un risultato che non arriva mai.

Cari fratelli e sorelle, gli idoli promettono vita, ma in realtà la tolgono. Il Dio vero non chiede la vita ma la dona, la regala. Il Dio vero non offre una proiezione del nostro successo, ma insegna ad amare. Il Dio vero non chiede figli, ma dona suo Figlio per noi. Gli idoli proiettano ipotesi future e fanno disprezzare il presente; il Dio vero insegna a vivere nella realtà di ogni giorno, nel concreto, non con illusioni sul futuro: oggi e domani e dopodomani camminando verso il futuro. La concretezza del Dio vero contro la liquidità degli idoli. Io vi invito a pensare oggi: quanti idoli ho o qual è il mio idolo preferito? Perché riconoscere le proprie idolatrie è un inizio di grazia, e mette sulla strada dell’amore. Infatti, l’amore è incompatibile con l’idolatria: se un qualcosa diventa assoluto e intoccabile, allora è più importante di un coniuge, di un figlio, o di un’amicizia. L’attaccamento a un oggetto o a un’idea rende ciechi all’amore. E così per andare dietro agli idoli, a un idolo, possiamo persino rinnegare il padre, la madre, i figli, la moglie, lo sposo, la famiglia … le cose più care. L’attaccamento a un oggetto o a un’idea rende ciechi all’amore. Portate questo nel cuore: gli idoli ci rubano l’amore, gli idoli ci rendono ciechi all’amore e per amare davvero bisogna essere liberi da ogni idolo.

Qual è il mio idolo? Toglilo e buttalo dalla finestra!

Guarda il video della catechesi

Saluti:
...

Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare alle Figlie di Nostra Signora della Pietà, che celebrano il Capitolo generale, e alle Figlie di Nazareth nel 125° anniversario di fondazione. Care sorelle vi assicuro il mio orante ricordo affinché possiate rinnovare quotidianamente la dimensione oblativa della vostra vita nell’esercizio fedele delle virtù evangeliche. Saluto la cooperativa Auxilium, che assiste i minori con problematiche psichiche, e incoraggio a proseguire questo importante servizio alla società.

Saluto, infine, i giovani, gli anziani, i malati e gli sposi novelli. Oggi ricorre la memoria liturgica di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, zelante pastore che ha conquistato i cuori della gente con mitezza e tenerezza, frutti del rapporto con Dio, che è bontà infinità. Il suo esempio vi aiuti a vivere con gioia la vostra fede nelle semplici azioni di ogni giorno. Grazie.

Guarda il video integrale