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giovedì 5 maggio 2016

La pecorella smarrita (cfr Lc 15,1-7) - Il Signore non può rassegnarsi al fatto che anche una sola persona possa perdersi. L’agire di Dio è quello di chi va in cerca dei figli perduti per poi fare festa e gioire con tutti per il loro ritrovamento.(Papa Francesco Udienza Generale 04/05/2016 -Foto, testo e video)


 4 maggio 2016  


All’udienza generale in Piazza San Pietro, il Papa ha svolto la sua catechesi sulla parabola della “pecorella smarrita” raccontata dal Vangelo di san Luca. “Conosciamo tutti l’immagine del Buon Pastore – ha detto - che si carica sulle spalle la pecorella smarrita. Da sempre questa icona rappresenta la sollecitudine di Gesù verso i peccatori e la misericordia di Dio che non si rassegna a perdere alcuno". 


17. La pecorella smarrita (cfr Lc 15,1-7)
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Conosciamo tutti l’immagine del Buon Pastore che si carica sulle spalle la pecorella smarrita. Da sempre questa icona rappresenta la sollecitudine di Gesù verso i peccatori e la misericordia di Dio che non si rassegna a perdere alcuno. La parabola viene raccontata da Gesù per far comprendere che la sua vicinanza ai peccatori non deve scandalizzare, ma al contrario provocare in tutti una seria riflessione su come viviamo la nostra fede. Il racconto vede da una parte i peccatori che si avvicinano a Gesù per ascoltarlo e dall’altra parte i dottori della legge, gli scribi sospettosi che si discostano da Lui per questo suo comportamento. Si discostano perchè Gesù si avvicinava ai peccatori. Questi erano orgogliosi, erano superbi, si credevano giusti.

La nostra parabola si snoda intorno a tre personaggi: il pastore, la pecora smarrita e il resto del gregge. Chi agisce però è solo il pastore, non le pecore. Il pastore quindi è l’unico vero protagonista e tutto dipende da lui. Una domanda introduce la parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova?» (v. 4). Si tratta di un paradosso che induce a dubitare dell’agire del pastore: è saggio abbandonare le novantanove per una pecora sola? E per di più non al sicuro di un ovile ma nel deserto? Secondo la tradizione biblica il deserto è luogo di morte dove è difficile trovare cibo e acqua, senza riparo e in balia delle fiere e dei ladri. Cosa possono fare novantanove pecore indifese? Il paradosso comunque continua dicendo che il pastore, ritrovata la pecora, «se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: Rallegratevi con me» (v. 6). Sembra quindi che il pastore non torni nel deserto a recuperare tutto il gregge! Proteso verso quell’unica pecora sembra dimenticare le altre novantanove. Ma in realtà non è così. L’insegnamento che Gesù vuole darci è piuttosto che nessuna pecora può andare perduta. Il Signore non può rassegnarsi al fatto che anche una sola persona possa perdersi. L’agire di Dio è quello di chi va in cerca dei figli perduti per poi fare festa e gioire con tutti per il loro ritrovamento. Si tratta di un desiderio irrefrenabile: neppure novantanove pecore possono fermare il pastore e tenerlo chiuso nell’ovile. Lui potrebbe ragionare così: “Faccio il bilancio: ne ho novantanove, ne ho persa una, ma non è una grande perdita”. Lui invece va a cercare quella, perchè ognuna è molto importante per lui e quella è la più bisognosa, la più abbandonata, la più scartata; e lui va a cercarla. Siamo tutti avvisati: la misericordia verso i peccatori è lo stile con cui agisce Dio e a tale misericordia Egli è assolutamente fedele: nulla e nessuno potrà distoglierlo dalla sua volontà di salvezza. Dio non conosce la nostra attuale cultura dello scarto, in Dio questo non c’entra. Dio non scarta nessuna persona; Dio ama tutti, cerca tutti: uno per uno! Lui non conosce questa parola “scartare la gente”, perchè è tutto amore e tutta misericordia.

Il gregge del Signore è sempre in cammino: non possiede il Signore, non può illudersi di imprigionarlo nei nostri schemi e nelle nostre strategie. Il pastore sarà trovato là dove è la pecora perduta. Il Signore quindi va cercato là dove Lui vuole incontrarci, non dove noi pretendiamo di trovarlo! In nessun altro modo si potrà ricomporre il gregge se non seguendo la via tracciata dalla misericordia del pastore. Mentre ricerca la pecora perduta, egli provoca le novantanove perché partecipino alla riunificazione del gregge. Allora non solo la pecora portata sulle spalle, ma tutto il gregge seguirà il pastore fino alla sua casa per far festa con “amici e vicini”.

Dovremmo riflettere spesso su questa parabola, perché nella comunità cristiana c’è sempre qualcuno che manca e se ne è andato lasciando il posto vuoto. A volte questo è scoraggiante e ci porta a credere che sia una perdita inevitabile, una malattia senza rimedio. E’ allora che corriamo il pericolo di rinchiuderci dentro un ovile, dove non ci sarà l’odore delle pecore, ma puzza di chiuso! E i cristiani? Non dobbiamo essere chiusi, perchè avremo la puzza delle cose chiuse. Mai! Bisogna uscire e non chiudersi in sè stessi, nelle piccole comunità, nella parrocchia, ritenendosi “i giusti”. Questo succede quando manca lo slancio missionario che ci porta ad incontrare gli altri. Nella visione di Gesù non ci sono pecore definitivamente perdute, ma solo pecore che vanno ritrovate. Questo dobbiamo capirlo bene: per Dio nessuno è definitivamente perduto. Mai! Fino all’ultimo momento, Dio ci cerca. Pensate al buon ladrone; ma solo nella visione di Gesù nessuno è definitivamente perduto. La prospettiva pertanto è tutta dinamica, aperta, stimolante e creativa. Ci spinge ad uscire in ricerca per intraprendere un cammino di fraternità. Nessuna distanza può tenere lontano il pastore; e nessun gregge può rinunciare a un fratello. Trovare chi si è perduto è la gioia del pastore e di Dio, ma è anche la gioia di tutto il gregge! Siamo tutti noi pecore ritrovate e raccolte dalla misericordia del Signore, chiamati a raccogliere insieme a Lui tutto il gregge!

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mercoledì 4 maggio 2016

E' provato scientificamente: essere gentili fa bene alla salute fisica e mentale e... rende il mondo migliore!


Per migliorare l’umore bisogna dedicarsi agli altri, più che a se stessi. A suggerirlo è un nuovo studio. 
Quando ci capita una brutta giornata tendiamo a consolarci con un po’ di shopping terapeutico, con il nostro dolce preferito oppure con un’uscita fra amici nella speranza di sentirci meglio. 
Ma un nuovo studio pubblicato sulla rivista Emotion, la scorsa settimana, indica che questo approccio per migliorare l’umore è equiparabile al non fare assolutamente nulla.

Di contro, la ricerca ha scoperto che donarsi agli altri e praticare atti di gentilezza può migliorare il nostro umore e benessere generale, come ha spiegato sabato ad Huffington Post la dottoressa Katherine Nelson, principale autrice dello studio ed assistente universitaria di Psicologia presso la University of South, a Sewanee, in Tennessee.
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“Fare cose per gli altri ci offre la possibilità di sentire emozioni positive più intense, come gioia, appagamento e amore”, ha affermato Nelson. “Le persone possono provare emozioni positive più forti e, di conseguenza, un miglioramento della salute psicologica: quando siamo gentili con gli altri coltiviamo le nostre relazioni sociali, oppure possiamo sentirci più orgogliosi di noi stessi perché abbiamo compiuto una buona azione”.

Studi precedenti hanno dimostrato che i gesti di gentilezza non sono solo in grado di promuovere la salute mentale, ma anche il nostro benessere fisico. Ad esempio, un’altra ricerca suggerisce che un atteggiamento altruista può ridurre la pressione sanguigna e lo stress.
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“Si tratta di uno studio molto importante” sostiene Keltner, autore del libro di prossima uscita The Power Paradox: How We Gain and Lose Influence. “Perché si aggiunge a prove sempre più numerse, dimostrando che dedicarsi a migliorare il benessere altrui dà una spinta anche al nostro benessere, in contrasto con il popolare mito secondo cui la felicità può essere raggiunta interessandosi solo a se stessi”.


un po' di gentilezza e... sarà un mondo migliore!


«La strada giusta è Gesù» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
3 maggio 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 



Papa Francesco:
La vita cristiana non è un fascino: è una verità

La «strada giusta» si chiama Gesù e per il cristiano il cammino della vita è fatto «un po’ di croce e un po’ di risurrezione». Ma sulla strada c’è chi si ferma come «una mummia spirituale», chi sbaglia direzione e si intestardisce, chi passa l’esistenza girando a vuoto e chi si fa sedurre dalle bellezze mondane: da questi atteggiamenti ha messo in guardia il Papa, invitando espressamente a un esame di coscienza per verificare la propria esperienza di fede, nella messa celebrata martedì 3 maggio nella cappella della Casa Santa Marta.

Il passo evangelico di Giovanni proposto dalla liturgia (14, 6-14) — ha spiegato Francesco — «è parte di quel lungo discorso di Gesù nella ultima cena, il discorso del congedo: lui si congeda prima di andare alla passione». E dice agli apostoli: «Io non vi lascerò orfani; io non vi lascerò soli; io vado a prepararvi un posto». Inoltre, ha fatto notare il Papa, nei «due versetti prima di questo passo che abbiamo ascoltato» si legge: «Dove io vado, voi conoscete la via». Così Tommaso risponde: «Ma, Signore, noi non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via?». A questo punto inizia il passo evangelico della liturgia del giorno, con Gesù che dice a Tommaso: «Io sono la via». È «la risposta all’angoscia, alla tristezza, alla tristezza dei discepoli per questo congedo di Gesù: loro non capivano tanto, ma erano tristi per questo». Per questo Gesù dice a Tommaso: «Io sono la via».

Questa espressione di Gesù, ha affermato Francesco, «ci fa pensare alla vita cristiana», che «è un cammino: incominciamo col battesimo a camminare e cammino, cammino, cammino». Si può dire che la vita cristiana «è una strada e la strada giusta è Gesù». Tanto che lui stesso ha detto: «Io sono la via». Dunque, «per camminare bene nella vita cristiana la strada è Gesù».

Ma, ha avvertito il Papa, «ci sono parecchi modi di camminare». C’è «prima di tutto quello che non cammina. Un cristiano che non cammina, che non fa strada, è un cristiano “non cristiano”, per così dire: è un cristiano un po’ paganizzato, sta lì, sta fermo immobile, non va avanti nella vita cristiana, non fa fiorire le beatitudini nella sua vita, non fa le opere di misericordia, è fermo». Di più, ha aggiunto Francesco, «scusatemi la parola, ma è come fosse una “mummia”, lì, una “mummia spirituale”». E «ci sono cristiani che sono “mummie spirituali”, fermi lì: non fanno del male, ma non fanno del bene». Però questo modo di essere «non darà frutto: non è un cristiano fecondo perché non cammina».

Poi, ha proseguito il Papa, ci sono alcuni che «camminano e sbagliano strada». Ma «anche noi tante volte sbagliamo strada». È «lo stesso Signore che viene e che ci aiuta, non è una tragedia sbagliare strada». Infatti «la tragedia è essere testardo e dire: “questa è la strada”, e non lasciare che la voce del Signore ci dica: “Questa non è la strada, torna, torna indietro e riprendi la vera strada”». Bisogna «riprendere la strada quando ci accorgiamo degli errori, degli sbagli che noi facciamo» e «non essere testardi e andare sempre per la strada sbagliata, perché questo ci allontana da Gesù, perché lui è la strada e non la strada sbagliata».

Ancora, ha spiegato Francesco, «ci sono altri che camminano ma non sanno dove vanno: sono erranti nella vita cristiana, vagabondi». Tanto che «la loro vita è girare, di qua e di là, e perdono così la bellezza di avvicinarsi a Gesù nella vita di Gesù». Insomma, «perdono la strada perché girano e tante volte questo girare, girare errante, li porta a una vita senza uscita: il girare troppo si trasforma in labirinto e poi non sanno come uscire». Così, alla fine, «quella chiamata di Gesù l’hanno persa, non hanno bussola per uscire e girano, girano, cercano».

Poi, ha continuato il Papa, «ci sono altri che nel cammino vengono sedotti da una bellezza, da una cosa, e si fermano a metà strada, affascinati da quello che vedono, da quella idea, da quella proposta, da quel paesaggio, e si fermano». Ma «la vita cristiana non è un fascino: è una verità. È Gesù Cristo». E «santa Teresa d’Avila diceva, parlando di questo cammino: “Noi camminiamo per arrivare all’incontro con Gesù”»: proprio «come una persona che cammina per arrivare a un posto, non si ferma perché le piace quell’albergo, perché le piace il paesaggio, ma va avanti, avanti, avanti». Ma «nella vita cristiana» va bene «fermarsi, guardando le cose che mi piacciano, le bellezze — ci sono le bellezze e bisogna guardarle, perché le ha fatte Dio — ma non fermarsi». Si deve «continuare la vita cristiana». Perciò bisogna fare in modo «che una cosa bella, una cosa tranquilla, una vita tranquilla non mi affascini per fermarmi». E così, ha affermato il Papa, ci sono «tante modalità di non fare il giusto cammino», perché «il giusto cammino, la giusta via è Gesù».

Nella prospettiva di questa riflessione, il Pontefice ha suggerito un esame di coscienza attraverso una serie di domande dirette: «Noi possiamo domandarci oggi, ognuno di noi: Il mio cammino cristiano, che ho iniziato nel battesimo, come va? È fermo? Ha sbagliato strada? Sono in giro continuamente e non so dove andare spiritualmente? Mi fermo davanti alle cose che mi piacciono: la mondanità, la vanità — tante cose, no? — o vado sempre avanti, facendo concrete le beatitudini e le opere di misericordia?». E, ha aggiunto, «fa bene domandarsi questo: è un vero esame di coscienza!». In sostanza: «Come cammino? Seguo Gesù?».

E «come seguire Gesù — ha spiegato il Papa — ce lo ha detto Paolo nella prima lettura: “Ho trasmesso quello che anche io ho ricevuto, che è Gesù. Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto, che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai dodici”». Ecco, ha spiegato Francesco, «seguire Gesù è essere convinto di questo, la via di Gesù è questa: sempre c’è un po’ di croce e un po’ di risurrezione». Ma «questa è la vita» e «quando Gesù dice a Tommaso: “Io sono la via”, gli dice questo». Perciò, ha insistito il Pontefice, «questo è il cammino e questo è il cammino cristiano: la via di Gesù è tanto piena di consolazioni, di gloria e anche di croce, ma sempre con pace nell’anima».

Tirando le conclusioni della sua riflessione, il Papa ha riaffermato che «non seguono totalmente Gesù quel cristiano che si ferma; quello che sbaglia strada; quello che passa la vita girando; quello che è affascinato e sedotto delle bellezze o delle cose che gli interessano e si ferma lì per guardare e ritarda il cammino».

Prima di riprendere la celebrazione, Francesco ha invitato nuovamente all’esame di coscienza — almeno «cinque minutini» — per domandarsi: «Come sono io in questo cammino cristiano? Fermo, sbagliato, in giro girando, fermandomi davanti alle cose che mi piacciono?». Oppure corrispondo a quello che dice Gesù: «Io sono la via»? E, ha esortato, «chiediamo allo Spirito Santo che ci insegni a camminare bene, sempre, e quando ci stanchiamo» facciamo «un piccolo ristoro e avanti». Al Signore, ha concluso, «chiediamo questa grazia».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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martedì 3 maggio 2016

3 maggio Giornata mondiale per la libertà di stampa


3 maggio
Giornata mondiale 
per la libertà di stampa




«La libertà di espressione e di stampa non sono un lusso che può attendere fino al raggiungimento di uno sviluppo sostenibile: sono i pilastri che consentono a tutti di godere dei diritti umani e sono quindi diritti di vitale importanza per il buon governo e lo Stato di diritto». Lo dicono il Segretario generale dell’Onu, il Direttore generale dell’Unesco e l’Alto Commissario per i diritti umani. Ma nella realtà quotidiana dei cronisti le limitazioni e le censure sono all’ordine del giorno. L’Italia non fa eccezione, anzi: siamo scivolati al 73° posto nella classifica di Reporter senza frontiere.



Ventotto giornalisti italiani uccisi, 2800 minacciati, almeno 15 che vivono sotto scorta; 1410 giornalisti uccisi nel mondo: la libertà di informazione è sotto attacco ovunque. In occasione, oggi, delle celebrazioni del Word Press Freedom Day, la Giornata Mondiale della libertà di stampa indetta dall'Unesco, tante sono state le iniziative pubbliche in memoria dei giornalisti uccisi e a sostegno dei cronisti minacciati in Italia a causa del loro lavoro.
"L'Italia è il Paese dell'Europa in cui è più a rischio chi fa il giornalista - ha detto in una conferenza stampa alla Camera Claudio Fava (SI), vicepresidente della Commissione Antimafia e coordinatore del Comitato che si occupa di mafia e informazione - e non ci sono solo le minacce fisiche e verbali ma anche le querele temerarie, fatte o minacciate, oltre alla situazione di precarietà professionale, sempre più diffusa".
Il direttore di Ossigeno per l'informazione - che ha presentato la ricerca su mafia e informazione svolta da Ossigeno su mafia e informazione su incarico della Commissione parlamentare antimafia - Alberto Spampinato, ha ricordato che il Parlamento il 3 marzo scorso ha approvato all'unanimità la Relazione dell'Antimafia sul tema.





Intenzione di preghiera di Papa Francesco per il mese di Maggio 2016: "perché in tutti i Paesi del mondo le donne siano onorate e rispettate, e sia valorizzato il loro imprescindibile contributo sociale" (videomessaggio)


Intenzione di preghiera 
di Papa Francesco 
per il mese di Maggio 2016


È innegabile il contributo delle donne in tutti gli ambiti dell’attività umana, iniziando dalla famiglia. Ma soltanto riconoscerlo... È sufficiente?
Abbiamo fatto molto poco per le donne che si trovano in situazioni molto difficili, disprezzate, emarginate, e perfino ridotte in schiavitù. 
Dobbiamo condannare la violenza sessuale che soffrono le donne ed eliminare gli ostacoli che impediscono il loro pieno inserimento nella vita sociale, politica ed economica.
Se pensi che questo è giusto fa conoscere questa petizione con me:
È una preghiera: perché in tutti i Paesi del mondo le donne siano onorate e rispettate, e sia valorizzato il loro imprescindibile contributo sociale.

Durante il videomessaggio compaiono in sovraimpressione le seguenti affermazioni sul tema della tutela del lavoro femminile:
Il mio lavoro vale tanto quanto quello di un uomo. 
Non sarò mai una schiava.
No alla violenza di genere. 
Basta con la discriminazione nel lavoro.
Uomini e donne siamo figli di Dio.

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"Nostra Signora di maggio" di Gianfranco Ravasi - Benigni recita il Canto XXXIII vv. 1-21 del Paradiso (video)


Nostra Signora di maggio
di 
Gianfranco Ravasi





Anche chi non ha più nessuna pratica religiosa conserva il ricordo del mese di maggio come del tempo dedicato alla madre di Gesù, Maria, contrassegnato in passato dai cosiddetti “fioretti”, piccoli sacrifici da offrire alla Vergine. È, questa, una devozione tipicamente italiana, iniziata nel Settecento e poi diffusa in altre nazioni, soprattutto in connessione col mondo agrario e la stagione primaverile. Studiosi importanti della pietà popolare, come il famoso francescano svizzero Giovanni Pozzi (1923-2002) e il sacerdote lucano-romano Giuseppe De Luca (1898-1962), vagliarono a livello storico-critico e letterario questo imponente fenomeno socio-religioso. Si pensi che uno dei vari libretti destinati a incrementare la qualità mariana del maggio italiano, il Mese di Maria di Alfonso Muzzarelli, pubblicato a Ferrara nel 1785, ebbe in pochi decenni più di 150 edizioni! A questo proposito è significativo registrare un dato pastorale ancor oggi rilevante, nonostante l’onda secolarizzante. Il prossimo 8 maggio sarò a Pompei, invitato a presiedere la celebre Supplica alla Madonna nella piazza antistante il noto santuario mariano eretto tra il 1876 e il 1939, meta di pellegrini ma anche di turisti provenienti dai vicini scavi archeologici. Alla base di questa tradizione popolare c’è uno scritto di un avvocato, Bartolo Longo, che consacrò tutta la sua vita (1841-1926) alla cura dei malati e dei poveri: esso s’intitola I quindici sabati del santissimo rosario (1877), e quella che ho tra le mani è la 75a edizione datata 1981! Ma per rendere ragione dell’ampiezza sotterranea di questa letteratura devozionale mariana, si pensi che lo scritto più noto del Longo, la Novena d’impetrazione alla SS. Vergine del rosario di Pompei (1889), nell’esemplare che ho potuto consultare, datato 1974, si nota che si tratta della 1153a edizione! La devozione mariana popolare è certamente una realtà pastorale di grande rilievo (basti citare i santuari di Loreto, Lourdes, Fatima e il recente e problematico caso “Medjugorje”), ma lo è anche a livello di antropologia culturale, tant’è vero che la bibliografia è, al riguardo, sterminata. Né si deve escludere la più specifica riflessione teologica, la cosiddetta “mariologia” che si affida ormai a vere e proprie biblioteche di trattati, dizionari, saggi, riviste, accademie, centri di ricerca: uno studioso, Tiziano Civiero, segnalava che «una buona biblioteca mariana è composta da non meno di 20- 23mila volumi». Si pensi, poi, al risalto che ha la figura della madre di Gesù nel dialogo interreligioso con l’Islam. Maryam, infatti, è l’unica donna chiamata per nome nel Corano che le intitola un’intera sura, la XIX, e la evoca in molte altre, in particolare la III. Anche la tradizione musulmana le assegna la missione alta di generare verginalmente il profeta Gesù attraverso lo spirito di Dio. La invoca, poi, Sayyidatunâ, «nostra Signora» e la considera una delle quattro donne sante per eccellenza, con la figlia del faraone che salvò Mosè, con Cadigia e Fatima, rispettivamente moglie e figlia di Maometto. Nel giorno del giudizio sarà la prima, tra le donne e gli uomini, ad avanzare davanti al Dio giudice supremo, espletando così una funzione di intercessione. Ma ritorniamo alla mariologia cristiana per segnalare un evento particolare che si collega al discorso precedente sull’impatto che questa figura ha nel cristianesimo, non solo cattolico (si pensi allo spicco che ha Maria nella liturgia, nella spiritualità, nell’arte ortodossa delle icone e nella stessa letteratura religiosa, ad esempio, con lo splendido inno Acatisto).


...

Questo aspetto nazional-popolare – a cui finora abbiamo fatto riferimento – non deve far dimenticare che esiste un’importante e mirabile letteratura mariana “alta”. Si potrebbe, in questo senso, comporre un grandioso “canzoniere” mariano, naturalmente a partire da quello straordinario canto XXXIII del Paradiso dantesco, capace di intrecciare in armonia suprema la teologia con la poesia, meritatamente reso popolare da Benigni. Ma ci sarebbero subito da allegare Boccaccio, col sonetto O Regina degli angioli, o Maria, e Petrarca con la canzone Vergine bella, che di sol vestita, per non parlare del Pianto de la Madonna di Iacopone da Todi, giù giù fino al Tasso che canta la Madonna di Loreto, a Parini, Manzoni, Pascoli, Rilke, Ungaretti, e persino Pasolini che, nell’Usignolo della Chiesa Cattolica, ci ha lasciato un’Annunciazione e una Litania. Sono molte, infatti, le presenze inattese di fronte alla «Vergine Madre, figlia del tuo figlio». Che il filosofo Vico componga un sonetto per la festa dell’Immacolata del 1742 a Napoli è comprensibile, ma che Sartre ateo dichiarato offra un’eccezionale e teologicamente impeccabile confessione personale di Maria mentre stringe tra le braccia il neonato Gesù può certamente sorprendere (la si legga nel dramma Bariona o il figlio del tuono, composto nello Stalag XII D di Treviri nel Natale 1940, ove il filosofo era internato). Noi, un po’ in anticlimax, evochiamo in finale il più popolare Trilussa con questi suoi versi semplici e delicati: «Quand’ero regazzino, mamma mia / me diceva: “Ricordati, figliolo, / quanno te senti veramente solo / tu prova a recità ’n’Ave Maria. / L’anima tua da sola spicca er volo / e se solleva, come pe’ maggia». / Ormai so’ vecchio, er tempo m’è volato; / da un pezzo s’è addormita la vecchietta, / ma quer consijo non l’ho mai scordato. / Come me sento veramente solo / io prego la Madonna benedetta / e l’anima da sola pija er volo!».



Benigni recita il Canto XXXIII vv. 1-21 del Paradiso
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«Lo Spirito Santo continuamente apre il cuore» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
02 maggio 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 



Papa Francesco:
Il prezzo della testimonianza

Nella vita del cristiano c’è una «doppia testimonianza»: quella dello Spirito che «apre il cuore» mostrando Gesù, e quella della persona che «con la forza dello Spirito» annuncia «che il Signore vive». Una testimonianza, quest’ultima, da portare «non tanto con le parole» ma con la «vita», anche a costo di «pagare il prezzo» delle persecuzioni.
Sono stati ancora una volta lo Spirito Santo e la sua azione nel cuore di ogni credente il fulcro della meditazione di Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta lunedì 2 maggio. 

La liturgia, infatti, continua a proporre brani degli Atti degli apostoli (16, 11-15) con le prime missioni della Chiesa nascente e stralci del discorso di Gesù durante l’ultima cena (Giovanni, 15, 26 - 16, 4). In particolare nel Vangelo del giorno si legge di Gesù che «parla della testimonianza che lo Spirito Santo, il Paràclito, darà di lui e della testimonianza che noi dovremo dare anche di lui». E Francesco ha sottolineato come qui la parola «più forte» sia proprio «testimonianza».

La testimonianza dello Spirito si ritrova anche nella prima lettura dove, mentre si parla di Lidia, una «commerciante di porpora della città di Tiàtira, una credente in Dio», si dice: «Il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo». Ma «chi ha toccato il cuore di questa donna?» si è chiesto il Pontefice, ricordando che Lidia «ha sentito dentro di sé» qualcosa che la spingeva a dire: «Questo è vero! Io sono d’accordo con quello che dice quest’uomo, quest’uomo che dà testimonianza di Gesù Cristo»? La risposta è: «lo Spirito Santo». È lui «che ha fatto sentire a questa donna che Gesù era il Signore; ha fatto sentire a questa donna che la salvezza era nelle parole di Paolo; ha fatto sentire a questa donna una testimonianza».

È quindi, ha spiegato il Papa, lo Spirito che «dà testimonianza di Gesù. E ogni volta che noi sentiamo nel cuore qualcosa che ci avvicina a Gesù, è lo Spirito che lavora dentro». Lo stesso Gesù spiegò ai discepoli l’azione dello Spirito: «Vi insegnerà e vi ricorderà tutto quello che ho detto io». E lo Spirito, ha aggiunto Francesco, «continuamente apre il cuore, come ha aperto il cuore di questa signora Lidia», e «dà testimonianza per sentire e ricordare quello che Gesù ci ha insegnato».

Ma la testimonianza, ha spiegato il Papa, «è doppia». Ovvero: «lo Spirito ci dà la testimonianza di Gesù e noi diamo la testimonianza con la forza dello Spirito dello stesso Signore». Lo ribadisce ancora Gesù nel brano evangelico: «Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità, che procede dal Padre, Egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me dal principio». E il Signore, ha fatto notare Francesco, insiste sulle caratteristiche di questa testimonianza — «forse i discepoli non capivano bene» ha osservato — aggiungendo: «Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi». Gli spiega, cioè, «il prezzo della testimonianza cristiana» in maniera diretta: «Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà, crederà di rendere culto a Dio».

Quindi, ha riassunto il Pontefice, «il cristiano, con la forza dello Spirito, dà testimonianza che il Signore vive, che il Signore è risorto, che il Signore è fra noi, che il Signore celebra con noi la sua morte, la sua risurrezione, ogni volta che ci accostiamo all’altare»; e lo fa «nella sua vita quotidiana, col suo modo di agire». È, ha aggiunto, «la testimonianza continua del cristiano». Allo stesso tempo, il il cristiano deve essere consapevole che a volte questa testimonianza «provoca attacchi, provoca persecuzioni»: sono «le piccole persecuzioni», come quelle delle «chiacchiere» e delle «critiche», ma anche le persecuzioni di cui «la storia della Chiesa è piena», cioè quelle che portano «i cristiani nel carcere» o «perfino a dare la vita».

È quindi lo stesso «Spirito Santo che ci ha fatto conoscere Gesù» a spingerci «a farlo conoscere, non tanto con le parole, ma con la testimonianza di vita». E, ha suggerito concludendo il Papa, «è buono chiedere allo Spirito Santo che venga nel nostro cuore, per dare testimonianza di Gesù» e pregarlo così: «Signore, che io non mi allontani da Gesù. Insegnami quello che ha insegnato Gesù. Fammi ricordare quello che ha detto e fatto Gesù e, anche, aiutami a portare la testimonianza di queste cose. Che la mondanità, le cose facili, le cose che vengono proprio dal padre della menzogna, dal principe di questo mondo, il peccato, non mi allontani dalla testimonianza; che non mi scandalizzi, come dice Gesù, di essere cristiano, perché qualcuno mi evita o ci sono persecuzioni».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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lunedì 2 maggio 2016

«Lasciamoci riconciliare con Dio! Questo Giubileo della Misericordia è un tempo di riconciliazione per tutti.» Papa Francesco Udienza Giubilare 30/04/2016 (Foto, testo e video)

 30 aprile 2016 

Per il consueto giro in piazza sulla jeep anche tre ragazzi invitati da Papa Francesco che, come sempre puntuale e sorridente, ha dispensato carezze, sorrisi e benedizioni.
Un’esortazione a «non mettere ostacoli alle persone che vogliono riconciliarsi con Dio» è stata rivolta da Papa Francesco ai confessori durante l’udienza giubilare di sabato mattina, 30 aprile, in una piazza San Pietro gremita soprattutto di militari che partecipavano al pellegrinaggio delle forze armate e di polizia. La vostra missione - ha detto loro Papa Francesco - è quella "di garantire un ambiente sicuro, affinché ogni cittadino possa vivere in pace e serenità"
A fine udienza il Papa ha salutato, in particolare, i partecipanti al giubileo delle Forze armate e di Polizia, tra i quali erano presenti il ministro dell’Interno Angelino Alfano e la ministro della Difesa Roberta Pinotti






Misericordia e Riconciliazione

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi desidero riflettere con voi su un aspetto importante della misericordia: la riconciliazione. Dio non ha mai mancato di offrire il suo perdono agli uomini: la sua misericordia si fa sentire di generazione in generazione. Spesso riteniamo che i nostri peccati allontanino il Signore da noi: in realtà, peccando, noi ci allontaniamo da Lui, ma Lui, vedendoci nel pericolo, ancora di più ci viene a cercare. Dio non si rassegna mai alla possibilità che una persona rimanga estranea al suo amore, a condizione però di trovare in lei qualche segno di pentimento per il male compiuto.

Con le nostre sole forze non ce la facciamo a riconciliarci con Dio. Il peccato è davvero un’espressione di rifiuto del suo amore, con la conseguenza di rinchiuderci in noi stessi, illudendoci di trovare maggiore libertà e autonomia. Ma lontano da Dio non abbiamo più una meta, e da pellegrini in questo mondo diventiamo “erranti”. Un modo di dire comune è che, quando pecchiamo, noi “voltiamo le spalle a Dio”. E’ proprio così; il peccatore vede solo se stesso e pretende in questo modo di essere autosufficiente; perciò, il peccato allarga sempre di più la distanza tra noi e Dio, e questa può diventare un baratro. Tuttavia, Gesù viene a cercarci come un bravo pastore che non è contento fino a quando non ha ritrovato la pecora perduta, come leggiamo nel Vangelo (cfr Lc 15,4-6). Lui ricostruisce il ponte che ci ricongiunge al Padre e ci permette di ritrovare la dignità di figli. Con l’offerta della sua vita ci ha riconciliati col Padre e ci ha donato la vita eterna (cfr Gv 10,15).

«Lasciatevi riconciliare con Dio!» (2 Cor 5,20): il grido che l’apostolo Paolo rivolse ai primi cristiani di Corinto, oggi con la stessa forza e convinzione vale per tutti noi. Lasciamoci riconciliare con Dio! Questo Giubileo della Misericordia è un tempo di riconciliazione per tutti. Tante persone vorrebbero riconciliarsi con Dio ma non sanno come fare, o non si sentono degni, o non vogliono ammetterlo nemmeno a se stessi. La comunità cristiana può e deve favorire il ritorno sincero a Dio di quanti sentono la sua nostalgia. Soprattutto quanti compiono il «ministero della riconciliazione» (2 Cor 5,18) sono chiamati ad essere strumenti docili allo Spirito Santo perché là dove ha abbondato il peccato possa sovrabbondare la misericordia di Dio (cfr Rm 5,20). Nessuno rimanga lontano da Dio a causa di ostacoli posti dagli uomini! E questo vale anche – e lo dico sottolineandolo – per i confessori - è valido per loro -: per favore, non mettere ostacoli alle persone che vogliono riconciliarsi con Dio. Il confessore deve essere un padre! E’ al posto di Dio Padre! Il confessore deve accogliere le persone che vengono da lui per riconciliarsi con Dio e aiutarli nel cammino di questa riconciliazione che stiamo facendo. E’ un ministero tanto bello: non è una sala di tortura né un interrogatorio, no, è il Padre che riceve e accoglie questa persona e perdona. 
Lasciamoci riconciliare con Dio! Tutti noi! Questo Anno Santo sia il tempo favorevole per riscoprire il bisogno della tenerezza e della vicinanza del Padre per ritornare a Lui con tutto il cuore.

Fare esperienza della riconciliazione con Dio permette di scoprire la necessità di altre forme di riconciliazione: nelle famiglie, nei rapporti interpersonali, nelle comunità ecclesiali, come pure nelle relazioni sociali e internazionali. Qualcuno mi diceva, nei giorni scorsi, che nel mondo ci sono più nemici che amici, e credo che avesse ragione. Ma no, facciamo ponti di riconciliazione anche fra noi, incominciando dalla stessa famiglia. Quanti fratelli hanno litigato e si sono allontanati soltanto per l’eredità. Questo non va! Quest’anno è l’anno della riconciliazione, con Dio e fra noi! La riconciliazione infatti è anche un servizio alla pace, al riconoscimento dei diritti fondamentali delle persone, alla solidarietà e all’accoglienza di tutti.

Accettiamo, dunque, l’invito a lasciarci riconciliare con Dio, per diventare nuove creature e poter irradiare la sua misericordia in mezzo ai fratelli, in mezzo alla gente.

Saluto ai partecipanti al Giubileo delle Forze Armate e di Polizia

Con gioia do il mio benvenuto ai rappresentanti delle forze armate e delle polizie, provenienti da tante parti del mondo, venuti in pellegrinaggio a Roma in occasione del Giubileo straordinario della Misericordia. Le forze dell’ordine – militari e polizia – hanno per missione di garantire un ambiente sicuro, affinché ogni cittadino possa vivere in pace e serenità. Nelle vostre famiglie, nei vari ambiti in cui operate, siate strumenti di riconciliazione, costruttori di ponti e seminatori di pace. Siete infatti chiamati non solo a prevenire, gestire, o porre fine ai conflitti, ma anche a contribuire alla costruzione di un ordine fondato sulla verità, sulla giustizia, sull’amore e sulla libertà, secondo la definizione di pace di San Giovanni XXIII nell’Enciclica Pacem in terris (nn.18 ss).

L’affermazione della pace non è impresa facile, soprattutto a causa della guerra, che inaridisce i cuori e accresce violenza e odio. Vi esorto a non scoraggiarvi. Proseguite il vostro cammino di fede e aprite i vostri cuori a Dio Padre misericordioso che non si stanca mai di perdonarci. Di fronte alle sfide di ogni giorno, fate risplendere la speranza cristiana, che è certezza della vittoria dell’amore sull’odio e della pace sulla guerra.


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Saluti:

...

Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana ... Cari fratelli e sorelle, proseguire con coraggio nel cammino di una convinta testimonianza cristiana nei luoghi dove la Provvidenza vi ha posto; fatevi soprattutto strumenti di misericordia e di accoglienza verso le persone più deboli.

Saluto i numerosi gruppi parrocchiali, le associazioni...

Saluto con affetto i giovani, i malati e gli sposi novelli: a ciascuno di voi giunga il mio incoraggiamento a seguire Cristo: vi affido tutti alla materna protezione della Vergine Maria.
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Omelia p. Alberto Neglia - VI Domenica di Pasqua - anno C (VIDEO)


Omelia p. Alberto Neglia

VI Domenica di Pasqua - anno C
1 maggio 2016

Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto



... Gesù ci tiene a precisare che Lui non vuole manifestarsi con gesti prodigiosi... vuole manifestarsi con gesti semplici, con delicatezza, con umiltà, quasi mettendosi in basso, si vuole manifestare amandoci e il suo amore è un amore che bussa, quasi si fa mendicante... Gesù davvero ci vuole bene, siamo fratelli suoi, figli del Padre e per ognuno di noi Lui è disposto a versare il sangue... 
Gesù insiste dicendo "se uno mi ama osserverà la mia Parola"... ci propone di ascoltare la Parola, se noi amiamo Gesù ci lasciamo sedurre, ci innamoriamo di Lui allora lo ascoltiamo, la sua Parola diventa vita nostra, quella Parola che nel grembo di Maria si è fatta carne, in un certo senso riplasma la nostra debolezza, la nostra fragilità e Lui si fa presente... "il Padre ed io faremo dimora con lui", questo è bellissimo la dimora di Dio, il tempio di Dio siamo noi... la vera presenza di Dio è la nostra vita...
Gesù che viene, che si fa presente non ci fa dei regalini, non ci risolve i problemi... Gesù dice io sto con te, io mi faccio presente e insieme affrontiamo la vita e i problemi...
Gesù ci dice "vi lascio la pace" la nostra vita diventa luogo in cui si realizza la pace, "non come la dà il mondo io la do a voi" perché il mondo a volte ritiene di offrire la pace attraverso la forza... non si può portare la pace con le armi... creando rapporti fraterni, avendo rispetto per ogni uomo, aiutando ogni fratello che ci sta accanto così si costruisce la pace...

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"Noi non siamo soli" - Papa Francesco Regina Coeli 01/05/2016 (testo e video)

 1 maggio 2016 


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo di oggi ci riporta al Cenacolo. Durante l’Ultima Cena, prima di affrontare la passione e la morte sulla croce, Gesù promette agli Apostoli il dono dello Spirito Santo, che avrà il compito di insegnare e di ricordare le sue parole alla comunità dei discepoli. Lo dice Gesù stesso: «Il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26). Insegnare e ricordare. E questo è quello che fa lo Spirito Santo nei nostri cuori.

Nel momento in cui sta per fare ritorno al Padre, Gesù preannuncia la venuta dello Spirito che anzitutto insegnerà ai discepoli a comprendere sempre più pienamente il Vangelo, ad accoglierlo nella loro esistenza e a renderlo vivo e operante con la testimonianza. Mentre sta per affidare agli Apostoli – che vuol dire appunto “inviati” – la missione di portare l’annuncio del Vangelo in tutto il mondo, Gesù promette che non rimarranno soli: sarà con loro lo Spirito Santo, il Paraclito, che si porrà accanto ad essi, anzi, sarà in essi, per difenderli e sostenerli. Gesù ritorna al Padre ma continua ad accompagnare e ammaestrare i suoi discepoli mediante il dono dello Spirito Santo.

Il secondo aspetto della missione dello Spirito Santo consiste nell’aiutare gli Apostoli a ricordare le parole di Gesù. Lo Spirito ha il compito di risvegliare la memoria, ricordare le parole di Gesù. Il divino Maestro ha già comunicato tutto quello che intendeva affidare agli Apostoli: con Lui, Verbo incarnato, la rivelazione è completa. Lo Spirito farà ricordare gli insegnamenti di Gesù nelle diverse circostanze concrete della vita, per poterli mettere in pratica. È proprio ciò che avviene ancora oggi nella Chiesa, guidata dalla luce e dalla forza dello Spirito Santo, perché possa portare a tutti il dono della salvezza, cioè l’amore e la misericordia di Dio. Per esempio, quando voi leggete tutti i giorni – come vi ho consigliato – un brano, un passo del Vangelo, chiedere allo Spirito Santo: “Che io capisca e che io ricordi queste parole di Gesù”. E poi leggere il passo, tutti i giorni… Ma prima quella preghiera allo Spirito, che è nel nostro cuore: “Che io ricordi e che io capisca”.

Noi non siamo soli: Gesù è vicino a noi, in mezzo a noi, dentro di noi! La sua nuova presenza nella storia avviene mediante il dono dello Spirito Santo, per mezzo del quale è possibile instaurare un rapporto vivo con Lui, il Crocifisso Risorto. Lo Spirito, effuso in noi con i sacramenti del Battesimo e della Cresima, agisce nella nostra vita. Lui ci guida nel modo di pensare, di agire, di distinguere che cosa è bene e che cosa è male; ci aiuta a praticare la carità di Gesù, il suo donarsi agli altri, specialmente ai più bisognosi.

Non siamo soli! E il segno della presenza dello Spirito Santo è anche la pace che Gesù dona ai suoi discepoli: «Vi do la mia pace» (v. 27). Essa è diversa da quella che gli uomini si augurano o tentano di realizzare. La pace di Gesù sgorga dalla vittoria sul peccato, sull’egoismo che ci impedisce di amarci come fratelli. E’ dono di Dio e segno della sua presenza. Ogni discepolo, chiamato oggi a seguire Gesù portando la croce, riceve in sé la pace del Crocifisso Risorto nella certezza della sua vittoria e nell’attesa della sua venuta definitiva.

La Vergine Maria ci aiuti ad accogliere con docilità lo Spirito Santo come Maestro interiore e come Memoria viva di Cristo nel cammino quotidiano.

Dopo il Regina Coeli:

Cari fratelli e sorelle,

il mio cordiale pensiero va ai nostri fratelli delle Chiese d’Oriente che celebrano quest’oggi la Pasqua. Il Signore risorto rechi a tutti i doni della sua luce e della sua pace. Christos anesti!

Ricevo con profondo dolore le drammatiche notizie provenienti dalla Siria, riguardanti la spirale di violenza che continua ad aggravare la già disperata situazione umanitaria del Paese, in particolare nella città di Aleppo, e a mietere vittime innocenti, perfino fra i bambini, i malati e coloro che con grande sacrificio sono impegnati a prestare aiuto al prossimo. Esorto tutte le parti coinvolte nel conflitto a rispettare la cessazione delle ostilità e a rafforzare il dialogo in corso, unica strada che conduce alla pace.
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Si apre domani a Roma la Conferenza Internazionale sul tema “Lo sviluppo sostenibile e le forme più vulnerabili di lavoro”. Auspico che l’evento possa sensibilizzare le autorità, le istituzioni politiche ed economiche e la società civile, affinché si promuova un modello di sviluppo che tenga conto della dignità umana, nel pieno rispetto delle normative sul lavoro e sull’ambiente.

Saluto voi, pellegrini provenienti dall’Italia e da altri Paesi. In particolare, saluto i fedeli di Madrid, Barcellona e Varsavia, come pure la Comunità Abramo, impegnata in progetti di evangelizzazione in Europa, i pellegrini di Olgiate Comasco, Bagnolo Mella e i cresimandi di Castelli Calepio.

Saluto l’Associazione “Meter”, che da tanti anni lotta contro ogni forma di abuso sui minori. Questa è una tragedia! Non dobbiamo tollerare gli abusi sui minori! Dobbiamo difendere i minori e dobbiamo punire severamente gli abusatori. Grazie per il vostro impegno e continuate con coraggio in questo lavoro!
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A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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domenica 1 maggio 2016

"Per vivere la Parola dobbiamo lasciarci amare da Dio" di p. Ermes Ronchi - VI DOMENICA di PASQUA - anno C

Per vivere la Parola 
dobbiamo lasciarci amare da Dio
di p. Ermes Ronchi 

Commento
VI DOMENICA di PASQUA - anno C


Se uno mi ama, osserverà la mia parola. Il primo posto nel Vangelo non spetta alla morale, ma alla fede, che è una storia d'amore con Dio, uno stringersi a Lui come di bambino al petto della madre e non la vuol lasciare, perché è vita. Se uno mi ama, vivrà la mia Parola. E noi abbiamo capito male, come se fosse scritto: osserverà i miei comandamenti. Ma la Parola non si riduce a comandamenti, è molto di più. La Parola «opera in voi che credete» (1 Ts 2,13), crea, genera, accende, spalanca orizzonti, illumina passi, semina di vita i campi della vita.
Noi pensiamo: Se osservo le sue leggi, io amo Dio. E non è così, perché puoi essere un cristiano osservante anche per paura, per ricerca di vantaggi, o per sensi di colpa.
Ci hanno insegnato: se ti penti, Dio ti userà misericordia. Invece la misericordia previene il pentimento, il tempo della misericordia è l'anticipo, quello di Dio è amore preveniente.
Cosa vuol dire amare il Signore Gesù? Come si fa? L'amore a Dio è un'emozione, un gesto o molti gesti di carità, molte preghiere e sacrifici? No. Amare comincia con una resa a Dio, con il lasciarsi amare. Dio non si merita, si accoglie.
Proprio come continua il Vangelo oggi: e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Noi siamo il cielo di Dio, abitato da Dio intero, cielo spazioso in cui spazia il Signore della vita. Un campo dove cade pioggia di vita, in cui il sole sveglia i germogli del grano. Capisco che non posso fare affidamento sui pochi centesimi di amore che soli mi appartengono, non bastano per quasi nulla. Nei momenti difficili, se non ci fossi tu, Padre saldo, Figlio tenero, Spirito vitale, cosa potrei comprare con le mie monetine? Lo Spirito vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto. Si tratta di una affermazione che scintilla di profezia. Insegnare e ricordare, sono i due verbi dove soffia lo Spirito: il riportare al cuore le grandi parole di Gesù e l'apprendimento di nuove sillabe divine; ciò che è stato detto "in quei giorni" e ciò che lo Spirito continua a insegnare in questo tempo. 
L'umiltà di Gesù: neppure lui ha insegnato tutto, se ne va e avrebbe ancora cose da trasmettere. 
La libertà di Gesù: non chiude i suoi dentro recinti di parole ma insegna sentieri, spazi di ricerca e di scoperta, dove ha casa lo Spirito. 
Che bella questa Chiesa e questa umanità profetiche, catturate dal Soffio di Dio! Questo Spirito che convoca tutti, non soltanto i profeti di un tempo, o le gerarchie di oggi, ma tutti noi, toccati al cuore da Cristo e che non finiamo di inseguirne le tracce. E ci fa rinascere come cercatori d'oro, impegnati a inventare luoghi dove si parli con amore dell'Amore.


“Il lavoro: libertà e dignità dell’uomo in tempo di crisi economica e sociale” Messaggio dei Vescovi per il 1° maggio

1° maggio 2016

“Il lavoro: libertà e dignità dell’uomo
in tempo di crisi economica e sociale”


«Il dato prevalente è che il lavoro in Italia manca». Parte da questa constatazione il Messaggio per il 1° maggio firmato dalla Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro della CEI.
Il tempo di crisi che stiamo attraversando rischia di rendere tutti incapaci «di fermarci e tendere la mano a chi è rimasto indietro» scivolando «nel disinteresse per il destino dei nostri fratelli».
Oggi più che mai – secondo i Vescovi – «c’è quindi bisogno di educare al lavoro», che «deve tornare a essere luogo umanizzante, uno spazio nel quale comprendiamo il nostro compito di cristiani, entrando in relazione profonda con Dio, con noi stessi, con i nostri fratelli e con il creato».
La dimensione educativa del lavoro – si legge ancora nel testo – «va ritrovata anche all’interno delle istituzioni formative, facendo in modo che scuola e lavoro siano due esperienze che si intrecciano e interagiscono: i giovani devono poter fare esperienze professionali il prima possibile, così da non trovarsi impreparati una volta terminati gli studi».
L’ultima denuncia è quella della profonde disuguaglianze tra il Nord e il Sud del Paese: «senza un Meridione sottratto alla povertà e alla dittatura della criminalità organizzata – è la conclusione del Messaggio – non può esserci un Centro-Nord prospero».
(fonte Chiesa Cattolica Italiana)

Scarica il testo integrale del Messaggio dei vescovi della Commissione Episcopale


Vedi anche i nostri post precedenti:


Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - VI Domenica Pasqua / C





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)





Preghiera dei Fedeli

"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 22/2015-2016 (C) di Santino Coppolino

'Un cuore che ascolta - lev shomea'
"Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere
giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)


Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo: Gv 14,23-29 




L'amore per Dio è il centro della fede di Israele e della Chiesa:  "Amerai il Signore, Dio tuo, con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze" (Dt 6,5). Adesso che abbiamo sperimentato come lui ci ama - servendo e dando la sua vita per noi - anche noi siamo in grado di amare lui ponendoci al servizio dei nostri fratelli. Amare il Signore significa custodire e vivere la sua Parola; è il comandamento nuovo, quello di amarci gli uni gli altri come lui ci ha amati. Il comandamento dell'amore fraterno è il cuore pulsante della "nuova ed eterna alleanza", la Mishkan-la Dimora di Dio con gli uomini (Ap 21,3). Se ameremo Gesù come lui ci ha amati, nel servizio umile e gratuito ai fratelli (13,4), anche noi come lui diverremo tempio vivente di Dio, Luogo della sua Shekinà. 
In noi il Padre e il Figlio potranno edificare la loro Dimora perché "il luogo che Gesù ci prepara presso il Padre siamo noi stessi che, nell'amore vicendevole, diventiamo dimora sua e del Padre" (cit.). Purtroppo per noi, sappiamo solo parlare d'amore ma siamo incapaci di amare. Per questo Gesù ci rassicura promettendoci che il Padre non ci lascerà soli, e ci invierà lo Spirito Santo, il Paràclito, che tradotto vuol dire consolatore, difensore, intercessore, la Ruah-Emet, lo Spirito della Verità/Fedeltà, che ci starà accanto nel cammino della nostra vita e ci renderà capaci di amare. 
E' il dono ultimo di un Dio che ci ha amati fino a dare la vita, e che, attraverso lo Spirito, vuole abitare nel cuore di tutti i suoi figli perché possa essere, finalmente, "tutto in tutti" (1Cor 15,28).