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mercoledì 27 ottobre 2021

Alberto Pellai COSA HANNO IMPARATO I PAPÀ CON LO SMART WORKING

Alberto Pellai
COSA HANNO IMPARATO I PAPÀ
CON LO SMART WORKING

Col rallentare dell'emergenza è venuto il tempo di rientrare a lavorare in presenza. ma qual è il bilancio per i genitori che hanno goduto e subito questa esperienza? I padri in particolare hanno compreso quanto sia importante imparare a raggiungere un equilibrio tra lavoro e famiglia


La fine dello smart working e il rientro al lavoro: molte famiglie stanno attraversando questo passaggio. È un segnale definitivo del ritorno ad una normalità che il tempo del covid ci aveva fatto dimenticare. Dobbiamo cancellare tutto quello che l’emergenza ha messo nelle nostre vite, senza che nessuno di noi lo avesse chiesto? Forse no. Anzi, quasi certamente, no.

È interessante sentire che cosa dicono molti padri a proposito del loro rientro al lavoro in presenza. Uscire dallo spazio protetto della casa e tornare a lavorare nel mondo fuori comporta ogni mattina rimettere in gioco i riti di separazione dai figli. Per chi ha figli piccoli, questo non è da dare per scontato. Ai bambini piaceva sapere che un genitore era sempre lì, a casa. Anche se coinvolto nello smartworking e magari chiuso in una stanza impegnato in videoconferenze, percepire la presenza e la voce dell’adulto di cui ti fidi che è lì, nel tuo territorio di vita, dà un senso di famiglia e di appartenenza cui i nostri figli non erano abituati nel tempo prima del covid. L’emergenza covid in effetti ci ha fatto ritornare ad uno stile famigliare tipico delle famiglie italiane degli anni ’60 e ’70. I pasti in famiglia, un adulto di riferimento sempre disponibile, un risveglio più rallentato e non soffocato dalla fretta di dover uscire e di doversi precipitare tutti dentro vite frenetiche. Aver goduto per molti mesi della certezza che quando torni a casa da scuola, lì c’è qualcuno che ti aspetta deve aver fatto bene a molti tra i nostri figli.

E deve aver fatto bene anche a molti, tra noi genitori. In effetti, non ho mai sentito i padri parlare di “paternità”, educazione, genitorialità, sfide evolutive come in questi mesi. Probabilmente la convivenza “forzata” con i propri figli ha generato una tensione più forte nel voler conciliare meglio la dimensione professionale con quella privata e famigliare. È una grandissima rivoluzione, questa, per noi uomini. Perché per anni abbiamo sentito parlare di conciliazione solo in relazione al lavoro femminile. Ora invece sentiamo che questo tema appartiene anche alle nostre vite. Anche noi padri, nel tempo del covid, abbiamo compreso quanto sia importante imparare a raggiungere un equilibrio che ci permetta di tenere insieme il lavoro che facciamo con la famiglia alla quale apparteniamo. È una questione che ci sfida a generare un nuovo modo di muoverci nel nostro ambito famigliare per tutelare il nostro diritto ad essere padri presenti ed efficaci nella vita dei nostri figli. Il dibattito non ha ricadute solo educative e personali. Ma obbligherà il mondo del lavoro a capire come gestire il tema dei congedi parentali, dei permessi, del lavoro part-time, della possibilità di negoziare le trasferte di lavoro anche in relazione ai propri dipendenti uomini.

Nel frattempo i nostri figli hanno fatto un’indigestione di famiglia, di presenza genitoriale. Forse preadolescenti e adolescenti non hanno apprezzato del tutto: loro detestano sentire il fiato di mamma e papà sul collo. Eppure niente è più rassicurante e dà serenità che accorgersi che, quando torni a casa da scuola, dietro la porta c’è qualcuno che ti aspetta. E che quindi non sei solo. Perché è proprio la solitudine, la mancanza di sguardi sulla tua crescita la cosa che - forse - i nati nel terzo millennio hanno patito di più. Non dimentichiamocene ora che si torna a correre da mattina a sera, nello spazio fuori casa. Non scordiamoci che, anche se ci danno dei rompiscatole, i nostri figli amano terribilmente sperimentare – nel ritorno a casa – che dietro la porta ci sia qualcuno ad aspettarli.


Un Sinodo dei bambini, Di Noto: ascoltarli educa noi adulti, non è perdita di tempo

Un Sinodo dei bambini, Di Noto:
ascoltarli educa noi adulti, non è perdita di tempo

Il sacerdote siciliano, fondatore dell’Associazione Meter, propone un itinerario appositamente pensato per i più piccoli in modo da coinvolgerli nel percorso sinodale voluto dal Papa: “Mettersi dalla loro parte può creare una Chiesa ‘diversa’”. “Con un linguaggio adeguato, istruirli anche sul male degli abusi”



Un processo sinodale che parta “dal basso”, ha chiesto il Papa per il Sinodo sulla sinodalità, che coinvolga, cioè, l’intero popolo di Dio. "Che parta dal basso basso" chiede ora don Fortunato Di Noto, immaginando un “mini percorso sinodale” che metta al centro quei bambini spesso ignorati, sottovalutati e, nel peggiore dei casi, maltrattati, per ascoltare le loro istanze e desideri, per capire cosa gli piaccia o meno della realtà in cui vivono, per fare riflettere gli adulti sugli aspetti della vita che danno per scontato.

Un percorso per i più piccoli

Per il noto sacerdote siciliano è un sogno coltivato da anni, sempre messo da parte per dare priorità alla lotta contro il male della pedofilia che, con l’associazione Meter da lui fondata, conduce da circa una trentina d’anni. Ora il Sinodo sulla sinodalità indetto da Francesco, insieme all’invito a porsi all’“ascolto di tutti”, ha riacceso in don Di Noto il desiderio di creare uno spazio di dialogo e confronto per e con i più piccoli. Nella sua parrocchia ad Avola già l’ha fatto, elaborando un vero e proprio percorso - strutturato in base alle esigenze di bambini e adolescenti - suddiviso in tre tappe, ognuna con delle proprie attività. Il progetto ora vorrebbe condividerlo con le diocesi d’Italia. “È un auspicio, una possibilità, ma credo che si possa fare. Farebbe bene anzitutto a noi adulti”, dice don Fortunato Di Noto a Vatican News:

Ma com’è nata questa idea, questa ispirazione, di avviare un percorso sinodale per bambini e adolescenti?

Era un sogno che già avevo da più di dieci anni fa. Nella Chiesa i bambini sono quelli che ci aiutano a ridimensionare il nostro essere adulti, il nostro senso del potere. Il bambino, la fanciullezza in generale, mostra il cuore stesso della Chiesa, la predilezione di Gesù. Dio si fa bambino… Oltre a questo, ci sono stati elementi e spunti sparsi che ho messo insieme. Anzitutto, il vademecum elaborato dalla Cei che in un punto invita a realizzare iniziative per i più giovani, in modo da non escluderli dal processo sinodale. Poi il logo - un bellissimo logo - del Sinodo, dove un bambino è il primo nella fila che rappresenta il popolo di Dio. La descrizione dice che i bambini stanno davanti in questo cammino sinodale. Ecco, ho pensato allora che bisogna coinvolgere sempre più i bambini, gli adolescenti, i ragazzi che quotidianamente come parroco incontro, in questo Sinodo avviato da Papa Francesco. La sensibilità c’è, ma bisogna passare ad una concretezza pastorale.

Ha condiviso questa proposta con qualche altro parroco o vescovo? Quale risposta ha avuto? Qualcuno le ha fatto pensare che forse è un po’ tempo perso?

Beh, qualcuno me l’ha proprio detto che è una perdita di tempo perché ‘ok, i bambini sono i prediletti del Signore, ma in fondo la Chiesa viene guidata dagli adulti, da chi pensa, dai teologi, dai dotti, dai saggi. Cosa possono dire i bambini alla Chiesa oggi?’. Ahimé, a preti e alcuni amici vescovi ho risposto che i bambini dicono e osservano molto di più di quanto noi possiamo dire e osservare. Loro oggi leggono, pensano, scrivono lettere, indicano stimoli nuovi, strade nuove, perché non ascoltarli? La rivoluzione di una Chiesa nuova, diversa, splendente, che ha a cura tutti e soprattutto i deboli, deve partire dal basso e, in questo caso, dal basso basso. I bambini hanno qualcosa da dirci e dobbiamo avere l’umiltà di ascoltarli. È una prospettiva nuova, non l’idea di una festicciola ludica fine a se stessa.

Quali risultati pensa che potrebbe portare una iniziativa del genere?

Credo che la cosa più importante è che i bambini vengano ascoltati. I bambini “dobbiamo” ascoltarli, è una priorità! Come? Ad esempio distribuendo un questionario adatto a loro. Io l’ho elaborato e l’ho già diffuso nella mia parrocchia ad Avola. Sono quattro semplici domande: cos’è il Sinodo? Che cos’è che mi manca? Cosa non piace della Chiesa in cui vivo? Cosa posso dire ai miei vescovi? Ecco, quest’ultimo punto credo che sia importante, perché è bello pensare che i bambini possano parlare al pastore che guida una comunità e anche a sacerdoti, religiosi, dare loro un’indicazione. Ascoltare i bambini è obbedire al Vangelo e questa è una sensibilità che dovrebbe sempre più crescere. La Chiesa ha infatti una schiera di santi, beati venerabili che sono bambini.

Oltre ai questionari, ha elaborato anche un percorso per un eventuale Sinodo dei bambini?

Sì, ho aggiunto tre piccole tappe e anche la possibilità di eleggere in questo cammino un rappresentante dei bambini o degli adolescenti, che possa partecipare in maniera attiva al consiglio pastorale parrocchiale. Credo che ciò possa aiutare a mettersi dalla loro parte, stare con loro e cogliere gli elementi essenziali principali.

Di quale fascia d’età parliamo?

Sarebbe preferibile coinvolgere bambini già in età di catechismo, ma anche quelli un po’ prima dei 6 anni, e pure gli adolescenti. Perché no? Ognuno può dire qualcosa.

Lei, don Fortunato, da oltre trent’anni con l’associazione Meter lotta contro il male degli abusi sui minori, in particolare l’orrore della pedopornografia online. La questione abusi può rientrare, secondo lei, tra le riflessioni dell’itinerario sinodale? In che forma?

Credo che dovrebbe essere uno dei temi principali in questa prima fase dedicata all’ascolto. Dobbiamo saper ascoltare chi è stato ferito, capire perché la Chiesa non è stata madre ma matrigna e i suoi figli hanno subito vessazioni, soprusi, maltrattamenti. Su questo punto non si può abbassare minimamente l’attenzione: un Sinodo che si occupa dell’ascolto di tutti non può permettersi di dimenticare quanto accaduto e che ancora accade. Proprio a partire dall’ascolto bisogna rilanciare percorsi nuovi, forti e capaci di indicare anche vie di guarigione e cura, perché ciò non si ripeta mai più. La Chiesa deve diventare una “casa” sicura, serena, premurosa, capace di non escludere ma di includere. Perciò, certo che dobbiamo ragionare su queste cose, certo che dobbiamo parlare di queste cose.

Anche con i bambini? C’è una modalità con cui i più piccoli possono essere introdotti a una tematica così dolorosa, nell’ottica magari della prevenzione e della sicurezza?

Ma sì, ormai i metodi sono consolidati e verificati. Certamente bisogna parlare ai bambini con linguaggi attenti e prudenti. I bambini necessitano di essere istruiti sul fatto che c’è il bene c’è il male e bisogna parlare loro di certe situazioni coi giusti metodi pedagogici ed educativi. Noi di Meter da 30 anni siamo nel campo, abbiamo percorsi, laboratori, libri. Ai miei educatori chiedo sempre di parlare del Vangelo ma anche di istruire i bambini ad una attenzione su certe situazioni di dolore, certamente con un linguaggio adeguato, sereno, maturo, in modo che loro possano difendersi e sviluppare dei punti di riferimento e di fiducia.


martedì 26 ottobre 2021

Conclusa la vicenda giudiziaria di Eitan, una buona notizia? Riflessioni di Alberto Pellai e Massimo Gramellini

Eitan non può essere la toppa 
per sanare la lacerazione di due famiglie
di Alberto Pellai

E' stato disposto che il piccolo Eitan torni in Italia. Potrà essere una buona notizia quando il bambino non sarà considerato come una pallina di un flipper ma potrà esprimere anche la sua opinione ad adulti che considerano primario il suo interesse e non le proprie esigenze 


Eitan tornerà in Italia. Può sembrarci una bella notizia. E forse oggettivamente per il bambino lo è. Tutti noi crediamo che il suo essere prelevato (ma forse dovremmo dire rapito) dal nonno materno senza alcun accordo con gli zii che si stavano occupando di lui dopo la tragedia del Mottarone, era la cosa più sbagliata che potesse accadere a un bambino già traumatizzato dalla vita. E quindi non bisognoso di altri strappi e altre discontinuità. Sapere che tornerà dagli zii comporta però un ennesimo ribaltamento del palinsesto della sua vita. Alla fine, ci sembra di poter dire che questo bambino sembra correre sulla pista della vita, come fa la pallina del flipper: viene sbattuto di qua e di là, spostato a seconda di come gli altri decidono per lui. In casi come questi è fondamentale che anche il bambino possa dire la sua, possa far comprendere a chi deve decidere per lui che non è un pupazzo che può essere appoggiato ora qui, ora lì. Questo la legge lo prevede e probabilmente diventerà decisivo farlo succedere in una contesa che vede ormai due famiglie in guerra e che rischia di far percepire ad Eitan un clima di costante incertezza e vulnerabilità, dal quale lui non può sottrarsi in autonomia. La fatica enorme oggi non è solo quella di ridare tranquillità e un senso di protezione e sicurezza a un bambino che ne ha bisogno più di qualsiasi altra cosa. La fatica enorme oggi è anche quella di far comunicare tra loro due famiglie devastate dal dolore che hanno trovato in Eitan un motivo per aggrapparsi all’ultimo “scampolo” di vita rimasto a disposizione, per mettere una toppa a una lacerazione della vita che altrimenti sembrerebbe irreparabile. Eitan non può essere quella “toppa” che copre lo squarcio che ha frantumato l’esistenza di due famiglie. E queste due famiglie devono compiere un’impresa impossibile ora: ovvero ridare senso prima alla vita di Eitan. E solo poi - e di conseguenza - anche alla propria. A volte mettere l’interesse del bambino davanti a tutto (e questo è ciò che fa la legge) significa anche fare la cosa migliore per gli stessi adulti che di quell’interesse devono diventare garanti e tutori. La legge oggi riporta in Italia Eitan. Questa sarà una buona notizia quando anche nonni e zii comprenderanno che la legge – facendo il bene di Eitan – sta indicando a tutti qual è la direzione che oggi tutti devono imparare a percorrere.
(fonte: Famiglia Cristiana 25/10/2021) 

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Una giudice a Tel Aviv
di Massimo Gramellini 


La sentenza con cui la giudice israeliana Iris Ilotovich-Segal ha dato ragione al ramo italiano della famiglia del piccolo Eitan ci ricorda qualcosa che forse stavamo un po’ dimenticando: la grandezza e l’unicità (anche la solitudine) della democrazia. Una democrazia potrà commettere un sacco di sciocchezze e di soprusi, e in effetti ci riesce benissimo, in Israele come altrove. Ma, con buona pace di chi rimpiange o auspica i regimi forzuti, rimane l’unico che garantisce la separazione dei poteri. Il nonno materno aveva sottratto Eitan ai parenti di Pavia perché intendeva farlo crescere in Israele, educandolo nei valori della tradizione. Ebbene, la magistrata di Tel Aviv sua connazionale non ha consultato la tradizione, ma i codici. E ha deciso che il bambino, sopravvissuto alla tragedia della funivia che lo ha reso orfano, deve vivere con chi ne ha la tutela, cioè con la zia di Pavia.

Immaginate lo stesso processo in qualche altro Stato dell’area mediorientale — dall’Egitto di Regeni e Zaki in giù —, per tacere di quelli più a Est che fanno battere il cuore ai sovranisti nostrani. Un nonno che avesse preteso la custodia del nipote brandendo i totem del nazionalismo e della religione avrebbe vinto a mani basse, e forse la controparte non sarebbe stata neanche ammessa in giudizio. Comunque la si pensi sulle sue politiche, valgono per Israele le parole con cui Churchill definiva, appunto, la democrazia: il peggiore sistema che esista, esclusi tutti gli altri.
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Luciano Locatelli: Senape e lievito

Luciano Locatelli*
Senape e lievito
 

Lc 13,18-21
In quel tempo, diceva Gesù: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami».
E disse ancora: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».

Commento

Per parlare del Regno Gesù usa due realtà che, al suo tempo, avrebbero fatto sorridere di scherno: un seme di senape (che Marco nella sua versione definisce “micròtero”, cioè, se mi passate l’espressione, “il più piccolissimo” tra i semi) e un po’ di lievito. Il primo è qualcosa che non ha peso, si fa molta fatica a notare, e genera, tra l’altro, una sorta di arbusto infestante. Il secondo è qualcosa di andato a male, è simbolo di impurità (tanto che si fa Pasqua con gli Azzimi …).

Quindi un Regno che non ha nulla di regale, secondo i criteri di allora ma anche di oggi. Non ha rilevanza politica, economica e, per certi aspetti, sociale. È irrilevante, insignificante. Dal punto di vista squisitamente religioso è anche segno di impurità, rappresenta qualcosa che è poco di buono.
Ecco, ora provate a parlare di Dio in questo modo (considerato che l’espressione “Regno di Dio” è un modo per dire Lui senza dirlo …).

Il nostro Dio è come un piccolo seme insignificante, che però produce, “infesta” senza soffocare e offre riparo a tutti, senza distinzione alcuna. Inoltre è un Dio che si mescola come “poco di buono” nella nostra storia per farla lievitare, per farla crescere, perché da qui nasca un pane capace di sfamare ogni fame che portiamo dentro di noi.
Unica condizione: sii terra che accoglie anche il seme insignificante; sii farina che si mescola senza paura con il “poco di buono” del lievito”. La Sua irrilevanza e il Suo “essere poco di buono” ti renderanno albero ospitale e pane di vita.
In questo modo, forse, comprenderai cosa significa professare non solo che Gesù è Dio, ma che Dio è Gesù, purificando quelle immagini distorte di Dio stesso che ti porti nel cuore.

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*Don Luciano Locatelli nasce il 12 agosto 1963, da una famiglia operaia.
Entra in seminario nel 1976 e, come dice lui, viene “ridotto allo stato pretale” nel 1988, dopo aver compiuto gli studi presso la Facoltà teologica di Fermo (AP).
E’ stato missionario sacramentino in Africa per 10 anni.
Al rientro in Italia entra a far parte del clero della Diocesi di Bergamo. Dopo un decennio come parroco in un piccolo paese della Valle Brembana, ha lavorato un anno a Caserta alla riapertura del Centro di Accoglienza “Tenda di Abramo”, mensa e dormitorio per senza fissa dimora.
Dalle sue parole: “Attualmente svolgo il mio servizio in Caritas Diocesana di Bergamo, come operatore del Centro di Primo Ascolto, immerso nelle povertà e negli “scarti” che allegramente e inconsciamente continuiamo a produrre come società (per azioni) del benessere. Insieme a tutto questo vivo la storia quotidiana di Casa don Bepo e Casa Raphael, due strutture che si occupano di persone con problematiche connesse alla sindrome HIV-AIDS, oltre che essere presente in “Amoris Laetitia”, un centro residenziale che offre uno spazio calorosamente umano per minori terminali (confesso che è la parte più dura del mio servizio). In settimana inizio la giornata con la celebrazione presso una casa di riposo per Suore anziane (che mi hanno scelto, con loro grave pericolo, come “predicatore” per esercizi e ritiri mensili). La domenica vivo l’Eucaristia presso un centro che ospita disabili e autistici gravi (e vi assicuro che la celebrazione è davvero festa!).”
Ha partecipato alla pubblicazione della traduzione e commento ai Vangeli secondo Marco, Luca e Matteo, è stato relatore a Convegni ed è animatore di una serata biblica con il “Popolo della Senape”.

# Il denaro (di Gianfranco Ravasi)

# Il denaro 
(di Gianfranco Ravasi)



Il denaro può comprare una casa ma non un focolare. Può comprare un letto ma non il sonno. Può comprare un orologio ma non il tempo. Può comprare un libro ma non la conoscenza e la saggezza.

Può comprare una posizione ma non il rispetto. Può pagare il dottore ma non la salute. Può comprare il sesso ma non l'amore. Sono numerose le raccolte di detti nelle varie lingue sul rapporto dell'uomo nei confronti dei beni materiali. Il numero molto vario di autori che si possono citare fa capire che si è in presenza di un tema universale e costante che appassiona proprio perché è irrisolto. Infatti tanti appelli contro la follia dell'accumulo, l'idolatria del denaro, sulla crudeltà dell'egoismo non impediscono che si continui ad ammassare ricchezze, a scannarsi per le cose, a tradire ideali e valori per una manciata di soldi. Aggiungiamo un granello alle tante lezioni già ascoltate attorno a questo argomento: abbiamo sopra citato, infatti, un aforisma cinese illuminante sul tema. Gli asserti che lo compongono sono scontati e reiterati, tant'è vero che secoli dopo il drammaturgo norvegese ottocentesco Henrik Ibsen ripeterà: «Il denaro può comperare la buccia di molte cose, ma non il seme. Può darvi il cibo ma non l'appetito, la medicina ma non la salute, i conoscenti ma non gli amici, i servitori ma non la fedeltà, giorni di gioia ma non la felicità e la pace». Eppure si continua a procedere attratti da quell'illusione dorata, incapaci di reagire alla tentazione di quel luccichio, al fascino di quella promessa di benessere...

(da "Il Sole 24 Ore - Domenica" del 24 ottobre 2021)


lunedì 25 ottobre 2021

La voce di Madre Teresa come commento a Lc 13,10-13


La liturgia di oggi propone il Vangelo di Luca 13,10-17 

Riportiamo di seguito il commento ai primi 3 versetti a cura di Sr Graziella Curti (direttice@fmamelzo.com), proposto dalla Casa di Preghiera San Biagio FMA diversi anni fa.

«In quel tempo, Gesù stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. C'era là una donna che aveva da diciotto anni uno spirito che la teneva inferma; era curva e non poteva drizzarsi in nessun modo. Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: "Donna, sei libera dalla tua infermità", e le impose le mani. Subito quella si raddrizzò e glorificava Dio». (Lc 13,10-13)


Gesù è sempre attento a chi ha bisogno di aiuto. Il suo ministero di evangelizzazione non lo pone a distanza dalle realtà di sofferenza. Si accorge di una donna curva che non ha neppure parole per attirare la sua attenzione. Anche se il giorno sacro del sabato voleva che lo sguardo dell'ebreo osservante fosse totalmente ed esclusivamente teso verso Dio, Gesù agisce in nome di un Dio che è Padre ed ha mandato il proprio figlio "ad annunziare ai poveri il lieto messaggio, a proclamare ai prigionieri la liberazione". Ecco allora che la donna curva e infelice può essere liberata dalla paralisi. Il Maestro l'ha vista, l'ha chiamata: "Donna, sei libera dalla tua infermità". Ora, colei che stava quasi raggomitolata su se stessa, si alza e glorifica Dio. E' il miracolo della vita, quasi una risurrezione per una gioia piena.

Oggi, identificandomi nella donna curva e legata dai propri limiti e paure, mi rivolgerò al Signore Gesù chiedendogli che mi guarisca con il suo sguardo d'amore.


La voce di Madre Teresa

Un pensiero e una preghiera per tutte quelle donne che
non ricevono neanche un semplice sorriso.

Un pensiero e una preghiera per quelle maltrattate anche tra le mura domestiche,
che nel silenzio vivono il loro dramma.

Un pensiero e una preghiera per quelle bambine che sono mutilate,
violentate, uccise.

Un pensiero e una preghiera per le donne di paesi dove
in nome di leggi e consuetudini sono private della loro dignità e libertà.

Un pensiero, una preghiera e un grazie sincero a tutte quelle donne che
non vivono la vita solo per se stesse, ma sono "esempio" in famiglia, a lavoro, nella società.

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Aggiungiamo per chi volesse approfondire che le parole di Madre Teresa qui citate sono tratte dal suo discorso alle donne in occasione della conferenza di Pechino 13/09/1995, ma certamente oggi più che mai attuali... 

Siria, i sorrisi di papà e figlio, la foto simbolo che va oltre la guerra

Siria, i sorrisi di papà e figlio,
la foto simbolo che va oltre la guerra

L’immagine scattata dal turco Mehmet Aslan nel campo profughi di Hatay in Turchia vince il Siena International Photo Awards. «Spero che ora si possa aiutare Mustafa»

Munzer El Mezhel con il figlio Mustafa in Turchia (Mehmet Aslan | sipacontest.com)

La gioia che, come un lampo, cancella il dolore e la disperazione. La fotografia, scattata dal turco Mehmet Aslan e vincitrice del prestigioso Siena International Photo Awards (SIPA) 2021, è di quelle che lascia senza fiato. Un uomo senza una gamba, appoggiato su una stampella, alza verso il cielo suo figlio nato senza gli arti inferiori e superiori. I due si guardano negli occhi e sorridono come pervasi da una felicità inattesa.

Hardship of Life (La difficoltà della vita), questo il nome dell’immagine, è stata scattata lo scorso aprile nel distretto di Reyhanli, nella provincia turca di Hatay al confine con la Siria. «Il giorno dello scatto un’equipe medica era venuta qui per visitare il piccolo Mustafa ed è stato un momento di gioia» ha spiegato Aslan che vive nella zona dove fa anche il veterinario. «Il padre si chiama Munzer El Mezhel, nel 2016 si trovava nel mercato di Idlib in Siria con la moglie incinta, quando una bomba scagliata da un aereo del regime di Damasco è esplosa poco lontano. Lui ha perso la gamba, la moglie ha inalato gas nervino». La coppia è stata portata in Turchia in ambulanza ma i farmaci che hanno curato Zeinab hanno danneggiato irreparabilmente il feto. Mustafa, che è nato poco dopo, è affetto da tetra-amelia.

La foto è stata selezionata dalla giuria fra decine di migliaia di immagini inviate da fotografi di 163 Paesi. «Spero che con questo premio si possa aiutare Mustafa che ora è impossibilitato a qualsiasi movimento — ha spiegato ancora Aslan —. Purtroppo in Turchia non sono reperibili le necessarie protesi elettroniche, costose e disponibili solo in Europa». Mentre la madre del bambino finalmente vede una luce di speranza nel futuro: «Quest’immagine ha raggiunto il mondo. Per anni abbiamo cercato aiuto per Mustafa ma nessuno ci ascoltava. Faremmo qualsiasi cosa per dargli una vita migliore».

Meno ottimista il portavoce di Unicef Italia Andrea Iacomini: «Non vorrei che ci trovassimo di fronte all’ennesima prova di indignazione a intermittenza. Come quella drammatica di Aylan, speriamo che questa foto svegli le coscienze dei leader mondiali».

In Siria, intanto, le armi continuano a uccidere, ferire, mutilare. Dal 2011, quando esplose la sollevazione a Daraa contro Assad, sono oltre 350 mila i morti accertati dall’Onu e 13 milioni gli sfollati, di cui oltre 6 riparati all’estero mentre il regime di Damasco tassa gli aiuti internazionali.

«Quando la fede è viva, la preghiera è accorata: non mendica spiccioli, non si riduce ai bisogni del momento. A Gesù, che può tutto, va chiesto tutto.» Papa Francesco Angelus 24/10/2021 (testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 24 ottobre 2021


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo della Liturgia di oggi narra di Gesù che, uscendo da Gerico, ridona la vista a Bartimeo, un cieco che mendica lungo la strada (cfr Mc 10,46-52). È un incontro importante, l’ultimo prima dell’ingresso del Signore a Gerusalemme per la Pasqua. Bartimeo aveva perso la vista, ma non la voce! Infatti, quando sente che sta per passare Gesù, inizia a gridare: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!» (v. 47). E grida, grida questo. I discepoli e la folla sono infastiditi dalle sue grida e lo rimproverano perché taccia. Ma lui urla ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!» (v. 48). Gesù sente, e subito si ferma. Dio ascolta sempre il grido del povero, e non è per nulla disturbato dalla voce di Bartimeo, anzi, si accorge che è piena di fede, una fede che non teme di insistere, di bussare al cuore di Dio, malgrado l’incomprensione e i rimproveri. E qui sta la radice del miracolo. Infatti Gesù gli dice: «La tua fede ti ha salvato» (v. 52).

La fede di Bartimeo traspare dalla sua preghiera. Non è una preghiera timida, convenzionale. Anzitutto chiama il Signore “Figlio di Davide”: cioè lo riconosce Messia, Re che viene nel mondo. Poi lo chiama per nome, con confidenza: “Gesù”. Non ha paura di Lui, non prende le distanze. E così, dal cuore, grida al Dio amico tutto il suo dramma: “Abbi pietà di me!”. Soltanto quella preghiera: “Abbi pietà di me!”. Non gli chiede qualche spicciolo come fa con i passanti. No. A Colui che può tutto chiede tutto. Alla gente chiede degli spiccioli, a Gesù che può fare tutto, chiede tutto: “Abbi pietà di me, abbi pietà di tutto ciò che sono”. Non chiede una grazia, ma presenta se stesso: chiede misericordia per la sua persona, per la sua vita. Non è una richiesta da poco, ma è bellissima, perché invoca la pietà, cioè la compassione, la misericordia di Dio, la sua tenerezza.

Bartimeo non usa tante parole. Dice l’essenziale e si affida all’amore di Dio, che può far rifiorire la sua vita compiendo ciò che è impossibile agli uomini. Per questo al Signore non chiede un’elemosina, ma manifesta tutto, la sua cecità e la sua sofferenza, che andava al di là del non poter vedere. La cecità era la punta dell’iceberg, ma nel suo cuore ci saranno state ferite, umiliazioni, sogni infranti, errori, rimorsi. Lui pregava con il cuore. E noi? Quando domandiamo una grazia a Dio, mettiamo nella preghiera anche la nostra propria storia, le ferite, le umiliazioni, i sogni infranti, gli errori, i rimorsi?

“Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. Facciamo oggi noi questa preghiera. E chiediamoci: “Come va la mia preghiera?”. Ognuno di noi si domandi: “Come va la mia preghiera?”. È coraggiosa, ha l’insistenza buona di quella di Bartimeo, sa “afferrare” il Signore che passa, oppure si accontenta di fargli un salutino formale ogni tanto, quando mi ricordo? Quelle preghiere tiepide che non aiutano per niente. E poi: la mia preghiera è “sostanziosa”, mette a nudo il cuore davanti al Signore? Gli porto la storia e i volti della mia vita? Oppure è anemica, superficiale, fatta di rituali senza affetto e senza cuore? Quando la fede è viva, la preghiera è accorata: non mendica spiccioli, non si riduce ai bisogni del momento. A Gesù, che può tutto, va chiesto tutto. Non dimenticatevi di questo. A Gesù che può tutto va chiesto tutto, con la mia insistenza davanti a Lui. Egli non vede l’ora di riversare la sua grazia e la sua gioia nei nostri cuori, ma purtroppo siamo noi a mantenere le distanze, forse per timidezza o pigrizia o incredulità.

Tanti di noi, quando preghiamo, non crediamo che il Signore può fare il miracolo. Mi viene in mente quella storia – che io ho visto – di quel papà a cui i medici avevano detto che la sua bambina di nove anni non passava la notte; era in ospedale. E lui ha preso un bus ed è andato a settanta chilometri al santuario della Madonna. Era chiuso e lui, aggrappato alla cancellata, passò tutta la notte pregando: “Signore, salvala! Signore, dalle la vita!”. Pregava la Madonna, tutta la notte gridando a Dio, gridando dal cuore. Poi al mattino, quando tornò in ospedale, trovò la moglie che piangeva. E lui pensò: “È morta”. E la moglie disse: “Non si capisce, non si capisce, i medici dicono che è una cosa strana, sembra guarita”. Il grido di quell’uomo che chiedeva tutto, è stato ascoltato dal Signore che gli aveva dato tutto. Questa non è una storia: questo l’ho visto io, nell’altra diocesi. Abbiamo questo coraggio nella preghiera? A Colui che può darci tutto, chiediamo tutto, come Bartimeo, che un grande maestro, un grande maestro di preghiera. Lui, Bartimeo ci sia di esempio con la sua fede concreta, insistente e coraggiosa. E la Madonna, Vergine orante, ci insegni a rivolgerci a Dio con tutto il cuore, nella fiducia che Egli ascolta attentamente ogni preghiera.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

esprimo la mia vicinanza alle migliaia di migranti, rifugiati e altri bisognosi di protezione in Libia: non vi dimentico mai; sento le vostre grida e prego per voi. Tanti di questi uomini, donne e bambini sono sottoposti a una violenza disumana. Ancora una volta chiedo alla comunità internazionale di mantenere le promesse di cercare soluzioni comuni, concrete e durevoli per la gestione dei flussi migratori in Libia e in tutto il Mediterraneo. E quanto soffrono coloro che sono respinti! Ci sono dei veri lager lì. Occorre porre fine al ritorno dei migranti in Paesi non sicuri e dare priorità al soccorso di vite umane in mare con dispositivi di salvataggio e di sbarco prevedibile, garantire loro condizioni di vita degne, alternative alla detenzione, percorsi regolari di migrazione e accesso alle procedure di asilo. Sentiamoci tutti responsabili di questi nostri fratelli e sorelle, che da troppi anni sono vittime di questa gravissima situazione. Preghiamo insieme per loro in silenzio.

Ieri a Brescia è stata beatificata suor Lucia dell’Immacolata, religiosa delle Ancelle della Carità. Donna mite e accogliente, morta nel 1954 a 45 anni, dopo una vita spesa al servizio del prossimo anche quando la malattia l’aveva fiaccata nel corpo ma non nello spirito. E oggi a Rimini viene beatificata la giovane Sandra Sabattini, studentessa di medicina, scomparsa a 22 anni per un incidente stradale. Ragazza gioiosa, animata da grande carità e dalla preghiera quotidiana, si dedicò con entusiasmo al servizio dei più deboli nel solco del carisma del Servo di Dio Don Oreste Benzi. Alle due beate un applauso. Tutti insieme!

Oggi, Giornata Missionaria Mondiale, guardiamo a questi due nuovi Beati come a testimoni che hanno annunciato il Vangelo con la loro vita. E con gratitudine rivolgo il mio saluto ai tanti missionari e missionarie – sacerdoti, religiosi, religiose e fedeli laici – che in prima linea spendono le loro energie al servizio della Chiesa, pagando in prima persona – a volte a caro prezzo – la loro testimonianza. E lo fanno non per fare proselitismo, ma per testimoniare il Vangelo nella loro vita nelle terre che non conoscono Gesù. Grazie tante ai missionari! Anche a loro un grande applauso, tutti! 

Saluto anche i seminaristi del Collegio Urbano.

E saluto tutti voi, cari romani e pellegrini di vari Paesi. In particolare, saluto la comunità peruviana – tante bandiere del Perù! - che celebra la festa del Señor de los Milagros. Anche il Presepio di quest’anno sarà della comunità peruviana. Come pure saluto una comunità filippina di Roma; saluto il Centro Academico Romano Fundación (Spagna); le Figlie del Sacro Cuore di Gesù riunite in Capitolo e il gruppo della Comunità dell’Emmanuel. Saluto inoltre i partecipanti alla “maratona” da Treviso a Roma e quelli che fanno il “Cammino” dalla Sacra di San Michele fino a Monte Sant’Angelo; il pellegrinaggio ciclistico nel ricordo di San Luigi Guanella; saluto i fedeli di Palmi, di Asola e San Cataldo. E un saluto speciale invio ai partecipanti alla Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, riuniti a Taranto sul tema “Il Pianeta che speriamo”.

A tutti auguro una buona domenica. Il tempo è bello. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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domenica 24 ottobre 2021

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXX Domenica T.O. - B


 
 
Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli

  XXX Domenica T.O. - B
24 ottobre 2021

Colui che presiede

Fratelli e sorelle, Dio nella sua paternità intende radunare tutti i suoi figli, perché ritrovino il gusto di guardarsi e di riconoscersi come veri figli dell’unico Padre. La presenza di Gesù in mezzo a noi ci apre gli occhi per vedere la realtà con gli occhi stessi di Dio. Con gioia esultante innalziamo al Signore Gesù le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/ Apri i nostri occhi, o Signore


Lettore

  • - Fa’, o Signore Gesù, che tutta la Chiesa ed ogni singola comunità cristiana permangano nell’ascolto di Te e del tuo Vangelo, affinché il loro stile di vita e le loro parole manifestino pienamente la paternità di Dio e non siano, invece, un ostacolo per ogni persona che vuole incontrarti e fare esperienza della tua compassione. Preghiamo.
  • - Ricordati, Signore Gesù, di tutti i popoli della terra. Il tuo Santo Spirito li guidi per sentieri di luce e di vita. Oggi ti affidiamo in modo particolare il prossimo incontro a Glascow, dove i paesi più industrializzati parleranno di clima: fa’ che trionfi in loro la cura per la terra e per tutta l’umanità, e non la cecità e i soliti egoismi nazionali. Preghiamo.
  • - Converti a Te, Signore Gesù Figlio di Davide che realizzi le promesse di pace, quanti in Europa e nel nostro Paese sono affascinati dal “verbo” dell’odio e della violenza. Spezza in ognuno di noi tutte quelle pulsioni, che ci spingono a cullare sogni ciechi di sovranismo e di politiche autoreferenziali, chiudendoci all’incontro con l’altro e ad ogni possibilità di inclusione. Preghiamo.
  • - Benedici e sostieni, Signore Gesù, gli operatori sanitari. Dona ad ognuno di loro uno sguardo di attenzione verso ogni persona ricoverata, che, oltretutto, con questa pandemia viene privata della vicinanza dei propri cari. Sii vicino a quanti svolgono un lavoro usurante e pericoloso, ma ricordati, anche, di quanti sono privi del lavoro o costretti a ricevere un salario insufficiente. Preghiamo.
  • - Ti ricordiamo, Signore Gesù, i nostri parenti e amici defunti e le vittime del corona-virus [pausa di silenzio]; ti ricordiamo anche coloro che muoiono sulle strade nella povertà più estrema, nell’abbandono e nella solitudine, coloro che muoiono per la droga, per l’alcool o per la follia omicida di chi ha perso il senso vero dell’umano. A tutti dona di contemplare lo splendore del tuo Volto di Messia compassionevole. Preghiamo.

Colui che presiede

Signore Gesù, ascolta le suppliche della tua Chiesa in preghiera: alza il nostro sguardo, allarga i nostri orizzonti e donaci di vedere la storia e il mondo con i tuoi stessi occhi. Te lo chiediamo, perché tu sei il Messia fedele che compie le promesse di Dio, oggi e sempre, nei secoli dei secoli. 
AMEN.


"Un cuore che ascolta lev shomea" - n. 51/2020-2021 anno B

 "Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino


XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO B

Vangelo:




Il brano conclude il tema della sequela, introducendo finalmente il lettore all'ultimo pellegrinaggio di Gesù a Gerusalemme, l'ultima salita l'Aliya di Pasqua, che vedrà terminare il suo servizio agli uomini nel dono totale della sua vita. Gesù raggiunge e attraversa la città Gerico, situata in una depressione (circa 300 mt. sotto il livello del mare), simbolo di tutte le depressioni dell'uomo e che Gesù attraversa, dove avviene l'incontro con il cieco Bar-Timeo. Seduto immobile sul ciglio della strada che sale a Gerusalemme, il cieco è figura di coloro che sono animati dallo spirito di questo mondo che più volte Gesù ha stigmatizzato, simbolo del rifiuto di ogni comunità e di ogni credente alla proposta di vita di Gesù e del suo Vangelo. Veramente ciechi e mendicanti siamo noi che ci diciamo discepoli. Anche se affermiamo di seguire il Maestro, in realtà siamo ancora fermi, seduti a bordo strada, paralizzati e irretiti da quello spirito del potere che, con ostinazione, perseguiamo, ma che, invece di darci vita, ci scaraventa inesorabilmente fra le braccia della morte. Di fronte allo scandalo di un Messia sconfitto e crocifisso, anche noi siamo chiamati a fare nostra l'invocazione di Bar-Timeo«Rabbì, che io veda!», perché possano cadere dai nostri occhi le dure scaglie che ci impediscono di contemplare la Gloria di Dio nel corpo martoriato e senza vita del Crocifisso. 


sabato 23 ottobre 2021

MENDICANDO LUCE - Anche noi, brancolanti nel buio, almeno una volta, dietro al Vangelo, abbiamo lasciato i nostri angoli bui, e forse, quando ci siamo buttati in volo, si sono aperte strade di luce, sotto ali che non sapevamo di avere. - XXX T. O. / B - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Ronchi

MENDICANDO LUCE
 

Anche noi, brancolanti nel buio, almeno una volta,
dietro al Vangelo, abbiamo lasciato i nostri angoli bui, e forse, quando ci siamo buttati in volo, si sono aperte strade di luce, sotto ali che non sapevamo di avere.
 

I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire

 

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». (...) E Gesù gli disse: «Va', la tua fede ti ha salvato» (...). Marco 10, 46-52


per i social

MENDICANDO LUCE

Anche noi, brancolanti nel buio, almeno una volta, dietro al Vangelo, abbiamo lasciato i nostri angoli bui, e forse, quando ci siamo buttati in volo, si sono aperte strade di luce, sotto ali che non sapevamo di avere.


Siamo tutti, come Bartimeo, dei mendicanti di luce seduti ai bordi della strada, mentre la vita ci scorre a fianco. Seduti, perché tanto ogni strada si equivale, e molte non portano da nessuna parte.

Un mendicante cieco. Cosa c'è di più perduto e inutile alla storia, di più naufrago nella vita?

Un ritratto tracciato con tre drammatiche pennellate: cieco, mendicante, solo. Con la folla a fare muro sul suo grido: taci! Il tuo dolore è fuori luogo!

Terribile pensare che davanti a Dio la sofferenza sia inopportuna, che il grido sia una nota stonata.

La folla lo sgrida, perché i poveri disturbano, sempre: ci fanno un po' paura, sono là dove noi non vorremmo mai essere, sono il lato doloroso della vita, ciò che temiamo di più come una malattia.

Ma è proprio sulla povertà dell'uomo che si posa sempre il primo sguardo di Gesù; non sulla moralità di una persona, ma sul suo dolore che quindi grida ancora di più.

Solo e al buio, grida la sua disperata speranza. Un grido viscerale, che sale da ciò che ognuno ha di più profondo e carnale. Il grido è più che parola, ha dentro corpo, ener­gia, dolore, bisogno. È del bambino che nasce, del morente in croce che urla al cielo e alla terra il buio che ha nel cuore.

Finché c'è un grido, la speranza ha la sua casa.

Ed ecco dalla folla sorgere tre paro­le: coraggio, alzati, ti chiama. E tutto sembra eccessivo, esagerato. Coraggio! Il Bartimeo guarito si fa irruente e balza in piedi, getta il mantello, lascia ogni sostegno, le mani avanti, verso quella voce che lo chiama, guidato, stregato da quella Parola che ancora vibra nell'aria. E come lui anche noi ci orientiamo al buio, andiamo avanti senza certezze assolute fidandoci solo della sua Voce, captata con ansia e finezza di cuore.

Che cosa vuoi che io ti faccia? Signore, che io veda!

E che cosa mai vuole vedere? Non i paesaggi o la polvere dorata della Palestina, il mendicante di luce vuole una strada.

La fede è questo: un eccesso, un di più illogico e meravigliosamente bello, una strada costellata di luce nel buio della notte.

Bartimeo vede l'uomo Gesù, vede il suo Vangelo che sarà per lui come «Un sole che sorge dall'alto» (Luca 1, 78), una via cui affidarsi. E guarisce come uomo, prima che come cieco. Guarisce nella voce che lo accarezza. Qualcuno si è accorto di lui, qualcuno lo ama e lo tocca con la voce, e lui esce grondante e felice dal suo naufragio umano.

L'ultimo comincia a riscoprirsi uno come gli altri, e la sua vita si riaccende perché è l’amore a chiamarlo.

Sentire che qualcuno ci ama rende fortissimi.

Anche noi, brancolanti nel buio, almeno una volta, dietro a una parola di Vangelo, abbiamo lasciato i nostri angoli bui, la vita seduta, le vecchie strade e forse, quando ci siamo buttati in volo, si sono aperte strade di luce, sotto ali che non sapevamo di avere.


per Avvenire

Siamo tutti mendicanti di amore e di luce  (...)

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“LE OMBRE DI UN MONDO CHIUSO”: LA FRATERNITÀ TRADITA - Tindaro Bellinvia (VIDEO)

“LE OMBRE DI UN MONDO CHIUSO”:
LA FRATERNITÀ TRADITA
Riflessioni sulla Fratelli tutti, cap. 1
Tindaro Bellinvia
(Video)



Secondo dei Mercoledì della Spiritualità 2021
tenuto il 20ottobre 2021
e promossi dalla
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto



RISCOPRIRE IL VOLTO FRATERNO DELL’UMANITÀ
A confronto con la “Fratelli tutti” di papa Francesco




1. Unioni e divisioni
Nella complessità dell’enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco, il primo capitolo rappresenta l’affresco generale sulle criticità del mondo contemporaneo. Il titolo del capitolo “Le ombre di un mondo chiuso” già dà il segno inequivocabile della forte preoccupazione di Papa Francesco verso un mondo tendente alla chiusura e per questo produttore di ombre che impediscono alla luce di penetrare e illuminare la vita delle persone. Ombre obnubilanti per molti popoli e comunità che vivono forti divisioni ed egoismi collettivi e individuali. I tempi del Concilio Vaticano II sembrano davvero lontanissimi quando si gioiva dei chiarori di un’aurora promettente dopo gli orrori della II guerra mondiale.

«Per decenni è sembrato che il mondo avesse imparato da tante guerre e fallimenti e si dirigesse lentamente verso varie forme di integrazione. Per esempio, si è sviluppato il sogno di un’Europa unita, capace di riconoscere radici comuni e di gioire per la diversità che la abita»».
(Francesco, Fratelli tutti, n. 10.)

Papa Francesco mette in risalto come negli anni immediatamente dopo la II guerra mondiale si avesse fiducia nel futuro, poiché dopo i milioni di morti, gli eccidi, l’olocausto di ebrei e rom e la distruzione di intere città, lavorare per costruire percorsi di pace diventava un imperativo. Forte speranza nonostante tutte le contraddizioni del secondo dopoguerra mondiale, come sottolineato negli scritti di un uomo di fede e di impegno sociale e politico come Giuseppe Dossetti, che rimarcò i rischi del persistere di profonde ingiustizie con la costituzione di blocchi contrapposti all’interno della stessa Europa che secondo la sua visione avrebbe dovuto invece essere unita ed indipendente dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica (Cf. Giuseppe Dossetti, Scritti politici 1942-1951, a cura di Giuseppe Trotta, Marietti, Genova 1995, p. 159).

Nonostante tutti i limiti del nuovo ordine mondiale, è indubitabile che nei decenni successivi almeno in Europa si diede vita a processi di integrazione tra Stati e popoli per esorcizzare il ritorno a nazionalismi esasperati, già produttori di persecuzioni di minoranze interne e di guerre tra Stati. L’utopia di un’Europa Unita – immaginata e tratteggiata attraverso il “Manifesto per un’Europa Libera e Unita” da oppositori del regime fascista al confine nell’isola di Ventotene come Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni – non è rimasta irrealizzata. Oggi l’Europa non è una vera federazione di Stati ma certamente un’Unione di Stati che potrebbe accrescere ulteriormente la sua coesione interna se a impedirla non fossero i risorti nazionalismi mascherati da sovranismi.

«Si accendono conflitti anacronistici – scrive Papa Francesco – che si ritenevano superati, risorgono nazionalismi chiusi, esasperati, risentiti e aggressivi. In vari Paesi un’idea dell’unità del popolo e della nazione, impregnata di diverse ideologie, crea nuove forme di egoismo e di perdita del senso sociale mascherate da una presunta difesa degli interessi nazionali».
(Francesco, Fratelli tutti, n. 11.)

Se in Europa la situazione è a forte rischio di crescenti nazionalismi, soprattutto nei paesi dell’ex blocco socialista, in Africa purtroppo non mancano i casi di leader e gruppi politici pronti a costruire le loro fortune fomentando odio contro gruppi di popolazioni non uniformi alla maggioranza.
...

4. Le mafie oggi

«La solitudine, le paure e l’insicurezza di tante persone, che si sentono abbandonate dal sistema, fanno sì che si vada creando un terreno fertile per le mafie. Queste infatti si impongono presentandosi come “protettrici” dei dimenticati, spesso mediante vari tipi di aiuto, mentre perseguono i loro interessi criminali. C’è una pedagogia tipicamente mafiosa che, con un falso spirito comunitario, crea legami di dipendenza e di subordinazione dai quali è molto difficile liberarsi»
(Francesco, Fratelli tutti, n. 27.)

Papa Francesco non perde occasione di attenzionare con preoccupazione la questione delle mafie, che sfruttando le insicurezze e paure del momento potrebbero diventare strumento di dominio sulla società. Parlando di “dipendenza e subordinazione” il Pontefice tocca il tema preoccupante dello “Stato sociale” alternativo offerto dalle mafie nei riguardi della popolazione sprovvista di tutela istituzionale. La fortificazione dello Stato Sociale diventa dunque la via per sottrarre alle mafie la manovalanza dell’organizzazione, la cui carenza impedirebbe alle borghesie mafiose di espandersi.
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Insieme a Papa Francesco di Enzo Bianchi

Insieme a Papa Francesco 
di Enzo Bianchi


La Repubblica - 18 ottobre 2021

In maniera sommessa, senza attirare molto l’attenzione dei media, ieri è iniziato un cammino nuovo nelle diverse chiese locali cattoliche sparse su tutta la terra: un percorso inedito, mai praticato in venti secoli di cristianesimo, anzi osteggiato soprattutto in occidente nel secondo millennio. Può darsi, e lo vedremo tra qualche anno, che si sia dato inizio all’evento ecclesiale più importante e più capace di dare un nuovo volto alla chiesa dopo il concilio Vaticano II. Scrivo “può darsi”, perché nulla è assicurato: il cammino è tutto da fare e percorrendolo occorre pensare ed emanare indicazioni che precisino i termini della sinodalità e definiscano le procedure per il sinodo che sarà celebrato nell’ottobre del 2023. Perché sinodo (syn-hodós in greco) significa cammino fatto insieme da tutti i battezzati, da tutte le componenti della chiesa, da tutti i fedeli, i pastori, i vescovi e il Papa, “insieme”.

Questa è una procedura nuova e da inventare perché il sinodo non è un parlamento, non è una convention, non è un convegno, ma è innanzitutto uno stile nel vivere e nell’agire, e quindi anche un’istituzione nella quale “ciò che riguarda tutti, da tutti deve essere trattato e deliberato” come recita il principio forgiato nella tradizione cristiana.

Non si tratta di immettere nell’ambito ecclesiale la “democrazia” e la logica delle maggioranze e delle minoranze, ma di rendere possibile il concorso di tutti i battezzati alla formulazione di scelte e decisioni necessarie a una chiesa che sta nella storia e nella compagnia degli uomini.

Così, Papa Francesco ancora una volta ha sorpreso tutti camminando davanti al popolo e indicando che occorre uscire dai recinti, assumere la dinamica dell’andare avanti senza paura perché “camminando si apre cammino!”. Ecco allora soprattutto due parole che diventano martellanti nelle coscienze che sono contro vento nell’attuale nostra società: responsabilità e partecipazione.

Il forte e perentorio richiamo alla responsabilità nasce dalla consapevolezza della dignità di essere cristiani e si manifesta in una soggettività matura, in una fede pensata, in una vera responsabilità nella chiesa e della chiesa di cui si è membri. In questo senso non ci devono più essere cristiani che ascoltano soltanto le parole dei pastori e non si fanno ascoltare, non ci devono essere cristiani passivi che lasciano al clericalismo accentratore e verticalista l’opportunità di essere la chiesa.

E perciò occorre la partecipazione concreta di ciascuno e di ciascuna, altrimenti comunione e missione restano temi astratti, pie intenzioni, auguri sempre rinnovati che non permettono un vero coinvolgimento nella vita della chiesa. La responsabilità è faticosa, è facile fuggirla, ma ora Papa Francesco svela l’ipocrisia e la menzogna di tanta passività. Il Papa ha fiducia nel popolo di Dio, come se vedesse l’invisibile, assicura che esso ha un fiuto, un senso della fede infallibile, dunque può, deve impegnarsi nell’edificare la chiesa con una presenza che non sia solo ancillare e di collaborazione subordinata. Proprio perché la partecipazione non va meritata ma semplicemente esercitata con libertà e fortezza è possibile che la pietra scartata diventi pietra di fondamento, che i lontani diventino vicini, che i poveri siano innalzati, che gli ultimi diventino primi.

Papa Francesco afferma che “il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalle chiese del III millennio”. È una sfida, questa, che solo un profeta può annunciare. Ma sappiamo che proprio a causa della parola detta il profeta segna anche il proprio tragitto e il proprio esito tra incomprensioni e non certo tra gli applausi mondani.
(fonte: Blog dell'autore)

venerdì 22 ottobre 2021

Papa Francesco alla Settimana Sociale, i tre cartelli della strada della speranza

Papa Francesco alla Settimana Sociale,
i tre cartelli della strada della speranza

In un videomessaggio inviato alla Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, Papa Francesco delinea tre strade per la speranza

foto SIR/Marco Calvarese

Sono tre i cartelli della strada verso la speranza, secondo la visione di Papa Francesco. E il loro senso e significato li ha dipanati in un videomessaggio inviato alla 49° Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, che inizia oggi a Taranto e che ha come tema “Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. Tutto è connesso”. Un tema, sottolinea il Papa, che porta con sé “un anelito di giustizia”.

Dopo il discorso ai movimenti popolari, con la sua lista di richieste “sociali” ai grandi della terra, Papa Francesco continua a spiegare la sua visione in un messaggio che include diversi dei temi del pontificato, in particolare in riferimento all’ecologia. Anzi, su quel fronte, Papa Francesco chiede, sì, una conversione ecologica, ma che venga solo dopo “una conversione comunitaria”.

Nel videomessaggio, Papa Francesco ribadisce che per uscire dalla pandemia “un di più di coraggio”, senza “rassegnarsi a stare alla finestra e guardare”, assumendoci “responsabilità verso gli altri e verso la società”, ricordando che “la pandemia ha scoperchiato l’illusione del nostro tempo di poterci pensare onnipotenti, calpestando i territori che abitiamo e l’ambiente in cui viviamo”.

Cosa fare per rialzarsi? “Convertirci a Dio e imparare il buon uso dei suoi doni, prima fra tutti il creato”, dice Papa Francesco. E poi entra nel cuore del discorso, nella necessità di avere una Settimana Sociale “sinodale”, che sappia “ascoltare le sofferenze dei poveri, degli ultimi, dei disperati, delle famiglie stanche di vivere in luoghi inquinati, sfruttati, bruciati, devastati dalla corruzione e dal degrado”.

Per Papa Francesco, la speranza è una strada con tre cartelli.

Il primo cartello, spiega, è “l’attenzione agli attraversamenti”, perché “troppe persone incrociano le nostre esistenze mentre si trovano nella disperazione”, dai giovani costretti ad emigrare o precari a donne che sono costrette a scegliere tra maternità e professione, fino agli anziani soli, le famiglie vittima dell’usura, del gioco d’azzardo e della corruzione, gli imprenditori minacciati dalla Mafia, nonché le persone ammalate, gli operai costretti a lavori usuranti e immorali.

Il cahier des doleances di Papa Francesco è lungo ed esemplificativo, ma serve al Papa a mostrare “i volti e le storie” che ci interpellano, perché “questi nostri fratelli e sorelle sono crocifissi che attendono la risurrezione”, e allora non si deve “lasciare nulla di intentato perché le loro legittime speranze si realizzino”.

Il secondo cartello è quello del “divieto di sosta”, rappresentato dal Papa da “diocesi, parrocchie, comunità, associazioni, movimenti, gruppi ecclesiali stanchi e sfiduciati, talvolta rassegnati di fronte a situazioni complesse, vediamo un Vangelo che tende ad affievolirsi”.

Il Papa invita dunque a seguire l’amore di Dio che “non è mai statico e rinunciatario” e a non “sostare nelle sacrestie”, né a formare “gruppi elitari che si isolano e si chiudono”, perché “la speranza è sempre in cammino e passa anche attraverso comunità cristiane figlie della risurrezione che escono, annunciano, condividono, sopportano e lottano per costruire il Regno di Dio”.

Papa Francesco lancia anche l’idea di “creare reti di riscatto” nei territori “maggiormente segnati dall’inquinamento e dal degrado”, superando “la paura e il silenzio, che finiscono per favorire l’agire dei lupi del malaffare e dell’interesse individuale”. Esorta Papa Francesco: “Non abbiamo paura di denunciare e contrastare l’illegalità, ma non abbiamo timore soprattutto di seminare il bene!”

Il terzo cartello è l’obbligo di svolta, invocato, secondo Papa Francesco, dal “grido dei poveri e quello della Terra”.

Per questo “ci attende una profonda conversione che tocchi, prima ancora dell’ecologia ambientale, quella umana, l’ecologia del cuore”, sapendo che “la svolta verrà solo se sapremo formare le coscienze a non cercare soluzioni facili a tutela di chi è già garantito, ma a proporre processi di cambiamento duraturi, a beneficio delle giovani generazioni”.

Si tratta, spiega Papa Francesco, di una “conversione volta ad una ecologia sociale”, la quale può alimentare il tempo di “transizione ecologica” in cui “le scelte da compiere non possono essere solo frutto di nuove scoperte tecnologiche, ma anche di rinnovati modelli sociali”.

È il cambiamento di epoca che viviamo che “esige un obbligo si volta”, magari – dice Papa Francesco – guardando “a tanti segni di speranza, a molte persone che desidero ringraziare perché, spesso nel nascondimento operoso, si stanno impegnando a promuovere un modello economico diverso, più equo e attento alle persone”.

Conclude Papa Francesco: “Ecco, dunque, il pianeta che speriamo: quello dove la cultura del dialogo e della pace fecondino un giorno nuovo, dove il lavoro conferisca dignità alla persona e custodisca il creato, dove mondi culturalmente distanti convergano, animati dalla comune preoccupazione per il bene comune”.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

In un videomessaggio diffuso poi, Papa Francesco ha sottolineato che "il pianeta che speriamo" esige "una conversione" diretta alla speranza, che chiede "stili di vita rinnovati", in cui ambiente, lavoro e futuro "siano in piena armonia".

Papa Francesco invia un "Pensiero particolare e incoraggiamento" ai giovani, chiedendo loro di "insegnare a custodire il creato", a non sentirsi "mai ai margini", e auspicando che "i loro sogni siano i sogni di tutti".

Il Papa manda una carezza a tutti i papà di Taranto che "hanno perso i figli".


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Per approfondire vedi anche i testi integrali di: