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lunedì 10 giugno 2024

Tonio dell'Olio: Il partito di maggioranza

Tonio dell'Olio
Il partito di maggioranza

PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI IL 10 GIUGNO 2024


Il partito di maggioranza rafforza il proprio consenso registrando il suo massimo storico ma non si tratta di Fratelli d'Italia quanto del "partito dell'astensione", ovvero della forza del non voto, ossia dello "scegli tu per me", oppure del "non me ne frega niente".

Sbrigativamente si dice che sia il sintomo della sfiducia dei cittadini nei confronti della politica ma si corre il rischio di adottare una formula che non consenta di fare i conti fino in fondo con il dato definitivo del 49,69 per cento. Praticamente un elettore su due non ha votato e al di là dei gridi di vittoria o dei lamenti di sconfitta di ciascuna forza politica, questa debacle serissima e severa appartiene e riguarda tutti, anche se finora non mi pare di averla ascoltata nei commenti dei leader. Se alle europee si reca alle urne meno del 6,5 per cento degli elettori rispetto all'ultima volta e meno 5 per cento votano per le comunali, meno dell'8 per cento alle regionali in Piemonte, siamo di fronte a un'epidemia e non semplicemente a un sintomo. E siccome la democrazia si fonda sulla partecipazione, dobbiamo dire che la democrazia è in coma perché coloro che risulteranno eletti, di fatto rappresentano la metà degli elettori. Bisogna correre ai ripari, bisogna fare qualcosa, è urgente curare il male. Chissà che non possa essere questo il progetto di unità nazionale che veda una collaborazione al di là degli schieramenti e colga un obiettivo comune che fa bene alla crescita di tutte e tutti!


Papa Francesco: «La Vergine Maria ci aiuti a vivere e ad amare come Gesù ci ha insegnato, nella libertà dei figli di Dio.» Angelus del 9 giugno 2024 (Testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 9 giugno 2024


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Il Vangelo della liturgia di oggi (cfr Mc 3,20-35) ci dice che Gesù, dopo aver iniziato il suo ministero pubblico, si trovò di fronte a una duplice reazione: quella dei suoi parenti, che erano preoccupati e temevano fosse un po’ impazzito, e quella delle autorità religiose, che lo accusavano di agire mosso da uno spirito maligno. In realtà, Gesù predicava e guariva i malati con la forza dello Spirito Santo. E proprio lo Spirito lo rendeva divinamente libero, cioè capace di amare e di servire senza misura e senza condizionamenti. Gesù libero. Soffermiamoci un po’ a contemplare questa libertà di Gesù.

Gesù era libero di fronte alle ricchezze: perciò ha lasciato la sicurezza del suo villaggio, Nazaret, per abbracciare una vita povera e piena di incertezze (cfr Mt 6,25-34), curando gratuitamente i malati e chiunque venisse a chiedergli aiuto, senza mai chiedere nulla in cambio (cfr Mt 10,8). La gratuità del ministero di Gesù è questa. È anche la gratuità di ogni ministero.

Era libero di fronte al potere: infatti, pur chiamando molti a seguirlo, non ha mai obbligato nessuno a farlo, né ha mai cercato il sostegno dei potenti, ma si è sempre messo dalla parte degli ultimi, insegnando ai suoi discepoli a fare altrettanto, come aveva fatto Lui (cfr Lc 22,25-27).

Infine, Gesù era libero di fronte alla ricerca della fama e dell’approvazione, e per questo non ha mai rinunciato a dire la verità, anche a costo di non essere compreso (cfr Mc 3,21), di diventare impopolare, fino a morire in croce, non lasciandosi intimidire, né comprare, né corrompere da niente e da nessuno (cfr Mt 10,28).

Gesù era un uomo libero. Libero di fronte alle ricchezze, libero di fronte al potere, libero di fronte alla ricerca della fama. E questo è importante anche per noi. Infatti, se ci facciamo condizionare dalla ricerca del piacere, del potere, dei soldi o dei consensi, diventiamo schiavi di queste cose. Se invece permettiamo all’amore gratuito di Dio di riempirci e dilatarci il cuore, e se lo lasciamo traboccare spontaneamente ridonandolo agli altri, con tutto noi stessi, senza paure, calcoli e condizionamenti, allora cresciamo nella libertà, e diffondiamo il suo buon profumo anche attorno a noi.

Allora possiamo chiederci: io sono una persona libera? Oppure mi lascio imprigionare dai miti del denaro, del potere e del successo, sacrificando a questi la serenità e la pace mia e degli altri? Spargo, negli ambienti in cui vivo e lavoro, aria fresca di libertà, di sincerità, di spontaneità?

La Vergine Maria ci aiuti a vivere e ad amare come Gesù ci ha insegnato, nella libertà dei figli di Dio (cfr Rm 8,15.20-23).

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Dopo l'Angelus

Dopodomani, in Giordania, si terrà una conferenza internazionale sulla situazione umanitaria a Gaza, convocata dal Re di Giordania, dal Presidente dell’Egitto e dal Segretario Generale delle Nazioni Unite. Mentre li ringrazio per questa importante iniziativa, incoraggio la Comunità internazionale ad agire urgentemente, con ogni mezzo, per soccorrere la popolazione di Gaza stremata dalla guerra. Gli aiuti umanitari devono poter arrivare a chi ne ha bisogno, e nessuno lo può impedire.

Ieri ricorreva il 10° anniversario dell’Invocazione della pace in Vaticano, alla quale erano stati presenti il Presidente israeliano, il compianto Shimon Peres, e quello Palestinese, Abu Mazen. Quell’incontro ci testimonia che stringersi la mano è possibile, e che per fare la pace ci vuole coraggio, molto più coraggio che per fare la guerra. Pertanto incoraggio i negoziati in corso tra le parti, anche se non sono facili, ed auspico che le proposte di pace, per il cessate-il-fuoco su tutti i fronti e per la liberazione degli ostaggi, vengano subito accettate per il bene dei palestinesi e degli israeliani.

E non dimentichiamo il martoriato popolo ucraino, che più soffre e più anela alla pace. Saluto questo gruppo ucraino con le bandiere che sono lì. Vi siamo vicini! È un desiderio, questo della pace, perciò incoraggio tutti gli sforzi che si fanno perché la pace possa costruirsi quanto prima, con l’aiuto internazionale. E non dimentichiamo il Myanmar.

Saluto voi, romani e pellegrini di tanti Paesi, in particolare gli insegnanti del Ginnasio “San Giovanni Paolo II” di Kyiv (Ucraina) Slava Isusu Khrystu! (Sia lodato Gesù Cristo), che incoraggio nella loro missione educativa in questo tempo così difficile e doloroso. Saluto professori e alunni della Scuola diocesana “Cardenal Cisneros” della diocesi di Sigüenza-Guadalajara in Spagna; come pure i fedeli di Assemini (Cagliari), i bambini della scuola “Giovanni Prati” di Padova e i ragazzi della parrocchia Sant’Ireneo di Roma.

Rinnovo il mio saluto ai cantori che sono venuti a Roma da ogni parte del mondo per partecipare al quarto Incontro Internazionale delle Corali. Carissimi, con il vostro canto potete sempre dare gloria a Dio e trasmettere la gioia del Vangelo!

Auguro a tutti una buona domenica. E per favore non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!



domenica 9 giugno 2024

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO B

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO B

9 giugno 2024 

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, l’umanità di ieri, come quella di oggi, oppone una dura resistenza ad accogliere lo stile mite e nonviolento di Gesù. Essa preferisce lasciarsi dominare dal demone della guerra e dalla volontà di potenza. Innalziamo al Signore Gesù la nostra preghiera, perché ci liberi dal male che è presente in noi e attorno a noi, ed insieme diciamo:


R/   Signore Gesù, abbi pietà di noi

  

Lettore

- Tu, Signore Gesù, ci ricordi che una casa divisa in se stessa non può restare in piedi. Guarda con misericordia la tua Chiesa, che si presenta divisa in varie confessioni, che tra loro non riescono a trovare la via dell’unità, pur nel reciproco riconoscimento delle varie differenze. Guarda anche la nostra Chiesa cattolica, percorsa da profonde lacerazioni interne. Dona a tutti la sapienza del tuo Spirito per poter dare alla tua Chiesa il volto di una casa aperta alla fraternità universale. Preghiamo.

- Signore Gesù, la voce di Dio Padre interpella a tutti noi oggi: “Dov’è l’adamo, dov’è l’umano in voi?”. Signore Gesù, con il tuo stile di vita, anche Tu ci chiami a diventare “umani” e ad umanizzare questo mondo. Ma popoli e governanti sembrano ascoltare altre voci, altri signori. Oggi trionfa il dèmone della guerra con il suo carico di disumanità e di distruzione, e l’altro, il diverso è visto come nemico da annientare. Aiutaci a fermare questa catastrofe e sostieni quanti nel mondo credono nella vita e nella dignità di ogni creatura umana. Preghiamo.

- Visita e benedici le nostre case, Signore Gesù. Sii vicino a chi è malato e a chi porta i segni della disabilità. Fa’ che ogni casa diventi scuola di umanità, di dialogo, di accoglienza reciproca, in modo da corrispondere sempre più alla sua vocazione di essere “piccola chiesa”, luogo dove si fa spazio all’amore di Dio, nostro Padre e Madre. Preghiamo.

- Rafforza, Signore Gesù, la speranza nel cuore dei giovani del nostro Paese e di tutto il mondo. Rendili delle persone “visionarie”, che aspirino ad un mondo meno fondato sulla violenza, sulla competizione, sulla ricerca del proprio utile al di fuori di ogni etica. Ricordati dei tanti giovani migranti, vittime dei trafficanti e delle ciniche politiche di respingimento dei nostri governanti. Preghiamo.

- Davanti a te, Signore Gesù, nostra speranza, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche di coloro che muoiono nell’emarginazione come scarti di umanità, di coloro che sono vittime della violenza nelle famiglie e nei quartieri. Verso tutti mostra il tuo Volto di Fratello, Amico e Pastore buono. Preghiamo.

Per chi presiede

Ascolta, o Signore Gesù, le suppliche della tua Chiesa in preghiera. Tu che ci chiami a vivere come fratelli e sorelle nella fede, liberaci dal male dell’insipienza e della divisione, e aprici al discernimento e alla ricerca umile della volontà di Dio. Te lo chiediamo perché sei nostro Liberatore e Signore, nei secoli dei secoli.   AMEN.

"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 29 - 2023/2024 anno B

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino


X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO B 

Vangelo:

Mc 3,20-35

Impadronirsi della persona di Gesù è la tentazione più subdola di quanti, anche in buona fede e in ogni tempo, lo hanno incontrato sulla loro strada e ne hanno fatto esperienza: i parenti che lo ritengono un invasato; gli uomini della religione (i teologi); i posseduti da altri spiriti. Ciò che è accaduto a costoro, oggi può accadere anche a noi - la Chiesa - che pur conoscendo Gesù, continuiamo a ritenerlo insano di mente, indemoniato, in nome di un non ben precisato buon senso umano e di una sapienza religiosa che sanno fin troppo di tradimento. Non è sufficiente risultare iscritti nel Liber Baptizatorum della parrocchia o definirsi cristiani, da secoli o per tradizione, per ritenersi realmente familiari di Gesù, per abitare la sua Casa insieme a Lui e mangiare il suo Pane. Il peccato di bestemmia che mai sarà perdonato è quello di non riconoscere nelle opere di vita compiute da Gesù la Presenza dello Spirito di Dio, attribuendole, invece, all'azione del divisore, di non comprendere che ciò che appare stolto e debole agli occhi nostri è, invece, sapienza e forza di Dio (cfr.1Cor 1,25). Se vogliamo davvero fare esperienza del Nazareno è necessario, allora, seguire la logica del Vangelo, la stessa via percorsa da Gesù, evitando assolutamente ogni tentazione di impadronirci di essa o di addomesticarla, riducendo in questo modo la Parola della Vita a semplice parola di uomini.

 

sabato 8 giugno 2024

MOLTA FOLLA, MOLTA SOLITUDINE - Gesù ha dei nemici, ma non è nemico di nessuno. Lui è l’amico della vita. - X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO B - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Ronchi

MOLTA FOLLA, MOLTA SOLITUDINE
 

Gesù ha dei nemici, ma non è nemico di nessuno.
Lui è l’amico della vita.

In quel tempo, Gesù entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé». Gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni» (...). Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano». Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre». Mc 3,20-35


MOLTA FOLLA, MOLTA SOLITUDINE
 
Gesù ha dei nemici, ma non è nemico di nessuno. Lui è l’amico della vita.
 

Da sud, arriva per il giovane rabbi una commissione d’inchiesta, con i primi teologi dell’istituzione religiosa pronti ad accusarlo.

Dal nord scendono invece i suoi, per riportarselo a casa.

Sembra una manovra a tenaglia contro quel maestro fuori legge.

Non s’è mai visto in Israele un rabbino che cammina sempre, sempre in giro, con la strada come casa e aula scolastica, seguito da una carovana colorata di uomini e donne.

I dottori della legge arrivano a Cafarnao da Sud e da Ovest, per metterlo in riga, lui che ha fatto di dodici ragazzi il suo esercito, di una parola che guarisce, la sua arma. E sentenziano che Gesù è figlio del diavolo, marchiato di scomunica.

Eppure la pedagogia del maestro incanta sempre: invece di offendersi, come avrei fatto io, dice Marco “ ma egli li chiamò”, chiama vicino quelli che l’hanno giudicato da lontano e parla con loro. Gesù ha dei nemici, ma non è nemico di nessuno. Lui è l’amico della vita.

Sua madre e i suoi fratelli, da fuori mandarono a chiamarlo. Il vangelo di Marco, concreto e asciutto, ci rimette con i piedi per terra, dopo le ultime grandi feste che ci hanno fatto volare alto.

Si riparte dalla casa, dal basso, dai problemi: il Vangelo non nasconde che durante il suo ministero pubblico le relazioni di Gesù con la madre e la famiglia siano segnate da contrasti e distanza.

E alla loro chiamata Gesù risponde, ma solo a quelli seduti attorno a lui: Chi sono i miei fratelli e le mie sorelle? Quelli là fuori? Che si vergognano di me? Del matto di casa?

Particolare drammatico, sembra una canzonatura: c’è tua madre! E io credo che qui Marco riferisca uno dei momenti più dolorosi della vita di Maria, che si sente dire dal figlio: chi è mia madre?

Un disconoscimento. L’unica volta che Maria appare nel vangelo di Marco è qui (e non ne riporta il nome se non in una menzione indiretta nelle parole dei nazareni: non è costui il figlio di Maria?), ed è l’immagine di una madre e di un figlio distanti, ognuno immerso nel proprio dolore. Anche Maria, come noi, ha dovuto cercare e faticare, affrontare dubbi e parole dure.

Chi fa la volontà del Padre, questi è per me madre, sorella, fratello.

La volontà del Padre è semplice: vuole che sorga un mondo fatto di coraggio, libertà e amore, di fratelli tutti.

Assediato, Gesù non si arrende, si oppone a ciò che è mediocre! Non si ferma, non torna indietro.

Lo immagino: molta folla e molta solitudine.

Ma dove passa lui, fiorisce un sogno di maternità, sorellanza e fraternità nel quale ci invita a entrare.

Un sogno che forse abbiamo spezzato mille volte, ma di cui non ci è concesso stancarci.


Catechismo in garage - Scenario inedito nel quartiere romano di Palmarola per la “Scuola di preghiera” con Papa Francesco

Catechismo in garage
Scenario inedito nel quartiere romano di Palmarola
per la “Scuola di preghiera” con Papa Francesco


Questa volta non erano i saloni o i teatri parrocchiali, ma un garage condominiale col pavimento in brecciolino, il muro di mattoni, le piante rampicanti e tutte intorno le saracinesche con dentro le auto parcheggiate. Al centro una poltrona; sedute davanti una trentina di famiglie, coppie con neonati, ragazzi, parrocchiani della vicina chiesa di Santa Brigida di Svezia, avvertiti all’ultimo minuto dal parroco per ragioni di sicurezza e alcuni arrivati a incontro già iniziato con ciabatte o vestiti di casa. Come la signora scesa «de corsa» dalle scale che provava a sistemarsi i capelli: «Oddio, ma che sorpresa e me lo potevate di’ prima che ce stava er Papa!». È stato uno scenario del tutto inedito quello del terzo appuntamento della “Scuola di preghiera”, la serie di incontri di Papa Francesco in giro per Roma nell’Anno della preghiera in vista del Giubileo 2025.

Dopo bambini e adolescenti, Francesco ha voluto incontrare nel pomeriggio di giovedì 6 marzo, le famiglie nel quartiere romano di Palmarola, in zona Borgata Ottavia, estrema periferia ovest della città. Oltre a loro c’erano il gruppo giovani della parrocchia, un gruppo di donne immigrate dal Senegal, un ortodosso, il presidente del Municipio XIV, Marco Della Porta. Insomma un’umanità variegata che si è intrattenuta per circa tre quarti d’ora in un libero botta e risposta con Jorge Mario Bergoglio che, divertito all’inconsueto scenario («Il muro... le piante... i pomodori...»), ha introdotto il dialogo con quella che scherzando ha definito «una predica».

La famiglia è stata il centro di ogni parola e riflessione, quindi le sue sfide e difficoltà, le bellezze e la potenzialità per la Chiesa e la società. 


«Difendiamo la famiglia — ha esordito il Papa — è ossigeno per crescere i figli». Certo, ci sono i litigi, le discussioni, a volte anche le separazioni. «Tempeste» le ha chiamate Francesco, che però non devono scoraggiare. «Se i genitori litigano è normale, ma abbiano la possibilità di fare pace prima che finisca la giornata, perché la guerra fredda del giorno dopo è terribile», ha ripetuto più volte, ribadendo le tre parole-chiave essenziali per far funzionare un rapporto di coppia: «Scusa, permesso e grazie». Anche i grazie più semplici: «Grazie per aver cucinato questa buona cena...». E laddove non arrivano le parole basta «un gestino per fare la pace e ricominciare il giorno dopo».

Sono piccoli passi del quotidiano importanti soprattutto per i bambini. «I bambini ci guardano», ha detto Francesco citando il film del 1944 di Vittorio De Sica. «I bambini guardano papà e mamma» e soffrono quando vedono che non vanno d’accordo. Il Pontefice ha raccomandato infatti ai genitori separati di non parlare male l’uno dell’altro ma di educare i figli al rispetto.

Quattro ragazzi della parrocchia hanno poi chiesto al Papa in che modo è possibile oggi accrescere la fede: «La sola via è la testimonianza», ha risposto lui. E proprio ai giovani ha lasciato un preciso mandato: «Voi avete la responsabilità di portare avanti la storia». E farlo non rimanendo mai «caduti»: «Una delle cose belle dei giovani è che si rialzano. Tutti cadiamo nella vita, ma l’importante è non rimanere caduti se si scivola».

Si è parlato poi della Chiesa come comunità di persone e non solo come luoghi di culto, che in questa zona di Roma sono molto meno presenti che in altre parti della città. Una donna, dopo aver premesso «forse piangerò», ha espresso gratitudine al Papa: «Dalla Giornata mondiale dei bambini, dai suoi discorsi, quello che ci arriva è un padre che traina una grande comunità nelle piccole cose, nelle cose vere. Vederla qui davanti a un muro di mattoni è emozionante... Domani facciamo la festa della parrocchia, ce piove sempre dentro, non abbiamo neanche l’asfalto, ma che c’importa, la facciamo comunque. E questa sua presenza ci fa sentire che lei fa parte della nostra comunità».

Tra risate e applausi, Papa Francesco si è agganciato proprio a quest’ultimo punto: «La Chiesa comincia a farsi nella comunità». Ancora una volta è tornato poi l’appello a non trascurare gli anziani e prendersi cura dei bambini: «Le due punte... Una parrocchia dove i bambini non si ascoltano e i vecchi sono cancellati non è una vera comunità cristiana. Non dimenticate, i vecchi sono la memoria e i bambini la promessa». «Non dimenticate i vecchi», ha insistito il Papa: «È vero che a volte sono, anzi, siamo noiosi. Sempre parlano dello stesso: della guerra ecc..., ma abbiamo una tenerezza molto grande». E i bambini «capiscono il linguaggio della tenerezza».

A proposito di bambini, due papà hanno chiesto a Francesco come mantenere la fede in questi tempi difficili e come far restare i figli vicino alla Chiesa, anche dopo la Cresima, il cosiddetto «sacramento dell’addio». «La testimonianza» è ancora la risposta. In primis quella che nasce in famiglia: «Il primo consiglio è volersi bene tra genitori — ha detto il Papa — perché i bambini devono poter sentire che mamma e papà si vogliono bene. Se dovete litigare non fatelo davanti ai bimbi, mandateli a letto e litigate quanto volete».

Altrettanto fondamentale è il dialogo con i propri figli. «Mai smettere di parlare con loro. L’educazione si fa col dialogo», senza «mai lasciarli soli», senza scandalizzarsi o pressarli, ma lasciandoli anche a un certo punto liberi: «Così si educa alla libertà». «Fategli capire che possono parlare di tutto. Di tutto», ha sottolineato ancora il Papa: «Le cose della vita si imparano a casa non da altri che chissà cosa insegnano».

Un applauso caloroso ha concluso l’incontro, come quello che aveva accolto l’ingresso sulla rampa del garage della Fiat 500 l, intorno alle 17, preceduto però da un momento di silenzio di questo gruppo che strabuzzava gli occhi nel vedere il Papa scendere dall’auto e sistemarsi sulla sedia a rotelle. Solo dopo il «buonasera a tutti» di Francesco sono esplosi in una accoglienza spontanea e nei consueti cori di «W il Papa». Sia all’inizio che alla fine dell’incontro, il Pontefice ha voluto percorrere il breve tragitto in mezzo alle file di sedie, donando caramelle, posando per i selfie, benedicendo una signora che lo ha accarezzato sulla guancia e un’altra che si è fatta avanti per dire: «Che per caso farebbe una preghiera per mia madre?».

«Vi vorrei salutare uno ad uno», ha detto invece Francesco prima di congedarsi. Subito si è formata una fila scomposta ma ordinata. Anche qui abbracci, rosari in regalo, foto e ancora foto e pure il dialogo con «nonna Maria» collegata via Skype al telefono del nipote. A conclusione di questo terzo appuntamento della “Scuola di preghiera”, il dono del Papa alle famiglie, un quadro raffigurante la Vergine Maria con il Bambino Gesù: «Così la potete conservare nel palazzo». Il ricordo tangibile di un evento che probabilmente nessuno in questa porzione di periferia di Roma avrebbe mai potuto immaginare.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Salvatore Cernuzio 07/06/2024)


80 anni fa lo sbarco in Normandia - Papa Francesco: E' ipocrita ricordare senza condannare «Mai più la guerra!»

80 anni fa lo sbarco in Normandia 
Papa Francesco: 
E' ipocrita ricordare senza condannare
 «Mai più la guerra!»


Lo sbarco in Normandia «evoca il disastro rappresentato» dal secondo conflitto mondiale e «sarebbe inutile e ipocrita ricordarlo senza condannarlo e rifiutarlo definitivamente». Lo ha scritto Papa Francesco — rinnovando il grido di Paolo VI all’Onu il 4 ottobre 1965: «Mai più la guerra!» — in un messaggio inviato al vescovo di Bayeux, in occasione delle celebrazioni dell’80° anniversario del «colossale e impressionante sforzo collettivo e militare compiuto» sulle coste francesi «per ottenere il ritorno alla libertà». Ecco una nostra traduzione italiana del testo pontificio.


A Sua Eccellenza Monsignor Jacques H ABERT
Vescovo di Bayeux e Lisieux
Bayeux


Sono felice di unirmi, con il pensiero e la preghiera, a tutte le persone riunite in questa cattedrale di Bayeux per commemorare l’80° anniversario dello sbarco delle forze alleate in Normandia. Saluto tutte le autorità civili, religiose e militari presenti.

Serbiamo nella memoria il ricordo di quel colossale e impressionante sforzo collettivo e militare compiuto per ottenere il ritorno alla libertà. E pensiamo anche al prezzo pagato per quello sforzo: quei cimiteri immensi dove sono allineate migliaia di tombe di soldati — per la maggior parte giovanissimi e molti venuti da lontano — che hanno eroicamente dato la propria vita, permettendo così la fine della Seconda guerra Mondiale e il ripristino della pace, una pace che — almeno per l’Europa — dura da circa 80 anni. Lo sbarco richiama inoltre alla mente, suscitando sgomento, l’immagine di quelle città della Normandia completamente devastate: Caen, Le Havre, Saint-Lô, Cherbourg, Flers, Rouen, Lisieux, Falaise, Argentan... e tante altre; e vogliamo anche ricordare le innumerevoli vittime civili innocenti e tutti coloro che hanno subito quei terribili bombardamenti.

Ma lo sbarco evoca, più in generale, il disastro rappresentato da quel terribile conflitto mondiale in cui tanti uomini, donne e bambini hanno sofferto, tante famiglie sono state lacerate, tante rovine sono state provocate. Sarebbe inutile e ipocrita ricordarlo senza condannarlo e rifiutarlo definitivamente; senza rinnovare il grido di san Paolo VI alla tribuna dell’Onu, il 4 ottobre 1965: Mai più la guerra! Se, per diversi decenni, il ricordo degli errori del passato ha sostenuto la ferma volontà di fare tutto il possibile per evitare che scoppiasse un nuovo conflitto mondiale aperto, constato con tristezza che oggi non è più così e che gli uomini hanno la memoria corta. Possa questa commemorazione aiutarci a farcela ritrovare!

In effetti è preoccupante che l’ipotesi di un conflitto generalizzato sia talvolta presa di nuovo seriamente in considerazione, che i popoli si stiano pian piano abituando a questa inaccettabile eventualità. I popoli vogliono la pace! Vogliono condizioni di stabilità, di sicurezza e di prosperità, in cui ognuno possa compiere serenamente il proprio dovere e il proprio destino. Rovinare questo nobile ordine delle cose per ambizioni ideologiche, nazionaliste, economiche è una colpa grave dinanzi agli uomini e dinanzi alla storia, un peccato dinanzi a Dio.

Perciò, Eccellenza, desidero unirmi alla sua preghiera e a quella di tutti coloro che si sono riuniti nella sua Cattedrale:

Preghiamo per gli uomini che vogliono le guerre, per quanti le scatenano, le alimentano in modo insensato, le mantengono e le prolungano inutilmente, o ne traggono cinicamente profitto. Che Dio illumini i loro cuori, che ponga dinanzi ai loro occhi il corteo di sventure che provocano!

Preghiamo per gli operatori di pace. Volere la pace non è viltà, al contrario richiede tantissimo coraggio, il coraggio di saper rinunciare a qualcosa. Anche se il giudizio degli uomini è talvolta severo e ingiusto nei loro confronti, «gli operatori di pace... saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5, 9). Che, opponendosi alle logiche implacabili e ostinate dello scontro, sappiano aprire cammini pacifici di incontro e di dialogo. Che perseverino instancabilmente nei loro intenti e che i loro sforzi siano coronati da successo.

Preghiamo infine per le vittime delle guerre; le guerre del passato e quelle del presente. Che Dio accolga presso di Sé tutti coloro che sono morti in quei terribili conflitti, che vada in aiuto di tutti coloro che li subiscono oggi; i poveri e i deboli, le persone anziane, le donne e i bambini sono sempre le prime vittime di queste tragedie.

Che Dio abbia pietà di noi! Invocando la protezione di San Michele, Patrono della Normandia, e l’intercessione della Santa Vergine Maria, Regina della Pace, imparto di cuore, a ognuno, la mia Benedizione.

Francesco

venerdì 7 giugno 2024

ELEZIONI. NON ANDARE A VOTARE É UN GRAVE ERRORE di Dacia Maraini

ELEZIONI. 
NON ANDARE A VOTARE
É UN GRAVE ERRORE 
di Dacia Maraini 





Cosa spinge tanti cittadini italiani, che per secoli si sono battuti per ottenere il voto, che lo hanno raggiunto da poco, soprattutto le donne, a decidere di non andare a votare?

Mi trovo spesso nelle scuole con ragazzi e ragazze che stanno per compiere i diciotto anni e presto dovranno votare. Chiedo loro se lo faranno. Molti mi dicono sinceramente di no. Chiedo il perché e la risposta è piu o meno sempre la stessa: Non credo piu nella politica, non mi fido di nessuno, i loro discorsi non mi riguardano. Faccio notare che il non voto purtroppo non conta niente, non è un parere che cambi le cose, ma crea solo un vuoto in cui spesso si infila chi ha magari idee contrarie alle proprie.

Ed eccomi a riflettere su questa svogliatezza e questo disinteresse nei riguardi di uno dei diritti fondamentali in democrazia. Mi viene un dubbio crudele: che sia la democrazia stessa con i suoi riti vitali, le sue regole di uguaglianza a destare sospetti e antipatie? Ma cos’è che annoia o allontana dalla democrazia, che pure è un bene conquistato con tanta fatica e lunghi secoli di guerre, rivolte e rivoluzioni? Ma anche mi chiedo cosa vorrebbe chi volta le spalle, in cambio di una prassi parlamentare che viene composta dal voto dei cittadini secondo un principio giusto di delega in un mondo che si fa sempre più specializzato e massificato?

A volte ho l’impressione che la popolazione mondiale sia molto piu intrecciata di quanto si pensi e che agisca spinta da profondi impulsi emotivi che si diffondono con la velocità di un vento capriccioso e insinuante. Come succede fra le coppie, ci si stanca della persona amata perché non si è approfondito il rapporto e si cerca qualcosa al di fuori della quotidianità. Questo qualcosa può essere un amore che a prima vista appare risolutorio delle proprie incertezze e poi invece si rivela tossico e avvelenato.

Ebbene, mi viene da immaginare che il mondo intero si stia innamorando di un pensiero seducente che riguarda una società idilliaca fatta di regolarità rassicuranti e di una pace imposta. Un sentimento che affida la sua sorte a una oscura autorità , non importa se violenta o rapace, purché dia l’impressione di potere affrontare il nemico. Un pensiero che rifiuta la logica, la conoscenza del passato, la riflessione razionale ma aspira a una mitizzazione di idee astratte ed eroicizzanti.

So già cosa mi si obietterà. Che il mondo cambia per l’avvento delle tecnologie, per le spinte geopolitiche, per le complicazioni economiche, per l’avidità dell’industria delle armi, non per ragioni emotive, per quanto diffuse. E questo certamente è vero. Ma non sottovaluterei l’aspetto emozionale profondo, contagioso come una malattia che corre da continente a continente creando nuove aspettative certe di potere superare le conquiste di secoli come la democrazia e i diritti civili.

C’è qualcosa di profondamente irrazionale in questa attesa messianica di un futuro di sfavillanti certezze gerarchiche, pronte a garantirci una stabilità eterna. Le Nazioni, secondo questo criterio, dovrebbero tornare a essere autonome e chiuse dentro confini stabiliti; i popoli che emigrano dovrebbero esseri costretti a rimanere nei loro spazi, senza tanta smania di muoversi; la famiglia dovrebbe tornare alla sua mitica saldezza costituita da un padre una madre e dei figli, tanti possibilmente; la scienza dovrebbe rinunciare ai suoi esperimenti e alle sue scoperte per lasciarsi guidare dal buonsenso antico, la magistratura che pretende di giudicare secondo le leggi della Costituzione dovrebbe ascoltare chi guida per conto della maggioranza, in quanto alle scuole dovrebbero adattarsi alla linea della guida suprema, escludendo gli studenti che non stanno al passo, soprattutto quelli stranieri.

Tutto questo «in nome del popolo» che, secondo questo pensiero, desidera da anni e chiede ossessivamente governanti nuovi, eroici, capaci di imporre una volontà severa e senza dubbi, con la sicurezza di chi ha la verità dalla sua parte. L’innamoramento per un pensiero che cambi le conquiste etiche e sociali è contagioso, e accende i desideri: perché non provare qualcosa di nuovo quando il presente sembra avariato sgradevole e nemico? Ma c’è qualcosa di nuovo che non sia basato sulla conoscenza, sulla sperimentazione e sul risultato di una lunga serie di esperienze che hanno portato alle importanti conquiste democratiche?

Prego soprattutto i giovani di andare a votare, perché il voto è un prezioso tesoro che abbiamo ottenuto con tanti sacrifici, perché il non-voto non conta niente, ma crea solo dei vuoti che vengono riempiti dai più prepotenti.

(Fonte: “Corriere della Sera” - 29 maggio 2024)

La lettura rende liberi di Enzo Bianchi

La lettura rende liberi 
di Enzo Bianchi 


                                                 Pubblicato su La Repubblica del 27 maggio 2024

Nei giorni scorsi mi sono recato, come ogni anno, al Salone del Libro di Torino e ancora una volta ho constatato lo smisurato numero di case editrici grandi e piccole, reali e pretestuose. Frequentando da anni il Salone del libro di Parigi e la Fiera di Francoforte, dove sono presenti un numero molto inferiore di case editrici, mi domando come mai in Italia il numero dei lettori sia così ridotto rispetto a quello dei cittadini del resto dell'Europa occidentale. Tantissime case editrici, pochi lettori, questo il paradosso. Perché? La risposta è semplice: in Italia non si pratica un’educazione alla lettura né in famiglia né nella scuola e se manca questa iniziazione a partire dall'infanzia sarà difficile innestare nel ritmo della giornata un tempo per leggere.

Ma dalla lettura dei libri dipende la qualità della vita delle persone e della convivenza perché il libro è l'alleato della libertà, leggere è un atto di conoscenza di sé e del mondo. Le persone che non sanno leggere o non leggono non sanno nemmeno dirsi, non solo non riescono a costruirsi nella libertà interiore ma non sono neppure capaci di esprimersi pubblicamente e criticamente. Proprio per questo i regimi illiberali, che non amano l'accrescimento della democrazia nella società, diffidano dei libri e quindi degli scrittori.

Resta ancora valida la lezione di Ovidio, esiliato dall'imperatore Augusto sul a Tomi, l’attuale Costanza: l'espulsione non solo della sua persona ma anche dei suoi libri dalle biblioteche pubbliche di Roma gli permetterà di affermare un rapporto vitale tra libro-liber e liber-libero, libertà! 

Il libro è segno e portatore di libertà! Quando la democrazia si fa debole e il potere politico si fa illiberale allora nasce l’ostilità verso il libro, che è paura del pluralismo, della diversità delle interpretazioni, della manifestazione di critiche. Ecco perché chi legge afferma la propria libertà e la addita a chi non legge.

Per queste ragioni la lettura dei libri deve essere attestata e riconosciuta e occorre uno sforzo concreto per educare alla lettura fin dall'infanzia: instillando il gusto del leggere, incoraggiando interessi diversi, aiutando i ragazzi a trovare del tempo nella loro giornata per poter stare con se stessi e leggere. In tempi di sopravvalutazione dell'informazione “letta sui social”, informazione che si riduce a un mero accumulo quantitativo di dati di cui si resta prigionieri, solo la lettura di testi ricchi di sapienza umana consente di dare senso, ordinare le informazioni, disciplinarle nel tempo.
La lettura di un libro – e ci sono libri per tutte le età – è il miglior antidoto contro l'idolatria dell'informazione.

Il libro, se sappiamo sceglierlo e leggerlo, ci procura felicità, una felicità più profonda, come diceva Jorge Luis Borges. Perché leggere ci aiuta a vivere, ci rivela la vita autentica, quella vita che noi non abbiamo e non potremmo conoscere da soli. Dobbiamo certamente chiederci: “Che cosa leggo? Come leggo?” per verificare quanto la lettura ci umanizza, ma soprattutto avere il coraggio di consacrarci alla lettura con perseveranza.

Nella sapiente tradizione monastica, che risale ai primi secoli dopo Cristo, il comando formulato come primario era: Ora, lege et labora, “prega, leggi e lavora”! Leggere un'ora al giorno faceva parte della giornata perché non basta né pregare né lavorare soltanto, ma occorre accendere i sensi con la lettura. La lettura infatti è come la moltiplicazione dei pani, come diceva Gregorio Magno nel VI secolo: 
“Lo sta scritto cresce con chi lo legge!”, e in tale dilatazione il lettore vede più lontano perché il suo orizzonte si allarga e scorge ciò che prima per lui era invisibile. Il lettore diventa lettore di se stesso e il libro un pretesto per una lettura infinita.

(Fonte: sito dell'autore)

giovedì 6 giugno 2024

Papa Francesco: lo Spirito è un vento che non si può imbrigliare, crea e rende liberi - Udienza generale del 5 giugno 2024 (Testo e video)

Lo Spirito è un vento 
che non si può imbrigliare, 
crea e rende liberi

Papa Francesco


UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 5 giugno 2024



Ciclo di Catechesi. Lo Spirito e la Sposa. 
Lo Spirito Santo guida il popolo di Dio incontro a Gesù nostra speranza. 

2. “Il vento soffia dove vuole”. Dove c’è lo Spirito di Dio c’è libertà









Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nella catechesi odierna vorrei riflettere con voi sul nome con cui lo Spirito Santo è chiamato nella Bibbia.

La prima cosa che noi conosciamo di una persona è il nome. È con esso che la chiamiamo, che la distinguiamo e la ricordiamo. Anche la terza persona della Trinità ha un nome: si chiama Spirito Santo. Ma “Spirito” è la versione latinizzata. Il nome dello Spirito, quello con cui lo hanno conosciuto i primi destinatari della rivelazione, con cui lo hanno invocato i profeti, i salmisti, Maria, Gesù e gli Apostoli, è Ruach, che significa soffio, vento, respiro.

Nella Bibbia il nome è tanto importante da identificarsi quasi con la persona stessa. Santificare il nome di Dio, è santificare e onorare Dio stesso. Non è mai un appellativo meramente convenzionale: dice sempre qualcosa della persona, della sua origine, della sua missione. Così è anche del nome Ruach. Esso contiene la prima fondamentale rivelazione sulla persona e la funzione dello Spirito Santo.

Fu proprio osservando il vento e le sue manifestazioni, che gli scrittori biblici furono guidati da Dio a scoprire un “vento” di natura diversa. Non a caso a Pentecoste lo Spirito Santo discese sugli Apostoli accompagnato dal “fragore di un vento impetuoso” (cfr At 2,2). Era come se lo Spirito Santo volesse mettere la sua firma a quello che stava accadendo.

Cosa ci dice, dunque, dello Spirito Santo, il suo nome Ruach? L’immagine del vento serve anzitutto per esprimere la potenza dello Spirito Santo. “Spirito e potenza”, o “potenza dello Spirito” è un binomio ricorrente in tutta la Bibbia. Il vento infatti è una forza travolgente, una forza indomabile, capace perfino di smuovere gli oceani.

Anche in questo caso, però, per scoprire il senso pieno delle realtà della Bibbia, bisogna non fermarsi all’Antico Testamento, ma arrivare a Gesù. Accanto alla potenza, Gesù metterà in luce un’altra caratteristica del vento, quella della sua libertà. A Nicodemo, che lo va a trovare di notte, Gesù dice solennemente: «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito» (Gv 3,8).

Il vento è l’unica cosa che non si può assolutamente imbrigliare, non si può “imbottigliare” o inscatolare. Cerchiamo di “imbottigliare” o inscatolare il vento: non è possibile, è libero. Pretendere di rinchiudere lo Spirito Santo in concetti, definizioni, tesi o trattati, come ha tentato di fare a volte il razionalismo moderno, significa perderlo, vanificarlo, ridurlo allo spirito puramente umano, uno spirito semplice. Esiste però una tentazione analoga anche in campo ecclesiastico, ed è quella di voler racchiudere lo Spirito Santo in canoni, istituzioni, definizioni. Lo Spirito crea e anima le istituzioni, ma non può essere Lui stesso “istituzionalizzato”, “cosificato”. Il vento soffia “dove vuole”, così lo Spirito distribuisce i suoi doni “come vuole” (1 Cor 12,11).

San Paolo farà di tutto ciò la legge fondamentale dell’agire cristiano: «Dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà» (2 Cor 3,17), dice lui. Una persona libera, un cristiano libero, è quello che ha lo Spirito del Signore. Questa è una libertà tutta speciale, assai diversa da ciò che comunemente si intende. Non è libertà di fare quello che si vuole, ma libertà di fare liberamente quello che Dio vuole! Non libertà di fare il bene o il male, ma libertà di fare il bene e farlo liberamente, cioè per attrazione, non per costrizione. In altre parole, libertà dei figli, non degli schiavi.

San Paolo è ben consapevole dell’abuso o fraintendimento che si può fare di questa libertà; ai Galati, scrive: «Voi, fratelli, siete stati chiamati alla libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri» (Gal 5,13). Questa è una libertà che si esprime in ciò che sembra il suo opposto, si esprime nel servizio, e nel servizio c’è la vera libertà.

Conosciamo bene quand’è che questa libertà diventa un “pretesto per la carne”. Paolo fa un elenco sempre attuale: «Fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere» (Gal 5,19-21). Ma lo è anche la libertà che permette ai ricchi di sfruttare i poveri, è una libertà brutta, quella che permette ai forti di sfruttare i deboli, e a tutti di sfruttare impunemente l’ambiente. E questa è una libertà brutta, non è la libertà dello Spirito.

Fratelli e sorelle, dove attingeremo questa libertà dello Spirito, così contraria alla libertà dell’egoismo? La risposta è nelle parole che Gesù rivolse un giorno ai suoi ascoltatori: «Se il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero» (Gv 8,36). La libertà che ci dà Gesù. Chiediamo a Gesù di fare di noi, mediante il suo Santo Spirito, degli uomini e delle donne veramente liberi. Liberi per servire, nell’amore e nella gioia. Grazie!

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Catechesi integrale 




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mercoledì 5 giugno 2024

Mons. Gianfranco Ravasi Le parole shock di Gesù / 13 Il funerale del padre

Mons. Gianfranco Ravasi
Le parole shock di Gesù / 13
 
Il funerale del padre  
 

«Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre»
«Seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti»
(Matteo 8, 21-22)

È brutale questa risposta che Gesù rivolge a un suo futuro discepolo. Lo scrittore cristiano del III secolo Origene non esitava a definire «un atto disumano» questa proposta: cercava, allora, di attenuarla aggiungendo che «a seppellire il corpo morto ci pensano già in molti». In realtà, noi dobbiamo lasciare intatta questa frase paradossale, consapevoli che Gesù ama non di rado ricorrere alla radicalità per proporre il suo messaggio e alla totalità della scelta senza compromessi che il suo seguace deve compiere.

È ovvio che Cristo non vuole cancellare il quarto comandamento sull’onore da riservare ai genitori, che nel giudaismo comprendeva anche le onoranze funebri: anzi, al contrario di quanto propone Gesù, si era dispensati dalle pratiche religiose rituali ufficiali per potersi dedicare completamente alla sepoltura del caro defunto. Il detto di Cristo vuole, invece, esaltare con forza e con un’incisività provocatoria l’assolutezza, la pienezza, la drastica nettezza della scelta per il Regno di Dio che egli annuncia.

Non per nulla prima aveva dichiarato: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, il Figlio dell’uomo non ha neppure dove posare il capo» (8, 20). E subito dopo, secondo un passo parallelo di Luca, a un discepolo che chiede almeno di avere il tempo per un congedo dalla sua famiglia, replicherà: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il Regno di Dio» (9, 62). Il riferimento allusivo in questa frase di Gesù è alla vocazione del profeta Eliseo, chiamato da Elia mentre arava e da lui autorizzato a salutare con un pranzo d’addio il padre, la madre e il clan ( 1 Re, 19, 19-21). La lezione è chiara: esistono dei beni così alti che esigono rinunce radicali.

Abituati come siamo al compromesso, agli accordi al ribasso sia nell’esistenza sociale sia nelle scelte morali, le parole di Gesù piombano come una spada che taglia i facili alibi, le cautele interessate, le furbizie politiche. C’è una scelta esistenziale primaria rispetto alla cura delle realtà morte, pur rispettabili; ci sono valori per i quali si devono sacrificare anche certi affetti e convenienze. Significativa è una frase autobiografica che san Paolo indirizza agli amati cristiani di Filippi: «Dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la meta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (3, 13-14).

Non si tratta, dunque, di una rinuncia masochistica, bensì di una scelta positiva per una meta da raggiungere, alla quale consacrare tutto il proprio impegno. Non per nulla Luca nel passo parallelo completa la frase di Gesù con una precisazione: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il Regno di Dio!» (9 ,60). Concludiamo con una nota ulteriore: è evidente che Cristo nella sua frase gioca anche sul doppio significato di “morti”. Ci sono, certo, i morti fisici, i defunti; ma c’è anche una morte spirituale, quella di coloro che, immersi nelle cose, si curano solo di realtà materiali, di cadaveri.
(fonte: L'Osservatore Romano 25 maggio 2024)

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Vedi anche i post precedenti:

martedì 4 giugno 2024

Vito Mancuso Pace come equanimità

Vito Mancuso
Pace come equanimità 

LO STUDIO È L'ARTE DELLA PACE
Un appello alla cura della sapienza e della scoperta, affinché tornino virtù pubbliche e politiche


La Stampa 20 maggio 2024

Sentiamo di vivere in un mondo sull'orlo del precipizio e sentiamo bene: siamo sull'orlo del precipizio. Non lo siamo però a causa di quanto pensiamo immediatamente, ma perché è fuggita dal mondo la sapienza. Con questo non intendo minimizzare i problemi di oggi nella loro concretezza quali il cambiamento climatico, l'oscuro futuro cui ci consegna la tecnologia, l’imperversare delle guerre, la lacerazione del tessuto sociale, le massicce migrazioni e le conseguenti reazioni identitarie. Sono consapevole del fatto che le testate atomiche negli arsenali di alcuni stati sono in numero tale da distruggere più volte questo nostro piccolo pianeta blu, meraviglia assoluta nel nero dello spazio cosmico. So bene, inoltre, che l'umanità non ha mai vissuto tempi felici, mi ricordo bene l’incipit di Kant nel saggio sul male radicale: “Il mondo va di male in peggio: è questo un lamento antico quanto la storia.” Proseguiva: “Secondo questa prospettiva noi oggi (un oggi che però è antico quanto la storia) viviamo nel tempo estremo: l’ultimo giorno e la fine del mondo sono alle porte”. Era il 1793, ma ancora oggi ognuno può cantare con Mina “sono ancora qui” e con Vasco Rossi “sono ancora qua” …

Il precipizio allora dov’è? Nel fatto che un tempo si aveva un punto fermo a cui appellarsi per iniziare a tacere e poi forse ragionare, e questo conferiva la speranza di poter sempre ricominciare. Non a caso Kant poteva scrivere negli stessi anni un saggio sulla pace (“Per la pace perpetua” del 1795) nel quale ipotizzava un mondo in cui il potere si sarebbe inchinato alla giustizia, la politica al diritto, e su questa base, uscendo dalla logica della forza ed entrando in quella del diritto internazionale, costruire effettivamente la pace. Il punto fermo della mente lo si poteva chiamare Dio, Ragione, Socialismo, eccetera: rimaneva il fatto che l'umanità lo possedeva e quindi era capace, a un certo punto, di tacere, ascoltare, pensare e accordarsi. Vi era la possibilità di un esercizio pubblico della sapienza. Uno diceva “in nome di Dio”, o “in nome della Costituzione” e tutti ascoltavano.

Oggi il punto fermo è scomparso e per questo dico che la sapienza è fuggita dal mondo: tra noi non vi è più nulla di comune a cui tutti insieme appellarsi. Ne viene che ognuno è pronto a dire all’altro cosa deve fare, ma nessuno sa più ascoltare le ragioni dell'altro. Gli ecologisti dicono agli economisti e agli imprenditori quello che devono fare, ma non ascoltano le ragioni degli economisti e degli imprenditori; viceversa, gli economisti e gli imprenditori mirano al profitto e a come contrastare la concorrenza senza curarsi del pianeta e delle condizioni disastrose denunciate giustamente dagli ecologisti. I pacifisti dicono ai governanti e alle forze armate quello che devono e soprattutto non devono fare, ma non ascoltano le ragioni dei militari che chiedono ai governi ancora più armi per non far vincere la tirannide; viceversa, i militari non si curano granché delle vittime civili, della progressiva distruzione di interi territori e del pericolo crescente di una guerra mondiale, oggetto della giusta denuncia dei pacifisti e probabile ultimo atto della storia dell’umanità.

A cosa possa portare il non-ascolto dell'altro lo manifesta nel modo più tragico il conflitto israelo-palestinese. Esso si è ormai così incancrenito che essere oggi per lo stato palestinese significa volere la distruzione dello stato di Israele e ritrovarsi con chi insulta la Brigata ebraica della resistenza e con chi reprime la libertà delle donne e degli omosessuali; e viceversa stare dalla parte di Israele significa negare la terra ai palestinesi alimentando il progressivo furto di territorio da parte di quei signori di solito chiamati “coloni” ma il cui vero nome è “ladri” (quando non “assassini”: ricordarsi sempre dell’assassinio di Ytzhaq Rabin il 4 novembre 1995, io piansi), oppure ritrovarsi accanto all’attuale governo israeliano che si accanisce a tal punto contro i civili di Gaza che se non è genocidio poco ci manca.

A questo conduce l’incapacità di ascolto delle ragioni dell’altro per la mancanza di un punto fermo comune e della sapienza, e gli esempi si potrebbero moltiplicare. Persino il Papa da un lato predica al mondo la pace, dall'altro non è capace di praticarla veramente a casa sua e continua ad attaccare i cardinali, la Curia e padre Georg.

Ebbene, all'interno di questo quadro abbastanza deprimente ogni tanto ci chiediamo cosa possiamo fare noi. La mia risposta è: cercare di capire esercitando la sapienza e l’equanimità. L’esercizio della sapienza consiste anzitutto nel desiderarla, per farla tornare almeno nel nostro cuore. E quando la sapienza ritorna, il primo dono che porta è l'equanimità, cioè il saper ascoltare le ragioni dell’altro.

Aristotele insegnava la “via di mezzo” quale criterio per condurre la mente perché è trovando il centro tra due polarità che si ottengono le virtù, tra cui spicca la sapienza. Lo stesso insegnavano il Buddha e Confucio. È la soluzione per tutti i problemi? Ovvio che no, ma non si deve mai dimenticare il precetto posto da Ippocrate a fondamento della medicina: “Primum non nocere”, “Primo non nuocere”. A volte, volendo guarire, si peggiora la situazione, mentre bisognerebbe prendere atto che non si può guarire ma solo curare. Fuor di metafora: a cosa serve essere pacifisti invocando la pace, se lo si fa con parole violente ricolme di odio che alimentano le radici della guerra? A cosa serve richiedere la creazione di uno stato per un popolo, se lo si fa aspirando alla distruzione di uno stato per un altro popolo? Se non si capisce come servire effettivamente la pace, molto meglio astenersi dal prendere posizione. La bandiera della pace ha i colori dell’arcobaleno a significare di voler contenere tutti, se diventa di una parte sola fallisce.

Per altri conflitti è più facile capire perché risulta chiaro chi aggredisce e chi è aggredito, chi combatte per invadere e chi per scacciare l’invasore, e allora si prende posizione appoggiando chi si difende dalla tirannide. Ovvio che mi riferisco alla guerra di difesa dell’Ucraina, a proposito della quale fin dall’inizio non ho avuto dubbi sull’opportunità di inviare aiuti, anche militari. Ma perché allora quando sento il presidente francese parlare di inviare i soldati, avverto un chiaro no nella mia mente? Paura? Sì, penso sia paura, e la paura è qualcosa di molto serio, è la prima delle sei emozioni universali, su di essa occorre sempre saggiamente riflettere. Hans Jonas giunse a scrivere di “euristica della paura”: intendeva dire che la paura, se viene riconosciuta e non negata (perché a nessuno piace ammettere di averla), può aiutare a trovare. Euristica significa questo: metodo della scoperta (“eureka!”, gridò Archimede dopo la sua famosa scoperta).

Insomma, quando si ha il privilegio di non essere nella mischia occorre vincere la tentazione di immischiarsi per farsi invece guidare sempre da queste parole di Spinoza: “Mi sono impegnato a fondo non a deridere, né a compiangere, né tanto meno a detestare le azioni degli uomini, ma a comprenderle”. La pace inizia nella mente che studia. Non ci può essere pace senza studio. E dallo studio della situazione apparirà una volta l’opportunità di agire, un’altra quella di non agire; una volta sarà giusto cedere, un’altra resistere. La saggezza, esercizio pratico di sapienza, è l’arte del discernimento.

Il mio naturalmente non è un programma politico, perché non si rivolge ai molti né tantomeno ai popoli, ma al singolo nella sua solitudine. Ha scritto Etty Hillesum ad Amsterdam sotto occupazione nazista: “In fondo, il nostro unico dovere morale è quello di dissodare in noi stessi vaste aree di tranquillità, di sempre maggior tranquillità”. Queste parole di una giovane donna ebrea scritte prima di essere deportata ad Auschwitz ci insegnano ancora oggi che il primo atto a favore della pace si compie nella mente: per liberarla dall’odio e studiare con equanimità raccogliendo la sapienza che ne deriva. Chi lo fa, capisce che se è bene manifestare per la pace, deve prima ancora “essere pace”.
(fonte: sito dell'autore)