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martedì 3 luglio 2018

L’imprenditore che dona l'acqua a milioni di assetati

La storia. 
L’imprenditore che dona l'acqua a milioni di assetati

Silvano Pedrollo iniziò irrigando deserti per gli emiri. Ai missionari in tutto il mondo regala edifici per accogliere i poveri, pozzi, ospedali, scuole, chiese. Ma ha un sogno: «Donare molto di più»

L'acqua sgorga nella missione in Eritrea

«Il mio sogno è triplicare». Silvano Pedrollo, leader mondiale nella produzione di pompe idrauliche e nella perforazione di pozzi, non sta parlando del fatturato e nemmeno di esportazioni: «Il mio obiettivo è triplicare le donazioni. I missionari ci chiedono poche pompe idrauliche eppure ne hanno un bisogno estremo, il tam tam non basta. Voglio dare di più, quello che faccio è troppo poco...». Se non fosse che lo avevamo già incontrato dieci anni fa, stenteremmo a crederci, troppo bello per essere vero. Ma siamo tornati dall’imprenditore veronese per vedere cosa ne era stato di quel miracolo umano di solidarietà estesa in tutto il mondo, e da allora Pedrollo ha continuato ad erigere ospedali, chiese, scuole, case d’accoglienza, scavare pozzi, irrigare deserti, far rinascere foreste, soprattutto far sgorgare l’acqua là dove non ce n’era traccia e ogni forma di vita moriva.

India, la gioia di tuffarsi nella "piscina"

«L’acqua è ovunque, bisogna solo andarla a scavare in profondità. È perfettamente inutile mandare antibiotici per curare le malattie causate dall’acqua infetta, come fanno molti governi: la cosa da fare è dotare i villaggi di fonti di acqua pura, così si risolve in un colpo l’80% dei problemi. La gente ci mette un po’ ad abituarsi all’acqua pulita perché è insapore – sorride –, ma presto cambia tutto, i bambini smettono di morire come mosche, nel deserto nascono le piantagioni, gli adulti hanno un lavoro, sorgono le case, aprono le scuole e da lì tutto migliora».

Tanzania: grazie all'acqua pulita non muoiono più

Il bene va fatto bene, si dice, e Silvano Pedrollo (Cavaliere del Lavoro, sei lauree honoris causa) unisce esperienza imprenditoriale a concretezza veneta, operando in tre filoni d’azione, «i bisogni materiali, quelli spirituali e quelli culturali», ovvero costruisce strutture per dare un tetto ai poveri, chiese e scuole per la formazione dei giovani: «Sono certo che questi interventi contribuiscano in larga parte a ridare speranza ai nostri fratelli», spiega Pedrollo. Basta sfogliare il catalogo delle opere che ha già portato in Africa, Asia, nelle Americhe e in Europa, una vera enciclopedia di come sia possibile cambiare il mondo (era di cento pagine dieci anni fa, oggi ne ha 270, dalla A di Albania alla Z di Zimbabwe), con fotografie di acqua che sgorga improvvisa più preziosa del petrolio («abbiamo imparato a usarla con parsimonia, col suo scendere e versarsi sottile e calmo, quasi come un condimento prezioso...», gli ha scritto un missionario), frotte di bambini con le braccia alzate sotto quello scroscio inaudito, uomini e donne increduli: «Lavoro solo con i missionari perché so dove vanno a finire i soldi e riescono a fare cose incredibili, le suore poi non le ferma nessuno».

L'imprenditore veronese Silvano Pedrollo

I primi a bussare sono stati i comboniani, poi sono arrivati i salesiani, i camilliani, le canossiane, i cappuccini, i padri della Consolata... Pedrollo sovvenziona i lavori richiesti e fornisce le elettropompe, oltre ai generatori di corrente per farle funzionare, ma per le missioni che non hanno nemmeno il cherosene per i generatori ha progettato speciali pompe a pannelli solari, «così l’acqua va tutto il giorno e con l’energia accumulata fanno andare i frigoriferi la notte». Se lui da solo ha donato l’acqua a due milioni di persone, quanto costerebbe ai potenti della terra portare il progresso ai popoli costretti a migrare o soccombere? 'Aiutarli in casa loro' in bocca a Pedrollo non è uno slogan autoassolutorio, ma un format di successo. Centinaia gli esempi: grazie a lui in Angola le suore canossiane hanno fondato due scuole di Informatica ed Economia domestica per ragazze, in Uganda 1.500 giovani studiano in un elegante college con laboratorio di chimica e dormitorio per 450 maschi e 400 femmine non abbienti, in India le elementari e le medie perfettamente attrezzate dei padri camilliani assicurano istruzione, salute e nutrimento a 1.500 bambini...

Una delle scuole fondate da Pedrollo in India. Garantisce un futuro a migliaia di piccoli

Le foto del prima e del dopo in Bangladesh come in Tanzania mostrano le metamorfosi da baracche indegne a istituti modello, lo stesso per le chiese sorte un po’ ovunque, i dispensari e i centri per lo sviluppo della donna, gli orfanotrofi e le mense. La nostra domanda («e tutto questo in dono?») quasi indigna Pedrollo: «Certamente. Rispetto a quanto ho ricevuto faccio anche poco, lo affermo con la coscienza e con il cuore». Il Gruppo Pedrollo fattura 230 milioni, esporta pompe in 160 Paesi e dà lavoro a 800 persone (10% stranieri). Il sogno è iniziato 40 anni fa quando il giovane Pedrollo, in tasca un diploma in elettrotecnica e non un soldo, intuì che il futuro era nell’acqua. Dubai, oggi avveniristica babele di grattacieli, era un desolato deserto, «quando promisi agli emiri arabi di farvi sgorgare l’acqua mi diedero carta bianca e lettere di credito».

Piccole scolare possono studiare in India, grazie alla generosità di Pedrollo

Iniziava la grande ascesa e il mondo si accorse di lui. In Bangladesh, dove le donne percorrevano chilometri al giorno per attingere acqua sporca, un uomo gli propose un patto, «inventa una pompa che costi pochissimo e ne venderemo migliaia ». Pedrollo ne costruì una che costava come due pizze e pompava mille litri al minuto. Quell’anno in Bangladesh i raccolti di riso furono tre anziché due. Ma a Pedrollo non bastava cambiare il mondo per lavoro, «un cristiano di fronte alla povertà non può girarsi dall’altra parte, la solidarietà è un impegno», così fu proprio in Bangladesh che, colpito dalla miseria, decise che con gli utili di quelle pompe avrebbe costruito una scuola per mille ragazze. «All’inizio decidevo io a chi dare aiuti, ma che diritto ho di scegliere chi merita? Alla fine li aiuti tutti e non te ne vanti». Dentro gli risuona sempre il consiglio che suo zio gli diede agli esordi, 'ti occuperai di pompe idrauliche? vedrai quanto bene farai'. «Allora non capii, che bene potevo fare con delle pompe?...».

Acqua potabile in Tanzania

Quello zio era don Luigi Pedrollo, il cui processo di beatificazione si è aperto pochi giorni fa. Era il collaboratore stretto di san Giovanni Calabria, fondatore della Congregazione dei Poveri Servi e delle Povere Serve della Divina Provvidenza, «da bambino li vedevo sempre insieme, e ricordo fratel Vittorino, l’economo della congregazione, che la sera si affacciava preoccupato perché non c’era nulla da dare per cena ai loro piccoli, ma mio zio restava tranquillo, 'va bene, andiamo in chiesa a pregare', sapeva che la Provvidenza non manda indietro a mani vuote». È lo stile di vita su cui Silvano Pedrollo ha fondato le sue imprese e nel quale coinvolge i dipendenti. Insieme ai figli Alessandra e Giulio, rispettivamente managing director e general manager, ha deciso di non incassare gli utili, ma reinvestirli in azienda per incrementare le tecnologie e garantire serenità alle famiglie dei lavoratori: «In 43 anni mai un giorno di cassa integrazione – asserisce –, anche durante la crisi ho promesso loro che piuttosto avrei riempito i magazzini di merce invenduta, ma nessuno avrebbe perso il posto».

La scuola, accessoriata e moderna, in India

A metà tra padre e datore di lavoro, ogni volta che ha visto i 'suoi' ragazzi pagare mutui da usura è intervenuto personalmente e ora possiedono tutti la casa, «anche i nostri immigrati, altrimenti è caos, non accoglienza». Forse è questa l’impresa più alta, impegnare nella sua rivoluzione le famiglie di chi lavora con lui. È qualcosa di speciale vedere la figlia Alessandra, laureata in Economia e Commercio, catechista come sua madre, mentre in Tanzania nella missione della Consolata di 'Baba' Camillo Caliari, o in India nella Children’s Home del camilliano padre Sibi, consegna a centinaia di bambini i doni di Natale confezionati con le loro mani dai figli dei dipendenti della Pedrollo. Ogni piccolo italiano ha costruito (non comprato) il giocattolo per quello specifico bambino, e Alessandra sull’iPad mostra a ognuno il video-saluto registrato per lui in Italia. Brillano tutti, gli occhi dei bambini, sia che donino sia che ricevano. Quelli di Pedrollo, che non si è ancora assuefatto, si fanno lucidi. L’unico suo dolore, che poi è l’appello che ci affida, è l’Eritrea, dove il regime ha chiuso la sua grande scuola salesiana di formazione ed espulso tutti i missionari: «Non riesco più in nessun modo a mandare aiuti e i bambini muoiono per strada, è uno scandalo mondiale, come si fa a tacere? Vi prego, non restiamo indifferenti»

Il miracolo dell'acqua potabile in Eritrea




lunedì 2 luglio 2018

«La morte di cui avere paura è quella del cuore indurito dal male!» Papa Francesco Angelus 1/07/2018 (testo e video)


ANGELUS
Piazza San Pietro
Domenica, 1° luglio 2018


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo di questa domenica (cfr Mc 5,21-43) presenta due prodigi operati da Gesù, descrivendoli quasi come una sorta di marcia trionfale verso la vita.

Dapprima l’Evangelista narra di un certo Giairo, uno dei capi della sinagoga, che viene da Gesù e lo supplica di andare a casa sua perché la figlia di dodici anni sta morendo. Gesù accetta e va con lui; ma, lungo la strada, giunge la notizia che la ragazza è morta. Possiamo immaginare la reazione di quel papà. Gesù però gli dice: «Non temere, soltanto abbi fede!» (v. 36). Arrivati a casa di Giairo, Gesù fa uscire la gente che piangeva - c’erano anche le donne prefiche che urlavano forte - ed entra nella stanza solo coi genitori e i tre discepoli, e rivolgendosi alla defunta dice: «Fanciulla, io ti dico: alzati!» (v. 41). E subito la ragazza si alza, come svegliandosi da un sonno profondo (cfr v. 42).

Dentro il racconto di questo miracolo, Marco ne inserisce un altro: la guarigione di una donna che soffriva di emorragie e viene sanata appena tocca il mantello di Gesù (cfr v. 27). Qui colpisce il fatto che la fede di questa donna attira – a me viene voglia di dire “ruba” – la potenza salvifica divina che c’è in Cristo, il quale, sentendo che una forza «era uscita da lui», cerca di capire chi sia stato. E quando la donna, con tanta vergogna, si fa avanti e confessa tutto, Lui le dice: «Figlia, la tua fede ti ha salvata» (v. 34).

Si tratta di due racconti ad incastro, con un unico centro: la fede; e mostrano Gesù come sorgente di vita, come Colui che ridona la vita a chi si fida pienamente di Lui. I due protagonisti, cioè il padre della fanciulla e la donna malata, non sono discepoli di Gesù eppure vengono esauditi per la loro fede. Hanno fede in quell’uomo. Da questo comprendiamo che sulla strada del Signore sono ammessi tutti: nessuno deve sentirsi un intruso, un abusivo o un non avente diritto. Per avere accesso al suo cuore, al cuore di Gesù, c’è un solo requisito: sentirsi bisognosi di guarigione e affidarsi a Lui. Io vi domando: ognuno di voi si sente bisognoso di guarigione? Di qualche cosa, di qualche peccato, di qualche problema? E, se sente questo, ha fede in Gesù? Sono i due requisiti per essere guariti, per avere accesso al suo cuore: sentirsi bisognosi di guarigione e affidarsi a Lui. Gesù va a scoprire queste persone tra la folla e le toglie dall’anonimato, le libera dalla paura di vivere e di osare. Lo fa con uno sguardo e con una parola che li rimette in cammino dopo tante sofferenze e umiliazioni. Anche noi siamo chiamati a imparare e a imitare queste parole che liberano e questi sguardi che restituiscono, a chi ne è privo, la voglia di vivere.

In questa pagina evangelica si intrecciano i temi della fede e della vita nuova che Gesù è venuto ad offrire a tutti. Entrato nella casa dove giace morta la fanciulla, Egli caccia fuori quelli che si agitano e fanno lamento (cfr v. 40) e dice: «La bambina non è morta, dorme» (v. 39). Gesù è il Signore, e davanti a Lui la morte fisica è come un sonno: non c’è motivo di disperarsi. Un’altra è la morte di cui avere paura: quella del cuore indurito dal male! Di quella sì, dobbiamo avere paura! Quando noi sentiamo di avere il cuore indurito, il cuore che si indurisce e, mi permetto la parola, il cuore mummificato, dobbiamo avere paura di questo. Questa è la morte del cuore. Ma anche il peccato, anche il cuore mummificato, per Gesù non è mai l’ultima parola, perché Lui ci ha portato l’infinita misericordia del Padre. E anche se siamo caduti in basso, la sua voce tenera e forte ci raggiunge: «Io ti dico: alzati!». E’ bello sentire quella parola di Gesù rivolta a ognuno di noi: “Io ti dico: alzati! Vai. Alzati, coraggio, alzati!”. E Gesù ridà la vita alla fanciulla e ridà la vita alla donna guarita: vita e fede ad ambedue.

Chiediamo alla Vergine Maria di accompagnare il nostro cammino di fede e di amore concreto, specialmente verso chi è nel bisogno. E invochiamo la sua materna intercessione per i nostri fratelli che soffrono nel corpo e nello spirito.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

rinnovando la mia preghiera per l’amato popolo del Nicaragua, desidero unirmi agli sforzi che stanno compiendo i Vescovi del Paese e tante persone di buona volontà, nel loro ruolo di mediazione e di testimonianza per il processo di dialogo nazionale in corso sulla strada della democrazia.

Rimane grave la situazione in Siria, in particolare nella provincia di Daraa, dove le azioni militari di questi ultimi giorni hanno colpito anche scuole e ospedali, e hanno provocato migliaia di nuovi profughi. Rinnovo, insieme con la preghiera, il mio appello perché alla popolazione, già duramente provata da anni, siano risparmiate ulteriori sofferenze.

In mezzo a tanti conflitti, è doveroso segnalare una iniziativa che si può definire storica - e si può dire anche che è una buona notizia: in questi giorni, dopo vent’anni, i governi di Etiopia ed Eritrea sono tornati a parlare insieme di pace. Possa tale incontro accendere una luce di speranza per questi due Paesi del Corno d’Africa e per l’intero continente africano.

Assicuro la mia preghiera anche per i giovani dispersi da oltre una settimana in una grotta sotterranea in Thailandia.

Sabato prossimo mi recherò a Bari, insieme a molti Capi di Chiese e Comunità cristiane del Medio Oriente. Vivremo una giornata di preghiera e riflessione sulla sempre drammatica situazione di quella regione, dove tanti nostri fratelli e sorelle nella fede continuano a soffrire, e imploreremo a una voce sola: “Su di te sia pace!” (Sal 122,8). Chiedo a tutti di accompagnare con la preghiera questo pellegrinaggio di pace e di unità.

Rivolgo il mio saluto a tutti voi, romani e pellegrini. Saluto in particolare i fedeli venuti dal Portogallo e i sacerdoti dell’Istituto Sacerdos dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum; come pure le Suore Francescane della Penitenza e Carità Cristiana dalla Polonia, e i fedeli dell’Iraq.

Saluto i gruppi parrocchiali e le associazioni; le Suore Missionarie di Nostra Signora degli Apostoli, il gruppo dei giovanissimi dell’Unità pastorale di Gallio, diocesi di Padova, i giovani cresimandi della parrocchia Maria Himmelfahrt in Schattdorf e la famiglia spirituale del Preziosissimo Sangue di Cristo, al quale è in modo speciale dedicato il mese di luglio.

A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

Guarda il video

Appello ai giornalisti italiani di padre Alex Zanotelli: Rompiamo il silenzio sull’Africa.

Appello ai giornalisti italiani di padre Alex Zanotelli*

Rompiamo il silenzio sull’Africa. 


Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli africani stanno vivendo. 

Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo, come missionario e giornalista, uso la penna per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani, come in quelli di tutto il modo del resto.
Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. So che i mass-media , purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che veramente sta accadendo in Africa.

Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa. 

È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.

È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur. 

È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.

È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa. 

È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.

È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera. 

È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.

È inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa, soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi. 

È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia , Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU.

È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile. 

È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!).

Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi.
Questo crea la paranoia dell’“invasione”, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi. Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’Africa Compact , contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti. Ma i disperati della storia nessuno li fermerà.
Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano: «Aiutiamoli a casa loro», dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.

E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti. 

Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?).

Per questo vi prego di rompere questo silenzio-stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alla grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti?

Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un’altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.

*Missionario italiano della comunità dei Comboniani, profondo conoscitore dell’Africa e direttore della rivista Mosaico di Pace


"La fede richiede sempre coraggio. I migranti, i poveri sono un termometro per la nostra fede... Corriamo il pericolo di essere ipocriti quando stacchiamo la preghiera dalla vita ... come cristiani abbiamo il dovere della compassione, uno dei nomi più belli della carità." Card. Francesco Montenegro


Pubblichiamo il testo dell’omelia pronunciata dal cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento e Presidente di Caritas Italiana, Domenica 1° luglio 2018, in occasione del Pontificale per la festa di S. Calogero nel Santuario San Calogero di Agrigento. 


In questo giorno di festa per la nostra città, abbiamo ascoltato (il riferimento è alle letture della Messa) che “Dio ha creato tutto per la vita”, cioè che siamo creati per il bene, la verità, la bellezza, la giustizia, la solidarietà, l’amore. Prendiamolo come augurio da parte di Dio ma anche come suo desiderio di sentire nemica la cultura di morte oggi così diffusa.

Cosa vuol dire cultura della morte? Se pensiamo in grande – al mondo – vuol dire un’economia che sacrifica i più deboli, il benessere che scarta chi è considerato un peso sociale, i consumi che avvelenano tutto: mari, aria, cibi, e soprattutto il cuore dell’uomo. Credere nel Dio della vita significa rifiutare queste complicità.

S. Calogero, uomo di Dio e misericordioso verso gli ultimi della società, ci fa ricordare le parole di Gesù: “Ecco un Israelita in cui non c’è falsità”. Noi pensiamo che basta pregare e andare in Chiesa per essere buoni cristiani. Infatti, oggi, festa per la nostra città siamo qui presenti. E questo è bello. Ma essere credenti significa impegnarsi per una società e città più giusta, scegliere la trasparenza, la legalità, l’onestà, l’attenzione per i poveri e gli immigrati, offrire rispetto e amicizia a chi è disprezzato ed emarginato. 
Dio non accetta che ci diciamo suoi amici ma non amici dei suoi amici (i poveri). Non considerarli è voltare le spalle a Lui. Ciò avviene forse perché abbiamo trasferito nella religione, ciò che viviamo nella vita di ogni giorno: il formalismo, l’esteriorità, l’apparenza. Non possiamo tenere a pareggio i conti con Dio solo perché rispettiamo le norme religiose, Lui ha detto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da Me”.

Viviamo in una società che ci sta mettendo l’uno contro l’altro come concorrenti diffidenti e ci fa sentire stranieri l’uno all’altro; società segnata da un individualismo (ognuno per sé) pericoloso in cui contano il potere, il denaro e il piacere; una società che pur definendosi “cristiana” non sempre reagisce dinanzi alla diffusione della cultura della morte! 

Un esempio? Pensiamo al modo di fare politica oggi e a quanto sta avvenendo riguardo ai migranti. 

Ci diciamo credenti, eppure sbattiamo con disprezzo la porta in faccia a chi non ci piace, non pensando che la sbattiamo in faccia a Lui, nonostante all’altare mangiamo il suo pane e lo chiamiamo Padre. È una civiltà, ma purtroppo anche una religione (ma si può chiamare religione, se è così?) che disconosce i diritti degli uomini, che fabbrica i poveri, e poi non li vuole perché danno fastidio, e li lascia morire. Convinciamoci, Gesù non è solo dalla nostra parte, anzi certamente è uno di loro. Egli ci dice che credere significa assomigliare al Padre nel praticare l’amore. 

La fede richiede sempre coraggio. I migranti, i poveri sono un termometro per la nostra fede. Non accoglierli, soprattutto chiudendo loro il cuore, è non credere in Dio. E’ Gesù a venire da noi su un barcone, è lui nell’uomo o nel bambino che muore annegato, è Gesù che rovista nei cassonetti per trovare un po’ di cibo. Sì, è lo stesso Gesù che è presente nell’Eucaristia. 

Un migrante alla fine del suo lungo viaggio, dopo aver subito violenze e visto sabbia, lacrime, paura, cadaveri … esclamò nel mattino in cui fu salvato: “Nulla è più bello al mondo del sorgere del sole”. Il sole illumina i volti di tutti gli uomini, non solo i nostri. Ogni migrante è una storia e una vita che, ci piaccia o no, s’intreccia con le nostra. I poveri e i migranti hanno un nome come noi, sognano come noi, sono pieni di paure come noi, sperano come noi, vogliono una famiglia come noi, – un minorenne mi ha detto che ciò che gli manca è la carezza della mamma – credono in qualcosa o in qualcuno come noi, osano come o più di noi, desiderano essere trattati come noi. Anche per loro, e non solo per noi, Gesù e si è lasciato inchiodare sulla croce. 

Lasciamoci scuotere la coscienza dal fatto che tanti bambini, uomini, donne, perdano la vita in mare. Fu un immigrato, il centurione romano, a riconoscere nel crocifisso il Figlio di Dio. Un detto ebraico dice: chi salva un solo uomo, salva il mondo intero.

Papa Francesco dice: “Dobbiamo carezzare le piaghe di Gesù, dobbiamo curare le piaghe di Gesù con tenerezza, dobbiamo baciare le piaghe di Gesù, e questo letteralmente. Pensiamo, cosa è successo a San Francesco, quando ha abbracciato il lebbroso? Lo stesso che a Tommaso: la sua vita è cambiata!”.

La parola di Dio ci mette in guardia dall’essere ipocriti. Gli ipocriti al tempo di Gesù erano coloro che si mettevano la maschera per recitare. Corriamo il pericolo di essere ipocriti quando stacchiamo la preghiera dalla vita; quando mettiamo la maschera dei buoni e poi, quando accadono le tragedie, sempre più frequenti, ci giriamo dall’altra parte, come se la cosa non ci interessasse, semmai recitiamo qualche preghiera per acquietare la nostra coscienza; quando a ciò che diciamo con le parole (quante volte abbiamo detto di loro: poveretti) non facciamo corrispondere le azioni; quando preghiamo per il mondo e ci dimentichiamo che a Dio interessa l’uomo vivente; quando anziché essere benevoli verso chi soffre, diamo giudizi sommari, dimenticando che quella povera gente ha un unico desiderio: poter vivere. Ma non è lo stesso desiderio dei nostri familiari che sono partiti e partono emigranti in altre terre? Se li dovessero trattare alla stessa maniera, cosa penseremmo e diremmo …

Nel Vangelo c’è una frase molto forte: “…a questa generazione sarà chiesto conto del sangue di tutti i profeti”. Non possiamo fare come Caino che si scusò dinanzi a Dio dicendo di non esserne il custode. Non sono solo il coltello o la pistola a uccidere, ma anche l’ipocrisia, il buonismo, il silenzio e l’indifferenza. È vero che non possiamo risolvere noi problemi complessi come quelli dell’immigrazione e della povertà ma come cristiani abbiamo il dovere della compassione, uno dei nomi più belli della carità. La stessa compassione di s. Calogero che curò gli appestati di allora. 

C’è un salmo che raccoglie tutti i gridi di disperazione degli uomini: «Dal profondo a te grido, o Signore, Signore ascolta la mia voce»; è un grido che non è mai cessato. Se il Signore lo ascolta noi, che siamo la sua Chiesa, non possiamo restare sordi al grido di dolore di tanti suoi figli. Il cristiano che crede dà una mano a Dio, Lo rende presente là dove tutto è più buio. Se Lo preghiamo: “Signore ferma le guerre!”, Lui ci risponde: “Diventa tu costruttore di pace”; se gli chiediamo: “Aiuta quel povero, quell’immigrato” risponde: “diventa tu la mia consolazione per lui”. Paolo VI diceva: “Cristiano, sii cosciente; cristiano, sii coerente; cristiano, sii fedele; cristiano, sii forte; in una parola: cristiano, sii cristiano”.

Al Signore chiediamo che ci converta il cuore per poter rispondere nella maniera più giusta alle tragedie di questo nostro tempo. Sorretti da Lui, fissando S. Calogero, l’uomo venuto da lontano e dalla pelle nera (la sua pelle scura non ci dà fastidio come quella che sale sui barconi, chi sa perché?), restiamo fedeli alla Parola di Dio e del Papa e cerchiamo di leggere la storia, questa triste storia di oggi, con gli occhi di Dio. Ci accorgeremo che è Dio a venire verso di noi e passare tra noi, e ci chiede di essere accolto. Non vi pare che è tempo ormai, dopo 2000 anni di cristianesimo, che Giuseppe e Maria trovino un posto dove far nascere Gesù e una culla dove poggiarlo, e non buttarlo in fondo al mare perché morto di freddo? Se ancora accade non siamo diversi da quanti allora rifiutarono un letto a una donna che doveva partorire! Ma quanti Gesù devono nascere ancora e morire annegati nel mare?

S. Calogero prega per noi!



domenica 1 luglio 2018

Se fosse tuo figlio ... (Versi di Sergio Guttilla e versione musicale di Alfonso De Pietro)




Dalla bacheca di Sergio Guttilla

Dedicata ai 100 morti in mare, morti affogati in attesa di una nave che li salvasse.

Se fosse tuo figlio
riempiresti il mare di navi 
di qualsiasi bandiera.

Vorresti che tutte insieme 
a milioni 
facessero da ponte 
per farlo passare.

Premuroso, 
non lo lasceresti mai da solo
faresti ombra 
per non far bruciare i suoi occhi, 
lo copriresti 
per non farlo bagnare
dagli schizzi d'acqua salata.

Se fosse tuo figlio ti getteresti in mare, 
uccideresti il pescatore che non presta la barca, 
urleresti per chiedere aiuto, 
busseresti alle porte dei governi 
per rivendicare la vita.

Se fosse tuo figlio oggi saresti a lutto, 
odieresti il mondo, odieresti i porti 
pieni di navi attraccate.
Odieresti chi le tiene ferme e lontane
da chi, nel frattempo
sostituisce le urla 
con acqua di mare.

Se fosse tuo figlio li chiameresti
vigliacchi disumani, gli sputeresti addosso. 
Dovrebbero fermarti, tenerti, bloccarti,
vorresti spaccargli la faccia, 
annegarli tutti nello stesso mare.

Ma stai tranquillo, nella tua tiepida casa
non è tuo figlio, non è tuo figlio. 
Puoi dormire tranquillo
E sopratutto sicuro. 
Non è tuo figlio.

È solo un figlio dell'umanità perduta,
dell'umanità sporca, che non fa rumore.

Non è tuo figlio, non è tuo figlio. 
Dormi tranquillo, certamente 
non è il tuo.

Sergio Guttilla.
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29 giugno 2018

****************

Alfonso De Pietro ha letto questi versi ed ha scritto questo nella sua bacheca fb: 

Poco fa ho letto la poesia di un ragazzo che si chiama Sergio Guttilla. 
Tocca corde profonde, anche quelle della mia chitarra. La prendo e cominciano a vibrare. 
Quando alcune parole incontrano luoghi dell'anima, a volte, improvvisa, nasce una canzone.

Di seguito il video con la sua versione in musica.


"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 31/2017-2018 (B) di Santino Coppolino

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)


Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino

Vangelo: Mc 5,21-43 




Questo brano così lungo contiene al suo interno due narrazioni di miracoli disposte a sandwich cioè l'uno dentro l'altro. I due episodi si illustrano a vicenda facendo risaltare i vari aspetti di un unico contenuto teologico: Gesù è colui che suscita la fede che salva, una fede che scaturisce dall'incontro personale con Lui, dall'affidamento totale all'amore fedele del Padre. Da questo incontro col Signore Gesù ci è donata la Vita Eterna, una vita che ha un sapore e una qualità divine, una vita che sconfigge la morte. I due personaggi femminili del brano simboleggiano la comunità dei credenti, unite insieme dal numero "dodici", simbolo sia di Israele (le dodici tribù) che della Chiesa (i dodici apostoli). Entrambe le comunità fanno quotidianamente l'esperienza della finitudine e della morte, malattie che nessun medico può guarire se non lo "Sposo" soltanto perché è innamorato della sua sposa fino alla follia. Soltanto l'incontro con Lui, poter sfiorare il lembo del suo mantello (simbolo della Parola di Dio), essere afferrati dalla sua mano che ci trae fuori dalla fossa della morte, può introdurci nell'abisso dell'amore del Padre per ogni suo figlio.


sabato 30 giugno 2018

Ancora morti e dispersi nel Mediterraneo, tre bambini annegati - "Adesso troviamo il coraggio: parliamo di morti" di Domenico Quirico - #apriamoiporti #apriamoicuori #RESTIAMOUMANI

Ancora morti e dispersi nel Mediterraneo, tre bambini annegati

Mentre in Europa si cercano a fatica accordi sulla gestione della crisi dei migranti, nel mar Mediterraneo si continua a morire. Tre neonati sono annegati e circa 100 persone risultano disperse dopo il naufragio di un'imbarcazione di migranti avvenuto ieri al largo della costa libica. Le piccole vittime della tragedia in mare sono state portate a terra - nella regione di Al-Hmidiya, 25 chilometri a Est di Tripoli - insieme alle persone che si sono salvate e ora portano la testimonianza di quanto è accaduto. 
I testimoni hanno detto che a bordo c'erano molte famiglie marocchine e cittadini yemeniti. Tra i dispersi figurano due neonati e tre bambini di età compresa tra 4 e 12 anni, così come tra le 10 e le 15 donne.



Adesso troviamo il coraggio: parliamo di morti 
di Domenico Quirico


I morti: per favore, per una volta invece dei vivi, dei migranti vivi, quelli che ci ingombrano, che non sappiamo ripartire come armenti, dei flussi, degli utili e degli inutili, degli aventi diritto e dei clandestini, si abbia il pudore di non parlare. 
Contiamo gli altri, i morti, i migranti morti. 

Guardiamo il mare, un chioccolio di acque calme, l’acqua viva, qua e là, di chiazze iridescenti di petrolio. Uomini portano a riva piccoli cadaveri con vestiti colorati. 
Diciamo la verità: non sapremmo enumerarli tutti questi morti. Sono tanti, sono dappertutto, in ogni lembo del Mediterraneo, ieri davanti alla Libia e a Lampedusa e nelle acque delle isole greche. 

Se ci provassimo a contarli, i morti, quelli che rientrano nelle statistiche, ebbene ne dimenticheremmo sempre la metà. Forse di più, quelli che non sappiamo, i naufragi senza nome, di cui non abbiamo trovato i segni. 

Sì. Parliamo dei morti. Se ne abbiamo il coraggio. 
Attenti. Ne avete chiacchierato amabilmente, mentre loro affogavano davanti alle tavole, imbandite dei vostri vertici. 
Così: numeri, piccole battaglie diplomatiche, la limatura geniale e grottesca di un aggettivo, volontario... non volontario, destini umani. 

Attenti perché i morti sono implacabili. Con i vivi si può essere avari: ma con i morti no. 

Dove sono le vie di uscita per aggirarli, per far finta che non esistano? Dove li possiamo nascondere, in preda al comodo oblio, le storie di ciò che sono stati? 
Non basteranno gli occulti mattatoi degli anni, i ghirigori delle competenze, la carta bollata del tocca a te, la geografia dello scaricabarile diplomatico. 

I morti sono lì, implacabili, irrimediabili. Ci guardano. 

La solitudine c’è, forse, solo per i vivi. Rispetto ai morti non c’è solitudine, i morti sono sempre qui. Quelli di ieri, e gli altri prima di loro, si insinueranno in ogni nostra singola ora. È il loro destino, la loro vendetta. 
Ci chiederanno conto: chi siete voi? La vita anche la mia, la nostra non è sacra per voi? 
Uccideranno, loro, le nostre bugie. Fino a quando ci scopriremo anche noi morti. 

Raccontano che i naufraghi sono rimasti a lungo in acqua aspettando i soccorsi, prima di affogare. 

Nascondiamo, per favore, almeno per oggi i vuoti documenti di Bruxelles, le millanterie, il falso vigore della chiacchiera. Parliamo soltanto di quel tempo che hanno passato in mare: quelle che sono le ore che contano tra la vita e la morte. Proviamo a immaginare qual era l’oggetto più prezioso che si erano portati dietro su quella barca dannata, l’ultimo frammento, si illudevano del loro viaggio infinito: un paio di scarpe, un telefonino, una foto del villaggio, di una madre? 
I naufragi dei migranti, la loro immondizia santificata dalla morte. Non neghiamo nulla, non saltelliamo via. 

Salveremo ciò che siamo solo se sapremo guardare questi morti, immutabili, ormai lacerati dalla sofferenza, ma non sfigurati, caparbi, immortali.
(fonte: “La Stampa” del 30 giugno 2018)




"La morte di una bambina e le uniche parole che salvano" di p. Ermes Ronchi - XIII Domenica – Tempo Ordinario Anno B

La morte di una bambina e le uniche parole che salvano

Commento
XIII Domenica – Tempo ordinario – Anno B

Letture:  Sapienza 1,13-15; 2,23-24; Salmo 29; 2 Corinzi 8,7.9.13-15; Marco 5,21-43

In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all'altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giairo, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo [...].

La casa di Giairo è una nave squassata dalla tempesta: la figlia, solo una bambina, dodici anni appena, è morta. E c'era gente che piangeva e gridava. Di fronte alla morte Gesù è coinvolto e si commuove, ma poi gioca al rialzo, rilancia, e dice a Giairo: tu continua ad aver fede. E alla gente: la bambina non è morta, ma dorme. E lo deridevano. Allora Gesù cacciò tutti fuori di casa. Costoro resteranno fuori, con i loro flauti inutili, fuori dal miracolo, con tutto il loro realismo. La morte è evidente, ma l'evidenza della morte è una illusione, perché Dio inonda di vita anche le strade della morte.
Prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui. Gesù non ordina le cose da fare, prende con sé; crea comunità e vicinanza. Prende il padre e la madre, i due che amano di più, ricompone il cerchio degli affetti attorno alla bambina, perché ciò che vince la morte non è la vita, è l'amore. 
E mentre si avvia a un corpo a corpo con la morte, è come se dicesse: entriamo insieme nel mistero, in silenzio, cuore a cuore: prende con sé i tre discepoli preferiti, li porta a lezione di vita, alla scuola dei drammi dell'esistenza, vuole che si addossino, anche per un'ora soltanto, il dolore di una famiglia, perché così acquisteranno quella sapienza del vivere che viene dalla ferite vere, la sapienza sulla vita e sulla morte, sull'amore e sul dolore che non avrebbero mai potuto apprendere dai libri: c'è molta più “Presenza”, molto più “cielo” presso un corpo o un'anima nel dolore che presso tutte le teorie dei teologi.
Ed entrò dove era la bambina. Una stanzetta interna, un lettino, una sedia, un lume, sette persone in tutto, e il dolore che prende alla gola. Il luogo dove Gesù entra non è solo la stanza interna della casa di Giairo, è la stanza più intima del mondo, la più oscura, quella senza luce: l'esperienza della morte, attraverso la quale devono passare tutti i figli di Dio. Gesù entrerà nella morte perché là va ogni suo amato. Lo farà per essere con noi e come noi, perché noi possiamo essere con lui e come lui. Non spiega il male, entra in esso, lo invade con la sua presenza, dice: Io ci sono.
Talità kum. Bambina alzati. E ci alzerà tutti, tenendoci per mano, trascinandoci in alto, ripetendo i due verbi con cui i Vangeli raccontano la risurrezione di Gesù: alzarsi e svegliarsi. I verbi di ogni nostro mattino, della nostra piccola risurrezione quotidiana. E subito la bambina si alzò e camminava, restituita all'abbraccio dei suoi, a una vita verticale e incamminata. 
Su ogni creatura, su ogni fiore, su ogni bambino, ad ogni caduta, scende ancora la benedizione di quelle antiche parole: Talità kum, giovane vita, dico a te, alzati, rivivi, risorgi, riprendi il cammino, torna a dare e a ricevere amore.


Papa Francesco ai nuovi cardinali 29/06/2018 «L’Unto di Dio porta l’amore e la misericordia del Padre fino alle estreme conseguenze. Questo amore misericordioso richiede di andare in tutti gli angoli della vita per raggiungere tutti, anche se questo costasse il “buon nome”, le comodità, la posizione… il martirio.» (testo e video)

SANTA MESSA E BENEDIZIONE DEI PALLI
PER I NUOVI ARCIVESCOVI METROPOLITI
NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO
Piazza San Pietro
Venerdì, 29 giugno 2018


Nella solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, in piazza San Pietro, Papa Francesco ha benedetto i palli, simbolo di fedeltà a Pietro e alla Chiesa e destinati agli arcivescovi metropoliti nominati nel corso dell’anno.

Sono 30 gli arcivescovi metropoliti nominati durante l’ultimo anno. Ventisei di loro lo ricevono da Papa Francesco stamani durante questa celebrazione. 

Sono: card. Carlos Aguiar Retes, arcivescovo di México (Messico); Mons. Gian Franco Saba, arcivescovo di Sassari (Italia); Mons. Leopoldo Gonzalez Gonzalez, arcivescovo di Acapulco (Messico); Mons. Carlos Alfonso Azpiroz Costa, arcivescovo di Bahía Blanca (Argentina); Mons. Angelo Spina, arcivescovo di Ancona-Osimo; Mons. Carlos Alberto Sanchez, arcivescovo di Tucumán (Argentina); Mons. Rocco Pennacchio, arcivescovo di Fermo (Italia); Mons. Grzegorz Rys, arcivescovo di Łodź (Polonia); Mons. Michele Seccia; arcivescovo di Lecce (Italia); Mons. Max Leroy Mesidor, arcivescovo di Port-au-Prince (Haïti); Mons. Charles Jason Gordon, arcivescovo di Port of Spain (Trinidad e Tobago); Mons. Tarcisio Isao Kikuchi, arcivescovo di Tōkyō (Giappone); Mons. Pablo Emiro Salas Anteliz, arcivescovo di Barranquilla (Colombia); Mons. Michel Aupetit, arcivescovo di Paris (Francia); Mons. Isaac Amani Massawe, arcivescovo di Arusha (Tanzania); Mons. Alick Banda, arcivescovo di Lusaka (Zambia); Mons. Pedro Vazquez Villalobos, arcivescovo di Antequera, Oaxaca (Messico); Mons. Jose Romeo Orquejo Lazo, arcivescovo di Jaro (Filippine); Mons. Peter Machado, arcivescovo di Bangalore (India); Mons. Gervais Banshimiyubusa, arcivescovo di Bujumbura (Burundi); Mons. Sergio Alfredo Fenoy, arcivescovo di Santa Fe de la Vera Cruz (Argentina); Mons. Airton José Dos Santos, arcivescovo di Mariana (Brasile); Mons. Gabriel Charles Palmer-Buckle, arcivescovo di Cape Coast (Ghana); Mons. Luis José Rueda Aparicio, arcivescovo di Popayán (Colombia); Mons. Marcelo Daniel Colombo, arcivescovo di Mendoza (Argentina); Mons. Jesús Gonzalez de Zarate Salas, arcivescovo di Cumaná (Venezuela); Mons. José Luis Azuaje Ayala, arcivescovo di Maracaibo (Venezuela); Mons. Víctor Manuel Fernandez, arcivescovo di La Plata (Argentina); Mons. Felix Toppo, arcivescovo di Ranchi (India); Mons. Francisco José Villas-Boas Senra De Faria Coelho, arcivescovo di Évora (Portogallo).

Con il rito di benedizione dei palli, è iniziata la celebrazione eucaristica presieduta dal Papa con i cardinali, con gli arcivescovi e con i vescovi. Come di consueto in occasione della Festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, patroni della città di Roma, è presente alla Messa anche una delegazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, inviata da Sua Beatitudine Bartolomeo e guidata da Sua Eminenza Job, arcivescovo di Telmessos, accompagnato da Sua Grazia Theodoretos, vescovo di Nazianzos, e dal Rev.do Alexander Koutsis, diacono patriarcale.






OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Le Letture proclamate ci permettono di prendere contatto con la tradizione apostolica, quella che «non è trasmissione di cose o di parole, una collezione di cose morte. La Tradizione è il fiume vivo che ci collega alle origini, il fiume vivo nel quale sempre le origini sono presenti» (Benedetto XVI, Catechesi, 26 aprile 2006) e ci offrono le chiavi del Regno dei cieli (cfr Mt 16,19). Tradizione perenne e sempre nuova che ravviva e rinfresca la gioia del Vangelo, e ci permette così di confessare con le nostre labbra e il nostro cuore: «“Gesù Cristo è Signore!”, a gloria di Dio Padre» (Fil 2,11).

Tutto il Vangelo vuole rispondere alla domanda che albergava nel cuore del Popolo d’Israele e che anche oggi non cessa di abitare tanti volti assetati di vita: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (Mt 11,3). Domanda che Gesù riprende e pone ai suoi discepoli: «Ma voi, chi dite che io sia?» (Mt 16,15).

Pietro, prendendo la parola, attribuisce a Gesù il titolo più grande con cui poteva chiamarlo: «Tu sei il Messia» (cfr Mt 16,16), cioè l’Unto, il Consacrato di Dio. Mi piace sapere che è stato il Padre ad ispirare questa risposta a Pietro, che vedeva come Gesù “ungeva” il suo popolo. Gesù, l’Unto che, di villaggio in villaggio, cammina con l’unico desiderio di salvare e sollevare chi era considerato perduto: “unge” il morto (cfr Mc 5,41-42; Lc 7,14-15), unge il malato (cfr Mc 6,13; Gc 5,14), unge le ferite (cfr Lc10,34), unge il penitente (cfr Mt 6,17). Unge la speranza (cfr Lc 7,38.46; Gv 11,2; 12,3). In tale unzione ogni peccatore, ogni sconfitto, malato, pagano – lì dove si trovava – ha potuto sentirsi membro amato della famiglia di Dio. Con i suoi gesti, Gesù gli diceva in modo personale: tu mi appartieni. Come Pietro, anche noi possiamo confessare con le nostre labbra e il nostro cuore non solo quello che abbiamo udito, ma anche l’esperienza concreta della nostra vita: siamo stati risuscitati, curati, rinnovati, colmati di speranza dall’unzione del Santo. Ogni giogo di schiavitù è distrutto grazie alla sua unzione (cfr Is 10,27). Non ci è lecito perdere la gioia e la memoria di saperci riscattati, quella gioia che ci porta a confessare: “Tu sei il Figlio del Dio vivente” (cfr Mt 16,16).

Ed è interessante, poi, notare il seguito di questo passo del Vangelo in cui Pietro confessa la fede: «Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno» (Mt 16,21). L’Unto di Dio porta l’amore e la misericordia del Padre fino alle estreme conseguenze. Questo amore misericordioso richiede di andare in tutti gli angoli della vita per raggiungere tutti, anche se questo costasse il “buon nome”, le comodità, la posizione… il martirio.

Davanti a questo annuncio così inatteso, Pietro reagisce: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai» (Mt 16,22) e si trasforma immediatamente in pietra d’inciampo sulla strada del Messia; e credendo di difendere i diritti di Dio, senza accorgersi si trasformava in suo nemico (lo chiama “Satana”, Gesù). Contemplare la vita di Pietro e la sua confessione significa anche imparare a conoscere le tentazioni che accompagneranno la vita del discepolo. Alla maniera di Pietro, come Chiesa, saremo sempre tentati da quei “sussurri” del maligno che saranno pietra d’inciampo per la missione. E dico “sussurri” perché il demonio seduce sempre di nascosto, facendo sì che non si riconosca la sua intenzione, «si comporta come un falso nel volere restare occulto e non essere scoperto» (S. Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, n. 326).

Invece, partecipare all’unzione di Cristo è partecipare alla sua gloria, che è la sua Croce: Padre, glorifica il tuo Figlio… «Padre, glorifica il tuo nome» (Gv 12,28). Gloria e croce in Gesù Cristo vanno insieme e non si possono separare; perché quando si abbandona la croce, anche se entriamo nello splendore abbagliante della gloria, ci inganneremo, perché quella non sarà la gloria di Dio, ma la beffa dell’avversario.

Non di rado sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore. Gesù tocca, Gesù tocca la miseria umana, invitando noi a stare con Lui e a toccare la carne sofferente degli altri. Confessare la fede con le nostre labbra e il nostro cuore richiede – come lo ha richiesto a Pietro – di identificare i “sussurri” del maligno. Imparare a discernere e scoprire quelle “coperture” personali e comunitarie che ci mantengono a distanza dal vivo del dramma umano; che ci impediscono di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e, in definitiva, di conoscere la forza rivoluzionaria della tenerezza di Dio (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 270).

Non separando la gloria dalla croce, Gesù vuole riscattare i suoi discepoli, la sua Chiesa, da trionfalismi vuoti: vuoti di amore, vuoti di servizio, vuoti di compassione, vuoti di popolo. La vuole riscattare da una immaginazione senza limiti che non sa mettere radici nella vita del Popolo fedele o, che sarebbe peggio, crede che il servizio al Signore le chieda di sbarazzarsi delle strade polverose della storia. Contemplare e seguire Cristo esige di lasciare che il cuore si apra al Padre e a tutti coloro coi quali Egli stesso ha voluto identificarsi (cfr S. Giovanni Paolo II, Lett. ap. Novo millennio ineunte, 49), e questo nella certezza di sapere che non abbandona il suo popolo.

Cari fratelli, continua ad abitare in milioni di volti la domanda: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (Mt11,3). Confessiamo con le nostre labbra e col nostro cuore: Gesù Cristo è il Signore (cfr Fil 2,11). Questo è il nostro cantus firmus che tutti i giorni siamo invitati a intonare. Con la semplicità, la certezza e la gioia di sapere che «la Chiesa rifulge non della propria luce, ma di quella di Cristo. Trae il proprio splendore dal Sole di giustizia, così che può dire: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20)» (S. Ambrogio, Hexaemeron, IV, 8, 32).

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Dopo la Messa Papa Francesco ha recitato l'Angelus dalla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico.

ANGELUS
Piazza San Pietro
Venerdì, 29 giugno 2018

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi la Chiesa, pellegrina a Roma e nel mondo intero, va alle radici della sua fede e celebra gli Apostoli Pietro e Paolo. I loro resti mortali, custoditi nelle due Basiliche ad essi dedicate, sono tanto cari ai romani e ai numerosi pellegrini che da ogni parte vengono a venerarli.

Vorrei soffermarmi sul Vangelo (cfr Mt 16,13-19) che la liturgia ci propone in questa festa. In esso si racconta un episodio che è fondamentale per il nostro cammino di fede. Si tratta del dialogo in cui Gesù pone ai suoi discepoli la domanda sulla sua identità. Egli dapprima chiede: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?» (v. 13). E poi interpella direttamente loro: «Voi, chi dite che io sia?» (v. 15). Con queste due domande, Gesù sembra dire che una cosa è seguire l’opinione corrente, e un’altra è incontrare Lui e aprirsi al suo mistero: lì si scopre la verità. L’opinione comune contiene una risposta vera ma parziale; Pietro, e con lui la Chiesa di ieri, di oggi e di sempre, risponde, per grazia di Dio, la verità: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (v. 16).

Nel corso dei secoli, il mondo ha definito Gesù in diversi modi: un grande profeta della giustizia e dell’amore; un sapiente maestro di vita; un rivoluzionario; un sognatore dei sogni di Dio... e così via. Tante cose belle. Nella babele di queste e di altre ipotesi si staglia ancora oggi, semplice e netta, la confessione di Simone detto Pietro, uomo umile e pieno di fede: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (v. 16). Gesù è il Figlio di Dio: perciò è perennemente vivo Lui come è eternamente vivo il Padre suo. E’ questa la novità che la grazia accende nel cuore di chi si apre al mistero di Gesù: la certezza non matematica, ma ancora più forte, interiore, di aver incontrato la Sorgente della Vita, la Vita stessa fatta carne, visibile e tangibile in mezzo a noi. Questa è l’esperienza del cristiano, e non è merito suo, di noi cristiani, e non è merito nostro, ma viene da Dio, è una grazia di Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo. Tutto ciò è contenuto in germe nella risposta di Pietro: “Tu sei il Cristo, il figlio di Dio vivo”.

E poi, la risposta di Gesù è piena di luce: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa» (v. 18). È la prima volta che Gesù pronuncia la parola “Chiesa”: e lo fa esprimendo tutto l’amore verso di essa, che definisce «la mia Chiesa». E’ la nuova comunità dell’Alleanza, non più basata sulla discendenza e sulla Legge, ma sulla fede in Lui, Gesù, Volto di Dio. Una fede che il Beato Paolo VI, quando ancora era Arcivescovo di Milano, esprimeva con questa mirabile preghiera:

«O Cristo, nostro unico mediatore, Tu ci sei necessario:
per vivere in Comunione con Dio Padre;
per diventare con te, che sei Figlio unico e Signore nostro, 
suoi figli adottivi;
per essere rigenerati nello Spirito Santo» (Lettera pastorale, 1955).

Per intercessione della Vergine Maria, Regina degli Apostoli, il Signore conceda alla Chiesa, a Roma e nel mondo intero, di essere sempre fedele al Vangelo, al cui servizio i santi Pietro e Paolo hanno consacrato la loro vita.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

questa mattina, qui in Piazza San Pietro, ho celebrato l’Eucaristia con i nuovi Cardinali creati nel Concistoro di ieri; e ho benedetto i Palli degli Arcivescovi Metropoliti nominati in quest’ultimo anno, provenienti da diversi Paesi. Rinnovo il mio saluto e il mio augurio a loro e a quanti li hanno accompagnati in questa festosa circostanza. Possano vivere sempre con entusiasmo e generosità il loro servizio al Vangelo e alla Chiesa.

Nella stessa celebrazione ho accolto con affetto la Delegazione venuta a Roma a nome del Patriarca Ecumenico, il caro fratello Bartolomeo. Questa presenza è un ulteriore segno del cammino di comunione e di fraternità che grazie a Dio caratterizza le nostre Chiese.

Rivolgo un cordiale saluto a tutti voi, famiglie, gruppi parrocchiali, associazioni e singoli fedeli provenienti dall’Italia e da tante parti del mondo, specialmente dalla Repubblica Ceca, dal Pakistan, dalla Cina e dagli Stati Uniti d’America. E vedo le bandiere spagnole: anche dalla Spagna… E da tanti altri Paesi.

Il mio saluto oggi è soprattutto per voi, fedeli di Roma, nella festa dei santi Patroni della Città! Per questa ricorrenza la “Pro Loco” romana ha promosso la tradizionale Infiorata, che vedo da qua, realizzata da diversi artisti e da tante realtà associative e del volontariato. Grazie per questa bella iniziativa e per le suggestive decorazioni floreali!

Auguro a tutti buona festa. E, per favore, non dimenticate di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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Il samaritano è morto? di Simone Morandini

Il samaritano è morto? 

di Simone Morandini









Se la Bibbia è la grande narrazione entro la quale si inscrive la parabola dell’Occidente, non c’è dubbio che un testo chiave per interpretarla sia la parabola del buon samaritano. Non casuale, in tal senso, l’attenzione di cui essa è più volte stata fatta oggetto dall’iconografia europea.

Come sottolinea con forza Armido Rizzi, essa si presenta come un testo chiave, nel quale si dispiega in forma narrativa quell’esperienza etica fondamentale che il comandamento dell’amore esprime in forma imperativa.

L’appello muto, che proviene dal corpo ferito dell’uomo aggredito dai briganti, diviene la cartina di tornasole che rivela la disponibilità a farsi prossimo di coloro che passano in quel luogo.

La figura del samaritano, che se ne fa carico – senza nulla sapere di lui, a prescindere dall’inimicizia e dalla distanza culturale che poteva separarlo da un ebreo – è allora l’icona di un’etica della cura e della responsabilità, pronta a rispondere al grido, persino quando esso è senza parole. Di più, la tradizione cristiana ha sottolineato come il movimento che in essa prende corpo si ponga come corrispondenza allo stile di un Dio che ascolta il gemito della creazione e nel Figlio se ne fa carico fino in fondo, per curarla.

Una storia degli effetti
A partire da tale figura la tradizione cristiana ha espresso una lunga storia di pratiche di cura e di attenzione all’altro, che nella storia dell’Occidente si è poi fatta cultura, fino a prendere corpo anche in istituzioni e forme sociali. La stessa crescente attenzione per i diritti dell’uomo che innerva la cultura politica degli ultimi secoli potrebbe essere letta come espressione – certo secolarizzata, sganciata da ogni riferimento religioso – di una presa in carico del soggetto nella sua fragilità, per tutelarlo contro la prevaricazione e sostenerlo nel suo essere.

Certo – sottolineava Emmanuel Levinas – tale lettura risulta sensata nella misura in cui l’accento cade sui «diritti dell’altro» e non sull’affermazione del soggetto nella sua onnipotenza. È in tale orizzonte che, per il filosofo ebreo, nell’appello d’altri risuona – pur segretamente, in forma nascosta – anche quello di un’Alterità fondante.

Un mutamento epocale?
Si ha però l’impressione che l’Occidente viva in questi anni una sorta di seconda secolarizzazione, in cui le pratiche politiche e culturali – caratterizzate ormai dall’affermazione di laicità rispetto al dato religioso – tendano a sganciarsi anche da quell’istanza di cura e di attenzione all’altro che in esso aveva trovato espressione. Si attenua così quella passione per la relazione e quell’attenzione per il fragile che in altre fasi storiche sono state custodite dalle forme del discorso di fede.

Se questo accade – quando, ad esempio, si delibera e si ordina di non ascoltare le domande di aiuto – lo spazio pubblico rischia di insterilirsi, privandosi di ogni dinamismo. 
La disabitudine all’ascolto del grido dell’altro, infatti, ottunde i sensi e la mente, rendendo incapaci anche di accogliere il dono segreto di novità che egli porta in sé.

Ci vuole molta speranza per continuare in questo contesto la fatica di un lavoro culturale, teso a supportare ancora un’etica estroversa che superi il ripiegamento identitario su di sé.

(Fonte: Il Regno - 29.06.2018)