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venerdì 26 novembre 2021

«Scatole di Natale» L'umanità che fa bene a chi dona e non solo a chi riceve

«Scatole di Natale»
L'umanità che fa bene a chi dona e non solo a chi riceve 


Un oggetto che riscaldi nei mesi freddi (magari una sciarpa, un paio di guanti o una coperta), uno che faccia compagnia (ad esempio un libro o, perché no, qualche matita colorata per i bambini), un prodotto per la cura di sé (come un sapone o una crema) e una piccola golosità: ecco come si può rendere un po’ speciale il Natale di chi non è abituato a ricevere doni, perché vive la solitudine, la fragilità, la marginalità. Lamezia Terme (Catanzaro) è una delle città italiane in cui fiorisce l’iniziativa “Scatole di Natale”, un’idea concreta per stare accanto a singoli e famiglie in difficoltà che vivono nella zona. Fino al 20 dicembre i cittadini potranno confezionare dei pacchi regalo e portarli in vari punti di raccolta sul territorio. Da lì, con il coinvolgimento di istituzioni e realtà del volontariato, i doni saranno portati a chi ne ha più bisogno. Come nel capoluogo di Regione, dove il progetto è approdato grazie all’impegno di un’imprenditrice locale, anche a Lamezia l’iniziativa ha incontrato da subito il favore della comunità, tanto da incassare il sostegno del sindaco Paolo Mascaro e del Consiglio Comunale.

Così la proposta delle “Scatole di Natale”, che nel 2020 era stata lanciata da una mamma milanese, Marion Pizzato, e che in poco tempo era diventata virale sui canali social, ottenendo un grande successo, ora diventa protagonista di una vera e propria rete, con nodi sparsi in più aree del Paese. Alla base c’è un’idea semplice quanto preziosa. Un dono è tanto più gradito quanto più è pensato, cercato, fatto con cura. Da qui l’invito a rendere speciale la scatola, come se fosse preparata per un amico o un familiare, anche se andrà a una persona che non si conosce. Oltre ad oggetti semplici ma capaci di “coccolare” un po’ il Natale di chi vive solo e senza punti di riferimento, i partecipanti sono invitati a lasciare una traccia di sé, benché in forma anonima: un biglietto con una frase gentile e, quando possibile, un disegno fatto dai bimbi. Piccoli segni di umanità e calore, che fanno bene a chi li porge, come a chi li riceve. Per saperne di più, rinviamo alle pagine Facebook dell’iniziativa relative alle varie città.

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Per saperne di più sull'iniziativa vedi anche il sito Scatole di Natale per i più bisognosi e la pagina Facebook


giovedì 25 novembre 2021

25 novembre – La violenza dietro la porta di casa

25 novembre – La violenza dietro la porta di casa

La pandemia ha svelato una volta di più quanta violenza contro le donne attraversa i rapporti di coppia. Per superare questa disumanizzazione è necessario svincolare decisamente e radicalmente l’idea e il vissuto dell’amore da ogni forma di “ordine”, di autorità e di potere. C’è un grande lavoro educativo che ci aspetta, e la Chiesa non può sottrarsi.


Celebriamo anche quest’anno la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Dall’inizio del 2021 nel nostro paese sono state 54 le donne uccise da uomini, il più delle volte loro partner o ex-partner; 70 nel 2020; 69 nel 2019; 74 nel 2018 (femminicidioitalia.info). A questi numeri si aggiungono quelli dell’Istat, che dedica un’ampia sezione del suo sito istituzionale all’approfondimento del fenomeno, includendo, accanto alla violenza fisica, anche quella psicologica. I dati sono ricavati dalle denunce, dagli accessi ai centri antiviolenza e dalle chiamate al numero telefonico dedicato, l’1522, che nel trimestre del lockdown di marzo-maggio 2020 ha registrato un incremento del 70% delle segnalazioni di violenza domestica rispetto al periodo pre-pandemico. Accompagna i numeri un’analisi delle questioni culturali sottese, quali l’influenza che alcuni stereotipi di genere fortemente discriminatori ancora hanno nel nostro paese (www.istat.it/it/archivio/235994 e www.istat.it/it/archivio/250836).

Molta indignazione, poca reazione

La situazione è oggettivamente grave, tragica. Tanto se n’è parlato, tanto se ne parla; non è più un sospetto, ma una certezza, il fatto che lo si faccia perché non si riesce a porre un freno a questo dramma. Sembra non ci sia nulla che possa fermarlo, nulla che lo stigmatizzi abbastanza da renderlo almeno impopolare – cioè lo renda agli occhi degli altri e delle altre così riprovevole da discriminare chi lo commette (per intenderci è il meccanismo che funziona per l’uso di droghe, ma non, ad esempio, per l’abuso di alcool).

La reazione più comune è esserne indignati, soprattutto indignate. Tuttavia il corpo sociale e anche quello ecclesiale, colpiti da tanta violenza, offesi da tanto squallore, sembrano non saper reagire, oscillanti fra la teoria dell’atto folle – il cui presupposto è l’idea che alla fine la colpevole sia lei, la vittima – e la condanna di un sistema culturale che alimenta la violenza, validando una serie di posture patriarcali che giustificano, e a volte addirittura caldeggiano, il potere e il controllo maschile su quello femminile, che andrebbe “ri-educato”. La narrazione ordinaria e popolare della violenza sulle donne in effetti è monca, zoppa, cieca; quando invece cammina, coglie e vede benissimo, non è sufficientemente creduta, in quanto le sue argomentazioni sono spesso considerate aggressive, rivendicative, di parte.

«In famiglia qualcuno deve pur comandare»

Rimane perciò un senso di incerto e indefinito riguardo alla questione della violenza maschile sulle donne: perché non si è tutti e tutte unanimi nel condannarla in modo visibile e netto? Perché ancora ci si permette di fare dei “distinguo” che in fondo legittimano un continuum che arriva fino al femminicidio? Perché non si riconosce tout court quanto sia disumana e iniqua una certa tipologia di convivenza fra i generi che percorre senza dubbi né ripensamenti, ma anzi con la presunzione di essere nel giusto, la via della violenza di genere?

La violenza sulle donne non è un effetto improvviso, non “capita” in un momento di follia, ma è innescata in un terreno relazionale già compromesso e reso esplosivo da uno stile di convivenza teso, nervoso, irritante, che annota e ricorda gli errori, le offese, le imperfezioni. Che ripara rompendo ancora di più, nella convinzione che l’assetto asimmetrico e a tratti carcerario della relazione fra i generi sia quello che meglio ristabilisce ordine, gradi di potere, ruoli di genere, obbedienze, virtù, spazi, libertà.

Nella tradizione culturale cattolica questa menzogna funzionale al patriarcato – perché di questo si tratta – trova in parte ancora credito. Cioè trova ancora credito il principio per cui la convivenza fra i generi funziona quando è ben stabilita e radicata l’autorità in capo a uno dei due – premettendo però che se fosse la donna, sarebbe una distorsione.

In altre parole il fenomeno della violenza di genere si nutre della strisciante convinzione che una coppia funzioni non perché ama, condivide, si confronta, sceglie, cresce, ricomincia…, ma perché c’è qualcuno che dall’alto di una certa autorità – che gli deve essere ordinariamente confermata – garantisce che tutto funzioni come deve, che tutto sia in ordine, che ciascuno e ciascuna abbia il suo ruolo e lo mantenga. Insomma, una visione in cui la famiglia è una macchina, la coppia il motore e lui guida.

La pandemia ha svelato la disumanità dei rapporti

Questa semplificazione, che però mantiene ancora un certo fascino esplicativo, trova radici fra le mura domestiche, nel privato, lì dove ancora chi è fuori non può mettere bocca, lì dove ancora c’è chi dice con convinzione: “i panni sporchi si lavano in famiglia”. Fuori casa invece il principio salta, perde di valore, torna ad essere una bugia, anche perché evidentemente anacronistico e francamente iniquo, a parte quei (non rari) casi di predazione sessuale sul luogo di lavoro, che però si potrebbero inscrivere in dinamiche di potere rese ancora più distorte dalla leadership piramidale ad alto tasso di presenza maschile, come quella italiana, per esempio.

Durante i lockdown della pandemia sono saltati tutti i “fuori casa” per chiunque. Non solo: la pandemia stessa ha reso l’abitazione privata il posto più sicuro al mondo dal punto di vista sanitario, assegnandole con forza la connotazione di “rifugio” dai pericoli del contagio, tutti collocati all’esterno delle mura domestiche: scuole, luoghi di lavoro, mezzi pubblici, piazze con assembramenti, viaggi. La contrazione della vita familiare in casa, anche per motivi di sicurezza, ha saggiato la qualità dello stile di vita delle famiglie e ancor più la tenuta della relazione di coppia. Ci ha spogliato da convinzioni, certezze, abitudini, sfoghi che prima potevano favorire l’equilibrio della bilancia domestica.

E nelle condizioni di vita dettate dal Covid-19 le relazioni di genere fondate sull’idea che senza principio regolatore (maschile) non ci potesse essere coppia hanno per lo più vissuto un’esperienza profondamente disumanizzante.

Non si può improvvisare la protezione l’una nell’altro e viceversa, né la condivisione e la sua profondità; esse sono frutto di anni di esercizio e di consuetudine all’alterità, alla diversità, a ciò che non è sé, ma che viene amato come sé. Non è possibile originare la dinamica del rispetto e del bene dal nulla e per paura. Anzi, la paura della morte, della malattia, della manipolazione da parte dei poteri forti (come alcuni credenti ritengono) hanno fatto da detonatore a una situazione già disumanizzante, laddove non esistevano consuetudini relazionali nel rispetto e nell’accoglienza, rendendo la convivenza di quelle coppie davvero disumana e infine legittimandola in quanto unica possibile, in questi tempi feroci per tutti e tutte.

Cosa manca alla pastorale familiare

La Chiesa cosa fa per combattere la violenza sulle donne? Per chi vive una relazione di coppia in tempi pandemici? Cosa fa per evitare di distorcere il senso della convivenza fra i generi ribadendo il principio dell’amore su qualunque altro? Sembra non molto, a dir la verità.

La pastorale familiare locale pare ancorata in parte all’indissolubilità e in parte all’evitare comportamenti sessuali egoistici, ma non sempre mette il dito nel punto in cui si annida l’origine di una possibile dinamica violenta. Per esempio, nell’insicurezza e nell’assenza di consapevolezza di sé; nella presunzione che l’appartenere al genere maschile introduca forme di privilegio (che spesso si acquisiscono nella propria famiglia di origine); nella paura dell’altro, dell’altra; nell’esplicitare l’autorità attraverso il solo comando d’ordine e non anche nell’ascolto e nel dialogo.

Non va a scardinare il potere dalla logica delle relazioni affettive: spesso lo presuppone, lo giustifica come fosse un male necessario – qualcuno che porta avanti la famiglia ci deve pur essere! – senza pensare che quando ci si ama e quando si impara ad amarsi ancora di più, non è perché c’è qualcuno più forte, ma perché entrambi alla pari accettano di lasciarsi vivere e amare per come sono realmente e non per quello che dovrebbero essere o ci si aspetta che siano.
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La campagna di prevenzione della Polizia

"Poche donne denunciano, serve più sinergia", è l'appello del capo del Dipartimento anticrimine Francesco Messina. Lamorgese: "Pacchetto nuove norme in Consiglio dei ministri"


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Vedi anche i post precedenti:

Alberto Pellai ALLE MIE FIGLIE, IN OCCASIONE DELLA GIORNATA CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

Alberto Pellai
ALLE MIE FIGLIE, IN OCCASIONE DELLA
GIORNATA CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE


Carissime figlie mie, domani si celebra la giornata contro la violenza sulle donne. Io sono vostro papà e sento il dovere ma anche la bellezza di non lasciarvi senza le mie parole. Le parole del primo uomo che è entrato nella vostra vita. Che vi parla a nome di tutti gli uomini. E che negli anni a venire si farà da parte perché saranno altri uomini a tenervi la mano e a camminarvi accanto. 

Come uomo trovo terribile che si possa usare la forza fisica per gestire un legame o un conflitto. Io non ho mai alzato le mani su nessuno. Non comprendo come si possa farlo con la donna che hai scelto di amare. So che l’amore può non durare per sempre, che i legami si infragiliscono e a volte si spezzano. Che sentirsi abbandonati o rifiutati fa stare male, molto male. Ma nessuno è di nessuno e l’amore non è possesso. L’amore è appartenenza e se si smette di sentirsi appartenenti all’altro, lasciarsi ne sarà la diretta conseguenza. 

Spero che il mio modo di guardare, parlare, vivere a fianco della vostra mamma rimanga per voi una buona testimonianza di cosa sono rispetto e responsabilità, empatia e reciprocità all’interno di una relazione amorosa. Spero anche che gli sguardi con cui vi ho guardato, le parole che ho scelto per voi nella mia storia di padre siano un modello che vi aiuta a comprendere quali sono gli sguardi e le parole con cui ci sente amati e nutriti, dentro un legame che ci sostiene e che ci fa sentire amati e protetti. 

Crescendo non avrete bisogno di un uomo che vi protegga, perché saprete farlo da sole. Ma sentirsi sicure dentro una relazione sarà qualcosa che andrete cercando. Sempre. E sentirsi sicure dentro una relazione vorrà dire sapersi rispettate e comprese, nello stesso modo in cui voi riuscirete a rispettare e comprendere chi avrete al vostro fianco. 

Amare significa poter sperimentare il potere del proprio NO e del proprio SI. Sono entrambi due poteri importantissimi. Dite NO ogni volta che qualcuno vuole farvi diventare ciò che non siete e soprattutto pensa di avere il diritto di decidere per voi, togliendovi autonomia e dignità. Ma sappiate dire SI tutte le volte che l’Amore, quello con la A maiuscola, vi chiederà di fare scelte complesse, dove a volte tutelare il “NOI” che si diventa quando si ama, rende impossibile mettere l’IO al centro di tutto.

L’amore è la costruzione di un equilibrio davvero complesso in cui nessuno vince e nessuno perde, in cui insieme ad un’altra persona si diventa nuovi a se stessi. E quel diventare “nuovi”, deve permettere ad entrambe le persone che formano una coppia di scoprirsi migliori, grazie all’altra che ci vive accanto. Quando una relazione si fa tossica e violenta, ci si sente soli e dispersi, pieni di dolore nel corpo e nell’anima. Si diventa dislocati nella propria vita, come se non ci fosse più un posto in cui sentirci al sicuro. 

Negli ultimi anni ho constatato che la violenza di genere si basa spesso su messaggi che invitano le donne a “difendersi” dal potenziale aggressore che vive nell’uomo che c'è loro accanto. Però penso che fare davvero prevenzione debba anche comprendere messaggi diversi. Per esempio, insegnare agli uomini la bellezza dell’amore, la consapevolezza delle proprie emozioni, la possibilità di non sentirsi fragili quando si sperimentano tristi o impauriti. Un uomo queste competenze non le impara mai nella comunità degli altri uomini. Le apprende spesso nella relazione con la persona che ama. Le apprende tenendo in braccio il proprio bambino, quando diventa padre. Sentendo che il senso di tutto sta nell’appartenersi e non nel possedersi. 

E’ questo il messaggio di me – maschio, uomo e padre – per voi in preparazione della giornata in cui tutte le violenze di genere mi auguro possano essere bandite, prevenute e cancellate. E’ bello essere vostro padre. E anche se il “paternalismo” è uno dei termini più messi “all’indice oggi”, io non cancellerei nemmeno una parola di ciò che vi ho scritto qui, qualora venisse definita paternalistica. Perché esservi padre mi ha insegnato del mio essere “maschio” più di qualsiasi altra esperienza vissuta fino ad oggi. Il vostro papà.
(fonte: Bacheca facebook di Alberto Pellai)



Giuseppe Savagnone - La violenza sulle donne e la falsa uguaglianza

Giuseppe Savagnone
La violenza sulle donne e la falsa uguaglianza


Credits by Dainis Graveris on Unsplash

Oltre l’indignazione, le domande

Il 25 novembre si celebra la giornata contro la violenza sulle donne. Già il fatto che sia stato necessario istituire una simile ricorrenza dimostra che il problema è grave. Mentre, nel corso degli ultimi anni, diminuisce progressivamente il numero complessivo di omicidi commessi nel nostro Paese, lo stesso non avviene per quelli che hanno come vittima le donne: 133 nel 2018, 111 nel 2019, 112 nel 2020, già 100 alla fine dell’ottobre di questo 2021 (contro 93 alla stessa data nel 2020). E molti di questi fatti di sangue hanno come protagonisti i mariti o partner delle vittime.

L’ultimo caso, agghiacciante, a Sassuolo, dove un uomo ha ucciso la compagna, Elisa Mulas, con la madre e due figlioletti, dopo che la storia della coppia era ormai finita da qualche mese. Da allora l’uomo minacciava la donna e proprio qualche giorno fa Elisa lo aveva denunciato. Purtroppo vanamente. Dopo la strage l’omicida si è, a sua volta, tolto la vita.

Quello dei femminicidi è uno dei pochi fenomeni su cui l’opinione pubblica del nostro Paese si trova a convergere in una unanime condanna. Non sempre, però, a questa compattezza nel denunciarne la gravità si accompagna uno sforzo adeguato per comprenderne le ragioni. Ci si ferma, per lo più, all’indignazione, alle denunce generiche, ai buoni propositi, col serio rischio di cadere in una sterile retorica. Forse non guasterebbe un pizzico in più di riflessione, che porterebbe inevitabilmente a porsi qualche domanda.

Un paradosso: uguaglianza e violenza

Perché certo è paradossale che la violenza contro le donne sia cresciuta proprio in una fase storica in cui finalmente è stata loro riconosciuta (almeno in linea di principio: la pratica è un’altra cosa) la parità in moltissimi settori della vita sociale. Come mai in questo tempo, che vede riconosciuta (ripeto: almeno formalmente) l’uguaglianza tra di due sessi, quello che più ha fruito di questo riconoscimento (finalmente!) si trova ad essere oggetto di violenza?

Un tentativo di risposta potrebbe venire dalle analisi di uno dei maggiori studiosi contemporanei dell’origine e del significato della violenza, il noto antropologo René Girard, il quale, nelle sue opere, ha sostenuto che la violenza non nasce malgrado l’uguaglianza, ma proprio a causa di essa.

Per Girard la reciproca aggressività tra gli esseri umani si scatena per un gioco mimetico, per un istinto di imitazione che spinge ciascuno a desiderare ciò che gli altri desiderano. La violenza, nella sua forma selvaggia, incontrollata, nasce dalla perdita delle differenze che dovrebbero, distinguendoli, orientare i soggetti verso obiettivi diversi e consentire loro di rapportarsi armoniosamente.

«Non sono le differenze», nota lo studioso, «ma la loro perdita a provocare la rivalità pazza, la lotta a oltranza tra gli uomini di una stessa famiglia o di una stessa società». Sono gli uguali a cozzare l’uno contro l’altro: «Due desideri che convergono sullo stesso oggetto si fanno scambievolmente ostacolo.

Qualsiasi mimesis che verta sul desiderio va automaticamente a sfociare nel conflitto». Per Girard emblematico di questa violenza mimetica è il caso del fratricidio: Caino e Abele, Romolo e Remo…

In questo scontro, i contendenti non si caratterizzano più per la loro identità, ma proprio perché la perdita di essa li mette tragicamente in condizione di non potersi più differenziare: «La crisi getta gli uomini in un perpetuo affrontarsi che li priva di ogni carattere distintivo, di ogni ‘identità’».

È la tragica esperienza della massificazione che, all’insegna delle mode dominanti, appiattisce i singoli e li omologa. Girard evoca, a questo proposito, «la metafora del diluvio che liquefà ogni cosa, trasformando in poltiglia il mondo solido».

Vi è qualcosa di questa analisi che sembra appropriato al problema del femminicidio. Anche in passato le donne venivano uccise, ma ciò che caratterizza i femminicidi come fenomeno sociale contemporaneo è il fatto che essi nascono spesso dalla giusta pretesa delle donne di godere degli stessi diritti e della stessa libertà degli uomini. Di far valere, insomma, la loro tanto proclamata uguaglianza. È questo che i loro partner non accettano, reagendo con la violenza.

Una violenza che, infatti, a bene vedere, non nasce – come nelle uccisioni di donne del passato – dalla prepotenza del maschio, ma dalla sua disperazione nello scoprire la propria debolezza di fronte all’emergere della libertà di un soggetto che non riesce più a controllare. Una disperazione che a volte sfocia, come nel caso dell’assassino di Elisa Mulas, nel suicidio.

Autorealizzazione e omologazione

Non c’è dunque soluzione a questa inquietante corrispondenza tra crescita nell’uguaglianza e violenza sulle donne? Prima di accettare una simile conclusione sarebbe il caso di chiedersi se davvero l’uguaglianza debba tradursi – come nella interpretazione datane da Girard – in una perdita delle differenze.

È possibile una uguaglianza che non sia omologazione, che si realizzi cioè non malgrado le diversità, ma proprio attraverso di esse? Forse sì, ma a patto di superare alcuni luoghi comuni che oggi contribuiscono a questo appiattimento e, di conseguenza, danno luogo alla conflittualità selvaggia tra gli individui.

Uno è sicuramente quello per cui, nella crisi generale dei valori e dei fini tradizionali, la sola molla delle nostre scelte è rimasta la ricerca dell’autorealizzazione. Se oggi si chiede a un giovane perché vuole fare una professione, per esempio quella del medico, nella stragrande maggioranza dei casi la risposta sarà che vuole realizzarsi.

E in questo, sicuramente, vi è qualcosa di valido, che l’idea di missione, dominante nel passato, rischiava di lascare in ombra. Ma vi è anche la caduta in un eccesso opposto, che nasconde, a sua volta, un aspetto decisivo.

Perché la medicina non è nata affinché i medici si realizzino, ma per curare i malati. Come del resto qualunque altra professione, essa implica che la realizzazione di chi la pratica sia la conseguenza del perseguimento del fine proprio di quello specifico lavoro. La missione non è tutto, ma non può essere liquidata, come oggi avviene.

Qualcosa del genere vale per il rapporto di coppia. Se due persone si sposano o intraprendono una convivenza stabile solo perché ognuno dei due cerca in questo di realizzarsi, e non per costituire una famiglia – qualcosa di più, insomma, della somma dei rispettivi interessi – il risultato inevitabile sarà la precarietà di una relazione che durerà solo finché uno dei due non avrà l’impressione che si può realizzare meglio con una persona diversa dal suo attuale partner.

Lo slogan «stiamo insieme finché stiamo bene insieme» implica che non ci sia – che non sia mai nata – una comunità vera, a cui sacrificare qualcosa dei propri interessi particolari. La crisi attuale di tanti matrimoni, come l’instabilità di tante convivenze, è legata a questa premessa.

Nel mito dell’autorealizzazione, assolutizzata e resa indipendente dai suoi contenuti concreti, vengono inghiottite, come in un buco nero, le differenze di fini che distinguono la realizzazione di una persona da quella di un’altra. Se tutti vogliono solo realizzarsi, non ci sono più capacità e compiti specifici che caratterizzino la realizzazione di uno rispetto a quella dell’altro.

Questo vale anche per l’uomo e la donna. Alcune note studiose femministe (Butler, Haraway) insistono sulla necessità per le donne di rinunziare alla prospettiva della maternità. Naturalmente, in nome dell’autorealizzazione.

In questa lotta per la stessa cosa – la vuota realizzazione di sé – si traduce efficacemente anche la logica della società neocapitalista, che distingue le presone non per quello che sono, nella loro inconfondibile e preziosa identità, ma per il loro maggiore o minore successo.

L’uguaglianza, come in «Squid game», sta nell’avere lo stesso punto di partenza per questa corsa alla sopravvivenza, anche a costo della vita degli altri.

In questo grande gioco gli uomini scoprono nelle donne delle concorrenti. E sperimentano il capovolgimento dei ruoli, perché, adottando il loro stesso stile, esse spesso sono in grado di raggiungere risultati migliori.

Abituato da sempre a un predominio di genere, che prescindeva dalle qualità personali dei singoli e si fondava aprioristicamente sulla sua identità biologica, il maschio si trova spiazzato dall’ascesa vertiginosa di donne sempre più capaci di rimettere in discussione il suo primato sia nel campo degli studi e del lavoro, che in quello della vita sessuale ed affettiva.

Questo spiega perché l’uguaglianza – “questa” uguaglianza, che annulla le differenze perché sostituisce alle persone e ai loro desideri un corsa selvaggia all’autorealizzazione – produca i femminicidi. Il maschio, sgomento e infuriato, reagisce con la violenza. Verso l’altra e, alla fine, verso se stesso.

Uomini e donne si possono salvare solo insieme

Ci vogliono le leggi, ci vogliono sistemi più efficaci di tutela delle donne, ma nessuna risposta giuridica o di pubblica sicurezza può sostituire quella che dovrebbe essere rappresentata da una rivoluzione culturale, capace di restituire all’autorealizzazione i suoi contenuti e, con essi le differenze tra le persone.

Solo la ricoperta di un’uguaglianza nella diversità potrà garantire agli uomini il recupero della loro identità maschile, in una logica che non sia quella del potere e del dominio – come spesso è stato in passato – e, alle donne, un’emancipazione che non le liberi solo da una mortificante subordinazione, ma anche dai parametri culturali devianti mutuati proprio dal mondo maschile.

Per salvare le donne dalla violenza bisogna aiutare gli uomini a ritrovare se stessi in una prospettiva nuova, dove autorealizzazione e missione si compenetrino. E per salvare gli uomini bisogna aiutare le donne a vivere la loro giusta emancipazione a tutti i livelli – affettivo, professionale, politico – puntando sulla loro identità, prima che sul successo.
(fonte: Tuttavia 19/11/2021)

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In Italia su 263 omicidi volontari registrati dall’inizio dell’anno 109 sono stati femminicidi, dato in crescita rispetto all’anno scorso. Per questo motivo al convegno “La Convenzione di Istanbul dieci anni dopo” si è discusso della necessità di un piano nazionale che definisca in maniera chiara obiettivi e politiche con una visione di sistema



mercoledì 24 novembre 2021

«Giuseppe, con la sua vita, sembra volerci dire che siamo chiamati sempre a sentirci custodi dei nostri fratelli, custodi di chi ci è messo accanto, di chi il Signore ci affida attraverso tante circostanze della vita.» Papa Francesco Udienza Generale 24/11/2021 (foto, testo e video)

UDIENZA GENERALE

Basilica di San Pietro e Aula Paolo VI
Mercoledì, 24 novembre 2021


Papa Francesco, prima dell'udienza generale nell'Aula Paolo VI, ha salutato alcuni gruppi riuniti in Basilica vaticana.

SALUTO DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Sono lieto di accogliervi in questa Basilica e di rivolgere a ciascuno di voi il mio cordiale benvenuto.

Saluto la Famiglia Vincenziana di tutt’Italia che ha promosso il pellegrinaggio della Madonna della Medaglia Miracolosa in tutte le Regioni italiane, unitamente alle diocesi e alle parrocchie. In questi mesi di pandemia, la vostra missione ha portato speranza, facendo sperimentare a molti la misericordia di Dio. Penso, in particolare alle persone sole, agli ammalati negli ospedali, a quanti vivono nelle carceri, nei centri di accoglienza e nelle periferie esistenziali. Grazie, perché avete testimoniato lo stile della “Chiesa in uscita” che raggiunge tutti, a partire dagli esclusi e dagli emarginati. Continuate su questa strada e apritevi sempre più all’azione dello Spirito Santo, che infonde la forza per annunciare con audacia la novità del Vangelo.

Saluto i pellegrini dell’Associazione Giovanni Paolo II di Bisceglie. Cari amici, imitate l’esempio di questo Santo Pontefice e sforzatevi di comprendere e accogliere l’amore di Dio, sorgente e motivo della nostra vera gioia. In comunione con i vostri Pastori, annunciate Cristo con la vostra vita, in famiglia e in ogni ambiente.

Il mio saluto va infine all’Associazione Italiana Vittime della violenza. Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio per l’opera di assistenza e di supporto a coloro che hanno subito maltrattamenti e vivono in situazione di angoscia e di disagio. È brutta la violenza, è brutta; è molto brutto l’atteggiamento violento. Con la vostra importante attività, voi contribuite a costruire una società più giusta e solidale. Il vostro esempio susciti in tutti un rinnovato impegno, affinché le vittime della violenza vengano protette e le loro sofferenze prese in considerazione e ascoltate.

E grazie a tutti voi per questa visita! Proprio in Basilica: questo è bello … Di cuore imparto a ciascuno la mia Benedizione, che estendo alle vostre famiglie e alle vostre comunità. Adesso vi invito a pregare insieme la Madonna, che è qui presente. Ave o Maria, …






Raggiunta l'Aula Paolo VI il Papa prosegue il ciclo di catechesi iniziato mercoledì scorso sulla figura di San Giuseppe. Tema questa volta è il ruolo del padre putativo di Gesù nella storia della salvezza. Un'occasione per Francesco per descrivere che cosa è veramente importante agli occhi di Dio e per sollecitare ciascuno di noi ad avere cura gli uni per gli altri, così come ha fatto Giuseppe nei confronti di Gesù e di Maria. 
Al termine della catechesi ha dedicato a San Giuseppe una nuova preghiera.





CATECHESI DEL SANTO PADRE


Catechesi su San Giuseppe - 2. San Giuseppe nella storia della salvezza

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Mercoledì scorso abbiamo iniziato il ciclo di catechesi sulla figura di San Giuseppe – sta finendo l’anno a lui dedicato –. Oggi proseguiamo questo percorso soffermandoci sul suo ruolo nella storia della salvezza.

Gesù nei Vangeli è indicato come «figlio di Giuseppe» (Lc 3,23; 4,22; Gv 1,45; 6,42) e «figlio del carpentiere» (Mt 13,55; Mc 6,3). Gli Evangelisti Matteo e Luca, narrando l’infanzia di Gesù, danno spazio al ruolo di Giuseppe. Entrambi compongono una “genealogia”, per evidenziare la storicità di Gesù. Matteo, rivolgendosi soprattutto ai giudeo-cristiani, parte da Abramo per arrivare a Giuseppe, definito «lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù detto il Cristo» (1,16). Luca, invece, risale fino ad Adamo, iniziando direttamente da Gesù, che «era figlio di Giuseppe», ma precisa: «come si riteneva» tale (3,23). Dunque, ambedue gli Evangelisti presentano Giuseppe non come padre biologico, ma comunque come padre di Gesù a pieno titolo. Tramite lui, Gesù realizza il compimento della storia dell’alleanza e della salvezza intercorsa tra Dio e l’uomo. Per Matteo questa storia ha inizio con Abramo, per Luca con l’origine stessa dell’umanità, cioè con Adamo.

L’evangelista Matteo ci aiuta a comprendere che la figura di Giuseppe, seppur apparentemente marginale, discreta, in seconda linea, rappresenta invece un tassello centrale nella storia della salvezza. Giuseppe vive il suo protagonismo senza mai volersi impadronire della scena. Se ci pensiamo, «le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste […]. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli, con gesti quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti» (Lett. ap. Patris corde, 1). Così, tutti possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, della presenza discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà. Egli ci ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in “seconda linea” hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza. Il mondo ha bisogno di questi uomini e di queste donne: uomini e donne in seconda linea, ma che sostengono lo sviluppo della nostra vita, di ognuno di noi, e che con la preghiera, con l’esempio, con l’insegnamento ci sostengono sulla strada della vita.

Nel Vangelo di Luca, Giuseppe appare come il custode di Gesù e di Maria. E per questo egli è anche «il Custode della Chiesa”: ma, se è stato il custode di Gesù e di Maria, lavora, adesso che sei nei cieli, e continua a fare il custode, in questo caso della Chiesa; perché la Chiesa è il prolungamento del Corpo di Cristo nella storia, e nello stesso tempo nella maternità della Chiesa è adombrata la maternità di Maria. Giuseppe, continuando a proteggere la Chiesa – per favore, non dimenticatevi di questo: oggi, Giuseppe protegge la Chiesa – e continuando a proteggere la Chiesa, continua a proteggere il Bambino e sua madre» (ibid., 5). Questo aspetto della custodia di Giuseppe è la grande risposta al racconto della Genesi. Quando Dio chiede conto a Caino della vita di Abele, egli risponde: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (4,9). Giuseppe, con la sua vita, sembra volerci dire che siamo chiamati sempre a sentirci custodi dei nostri fratelli, custodi di chi ci è messo accanto, di chi il Signore ci affida attraverso tante circostanze della vita.

Una società come la nostra, che è stata definita “liquida”, perché sembra non avere consistenza. Io correggerò quel filosofo che ha coniato questa definizione e dirò: più che liquida, gassosa, una società propriamente gassosa. Questa società liquida, gassosa trova nella storia di Giuseppe un’indicazione ben precisa sull’importanza dei legami umani. Infatti, il Vangelo ci racconta la genealogia di Gesù, oltre che per una ragione teologica, per ricordare a ognuno di noi che la nostra vita è fatta di legami che ci precedono e ci accompagnano. Il Figlio di Dio, per venire al mondo, ha scelto la via dei legami, la via della storia: non è sceso nel mondo magicamente, no. Ha fatto la strada storica che facciamo tutti noi.

Cari fratelli e sorelle, penso a tante persone che fanno fatica a ritrovare dei legami significativi nella loro vita, e proprio per questo arrancano, si sentono soli, non hanno la forza e il coraggio per andare avanti. Vorrei concludere con una preghiera che aiuti loro e tutti noi a trovare in San Giuseppe un alleato, un amico e un sostegno.

San Giuseppe,
tu che hai custodito il legame con Maria e con Gesù,
aiutaci ad avere cura delle relazioni nella nostra vita.
Nessuno sperimenti quel senso di abbandono
che viene dalla solitudine.
Ognuno si riconcili con la propria storia,
con chi lo ha preceduto,
e riconosca anche negli errori commessi
un modo attraverso cui la Provvidenza si è fatta strada,
e il male non ha avuto l’ultima parola.
Mostrati amico per chi fa più fatica,
e come hai sorretto Maria e Gesù nei momenti difficili,
così sostieni anche noi nel nostro cammino. Amen.


Guarda il video della catechesi


Saluti
...

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le Figlie della Misericordia del Terz’Ordine Regolare di San Francesco, riunite nel Capitolo Generale, e le esorto a proseguire con gioia la missione in fedeltà al carisma della fondatrice, la Beata Maria di Gesù Crocifisso. Saluto i sacerdoti ex alunni del Seminario Romano Maggiore, che celebrano il 25° anniversario di sacerdozio, incoraggiandoli ad essere generosi servitori del popolo santo di Dio.

Il mio pensiero va infine, come di consueto, agli anziani, agli ammalati, ai giovani e agli sposi novelli. La prossima domenica segnerà l’inizio dell’Avvento, il periodo liturgico che precede e prepara la celebrazione del Santo Natale. Auguro a ciascuno di voi di aprire il cuore al Signore, per preparare la strada a Colui che viene a colmare con la luce della sua presenza ogni nostra umana debolezza.

A tutti voi la mia benedizione.


Guarda il video integrale



80 euro per Guerra e Pace di Alessandro D'Avenia


80 euro per Guerra e Pace
di Alessandro D'Avenia


ULTIMO BANCO 97
Pubblicato su "Corriere della Sera" del 22 novembre 2021


«Dopo due anni di Covid, i miei figli adolescenti sono dipendenti da pc, smartphone, social e videogiochi. Rabbia e discussioni aggressive all’ordine del giorno, pur in una famiglia un tempo felice e formata da genitori laureati ed entrambi educatori. Siamo genitori sfiniti. Siamo dunque arrivati a quello che non so più se considerare una deriva o una possibile (anche se paradossale) soluzione. Pago i miei figli perché leggano. Forniamo noi i titoli o avalliamo le loro proposte e paghiamo 1 euro ogni 20 pagine. Funziona. È assurdo ma funziona, avendo tolto ogni altro modo di ottenere paghette. I rimproveri, i tira e molla, le recriminazioni, le misurazioni in termini di tempo d’uso dei device non portavano che all’esasperazione di tutti. Occorreva dare un contenuto positivo alla loro vita, secondo noi leggere è un esercizio necessario al corretto sviluppo della persona, come studiare, fare sport o imparare uno strumento. Dato che ormai strapparli a internet è impossibile (per loro dove c’è rete c’è speranza) abbiamo deciso di fornire, anche forzatamente, delle bussole indispensabili ad orientarsi nella vita: i libri. Alcuni, soprattutto. Che ne pensi?». Questa lettera di un papà è il perfetto seguito dell’articolo della settimana scorsa sull’educatore ideale. Perché?

Questa coppia ha trovato una soluzione nuova, senza aggrapparsi alle regole del «si è sempre fatto così» o al piagnisteo sui bei tempi andati. Accolgo quindi la soluzione anche come provocazione. Messo da parte il problema a monte che prima o poi dovremo affrontare seriamente: non è sano che un adolescente usi oggetti che danno dipendenza; e accettando che la situazione sia ora come ora immodificabile (benché conosca genitori che «osano» non dare il cellulare prima dei 15 anni), sulle prime mi sono ribellato all’idea di associare la lettura a una prestazione retribuita, ma mi stavo aggrappando a un mondo che non c’è più. La soluzione di questa coppia invece rimette al centro un fatto: come si legge nell’adolescenza non si legge più per tutta la vita. Scriveva Pavese nel suo diario: «Tra i segni che mi avvertono essere finita la giovinezza, massimo è accorgersi che la letteratura non mi interessa più veramente. Non apro i libri con quella viva e ansiosa speranza di cose spirituali che un tempo sentivo». Questa sete ha un corrispettivo biologico: fino a 20-22 anni il cervello cresce e la sua plasticità viene premiata o mortificata in modo irripetibile dagli stimoli che riceve. Intelligenti non si nasce ma si diventa. L’intelligenza non è una prigione del Dna misurata dal QI, ma un flusso che si può arricchire o prosciugare. Einstein diceva: «Se volete figli intelligenti leggete loro le fiabe», intuendo che il loro meraviglioso e terribile contenuto serve al bambino per sviluppare il pensiero simbolico, nel quale fiorisce quello logico e pratico. Inoltre un libro richiede al lettore di ogni età un impegno che non si dà in nessun’altra attività intellettuale, si parla infatti di «atto della lettura», perché quella con il testo è una collaborazione attiva, ridotta al minimo quando invece guardiamo immagini (il lavoro dell’immaginazione è già fatto). Quindi non è assurdo «apprezzare» (dare un prezzo a) questo «lavoro». Insomma trovo adeguata la scelta di questi genitori perché la finestra temporale adolescente-lettura è unica: se la si perde la si perde per sempre. Non escludo inoltre che da qui possa nascere il piacere di leggere gratuitamente. Insomma (se la scuola non riesce) preferisco pagare un sedicenne per fargli leggere 1984, Delitto e castigo o l’Odissea, piuttosto che fargli «ammazzare» il tempo guardando video o immagini in rete: la lettura lo rende più attivo e creativo del cellulare. È vero che leggere non dovrebbe essere una prestazione ma una gioia, ma in una cultura in cui la concorrenza al libro è spietata, se l’alternativa è il nulla meglio far così, anche perché a quell’età basta un libro «ben assestato» per trasformare una vita. Aggiungo però, come spiega magistralmente Maryanne Wolf in Lettore, vieni a casa, che la partita si gioca tutta nei primi dieci anni di vita, età in cui aiutare il bambino a sviluppare quello che lei chiama un cervello bi-alfabetizzato, capace di muoversi su carta o schermo in modo libero, efficace e diversificato in a base al fine. La scuola sta facendo qualcosa? E come aiuta i genitori?

Lo scenario potrebbe destabilizzare - 4 euro per La metamorfosi, 15 per Il fu Mattia Pascal, 30 per Delitto e Castigo, 60 per Il Conte di Montecristo, 80 per Guerra e Pace - e confermare l’amara battuta di Oscar Wilde contenuta nel Ritratto di Dorian Gray (12 euro...): «Al giorno d’oggi la gente sa il prezzo di tutto e non conosce il valore di niente». E se invece la sfida, al giorno d’oggi, fosse proprio quella di riscoprire il valore delle cose anche attraverso il loro prezzo?
(fonte: sito ufficiale dell'autore)


martedì 23 novembre 2021

Papa Francesco apre la 75.ma Assemblea della Cei e regala ad ogni vescovo un biglietto con l’immagine del Buon Pastore e il testo delle Beatitudini del vescovo



Dal Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede del 22/11/2021

Lunedì pomeriggio alle ore 15.30, lasciata Casa Santa Marta, il Santo Padre Francesco si è recato in auto all’Ergife Palace Hotel di Roma dove, alle ore 16.00, in un incontro strettamente privato con i Vescovi italiani, ha aperto la 75ª Assemblea Generale Straordinaria della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), che si svolge dal 22 al 25 novembre 2021 sul tema “Cammino sinodale delle Chiese in Italia” avviato lo scorso maggio.

Al suo arrivo Papa Francesco è stato accolto dall’Em.mo Card. Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia‐Città della Pieve e Presidente della CEI; dai Vice Presidenti S.E. Mons. Erio Castellucci, Arcivescovo Abate di Modena – Nonantola e Vescovo di Carpi, S.E. Mons. Giuseppe Andrea Salvatore Baturi, Arcivescovo di Cagliari, e da S.E. Mons. Antonino Raspanti, Vescovo di Acireale; e dal Segretario Generale, S.E. Mons. Stefano Russo, Vescovo emerito di Fabriano-Matelica.

Nel dare inizio alla conversazione con i Vescovi della Conferenza Episcopale Italiana, Papa Francesco ha distribuito ai presenti un cartoncino con l'immagine del Buon Pastore e il testo delle "Beatitudini del Vescovo".

Al termine dell’Incontro, che si è concluso poco prima delle ore 18.00, il Papa ha lasciato l’Ergife Palace Hotel e ha fatto ritorno in Vaticano.

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IL PAPA AI VESCOVI: «VOI BEATI SE...». 
E DISTRIBUISCE L'IMMAGINE DEL BUON PASTORE

Francesco interviene, a porte chiuse, all'apertura della settancinquesima assemblea della Cei in programma da lunedì 22 a giovedì 25 novembre.

L'immagine e la preghiera distribuite da papa Francesco. In alto e in copertina: l'incontro di Jorge Mario Bergoglio con i parteciopanti alla 74a Assemblea generale della Cei, il 24 maggio 2021. Foto Ansa.
L'immagine e la preghiera distribuite da papa Francesco. In alto e in copertina: l'incontro di Jorge Mario Bergoglio con i partecipanti alla 74a Assemblea generale della Cei, il 24 maggio 2021. Foto Ansa.

Incontro a porte chiuse con il Papa. L’assemblea straordinaria della Cei si apre con l’intervento di Francesco che parla loro in modo riservato. Due ore esatte, dalle 16 alle 18, per confrontarsi a tu per tu con i vescovi italiani. Prima di cominciare il colloquio il Pontefice ha fatto avere a ciascuno un biglietto con l’immagine del Buon Pastore e il testo delle Beatitudini del vescovo. La prima si sofferma sulla povertà e recita «Beato il vescovo che fa della povertà e della condivisione il suo stile di vita, perché con la sua testimonianza sta costruendo il regno dei cieli».

Il Papa è stato salutato dal cardinale Gualtiero Bassetti che ha voluto ringraziarlo per «essere venuto – ancora una volta fuori dalla Sua casa – per incontrarci. È per tutti noi un dono che si rinnova a distanza di pochi mesi».

Il cardinale ha introdotto il tema della bellezza del cammino sinodale con una battuta: «"Non abbiamo ancora concluso il concorso di bellezza!". Certamente vogliamo parteciparvi per la bellezza di una condivisione che trova nella collegialità e nella sinodalità l’espressione più intensa e vivace». E ha poi ricordato le parole di Paolo VI del 7 dicembre 1961, nell’ultima sessione pubblica del Concilio Ecumenico Vaticano II. Il presidente della Cei, all'epoca, non era ancora stato ordinato prete, ma quelle parole, per sua ammissione, gli aprirono il cuore, accompagnando tutto il suo ministero: «La Chiesa – diceva Paolo VI – si è raccolta nella sua intima coscienza spirituale, non per compiacersi di erudite analisi di psicologia religiosa o di storia delle sue esperienze […] ma per ritrovare in se stessa vivente ed operante, nello Spirito Santo, la parola di Cristo, e per scrutare più a fondo il mistero […] e per ravvivare in sé quella fede […] e quell’amore che la obbliga a cantare senza posa le lodi di Dio […]».

Ed è questa «la bellezza cui vogliamo aspirare e che, in queste giornate, cercheremo di vivificare riflettendo sul Cammino sinodale delle nostre Chiese in Italia, avviato con l’Assemblea Generale di maggio», dice il cardinale. «È un percorso che si sta snodando in tutti i nostri territori, in tutte le nostre comunità, in piena sintonia con quello del Sinodo dei vescovi. È un tempo di grazia per le nostre Chiese per questo Cammino già ovunque avviato; per l’incontro a Firenze con la Sua presenza il 27 febbraio, per proseguire, in modo più approfondito, il cammino intrapreso a Bari, nel febbraio 2020; infine, pandemia permettendo, per il Suo incontro con gli adolescenti subito dopo Pasqua».

Insiste, il cardinale Bassetti, per ricordare le tre opportunità che lo stesso Papa ha sottolineato il 9 ottobre, aprendo il Sinodo: «Essere, cioè, Chiesa sinodale; Chiesa dell’ascolto; Chiesa della vicinanza». e chiede al Papa il Suo incoraggiamento, la Sua preghiera e la Sua paterna benedizione».

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LE BEATITUDINI DEL VESCOVO

Beato il Vescovo che
fa della povertà e della condivisione il suo stile di vita, perché con la sua testimonianza sta costruendo il regno dei cieli.

Beato il Vescovo che non teme di rigare il suo volto con le lacrime, affinché in esse possano specchiarsi i dolori della gente, le fatiche dei presbiteri, trovando nell’abbraccio con chi soffre la consolazione di Dio.

Beato il Vescovo che considera il suo ministero un servizio e non un potere, facendo della mitezza la sua forza, dando a tutti diritto di cittadinanza nel proprio cuore, per abitare la terra promessa ai miti.

Beato il Vescovo che non si chiude nei palazzi del governo, che non diventa un burocrate attento più alle statistiche che ai volti, alle procedure che alle storie, cercando di lottare a fianco dell’uomo per il sogno di giustizia di Dio perché il Signore, incontrato nel silenzio della preghiera quotidiana, sarà il suo nutrimento.


lunedì 22 novembre 2021

La morte di fr. Jean-Pierre, l'ultimo dei monaci di Tibhirine (VIDEO)

La morte di fr. Jean-Pierre, l'ultimo dei monaci di Tibhirine (VIDEO)

Scomparso a 97 anni l'ultimo sopravvissuto del rapimento e della strage dei trappisti avvenuta nel 1996. Umile e discreto aveva vissuto gli ultimi anni della sua vita nel monastero di Midelt in Marocco. In una videointervista raccontava: "Restando a Tibhirine non volevamo essere martiri, ma segni di amore e di speranza".


Nel dicembre del 2018 era tornato in Algeria per la beatificazione dei suoi confratelli e degli altri martiri cristiani, uccisi dai terroristi negli anni Novanta. Era la prima volta che faceva rientro in quel Paese, a più di vent’anni di distanza dal rapimento e dal massacro dei sette monaci di Tibhirine avvenuto nel 1996. Ora frère Jean-Pierre Schumacher ha raggiunto i suoi confratelli nella casa del Padre. Se n’è andato domenica 21 novembre, all’età di 97 anni, l’ultimo sopravvissuto di quella strage efferata che aveva lasciato una ferita profonda non solo nella Chiesa d’Algeria, ma anche in quella universale.

Umile e buono, discreto e servizievole, aveva vissuto gli ultimi anni della sua vita nel monastero trappista di Midelt, in Marocco. Dove, dopo anni di silenzio, lo aveva “investito” l’attenzione del mondo, in occasione dell’uscita dello straordinario film “Uomini di Dio” del registra francese Xavier Beauvois, che aveva riacceso i riflettori sulla presenza silenziosa e orante dei monaci di Tibhirine, una presenza profondamente calata nel contesto sociale e religioso del posto, fino alle estreme conseguenze.

Era stata un’esperienza in un certo senso “catarchica” per frère Jean-Pierre, che solo allora aveva cominciato a raccontare, con quel suo modo piano, senza enfasi e senza rancore, le vicende di quei giorni drammatici in cui la comunità di Tibhirine aveva fatto la scelta di restare, nonostante la minaccia dei terroristi e l’ostilità dell’esercito. «Era la scelta che avevamo fatto insieme - ci raccontava con estrema naturalezza -: restare, nonostante tutto, continuare a essere una comunità di preghiera accanto ai nostri vicini musulmani. Non potevamo partire. La nostra presenza al monastero era un segno di fedeltà al Vangelo, alla Chiesa ed alla popolazione algerina. Non volevamo essere martiri, piuttosto segni d'amore e di speranza».

Lui quella notte tra il 26 e il 27 marzo era nella sua camera in portineria. Per questo non lo hanno trovato. E con lui si è salvato un altro monaco, frère Amedée, perché i terroristi avevano l’informazione che ci fossero sette fratelli, ma in quei giorni c’erano anche due visitatori, ed erano dunque in nove. I rapitori però se ne sono andati con i primi sette trovati, senza cercare ulteriormente. «Ho sentito dei rumori. Ho pensato che i terroristi fossero venuti per cercare le medicine, come in altre occasioni. Non mi sono mosso finché qualcuno non è venuto a bussare alla mia porta. Ho avuto paura. Ma ho aperto. Era un sacerdote della diocesi di Orano che si trovava al monastero in quei giorni con il gruppo di dialogo islamo-cristiano Ribat el Salaam, il “Legame della pace”. Veniva a dirmi che i miei confratelli erano stati rapiti».

In quel momento, nessuno immaginava che li avrebbero uccisi. In molti pensavano che li avrebbero scambiati con alcuni terroristi fatti prigionieri. La loro uccisione - quella di monaci e dunque di uomini di preghiera cristiani in mezzo ad altri uomini di preghiera musulmani - aveva sconvolto anche parte della società algerina.

Frère Jean-Pierre non aveva mai smesso di interrogarsi: «Se mi fossi accorto che li stavano portando via, sarei rimasto nella mia camera o avrei seguito i miei fratelli?». Ora la sua domanda troverà finalmente risposta.


Vedi anche alcuni dei nostri post precedenti:

Tonio Dell'Olio "Una fiera in Egitto"

Una fiera in Egitto

Scritto da Tonio Dell'Olio

Mosaico di Pace  22/11/20212021


Sul sito web www.egyptdefenceexpo.com chiunque può vedere e prendere nota dei 400 espositori che andranno a mettersi in bella mostra dal 29 novembre al 2 dicembre in una fiera de Il Cairo.
Non è chiaramente specificato che si tratta di un'esposizione di strumenti di morte, ossia di sistemi d'arma efficienti e distruttivi. 


Ai più curiosi non sfuggirà che Fincantieri, azienda a maggioranza di capitale pubblico, figura come headling sponsor, ovvero il principale sponsor straniero, e che altre 13 aziende espongono questi prodotti dell"orgoglio italico". 

A chi fa notare che nelle prigioni di quel Paese viene detenuto ormai da due anni un giovane studente dell'Università di Bologna e che non si conosce la data del processo, né le reali accuse che gli vengono mosse, la risposta può essere che non vi è correlazione tra la vicenda di Patrick Zaki e questa kermesse.
A chi obietta che questo impegno commerciale italiano compromette l'esigenza giusta e sacrosanta dei genitori di Giulio Regeni e di tutte e tutti coloro che credono nella democrazia e nel valore della vita umana, di avere giustizia e verità, io risponderò che purtroppo il sospetto era forte e che ora ne abbiamo la prova pubblica che lega le mani al governo italiano. Ma sappiano lorsignori che c'è un popolo intero che non si piega alla logica del business is business.

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