Sono gli schiavi del terzo millennio. Ma nessuno sa effettivamente quanti siano: esistono solo delle stime. Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro dell’Onu, in tutto il mondo sono 12,3 milioni; il doppio secondo un recente rapporto del Dipartimento di Stato americano. E tra loro quasi tre milioni sono vittime dirette della tratta: ostaggi di trafficanti che, in cambio del passaggio verso l’“Eldorado” dell’Occidente, di fatto li tengono in ostaggio per anni incassando interessi altissimi sulle rate per pagare il viaggio. Sono vittime della povertà, delle discriminazioni anche per fede, colpevoli spesso solo di essere “minoranza”. In tutto il Pianeta le legislazioni (almeno di principio ) combattono la schiavitù, ma di fatto il numero di questi “invisibili” è in crescita, soprattutto in questi tempi di crisi economica globale. Metà del totale degli schiavi è concentrato in Asia, una buona parte in Africa e America Latina; ma anche nel Medio

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Quando li hanno ritrovati, dopo 12 giorni sepolti fra le macerie, Jeff, Jean-Marie e Salomon Max sorridevano. Perché uno dei soccorritori aveva fatto loro una carezza. Questi piccoli – rispettivamente di sei, otto e nove anni – non erano abituati a gesti affettuosi. Da quattro anni – fino al tremendo terremoto del 12 gennaio 2010 che fece crollare la casa sulle loro teste –, i bambini erano costretti a lavorare 14-16 ore, tutti i giorni, senza eccezioni.
Non potevano andare a scuola né giocare con li amici. Gli adulti si avvicinavano loro solo per dare ordini o picchiarli alla minima mancanza. I tre erano cioè “restavek” (letteralmente “stare con”), la parola con cui si definiscono i baby schiavi. Per un drammatico paradosso della storia, il primo Paese in cui gli schiavi si ribellarono e vinsero contro i padroni, è anche quello dove il vergognoso istituto sopravvive. Grazie a una tradizione, più forte della legge che ha abolito la pratica nel 2003. E alla miseria dilagante: prima e dopo il sisma.
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Zion oggi vive a Tel Aviv con il marito e una bambina di poco più di un anno. Stanno in un’unica stanza con altre sei persone nel quartiere africano vicino alla stazione dei bus. Sono profughi eritrei e nel dicembre 2010 sono stati liberati dall’inferno del Sinai da don Mosè Zerai, grazie anche alla generosità dei nostri lettori, privati cittadini, diocesi e congregazioni religiose.