In un recente e vivace dibattito svoltosi nel Comitato nazionale per la bioetica, alcuni membri hanno sostenuto di non vedere alcuna differenza sostanziale tra genitorialità biologica e genitorialità sociale. La famiglia, si è sostenuto, è realtà spirituale prima ancora che naturale; è il luogo degli affetti; vanno considerati e rispettati come madri e padri coloro che si prendono cura dei figli, proprio e solo perché se ne prendono cura, più che per il fatto che li hanno procreati e hanno loro trasmesso un patrimonio genetico. Un’affermazione, questa, molto nobile, che fa subito venire in mente quanto possa essere profondo e autentico l’amore dei genitori adottivi verso i bimbi loro affidati e quanto possa essere giustificato l’appellativo di "padre" e "madre" nello spirito che viene usualmente rivolto ai religiosi nella tradizione cristiana. Un’affermazione, però, oltre che nobile, anche molto rischiosa...
Sembra una storia oltre i confini del credibile. Ma lo Shangai Daily è un rispettabile quotidiano che racconta la Cina in lingua inglese. E l’altro ieri riportava la notizia di un nuovo business fiorente laggiù, complice probabilmente la favolosa crescita dell’economia cinese. Dunque, si sa che in Cina ci sono limiti di legge al numero dei figli, e che la figlia femmina è tradizionalmente considerata un peso, così che si pratica l’aborto selettivo. Ma ciò di cui riferisce lo Shangai Daily è un passo oltre.
Chi vuole a ogni costo un erede maschio, e ha tanti soldi, può averlo, promettono on line diverse agenzie di maternità surrogata. Dunque, il donatore fornisce il suo seme, e paga: un milione di yuan, circa 100 mila euro. In cambio, con quel seme vengono fecondate contemporaneamente cinque o anche sette donne.
Poi, si aspetta. Non appena un’ecografia mostra con certezza che un concepito è maschio, il risultato è ottenuto. E le altre gestanti?...
