Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



venerdì 8 luglio 2022

Andrea Grillo La liturgia e il desiderio di comunione: su “Desiderio desideravi” di papa Francesco

Andrea Grillo
La liturgia e il desiderio di comunione:
su “Desiderio desideravi” di papa Francesco


Come deve essere interpretata la lettera apostolica che il 29 giugno 2022 papa Francesco ha dedicato alla “formazione liturgica del popolo di Dio”?

La lettera apostolica ci offre un primo livello di intenzione, sul quale mi soffermo, che traspare dalle prime righe e da una ripresa potente, negli ultimi numeri del testo (composto di 65 brevi numeri).

E’ evidente che DD dichiara di scaturire, come un ampiamento, dalla “lettera ai Vescovi” che aveva accompagnato, l’anno scorso, il MP “Traditionis custodes”. Di che cosa si tratta? Del testo con cui, in ragione della Riforma Liturgica, veniva superato un anno fa il regime di “parallelismo” tra due forme dello stesso rito romano. In DD prima Francesco si colloca nel solco del testo dell’anno passato (DD 1) e poi chiarisce meglio la sua intenzione (DD 61):

“Siamo chiamati continuamente riscoprire la ricchezza dei principi generali esposti nei primi numeri della Sacrosanctum Concilium comprendendo l’intimo legame tra la prima delle Costituzioni conciliari e tutte le altre. Per questo motivo non possiamo tornare a quella forma rituale che i Padri conciliari, cum Petro e sub Petro, hanno sentito la necessità di riformare, approvando, sotto la guida dello Spirito e secondo la loro coscienza di pastori, i principi da cui è nata la riforma. I santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II approvando i libri liturgici riformati ex decreto Sacrosancti OEcumenici Concilii Vaticani II hanno garantito la fedeltà della riforma al Concilio. Per questo motivo ho scritto Traditionis Custodes, perché la Chiesa possa elevare, nella varietà delle lingue, una sola e identica preghiera capace di esprimere la sua unità. [23] Questa unità, come già ho scritto, intendo che sia ristabilita in tutta la Chiesa di Rito Romano.”

Questa frase indica in che modo il testo si colloca esplicitamente nella ripresa del disegno conciliare e supera in modo netto la lunga fase di esitazione, che aveva segnato la Chiesa cattolica lungo la fase finale del pontificato di Giovanni Paolo II e più nettamente durante il pontificato di Benedetto XVI. Che cosa deve essere riportato al centro della attenzione? Il testo lo dice con una espressione “classica”: la “formazione liturgica”.

Con questa espressione si vuole ritornare al carattere “comune” dell’atto liturgico, anzitutto eucaristico, di cui i soggetti sono Cristo e la Chiesa. Se si acquisisce la qualità di “celebranti” di tutti i battezzati, come fa DD in modo chiarissimo, allora è evidente che la duplice formazione (alla liturgia e da parte della liturgia) possa avvenire solo grazie ai riti scaturiti dalla riforma, che hanno ristabilito in modo limpido questa antica verità: “Ricordiamoci sempre che è la Chiesa, Corpo di Cristo, il soggetto celebrante, non solo il sacerdote.” (36)

Questo principio discende dal valore teologico della liturgia e permette di assumere la celebrazione “comune” come una fonte e un culmine di tutta la azione della Chiesa. Perciò non ha senso fondare una scienza liturgica come “timore degli abusi da evitare”, quanto piuttosto come desiderio degli usi da imparare. Questa “svolta ad impare l’uso” è davvero un grande evento di grazia. Dopo che, a partire da “Redemptionis Sacramentum”, ci eravamo abituati ad ascoltare interventi magisteriali sulla liturgia ricchi solo di preoccupazioni, di limitazioni, di esitazioni, di timori, di messe in guardia, un testo orientato a riprendere il cammino della riforma liturgica, che assuma un solo ambito di confronto comune e che elimini, strutturalmente, il tarlo di un “secondo tavolo” su cui poter fare la “vera esperienza liturgica”, è un grande evento. Il suo orizzonte è il Concilio Vaticano II e la preziosa sua eredità, che DD 31 sintetizza così:

“Se la Liturgia è “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia” (Sacrosanctum Concilium, n. 10), comprendiamo bene che cosa è in gioco nella questione liturgica. Sarebbe banale leggere le tensioni, purtroppo presenti attorno alla celebrazione, come una semplice divergenza tra diverse sensibilità nei confronti di una forma rituale. La problematica è anzitutto ecclesiologica. Non vedo come si possa dire di riconoscere la validità del Concilio – anche se un po’ mi stupisce che un cattolico possa presumere di non farlo – e non accogliere la riforma liturgica nata dalla Sacrosanctum Conciliumche esprime la realtà della Liturgia in intima connessione con la visione di Chiesa mirabilmente descritta dalla Lumen gentium”.

La liturgia, grazie al Movimento Liturgico e al Vaticano II, ha potuto tornare ad essere il linguaggio elementare di una “comunità sacerdotale”. Con DD Francesco mostra di non poter uscire da questa linea di riscoperta del valore teologico della liturgia, che implica la accettazione dei riti frutto della riforma come linguaggio comune a tutta la Chiesa. Che così, in tutte le sue componenti, può essere formata dai riti che celebra. Ogni deviazione su Nuovi Movimenti Liturgici e Riforme della Riforma è semplicemente una forma del rifiuto del Concilio Vaticano II e delle sue irrinunciabili evidente teologiche ed ecclesiali.
(fonte: Come se non 1 luglio 2022)

****************

Vedi anche il post


giovedì 7 luglio 2022

Le riflessioni sulla vecchiaia nelle catechesi di Papa Francesco - Gli anziani, un dono per il futuro dell’umanità

Le riflessioni sulla vecchiaia
nelle catechesi di Papa Francesco

Gli anziani, un dono per il futuro dell’umanità 

In questo primo mercoledì di luglio, mese in cui sono sospese le udienze generali, ripercorriamo le catechesi di Papa Francesco sulla vecchiaia svolte sino ad ora proprio negli appuntamenti con i fedeli del mercoledì. È una società “sterile”, ricorda il Pontefice nei suoi diversi interventi, quella dove non c’è dialogo tra anziani e giovani

Papa Francesco e una donna anziana (foto d'archivio)

Gli anziani, “mai così numerosi come adesso”, sono visti spesso come “un peso”, soprattutto quando prevale la cultura dello scarto e della produttività. Nella drammatica prima fase della pandemia hanno pagato “il prezzo più alto”. Nei totalitarismi del ventesimo secolo “l’icona dominante” è stata l’esaltazione della giovinezza, unita al disprezzo dei vecchi. La vecchiaia, in realtà, è un dono “per tutte le età della vita”. È lungo queste direttrici che Papa Francesco apre il 23 febbraio 2022 un percorso di catechesi sul senso e sul valore della vecchiaia. Un itinerario scandito dall'esempio di figure bibliche, tra cui Mosè, Eleazaro e Giuditta, che tratteggia un profilo dell'anziano diverso da quello proposto spesso dalla cultura dominante. Quello non solo di una persona fragile, a causa di dure prove come quella della malattia, ma di un testimone insostituibile in grado di trasmettere alle nuove generazioni saggezza, valori, fede.

È importante e bello essere vecchi

Assieme alle migrazioni la vecchiaia, spiega il Pontefice nella catechesi dello scorso 23 febbraio, è tra “le questioni più urgenti che la famiglia umana è chiamata ad affrontare in questo tempo”. L’eterna giovinezza “è un’allucinazione molto pericolosa” ed essere vecchi è “altrettanto importante e bello che essere giovani”.

La vecchiaia è un dono (23-02-2022)


I ritmi della vecchiaia

Le opportunità legate alla longevità sono il fulcro dell’udienza generale del 2 marzo 2022. “La vecchiaia, certamente, impone ritmi più lenti: ma non sono solo tempi di inerzia. La misura di questi ritmi - spiega Francesco - apre, infatti, per tutti, spazi di senso della vita sconosciuti all’ossessione della velocità”. Il Papa ricorda anche che è indispensabile l’alleanza delle generazioni. È una società “sterile” e “senza futuro” quella dove “i vecchi non parlano con i giovani” e “i giovani non parlano con i vecchi”. "Perdere del tempo" con i propri figli, con i propri nonni e con gli anziani “fortifica la famiglia umana”.

I ritmi lenti della vecchiaia aprono spazi di senso (2-03-2022)

La voce profetica degli anziani

Gli anziani sono una risorsa per i giovani. All’udienza generale del 16 marzo 2022 il Papa sottolinea, in particolare, che la saggezza dei vecchi è una parola profetica “per andare contro la corruzione”. Il mondo ha bisogno di “giovani forti” e di “vecchi saggi”. E gli anziani, ricorda il Pontefice, devono “essere dei profeti contro la corruzione, come Noè è stato il profeta contro la corruzione del suo tempo, perché era l’unico di cui Dio si è fidato”.

Gli anziani, una voce profetica contro la corruzione (16-03-2022)

Memoria e testimonianza


Il fulcro dell’udienza generale del 23 marzo 2022 è l'esempio di Mosè che, alla fine dei suoi giorni, proclama il nome del Signore trasmettendo alle nuove generazioni l'eredità della sua storia vissuta con Dio. “Mosè vede la storia e trasmette la storia”. I vecchi, aggiunge Francesco, “vedono la storia e trasmettono la storia”. “Una vecchiaia alla quale viene concessa questa lucidità è un dono prezioso per la generazione che deve seguire”.

La fede si trasmette sempre in dialetto (23-03-2022)


La fedeltà alla visita di Dio

Il “tenero quadro dipinto dall’evangelista san Luca, che chiama in scena due figure di anziani, Simeone e Anna” è il perno dell’udienza generale del 30 marzo 2022. Da queste due figure di anziani pieni vitalità spirituale “impariamo che la fedeltà dell’attesa affina i sensi”. “La vecchiaia indebolisce, in un modo o nell’altro, la sensibilità del corpo”. “Tuttavia, una vecchiaia che si è esercitata nell’attesa della visita di Dio - afferma Francesco - non perderà il suo passaggio: anzi, sarà anche più pronta a coglierlo, avrà più sensibilità per accogliere il Signore quando passa”.

È tanto importante ascoltare gli anziani (30-03-2022)

L’amore per la vita vissuta

All'udienza generale del 20 aprile 2022 Papa Francesco sottolinea che non sempre nelle società c'è l'attenzione a restituire ai nostri vecchi l'amore ricevuto. L’onore per la vita vissuta, “non è una faccenda per vecchi”. Piuttosto “è un’ambizione che renderà splendente la giovinezza che ne eredita le qualità migliori”.

Onorare gli anziani prendendosi cura di loro (20-04-2022)

L’alleanza tra generazioni apre il futuro

Nella catechesi dell’udienza generale del 27 aprile 2022 Francesco rilegge il legame biblico tra la giovane vedova Rut e l’anziana suocera Noemi. Si tratta di “un prezioso insegnamento sull’alleanza delle generazioni” con la giovinezza - afferma il Papa - “capace di ridare entusiasmo all’età matura” e la vecchiaia “di riaprire il futuro per la giovinezza ferita”.

L’alleanza tra giovani e anziani costruisce il futuro (27-04-2022)

La fede non è “cosa da vecchi”

È un personaggio biblico chiamato Eleazaro, di cui riferisce il secondo libro dei Maccabei, il protagonista della riflessione proposta il 4 maggio del 2022 da Papa Francesco. Quella di Eleazaro è la testimonianza dello speciale rapporto che esiste fra la fedeltà dell’onore della fede e la vecchiaia. “L’onore della fede si trova periodicamente sotto la pressione, anche violenta, della cultura dei dominatori, che cerca di svilirla trattandola come un reperto archeologico, o vecchia superstizione, puntiglio anacronistico e così via”. Credere, afferma Francesco, non è una cosa “da vecchi”, ma è cosa di vita.

Gli anziani testimoniano l’onore della fede (4-05-2022)

Una vecchiaia generosa

Il personaggio biblico di Giuditta è un esempio del contributo che le persone avanti negli anni possono offrire alle famiglie e alla società. Papa Francesco lo ricorda nella catechesi dell'11 maggio 20222. L’eroismo, afferma il Santo Padre, “non è soltanto quello dei grandi eventi che cadono sotto i riflettori”, ma è anche quello che “spesso si trova nella tenacia dell’amore riversato in una famiglia difficile e a favore di una comunità minacciata”.

I nonni e l’educazione dei bambini (11-05-2022)

La prova della fede

All’udienza generale del 18 maggio 2022 il Papa presenta la figura di Giobbe che dopo aver perso tutto e protestato contro Dio, capisce che il Signore non è un persecutore ma un Padre tenero. I vecchi, ricorda Francesco, “hanno imparato tanto nella vita, ne hanno passate tante, ma alla fine hanno questa pace, una pace quasi mistica, cioè la pace dell’incontro con Dio”.

La saggezza degli anziani di fronte alle sofferenze (18-05-2022)

Il senso delle cose della vita

Una ragione anaffettiva e irresponsabile sta togliendo oggi senso ed energie alla conoscenza della verità, il pericolo è quello di dare spazio all'indifferenza. Papa Francesco, richiamando le pagine bibliche di Qoelet, lo ricorda all’udienza generale del 25 maggio 2022. La terza età può aprire una nuova strada: “se gli anziani, che hanno ormai visto di tutto, conservano intatta la loro passione per la giustizia, allora c’è speranza per l’amore, e anche per la fede”.

Gli anziani fanno tanto bene ai giovani (25-05-2022)

Prendersi cura degli anziani

Dai vecchi impariamo il dono di “abbandonarci alle cure degli altri e di Dio”. Papa Francesco lo sottolinea all’udienza generale del primo giugno 2022 indicando anche la necessità di riformare una civiltà e una politica che emarginano l’età anziana e la malattia. “L’intera società deve affrettarsi a prendersi cura dei suoi vecchi – sono il tesoro! -, sempre più numerosi, e spesso anche più abbandonati”.

Tutti abbiamo bisogno di abbandonarci al Signore (1-06-2022)

Gli anziani camminano verso l’Eterno

Nella catechesi dell’udienza generale dell’8 giugno 2022 il Pontefice, richiamando la figura di Nicodemo, ricorda che la missione dei vecchi è sfatare “l’illusione tecnocratica di una sopravvivenza biologica e robotica” e di aprire “alla tenerezza del grembo creatore e generatore di Dio”. Il vecchio, afferma Francesco, cammina in avanti, verso l’Eterno e si prepara alla “nascita dall’alto”.

La tenerezza degli anziani e l’incontro con Dio (8-06-2022)

I vecchi e la malattia

Il racconto nella versione del vangelo di Marco della guarigione della suocera di Simone, che non è ancora chiamato Pietro, è il fulcro della catechesi del 15 giugno 2022. “La malattia pesa sull’anziano, in modo diverso e nuovo rispetto a quando si è giovani o adulti. È come un colpo duro che si abbatte su un tempo già difficile”. Gesù, ricorda il Papa, non visita da solo quell’anziana donna malata. Ma ci va insieme ai discepoli: “è proprio la comunità cristiana che deve prendersi cura degli anziani: parenti e amici, ma la comunità”.

Gli anziani hanno tanto da insegnarci (15-06-2022)

Seguire sempre Gesù

Nel percorso di catechesi sulla vecchiaia la meditazione del 22 giugno 2022 è incentrata sul dialogo tra Gesù risorto e Pietro al termine del Vangelo di Giovanni. il Pontefice affronta il tema della debolezza senile che porta alla dipendenza dagli altri. “La sequela di Gesù va sempre avanti”, con buona o con non buona salute. Si deve seguire “Gesù sempre, a piedi, di corsa, lentamene, in carrozzina, ma seguirlo sempre”.

La testimonianza della debolezza (22-06-2022)

“La vita dell’anziano è un congedo, lento, lento, ma un congedo gioioso”. Ed è bello, aggiunge infine Francesco, quando un anziano può dire questo: “Ho vissuto la vita, questa è la mia famiglia; ho vissuto la vita, sono stato un peccatore ma anche ho fatto del bene”. È questa pace che viene. Questo è il congedo dell’anziano.
(fonte: Vatican News, articolo di Amedeo Lomonaco)




Enzo Bianchi - Non bisogna riposarsi solo per poi tornare al lavoro

Enzo Bianchi
Non bisogna riposarsi solo per poi tornare al lavoro


La Repubblica - 04 luglio 2022

È arrivato anche quest’anno il tempo delle vacanze per molti, anche se un buon numero a causa della crisi economica e dell’inflazione crescente non può permettersi questo tempo “altrove”, “fuori casa”, in cui si prendono le distanze dal quotidiano vivere e lavorare.

Vacare, fare vacanza in realtà non è così facile, non è automatico, soprattutto se siamo convinti che nel vacare ci sia l’idea del “fare niente”. Il far nulla per riposare è infatti un’arte da imparare: non è difficile interrompere un’attività faticosa, ma questo non significa ancora riposare. Spesso si passa da un’occupazione all’altra, non si riesce a stare fermi, ad abitare con se stessi, e si continua a essere divorati da azioni varie che ci impegnano e non ci permettono il “fare niente”. Sembra che il pensiero soggiacente nelle persone sia quello di concedersi il riposo solo per poter lavorare e correre dopo.

Eppure Pascal ammoniva: “Ogni male degli uomini viene soprattutto dal fatto di non saper stare a riposo in una stanza”. Diceva questo anche se era a conoscenza che nelle culture umane la tradizione sapienziale ripeteva: “Se vuoi essere un uomo non cercare mai il riposo!”.

Ma il riposo non è inazione, bensì un compimento: è staccarsi dal lavoro e dal quotidiano per contemplare, osservare ciò che si è operato, misurarlo sulla bellezza, farne un discernimento a partire dalle proprie convinzioni, e quindi lasciar posto alle diverse domande che sorgono dalle nostre profondità.

Proprio da questo stare in pace con se stessi, permettendo ai tumulti del cuore e alle angosce profonde di calmarsi, si può accedere a uno sguardo più libero che ascolta prima di guardare, che riscopre come la bellezza non sia un’idea, ma un evento da cui può nascere una comunicazione che ci apre alla comunione profonda.

In quest’arte di riposare finiamo per tralasciare le molte parole con le quali riempiamo le nostre giornate, e impariamo ad ascoltare il silenzio che non è mai vuoto, ma sempre abitato da voci flebili che sussurrano, voci cariche di verità perché nascono dal nostro profondo.

Ma dall’habitare secum nelle vacanze si deve passare anche all’habitare in mundum, abitando innanzitutto la natura. Facilmente ci possiamo accorgere che noi vediamo ma non guardiamo. Non abbiamo mai tempo nella vita quotidiana di guardare le cose nella loro bellezza o nella loro umiltà: anche un muro sgretolato può essere visto e diventare eloquente quanto un albero o un merlo che si avvicina beccando cibo nell’erba.

C’è tempo per stupirci in vacanza, per la contemplazione, dicevano gli antichi, che è operazione per cui con altri occhi si vedono il mondo, le persone, il Creatore. Saint Exupery chiamava questo “vedere con il cuore”, primo passo per vedere in grande, pensare in grande, diventare visionari e profeti. Anche l’incontro con gli altri, o il “vacare con gli altri”, è un modo diverso per vivere le relazioni, rinnovando la grammatica umana dell’attenzione, della gentilezza, della pazienza. Per questo, Gabo Marquez diceva che le vacanze sono ricche di apocalissi, di rivelazioni.

E nel vacare, almeno nel nostro occidente, fin dal tempo dei greci, non può mancare il libro, e oggi i diversi strumenti informatici, assolutamente necessari per un dialogo nella solitudine, un dialogo nell’alterità, con altri mondi…

Leggere per rendere abitato il riposo senza rompere il silenzio, leggere per rendere il riposo abitato, luogo di accoglienza culturale, spazio di amicizia senza confini.
(fonte: blog dell'autore)


mercoledì 6 luglio 2022

Il Papa annuncia che nominerà due donne al dicastero dei Vescovi

Il Papa annuncia che nominerà due donne
al dicastero dei Vescovi

Nell’intervista all’agenzia Reuters Francesco parla della valorizzazione della donna nella Curia romana e spiega che per la prima volta due donne lavoreranno al Dicastero che aiuta il Pontefice nella scelta dei pastori diocesani


L' Intervista di Philip Pullella della Reuters a Papa Francesco (Vatican Media)

Nell’intervista con l’agenzia Reuter, condotta da Phil Pullella, Papa Francesco ha rivelato che sta per nominare due donne al dicastero dei Vescovi, che saranno dunque coinvolte nel processo per eleggere i nuovi pastori diocesani. Il Pontefice ha risposto a una domanda sulla presenza femminile in Vaticano, su quanto stabilito dalla nuova Costituzione apostolica “Praedicate Evangelium” che riforma la Curia e su quali dicasteri potranno in futuro essere affidati a un laico o a una laica.

“Io sono aperto che si dia l’occasione. Adesso il Governatorato ha una vice governatrice… Adesso, nella Congregazione dei Vescovi, nella commissione per eleggere i vescovi, andranno due donne per la prima volta. Un po' si apre in questo modo”. Francesco ha quindi aggiunto che per il futuro vede possibile la designazione di laici alla guida di dicasteri quali quello per i Laici, la Famiglia e la Vita, quello per la Cultura e l’Educazione, o alla Biblioteca, che è quasi un dicastero”.

Papa Francesco ha dunque ricordato che l’anno scorso, per la prima volta, ha nominato una donna alla posizione numero due del Governatorato della Città del Vaticano, suor Raffaella Petrini. Inoltre, Francesco ha nominato suor Nathalie Becquart, membro francese delle Suore Missionarie Xaviere, sottosegretaria del Sinodo dei Vescovi. Tra le donne laiche che già ricoprono incarichi di alto livello in Vaticano ci sono Barbara Jatta, la prima direttrice donna dei Musei Vaticani, e Cristiane Murray, vicedirettrice della Sala Stampa Vaticana. Entrambe sono state nominate dall’attuale Pontefice.

Il mese scorso, il cardinale Kevin Joseph Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, ha scherzato sul fatto che, con la promulgazione della nuova Costituzione sulla Curia, lui potrebbe essere l’ultimo ecclesiastico a guidare quel dicastero.
(fonte: Vatican News 06/07/2022)

**************
Per approfondire vedi il post


Card. Zuppi: attenzione alla persona, comunione e rinnovamento


Card. Zuppi: attenzione alla persona, comunione e rinnovamento


Attenzione alla persona, comunione e rinnovamento sono state le tre parole chiave dell’indirizzo di saluto che il Cardinale Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, ha rivolto in apertura della sessione straordinaria del Consiglio Episcopale Permanente, che si è svolta oggi (5 luglio) in videoconferenza. “Credo che le attese, espresse in tanti modi all’inizio della Presidenza, ci coinvolgano tutti”, ha affermato ricordando “con stima e riconoscenza” tutti i predecessori, in particolare “il Card. Poletti, che mi ha visto giovane prete nella sua Chiesa di Roma, il Card. Ruini, il Card. Bagnasco e il Card. Bassetti dal quale ereditiamo uno spirito di serena e appassionata fraternità”.

Nel ricordo di Suor Dell’Orto

Il primo pensiero del Cardinale è andato a “quanti con semplicità, dedizione, silenziosamente offrono la vita per amore del Vangelo, vivendo la vocazione di tutti i cristiani a lasciare tutto e seguirlo ovunque”. Il Presidente ha quindi ricordato “con emozione e senso di riconoscenza e debito” suor Luisa Dell’Orto, Piccola sorella del Vangelo di Charles de Foucauld, uccisa sabato 25 giugno a Port-au-Prince, ad Haiti, che da vent’anni viveva “in una terra segnata dalla povertà e dalla violenza” e “continuava, con tanta tenerezza, a non essere rassegnata o cinica come facilmente avviene confrontandosi con una situazione così disastrata”. “Con lei – ha aggiunto – vorrei ricordare tutti i nostri missionari e missionarie che restano in tanti Paesi spesso teatro della guerra mondiale così poco ricordata. Li portiamo nel cuore e nelle pandemie del COVID e della guerra ci aiutano loro a capire dove sta la Chiesa e ci ricordano l’unico necessario, strappandoci dalla tentazione di chiuderci, accontentarci di laboratori e interpretazioni colte che non si relazionano con la sofferenza e l’urgenza della vita reale”.

Insieme alle donne e agli uomini del nostro tempo

Di fronte a questi “segni dei tempi drammatici”, ha continuato, “sentiamo la necessità di non fare mancare il nostro aiuto alla costruzione di una società più umana e giusta, abitata dalla fraternità. Ma, per questo, non basta solo esortare o deprecare; occorre invece contribuire positivamente con la riflessione, la cultura, la competenza, il coraggio evangelico”. Secondo il Cardinale Presidente, “siamo chiamati a un rinnovamento”. “Ce lo richiedono con urgenza e determinazione – ha spiegato – la sofferenza e la povertà della nostra gente, acuite dall’isolamento e da un tessuto di relazioni così lacerato. Non voglio dimenticare gli anziani, tutti i fragili, come i giovani che non escono di casa e le tante persone con problemi psichiatrici. I poveri sono sempre all’origine della vocazione della Chiesa e la Chiesa è di tutti se è particolarmente dei poveri”.

Richiamando le parole di Papa Francesco al Convegno Ecclesiale Nazionale di Firenze, il Presidente ha incoraggiato a dare vita a una “Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza”. “Non abbiamo – ha sottolineato – una nostra vicenda a parte, nel recinto delle nostre istituzioni, ma c’è una storia in comune con le donne, gli uomini, i poveri, i popoli del nostro tempo. A volte è più faticosa, certamente rischiosa, ma è quella indicata da Gesù che ci manda per strada fino agli estremi confini della terra. Solo così la Chiesa saprà comunicare l’unica Verità che è sempre Gesù, via e vita. Altrimenti parla a se stessa e tradisce il suo mandato”.

Il dramma della guerra

Nel suo intervento, il Cardinale Zuppi non ha mancato di fare riferimento alla guerra che “riempie il cuore di incertezze per i rischi imprevedibili che porta con sé”. La guerra “è una pandemia terribile, che rivela anche tante complicità, omissioni, rimandi, la inquietante facilità con cui il suo incendio può distruggere la vita normale delle persone. Non basta solo esortare o deprecare, ma occorre contribuire positivamente con la riflessione, la cultura, la competenza, il coraggio evangelico. La guerra, in questo mondo dalle connessioni globali, si contagia anche a Paesi lontani, come vediamo con la preoccupante crisi alimentare, che metterà in gravissima difficoltà tutte le economie, specie quelle del Sud del mondo. Questo comporta anche gravi conseguenze sociali nel nostro Paese che ci responsabilizzano e che richiedono interventi dello Stato e maggiore solidarietà. Dobbiamo attrezzarci a questa situazione di emergenza anche in Italia per i nuovi bisogni e le povertà che si apriranno. E questo richiede un rinnovato e responsabile senso di unità e di ricerca del bonum comune, capace di mettere da parte approcci ideologici sterili e pericolosamente opportunistici, interessi di parte, polarizzazioni controproducenti e di contribuire ciascuno con la propria visione, ma nella consapevolezza di un destino che ci unisce. Le prossime scelte segneranno la vita della nostra gente per molto tempo! Sarà necessario anche rinvigorire e riorientare la nostra azione di solidarietà, come Chiesa in Italia, in tante parti del mondo che saranno toccate drammaticamente dalla crisi economica e alimentare, aggiornando ai bisogni e alle emergenze il nostro modo di aiutare ed essere vicini”.

Migrazioni e cittadinanza

Una delle sfide su cui anche la Chiesa è chiamata a misurarsi è quella del fenomeno migratorio, un tema “sempre seguito con attenzione dalla CEI”. “La migrazione – ha osservato il Cardinale – è stata troppo a lungo affrontata come fenomeno emergenziale o con approccio ideologico, mentre rappresenta un fatto strutturale della società e richiede un approccio umanitario, realistico, istituzionale, di sistema e di visione del futuro per difendere e onorare la propria identità”. In questo senso, “concedere la cittadinanza italiana ai bambini che seguono il corso di studi con i nostri ragazzi – il cosiddetto ius scholae o ius culturae – deve suscitare delle idee e non delle ideologie per trovare le risposte adeguate”.

Nel ricordare che su tale istanza la CEI si è espressa da tempo, ha fatto riferimento a quanto pronunciato dal Cardinale Angelo Bagnasco nel 2013 quando affermava che “è in gioco il diritto fondamentale della persona che in quanto tale deve essere salvaguardato”. Senza dimenticare l’appello di Benedetto XVI che, nel Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato del 2013, invitava “ad evitare il rischio del mero assistenzialismo, per favorire l’autentica integrazione, in una società dove tutti siano membri attivi e responsabili ciascuno del benessere dell’altro, generosi nell’assicurare apporti originali, con pieno diritto di cittadinanza e partecipazione ai medesimi diritti e doveri”.

Secondo il Presidente inoltre è indispensabile “una politica nuova della famiglia e dell’accoglienza, che permetta di uscire dal precariato, dall’incertezza e promuova uno sguardo fiducioso nel futuro”.

La persona al centro

L’attenzione alla persona, sia in termini di solidarietà concreta verso quanti sono in difficoltà sia di richiesta di nuove politiche di accoglienza e cittadinanza, abbraccia poi il tema del fine vita e degli abusi. “Sarà necessario – ha affermato il Presidente della CEI – intervenire con chiarezza su alcune priorità per la difesa della persona, sempre e chiunque, anche con la necessaria interlocuzione con la politica. Tra le priorità desidero menzionare quella degli abusi e la necessità di essere conseguenti agli impegni presi, nella trasparenza delle risposte, assumendoci, come deve essere, la piena responsabilità davanti a Dio e davanti agli uomini, migliorando se necessario gli strumenti già decisi. Ci aiuteranno professionisti che sono e saranno chiamati a verificare il nostro lavoro, sia a livello centrale come diocesano, verso i quali sospetti di compiacenza sono offensivi per la loro professionalità”.

Nelle pieghe della società

“Il nostro – ha rimarcato il Cardinale – è un Paese di donne e uomini generosi. Sappiamo quanto è vasto l’impegno di solidarietà e di amicizia con i più poveri, spesso nascosto nelle pieghe della nostra società. Sono ‘segni’ di questo tempo, che ci invitano a essere più attenti, meno rassegnati. Sono uomini e donne di buona volontà, magari non provenienti dai nostri ambienti, con cui dialogare, stringere legami, parlare: risorse di speranza e di fraternità. La Chiesa, formata dal Cammino sinodale, è chiamata tutta a entrare in dialogo con questi uomini e donne”, ha detto il Presidente della CEI che ha concluso il suo indirizzo di saluto citando padre Pino Puglisi, ucciso nel 1993 a 56 anni, “parroco che a partire dai ragazzi voleva cambiare i cuori e la vita dei giovani e dei suoi fedeli a Palermo” e confidando il desiderio di recarsi, all’inizio del suo mandato, a Brancaccio e sulla tomba di don Primo Mazzolari.

Roma, 5 luglio 2022
(fonte: CEI)

Alessandro D'Avenia: MATURARE


Alessandro D'Avenia
MATURARE


Siamo nel pieno dell’esame di maturità, nella forma sempre diversa che il Ministero dell’Ostruzione con inventiva degna di miglior causa sa escogitare ogni anno. Quest’anno è stato battuto ogni record: le modalità dell’esame che chiude 13 anni di percorso nella scuola sono state dichiarate a marzo. È un rito da difendere ancora? In un discorso del 1922 il grande filosofo francese Henri Bergson, al quale era stata affidata la strutturazione dei percorsi scolastici, centrava il punto: «La domanda essenziale, in materia di educazione, è proprio quella che ci si dimentica di porsi la maggior parte delle volte prima di tracciare un programma: qual è il nostro scopo? Che cosa vogliamo ottenere? Che tipo di uomo intendiamo formare?». In fondo il verbo maturare rimanda a un processo e se c’è un esame «di maturità» è proprio per «misurare» questo processo. Infatti la radice della parola indica il «giungere a compimento», «al tempo giusto», né acerbi né marci (le due possibili forme di «immaturità»), come frutti pronti per nutrire il mondo. Ma come si fa a capire quando si è arrivati a compimento nel periodo di formazione? Compimento di cosa? Basta quantificare il processo attraverso i risultati di alcune prove? Di chi possiamo dire: è maturo? Ha senso quantificare questo processo? Si dà in natura qualcosa del genere? O è solo l’ossessione di una cultura che confonde l’apprendimento con la sua quantificazione in base a standard?

Bergson in quello stesso discorso rispondeva con una sintesi limpida ma oggi forse non più comprensibile: «Vogliamo formare un uomo dallo spirito aperto, capace di svilupparsi in più di una direzione. Vogliamo che abbia imparato ad apprendere» (citato in M.T.Russo, Henri Bergson educatore). Già Socrate e Agostino avevano ben chiaro che educare è «aiutare a generare» e «svegliare il maestro interiore», cioè mettere l’allievo in condizione di apprendere da solo, renderlo capace di procurarsi autonomamente ciò che serve al suo pieno sviluppo. Oggi invece si è ridotto l’educare all’in-struire, metter dentro uno spazio vuoto nozioni necessarie ad affrontare delle prove: teste da addestrare a test e non da rendere autonome. Si danno a tutti gli stessi mattoncini per realizzare un progetto stabilito a priori, invece di capire che progetto ciascuno può e vuole realizzare, per poi aiutarlo a procurarsi i mattoncini più adatti per riuscirci. Bergson parla infatti di un uomo dallo «spirito aperto», «capace di svilupparsi in più di una direzione». Che significa? Che viene prima l’uomo dell’esame, l’unicità prevale sullo standard. Maturo è chi sa stare di fronte alla realtà, misurandola e misurandosi con la massima apertura senza soccombere o fuggire, ma trovando soluzioni personali. Svilupparsi in più di una direzione significa infatti crescere come una pianta verso la luce, ramificandosi al pari di quanto amplia le radici e dando così i propri frutti. In questi anni ho visto i ragazzi affrontare l’esame pieni di ansia perché non sono stati allenati a stare di fronte alla realtà ma di fronte ai programmi. Capita infatti che dopo l’esame, magari ben superato, non sappiano se iscriversi all’università o quale facoltà scegliere: per mancanza di conoscenza di sé (spirito chiuso) aspettano che qualcuno dica loro cosa fare, attendono appunto «istruzioni», come sono stati abituati dall’istruzione. Di recente un maturando si è sentito consigliare di non parlare di politica per non indispettire il presidente di commissione e ha scritto, in una lettera al giornale locale, che la scuola gli ha insegnato a non pensare con la sua testa ma a compiacere gli esaminatori.

In un bellissimo libro intitolato Il pianoforte segreto, la pianista cinese Zhu Xiao-Mei racconta la sua vicenda autobiografica. Iscritta al conservatorio di Pechino viene investita dalla rivoluzione di Mao, durante la quale è vietato suonare i pezzi dei compositori occidentali, e così la ragazzina, costretta a una radicale rieducazione, è mandata in quattro campi di lavoro, fino a quando riesce ad andare via dalla Cina. Diventerà insegnante al conservatorio di Parigi e una delle migliori interpreti al mondo delle difficilissime variazioni Goldberg di Bach. Ancora undicenne, prima della rivoluzione maoista, deve affrontare un esame fondamentale ma si scoraggia paragonandosi agli altri ragazzi più dotati di lei: «Ho le mani troppo piccole e ho paura di non accedere al secondo anno. E poi ho sempre male ai polsi. Suonare è una sofferenza». Gli esaminatori vogliono respingerla tranne uno: «Cari colleghi, scusatemi, ma non sono d’accordo con voi. Trovo che la ragazza suoni molto bene e che soprattutto trasmetta qualcosa al di là delle note. Parliamone». Grazie a quell’intervento la ragazza supera l’esame e, nel primo giorno di lezione, quel maestro (Pan) le dice: «“Sai, Zhu Xiao-Mei, ogni cosa ha due lati: uno positivo e uno negativo. Certo, hai le mani piccole e questo non ti faciliterà la vita in alcuni brani. Ma le mani piccole sono più veloci. Farai meraviglie con alcuni repertori. Vedrai, il negativo si dimostrerà positivo, come il positivo, a sua volta, può dimostrarsi negativo. Ho conosciuto un sacco di allievi che, poiché avevano mani grandi, non si sforzavano di lavorare. Una sfortuna, per loro”. Maestro Pan si rende conto di avermi appena aperto un mondo? Mi ha dimostrato che una debolezza può rivelarsi un vantaggio, mi ha fatto riacquistare un po’ di fiducia, e questo è fondamentale». Ecco il segreto delle meravigliose esecuzioni di Bach. Trovo che questo episodio sintetizzi quanto cerco di dire: il maestro «apre un mondo» all’allieva, la mette di fronte alla realtà senza sconti o finzioni, trasformando un apparente limite in vantaggio, fiducia e occasione da non perdere. La maturità è la misura di questa «apertura» dello spirito che sa stare di fronte alla realtà con fiducia senza manipolarla o fuggire. Bergson nei suoi saggi parlerà infatti di «energia spirituale», riferendosi alla capacità di proiettarsi in modo sempre creativo in un futuro che rimane, così, sempre aperto: l’energia dello spirito è la forza che ha la coscienza di «trarre da sé più di quanto non abbia» (e-ducare significa trarre fuori, ma non qualcosa che già c’è bella e fatta ma qualcosa che ci può essere e ci sarà solo come conseguenza di una scelta). Solo così le dita piccole possono diventare futuro aperto, perché saranno, se la ragazza le «sceglierà», l’occasione per una maggiore maestria. Avrebbe avuto tutti gli alibi (dalle dita piccole a una dittatura che le sequestrò il pianoforte) per lasciar perdere, ma lo spirito, «aperto» dal maestro, divenne pronto ad affrontare qualsiasi cosa e a svilupparsi.

Per questo va ripensato il percorso che porta all’esame di maturità. Trovo assurdo che gli insegnanti delle tre tappe del nostro sistema (primaria, media e superiori) non «si parlino» nei passaggi di consegna di un ragazzo o di una ragazza: che storia ha? In che direzione va il suo talento? Quali i suoi limiti e i suoi punti forti? «Dita piccole e capacità di dire qualcosa oltre le note» era il giudizio del maestro Pan su una ragazzina undicenne. Solo così si potrà arrivare a un altro tipo di esame, che alleni l’energia spirituale a creare e non semplicemente a ripetere. Tra l’altro adesso l’esame non serve più neanche per il futuro, perché nelle facoltà si accede affrontando test che o avvengono prima dell’esame o per i quali il voto finale è ininfluente. Se vogliamo tornare a dare un senso a questo rito di passaggio, uno dei pochi rimasti nella confusione delle età che porta ad avere infanzie adolescentizzate troppo presto e adolescenze infantilizzate troppo a lungo, dobbiamo renderlo funzionale al vero e proprio «compimento» (maturazione) personale. Quindi o lo eliminiamo, accontentandoci di una media ponderata dei voti degli ultimi tre anni, ma non credo sia la soluzione migliore, o lo riformiamo a partire da un obiettivo diverso, realmente rispondente alla parola «maturità», che può emergere solo dal singolo studente. Questo richiede un’idea chiara su quale sia lo scopo dell’educazione: non addestramento a smaltire programmi e prove, ma compimento dell’umano nella sua unicità grazie a quei programmi (continuiamo a ignorare che le intelligenze sono multiple e non possono essere ridotte a un unico modello misurabile con il QI, come mostrano da tempo i libri di Howard Gardner). Per questo amo dire ai maturandi le parole pronunciate tre secoli prima di Bergson da un personaggio shakespeariano: «Quando l’anima è pronta, allora le cose sono pronte». E non viceversa.

Corriere della Sera, 29 giugno 2022
(fonte: blog dell'autore)


martedì 5 luglio 2022

TONIO DELL'OLIO La terapia d'urto della Marmolada - Cambiamenti climatici, Friday For Future: «La Marmolada? Un assaggio di quello che dobbiamo aspettarci in futuro»

TONIO DELL'OLIO
La terapia d'urto della Marmolada
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI IL 5 LUGLIO 2022


La tragedia della Marmolada giunge come una dolorosa terapia d'urto che è costata la vita a molte persone del tutto innocenti. A sottolineare la gravità dei fatti accaduti c'è stata la presenza del presidente del consiglio.

Giornali e notiziari, nelle diverse forme, hanno ceduto la prima pagina e, quanto meno, ora se ne parla. Quantomeno si sottraggono argomenti vacui ai negazionisti climatici e agli scettici, a chi in questi anni ha irriso Greta e le sue amiche definendole "gretine" e oggi si ritrova nudo di fronte a una tragica evidenza. Ma mi chiedo: Quanto durerà? Non sarà che poi avviene come per le stragi quotidiane causate dalla vendita delle armi nel Stati Uniti? Quella che il governo chiama "transizione" e il Papa "conversione", come nel caso delle armi, insidia poteri economici consolidati che non possono né convertirsi, né "transizionare". Troppi sono gli interessi in ballo e si teme che non ci sia distacco di giacchiai, siccità diffusa, tropicalizzazione meteorologica in grado di distrarci dall'adorazione del dio denaro. Lo capiremo meglio tra qualche giorno quando la notizia, come una goccia sull'impermeabile, scivolerà sempre più verso il basso e i cambiamenti climatici torneranno ad essere ricordati di venerdì da alcuni ragazzini per strada.

********************

Cambiamenti climatici, Friday For Future: «La Marmolada? 
Un assaggio di quello che dobbiamo aspettarci in futuro»

I Fridays for Future a Milano

«Gli eventi climatici che stiamo osservando? Direi che sono un assaggio di quello che dobbiamo aspettarci in futuro: temperature medie più elevate, siccità e intensificazione di eventi meteorologici estremi, sono tutti fattori previsti dai modelli pubblicati dall’IPCC (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, ndr)». Così Francesca Bompadre attivista Friday For Future di Ancona. La 29enne, con alle spalle una laurea in Chimica e un dottorato in Ingegneria dei Materiali, interviene alla luce della tragedia della Marmolada di ieri 3 luglio.

Una tragedia per certi versi annunciata per i ragazzi Friday For Future che da tempo protestano e si battono per sensibilizzare sul surriscaldamento globale. Il movimento giovanile vede la sua nascita nell’agosto del 2018, quando la quindicenne Greta Thunberg, allora ancora sconosciuta, per diverse settimane non entrò a scuola per protestare davanti al parlamento svedese per la mancanza di azioni concrete rispetto alla crisi climatica.

Dalla protesta della 15enne Thunberg nacque un movimento globalizzato che tenta in ogni modo di tenere accesi i riflettori sul tema dei cambiamenti climatici, per far si che diventi una priorità nell’agenda politica dei decisori internazionali. Tra le richieste avanzati ai governi quella di eliminare i combustibili fossili, azzerando le emissioni a livello globale entro il 2050 (in Italia entro il 2030) per contenere l’aumento della temperatura globale al di sotto di 1,5 gradi centigradi rispetto all’epoca pre-industriale.

Una battaglia più che mai attuale specie alla luce degli sconvolgimenti climatici che stanno caratterizzando questo primo spaccato estivo, nel quale l’anticiclone africano Caronte sembra non voler mollare il Mediterraneo sul quale ha portato temperature roventi, mentre il nord Italia e il centro combattono con una siccità mai vista finora nel mese di giugno.

Poi la tragedia avvenuta sulla Marmolada, che come un pugno in pieno stomaco ha svegliato le coscienze ancora “dormienti” di chi circoscrive questi cambiamenti in una cornice di normalità, nonostante l’allarme lanciato più volte dagli esperti. Domenica, un enorme seracco si è staccato dalla cima della Marmolada, a più di 3mila metri di altezza, travolgendo chi era nella sua traiettoria: almeno 7 gli alpinisti uccisi e 8 i feriti, mentre più di una ventina sono i dispersi. Tra le vittime anche italiani.

Negli ultimi 20 anni lo scioglimento dei ghiacciai ha accelerato su scala globale e ha contribuito per quasi un quinto dell’innalzamento del livello dei mari. Per evitare il ripetersi di queste tragedie occorre intervenire, evidenziano i Friday For Future. «È importante agire su due fronti – spiega Bompadre -: la mitigazione e l’adattamento, occorre fare tutto il possibile per tagliare drasticamente le emissioni di Co2 e da un punto di vista tecnico ciò significa abbandonare ogni tipo di fonte fossile come carbone, petrolio e metano, e finanziare l’istallazione e lo sviluppo di fonti rinnovabili, ma soprattutto ridurre i consumi tramite soluzioni tecniche, fra le quali ad esempio l’efficientamento energetico, oltre che tagliando drasticamente la produzione di manufatti che consumano energia e risorse».

Secondo il movimento «Per quello che riguarda le strategie di adattamento queste variano a seconda delle specifiche problematiche territoriali. In generale parliamo di opere volte a minimizzare le conseguenze di eventi estremi: per esempio per quello che riguarda ondate di calore aumentare le zone verdi negli spazi urbani».

Una delle manifestazioni dei Fridays for Future ad Ancona (immagine di repertorio)

Come vedete oggi il vostro futuro, alla luce di quanto sta accadendo? «Nel bene o nel male il nostro futuro sarà diverso da quello che hanno vissuto i nostri genitori» spiega Bompadre, annunciando che per il 23 settembre è in calendario il Global Strike e con tutta probabilità anche Ancona sarà teatro di manifestazioni.

«Le crisi a cui stiamo assistendo in questo periodo sono grandi minacce ma piccole sorprese per noi – si aggiunge Filippo Chiusaroli, 25enne osimano dei Friday For Future di Ancona – . Purtroppo sappiamo bene che con l’aumentare delle temperature globali aumentano esponenzialmente anche gli eventi estremi e, anche a causa dello scioglimento dei ghiacciai, come sta avvenendo a quello della Marmolada, si riduce la disponibilità di acqua dolce. L’Europa, in particolar modo l’Italia, sta subendo un processo di sub-tropicalizzazione (In poche parole il nostro clima sta diventando come quello del nord Africa). Il problema – aggiunge – è che le nostre infrastrutture, i nostri sistemi di produzione e i nostri stili di vita non sono adatti a questo cambiamento, che sta’ avvenendo molto velocemente.
Dobbiamo lavorare per adattarci a tutto questo – conclude – , oltre che a tagliare drasticamente le emissioni di gas serra, ovviamente».
(fonte: CentroPagina Ancona, articolo di Annalisa Appignanesi - 04/07/2022)


È morto il cardinale Hummes, che ispirò al Papa il nome di Francesco

È morto il cardinale Hummes,
che ispirò al Papa il nome di Francesco

Il porporato francescano, arcivescovo emerito di São Paulo e prefetto emerito della Congregazione per il Clero, è scomparso oggi all'età di 87 anni dopo una lunga malattia. Un ministero, il suo, dedicato in particolare all’accompagnamento delle popolazioni indigene delle quali portò la voce nel Sinodo per la Regione Panamazzonica del 2019

Il cardinale Hummes alla destra del Papa la sera dell'elezione il 13 marzo 2013, all'uscita dalla Sistina.
Il Papa lo volle al suo fianco anche alla Loggia delle Benedizioni

“Omnes vos fratres” (“Tutti voi fratelli”) recitava il suo stemma episcopale, riprendendo l’espressione di San Francesco d’Assisi, “Fratelli tutti”, che ha ispirato anche l’ultima enciclica del Papa. Un altro segno evidente di quella unità di intenti e di pensiero che lo legava all’altro Francesco, il Pontefice regnante, il cui nome - risultato così inedito al mondo dieci anni fa, senza precedenti né numerale - fu il frutto di un suo suggerimento. “Dom Cláudio”, come lo chiamava affettuosamente chiunque conoscesse il cardinale Cláudio Hummes, è scomparso oggi (04/07/2022), dopo una lunga malattia. A dare la notizia "con grande dispiacere" il cardinale Odilo Pedro Scherer, arcivescovo metropolita di São Paulo in Brasile, che in un messaggio invita a levare preghiere in segno di ringraziamento per il defunto cardinale, chiedendo a Dio di accoglierlo e donargli la vita eterna. Il suo corpo, fa sapere Scherer, sarà esposto per la veglia funebre nella cattedrale di São Paulo dove saranno celebrate Messe per i fedeli.

Un cuore per i poveri

Aveva 87 anni, il cardinale Hummes, e un cuore grande che pulsava – e non c’è alcuna retorica nell’affermarlo – per i “poveri”. I popoli indigeni dell’Amazzonia, come i missionari consacrati e laici; gli assetati e affamati del Sud del mondo, come gli operai mal pagati o le vittime dei cambiamenti climatici. Quei poveri li ha avuti in mente tutto il tempo, anche negli ultimi scrutini del Conclave 2013 che elesse l’arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio. All’amico argentino, seduto al suo fianco, quando aveva raggiunto il numero dei voti necessari per essere eletto, sussurrò all’orecchio: “Non dimenticare i poveri”. Da intuizione scaturì altra intuizione del neo eletto Papa per la scelta del nome. Lo rivelò Francesco stesso ai giornalisti incontrati il 16 marzo 2013:

“Io avevo accanto a me l’arcivescovo emerito di San Paolo e anche prefetto emerito della Congregazione per il Clero, il cardinale Claudio Hummes: un grande amico, un grande amico! Quando la cosa diveniva un po’ pericolosa, lui mi confortava. E quando i voti sono saliti a due terzi, viene l’applauso consueto, perché è stato eletto il Papa. E lui mi abbracciò, mi baciò e mi disse: “Non dimenticarti dei poveri!”. E quella parola è entrata qui: i poveri, i poveri. Poi, subito, in relazione ai poveri ho pensato a Francesco d’Assisi”.

Il Papa volle al suo fianco, a sinistra, il cardinale Hummes alla Loggia delle Benedizioni

Hummes e il pontificato di Francesco

Gioì Hummes di quella elezione e al Papa, che lo aveva voluto al suo fianco sulla Loggia delle Benedizioni nella prima apparizione pubblica al mondo, tramite i microfoni della Radio Vaticana augurò “un pontificato prolungato”, perché, disse, “la Chiesa ha bisogno di questo pontificato, la Chiesa ha bisogno di questo progetto che lui manifesta e che ha messo in marcia”. Per la Chiesa pregava sempre Hummes, perché fosse sempre salda e unita, non cedendo a minacce esterne e interne. “La Chiesa difende la sua unità come unità di pluralità. Le divisioni sono il male”, affermò il porporato, dinanzi a chi voleva mettere in dubbio l’autorità del Papa. In questa Chiesa che desiderava povera e sempre “in uscita”, l’arcivescovo emerito di São Paulo auspicava che potesse risuonare forte la voce delle popolazioni amazzoniche, piagate da deforestazione, progetti predatori e malattie della terra e della gente, oltre che da problematiche pastorali.

La gioia per il Sinodo per l'Amazzonia

Un altro motivo di grande gioia per il cardinale fu infatti l’indizione del Sinodo per la Regione Pan Amazzonica nell’ottobre 2019, occasione per concentrare l’attenzione collettiva su una porzione di mondo spesso dimenticata. Nominato relatore generale, nella relazione introduttiva propose ai partecipanti all’assise di concentrare i lavori sui nuovi cammini per la Chiesa in Amazzonia: inculturazione e interculturalità, la questione della carenza di presbiteri; il ruolo dei diaconi e delle donne, la cura della Casa Comune nello spirito dell’ecologia integrale. “I popoli indigeni hanno manifestato in molti modi che vogliono il sostegno della Chiesa nella difesa e nella tutela dei loro diritti, nella costruzione del loro futuro. E chiedono alla Chiesa di essere un’alleata costante”, disse il cardinale in Aula nuova del Sinodo. “Ai popoli indigeni deve essere restituito e garantito il diritto di essere protagonisti della loro storia, soggetti e non oggetti dello spirito e dell’azione del colonialismo di chiunque”. Diversamente da chi guardava solo ai risultati immediati del Sinodo, giudicati poco soddisfacenti rispetto alle richieste di molti dei partecipanti, Hummes ha sempre proiettato lo sguardo oltre l’assise in Vaticano. Non al Sinodo, ma al processo che il Sinodo avrebbe aperto in Amazzonia e nel mondo.

Guardare oltre il Sinodo

In questi ultimi tempi, in particolare dal 2020, anno di nomina come presidente della neonata Conferenza Ecclesiale dell’Amazzonia, insisteva infatti sull’“applicazione” delle indicazioni del Sinodo. “Il Sinodo è il punto alto che illumina le strade. Però continua adesso, tutto il processo continuerà anche nell’applicazione post-sinodale, nel territorio e in ogni luogo dove ci sia una connessione”, ebbe a dire sempre ai media vaticani, tramite i quali denunciò pure la “crisi climatica ed ecologica grave” che veramente mette “a rischio il futuro del pianeta e pertanto il futuro dell’umanità”. La stessa urgenza il cardinale la ribadiva in una lettera del luglio 2021, in cui chiedeva al mondo di passare dal “dover fare”, quindi dalle belle promesse, al “fare”, cioè all’azione concreta, perché i propositi del Sinodo sull’Amazzonia non cadano nel vuoto, ma trovino applicazione pratica nelle diverse comunità. “Va bene continuare a discernere su ciò che dobbiamo fare, ma anche se ciò è bene, non basta”, scriveva il porporato.

La vita e il lungo servizio alla Chiesa

Nato a Montenegro, nello stato brasiliano del Rio Grande del Sud, da una famiglia di origine tedesca, Auri Afonso – questo il nome di Battesimo – ha assunto il nome religioso Cláudio una volta entrato nell’Ordine dei frati minori nel 1956. Ha studiato a Roma filosofia e si è specializzato in ecumenismo presso l’Istituto Bossey di Ginevra; è stato professore, rettore, teologo, vescovo. Ventun anni, a partire dal 1975, li ha trascorsi a Santo André dove si è distinto per la difesa degli operai, di sostegno ai sindacati e la partecipazione a scioperi quale vescovo responsabile della Pastorale Operaia in tutto il Brasile. Nel 1996 è stato nominato invece arcivescovo di Fortaleza, nel Ceará. Nei due anni di ministero è stato responsabile per la famiglia e la cultura nella Conferenza dei Vescovi del Brasile a Brasilia. È stato quindi uno degli artefici del II Incontro Mondiale delle Famiglie con il Papa, tenutosi a Rio de Janeiro nel 1997.

Il 15 aprile 1998 Giovanni Paolo II lo ha voluto come arcivescovo metropolita di São Paulo, dove ha dato impulso alla pastorale vocazionale, alla formazione dei sacerdoti e all’evangelizzazione della città. Importante anche il ruolo svolto nel campo della comunicazione di massa, perché la Chiesa – affermava - doveva parlare con la città, avvicinando i cattolici e portando il Vangelo alle famiglie. Sempre Wojtyla lo ha creato cardinale il 21 febbraio 2001. Ha partecipato quindi nell’aprile 2005 al Conclave che ha eletto Joseph Ratzinger. E proprio Benedetto XVI lo ha nominato nel 2006 prefetto della Congregazione per il Clero, in successione al cardinale Darío Castrillón Hoyos. In questa veste ha promosso l’Anno sacerdotale, poi nel 2007 ha partecipato alla V Conferenza episcopale latinoamericana, meglio nota come Conferenza di Aparecida, il cui relatore del documento finale era il cardinale Bergoglio.

L'incarico di presidente della Conferenza ecclesiale dell’Amazzonia

Nel 2010 Hummes ha presentato le sue dimissioni da prefetto e presidente del Consiglio internazionale per la Catechesi, organismo collegato alla Congregazione, per raggiunti limiti di età. Il 29 giugno 2020 è stato eletto presidente della Conferenza ecclesiale dell’Amazzonia, istituita con un’apposita assemblea web come “strumento efficace” per concretizzare molte delle proposte emerse dal Sinodo e diventare “un ponte che animi altre reti e iniziative ecclesiali e socio-ambientali a livello continentale e internazionale”. Ciò che dom Cláudio ha cercato di fare fino agli ultimi giorni di vita terrena.

Con la morte del cardinale Hummes, il Collegio cardinalizio risulta costituito da 207 membri, di cui 116 elettori e 91 non elettori.
(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 04/07/2022)


Adolescenza tra (poche) speranze e (tanti) timori


Adolescenza tra (poche) speranze e (tanti) timori

Preoccupati e disillusi riguardo al futuro e consapevoli che il Covid ha in parte compromesso irreversibilmente la loro formazione scolastica

È questo lo spaccato che emerge dall’edizione 2022 dell’indagine nazionale sugli stili di vita degli adolescenti che vivono in Italia, realizzata annualmente dalla associazione no- profit Laboratorio Adolescenza e dall’Istituto di ricerca IARD su un campione nazionale rappresentativo di 5.600 studenti della fascia di età 13-19 anni.

Dopo l’anno del Covid – afferma Maurizio Tucci, presidente di Laboratorio Adolescenza – avevamo dato all’indagine di quest’anno il titolo “Adolescenza tra speranze e timori”, ma purtroppo, dati alla mano, i timori sembrano essere molto maggiori delle speranze. Passare dalla Dad alla guerra, senza soluzione di continuità, ha reso gli adolescenti, già duramente colpiti a livello psicologico dalla pandemia, ancora più fragili e timorosi. Un dato su tutti che descrive impietosamente la situazione: in un’età che dovrebbe essere tutta protesa verso il futuro, in cui a farla da padrone dovrebbero essere i sogni e le utopie, in cui si dovrebbe essere ottimisti quasi “per statuto”, il 52,7% degli adolescenti guarda al proprio futuro definendosi “incerto” o “preoccupato”. Gli “ottimisti” sono il 14%, percentuale che scende al 12,7% tra gli studenti delle scuole superiori e all’11,8% tra le ragazze. La considerazione più amara, sulla quale siamo chiamati tutti ad una profonda riflessione, è che il panorama che questi adolescenti vedono quando si affacciano alla finestra del loro futuro lo abbiamo costruito noi, pezzo per pezzo”.

La difficoltà a riprendere la socialità in balìa dei modelli “social”

Il 58% degli adolescenti (69,4% delle femmine) sostiene che nei due anni di pandemia ha mangiato in modo inappropriato (troppo, troppo poco, in modo sregolato…) e il 37% lamenta di essere aumentato di peso. Ma al di là di questo aspetto in qualche modo oggettivo, il 27% (35,4% delle femmine) “si vede” più grasso della media dei suoi amici. E, soprattutto, il 50,5% (60,7%) delle ragazze non è soddisfatto del proprio aspetto fisico in generale. Se è vero da sempre che in adolescenza non è facile convivere serenamente con un corpo in forte trasformazione, su questo aspetto si nota – confrontando i dati delle indagini Laboratorio Adolescenza-IARD degli anni passati (realizzati su campioni confrontabili) – un effetto derivante dal periodo Covid in cui le relazioni sociali si sono drasticamente ridotte, e l’attuale ritorno alla normalità. Nel 2020 (dati raccolti prima dello scoppio della pandemia) l’insoddisfazione riguardo al proprio aspetto fisico riguardava il 31% dei maschi (oggi è il 39%) e il 55,4% delle femmine (oggi è il 60,7%). Percentuali di “insoddisfatti” che nell’anno dei lockdown e della “socialità limitata” si erano ridotte (27% maschi e 50,1% femmine). Non è difficile evincere, da questi dati, quanto gran parte del problema derivi proprio dal confronto tra sé e gli altri. Cosa che, per altro, sono gli stessi adolescenti ad ammettere quando dicono (il 34% dei maschi e 53,7% delle ragazze) che nella valutazione del proprio aspetto fisico è importante il giudizio di amici e compagni. Ma, soprattutto, ad influenzare il rapporto con il proprio fisico, e quindi anche con il cibo, risulta importantissimo il ruolo di influencer, fashion blogger, moda, pubblicità. Vale per il 59,1% dei maschi e, addirittura, per il 77,6% delle ragazze. E il condizionamento aumenta con l’età passando dal 63,5% tra gli studenti delle scuole medie inferiori al 70,1% delle superiori. Un’evidenza che preoccupa ma non può sorprendere se consideriamo che il 76,1% afferma di aver trascorso su social molto più tempo rispetto agli anni passati. La “lista dei desideri” per piacersi di più è quasi infinita – ed anche qui troviamo insoddisfazioni estetiche significativamente aumentate rispetto al passato – ma in cima ai desideri delle ragazze c’è sempre l’essere più magra (67%) e a quelli dei ragazzi essere più alto (57,2%). Passando dalle scuole medie alle superiori i “vorrei”, salvo alcune spiegabili eccezioni, tendenzialmente aumentano.

Adolescenza sedentaria

L’insoddisfacente percezione del proprio aspetto fisico è certamente aggravata dalla sedentarietà diffusa, essendo ulteriormente peggiorato il feeling, già non esaltante, fra adolescenti italiani e attività sportiva. Confrontando i dati 2022 con quelli del 2020 (prima della pandemia), la percentuale di chi ha smesso di fare attività sportiva (che in passato aveva praticato) è passata dal 20,1% (2020) al 32,4% (2022), ma anche tra chi ancora pratica sport al di fuori della scuola la percentuale di chi pratica almeno due ore settimanali è scesa dal 62,4% (2020) al 49,5% (2022). E il dato che riguarda le ragazze, specie relativo al non praticare sport in modo assoluto, è ancora più allarmante. Risulta evidente che, dallo stop imposto dalla pandemia nel 2021, molti non hanno più ripreso a fare sport.

Scuola e Università

Per circa la metà degli adolescenti (48%) l’anno scolastico appena concluso è stato – dal punto di vista degli effetti della pandemia – più o meno come se lo aspettavano a settembre quando erano ritornati sui banchi. L’altra metà abbondante, invece, si è divisa tra chi ha riscontrato più criticità del previsto (27,5%) e chi meno (23,3%). La percentuale di chi ha riscontrato maggiori criticità aumenta all’aumentare dell’età e quindi della classe frequentata. Al di là del riscontro rispetto alle previsioni, dall’indagine sono emerse interessanti valutazioni degli studenti circa gli effetti negativi prodotti dagli anni-Covid sulla preparazione complessiva e sul rendimento scolastico. Riguardo alla preparazione, solo il 30% afferma che gli effetti prodotti sono stati pochi o addirittura nessuno, mentre per il 70% la formazione è stata penalizzata abbastanza o molto. La percentuale sale ancore e supera il 75% se ci riferisce solo agli studenti delle scuole superiori, senza differenze significative rispetto al tipo di scuola frequentata (licei, scuole tecniche o professionali). Mentre è netta la differenza tra le risposte dei maschi e quelle delle femmine: il 73,2% delle ragazze pensa che la preparazione complessiva ne abbia risentito contro il 64,4% dei maschi. Ma il dato che preoccupa di più, perché è anche indicatore di una prospettiva futura, riguarda l’idea che gli adolescenti hanno circa il proseguire gli studi dopo il conseguimento del diploma. Pensa di iscriversi all’Università il 63% degli studenti intervistati, ma pensa di non farlo il 33% (addirittura il 40% dei maschi). Certamente c’è un forte divario tra gli studenti dei licei e quelli degli istituti tecnici e professionali, ma comunque allarma la differenza di risposta rispetto al 2018, quando a progettare il percorso universitario era stato il 76,8% e ad escluderlo appena il 22,9%.

Il viaggio

Viaggiare interessa “molto” al 77,4% delle ragazze e al 57,7% dei ragazzi. Solo il 6% è poco o per nulla interessato a farlo. E tra i viaggiatori appena un quarto (25,8%) ha come obiettivo del viaggio il divertimento. La larga maggioranza desidera conoscere posti nuovi (46%), ma anche entrare in contatto con nuove persone e conoscere culture diverse (27,3%). Ma è importante osservare che per il 57,8% (65,5% delle femmine) rispetto agli anni passati il desiderio di viaggiare è molto aumentato e meno del 10% si fa ancora condizionare dal Covid (e forse dalla guerra in corso) e afferma di avere più timore rispetto al passato. Questa propensione al viaggio, superiore a quanto emerso negli anni precedenti, appare quasi una sorta di evasione, anche psicologica, da un contesto claustrofobico nel quale gli adolescenti hanno vissuto in questi anni.

Rapporti sociali e familiari

Il rapporto degli adolescenti con i genitori e con gli amici è e resta sostanzialmente buono. Una larga maggioranza considera la vita in famiglia piacevole o tranquilla, e i rapporti con gli amici ottimi o soddisfacenti. Ma, proprio per non trovarsi sempre impreparati quando le cose smettono di funzionare, è importante porre attenzione a qualche campanello di allarme. Seppure minoritaria, ma certamente non trascurabile, la percentuale di adolescenti che trova conflittuale o critica la vita in famiglia (26% delle ragazze, 16% dei ragazzi), o che trova insoddisfacenti o difficili i rapporti con gli amici (18,2% delle ragazze, 11,3% dei ragazzi) è, negli anni, in lento e costante aumento. Soprattutto, anche nell’ambito dei giudizi positivi si rileva un significativo travaso percentuale da chi definisce la vita familiare “piacevole” a chi la definisce “tranquilla”. Analogamente per quanto riguarda i rapporti con gli amici, si registra un aumento percentuale di chi definisce i rapporti “soddisfacenti” a scapito di chi li definisce “ottimi”.

Covid & Guerra

Se gli adolescenti ancora faticano a ritrovare la serenità perduta a causa del Covid e solo poco più di un terzo del campione intervistato (35%) ritiene che si sta uscendo definitivamente dall’emergenza – mentre il 63,6% (70,8% delle femmine) teme future recrudescenze –, lo scoppio della guerra in Ucraina ha ulteriormente minato il loro senso di fiducia verso il futuro. La preoccupazione degli adolescenti risulta elevatissima (percentuali che oscillano tra l’80 e il 90%) per la maggior parte delle possibili conseguenze dirette e indirette che possono derivare dal conflitto. Gli aspetti umanitari (sofferenza del popolo ucraino e coinvolgimento dei civili nella guerra) sono – insieme al timore di ripercussioni economiche che potremmo avere dalla guerra – gli ambiti verso i quali la preoccupazione è maggiore. Ma oltre il 75% è anche preoccupato per il possibile scoppio di una terza guerra mondiale o per un eventuale coinvolgimento diretto dell’Italia nel conflitto. Interessante osservare – ma si lega al coinvolgimento emotivo verso la sofferenza del popolo ucraino – che la maggioranza assoluta non considera preoccupante anche un eventuale numerosissimo arrivo di profughi dalle zone di guerra. Il livello di preoccupazione risente inoltre dell’età (aumenta all’aumentare dell’età) e, soprattutto, del genere. Le ragazze sono mediamente più preoccupate dei maschi (unica eccezione il prevedibile flusso di profughi in Italia), e anche tra chi si dice “preoccupata/o” il grado di preoccupazione è maggiore nelle ragazze.

c.s. Mediatyche srl
(fonte: Rtv SANMARINO 30/06/2022)