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sabato 7 maggio 2016

"Gesù entra nel profondo di tutte le vite" di p. Ermes Ronchi - ASCENSIONE DEL SIGNORE - anno C

Gesù entra nel profondo di tutte le vite
di p. Ermes Ronchi 

Commento
ASCENSIONE DEL SIGNORE - anno C



Ascensione, alla ricerca con Cristo di un crocevia tra terra e cielo, di una fessura aperta sull'oltre, su ciò che dura al di là tramonto del giorno: sapere che il nostro amare non è inutile, ma sarà raccolto goccia a goccia e vissuto per sempre; che il nostro lottare non è inutile; che non va perduta nessuna generosa fatica, nessuna dolorosa pazienza.
Il Vangelo ci pone in bilico tra cielo e terra, in una perenne ascensione, sospinge in avanti e verso l'alto. «Tutto il cammino spirituale si riassume nel crescere verso più coscienza, più libertà e più amore. Anzi l'intera esistenza del cosmo, dai cristalli agli animali, è incamminata lungo queste tre direttrici profonde: più consapevolezza, più amore, più libertà» (Giovanni Vannucci).
Guardiamo i tre gesti ultimi di Gesù: invia, benedice, scompare.
Inizia su quell'altura la "Chiesa in uscita" (papa Francesco). Inizia con l'invio che chiede agli apostoli, un cambio di sguardo. Devono passare da una comunità, da una Chiesa che mette se stessa al centro, che accende i riflettori su di sé, da una Chiesa centripeta ad una Chiesa che si mette al servizio del cammino ascensionale del mondo, al servizio dell'avvenire dell'uomo, della vita, della cultura, della casa comune, delle nuove generazioni. Una Chiesa rabdomante del buono del mondo, che vuole captare, cogliere e far emergere le forze più belle.
Convertiteli: coltivate e custodite i semi divini di ciascuno. Come faceva Gesù che percorreva la Galilea e andava in cerca della faglie, delle fenditure nelle persone, là dove scorrevano acque sepolte, come con la samaritana al pozzo. Captava le attese della gente e le portava alla luce.
Così la Chiesa, sapendo che il suo annuncio è già preceduto dalla presenza discreta di Dio, dall'azione mite e possente dello Spirito, è inviata al servizio dei germi santi che sono in ciascuno. Per ridestarli.
Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Una lunga benedizione sospesa, in eterno, tra cielo e terra veglia sul mondo. La maledizione non appartiene a Dio, lo dobbiamo testimoniare. Il gesto definitivo di Gesù è benedire. Il mondo lo ha rifiutato e ucciso e lui lo benedice. Benedice me, così come sono, nelle mie amarezze e nelle mie povertà, in tutti i miei dubbi benedetto, nelle mie fatiche benedetto.
Mentre li benediceva si staccò da loro. La Chiesa nasce da quel corpo assente. Ma Gesù non abbandona i suoi, non se ne va altrove nel cosmo, ma entra nel profondo di tutte le vite. Non è andato oltre le nubi ma oltre le forme: se prima era insieme con i discepoli, ora sarà dentro di loro, forza ascensionale dell'intero cosmo verso più luminosa vita.


ARTE E FEDE - Dall`Esquilino alla strada del mare - I luoghi del giubileo


ARTE E FEDE


Dall`Esquilino alla strada del mare (VIDEO)


puntata "I luoghi del Giubileo"

del 13.04.2016

Un percorso attraverso i luoghi simbolo del Giubileo e i capolavori artistici che a Roma, nella capitale del Cattolicesimo, hanno dato immagine alle forme della spiritualità e della religione, accompagnati da una guida d’eccezione: Antonio Paolucci, Direttore dei Musei Vaticani.



Sostiamo di fronte alla basilica di S. Maria Maggiore sul colle dell’Esquilino. La prima cosa da notare è la magnifica altissima colonna romana che fu qui innalzata all’inizio del ‘600. Questa colonna sta in asse con l’obelisco di San Giovanni in Laterano.

Tutti e due nell’ordinamento urbanistico voluto da papa Sisto V alla fine del Cinquecento, sono le meridiane del Giubileo. Il pellegrino sa che la grande colonna e l’obelisco uniscono a circa un chilometro di distanza, le due basiliche più importanti dopo San Pietro e cioè S. Giovanni in Laterano e S. Maria Maggiore.

Per capire S. Maria Maggiore (la leggenda dice che fu fondata sulla traccia di un miracolosa nevicata nel mese di Agosto al tempo di papa Liberio, alla metà del quarto secolo) bisogna sapere che è una basilica paleocristiana a tre navate decorata con magnifici mosaici.

I più antichi, quelli dislocati lungo le pareti della navata centrale, sono databili al V secolo, quelli dell’abside con l’ “Incarnazione della Vergine” sono di Jacopo Torriti, protagonista della pittura a Roma fra Duecento e Trecento. Si tratta dunque di una antichissima basilica che è stata fasciata e come incapsulata in un involucro barocco realizzato dagli architetti Fuga e Rinaldi.

Bisogna vedere la magnifica scalinata di pietra che scende sulla piazza dell’Esquilino dal retro della basilica, per capire di quali teatrali prodigi è capace l’urbanistica barocca. 

È necessario visitare attentamente S. Maria Maggiore, cominciando dai mosaici della loggia che raccontano la storia della miracolosa fondazione della basilica. È necessario anche entrare nella cappella, a sinistra dell’altare papale, dove si custodisce l’antichissima icona conosciuta come “Salus popoli romani” (salvezza del popolo romano).

Si lascia S. Maria Maggiore per entrare in San Paolo, la basilica che sta all’inizio della strada del mare. San Paolo, la basilica che custodisce la memoria dell’Apostolo sta fuori della cerchia muraria perché per la legge romana non ci potevano essere sepolture dentro la città murata. Appena fuori le mura Aureliane, a poca distanza dalla porta urbica che è dedicata a San Paolo, sorge la basilica.

Perché in questo luogo, dice la tradizione, fu decapitato l’Apostolo Paolo; il quale, per essere cittadino romano, era esentato dal subire il supplizio infamante della croce. Com’è noto l’antica San Paolo fu distrutta da un incendio nel 1823 e ricostruita nelle attuali forme classicheggianti.

Poco rimane della chiesa di origine: i resti di una porta di manifattura bizantina del sec. XI, il ciborio firmato da Angelo di Cambio, il cero pasquale, anch’esso in marmo, dei Vassalletto. La cosa più affascinante è l’antico chiostro d’età romanica capolavoro delle botteghe di marmorari romani (Cosmati e Vassalletto) del XII e XIII secolo

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Guarda anche le puntate precedenti:

«Gioia e speranza vanno insieme» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
6 maggio 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 



Papa Francesco:
Usciamo da noi stessi con la gioia e la speranza

Il cristiano non anestetizza il dolore, neppure quello più grande che fa vacillare la fede, e non vive la gioia e la speranza come fosse sempre carnevale. Ma trova il senso della sua esistenza nel profilo della donna che partorisce: quando nasce il bambino è talmente felice da non ricordare più la sua sofferenza. È questa incalzante immagine proposta da Gesù stesso che il Papa ha rilanciato nella messa celebrata venerdì mattina, 6 maggio, nella cappella della Casa Santa Marta.

«Nella liturgia dell’Ascensione del Signore — ha fatto subito notare Francesco, riferendosi alla celebrazione festiva di ieri — la Chiesa esplode in un atteggiamento che non è abituale, e all’inizio la prima preghiera è un grido: “Esulti, Signore, la tua Chiesa!”». Sì, ha proseguito, «esulti, con la speranza di vivere e di raggiungere il Signore: “Esulti di gioia la tua Chiesa”». E, nella preghiera colletta, «oggi abbiamo pregato: “Signore, innalza i nostri cuori verso Gesù!”». Un’invocazione che esprime «proprio la gioia che pervade tutta la Chiesa, gioia e speranza: tutte e due vanno insieme». Difatti «una gioia senza speranza è un semplice divertimento, una passeggera allegria». E «una speranza senza gioia non è speranza, non va oltre un sano ottimismo».

Ecco perché «gioia e speranza vanno insieme — ha spiegato Francesco — e tutte e due fanno questa esplosione che la Chiesa nella sua liturgia quasi, mi permetto di dire la parola, senza pudore grida: “Esulti la tua Chiesa!”, esulti di gioia, senza formalità». Perché «quando c’è la gioia forte, non c’è formalità: è gioia». Dunque, ha ripetuto il Papa, «Esulti di gioia la tua Chiesa, e viva nella speranza di raggiungere» e «innalza, Signore, i nostri cuori verso Gesù che siede nella gloria del Padre».

«Con tre pennellate — ha affermato il Pontefice — la Chiesa di dice quale dev’essere l’atteggiamento cristiano: gioia e speranza insieme». E così «la gioia fa forte la speranza e la speranza fiorisce nella gioia». E «tutte e due, con questo atteggiamento che la Chiesa vuole dare loro, queste due virtù cristiane indicano un uscire da noi stessi: il gioioso non si chiude in se stesso; la speranza ti porta là, è l’ancora proprio che è sulla spiaggia del cielo e ti porta fuori». Possiamo perciò «uscire da noi stessi con la gioia e la speranza». Una riflessione che fa riferimento al passo evangelico di Giovanni (16, 20-23) proposto dalla liturgia.

«Il Signore ci dice che ci saranno problemi — ha proseguito il Papa — e nella vita questa gioia e speranza non sono un carnevale: sono un’altra cosa, anche, il dover affrontare le difficoltà». Francesco ha riproposto «l’immagine che usa il Signore oggi nel Vangelo: la donna quando è arrivata l’ora del parto». Sì, ha spiegato, «la donna, quando partorisce, è nel dolore perché è venuta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza».

Ed è proprio «quello che fanno la gioia e la speranza insieme, nella nostra vita, quando siamo nelle tribolazioni, quando siamo nei problemi, quando soffriamo». Non si tratta certo di «un’anestesia: il dolore è dolore, ma vissuto con gioia e speranza ti apre la porta alla gioia di un frutto nuovo».

«Questa immagine del Signore ci deve aiutare tanto nelle difficoltà», ha rassicurato il Papa, anche quelle «brutte, cattive che anche ci fanno dubitare della nostra fede». Ma «con la gioia e la speranza andiamo avanti, perché dopo questa tempesta arriva un uomo nuovo, come la donna quando partorisce». E «questa gioia e questa speranza Gesù dice che è duratura, che non passa».

«Così anche voi, ora, siete nel dolore» sono le parole di Gesù ai discepoli riportate dal Vangelo. Ma li rassicura subito: «Ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia».

Sono parole che vanno sottolineate, ha aggiunto il Pontefice: «La gioia umana può essere tolta da qualsiasi cosa, da qualche difficoltà. Ma questa gioia che il Signore ci dà, che ci fa esultare, ci fa innalzare nella speranza di trovarlo, questa gioia nessuno la può togliere, è duratura. Anche nei momenti più bui».

«Gioia, speranza è il grido della Chiesa, felice dopo l’Ascensione del Signore». Francesco ha ricordato che «Luca ci dice negli Atti che, a un certo punto, i discepoli quando il Signore se ne va e non lo vedono più, sono rimasti guardando il cielo, con un po’ di tristezza». E «sono gli angeli a svegliarli, invitandoli ad andare. E poi, nel Vangelo Luca, si legge: “Tornarono felici, pieni di gioia”». Proprio «quella gioia di sapere che la nostra umanità è entrata in cielo: per la prima volta!».

Francesco ha concluso la sua meditazione con l’auspicio «che il Signore ci dia la grazia di una gioia grande che sia l’espressione della speranza; e una speranza forte che divenga gioia nella nostra vita». E con la preghiera che «il Signore custodisca questa gioia e questa speranza, così nessuno potrà toglierci questa gioia e questa speranza».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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venerdì 6 maggio 2016

TTIP: un Trattato di libero scambio commerciale molto contestato - TTIP: È IL CAVALLO DI TROIA di Alex Zanotelli - Petizione on line e manifestazione ..

TTIP, un Trattato di libero scambio commerciale molto contestato

Il Trattato di libero scambio commerciale tra Europa e Stati Uniti, che regola il libero scambio delle merci tra America e vecchio continente è un accordo che si potrebbe tradurre in una seria minaccia per i cittadini europei, sia sotto il profilo economico sia sanitario.


"La favola del libero mercato e dell’efficienza è ciò che si racconta all’opinione pubblica sperando si digerisca la bufala del TTIP. Per fortuna non tutti abbiamo l’anello al naso. Tra la preoccupazione per le povere imprese transnazionali vessate dagli stati e quella del rischio di una maggiore irresponsabilità sociale ed ambientale delle prime pagata dai cittadini non c’è dubbio che siamo più preoccupati della seconda che della prima cosa. La globalizzazione è un immenso cortile dove le imprese transnazionali più grandi degli stati la fanno da padroni fingendo di produrre dove pagano meno tasse, trovando sempre il paradiso fiscale più adatto e mettendo in concorrenza i paesi in una corsa al ribasso sulla tutela del lavoro e dell’ambiente. Per questi motivi non c’è alcun bisogno di squilibrare ancora di più i rapporti di forza a favore delle imprese multinazionali.
Il punto più controverso del TTIP è l’affidamento delle controversie ad un tribunale arbitrale internazionale (l’ICSDS) dove per gli stati sarà molto più difficile far valere i principi della difesa della salute, dell’ambiente, della tutela del lavoro." 
(prof. Leonardo Becchetti, economista - Università di Tor Vergata - Roma) 

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Servizio TG2000



TTIP: È IL CAVALLO DI TROIA 

di p. Alex Zanotelli, missionario comboniano

Il Trattato di libero scambio transatlantico (TTIP) è stato uno dei temi centrali affrontati all’incontro di Hanover (Germania) del 25 aprile tra la Merkel, Obama, Hollande e Renzi. “Da un punto di vista europeo- ha detto la Merkel- il TTIP è assolutamente utile per far crescere la nostra economia. E’ un bene per quella tedesca e per tutta l’Europa.Dobbiamo far presto.” E’ questo il pensiero non solo della Merkel, ma anche di Obama e di Renzi , che vorrebbero che il Trattato fosse firmato entro l’estate.
Il TTIP è conosciuto come “il più grande trattato della storia”, perché se verrà approvato, legherà gli USA e l’Unione Europea coinvolgendo circa 820 milioni di persone e abbracciando un’area che produce circa il 45% del PIL mondiale. E costituirebbe la più grande area mondiale di libero scambio. Le trattative per creare il TTIP sono partite in tutta segretezza nel luglio 2013 a Washington e sono condotte da pochi esperti della Commissione europea e del Ministero del Commercio USA : è un negoziato stipulato senza la partecipazione dei cittadini .
E’ un vero e proprio golpe da parte dei poteri economico-finanziari che governano il mondo. Infatti il Trattato indebolisce il “principio di precauzione” vigente in Europa , in relazione ai nuovi prodotti, elimina le sanzioni in caso di abusi relativi ai diritti sociali e ambientali e mira a una progressiva privatizzazione di tutti i servizi pubblici. (Il TTIP, infatti spiana la strada per l’altro trattato in arrivo, il TISA –Accordo sul commercio dei servizi- ,che vuole privatizzare tutti i servizi pubblici). Ancora più grave è il fatto che il TTIP introduca le corti arbitrali private per le dispute investitori-stati (il cosidetto ISDS): “ un meccanismo che –seppure nelle correzioni addotte come compromesso al ribasso del gruppo socialista nel Parlamento Europeo-subordina tuttora i diritti umani alla prevalenza delle imprese e del mercato.( F. Martone).”
Il TTIP avrà inoltre pesanti ricadute sul mondo del lavoro aggirando le norme dei diritti dei lavoratori, svuotandone le normative per la loro protezione, ma anche ridimensionando il diritto di contrattazione collettiva. Il Trattato mina poi alla base il “principio di precauzione” aumentando i rischi per la salute alimentare.
“Il TTIP – afferma Susan George- è un assalto alla democrazia, alla classe lavoratrice, all’ambiente. L’unica risposta possibile dinanzi a questo attacco è alzarsi dal tavolo, chiudere le porte e lasciare la sedia vuota.”
Infatti ci sono mobilitazioni contro il TTIP in tutta Europa e negli USA: il 24 aprile ben novantamila persone sono scese in piazza ad Hanover. Sono molti i sindaci e i governatori di regioni che in Europa, come anche in Italia ,hanno aderito alla campagna :
"Fuori TTIP dalla mia città.”
Per questo invitiamo tutti a partecipare il 7 maggio alle h 15 alla manifestazione contro il TTIP a Roma, in piazza del Popolo.
Infatti i fautori del TTIP non demordono: i negoziatori europei sono ora al lavoro a New York per chiudere le trattative. Se dovessero fallire è già stato programmato un altro incontro a Bruxelles l’11 luglio. Anche noi non possiamo demordere, ma dobbiamo coinvolgere tutti i cittadini sensibili perché capiscano che è in ballo la stessa democrazia. Se siamo riusciti a sconfiggere il MAI (Accordo Multilaterale sugli Investimenti), il WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) e la direttiva europea Bolkenstein, possiamo anche sconfiggere questo scellerato Trattato, il TTIP.
Insieme si può!
p. Alex Zanotelli

Firma la petizione on line per chiederne lo stop

MANIFESTAZIONE NAZIONALE A ROMA IL 7 MAGGIO 2016



Per saperne di più: Roma 7 maggio 2016



CON IL TTIP VINCONO LE MULTINAZIONALI

intervista a Giulietto Chiesa

Nel suo intervento, Giulietto Chiesa, illustra la violazione di democrazia rappresentata dalla segretezza dei contenuti dell'accordo Usa-Europa, e il pericolo contenuto nel superamento del principio di precauzione: 'Con il TTIP vincono le multinazionali'

GUARDA IL VIDEO
Tratto da "La Gabbia - LA7" del 04.05.2016



- Greenpeace Olanda rivela i testi segreti del TTIP


Consegna del "Premio Carlo Magno" al Santo Padre. Il discorso di Papa Francesco (testo integrale e video)

CONFERIMENTO DEL PREMIO CARLO MAGNO

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

 Sala Regia 
 6 maggio 2016 
Illustri Ospiti,

vi porgo il mio cordiale benvenuto e vi ringrazio per la vostra presenza. Sono grato in particolare ai Signori Marcel Philipp, Jürgen Linden, Martin Schulz, Jean-Claude Juncker e Donald Tusk per le loro cortesi parole. Desidero ribadire la mia intenzione di offrire il prestigioso Premio, di cui vengo onorato, per l’Europa: non compiamo infatti un gesto celebrativo; cogliamo piuttosto l’occasione per auspicare insieme uno slancio nuovo e coraggioso per questo amato Continente.

La creatività, l’ingegno, la capacità di rialzarsi e di uscire dai propri limiti appartengono all’anima dell’Europa. Nel secolo scorso, essa ha testimoniato all’umanità che un nuovo inizio era possibile: dopo anni di tragici scontri, culminati nella guerra più terribile che si ricordi, è sorta, con la grazia di Dio, una novità senza precedenti nella storia. Le ceneri delle macerie non poterono estinguere la speranza e la ricerca dell’altro, che arsero nel cuore dei Padri fondatori del progetto europeo. Essi gettarono le fondamenta di un baluardo di pace, di un edificio costruito da Stati che non si sono uniti per imposizione, ma per la libera scelta del bene comune, rinunciando per sempre a fronteggiarsi. L’Europa, dopo tante divisioni, ritrovò finalmente se stessa e iniziò a edificare la sua casa.

Questa «famiglia di popoli»[1], lodevolmente diventata nel frattempo più ampia, in tempi recenti sembra sentire meno proprie le mura della casa comune, talvolta innalzate scostandosi dall’illuminato progetto architettato dai Padri. Quell’atmosfera di novità, quell’ardente desiderio di costruire l’unità paiono sempre più spenti; noi figli di quel sogno siamo tentati di cedere ai nostri egoismi, guardando al proprio utile e pensando di costruire recinti particolari. Tuttavia, sono convinto che la rassegnazione e la stanchezza non appartengono all’anima dell’Europa e che anche «le difficoltà possono diventare promotrici potenti di unità»[2].

Nel Parlamento europeo mi sono permesso di parlare di Europa nonna. Dicevo agli Eurodeputati che da diverse parti cresceva l’impressione generale di un’Europa stanca e invecchiata, non fertile e vitale, dove i grandi ideali che hanno ispirato l’Europa sembrano aver perso forza attrattiva; un’Europa decaduta che sembra abbia perso la sua capacità generatrice e creatrice. Un’Europa tentata di voler assicurare e dominare spazi più che generare processi di inclusione e trasformazione; un’Europa che si va “trincerando” invece di privilegiare azioni che promuovano nuovi dinamismi nella società; dinamismi capaci di coinvolgere e mettere in movimento tutti gli attori sociali (gruppi e persone) nella ricerca di nuove soluzioni ai problemi attuali, che portino frutto in importanti avvenimenti storici; un’Europa che lungi dal proteggere spazi si renda madre generatrice di processi (cfr Esort. ap.Evangelii gaudium, 223).

Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?

Lo scrittore Elie Wiesel, sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, diceva che oggi è capitale realizzare una “trasfusione di memoria”. E’ necessario “fare memoria”, prendere un po’ di distanza dal presente per ascoltare la voce dei nostri antenati. La memoria non solo ci permetterà di non commettere gli stessi errori del passato (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 108), ma ci darà accesso a quelle acquisizioni che hanno aiutato i nostri popoli ad attraversare positivamente gli incroci storici che andavano incontrando. La trasfusione della memoria ci libera da quella tendenza attuale spesso più attraente di fabbricare in fretta sulle sabbie mobili dei risultati immediati che potrebbero produrre «una rendita politica facile, rapida ed effimera, ma che non costruiscono la pienezza umana» (ibid., 224).

A tal fine ci farà bene evocare i Padri fondatori dell’Europa. Essi seppero cercare strade alternative, innovative in un contesto segnato dalle ferite della guerra. Essi ebbero l’audacia non solo di sognare l’idea di Europa, ma osarono trasformare radicalmente i modelli che provocavano soltanto violenza e distruzione. Osarono cercare soluzioni multilaterali ai problemi che poco a poco diventavano comuni.

Robert Schuman, in quello che molti riconoscono come l’atto di nascita della prima comunità europea, disse: «L’Europa non si farà in un colpo solo, né attraverso una costruzione d’insieme; essa si farà attraverso realizzazioni concrete, creanti anzitutto una solidarietà di fatto»[3]. Proprio ora, in questo nostro mondo dilaniato e ferito, occorre ritornare a quella solidarietà di fatto, alla stessa generosità concreta che seguì il secondo conflitto mondiale, perché – proseguiva Schuman – «la pace mondiale non potrà essere salvaguardata senza sforzi creatori che siano all’altezza dei pericoli che la minacciano»[4]. I progetti dei Padri fondatori, araldi della pace e profeti dell’avvenire, non sono superati: ispirano, oggi più che mai, a costruire ponti e abbattere muri. Sembrano esprimere un accorato invito a non accontentarsi di ritocchi cosmetici o di compromessi tortuosi per correggere qualche trattato, ma a porre coraggiosamente basi nuove, fortemente radicate; come affermava Alcide De Gasperi, «tutti egualmente animati dalla preoccupazione del bene comune delle nostre patrie europee, della nostra Patria Europa», ricominciare, senza paura un «lavoro costruttivo che esige tutti i nostri sforzi di paziente e lunga cooperazione»[5].

Questa trasfusione della memoria ci permette di ispirarci al passato per affrontare con coraggio il complesso quadro multipolare dei nostri giorni, accettando con determinazione la sfida di “aggiornare” l’idea di Europa. Un’Europa capace di dare alla luce un nuovo umanesimo basato su tre capacità: la capacità di integrare, la capacità di dialogare e la capacità di generare.

Capacità di integrare

Erich Przywara, nella sua magnifica opera L’idea di Europa, ci sfida a pensare la città come un luogo di convivenza tra varie istanze e livelli. Egli conosceva quella tendenza riduzionistica che abita in ogni tentativo di pensare e sognare il tessuto sociale. La bellezza radicata in molte delle nostre città si deve al fatto che sono riuscite a conservare nel tempo le differenze di epoche, di nazioni, di stili, di visioni. Basta guardare l’inestimabile patrimonio culturale di Roma per confermare ancora una volta che la ricchezza e il valore di un popolo si radica proprio nel saper articolare tutti questi livelli in una sana convivenza. I riduzionismi e tutti gli intenti uniformanti, lungi dal generare valore, condannano i nostri popoli a una crudele povertà: quella dell’esclusione. E lungi dall’apportare grandezza, ricchezza e bellezza, l’esclusione provoca viltà, ristrettezza e brutalità. Lungi dal dare nobiltà allo spirito, gli apporta meschinità.

Le radici dei nostri popoli, le radici dell’Europa si andarono consolidando nel corso della sua storia imparando a integrare in sintesi sempre nuove le culture più diverse e senza apparente legame tra loro. L’identità europea è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale.

L’attività politica sa di avere tra le mani questo lavoro fondamentale e non rinviabile. Sappiamo che «il tutto è più delle parti, e anche della loro semplice somma», per cui si dovrà sempre lavorare per «allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti noi» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 235). Siamo invitati a promuovere un’integrazione che trova nella solidarietà il modo in cui fare le cose, il modo in cui costruire la storia. Una solidarietà che non può mai essere confusa con l’elemosina, ma come generazione di opportunità perché tutti gli abitanti delle nostre città – e di tante altre città – possano sviluppare la loro vita con dignità. Il tempo ci sta insegnando che non basta il solo inserimento geografico delle persone, ma la sfida è una forte integrazione culturale.

In questo modo la comunità dei popoli europei potrà vincere la tentazione di ripiegarsi su paradigmi unilaterali e di avventurarsi in “colonizzazioni ideologiche”; riscoprirà piuttosto l’ampiezza dell’anima europea, nata dall’incontro di civiltà e popoli, più vasta degli attuali confini dell’Unione e chiamata a diventare modello di nuove sintesi e di dialogo. Il volto dell’Europa non si distingue infatti nel contrapporsi ad altri, ma nel portare impressi i tratti di varie culture e la bellezza di vincere le chiusure. Senza questa capacità di integrazione le parole pronunciate da Konrad Adenauer nel passato risuoneranno oggi come profezia di futuro: «Il futuro dell’Occidente non è tanto minacciato dalla tensione politica, quanto dal pericolo della massificazione, della uniformità del pensiero e del sentimento; in breve, da tutto il sistema di vita, dalla fuga dalla responsabilità, con l’unica preoccupazione per il proprio io»[6].

Capacità di dialogo

Se c’è una parola che dobbiamo ripetere fino a stancarci è questa: dialogo. Siamo invitati a promuovere una cultura del dialogo cercando con ogni mezzo di aprire istanze affinché questo sia possibile e ci permetta di ricostruire il tessuto sociale. La cultura del dialogo implica un autentico apprendistato, un’ascesi che ci aiuti a riconoscere l’altro come un interlocutore valido; che ci permetta di guardare lo straniero, il migrante, l’appartenente a un’altra cultura come un soggetto da ascoltare, considerato e apprezzato. E’ urgente per noi oggi coinvolgere tutti gli attori sociali nel promuovere «una cultura che privilegi il dialogo come forma di incontro», portando avanti «la ricerca di consenso e di accordi, senza però separarla dalla preoccupazione per una società giusta, capace di memoria e senza esclusioni» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 239). La pace sarà duratura nella misura in cui armiamo i nostri figli con le armi del dialogo, insegniamo loro la buona battaglia dell’incontro e della negoziazione. In tal modo potremo lasciare loro in eredità una cultura che sappia delineare strategie non di morte ma di vita, non di esclusione ma di integrazione.

Questa cultura del dialogo, che dovrebbe essere inserita in tutti i curriculi scolastici come asse trasversale delle discipline, aiuterà ad inculcare nelle giovani generazioni un modo di risolvere i conflitti diverso da quello a cui li stiamo abituando. Oggi ci urge poter realizzare “coalizioni” non più solamente militari o economiche ma culturali, educative, filosofiche, religiose. Coalizioni che mettano in evidenza che, dietro molti conflitti, è spesso in gioco il potere di gruppi economici. Coalizioni capaci di difendere il popolo dall’essere utilizzato per fini impropri. Armiamo la nostra gente con la cultura del dialogo e dell’incontro.

Capacità di generare

Il dialogo e tutto ciò che esso comporta ci ricorda che nessuno può limitarsi ad essere spettatore né mero osservatore. Tutti, dal più piccolo al più grande, sono parte attiva nella costruzione di una società integrata e riconciliata. Questa cultura è possibile se tutti partecipiamo alla sua elaborazione e costruzione. La situazione attuale non ammette meri osservatori di lotte altrui. Al contrario, è un forte appello alla responsabilità personale e sociale.

In questo senso i nostri giovani hanno un ruolo preponderante. Essi non sono il futuro dei nostri popoli, sono il presente; sono quelli che già oggi con i loro sogni, con la loro vita stanno forgiando lo spirito europeo. Non possiamo pensare il domani senza offrire loro una reale partecipazione come agenti di cambiamento e di trasformazione. Non possiamo immaginare l’Europa senza renderli partecipi e protagonisti di questo sogno.

Ultimamente ho riflettuto su questo aspetto e mi sono chiesto: come possiamo fare partecipi i nostri giovani di questa costruzione quando li priviamo di lavoro; di lavori degni che permettano loro di svilupparsi per mezzo delle loro mani, della loro intelligenza e delle loro energie? Come pretendiamo di riconoscere ad essi il valore di protagonisti, quando gli indici di disoccupazione e sottoccupazione di milioni di giovani europei sono in aumento? Come evitare di perdere i nostri giovani, che finiscono per andarsene altrove in cerca di ideali e senso di appartenenza perché qui, nella loro terra, non sappiamo offrire loro opportunità e valori?

«La giusta distribuzione dei frutti della terra e del lavoro umano non è mera filantropia. E’ un dovere morale».[7] Se vogliamo pensare le nostre società in un modo diverso, abbiamo bisogno di creare posti di lavoro dignitoso e ben remunerato, specialmente per i nostri giovani.

Ciò richiede la ricerca di nuovi modelli economici più inclusivi ed equi, non orientati al servizio di pochi, ma al beneficio della gente e della società. E questo ci chiede il passaggio da un’economia liquida a un’economia sociale. Penso ad esempio all’economia sociale di mercato, incoraggiata anche dai miei Predecessori (cfr Giovanni Paolo II, Discorso all’Ambasciatore della R.F. di Germania, 8 novembre 1990). Passare da un’economia che punta al reddito e al profitto in base alla speculazione e al prestito a interesse ad un’economia sociale che investa sulle persone creando posti di lavoro e qualificazione.

Dobbiamo passare da un’economia liquida, che tende a favorire la corruzione come mezzo per ottenere profitti, a un’economia sociale che garantisce l’accesso alla terra, al tetto per mezzo del lavoro come ambito in cui le persone e le comunità possano mettere in gioco «molte dimensioni della vita: la creatività, la proiezione nel futuro, lo sviluppo delle capacità, l’esercizio dei valori, la comunicazione con gli altri, un atteggiamento di adorazione. Perciò la realtà sociale del mondo di oggi, al di là degli interessi limitati delle imprese e di una discutibile razionalità economica, esige che “si continui a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro […] per tutti[8]» (Enc. Laudato si’, 127).

Se vogliamo mirare a un futuro che sia dignitoso, se vogliamo un futuro di pace per le nostre società, potremo raggiungerlo solamente puntando sulla vera inclusione: «quella che dà il lavoro dignitoso, libero, creativo, partecipativo e solidale».[9]Questo passaggio (da un’economia liquida a un’economia sociale) non solo darà nuove prospettive e opportunità concrete di integrazione e inclusione, ma ci aprirà nuovamente la capacità di sognare quell’umanesimo, di cui l’Europa è stata culla e sorgente.

Alla rinascita di un’Europa affaticata, ma ancora ricca di energie e di potenzialità, può e deve contribuire la Chiesa. Il suo compito coincide con la sua missione: l’annuncio del Vangelo, che oggi più che mai si traduce soprattutto nell’andare incontro alle ferite dell’uomo, portando la presenza forte e semplice di Gesù, la sua misericordia consolante e incoraggiante. Dio desidera abitare tra gli uomini, ma può farlo solo attraverso uomini e donne che, come i grandi evangelizzatori del continente, siano toccati da Lui e vivano il Vangelo, senza cercare altro. Solo una Chiesa ricca di testimoni potrà ridare l’acqua pura del Vangelo alle radici dell’Europa. In questo, il cammino dei cristiani verso la piena unità è un grande segno dei tempi, ma anche l’esigenza urgente di rispondere all’appello del Signore «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21).

Con la mente e con il cuore, con speranza e senza vane nostalgie, come un figlio che ritrova nella madre Europa le sue radici di vita e di fede, sogno un nuovo umanesimo europeo, «un costante cammino di umanizzazione», cui servono «memoria, coraggio, sana e umana utopia»[10]. Sogno un’Europa giovane, capace di essere ancora madre: una madre che abbia vita, perché rispetta la vita e offre speranze di vita. Sogno un’Europa che si prende cura del bambino, che soccorre come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo. Sogno un’Europa che ascolta e valorizza le persone malate e anziane, perché non siano ridotte a improduttivi oggetti di scarto. Sogno un’Europa, in cui essere migrante non è delitto, bensì un invito ad un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano. Sogno un’Europa dove i giovani respirano l’aria pulita dell’onestà, amano la bellezza della cultura e di una vita semplice, non inquinata dagli infiniti bisogni del consumismo; dove sposarsi e avere figli sono una responsabilità e una gioia grande, non un problema dato dalla mancanza di un lavoro sufficientemente stabile. Sogno un’Europa delle famiglie, con politiche veramente effettive, incentrate sui volti più che sui numeri, sulle nascite dei figli più che sull’aumento dei beni. Sogno un’Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia. Grazie.
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[1] Discorso al Parlamento europeo, Strasburgo, 25 novembre 2014.
[2] Ibid.
[3] Dichiarazione del 9 Maggio 1950, Salon de l’Horloge, Quai d’Orsay, Parigi.
[4] Ibid.
[5] Discorso alla Conferenza Parlamentare Europea, Parigi, 21 aprile 1954.
[6] Discorso all'Assemblea degli artigiani tedeschi, Düsseldorf, 27 aprile 1952.
[7] Discurso a los movimientos populares en Bolivia, Santa Cruz de la Sierra, 9 luglio 2015.
[8] Benedetto XVI, Lett. Enc. Caritas in veritate (29 giugno 2009), 32: AAS 101 (2009), 666.
[9] Discurso a los movimientos populares en Bolivia, Santa Cruz de la Sierra, 9 luglio 2015.
[10] Discorso al Consiglio d'Europa, Strasburgo, 25 novembre 2014.

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Nell’incontro non c’è maledizione di Luigino Bruni


Un uomo di nome Giobbe/16
Finché siamo capaci di domande siamo liberi, 
anche con Dio

Nell’incontro non c’è maledizione 
di Luigino Bruni


Io sono ritornato a Giobbe, perché non posso vivere senza di lui, perché sento che il mio tempo, come ogni tempo, è quello di Giobbe; e che, se ciò non si avverte, è solo per incoscienza o illusione.
David Maria Turoldo, Da una casa di fango – Job


"Non è raro che i poveri vengano privati anche della dignità di interrogarci sul perché della loro povertà. Li convinciamo che l’errore non sta nella nostra mancanza di risposte ma nelle loro domande sbagliate, impertinenti, superbe, peccaminose. L’ideologia della classe dominante persuade le vittime che chiedere ragioni sulla loro miseria e sulla ricchezza degli altri è illecito, immorale, magari irreligioso. Quando i poveri, o chi dà loro voce, smettono di porre a loro stessi, agli altri, a Dio le domande più vere e radicali che nascono dalla loro condizione oggettiva e concreta, e si tacciono o ne formulano di più gentili e innocue, la loro schiavitù inizia a diventare irreversibile. Si può sempre sperare di liberare noi stessi o qualcuno da una trappola di povertà materiale, morale, relazionale, spirituale, finché continuiamo a chiederci e a chiedere: ‘perché?’. Dopo che Elohim da dentro la tempesta ha magnificamente descritto animali e mostri marini, zittendolo con lo spettacolo della sua onniscienza e onnipotenza, “Giobbe prese a dire al Signore: «Comprendo che tu puoi tutto e che nessun progetto per te è impossibile. Chi è colui che, da ignorante, può oscurare il tuo piano? Davvero ho esposto cose che non capisco, cose troppo meravigliose per me, che non comprendo” (Giobbe 42,1-4). Come interpretare queste parole? Dio non gli ha detto nulla sul perché dell’ingiusta sofferenza degli innocenti e sul benessere sbagliato dei cattivi, che erano le vere domande cui Giobbe attendeva risposte durante il suo incredibile processo a Dio. Cercava una nuova giustizia e Elohim gli ha risposto con un discorso astratto, che somigliava troppo a quelli dei suoi ‘amici’ che lo avevano umiliato e addolorato in tutta la prima parte del suo libro. Come è possibile, allora, al termine della sua infinita attesa, Giobbe senta appagata la sua fame e sete di giustizia dalle nonrisposte di Elohim, e addirittura ammetta di aver fatto le domande sbagliate (“ho esposto cose che non capisco”)? No, questo Giobbe non può essere quello che abbiamo conosciuto lottando come un leone nella sua querela a Dio. Come e dove possiamo trovare una coerenza tra il primo e l’ultimo Giobbe?
...
Giobbe supera l’ultima tentazione e Dio vince la sua scommessa contro Satan. Non maledice il Dio che non ha risposto alle sue domande, che non gli si è mostrato capace di prendere veramente sul serio i perché più difficili e più veri dell’uomo e dei poveri innocenti. Giobbe ‘vede’ finalmente Dio, ma in realtà rivede il Dio che già aveva conosciuto in gioventù, non vede quel volto nuovo e diverso che aveva anelato. Il Goel, il mallevatore che aveva disperatamente pregato non è arrivato, Dio non ha mostrato un altro volto ancora ignoto. Ma ora Giobbe non si ribella più e si placa. Finché era ancora nel tempo dell’attesa, quando si poteva e doveva chiedere tutto nella speranza che arrivasse un Dio diverso, avrebbe potuto protestare e imprecare senza maledire Dio. E lo fa fatto. Ora che il tempo dell’attesa è finito e Dio ha parlato: se Giobbe avesse continuato la sua protesta questa sarebbe diventata necessariamente bestemmia. Soltanto un Dio che non si era ancora rilevato poteva accogliere le urla dissacratorie di Giobbe, non il Dio che è alla fine arrivato. Se Giobbe avesse ripetuto al Dioarrivato le denunce e le accuse che aveva rivolto al Dio-atteso, queste sarebbero state solo maledizione. Giobbe parlava e gridava ad un volto di Dio oltre Elohim, e non essendo arrivato si è trovato di fronte ad una sola drammatica scelta: maledizione o resa incondizionata. E scelse la resa. Ci sono nella vita dei momenti decisivi quando il bivio ‘maledizione-resa’ si presenta in tutta la sua drammaticità. Per molti la morte arriva sotto la forma di questo bivio drammatico. Quando dopo aver lottato a lungo, impiegato tutte le energie propria, della famiglia, della medicina, giunge finalmente il giorno in cui capiamo che ci resta ancora un’ultima scelta tra due sole possibilità: quella suggerita dalla moglie di Giobbe (“Maledici Dio poi crepa”: 2,9) o la resa docile. E anche in questa ultima scelta è molto probabile che l’angelo di Dio che viene non è quello che abbiamo atteso, che la vita che sta finendo non ha risposto alle grandi domande che le abbiamo fatto dal giorno dei primi perché dell’infanzia. E anche in quell’ora dovremo decidere se morire benedicenti e miti o maledicenti e arrabbiati. Ma il bivio tra la resa e la maledizione ci si pone puntualmente di fronte anche nelle relazioni importanti della nostra vita, quando davanti alla delusione per un figlio o un amico che ci dà risposte inferiori a quelle che ci aspettavamo e che doveva darci, invece di maledirlo e perderlo scegliamo di arrenderci e benedirlo così come ci appare, accogliendo quella delusione per salvare la fede-fiducia in quel rapporto. E magari da questo momento il nostro ‘personaggio’ può iniziare a sorprenderci. Giacobbe (Jacob) ricevette la benedizione dall’angelo di Elohim insieme alla ferita all’anca, nel grande combattimento nel letto dello Yabboq (Genesi 32). Giobbe (Job), nel guado del suo fiume di sofferenza, viene ferito da Elohim ma è lui a benedirlo. Il Dio di Giacobbe ferisce e benedice, quello di Giobbe ferisce e viene benedetto. E grazie a Giobbe, e all’autore del suo libro, la terra e cielo si rincontrano in una nuova reciprocità, dove anche Elohim ci si può rivelare bisognoso della nostra benedizione.

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Leggi anche i post già pubblicati:- Un uomo di nome Giobbe/15 - Un Dio che sa imparare
- Un uomo di nome Giobbe/14 - L'altra mano dell'onnipotente
- Un uomo di nome Giobbe/13 - Il vero senso della sofferenza
- Un uomo di nome Giobbe/12 - L'attesa dell'innocente
- Un uomo di nome Giobbe/11 - La miniera della sapienza
- Un uomo di nome Giobbe/10 - Fedeli al Dio del non ancora
- Un uomo di nome Giobbe/9 - Il veleno della falsa misericordia
- Un uomo di nome Giobbe/8 - La rivoluzione dell’ascolto
- Un uomo di nome Giobbe/7 - La parola che vince la morte
- Un uomo di nome Giobbe /6 - La memoria viva della terra
- Un uomo di nome Giobbe /5 - Attenti ai ruffiani di Dio
- Un uomo di nome Giobbe /4 - La responsabilità di Dio
- Un uomo di nome Giobbe /3 - L’arca del duro canto
- Un uomo di nome Giobbe /2 - La risposta dell’intoccabile
- Un uomo di nome Giobbe / 1 - Nudo è il dialogo con Dio

giovedì 5 maggio 2016

5 maggio Giornata Nazionale per la lotta alla pedofilia e alla pedopornografia


Una giornata dedicata alla lotta contro la pedofilia

Oggi dedichiamoci tutti a lottare contro pedofilia e pedopornografia. Da sette anni, era il 2009, il 5 maggio è dedicato a questo gravissimo tema che dovrebbe smuovere le coscienze e far gridare a ciascuno il proprio sdegno. Perché, come dice il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, nel suo messaggio in occasione di questa giornata nazionale, si tratta di “una piaga da eradicare con fermezza perché contraria al senso di umanità, che richiede al più forte di rispettare e proteggere chi non può difendersi”.

I numeri, che ogni anno ‘SOS Il Telefono Azzurro Onlus’ fornisce con il suo Dossier sulla Pedofilia, denunciano un aumento costante, fotografano uno scenario allarmante. Con i dati aggiornati in base alle segnalazioni ricevute dalle linee di ascolto ‘1.96.96’, il’ 114′ Emergenza Infanzia e il servizio chat, solo nel 2015 le linee della associazione hanno gestito più di 4724 richieste di aiuto di bambini e adolescenti, delle quali 241 – circa il 5% sul totale – hanno riguardato situazioni di emergenza per abusi sessuali. Una tendenza in preoccupante crescita rispetto agli anni passati, che diventa ancora più significativa se si considerano anche le segnalazioni ricevute dal 114 legate alla pedopornografia online (8,8%), raddoppiate rispetto al 2013 (4,4%).
La maggior parte degli abusi sessuali continuano ad essere registrati all’interno delle mura domestiche, messi in atto da persone conosciute (oltre il 76% dei casi della linea 1.96.96 e oltre il 54,3% dei casi per la linea 114), per lo più appartenenti al nucleo familiare. Si riscontra, tuttavia, un trend in aumento nella percentuale di responsabili estranei o amici/conoscenti esterni al nucleo familiare della vittima.

Da giorni i riflettori dei media con il caso della bimba di Caivano, Fortuna Loffredo, ‘volata’ giù due anni fa da un ottavo piano, e con il più recente ma non meno grave episodio accaduto a Roma dove un 45enne – personaggio già conosciuto come molestatore di minori tanto da trascorrere per questo reato gli anni tra il 2006 e il 2013 nel carcere di Regina Coeli – con la scusa di selezionare bambine per uno spettacolo parrocchiale ne ha violentato una di 9 anni davanti agli occhi della sorellina di 5, rimangono accesi sugli scabrosissimi temi al centro della giornata odierna.

Per quanto riguarda la pedopornografia, don Fortunato Di Noto denuncia il fatto che ci sono centinaia di portali pro-pedofilia che impunemente rivendicano le loro posizioni di ‘benessere sessuali sui bambini da parte di chi è orientato sessualmente verso di loro'. La sua associazione Meter si batte dal 1989 contro gli abusi sui bambini smascherando con l’aiuto della tecnologia più recente siti che contengono materiale relativo a bambini abusati e venduti a tale scopo. Solo nel 2015 sono state segnalate un milione e 180 mila foto e 76.200 video, informa don Di Noto, mentre dal 2003 ad oggi, sono stati denunciati 125 mila siti pedopornografici, 9.872 solo nel 2015 di cui 70 nel ‘darknet’ con specifici riferimenti italiani.

Come combattere questo flagello che sembra inarrestabile? “La lotta contro la pedofilia si vince anche quando non si tace davanti all’abuso”, dichiara il sacerdote siciliano ricordando che “chi lo fa commette un crimine”.

Secondo il professor Ernesto Caffo, Neuropsichiatra infantile e Presidente di SOS Il Telefono Azzurro Onlus, “l’abuso sui bambini si combatte ogni giorno con azioni concrete di tipo culturale, etico, educativo e terapeutico”. Nello specifico, la lotta alla pedopornografia passa anche attraverso una corretta educazione in grado di insegnare la cultura del rispetto per l’altro – dice Sergio MattarellaPer questo occorre mobilitare tutti i soggetti che entrano in contatto con il mondo dei giovani – la scuola, le attività educative, i media, i social network – affinché contribuiscano a questa causa e rifiutino ogni forma di indifferenza nei confronti degli abusi sui minori.

Nel mondo sono oltre 223 milioni di bambini abusati, 10 milioni di bambini vittime dei pedofili nella produzione del mercato della pedopornografia. Se ci riferiamo al solo territorio italiano, i dati del Dossier Telefono Azzurro confermano il “primato” femminile delle vittime di abusi (65%) e l’alta percentuale dei minori di 11 anni (oltre il 40%). 
A.B.
(fonte Scelgo News 05/05/2016)

NON DOBBIAMO TOLLERARE GLI ABUSI SUI MINORI!!! 
Le parole di Papa Francesco dopo il Regina Coeli di domenica 1° maggio 2016
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Veglia di Preghiera per "Asciugare le lacrime" - Anche il dolore accolto ci riporta a casa (diretta video da S. Pietro)


Veglia di Preghiera per "Asciugare le lacrime"

Basilica di San Pietro 05 maggio 2016 18:00 - 19:30


Asciugare le lacrime di chi soffre, affidarle come un dono al Signore, l’unico che può davvero trasformare il pianto in gioia. Con questo spirito, stasera, Francesco celebrerà in San Pietro una Veglia di preghiera che avrà come cuore la consolazione degli afflitti, una delle 7 opere di misericordia spirituale, che il Papa invita a compiere soprattutto in questo Giubileo straordinario.

In preghiera per chi soffre, dai bambini alle vittime della guerra
Durante la Veglia si pregherà per i “bambini abusati” e per i giovani “ai quali è tolta l’infanzia”, per le vittime di guerra e del terrorismo. Si pregherà per quelli che soffrono nel corpo, per coloro che sono incarcerati ingiustamente e per quanti sono abbandonati e dimenticati. Non mancheranno preghiere per le famiglie che hanno perso un figlio, per chi ha perso la casa o il lavoro. E ancora, si pregherà per quanti sono torturati, schiavizzati e perseguitati. Nell’occasione della Veglia, in Basilica, sarà esposto alla venerazione dei fedeli il reliquario della Madonna delle lacrime di Siracusa, legato al fenomeno prodigioso accaduto nel 1953 nella casa di una giovane coppia di sposi dove un quadretto di gesso raffigurante la Madonna versò lacrime umane.

Testimonianze di sofferenza durante la Veglia
Momento forte della Veglia, le testimonianze toccanti di sofferenza da parte di una famiglia sconvolta dal dramma del suicidio di un figlio, un rifugiato politico pakistano perseguitato per la sua fede cristiana e un uomo che da giovane aveva smarrito il senso della vita e l’ha ritrovato grazie alla fede della madre e del fratello gemello. Durante la celebrazione il Papa farà distribuire ai presenti, come simbolo di conforto e speranza, l’Agnus Dei, un oggetto antichissimo di devozione da lui benedetto, usato in particolare durante gli Anni giubilari. Si tratta di un oggetto realizzato con cera bianca in forma di un ovale che reca da una lato l’impronta dell’Agnello Pasquale e dall’altro il logo del Giubileo della Misericordia.

Il Papa donerà l’Agnus Dei a dieci persone, in rappresentanza di chi soffre
A ricevere l’Agnus Dei direttamente dalle mani del Papa saranno 10 persone in rappresentanza di tutti coloro che portano sulle spalle storie umane di grande sofferenza. Tra questi, la presidente dell’associazione “Figli nel Cielo” e dell’associazione “Vittime della Strada”, un giovane diacono rwandese che ha perso molti dei suoi familiari durante il genocidio del 1994. Ancora un uomo vittima del gioco d’azzardo e un ex senzatetto. Sono storie, sottolinea un comunicato del dicastero per la Nuova Evangelizzazione, di drammi “ma anche di rinascite, a partire proprio da quelle lacrime che, cadute nel terreno del dolore, si sono impastate con la fede e hanno trasformato deserti in giardini di speranza”.
(fonte: Radio Vaticana)
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Il Giubileo delle lacrime voluto da Francesco
Anche il dolore accolto ci riporta a casa
di Francesco Ognibene

C’è un linguaggio del corpo al quale spesso dobbiamo semplicemente obbedire, per quanto impegno mettiamo nel silenziarlo. Accade quando un dolore di qualunque origine sale improvviso al cuore, serra la gola, fino a togliere il fiato. Non resterebbe da far altro, allora, che lasciarlo fluire, cedergli la parola, semplicemente ascoltarlo: piangere, finché non s’è placato. 

Ma quanto spesso, legati come siamo da infiniti lacci sociali e comprensibili pudori, o decisi a non voler cedere a quella che ci pare sia una debolezza o un lusso inopportuno, ricacciamo dentro quel rivolo di sofferenza convincendoci che è pericoloso dargli spazio. Si lascia che il dolore si sedimenti, e parliamo qui solo di quando è sottile, insistente come la pioggia, perché se si fa largo come un terremoto sotto l’urto improvviso della vita allora non c’è resistenza che tenga. Invece le lacrime ordinarie, quotidiane, anche solo intuite in una vibrazione profonda, ci chiedono udienza all’improvviso anche quando si mescolano al sereno stabile di una vita apparentemente senza scosse. 

È allora che capiamo che l’argine dovrebbe rompersi anche solo un poco, per evitare che il dolore sempre contenuto, rinominato, o scambiato per qualco-s’altro, lavori come un torrente carsico e consumi le difese fino a tracimare. È acqua di vita, invece, quella delle lacrime. E può bagnare la buona terra dove crescono sogni e progetti, speranze, relazioni, idee, la stessa fede, anche gli errori, irrigati così da una forza dolce che li trasforma da erba infestante a compagnia inseparabile dalla nostra fragile natura. Le lacrime umane accolte e poi asciugate, quelle che ciascuno porta dentro di sé in qualche luogo che crede dimenticato, o sempre a fior di occhi, diventano oggi protagoniste del Giubileo. 

Il Papa le ha volute al centro della veglia che questa sera in San Pietro darà voce alle ferite che segnano la vita di tanti, di tutti: chi ha perso un figlio, chi il marito per un incidente sul lavoro, chi ha visto versare sangue di famiglia nei genocidi d’Africa o nelle rappresaglie mafiose, chi ha dovuto lasciare il proprio Paese incalzato dalla guerra o dalla persecuzione, chi non vede un senso nella propria vita, o ha patìto la lacerazione di un legame, la perdita del lavoro, la malattia o la disabilità sua o di un proprio caro... In una società che rimuove il dolore e fa sentire segnata a dito la persona che soffre, quasi il suo dolore fosse una zavorra che la rende inadatta a tenere il passo, le braccia che stasera apre il Papa a nome di tutta la Chiesa sono il segno che non c’è dolore del quale vergognarsi, che non possa trovare ascolto, e che anzi proprio quella fatica può portarci fuori dal vicolo cieco nel quale ci pareva di esserci impantanati. 

Allo stesso tempo, questa veglia si pone come uno dei gesti più originali del Giubileo, nel quale si coglie la creatività pastorale di Francesco, la sua fede imbevuta di tenerezza e umanità, un Vangelo spalancato ad accogliere ciascuno per nome partendo dal proprio percorso, qualunque prova abbia attraversato. Le lacrime secondo la logica della misericordia non sono lo stigma della sconfitta ma il segno di una prossimità attesa e sperata, l’invito al samaritano perché torni a fermarsi, e ancor prima a vedere, a toccare la ferita, ad asciugare quel viso rigato di acqua che sgorga dall’anima. 

Il Papa è il buon pastore nel quale rivive la voce di Isaia, che stasera risuonerà nella basilica vaticana («Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio»). La sua intuizione delle lacrime come materia prima della misericordia è il gesto disarmato e immensamente comunicativo di un padre che non detta condizioni e attende sulla Porta Santa chi si presenta spinto dal desiderio sempre inappagato della sua umanità. 

Allo stesso tempo, ci dice di non giudicare il malato per le sue piaghe, di non maledire chi è causa del nostro pianto («lasciamo a Dio coloro che ci hanno addolorato» dice Gregorio Nazianzeno nel brano al centro della veglia romana), di essere soltanto grati a Dio anche per le salite e le spine, «perché – spiega ancora il Padre della Chiesa – il soffrire divenga per tutti fonte di ricompensa» imparando a «sopportare serenamente». Perché il dolore non è la condanna di un destino avverso. È vero semmai – ci confida Francesco – che le nostre lacrime possono insegnarci la via di casa.
(fonte: Avvenire 05/05/2016)


NO MURI, MA CORRIDOI UMANITARI - Austria, il vescovo che dice no al muro e non muri, ma ponti. Diritti umani, ma anche ecumenismo di Andrea Riccardi

AUSTRIA, IL VESCOVO CHE DICE NO AL MURO
di Stefano Pasta


Monsignor Ägidius Zsifkovics guida la diocesi di Eisenstadt, al confine con l'Ungheria. Quando le autorità di polizia gli hanno chiesto di installare un tratto della barriera di separazione tra i due Paesi su terreni appartenenti alla Chiesa lui ha fatto obiezione di coscienza.


C’è un tempo in cui occorre dire “no”. È quello che ha pensato il vescovo austriaco di Eisenstadt, monsignor Ägidius Zsifkovics, quando la direzione della polizia ha deciso di installare su terreni della sua Diocesi un tratto della barriera che deve dividere l’Austria dall’Ungheria. Dall'altra parte della frontiera, nel villaggio magiaro di Körmend, le autorità di Budapest hanno allestito un centro di accoglienza; Vienna, in piena campagna elettorale per le presidenziali, teme che molti profughi proseguano la loro marcia verso Ovest. 

Per questo il Ministero dell’interno ha deciso di costruire una barriera di nove chilometri a Moschendorf, una recinzione più lunga di quella di Spielfeld al confine con la Slovenia. Per poter iniziare a piantare i pali e la rete, però, occorre l’assenso dei proprietari dei terreni. Tra loro c’è la Diocesi di Eisenstadt: monsignor Zsifkovics ha vietato alle ruspe di entrare in due proprietà della Chiesa. 

La decisione ha aperto una forte discussione in città: c’è chi gli ha scritto ringraziando «in nome dell’umanità», mentre da altri, che si dichiarano cattolici ma simpatizzano per gruppi xenofobi, sono arrivate critiche violente e rabbia.

Il mite vescovo ha ribadito come la crisi dei rifugiati rappresenti «una cartina al tornasole del cristianesimo»: «L’anno scorso, quando circa 200mila persone hanno passato il confine, abbiamo creato da un giorno all’altro, in edifici ecclesiastici, mille alloggiamenti di fortuna per famiglie sfinite, donne, bambini e persone anziane e indebolite. E ora dovremmo installare steccati sui terreni della Chiesa? È il mio corpo stesso che si ribella». «Ho sempre ricordato che la Sacra Famiglia è stata una famiglia di rifugiati e chi pensa altrimenti non rappresenta il Vangelo», ripete con convinzione. 

Il suo “nein” è una vera e propria obiezione di coscienza: «Sono consapevole – continua – della difficile situazione dello Stato, ma non posso accettare per motivi di coscienza. Con ogni fibra del mio corpo affermo che è impossibile per me accettare che nel Ventunesimo secolo si possano costruire dei recinti, destinati a diventare un feticcio». Zsifkovics, che è anche il coordinatore in tema di profughi delle Conferenze episcopali accreditate all’Ue, ricorda di essere nato nel 1963 a Güssing, vicino alla frontiera con l’Ungheria, di essere cresciuto nell’Europa divisa dalla cortina di ferro e di aver sperimentato «tutte le umiliazioni di una zona di confine», sempre con il desiderio di un’altra vita. 

Quella contro il muro di Moschendorf, però, non è una lotta personale del vescovo, ma vede la Chiesa austriaca impegnata a difendere il valore dell’accoglienzacontrapposto a quello che il cardinale di Vienna Schönborn ha sintetizzato con l’espressione «Fortezza Europa».
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Non muri, ma ponti. Diritti umani, 
ma anche ecumenismo
di Andrea Riccardi 



Accogliendo in Italia a Fiumicino il secondo gruppo di profughi (musulmani e cristiani) dalla Siria e dall'Iraq attraverso i corridoi umanitari, ho richiamato il primo articolo del Trattato di Lisbona, la "Costituzione" dell'Europa: "l'Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello stato di diritto, del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze".

La vera Europa non ha muri, ma costruisce ponti. I corridoi umanitari sono nati dalla collaborazione fra cattolici e protestanti - la Comunità di Sant'Egidio, la Federazione delle Chiese evangeliche, le Chiese valdesi e metodiste- in sinergia con il governo italiano. La società civile, su tutto il territorio nazionale, provvede in totale autonomia finanziaria all'accoglienza, all'insegnamento della lingua italiana, alle cure mediche di cui molti di loro hanno bisogno.

Questo progetto coniuga insieme solidarietà e legalità, permettendo ai profughi di arrivare in Europa in maniera sicura, evitando le morti in mare e il ricorso ai trafficanti di esseri umani, dopo uno screening legale accurato. Sono un atto di solidarietà verso famiglie in gravi condizioni di vulnerabilità, ma anche una protesta europea e civile contro la guerra che da troppi anni insanguina la Siria. Abbiamo bisogno di pace presto in questo paese.

Pensiamo alle ore terribili che Aleppo sta vivendo. È significativo che tra i profughi arrivati oggi ci sia una numerosa famiglia armena, fuggita dalla città dove i loro nonni avevano trovato riparo al tempo del massacro dei cristiani di Anatolia. C'è in questo progetto di corridoi umanitari anche un messaggio ecumenico: la collaborazione tra le comunità evangeliche e una comunità cattolica come Sant'Egidio.

I rifugiati interpellano i cristiani europei: che Europa vogliono per il futuro? Non tutti i cristiani (qualunque sia la loro confessione) sono d'accordo o hanno riflettuto su questo tema. Le nostre scelte sui migranti costruiscono l'Europa di domani. Proprio sulla questione, ho auspicato la convocazione di un sinodo europeo ecumenico.
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Non muri, ma ponti. Diritti umani, ma anche ecumenismo di Andrea Riccardi


Zafira e la sua famiglia,
 dalla Siria all'Italia con i corridoi umanitari
La storia di Zafira e della sua famiglia, testimoni delle terribili violenze della guerra in Siria, fuggiti in Libano, pronti per raggiungere l'Italia con i Corridoi Umanitari attivati da Sant'Egidio, Chiese Evangeliche Italiane e Tavola Valdese.

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In fuga da Aleppo, la speranza di Kevorc 
nei corridoi umanitari
Kevorc e la sua famiglia, cristiani fuggiti da Aleppo, distrutta dalla guerra, in partenza per l'Italia grazie ai corridoi umanitari. Si tratta di un progetto-pilota, il primo di questo genere in Europa, e ha come principali obiettivi: evitare i viaggi con i barconi nel Mediterraneo, che hanno già provocato un numero altissimo di morti, tra cui molti bambini; impedire lo sfruttamento dei trafficanti di uomini che fanno affari con chi fugge dalle guerre; concedere a persone in “condizioni di vulnerabilità” (ad esempio, oltre a vittime di persecuzioni, torture violenze, famiglie con bambini, anziani, malati, persone con disabilità) un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario e la possibilità di presentare successivamente domanda di asilo; consentire di entrare in Italia in modo sicuro per sé e per tutti, perché il rilascio dei visti umanitari prevede i necessari controlli da parte delle autorità italiane. I corridoi umanitari sono il frutto di una collaborazione ecumenica fra cristiani cattolici e protestanti: Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese evangeliche, Chiese valdesi e metodiste hanno scelto di unire le loro forze per un progetto di alto profilo umanitario
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