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lunedì 4 ottobre 2021

«Chiediamo la grazia della piccolezza: essere bambini che si fidano del Padre, certi che Lui non manca di prendersi cura di noi.» Papa Francesco Angelus 03/10/2021 (testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 3 ottobre 2021


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel Vangelo della Liturgia di oggi vediamo una reazione di Gesù piuttosto insolita: si indigna. E quello che più sorprende è che la sua indignazione non è causata dai farisei che lo mettono alla prova con domande sulla liceità del divorzio, ma dai suoi discepoli che, per proteggerlo dalla ressa della gente, rimproverano alcuni bambini che vengono portati da Gesù. In altre parole, il Signore non si sdegna con chi discute con Lui, ma con chi, per sollevarlo dalla fatica, allontana da Lui i bambini. Perché? È una bella domanda: perché il Signore fa questo?

Ci ricordiamo – era il Vangelo di due domeniche fa – che Gesù, compiendo il gesto di abbracciare un bambino, si era identificato con i piccoli: aveva insegnato che proprio i piccoli, cioè coloro che dipendono dagli altri, che hanno bisogno e non possono restituire, vanno serviti per primi (cfr Mc 9,35-37). Chi cerca Dio lo trova lì, nei piccoli, nei bisognosi: bisognosi non solo di beni, ma di cura e di conforto, come i malati, gli umiliati, i prigionieri, gli immigrati, i carcerati. Lì c’è Lui: nei piccoli. Ecco perché Gesù si indigna: ogni affronto fatto a un piccolo, a un povero, a un bambino, a un indifeso, è fatto a Lui.

Oggi il Signore riprende questo insegnamento e lo completa. Infatti aggiunge: «Chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso» (Mc 10,15). Ecco la novità: il discepolo non deve solo servire i piccoli, ma riconoscersi lui stesso piccolo. E ognuno di noi, si riconosce piccolo davanti a Dio? Pensiamoci, ci aiuterà. Sapersi piccoli, sapersi bisognosi di salvezza, è indispensabile per accogliere il Signore. È il primo passo per aprirci a Lui. Spesso, però, ce ne dimentichiamo. Nella prosperità, nel benessere, abbiamo l’illusione di essere autosufficienti, di bastare a noi stessi, di non aver bisogno di Dio. Fratelli e sorelle, questo è un inganno, perché ognuno di noi è un essere bisognoso, un piccolo. Dobbiamo cercare la nostra propria piccolezza e riconoscerla. E lì troveremo Gesù.

Nella vita riconoscersi piccoli è un punto di partenza per diventare grandi. Se ci pensiamo, cresciamo non tanto in base ai successi e alle cose che abbiamo, ma soprattutto nei momenti di lotta e di fragilità. Lì, nel bisogno, maturiamo; lì apriamo il cuore a Dio, agli altri, al senso della vita. Apriamo gli occhi agli altri. Apriamo gli occhi, quando siamo piccoli, al vero senso della vita. Quando ci sentiamo piccoli di fronte a un problema, piccoli di fronte a una croce, a una malattia, quando proviamo fatica e solitudine, non scoraggiamoci. Sta cadendo la maschera della superficialità e sta riemergendo la nostra radicale fragilità: è la nostra base comune, il nostro tesoro, perché con Dio le fragilità non sono ostacoli, ma opportunità. Una bella preghiera sarebbe questa: “Signore, guarda le mie fragilità…” ed elencarle davanti a Lui. Questo è un buon atteggiamento davanti a Dio.

Infatti, proprio nella fragilità scopriamo quanto Dio si prende cura di noi. Il Vangelo oggi dice che Gesù è tenerissimo con i piccoli: «prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro» (v. 16). Le contrarietà, le situazioni che rivelano la nostra fragilità sono occasioni privilegiate per fare esperienza del suo amore. Lo sa bene chi prega con perseveranza: nei momenti bui o di solitudine, la tenerezza di Dio verso di noi si fa – per così dire – ancora più presente. Quando noi siamo piccoli, la tenerezza di Dio la sentiamo di più. Questa tenerezza ci dà pace, questa tenerezza ci fa crescere, perché Dio si avvicina col suo modo, che è vicinanza, compassione e tenerezza. E quando noi ci sentiamo poca cosa, cioè piccoli, per qualsiasi motivo, il Signore si avvicina di più, lo sentiamo più vicino. Ci dà pace, ci fa crescere. Nella preghiera il Signore ci stringe a sé, come un papà col suo bambino. Così diventiamo grandi: non nell’illusoria pretesa della nostra autosufficienza – questo non fa grande nessuno – ma nella fortezza di riporre nel Padre ogni speranza. Proprio come fanno i piccoli, fanno così.

Chiediamo oggi alla Vergine Maria una grazia grande, quella della piccolezza: essere bambini che si fidano del Padre, certi che Lui non manca di prendersi cura di noi.

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Dopo l'Angelus


Cari fratelli e sorelle,

mi ha molto addolorato quanto è avvenuto nei giorni scorsi nel carcere di Guayaquil, in Ecuador. Una terribile esplosione di violenza tra detenuti appartenenti a bande rivali ha provocato più di cento morti e numerosi feriti. Prego per loro e per le loro famiglie. Dio ci aiuti a sanare le piaghe del crimine che schiavizza i più poveri. E aiuti quanti lavorano ogni giorno per rendere più umana la vita nelle carceri.

Desidero nuovamente implorare da Dio il dono della pace per l’amata terra del Myanmar: perché le mani di quanti la abitano non debbano più asciugare lacrime di dolore e di morte, ma possano stringersi per superare le difficoltà e lavorare insieme per l’avvento della pace.

Oggi, a Catanzaro, vengono beatificate Maria Antonia Samà e Gaetana Tolomeo, due donne costrette all’immobilità fisica per tutta la loro esistenza. Sostenute dalla grazia divina, abbracciarono la croce della loro infermità, trasformando il dolore in una lode al Signore. Il loro letto divenne punto di riferimento spirituale e luogo di preghiera e di crescita cristiana per tanta gente che vi trovava conforto e speranza. Un applauso alle nuove Beate!

In questa prima domenica di ottobre, il pensiero va ai fedeli radunati presso il Santuario di Pompei per la recita della Supplica alla Vergine Maria. In questo mese rinnoviamo insieme l’impegno a pregare il santo Rosario.

Rivolgo il mio saluto a voi, cari romani e pellegrini! In particolare, i fedeli di Wépion, diocesi di Namur, in Belgio; i giovani di Uzzano, in diocesi di Pescia; e i ragazzi con disabilità venuti da Modena, accompagnati dalle Piccole Sorelle di Gesù Lavoratore e dai volontari. A questo proposito, oggi in Italia ricorre la Giornata per l’abbattimento delle barriere architettoniche: ognuno può dare una mano per una società dove nessuno si senta escluso. Grazie per il vostro lavoro.

A tutti auguro una buona domenica. Anche ai ragazzi dell’Immacolata! E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

Guarda il video


domenica 3 ottobre 2021

3 ottobre / Giornata della memoria e dell’accoglienza - Se Italia e Europa finanziano gli aguzzini (di Nello Scavo) - Non c’è futuro senza memoria (di Marta Bernardini)

3 ottobre / Giornata della memoria e dell’accoglienza

Se Italia e Europa finanziano gli aguzzini

Dietro ad ogni morte e ad ogni salvataggio in mare c’è un sistema politico-criminale ben conosciuto che usa le persone migranti come un’arma negoziale con cui ricattare l’Europa. Un sistema legato direttamente al potere di Tripoli e ai suoi finanziatori internazionali che non può prosperare senza il consenso e spesso la complicità di chi oggi afferma di voler porre fine al traffico di migranti


Guardia costiera libica (Credit: Getty)

Li hai mai contati trecentosessanta secondi? E poi altri trecentosessanta? E adesso prova a pensare alle migliaia di vite umane appese a quel numero. La probabilità che un uomo caduto in mare possa essere avvistato a distanza d’orizzonte – non più di 6 miglia nautiche, 9 chilometri – da una natante di passaggio, è infatti di 1 ogni 6 minuti.

Ѐ una delle prime cose che ti insegnano sulle navi di salvataggio dei migranti. Ed è il modo migliore per spiegarti che quando stai a bordo devi tenere lo sguardo sempre rivolto all’esterno. Perché una probabilità ogni sei minuti è troppo poco per salvare qualcuno. Da quel momento, da quando scopri che la corsa delle lancette segna il tempo tra la vita e la morte, c’è una domanda che non ti abbandonerà più: lì fuori non c’è nessuno che chiede aiuto, oppure non lo abbiamo visto?

Eppure non è di questo che si discute nei consessi internazionali. Le vite a perdere non valgono un barile del petrolio che le potenze regionali e le assetate economie avanzate si contendono.

Com’è possibile movimentare ogni giorno migliaia di persone, percorrere impossibili rotte desertiche, attraversare confini polverosi, raccogliere e trasferire denaro, fornire carburante alle centinaia di mezzi di trasporto, ottenere i lasciapassare, governare i centri di raccolta e poi gestire la flotta per il viaggio via mare – per molti l’ultima tappa in ogni senso – e tutto questo senza dare nell’occhio?

Alle volte li restituisce il mare. Altre vengono scoperti per caso in una buca. Altre ancora giacciono, semisepolti dalla sabbia, spolpati dalle iene. Un migrante ha un solo modo per vivere, e molti per morire. Se sopravvivi al Sahara, se scampi ai lager in Libia, se alle spalle ti sei lasciato il Mediterraneo, solo allora è fatta.

«Mi chiamo Badewbo, e non mi voglio lamentare. Ci sono dei miei amici che qui, in salvo, non ci sono mai arrivati. Quindi, alla fine, si può dire che sono stato fortunato». Testimonianze così non hanno niente di inedito per chi ogni giorno ascolta le voci dei superstiti. «Certo che giocare sarebbe stato più facile. Ma noi – ha raccontato Badewbo agli operatori di Save the Children una volta sbarcato in Sicilia – eravamo poveri e quando si è presentata l’occasione di farmi andare in Libia, i miei genitori hanno stretto gli occhi per non far uscire le lacrime». E gli hanno detto, «va bene».

Le colonne di migranti che risalgono il deserto non sanno nulla delle mutevoli tempeste di sabbia nei fortini della politica. I fuoristrada dell’Oim, l‘Organizzazione mondiale delle migrazioni Onu, in Niger hanno fatto in tempo, poche settimane fa, a dare da bere a una dozzina di subsahariani che da otto giorni non mangiavano e nelle taniche non avevano più neanche un goccio d’acqua. I passeur li avevano abbandonati nella terra di nessuno al limitare tra Libia, Tunisia e Niger.

«Una filiera del genere non può passare inosservata. E non può prosperare senza il consenso e spesso la complicità di chi oggi afferma di voler porre fine al traffico di migranti». L’investigatore Onu che parla sotto anonimato si fa precedere da un rapporto di 299 pagine inviato al Consiglio di sicurezza nelle scorse settimane. Un dossier che le cancellerie conoscono, a cominciare dall’Italia che quest’anno è membro non permanente proprio del consiglio di sicurezza.

Nel faldone ci sono nomi che scottano. Come quello di Fathi al-Far, comandante della brigata al-Nasr. L’ex colonnello dell’esercito di Gheddafi, «ha aperto un centro di detenzione a Zawiyah», sulla costa occidentale a metà strada tra Tripoli e Zuara. Il gruppo di investigatori «ha ricevuto informazioni secondo cui il centro di detenzione è usato per “vendere” i migranti ai contrabbandieri».

Nella primavera del 2020 da Messina arriva un’altra conferma. E non ha precedenti giudiziari dello stesso tenore. Due nordafricani e un subsahariano accusati di essere dei feroci torturatori nel campo di prigionia ufficiale di Zawyah sono stati condannati a 20 anni di carcere ciascuno. La lettura delle motivazioni della sentenza di primo grado suonano come un atto d’accusa alle autorità di Tripoli e ai paesi che le sostengono.

«L’agire dei carcerieri – hanno provato a spiegare i loro avvocati – non sarebbe riconducibile a logiche criminali, bensì rientrerebbe nella “politica” di gestione dei migranti praticata dal governo libico attraverso l’istituzione di “centri di detenzione” per i clandestini». E il «pagamento di somme di denaro non rappresenterebbe un riscatto, ma una sorta di “cauzione”». Tesi che il giudice ha respinto.

Il campo di prigionia di Zawyah è uno dei centri sotto il controllo diretto del governo, che lo ha affidato alla milizia al-Nasr, una banda armata comandata dai fratelli Kachlaf che avevano posto a capo della guardia costiera e del porto petrolifero il comandante Bija, arrestato a inizio ottobre 2020 e prosciolto sei mesi dopo, perciò promosso al gradi di maggiore della marina. Il “direttore” del centro è Ossama, cugino di Bija, mentre i Kachlaf controllano personalmente a Zawyah, sempre su concessione del governo, la più grande raffineria in attività di tutta la Libia.

Intanto le Nazioni Unite, la Commissione europea, il Dipartimento di Stato Usa e il governo britannico hanno confermato le sanzioni nei confronti del discusso guardacoste, indicato dai migranti ascoltati numerose volte dalla squadra mobile di Agrigento come “il capo dei capi” nei campi di prigionia annessi a strutture petrolifere e a pochi passi dal porto petrolifero di Zawyah, di cui Bija resta il supervisore.

Per i giudici non ci sono dubbi. Il sistema politico-criminale di Zawyah è una macchina fatta di ingranaggi mafiosi legata direttamente al potere ufficiale di Tripoli e ai suoi finanziatori internazionali. I migranti sono l’asset politico più importante.

Un’arma negoziale con cui ricattare l’Europa e tenere a bada le milizie avversarie, secondo modalità «volte alla individuazione e alla cattura, per il tramite di soggetti complici, spesso appartenenti alle milizie locali corrotte, di individui – si legge nella sentenza – provenienti da diverse regioni del continente africano che, versando in situazioni di assoluta miseria, confluiscono in Libia nella speranza di raggiungere via mare il continente europeo».

L’equazione in Libia non cambia. Per ogni migrante messo in mare per raggiungere l’Europa, un altro viene intercettato. Ѐ così che si giustifica il mantenimento della cosiddetta guardia costiera libica da parte di Italia e Ue, ed è così che i trafficanti riescono a proseguire nei loro affari continuando a fare pressione sull’Europa affinché continui a foraggiare le milizie attraverso il sostegno alle polizie marittime.

Indagare, però, non è conveniente. E resta fino ad ora inascoltato l’appello del procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio. «Fare comprendere agli Stati del Mediterraneo, e agli Stati europei che operano nel Mediterraneo – insiste Patronaggio – l’estrema gravità del fenomeno e indurli ad una fattiva cooperazione giudiziaria internazionale è di fondamentale importanza per contenere l’immigrazione irregolare ed arginare le inaudite violenze e le tragiche violazioni dei più elementari diritti umani, cui sono vittime gli stessi immigrati e fra essi quelli più deboli come donne e bambini».


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Non c’è futuro senza memoria

A Lampedusa tutto l’anno per ricordare le persone morte ma anche per continuare ad occuparsi dei vivi. Per denunciare la barbarie di politiche disumanizzanti, per chiedere l’istituzione di corridoi umanitari e responsabilità realmente condivise in Europa per l’accoglienza. Perché, scrive la coordinatrice di Mediterranean Hope, il tempo è ora


Ricordare le vittime del 3 ottobre 2013 significa ricordare le 40mila persone che sono morte nel Mediterraneo negli ultimi dieci anni, i morti come quelli del 30 settembre 2013 a Sampieri, un’altra costa siciliana, e tutti i corpi ancora dispersi in mare. Dispersi che non verranno probabilmente mai recuperati, assenti ma presenti per i familiari che non possono piangerli. Tutto questo con l’amara certezza che altre persone continuano a morire.

Per cercare di restituire dignità e memoria, scegliamo di rivolgere il nostro impegno simbolico e politico ricordando, dando un nome e un volto dove possibile, perché le voci non siano più sempre solo le nostre.

Siamo e saremo a Lampedusa per denunciare quanto accade: chiediamo che non ci siano altri morti alle frontiere, altre persone costrette a subire violenze, torture, a dover fuggire dal loro paese, dall’Afghanistan alla Tunisia, fino alla Libia, ovunque siano. Crediamo nell’autodeterminazione delle persone e dei popoli, e che l’Europa si debba fare carico del diritto di ognuno ed ognuna a cercare una vita migliore, dignitosa, con sogni e desideri.

Servono corridoi umanitari, vie di accesso legali, serve che l’Europa condivida la responsabilità dell’accoglienza. E nel frattempo occorre che chi salva vite in mare lo possa fare nel migliore dei modi.

12.681 sono le persone arrivate dal 1 maggio al 31 luglio su questo piccolo lembo di Sicilia. Nel mese di agosto sono arrivate a Lampedusa 5.579 persone. Di queste, 3.773 sono partite dalle coste tunisine mentre 1.804 dalla Libia. Moltissime quelle respinte dalla cosiddetta guardia costiera libica e riportate in carceri infernali. Persone a cui vanno garantiti diritti, dignità, una possibilità di futuro.

Saremo a Lampedusa dunque – non solo in questi giorni ma tutti i giorni dell’anno – per ricordare le persone morte ma anche per continuare ad occuparci dei vivi. Donne, uomini, bambini e bambine che arrivano al molo, dopo giorni di navigazione in mare aperto. Ci guardano, spesso sembrano “morti viventi”, non ancora morti ma neanche pienamente vivi, de-umanizzati, camminano a stento.

Altre volte, con i loro sguardi, corpi dritti, affermano la loro determinazione, la resistenza alla violenza della frontiera, combattenti felici di avercela fatta. Sono sopravvissuti e sopravvissute, spesso all’orrore dei lager libici, altre volte allo sfruttamento delle risorse, altre ancora a crisi climatiche, politiche e democratiche di cui sappiamo sempre troppo poco.

Tutte queste riflessioni rientrano nel nostro impegno ecumenico, come chiese, ad essere dalla parte di chi è reso ultimo, a non voltare lo sguardo altrove, a dire che non sapevamo.

Alla commemorazione ecumenica in programma domenica 3 ottobre a Lampedusa interverranno, tra altre voci, il pastore Luca Maria Negro, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia e monsignor Alessandro Damiano, arcivescovo di Agrigento, a partire da un passo biblico: Deuteronomio 4, 9-14.

Il filo rosso di questo brano è la memoria, un tema biblico fondamentale: nella Bibbia la memoria fa diventare coloro che ricordano dei contemporanei di coloro che vissero gli avvenimenti ricordati. Annulla cioè in qualche modo la distanza e si struttura non solo una solidarietà ma anche una immedesimazione nell’altro, nell’altra.

Il riferimento al mantenere viva la memoria indica inoltre un aspetto educativo e di testimonianza, la volontà di raccontare, di lasciare un segno per chi verrà dopo di noi. Diceva giustamente Greta Thunberg in questi giorni che «è ora di dire basta al bla bla bla» per le politiche sul clima, così strettamente connesse anche ai flussi migratori. Siamo d’accordo, il tempo è ora, per coltivare memoria e costruire così anche un futuro più umano.

(fonte: Nigrizia, articolo di Marta Bernardini - coordinatrice di Mediterranean Hope, programma rifugiati e migranti della Federazione delle chiese evangeliche in Italia - 2 Ottobre 2021)

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Vedi anche il post precedente



3 OTTOBRE GIORNATA DELLA MEMORIA E DELL'ACCOGLIENZA - Pax Christi e Mosaico di pace: "Con Mimmo Lucano"

3 OTTOBRE GIORNATA DELLA MEMORIA E DELL'ACCOGLIENZA

Con Mimmo Lucano


“Sono morto dentro”: così Mimmo Lucano, già sindaco di Riace, ha commentato la sentenza di condanna. Pax Christi Italia e Mosaico di pace esprimono vicinanza, umana e cristiana, a Domenico Lucano.

“Ho pianto”, commenta p. Alex Zanotelli, direttore responsabile della nostra rivista: “Come è possibile che, in una Calabria dove la ‘Ndrangheta – la più potente organizzazione mafiosa al mondo! – è padrona, si condanni un uomo che ha fatto del bene a Riace, ai migranti e agli stessi suoi abitanti?”. Il nostro auspicio è che questa sentenza possa mutare nei gradi successivi di giudizio e che non sia nel contempo anche condanna indiscriminata di tutto il lavoro di accoglienza e di integrazione messo in campo dalla Chiesa e dalla società civile.

Non possiamo tacere di fronte alle contraddizioni della nostra politica: da una parte stiamo operando nel quadro di rapporti internazionali basati su scambi ingiusti, che disgregano, corrompono e generano conflitti, impoverimento ed esodi di popolo e stiamo partecipando a un costante e crescente riarmo che vede l’Italia sempre più impegnata a vendere armi anche a Paesi del Sud del mondo; dall’altra, condanniamo un uomo e con lui un progetto di accoglienza di persone, di bambini, di donne e di uomini affamati dalle stesse armi. O forse preferiamo alimentare un’economia di sfruttamento che prolifera nelle nostre campagne a dispetto di ogni diritto? Ci corazziamo con decreti chiamati di “sicurezza”, umiliando la dignità umana e seminando di trappole procedurali il percorso della solidarietà e fraternità attiva, che viene prima di tutto dalla legge morale che precede ogni altra legge.

La magistratura ha reso pubblica la condanna di Lucano proprio alla vigilia di due grandi commemorazioni: la Giornata internazionale della nonviolenza (2 ottobre) e la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione (3 ottobre). Quale contraddizione! Come giustificheremmo questa condanna ai 368 migranti morti otto anni fa al largo di Lampedusa? Quale Europa, quale Italia, quale umanità vogliamo? Quale giustizia?

Con tanti interrogativi aperti e il cuore affranto, crediamo che sia tempo di politiche nuove, di economie disarmate, di nonviolenza. Perché la frontiera, per dirla con le parole di Alessandro Leogrande, “è una linea fatta di infiniti punti, infiniti nodi, infiniti attraversamenti. Ogni punto una storia, ogni nodo un pugno di esistenze, Ogni attraversamento una crepa che si apre”. E l’Europa di Ventotene, l’Italia dei padri costituenti, sono ponti. Non archi di guerra. Non muri né mare in cui morire. Ma porti aperti e braccia pronte ad accogliere.
(fonte: Pax Christi e Mosaico di pace 01/10/2021)

Vedi anche il post precedente:



Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXVII Domenica T.O. - B


Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli

  XXVII Domenica T.O. - B
3 ottobre 2021

Colui che presiede

Fratelli e sorelle, chiamati dal Signore a camminare dietro di Lui sui sentieri dell’amore gratuito e compassionevole, e consapevoli delle nostre resistenze e dei nostri limiti, innalziamo a Lui con fiducia le nostre suppliche e preghiere, ed insieme diciamo:

R/ Ascolta, Signore ed abbi pietà



Lettore
  • - Ricordati, o Signore Gesù, della Chiesa, tua sposa. Essa è fatta di popoli, di uomini e di donne, di anziani e di bambini, di deboli e di forti: rendila docile alla tua Parola, perché possa presentarsi al mondo come sacramento del tuo Amore gratuito e fedele che sa rendere più umane e dialogiche le relazioni tra l’uomo e la donna. Preghiamo.
  • - Ti affidiamo, o Signore Gesù, la nostra Chiesa locale e il nostro vescovo Giovanni e il suo ausiliare Cesare: guidali e sostienili nel loro ministero. Ti affidiamo le comunità parrocchiali, i vari gruppi e movimenti, le comunità religiose, maschili e femminili: con la presenza viva del tuo Santo Spirito fa’ che siano luoghi di vera relazione tra fratelli e sorelle in umanità e nella fede, e sia possibile crescere nella fiducia reciproca e nel dialogo sincero. Preghiamo.
  • - Ti affidiamo ancora, o Signore Gesù, le nostre famiglie: fa’ che pongano al centro della loro vita la Tua Presenza efficace che è Unità e Comunione e che dona a tutti la capacità di vivere la comunione famigliare nel rispetto della sana diversità delle persone, nell’ascolto, nel dialogo e nel perdono reciproci. Preghiamo.
  • - Benedici, illumina e guida, o Signore Gesù, il servizio dei presbiteri e delle coppie di sposi impegnati ad accompagnare con sapienza, discernimento e misericordia le famiglie che sono in crisi e quelle che hanno sperimentato il fallimento del loro matrimonio. Preghiamo.
  • - Dona, o Signore Gesù, la tua pace al mondo intero e soprattutto a quei popoli provati dalla fame, dalla guerra, dalla tortura e dalla discriminazione e sottomissione della donna. Liberaci da una politica rancorosa e di disumana bestialità; liberaci da tutte le forme di maschilismo, di arroganza e di autoritarismo. Preghiamo.
  • - Ti ricordiamo, o Signore Gesù, i nostri parenti e amici defunti e le vittime del coronavirus [pausa di silenzio]; ti ricordiamo ancora le vittime sul lavoro, le vittime del femminicidio e dell’omofobia. Concedi a tutti di contemplare il tuo Volto di Sposo fedele e compassionevole. Preghiamo.
Colui che presiede

Accogli, Signore Gesù, la nostra preghiera: dona alle nostre comunità e alle nostre famiglie la capacità di ricominciare e di rinnovarsi sempre nell’amore e nella fiducia reciproca. Te lo chiediamo perché tu sei lo Sposo fedele della tua Chiesa e dell’Umanità, che vivi con il Padre e lo Spirito Santo nei secoli dei secoli.

R/ AMEN.


 

"Un cuore che ascolta lev shomea" - n. 48/2020-2021 anno B

 "Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino


XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO B

Vangelo:



La pericope, alla luce della Parola di Gesù, ci presenta l'atteggiamento che deve assumere la comunità dei credenti sul matrimonio . E' il sogno che il Padre ha sull'umanità «fin dal principio», che cioè ogni uomo è capace di amare con la medesima fedeltà con cui Dio lo ama. La Parola pronunciata da Gesù dà al matrimonio una dignità divina che né giudaismo, tanto meno il paganesimo, avevano. Gesù contro ogni consuetudine umana, non considera affatto la liceità del divorzio richiamando coloro che lo ascoltano al senso autentico e fedele del comandamento di Dio. Il progetto di Dio sull'umanità è l'unità, nell'amore, unità che sta a fondamento di tutta la creazione, così mirabilmente espressa nel matrimonio, che è fin dal principio simbolo del rapporto di amore fra Dio e il suo popolo. E' proprio sull'amore e sulle sue esigenze che si gioca il nostro essere cristiani, e le sue condizioni non sono quelle del possesso del partner, ma della totale condivisione della vita, la piena consegna di sé nelle mani dell'altro/a, per potere accogliere con semplicità e in totale abbandono, come fanno i bambini, il dono della vita. Solo a chi si fa come loro - senza diritti, senza sicurezze, senza pretese, senza possedere niente - appartiene il Regno di Dio.



sabato 2 ottobre 2021

"THE ECONOMY OF FRANCESCO" Ai giovani economisti e imprenditori: "Voi siete forse l’ultima generazione che ci può salvare ... fate emergere le vostre idee, i vostri sogni ... Voi non siete il futuro, voi siete il presente. ... Il mondo ha bisogno del vostro coraggio, ora." (videomessaggio e tweet)

Sono quaranta le città del mondo che questo pomeriggio erano collegate con Assisi per l’incontro di quest’anno di “The Economy of Francesco”, l’iniziativa voluta dal Papa che ha riunito giovani economisti, imprenditori e “changemakers” del mondo uniti nell’impegno comune di ripensare in modo concreto un nuovo tipo di economia. 
A conclusione dei lavori il videomessaggio di Papa Francesco di cui di seguito riportiamo anche il testo integrale.

Nella pagina Twitter ufficiale è stato pubblicato anche un tweet.



VIDEOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE 
IN OCCASIONE DEL SECONDO EVENTO MONDIALE:

"THE ECONOMY OF FRANCESCO"

[Assisi, 2 ottobre 2021]

Cari giovani,

vi saluto con affetto, lieto di incontrarvi – seppur virtualmente – in questo vostro secondo evento. In questi mesi mi sono arrivate molte notizie delle esperienze e delle iniziative che avete costruito insieme e vorrei ringraziarvi per l’entusiasmo con cui portate avanti questa missione di dare una nuova anima all’economia.

La pandemia del Covid-19 non solamente ci ha rivelato le profonde disuguaglianze che infettano le nostre società: le ha anche amplificate. Dall’apparizione di un virus proveniente dal mondo animale, le nostre comunità hanno sofferto il grande aumento della disoccupazione, della povertà, delle disuguaglianze, della fame e dell’esclusione dall’assistenza sanitaria necessaria. Non ci dimentichiamo che alcuni pochi hanno approfittato della pandemia per arricchirsi e chiudersi nella propria realtà. Tutte queste sofferenze ricadono in maniera sproporzionata sui nostri fratelli e sorelle più poveri.

In questi due anni, ormai, ci siamo confrontati con tutti i nostri fallimenti nella cura della casa e della famiglia comune. Spesso ci dimentichiamo dell’importanza della cooperazione umana e della solidarietà globale; spesso ci dimentichiamo anche dell’esistenza di una relazione di reciprocità responsabile tra noi e la natura. La Terra ci precede e ci è stata data, e questo è un elemento-chiave nella nostra relazione con i beni della Terra e quindi premessa fondamentale per i nostri sistemi economici. Noi siamo amministratori dei beni, non padroni. Nonostante questo, l’economia malata che uccide nasce dalla supposizione che siamo proprietari del creato, capaci di sfruttarlo per i nostri interessi e la nostra crescita. La pandemia ci ha ricordato questo profondo legame di reciprocità; ci ricorda che siamo stati chiamati a custodire i beni che il creato regala a tutti; ci ricorda il nostro dovere di lavorare e distribuire questi beni in modo che nessuno venga escluso. Finalmente ci ricorda anche che, immersi in un mare comune, dobbiamo accogliere l’esigenza di una nuova fraternità. Questo è un tempo favorevole per sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo.

La qualità dello sviluppo dei popoli e della Terra dipende soprattutto dai beni comuni. Per questo dobbiamo cercare nuove vie per rigenerare l’economia nell’epoca post-Covid-19 in modo che questa sia più giusta, sostenibile e solidale, cioè più comune. Abbiamo bisogno di processi più circolari, di produrre e non sprecare le risorse della nostra Terra, modi più equi per vendere e distribuire i beni e comportamenti più responsabili quando consumiamo. C’è anche bisogno di un nuovo paradigma integrale, capace di formare le nuove generazioni di economisti e di imprenditori, nel rispetto della nostra interconnessione con la Terra. Voi, nell’“Economia di Francesco” come in tanti altri gruppi di giovani, state lavorando con lo stesso proposito. Voi potete offrire questo nuovo sguardo e questo esempio di una nuova economia.

Oggi la nostra madre Terra geme e ci avverte che ci stiamo avvicinando a soglie pericolose. Voi siete forse l’ultima generazione che ci può salvare, non esagero. Alla luce di questa emergenza, la vostra creatività e la vostra resilienza implicano una grande responsabilità. Spero che possiate usare quei vostri doni per sistemare gli errori del passato e dirigerci verso una nuova economia più solidale, sostenibile ed inclusiva.

Questa missione dell’economia, però, comprende la rigenerazione di tutti i nostri sistemi sociali: istillando i valori della fraternità, della solidarietà, della cura della nostra Terra e dei beni comuni in tutte le nostre strutture potremo affrontare le sfide più grandi del nostro tempo, dalla fame e malnutrizione alla distribuzione equa dei vaccini anti-Covid-19. Dobbiamo lavorare insieme e sognare in grande. Con lo sguardo fisso su Gesù, troveremo l’ispirazione per ideare un nuovo mondo e il coraggio di camminare insieme verso un futuro migliore.

A voi, giovani, rinnovo il compito di rimettere la fraternità al centro dell’economia. Mai come in questo tempo sentiamo la necessità di giovani che sappiano, con lo studio e con la pratica, dimostrare che una economia diversa esiste. Non scoraggiatevi: lasciatevi guidare dall’amore del Vangelo, che è la molla di ogni cambiamento e ci esorta a entrare dentro le ferite della storia e risorgere. Lasciatevi lanciare con creatività nella costruzione di tempi nuovi, sensibili alla voce dei poveri e impegnatevi a includerli nella costruzione del nostro futuro comune. Il nostro tempo, per l’importanza e l’urgenza che ha l’economia, ha bisogno di una nuova generazione di economisti che vivano il Vangelo dentro le aziende, le scuole, le fabbriche, le banche, dentro i mercati. Seguite la testimonianza di quei nuovi mercanti che Gesù non scaccia dal tempio, perché siete suoi amici e alleati del suo Regno.

Cari giovani, fate emergere le vostre idee, i vostri sogni e attraverso di essi portate al mondo, alla Chiesa e ad altri giovani la profezia e la bellezza di cui siete capaci. Voi non siete il futuro, voi siete il presente. Un altro presente. Il mondo ha bisogno del vostro coraggio, ora. Grazie!


INGENUO BELLISSIMO SOGNO - Non c'è nessuno che basti a se stesso. Niente fra le cose, neanche il paradiso ci basta. La lieta notizia è che l’amore è possibile, che può durare oltre, che è capace di un sogno che non svanirà all’alba. - XXVII Domenica T. O. / B - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Ronchi

INGENUO BELLISSIMO SOGNO
 

Non c'è nessuno che basti a se stesso. 
Niente fra le cose, neanche il paradiso ci basta. 
La lieta notizia è che l’amore è possibile, che può durare oltre, 
che è capace di un sogno che non svanirà all’alba. 
 

I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire
In quel tempo, alcuni farisei (...) per metterlo alla prova domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall'inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto» (...). Marco 10, 2-16


per i social

INGENUO BELLISSIMO SOGNO

Non c'è nessuno che basti a se stesso. Niente fra le cose, neanche il paradiso ci basta. La lieta notizia è che l’amore è possibile, che può durare oltre, che è capace di un sogno che non svanirà all’alba.

Una domanda trabocchetto: è lecito o no a un marito ripudiare la moglie?

Chiaro che sì, è pacifico, la tradizione religiosa e la stessa Parola di Dio lo legittimavano.

I farisei conoscono bene la legge di Mosè; sanno però che esiste un conflitto tra norma e vita e molto dolore tra le donne ripudiate, e mettono Gesù in questa strettoia tra il sabato e l’uomo: starà con la legge o con la persona?

Simone Weil lo dice in modo luminoso: «Mettere la legge prima della persona è l'essenza della bestemmia». E la Bibbia vuole cuore e intelligenza.

Dio allora ci porta con sé dentro il sogno primordiale, a guardare la vita con gli occhi della creazione sua. Egli non legifera, crea.

Il male originale, anteriore a qualsiasi altro peccato, è la solitudine, e a Lui interessa che nessuno sia soffocato dalle sue spire. Non c'è nessuno che basti a se stesso, nessuno che possa essere felice da solo. Niente fra le cose, neanche il paradiso ci basta.

E allora «gli voglio fare un aiuto che gli sia simile». "Aiuto", parola dolcissima che trabocca da salmi e profezie, gridata nel pericolo, invocata nel pianto. Molto più di un anelito di speranza, essa indica una salvezza vicina. Eva è per Adamo la benedizione possibile, l’aiuto in cui si riconosce, salvezza “che gli cammina a fianco".

Quello di Dio è un sogno bellissimo e ingenuo: l'amore per sempre. All'inizio è detto che «I due saranno una carne sola». Ma alla fine, la parola ultima non dirà che i due diventano uno, dirà invece che «ognuno diventa due» (Berdiaeff). L'amore ti porterà a vivere due vite, ad assumere quella dell'altro come parte integrante della tua storia. Allora l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto, ecco l’imperativo: non contaminare il sogno di Dio!

Ma questo non avviene con un verdetto che ratifica la fine di un pat­to nuziale, ma accade a monte, è una lunga tela sottile che si forma lentamente con quei comportamenti duri che spengono l’amore: infedeltà, mancanza di rispetto, offesa alla dignità, essere l’uno sull’altro causa di morte quotidiana, anziché di vita.

La lieta notizia invece è che l’amore è possibile, che può durare oltre, che è capace di un sogno che non svanisce all’alba.

Peccato è tradire il respiro degli inizi, è appiattire un sogno, il sogno Suo.

Il Vangelo termina con l'abbraccio di Gesù sui bambini, con cui colma la sua solitudine e la loro fame d'amore. I bambini sono maestri della fiducia. Loro sì la sanno vivere in pieno come i gigli del campo e gli uccelli del cielo; non hanno maschere, sono spalancati sul mondo e si fidano della vita. Gesù con loro è piccola salvezza vicina e quotidiana, piccola benedizione solenne. I bambini sono cosa sacra. Credono nel sogno dell'amore, come Dio. E Gesù li benediceva, perché nei loro occhi Egli brilla ancora, brilla sempre. Non contaminato.

per Avvenire

Dall'origine il Signore congiunge le vite (...)



"L'uomo che parla alle querce" di Enzo Bianchi

"L'uomo che parla alle querce"
di Enzo Bianchi


La Repubblica - 27 settembre 2021

Sovente la tradizione ebraico-cristiana è accusata di un esagerato antropocentrismo, le cui vittime sono non solo gli animali ma in definitiva tutta la terra, sulla quale l’umanità ha agito e continua ad agire da padrona assoluta e orgogliosa, nella persuasione che la sua vocazione sia quella di dominare e soggiogare il mondo.

D’altronde, una certa lettura della Genesi, prologo della nostra civiltà occidentale, per secoli ha autorizzato l’uomo a dirsi culmine della creazione, re e signore, la cui missione sarebbe quella di dominare su tutte le altre creature. Soprattutto il cristianesimo del secondo millennio ha coltivato di conseguenza una fede acosmica e ha concepito la natura, i vegetali e gli animali, come il contesto della sua affermazione e lo scenario per l’esercizio del suo dominio. L’attenzione dunque si è focalizzata solo sull’uomo, perché ciò che conta è la sua vocazione, il suo destino e la sua salvezza.

Tommaso d’Aquino attesta: “Gli animali e le piante non hanno una vita razionale … conoscono solo impulsi … sono dunque radicalmente servi, servi secondo natura, fatti per l’uso da parte degli uomini”. Per Cartesio, gli animali sono “macchine”, ma sarà Schopenhauer per primo a denunciare che “per il cristianesimo è stato un errore fondamentale e assolutamente inspiegabile aver separato l’uomo dal mondo degli animali al quale appartiene, considerando gli animali soltanto come cose”.

Le ragioni di questo esito sono tante, dalla paura del panteismo alla volontà di demitizzare e desacralizzare ogni creatura, ma così sono state depotenziate le responsabilità e la custodia della terra, vera madre misconosciuta da parte dei terrestri.

In verità, la Bibbia contiene anche altri messaggi che non sono stati decodificati dai racconti mitici o dalla sapienza d’Israele. Proprio il messaggio biblico pone l’uomo, fin dall’inizio del mondo, in una comunità di creature, come co-creatura che condivide con gli animali la somiglianza, la solidarietà, lo stesso spazio, la sofferenza, il destino e il ritorno alla terra. L’uomo non esiste senza il “suo” mondo e il mondo esiste come luogo e dimora dell’uomo, degli animali e di tutte le creatura vegetali e minerali. Perciò l’uomo ha la vocazione ad essere responsabile di tutte le creature e della loro vita, essere il loro custode, rispettandole e mai dominandole o tantomeno sfruttandole. Né gli è stata dato nessun potere arbitrario, oppressivo e assoluto, né facoltà di sfruttamento della terra. Anche quando all’uomo è concesso di cibarsi della carne degli animali, lo potrà fare nel rispetto della vita, non cibandosi mai del sangue (kasher) che deve essere restituito alla terra, in attesa del regno messianico in cui non ci saranno più violenza e ferite alla vita. Mangiare kasher è riconoscere che anche della vita degli animali non si è padroni!

Il mondo ha bisogno di rispetto e di solidarietà tra co-creature, anche se quello che vediamo quotidianamente è una contraddizione a questo sogno, a questa speranza. Resto convinto che noi dobbiamo oggi più di ieri esercitarci alla conoscenza di tutti gli esseri, imparare la “physké théoria”, la contemplazione della natura e anche quello sguardo che sa vedere come tutti insieme viviamo e tutti insieme ci salviamo. Se per paura dell’idolatria panteista abbiamo desacralizzato la natura, il Vangelo ci dice che la nostra speranza è “Dio tutti in tutti”, in una compassione cosmica e in una comunione universale. Questo significa che umani, animali, vegetali e tutta la terra hanno una vocazione alla vita e una dignità che deve essere riconosciuta, nella consapevolezza che noi umani siamo responsabili delle creatura, le creature invece non possono essere responsabili per noi e di noi. In questo mondo siamo soltanto inquilini e non padroni! E gli animali sono nostri compagni di viaggio. Perché sono rarissimi quelli che, come Francesco d’Assisi, sanno parlare agli uccelli, ai fiori e alle querce?
(fonte: Blog dell'autore)

venerdì 1 ottobre 2021

I commenti sulla durissima condanna a Mimmo Lucano di don Luigi Ciotti, di p. Alex Zanotelli e di tutta la Famiglia comboniana


Mimmo Lucano condannato a 13 anni e 2 mesi 
per immigrazione clandestina

Il commento dell’ex sindaco di Riace: “Nemmeno a un mafioso”


L’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano è stato condannato dal tribunale di Locri alla pena di anni 13 e 2 mesi di reclusione. I giudici lo hanno ritenuto colpevole di associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, truffa, peculato e abuso d’ufficio. Dovrà anche restituire anche 500mila euro riguardo i finanziamenti ricevuti dall’Unione europea e dal governo. Inoltre è stata disposta la sua interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. Il Tribunale ha condannato anche la compagna di Lucano, Lemlem Tesfahun, alla pena di 4 anni e 10 mesi (per lei il pm aveva chiesto 4 anni e 4 mesi).
Il collegio presieduto da Fulvio Accurso, dopo una camera di consiglio durata 75 ore, ha aumentato di sei anni la pena richiesta dalla pubblica accusa che era stata di 7 anni e 11 mesi. L’ex paladino dell’accoglienza e dell’integrazione era stato arrestato e posto ai domiciliari il 2 ottobre del 2018 nell’ambito dell’operazione «Xenia» condotta dalla Guardia di Finanza e coordinata dalla procura di Locri. I magistrati nelle 1.200 pagine della richiesta d’arresto definirono Lucano un sindaco “spregiudicato” per aver “favorito matrimoni di comodo” tra cittadini riacesi e donne straniere e per aver consentito a due cooperative, prive di requisiti, di assicurarsi il servizio della raccolta dei rifiuti urbani. I magistrati gli contestarono anche un ammanco di 5 milioni di euro che sarebbero finiti nelle tasche di privati, anziché favorire l’integrazione dei migranti.
“Non ho parole, non me l’aspettavo. Questa vicenda è inaudita e non ho neppure i soldi per pagare gli avvocati”, ha detto Lucano, subito dopo la lettura del dispositivo della sentenza di condanna. Prima di lasciare il tribunale di Locri ha ribadito la sua estraneità alle accuse: “Ho speso la mia vita per rincorrere ideali, ho lottato contro le mafie, anche per riscattare l’immagine negativa della mia terra e non lo so se per i delitti di mafia vi siano pene così pesanti... Oggi sono morto dentro, non c’è giustizia. Mi aspettavo un’assoluzione. Sarò macchiato per sempre per colpe che non ho commesso”.

“Mimmo Lucano vive di stenti, la sua condizione è incompatibile con la commissione di qualsiasi reato. È innocente”, ha obiettato l’avvocato Giuliano Pisapia nella sua arringa in difesa dell’ex sindaco. “Questo non è stato un processo politico, ma è indubbio che un certo accanimento contro Lucano c’è stato”, aveva tuonato il penalista invocando l’assoluzione per il suo assistito. 

La condanna comminata a Lucano peserà certamente sulla sua candidatura alle elezioni del prossimo 3 e 4 ottobre per le regionali in Calabria. L’ex sindaco di Riace ha - infatti - aderito al progetto politico di Luigi De Magistris, candidato a presidente della Regione e si è presentato come capolista in tre circoscrizioni nella lista Un’altra Calabria possibile, a sostegno del sindaco di Napoli.

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Mimmo Lucano, una sentenza che fa discutere

Guarda il video di Tv2000


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Commento sulla condanna a Mimmo Lucano
di don Luigi Ciotti


Occorre equilibrio e misura. Ero con Mimmo Lucano a Riace nel 2004, quando iniziò la sua straordinaria esperienza di sindaco, ho continuato idealmente a esserlo anche durante le vicende giudiziarie, culminate oggi con la condanna a 13 anni di carcere: sentenza pesantissima di cui attendiamo di conoscere le motivazioni.
Le leggi – non si discute – vanno rispettate, ma viene da chiedersi di quali reati possa essersi macchiato Mimmo per meritare una simile condanna. Se le violazioni sono state commesse per facilitare l’accoglienza, senza tornaconti personali, sarebbe forse il caso di usare un minimo di riguardo. Si ripropone qui il contrasto che sin dai tempi antichi – valga su tutti l’esempio di Antigone – si è prodotto a volte tra le leggi dei codici e le leggi della coscienza. Ciò detto, e ribadita la mia umana vicinanza a Mimmo e alla sua compagna, mi auguro che al netto degli incidenti giudiziari non si disperda il prezioso patrimonio sociale e culturale rappresentato dall’esperienza di Riace.
Modello pionieristico di un’accoglienza capace di conciliare dignità, lavoro e sicurezza a beneficio di tutta la comunità”.

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Padre Zanotelli: "Lucano ha salvato gli ultimi, 
contro di lui un processo politico, la sua una condanna assurda"

"Quando ho saputo ho pianto. Ha praticato la disobbedienza civile come Martin Luther King e Gandhi"

 
(ansa)

Mimmo Lucano ha praticato la disobbedienza civile come Martin Luther King e Gandhi. Ha sbagliato? Ha solo salvato gli ultimi. Contro di lui un processo politico”. Padre Alex Zanotelli, 83 anni, ieri sera si è precipitato a Locri per affiancare il suo amico ex sindaco di Riace condannato oggi a 13 anni e 2 mesi di carcere aver accolto i migranti nel paese calabrese di cui è stato sindaco. "Mimmo deve essere assolto, se ha sbagliato lo ha fatto per salvare vite umane”, dice il sacerdote comboniano, ormai d’adozione napoletana con la sua missione al rione Sanità dove si è trasferito da vent’anni dopo molti anni vissuti nelle baraccopoli africane.

Padre Alex, cosa pensa della condanna di 13 anni e due mesi nei confronti di Mimmo Lucano?

E’ assurdo. Quando ho ascoltato la sentenza, sono scoppiato a piangere. Questo nei confronti di Mimmo Lucano è un processo politico. Lui ha solo aiutato dei disperati a salvarsi. Non è difficile capire che si tratta di un processo politico, basta vedere il commento di Salvini dopo la sentenza…”.

E’ voluto venire a Locri per stare accanto a Lucano, ha ascoltato la sentenza in diretta in tribunale in una stanza adiacente all’aula del processo. Crede che Mimmo Lucano debba essere assolto in secondo grado?

Avevo promesso a Mimmo di stagli vicino. La sua opera di solidarietà non viene messa in discussione da questa sentenza ingiusta. Anche se Mimmo ha potuto sbagliare, fare degli errori, li ha commessi solo per aiutare delle persone in fuga dalle guerre. Si tratta di una condanna abnorme in una regione come la Calabria dove domina l’ndrangheta, la mafia più ricca e internazionale del mondo. Un capo della polizia, qualche anno fa, mi disse che la ‘ndrangheta comprava la droga direttamente da Medellín in Colombia senza pagarla, la paga l'anno dopo. E invece di condannare i mafiosi, condannano un uomo che ha aiutato dei disperati. La domanda dove è la giustizia allora? Dalla condanna di Mimmo ne usciamo tutti male, ne escono male la democrazia e la giustizia italiane”.

Riace era diventato un modello di accoglienza, invece oggi la giustizia italiana dice che è stata violata la legge…

“Ma di cosa parliamo? Mimmo non si è messo un soldo in tasca, ma gli chiedono di restituire due milione di euro. In situazioni estreme esiste un’altra coscienza cui si deve rispondere, quella dell’umanità, non quella delle leggi. Mimmo ha prodotto delle carte d’identità per i migranti? Fra loro, ne ha beneficiato una bambina di 5 anni che altrimenti non sarebbe potuta entrare in ospedale a farsi curare. Questa condanna mette in discussione un intero modello di accoglienza che stava funzionando. Riace era diventato un punto di riferimento, Mimmo non solo ha aiutato i migranti ma anche fatto rinascere un paese che stava morendo e che oggi è di nuovo sull’orlo dell’abbandono. Mimmo ha aiutato i migranti, ma ha anche creato intorno a sé una comunità, i calabresi vanno fieri del suo operato”.

Mimmo Lucano è candidato alle elezioni regionali calabresi del 3 e 4 ottobre con Luigi de Magistris. Quali le prossime mosse per chiedere la sua assoluzione?

Chiediamo alla politica di muoversi. Il Parlamento deve intervenire con urgenza sui modelli di integrazione, ora più che mai la condanna di Mimmo è un bruttissimo segnale: verso l'Occidente sono in arrivo mezzo milione di afghani in fuga dai talebani. Domani intanto alle 16 scendiamo in piazza a Riace con de Magistris per chiedere libertà per Mimmo Lucano. Anche a Napoli ci sarà un presidio per lui davanti alla Prefettura in piazza del Plebiscito”.

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All'ex sindaco di Riace la solidarietà della Famiglia comboniana, Cantiere Casa Comune e Nigrizia

“Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio”

Nota pubblica della Famiglia comboniana, Cantiere Casa Comune e Nigrizia dopo la sentenza del tribunale di Locri che il 30 settembre ha condannato in primo grado Mimmo Lucano a 13 anni e 2 mesi di carcere. In audio il messaggio di sostegno di p. Alex Zanotelli

Mimmo Lucano in attesa della sentenza il 30 settembre al tribunale di Locri 
(Credit: Radio Popolare)

La famiglia comboniana (missionari comboniani, suore missionarie comboniane. Secolari missionarie comboniane, laici missionari comboniani), in attesa della pubblicazione delle motivazioni della sentenza, esprime tutta la solidarietà possibile a Mimmo Lucano e gli chiede di non mollare e di guardare con fiducia al secondo grado di giudizio.

Mimmo Lucano è stato ed è un compagno di strada di tutti coloro che in affrontano le problematiche delle migrazioni con uno spirito di accoglienza e di inclusione, e con uno sguardo aperto sul mondo che cambia. Ci permettiamo di usare le parole di papa Francesco per definirlo “artigiano di Pace”.

Per questa ragione la sentenza del tribunale di Locri, che condanna a 13 anni e 2 mesi l’ex sindaco di Riace, ci spiazza e ci preoccupa. Non riusciamo a figurarci un Mimmo Lucano intento a favorire l’immigrazione clandestina. Al contrario, lo vediamo impegnato ad ammortizzare i danni causati da inadeguate leggi sull’immigrazione; lo vediamo deciso nel far rivivere Riace; lo vediamo capace di prendersi responsabilità nel nome dell’inclusione e non per tornaconto personale.
E sappiamo bene che questo suo atteggiamento ha dato e dà fastidio a molti.

Sulla condanna è intervenuto anche p. Alex Zanotelli con una sua nota audio:
(fonte: Nigrizia 01/10/2021) 

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Vedi anche il post precedente


Marcia Perugia-Assisi 2021: la cura è il nome nuovo della pace

Marcia Perugia-Assisi 2021: 
la cura è il nome nuovo della pace

Compie 60 anni l'iniziativa che ogni anno coinvolge migliaia di persone in un percorso che rende visibile la volontà comune di un mondo più fraterno. Guardando all'umanità che soffre le conseguenze del Covid, del cambiamento climatico e di infinite guerre e violenze, l'edizione di quest'anno propone lo slogan "I Care" come impegno quotidiano e criterio delle scelte politiche. La presentazione della Marcia oggi a Perugia. Ai nostri microfoni Flavio Lotti, coordinatore della manifestazione


Sarà un’edizione speciale quella della Marcia Perugia-Assisi per la pace e la fraternità che si svolgerà il 10 ottobre prossimo. Con uno sguardo al percorso compiuto in 60 anni e con la mente e il cuore proiettati nei progetti futuri. Quella vissuta dagli ideatori dell’iniziativa, a cui man mano si sono aggregati sempre più numerosi singoli cittadini, gruppi, associazioni, diocesi, scuole, enti locali e sindacati, è una lunga storia d’impegno per la pace e i diritti umani, fatta da donne e uomini che in questo obiettivo hanno creduto. Nella conferenza stampa che si è tenuta a Perugia (ndr. venerdì 24 settembre e a fondo pagina il video) si è ricordato l’inizio del cammino, il 24 settembre 1961, grazie al perugino Aldo Capitini, filosofo, politico, antifascista, poeta ed educatore, tra i primi in Italia a raccogliere e teorizzare il pensiero nonviolento gandhiano, e si è presentata l’edizione di quest’anno che ha come titolo “I Care”. Nell’incontro è stato illustrato il dispositivo predisposto sul sito web della Marcia per una scrittura collettiva della storia dei 60 anni della manifestazione; il programma della Settimana della Pace che avrà inizio con la festa di San Francesco d’Assisi il 4 ottobre e, infine, la campagna avviata per chiedere che la Marcia venga riconosciuta dall’Onu “Patrimonio dell’Umanità”.

Prima edizione della Marcia, 1961

Lotti: occorre sviluppare una cultura e una politica della cura

Su tutti questi temi abbiamo sentito Flavio Lotti, coordinatore dell'evento e memoria storica della Perugia-Assisi.


Flavio Lotti, prima di parlare della Marcia di quest’anno, può dirci qualcosa, in sintesi, su che cosa ha rappresentato questa iniziativa di cui ricorrono proprio oggi i 60 anni…

La Marcia Perugia-Assisi è un evento unico al mondo, è una straordinaria iniziativa ideata da un professore ispirato da Gandhi e da San Francesco sul finire degli anni '50 nel mezzo di una Guerra fredda che diventava sempre più incandescente e, col passare degli anni, è stata capace di mobilitare, di smuovere centinaia di migliaia di persone provenienti dall'Italia e da tante altre parti del mondo. Un'iniziativa che in qualche modo ha saputo essere contagiosa e che ha saputo ispirare e coinvolgere tantissimi giovani, amministratori locali, rappresentanti di associazioni, gruppi, volontari, parrocchie e scuole.

Una novità in questo anniversario è l'avvio della campagna per il riconoscimento da parte dell'Onu della Marcia come "Patrimonio dell'umanità": non è una cosa da poco...

Sì, noi siamo convinti che questa storia sia una storia da preservare e da valorizzare e per questo abbiamo pensato di chiedere alle Nazioni Unite, e in particolare all'Unesco, di riconoscere la Perugia-Assisi come patrimonio immateriale dell'umanità. La Marcia in qualche modo lo è già perché ha ritrovato la sua funzione nel promuovere i valori fondamentali delle Nazioni Unite, la pace, la giustizia, la solidarietà, la cooperazione internazionale, la lotta contro tutte le peggiori pandemie del mondo. Ecco, noi chiediamo ai governi di riconoscere questo cammino come un cammino utile per il progresso dell'umanità. Per questo abbiamo pensato di coinvolgere tutti coloro che negli anni hanno preso parte all'iniziativa proponendo loro di raccontare questa storia e di mettere una firma, affinché anche questa candidatura sia una candidatura di popolo, così come lo è la Marcia.

Diciottesima edizione, 2010

Tema di quest’anno è “I Care”: io mi prendo cura - don Milani diceva: “Mi interessa, mi assumo la responsabilità” -. Questo “I Care” è un impegno condiviso da tanti oggi, tante associazioni, movimenti ecc… Forse anche la pandemia ha sollecitato tutti a questo. Prendersi cura degli altri: come viene declinato, inteso, da chi promuove e partecipa alla Perugia-Assisi?

La cura è l'elemento essenziale della vita. Noi abbiamo bisogno di cure sin dal momento in cui veniamo al mondo, con questa Marcia Perugia-Assisi, noi vogliamo sollecitare tutti ad accrescere il proprio impegno di cura degli altri, del pianeta e del mondo che abitiamo perché le grandi sfide che ci attendono, in maniera particolare nei prossimi 10 anni, potranno essere affrontate solo attraverso lo sviluppo di una cultura e di una politica della cura. Ecco, abbiamo bisogno di fare in modo che il "prendersi cura" sostituisca l'individualismo, la competizione e l'egoismo che oggi dividono i popoli e l'umanità. Abbiamo sentito il segretario generale dell'Onu, qualche giorno fa, lanciare un grande allarme perché il mondo è sempre più diviso. Non riusciremo a rendere questo pianeta più sicuro e la nostra vita migliore se non sviluppando la nostra capacità di cura in tutti i modi e a tutti i livelli, cominciando dalla vita quotidiana, dalle persone che ci stanno più vicine, dall'ambiente in cui viviamo, dalle comunità di cui facciamo parte per arrivare fino ai confini dell'Europa e della Terra, perché ormai siamo parte di un'unica famiglia che è la famiglia umana.

E questo è un impegno collettivo e individuale nello stesso tempo...

Assolutamente sì, la cura è il nuovo nome della pace ed è quel fare pace che è alla portata di tutti noi prendendoci cura degli altri. La cura è un modo concreto per costruire la pace anche nelle relazioni tra le persone. Se ci prendiamo cura gli uni degli altri certamente regaliamo un po' di pace e anche ne conquistiamo perché una delle cose più belle della cura è che non è soltanto un dare, ma è sempre un dare e un ricevere, la cura fa bene a chi la riceve, ma fa anche un gran bene a chi la dà.

Immagine del 60.esimo della Marcia Perugia-Assisi

Il 4 ottobre inizia, è stato detto in conferenza stampa, la Settimana della Pace che precede la Marcia. Che cosa prevede questa settimana?

È una settimana che inizia con la festa di San Francesco e con la celebrazione di questa giornata noi inviteremo tutte le scuole a rivolgere lo sguardo verso San Francesco, in maniera particolare ai primi anni della sua esperienza, quelli che l'hanno portato poi alla conversione, perché Francesco all'età di 20 anni ha vissuto un tempo molto simile a quello che abbiamo vissuto anche noi, quello della chiusura, del lockdown, quello della crisi e della malattia e poi quello della ripartenza. Attraverso la rilettura di quella storia, inviteremo tutti a riflettere sul cambiamento che ci viene richiesto oggi per affrontare le sfide che stanno davanti a noi. Poi, nel resto della settimana ci saranno diverse iniziative in tantissime città e in tantissime scuole. A Parma, ad esempio, mercoledì 6 ottobre faremo un convegno nazionale dedicato alla cultura della pace e poi un laboratorio sul futuro con oltre mille studenti e una maratona contro tutte le guerre. Ci sarà l'inaugurazione del Decennio della cura, la celebrazione dei 60 anni della Perugia-Assisi, insomma, una settimana intensa in cui cerchiamo di sollecitare tutti a rimettere la pace al centro del proprio impegno quotidiano.

Con la speranza che questo impegno abbia poi anche un effetto sui conflitti che ancora imperversano nel mondo...

Noi abbiamo bisogno di prenderci cura di tutti cominciando da quelli più esposti alle conseguenze dell'orrore e del male che continua ad attraversare il mondo. Ricordo Papa Francesco, lui ci ripete che questo è un mondo immerso nella terza guerra mondiale, una guerra a pezzi, in cui tutti gli abitanti della Terra si trovano spesso in condizioni di grande difficoltà. Il cambiamento non lo possiamo soltanto invocare rivolgendosi ai governi, ma lo dobbiamo anche cercare di realizzare partendo da ciascuno di noi. Ecco, questa alla fine è la cosa concreta che possiamo fare in un tempo in cui, purtroppo, la politica sembra scomparsa, sembra incapace di dare le risposte che davvero l'umanità sta attendendo.

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Conferenza stampa di presentazione della Marcia PerugiAssisi 2021