Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



mercoledì 6 novembre 2013

"L’ultima obbedienza che ci fa più uomini" di Enzo Bianchi



L’ultima obbedienza che ci fa più uomini
di 
Enzo Bianchi


Morte, giudizio, inferno, paradiso: così suonava la risposta del Catechismo alla domanda sui novissimi, cioè sulle realtà ultimissime che attendono ogni uomo. Su queste colonne abbiamo già sostato sul giudizio e sul paradiso, ma in questi giorni che precedono la memoria dei morti vorremmo tentare di leggere la morte come evento umano e cristiano, sapendo che oggi viviamo in un’atmosfera culturale che della morte non vuole più saperne. È perfino banale questa constatazione: la morte è rimossa, è diventata l’unica realtà concretamente “oscena”, che non deve cioè essere vista, contemplata, considerata. Oggi vogliamo evitare di essere testimoni della morte, che tuttavia continua a essere presente nelle nostre vite familiari e di relazione; soprattutto, vogliamo evitare di pensare alla nostra propria morte, che è l’unico evento certo che ci sta davanti. 
È significativo un invito fatto da André Comte-Sponville al suo lettore, proprio in un libro che vuole essere una “saggezza” per tutti: “Lettore, coraggio! Per la morte hai tutto il tempo. Innanzitutto impegnati a vivere!”. Non è un caso che anche il vocabolario della morte sia poco frequentato. Si ha una sorta di ritegno a parlare di “morto, morte”; si preferisce dire: “Se n’è andato. È passato di là. Non è più con noi”… Questo accade anche nei funerali, che si dicono ancora cristiani, ma che sovente, soprattutto nel caso di qualche persona importante o di una disgrazia pubblica, sono “eventi” con accenti di spettacolo. In essi, invece di accogliere il mistero della morte, si parla del defunto, ci si indirizza a lui come se fosse ancora vivo, si tenta quasi una rianimazione di cadavere, magari facendo ascoltare a tutti qualche sua parola o, se era un cantante, una sua canzone. Così si cancella la morte dalla nostra vita e dalla prospettiva tanto necessaria nella ricerca di un senso, di una direzione verso cui camminare.
Ma ciò che appare follia è il fatto che, accanto a questa rimozione della morte, avvenga la sua spettacolarizzazione nei mezzi di comunicazione. In questi la morte sembra regnare, in un flusso di immagini che la esibiscono, la mostrano, insistono su di essa per “dare la notizia” efficace di catastrofi, guerre, torture, omicidi… Non vogliamo vedere la morte, e poi rallentiamo in auto per guardare gli effetti di un incidente e vederne le vittime. Abituandoci alle immagini della morte in scena, crediamo di allontanare la possibilità della nostra propria morte. Insomma, anche per il cristiano la tentazione è quella di fare tacere i novissimi, di dimenticarli, e tra di essi in particolare la morte. Eppure la morte continua ad avere l’ultima parola su di noi, almeno nella realtà visibile, continua a essere un traguardo, una meta che ci attende: è l’unica direzione (senso) della vita che non possiamo mutare, perché sempre la vita va verso la morte. Martin Heidegger in questa lettura è giunto ad affermare che l’uomo “vive per la morte”...

Leggi tutto: "L’ultima obbedienza che ci fa più uomini" di Enzo Bianchi


martedì 5 novembre 2013

Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - la Chiesa è di tutti e per tutti - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano 
5 novembre 2013
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.



Papa Francesco:
"Non accontentiamoci di essere nella lista degli invitati"

L’essenza cristiana è un invito a festa. E’ quanto affermato da Papa Francesco alla Messa di stamani alla Casa Santa Marta. Il Papa ha ribadito che la Chiesa “non è solo per le persone buone”, l’invito a farne parte riguarda tutti. Ed ha aggiunto che, alla festa del Signore, si “partecipa totalmente” e con tutti, non si può fare una selezione. I cristiani, ha dunque avvertito, non si accontentino di “essere nella lista degli invitati” altrimenti è come “rimanere fuori” dalla festa.

Le letture del giorno, ha detto il Papa iniziando la sua omelia, “ci mostrano la carta d’identità del cristiano”. Ed ha subito sottolineato che “prima di tutto l’essenza cristiana è un invito: soltanto diventiamo cristiani se siamo invitati”. Si tratta, ha soggiunto, di “un invito gratuito”, a partecipare, “che viene da Dio”. Per entrare a questa festa, ha poi avvertito, “non si può pagare: o sei invitato o non puoi entrare”. Se “nella nostra coscienza”, ha ripreso, “non abbiamo questa certezza di essere invitati” allora “non abbiamo capito cosa è un cristiano”:
“Un cristiano è uno che è invitato. Invitato a che? A un negozio? Invitato a fare una passeggiata? Il Signore vuol dirci qualcosa di più: ‘Tu sei invitato a festa!’. Il cristiano è quello che è invitato a una festa, alla gioia, alla gioia di essere salvato, alla gioia di essere redento, alla gioia di partecipare la vita con Gesù. Questa è una gioia! Tu sei invitato a festa! Si capisce, una festa è un raduno di persone che parlano, ridono, festeggiano, sono felici. E' un raduno di persone. Io fra le persone normali, mentalmente normali, mai ho visto uno che faccia festa da solo, no? Ma sarebbe un po’ noioso quello! Aprire la bottiglia del vino… Questa non è una festa, è un’altra cosa. Si fa festa con gli altri, si fa festa in famiglia, si fa festa con gli amici, si fa festa con le persone che sono state invitate, come io sono stato invitato. Per essere cristiano ci vuole una appartenenza e si appartiene a questo Corpo, a questa gente che è stata invitata a festa: questa è l’appartenenza cristiana”.
Richiamando la Lettera ai Romani, il Papa ha dunque affermato che questa festa è una “festa di unità”. Ed ha evidenziato che tutti sono invitati, “buoni e cattivi”. E i primi ad essere chiamati sono gli emarginati:
“La Chiesa non è la Chiesa solo per le persone buone. Vogliamo dire chi appartiene alla Chiesa, a questa festa? I peccatori, tutti noi peccatori siamo stati invitati. E qui cosa si fa? Si fa una comunità, che ha doni diversi: uno ha il dono della profezia, l’altro il ministero, qui è un insegnante… Qui è sorta. Tutti hanno una qualità, una virtù. Ma la festa si fa portando questo che ho in comune con tutti… Alla festa si partecipa, si partecipa totalmente. Non si può capire l’esistenza cristiana senza questa partecipazione. E’ una partecipazione di tutti noi. ‘Io vado alla festa, ma mi fermo soltanto al primo salottino, perché devo stare soltanto con tre o quattro che io conosco e gli altri…’. Questo non si può fare nella Chiesa! O tu entri con tutti o tu rimani fuori! Tu non puoi fare una selezione: la Chiesa è per tutti, incominciando per questi che ho detto, i più emarginati. E’ la Chiesa di tutti!”...


Guarda il video


Papa Francesco - S. Messa in suffragio di cardinali e vescovi scomparsi nel corso dell'anno (video e testo)

SANTA MESSA IN SUFFRAGIO 
DEI CARDINALI E DEI VESCOVI
DEFUNTI NEL CORSO DELL'ANNO

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Basilica Vaticana, Altare della Cattedra
Lunedì, 4 novembre 2013

Papa Francesco:
“I nostri peccati sono nelle mani misericordiose di Dio, piagate d’amore”

“Uomini dediti alla loro vocazione”, il cui bene prodotto a servizio della Chiesa “è ben custodito” nelle mani di Dio. È il ritratto che Papa Francesco ha fatto questa mattina (ndr. 4 novembre), dei cardinali e dei vescovi scomparsi nel corso dell'anno. In loro suffragio, il Papa ha presieduto la Messa nella Basilica di San Pietro, affermando che la speranza di un cristiano ha ragioni ben più profonde del limite imposto dalla morte.

La speranza cristiana è imbattibile, perché il peggiore dei mali non può recidere il legame d’amore tra Dio e l’uomo, men che mai la morte, che è una porta verso la vita e non un ponte che crolla tra una esistenza alle spalle e un abisso buio e sconosciuto di fronte. La lezione è di San Paolo e Papa Francesco la rammenta ai cardinali e ai vescovi che con lui ricordano i confratelli scomparsi nel corso dell’anno. Angeli e principati, presente e futuro, altezze, profondità, creature: niente, afferma l’Apostolo, “potrà separarci dall’amore di Dio”. E in questa medesima, rocciosa convinzione riposa – osserva Papa Francesco – “il motivo più profondo, invincibile della fiducia e della speranza cristiane”:
“Anche le potenze demoniache, ostili all’uomo, si arrestano impotenti di fronte all’intima unione d’amore tra Gesù e chi lo accoglie con fede. Questa realtà dell’amore fedele che Dio ha per ciascuno di noi ci aiuta ad affrontare con serenità e forza il cammino di ogni giorno, che a volte è spedito, a volte invece è lento e faticoso. Solo il peccato dell’uomo può interrompere questo legame; ma anche in questo caso Dio lo cercherà sempre, lo rincorrerà per ristabilire con lui un’unione che perdura anche dopo la morte, anzi, un’unione che nell’incontro finale con il Padre raggiunge il suo culmine”...

Leggi il testo integrale dell'omelia
Guarda il video


Siamo nati e non moriremo mai più! -Storia di Chiara Corbella Petrillo - (VIDEO)

Siamo nati e non moriremo mai più! 
-Storia di Chiara Corbella Petrillo -

“Chiara è stata una grazia ricevuta! Ha aiutato ad alzare gli occhi verso il Cielo e a desiderare il Cielo”

"Sulla Via di Damasco" RAI2 - Puntata di sabato 2 novembre 2013 dedicata alla storia di Chiara Corbella Petrillo con S.E. Mons. Don Giovanni D'Ercole. Ospiti in studio il marito Enrico Petrillo e gli amici-autori del libro Simone Troisi e Cristiana Paccini. Interviste inedite ai genitori e alla sorella di Chiara, agli amici e ai medici che l'hanno seguita.

GUARDA IL VIDEO INTEGRALE



GUARDA I NOSTRI PRECEDENTI POST:





"Matrimonio: una riflessione da aprire, non da chiudere" di Christian Albini


Matrimonio: 
una riflessione da aprire, 
non da chiudere
di Christian Albini

E' stato da poco annunciato il sinodo dei vescovi sulla famiglia del prossimo anno, un tema delicato e importante, e ieri sull'Osservatore Romano è stato pubblicato un lungo articolo dell'arcivescovo Gerhard Ludwing Müller, attuale prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, sul tema dei divorziati risposati e dell'accesso ai sacramenti (non un documento, come ha scritto qualche giornalista).
Il testo, in sostanza, si presenta come una rassegna dei pronunciamenti magisteriali sul tema, insieme a una lettura antropologica e teologica, e di fatto prende posizione contro la possibilità delle seconde nozze, secondo la prassi ortodossa, ed è possibilista sull'ampliamento del giudizio di nullità del matrimonio.
Devo dire che mi ha lasciato molto perplesso. Innanzitutto, per motivi di opportunità.
1. Come parlare di matrimonio?
Ha senso, prima ancora di aprire un processo consultivo ampio, intervenire in un modo che chiude preventivamente certe porte e indirizza invece in altre direzioni? Sembra quasi che così si svuoti la sinodalità. Anche perché, come dirò più avanti, il testo tratta come certe e risolte questioni che forse non lo sono.
Un secondo motivo di perplessità è che il sinodo sembra essere una questione di approccio "patologico" al matrimonio: come se il problema da risolvere fossero i divorzi e non ci sia invece da interrogarsi sulla comprensione che come chiesa cattolica abbiamo del matrimonio e sul modo di presentarla oggi. E' vero che ci sono dei fattori culturali e sociali che minano la definitività della scelta, ma proprio per questo è necessario innanzitutto ri-dire l'annuncio del matrimonio, più che trovare la soluzione di un problema. Posto che quest'ultimo è un discorso necessario, in quanto chiama in causa la sofferenza di molti, non si può pensare che tutto finisca lì.
Il vero problema è a monte (come la comunità cristiana pensa il matrimonio nella fede e accompagna ad esso) e non a valle (come la comunità cristiana si pone di fronte a separazioni, divorzi e nuove nozze)...

Leggi tutto: 

lunedì 4 novembre 2013

Omelia di P. Aurelio Antista (video)


XXX domenica T. O. (ANNO C)
3/11/2013



Omelia di P. Aurelio Antista 
Fraternità Carmelitana
di Pozzo di Gotto


Penso che possiamo ritenere che la pagina del Vangelo di questa domenica sia una delle più belle di tutto il Vangelo... questo racconto dell'incontro con Zaccheo è un vangelo nel Vangelo, cioè un racconto che esplicita al meglio la buona notizia dell'amore di Dio che si china sull'uomo e ci cerca, ci visita, tutti ci raggiunge perché vuole portarci la Sua salvezza, la Sua misericordia...

GUARDA IL VIDEO


Angelus del 3 novembre 2013 - Testo e video


3 novembre 2013

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

la pagina del Vangelo di Luca di questa domenica ci mostra Gesù che, nel suo cammino verso Gerusalemme, entra nella città di Gerico. Questa è l’ultima tappa di un viaggio che riassume in sé il senso di tutta la vita di Gesù, dedicata a cercare e salvare le pecore perdute della casa d’Israele. Ma quanto più il cammino si avvicina alla meta, tanto più attorno a Gesù si va stringendo un cerchio di ostilità.

Eppure a Gerico accade uno degli eventi più gioiosi narrati da san Luca: la conversione di Zaccheo. Quest’uomo è una pecora perduta, è disprezzato e uno “scomunicato”, perché è un pubblicano, anzi, è il capo dei pubblicani della città, amico degli odiati occupanti romani, è un ladro e uno sfruttatore.

Impedito dall’avvicinarsi a Gesù, probabilmente a motivo della sua cattiva fama, ed essendo piccolo di statura, Zaccheo si arrampica su un albero, per poter vedere il Maestro che passa. Questo gesto esteriore, un po’ ridicolo, esprime però l’atto interiore dell’uomo che cerca di portarsi sopra la folla per avere un contatto con Gesù. Zaccheo stesso non sa il senso profondo del suo gesto, non sa perché fa questo ma lo fa; nemmeno osa sperare che possa essere superata la distanza che lo separa dal Signore; si rassegna a vederlo solo di passaggio. Ma Gesù, quando arriva vicino a quell’albero, lo chiama per nome: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua» (Lc 19,5). Quell’uomo piccolo di statura, respinto da tutti e distante da Gesù, è come perduto nell’anonimato; ma Gesù lo chiama, e quel nome “Zaccheo”, nella lingua di quel tempo, ha un bel significato pieno di allusioni: “Zaccheo” infatti vuol dire “Dio ricorda”...


Guarda il video


domenica 3 novembre 2013

Vangelo di Luca 19,1 10 - Riflessione del Card. G. Ravasi


Vangelo di Luca 19,1-10 


Riflessione del Card. Gianfranco Ravasi

3 novembre 2013




“…Il verbo fondamentale  è cercare; cercare è anche il verbo dell’itinerario della Fede, di colui che non si accontenta di stare fermo, ma  si interroga e, come diceva quel grande pensatore credente che era Pascal: “Prima trovare, poi cercare”. In realtà colui che cerca è perché ha già trovato. ,,,"
 (Card. Ravasi)


GUARDA / ASCOLTA
LA RIFLESSIONE INTEGRALE


XXXI domenica del tempo Ordinario Riflessioni sulle letture di LUCIANO MANICARDI

Domenica 3 novembre 2013
XXXI domenica del tempo Ordinario
Riflessioni sulle letture
di LUCIANO MANICARDI






Il testo della Sapienza parla del Dio che ha misericordia (verbo eleéo: Sap 11,23) di tutti e non guarda ai peccati degli uomini in vista della loro conversione (metánoia: Sap 11,23); il vangelo presenta Zaccheo come uomo che fa esperienza della misericordia del Signore e esempio concreto di conversione.

Zaccheo cerca di vedere Gesù, ma la folla gli è di ostacolo. Per incontrare Gesù occorre uscire dalla folla, osare la propria singolarità, assumere i propri limiti per trovare il proprio personale cammino, occorre il coraggio di “cantare fuori dal coro”.


La grandezza del piccolo Zaccheo sta nell’intelligente assunzione del limite della propria statura e nel trovare aiuto in un albero di sicomoro su cui sale per poter vedere Gesù. I limiti precisi che ci abitano (fisici, morali, intellettuali, …), quando siano assunti con maturità e intelligenza, non ci impediscono di incontrare il Signore, ma ci consentono di far avvenire tale incontro nella verità. Questa assunzione ci rende anche intelligenti nel saper ricorrere alle creature che ci vivono accanto perché suppliscano alla nostra indigenza.

Capo dei pubblicani e ricco, Zaccheo probabilmente si è arricchito in modo disonesto, sfruttando le possibilità offerte dal sistema di riscossione delle imposte. Egli, che può essere etichettato come peccatore e disonesto, è abitato dal desiderio di incontrare Gesù, e cerca con tutte le sue forze di vederlo ...

Leggi tutto:
Riflessioni sulle letture di LUCIANO MANICARDI

sabato 2 novembre 2013

"Un cuore che ascolta - lev shomea' " - n. 45 di Santino Coppolino

"Un cuore che ascolta - lev shomea' " - n. 45 di Santino Coppolino
Rubrica
'Un cuore che ascolta - lev shomea'
"Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)
Traccia di riflessione sul Vangelo della Domenica
di Santino Coppolino



Vangelo: Lc 19,1-10










Nel suo Esodo verso Gerusalemme Gesù percorre la nostra terra, la nostra storia, non tralasciando di visitarci in ogni nostro dramma, in ogni nostra miseria, fin nelle nostre depressioni più profonde, fino a Gerico che ne è il simbolo, situata a circa 400 mt sotto il livello del mare.
Già nel Vangelo di domenica scorsa Egli ci ha detto che nessuno è escluso dall'amore del Padre, e che la Buona Notizia è per tutti, buoni e cattivi, santi e peccatori, farisei e pubblicani, e anche oggi la liturgia ci presenta la figura di un uomo, un pubblicano, anzi il capo dei pubblicani ("hic princeps erat pubblicanorum", traduce San Girolamo). Un principe si, ma servo a sua volta "del principe di questo mondo"(Gv 12,30-31), reso tale dalla bramosia del potere e del denaro.
Il suo nome è Zaccheo (che significa:"Yahweh ricorda") ed è basso di statura e cioè che, essendo ricco è schiacciato dal peso del potere e dei beni e non riesce a vedere la presenza di Gesù, non ne è all'altezza. Anche di uno come lui "Yahweh si ricorda", perché "anche lui è figlio di Abramo" , cioè figlio della promessa, di quel patto al quale il Signore è rimasto sempre fedele nonostante le nostre tante infedeltà. Gesù "deve" fermarsi a casa di Zaccheo perché questo è il progetto del Padre; quello che Gesù compie corrisponde al sogno di Dio sull'umanità, "che nessuno di loro vada perduto"(Gv 17,12) . Il frutto di questo incontro fra Gesù e Zaccheo è la trasformazione della vita di quest'ultimo, è la "metànoia", il cambiamento di mentalità necessario per potere entrare nel Regno (Mc 1,15), è la scoperta che "c'è più gioia nel dare che nel ricevere" (At 20,35), perché questa è l'essenza stessa di Dio: puro dono di sé per amore. Trasformazione che porterà Zaccheo "a fare giustizia", a liberarsi di quella zavorra che gli impediva di vedere Gesù, "fino all'uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo"(Ef 4,13).


Filippo Gagliardi: storie di "ordinaria" santità

«Quando mi hanno detto quello che stava succedendo, non ci potevo credere. Non ci credevo. Ma sai il bello? Io non ci ho creduto finché non ti ho visto al funerale. Non potevo credere che una persona come te, forte, sempre allegra, pronta ad ascoltarti, sempre a chiederti "come stai?" (maledetta frase) non c’era più. No. Adesso è strano entrare nel salone dell’oratorio e vedere la tua foto. Prima vedevo te. So che ci sei. Ci sei sempre stato, ci sei e ci sarai sempre. Forse non te l’ho mai detto, ma... grazie». Francesca ha 18 anni ed è una delle animatrici dell’oratorio di Intra che l’anno scorso erano "tutorate" da Filippo. Ha scritto questo messaggio due giorni fa, su Facebook, tirando fuori quello che finora non gli aveva detto.
Filippo Gagliardi è morto l’11 settembre, un tumore fulminante l’ha portato via in meno di un mese. Era una persona normalissima, un ingegnere trentenne che viveva la sua fede nel quotidiano, radicato in una comunità, all’oratorio Circolo San Vittore di Intra, sponda piemontese del Lago Maggiore. Lì aveva scelto di impegnarsi come "sentinella del mattino" e di sposare Anna, con cui fin da bambino aveva giocato su quel campetto che ora porterà il suo nome. È morto mentre stava diventando padre. A fine dicembre verrà battezzato Luca Filippo, nato il 6 ottobre. Anna, durante il lungo travaglio, si è affidata proprio al suo Filippo: «Istanti di terrore di perdere quanto di più bello e prezioso avessi. Mi sono detta: "Voglio essere come Fil e affrontare qualunque cosa affidandomi al Signore", e ho pregato Lui ma anche te affidando la preziosa vita del nostro cucciolo, e ripetendo, come hai fatto tu: "Il Signore è la mia forza, in Lui confido, non ho timor"».
La vita di Filippo non ha niente di straordinario, ma è proprio questo ad aver gettato luce su una vicenda che da due mesi non smette di scuotere i tanti che l’hanno conosciuto, e anche chi di lui non sapeva quasi nulla...

Per saperne di più

Troppo piccola la Basilica di San Vittore per contenere tutti gli amici di Filippo; la sua scomparsa ha destato profonda commozione a Verbania dove l’ingegnere trentenne era davvero amato dai più grandi ai più piccoli. Si proprio a loro aveva dato tanto, contribuendo a renderli gli adulti del domani grazie al suo impegno da educatore presso l’oratorio San Vittore.



E' la mia 39° festa dei Santi quella di questo anno! Ma lo devo riconoscere: quest'anno è tutto diverso! Lo è per lo sconvolgimento dell'11 settembre ... non 2001, ma 2013! Da piccolo mi hanno insegnato (o forse avevo capito io) che i Santi erano uomini e donne perfetti, doc, con l'aureola insomma! E mi affascinavano molto! Da giovane mi era molto piaciuto l'invito dell'allora Vescovo di Novara, mons. Renato Corti, a tenersi tra gli amici qualche santo e ho iniziato a divorare qualche libro o libretto che parlasse di loro. E il fascino cresceva! Poi sono diventato prete e un po' il poco tempo, un po' con il rischio del mestiere, li ho messi un po' da parte per andare all'essenziale, a Gesù (così almeno credevo) ... e la luce, forse, l'ho persa io! Poi è arrivato l'11 settembre e i santi non li ho più pensati nè con l'aureola nè sui libretti, ma straordinariamente e meravigliosamente accanto a me, sulla mia strada, con la grazia di poter fare un po' di cammino con loro! I santi non appartengono a Marte, ma alla terra e al cielo! E sono incredibilmente 'normali', uomini e donne che hanno vissuto senza maschere, pieni di passione per Gesù e per i fratelli, perché erano certi che «la fede non abita nel buio, ed è luce per le nostre tenebre» (come ci ha ricordato Papa Francesco nella sua prima enciclica sulla fede). Grazie Pippo, allora! Grazie davvero! Mi hai ridato il gusto per le cose belle, vere, buone e giuste :-) Non sciupiamo amici del Circolo e chiunque lo abbia conosciuto in vita o in morte, tanta semplice e straordinaria grazia! Solo 2 righe, ma una festa intensa :-)
(il ricordo/testimonianza di don Fabrizio Corno su Facebook


Papa Francesco al cimitero romano del Verano (testo e video)

Papa Francesco ha celebrato la messa di Ognissanti al cimitero romano del Verano. Erano 20 anni che non accadeva: l'ultimo pontefice era stato Giovanni Paolo II, il primo novembre del 1993.
Sono migliaia i fedeli che hanno assistito alla Messa solenne per la commemorazione dei defunti . L'altare è stato posto sulla controfacciata dell'ingresso principale, rivolto verso l'interno del camposanto. 
La folla riempiva completamente tutta l'area che digrada dagli archi dell'ingresso fino al grande quadriportico, a sua volta semioccupato da altri fedeli. Molti hanno seguito la liturgia nei vialetti laterali all'area d'ingresso, seduti sulle soglie delle cappelle monumentali o in piedi in mezzo ai sepolcri antichi.
Moltissimi ragazzi hanno scelto di passare questo pomeriggio con Papa Francesco, tante giovani coppie hanno portato i loro bambini in passeggino o in carrozzina. Una, in particolare, porta un bimbo di pochi mesi che, spiegano, «abbiamo chiamato Francesco in onore del papa». Tante anche le suore e i religiosi. C'è chi, particolarmente compreso nella celebrazione, ha seguito la Messa in ginocchio dall'inizio, accanto a chi ha portato anche il cane, al guinzaglio. Tantissimi avevano in mano bandierine bianche e gialle con l'effigie di Bergoglio. La temperatura era insolitamente primaverile: mentre il sole stava tramontando il termometro segnava oltre 20 gradi. Già alle 15, l'interno del cimitero era pieno di fedeli; a essi si sono aggiunti tutti quelli che avevano atteso l'arrivo del Papa all'esterno del cimitero e che poi si sono riversati dentro...

Papa Francesco al Verano: la speranza allarga l'anima

A quest’ora, prima del tramonto, in questo cimitero ci raccogliamo e pensiamo al nostro futuro, pensiamo a tutti quelli che se ne sono andati, che ci hanno preceduto nella vita e sono nel Signore.
E’ tanto bella quella visione del Cielo che abbiamo sentito nella prima Lettura: il Signore Dio, la bellezza, la bontà, la verità, la tenerezza, l’amore pieno. Ci aspetta tutto questo. Quelli che ci hanno preceduto e sono morti nel Signore sono là. Essi proclamano che sono stati salvati non per le loro opere – hanno fatto anche opere buone – ma sono stati salvati dal Signore: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello» (Ap 7, 10). È Lui che ci salva, è Lui che alla fine della nostra vita ci porta per mano come un papà, proprio in quel Cielo dove sono i nostri antenati. Uno degli anziani fa una domanda: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?» (v.13). Chi sono questi giusti, questi santi che sono in Cielo? La risposta: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello» (v.14).
Possiamo entrare nel Cielo soltanto grazie al sangue dell’Agnello, grazie al sangue di Cristo. È proprio il sangue di Cristo che ci ha giustificati, che ci ha aperto le porte del Cielo. E se oggi ricordiamo questi nostri fratelli e sorelle che ci hanno preceduto nella vita e sono in Cielo, è perché essi sono stati lavati dal sangue di Cristo. Questa è la nostra speranza: la speranza del sangue di Cristo! Una speranza che non delude. Se camminiamo nella vita con il Signore, Lui non delude mai!...
Leggi il testo integrale dell'omelia di Papa Francesco al Cimitero del Verano Venerdì, 1° novembre 2013

Guarda il video


venerdì 1 novembre 2013

Angelus del 1° novembre 2013 - Testo e video


1 novembre 2013

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

la festa di Tutti i Santi, che oggi celebriamo, ci ricorda che il traguardo della nostra esistenza non è la morte, è il Paradiso! Lo scrive l’apostolo Giovanni: «Ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1 Gv 3,2). I Santi, gli amici di Dio, ci assicurano che questa promessa non delude. Nella loro esistenza terrena, infatti, hanno vissuto in comunione profonda con Dio. Nel volto dei fratelli più piccoli e disprezzati hanno veduto il volto di Dio, e ora lo contemplano faccia a faccia nella sua bellezza gloriosa.

I Santi non sono superuomini, né sono nati perfetti. Sono come noi, come ognuno di noi, sono persone che prima di raggiungere la gloria del cielo hanno vissuto una vita normale, con gioie e dolori, fatiche e speranze. Ma cosa ha cambiato la loro vita? Quando hanno conosciuto l’amore di Dio, lo hanno seguito con tutto il cuore, senza condizioni e ipocrisie; hanno speso la loro vita al servizio degli altri, hanno sopportato sofferenze e avversità senza odiare e rispondendo al male con il bene, diffondendo gioia e pace. Questa è la vita dei Santi: persone che per amore di Dio nella loro vita non hanno posto condizioni a Lui; non sono stati ipocriti; hanno speso la loro vita al servizio degli altri per servire il prossimo; hanno sofferto tante avversità, ma senza odiare. I Santi non hanno mai odiato. Capite bene questo: l’amore è di Dio, ma l’odio da chi viene? L’odio non viene da Dio, ma dal diavolo! E i Santi si sono allontanati dal diavolo; i Santi sono uomini e donne che hanno la gioia nel cuore e la trasmettono agli altri. Mai odiare, ma servire gli altri, i più bisognosi; pregare e vivere nella gioia; questa è la strada della santità!

Essere santi non è un privilegio di pochi, come se qualcuno avesse avuto una grossa eredità; tutti noi nel Battesimo abbiamo l’eredità di poter diventare santi. La santità è una vocazione per tutti. 
...
A tutti auguro una buona festa di Tutti i Santi. Arrivederci e Buon pranzo!

Leggi il testo integrale dell'Angelus

Guarda il video


Tra terra e cielo il senso della vita - Solennità di tutti i Santi e commemorazione dei defunti

La festa di Tutti i Santi e quella della Commemorazione dei Fedeli Defunti conducono a riflettere sul duplice orizzonte dell’umanità, che viene espresso con le semplici parole “terra” e “cielo”. La prima rappresenta il cammino storico dell’uomo e della creazione, la seconda, il cielo, l’eternità e la pienezza della vita in Dio. La Chiesa è in cammino nel tempo, ma nello stesso tempo, celebra già la festa senza fine nella Gerusalemme celeste, dove vivono in eterno coloro che sono salvi. Di molti di questi si conosce il nome, perché la Chiesa stessa li propone come modelli ed amici; accanto a loro sono posti, nella speranza, quei fedeli che sono morti in pace con Dio e per i quali si prega in modo particolare nelle chiese o nei cimiteri.
La fede nella vita eterna deve essere, però, completata dalla verità della risurrezione dei corpi...

Le due giornate - la prima addirittura è solennità - conducono a pensare con insistenza alla condizione storica dell’uomo, tante volte descritta come quella di un pellegrino in cammino verso la Citta dalle solida fondamenta. In questo viaggio nessuno è solo, come attesta la verità della comunione dei santi. Nel battesimo ciascuno è stato inserito come membro vivo nel Corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa. È unito a tanti fratelli e a tante sorelle che quaggiù vivono beatitudini del vangelo ed è unito a tutti coloro, che sono già accanto al Padre. Essere cristiani, far parte della Chiesa, significa aprirsi a questa comunione, che abbraccia terra e cielo. In questa comunione tutti ricevono e, soprattutto, danno qualcosa nell’ordine della grazia: i santi intercedono per coloro che camminano quaggiù e questi ultimi con la preghiera, la penitenza e la carità aiutano chi si sta preparando all’abbraccio definitivo con il Padre.
Ancora, queste due giornate aiutano a comprendere quando un’esistenza umana può dirsi realizzata; i parametri umani di ricchezza, carriera, successo appaiono totalmente insufficienti. La realizzazione sta altrove, perché la persona umana è fatta per dare concretezza a Dio: mani, cuore, intelligenza tutto può servire per permettere a Dio di incarnarsi ancora e servire i suoi figli. La persona diviene così uno strumento libero affinché Dio possa agire ancora nella storia. E un solo gesto di carità ha il senso di una vita realizzata. La carità è l’altro nome della santità. “Ogni cristiano - ha recentemente ricordato Papa Francesco - è chiamato alla santità e la santità non consiste anzitutto nel fare cose straordinarie, ma nel lasciare agire Dio” (Udienza, 2/10/13). La santità è l’incontro tra la debolezza dell’uomo e la forza della grazia di Dio, è avere fiducia nella sua azione, che permette di fare tutto con gioia ed umiltà per la gloria di Dio e nel servizio del prossimo.


Vedi anche il nostro post precedente:
Festa di tutti i Santi