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giovedì 28 giugno 2018

La carezza inaudita del presidente al Papa

La carezza inaudita del presidente al Papa
Il messaggio del gesto inedito compiuto da Macron


È stato un gesto inatteso, inedito, e per certi versi inaudito, se si pensa che a compierlo è stato non un Capo di Stato qualsiasi ma il Presidente della Repubblica di Francia, la culla della «laicité», la patria della Rivoluzione. 

Emmanuel Macron, che pochi giorni fa aveva redarguito duramente un ragazzo che si era rivolto a lui chiamandolo con il diminutivo di «Manu» invece di usare «Signor presidente», al termine dell’udienza con Francesco, rompendo ogni protocollo, ha appoggiato la sua mano sinistra sulla spalla destra del Pontefice, quindi l’ha accarezzato e l’ha baciato sulla guancia. Un commiato da amici di una vita, anche se ad agire così è stato un Capo dell’Eliseo che si trovava per la prima volta faccia a faccia con il Vescovo di Roma. Macron ama manifestare il suo affetto in modo «tattile», spiegano gli osservatori di cose francesi, ma ieri in Vaticano ha davvero spiazzato tutti. Photo opportunity, spontaneo trasporto o conversione sulla via di Damasco? Lo si vedrà nel prossimo futuro. 

Certo è che Parigi e il Vaticano sono tornati a parlarsi. L’incontro di ieri Oltretevere è durato un tempo lunghissimo per gli standard vaticani, ben 57 minuti, quasi il doppio del tempo preventivato, più del tempo dedicato alle udienze con Barack Obama, Donald Trump, Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan. 

Dopo gli anni del gelo con il socialista François Hollande e il braccio di ferro che aveva contrapposto nel 2015 Papa Bergoglio all’inquilino dell’Eliseo a motivo della nomina di un nuovo ambasciatore presso la Santa Sede non gradito al Vaticano, si riapre dunque un canale di comunicazione diretto. Macron ha fatto di tutto per solennizzare l’incontro e per ribadire la sua volontà di consolidare le relazioni tra la Francia e la Santa Sede, dopo le aperture di credito da lui pubblicamente manifestate di recente ai vescovi francesi. E se all’arrivo era piuttosto teso e impacciato, alla fine del colloquio è apparso un’altra persona. Così amico e «sciolto» da abbracciare Bergoglio abbattendo sotto l’occhio delle telecamere secolari tabù per un Paese alfiere della laicità. 

Il disgelo è avvenuto in modo plateale e ora il presidente francese intende «approfondire le relazioni di amicizia, comprensione e fiducia che ha con la Santa Sede», come egli stesso ha assicurato a Francesco durante il dialogo a porte chiuse. Si è parlato del contributo della Chiesa «alla promozione del bene comune» in Francia, della protezione dell’ambiente, di migrazioni e dell’impegno per la prevenzione e la risoluzione dei conflitti, di Africa e Medio Oriente. E si è riflettuto anche «sulle prospettive del progetto europeo» in questo momento di crisi. «Ci siamo avvicinati l’un l’altro con lucidità», ha raccontato Macron, dicendo di aspettarsi che le relazioni con la Santa Sede «si sviluppino ulteriormente». 

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Alcune foto dell'incontro








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Violenza verbale sempre più diffusa nei social network, colpa di internet?

Violenza verbale sempre più diffusa nei social network, 
colpa di internet?

In questi giorni sui social network si registrano sempre più di frequente interventi di una violenza verbale inaudita da cui anche la nostra pagina facebook Quelli della Via non è stata risparmiata, a tal proposito desideriamo introdurre il post con alcune considerazioni di carattere generale sull'argomento.

Gli esperti chiamano internet haters quelli che, spesso col favore dell’anonimato, utilizzano sul web un linguaggio violento. Ma attenzione a tentare di rinchiuderli in una categoria: dietro al nickname ci sono persone di qualsiasi tipo.
Gli internet haters, in tutto il mondo, sono milioni, e non c’è distinzione tra uomini e donne, giovani e meno giovani.

L’insulto, o più in generale il turpiloquio, viene usato spesso per mostrare disappunto, ma soprattutto per offendere, per umiliare e per ferire in maniera volgare qualcuno che non ha la nostra stessa idea riguardo a qualcosa.
Ma per esprimere disagio, disappunto, anche in modo forte esistono parole che, alla fine, proprio perché non sono immediate ma mediate e meditate, riescono maggiormente nell’intento di colpire la persona che si vuole in qualche modo redarguire o mettere in riga. Si pensi ad esempio agli eufemismi, all’ironia, al sarcasmo... del resto a ben riflettere sono le parole scelte con cura che ti trafiggono e non ti danno via di scampo, non le parolacce.

Le “male-parole”, oltretutto, come dice il termine stesso sono parole andate a male, con le quali non si può ottenere nulla di buono in una discussione, e che hanno come risultato solo quello di farla incancrenire o di farla trascendere in rissa e risultano soltanto la dimostrazione di una povertà intellettuale e lessicale della persona che le usa.
Molto spesso la parolaccia è solo volgarità fine a se stessa e testimonianza della perdita dell’autocontrollo. Il linguaggio scurrile dovrebbe essere bandito dalle discussioni e in ogni caso bisogna tenere presente che una mala-parola soprattutto se usata come insulto, prima di offendere o nuocere a qualcuno, nuoce a chi la dice, perché riflette ciò che ha dentro, ne svela il suo animo, in una forma di cui non può, certo, andare fiero.

I social network sono una fogna?
No, lo siamo noi quando preferiamo lo sdegno al buon senso

Nessuno venga a dire che è colpa di internet. La rete con i suoi innumerevoli spazi è solo luogo ospitante di bellezze oppure di disagi. Proprio questi ultimi rappresentano uno dei semi del clima contrappositivo, dell’antilogia dilagante, di quell’ansia da prestazione a chi la spara più grossa, a chi oltraggia più del vicino, a chi gonfia maggiormente il petto in nome di una presunta supremazia ideologica. Quello che manca è una traiettoria dritta dei nostri comportamenti, spesso dettati da frustrazioni e malcontenti. Scarseggia la serenità di giudizio che evidenzia – lo spiega bene oggi il politologo Flavio Felice in un’intervista a Città Nuova – come “nel mondo della post-verità ciò che conta non è ciò che è vero, ma ciò che funziona”. È proprio questo il rischio


Conflitto come rivendicazione individuale. Conflitto come propaganda politica. Conflitto come grandezza costitutiva della società. Succede anche questo in Italia all’indomani di una tornata elettorale sofferta, di un risultato complesso e della formazione di un governo inedita e, per certi versi, spiazzante. I vincitori scompaginano l’agenda. Le priorità dell’oggi sono precise. Tra queste, la gestione del fenomeno migrazione e la sicurezza. Temi urgenti che raschiano gli stomachi e che si traducono in post e tweet al veleno, dove l’uomo comune si trasforma in giustiziere, dove l’argomentazione lascia il posto all’ingiuria.

I social network sono diventati una fogna, dicono alcuni. Si tratta di giudizio legittimo ma impreciso e superficiale. La fogna siamo noi quando preferiamo lo sdegno al buon senso, il rancore al confronto, il turpiloquio alla sana argomentazione. Nessuno è escluso.

Né il guerrafondaio digitale di professione né lo pseudo-intellettuale da tastiera. Tutti cadono ingenuamente nelle spirali di un duello ben orchestrato da coloro che dovrebbero attenuarlo. Ministri, politici, rappresentanti delle istituzioni sono, infatti, l’altra faccia del clima imbrutito di queste settimane. Viviamo in un tempo in cui si annulla ogni forma di politicamente corretto e in cui prevale quella che il direttore di Avvenire Marco Tarquinio definisce (in una recente risposta ad alcune lettere dei lettori del suo giornale) una logica del “cattivismo e un’impressionante mancanza di vergogna nel manifestare xenofobia e razzismo, persino di Stato”.

E nessuno venga a dire che è colpa di internet. La rete con i suoi innumerevoli spazi è solo luogo ospitante di bellezze oppure di disagi. Proprio questi ultimi rappresentano uno dei semi del clima contrappositivo, dell’antilogia dilagante, di quell’ansia da prestazione a chi la spara più grossa, a chi oltraggia più del vicino, a chi gonfia maggiormente il petto in nome di una presunta supremazia ideologica. Quello che manca è una traiettoria dritta dei nostri comportamenti, spesso dettati da frustrazioni e malcontenti. Scarseggia la serenità di giudizio che evidenzia – lo spiega bene oggi il politologo Flavio Felice in un’intervista a Città Nuova – come “nel mondo della post-verità ciò che conta non è ciò che è vero, ma ciò che funziona”. È proprio questo il rischio.

Ridurci a mere “funzioni”, a strumenti adatti a far prevalere l’una o l’altra idea, ad azioni razionali – parafrasando Max Weber – soltanto rispetto a uno scopo e non a un valore che per noi cristiani (ma non solo) rimane il rispetto della dignità della persona.

Quella dignità che – twitta Papa Francesco il 20 giugno scorso – “non dipende dall’essere cittadino, migrante o rifugiato. Salvare la vita di chi scappa dalla guerra e dalla miseria è un atto di umanità”.


Recuperiamola, quindi, quell’umanità (online e offline) riposizionando le nostre vite su ciò che autentico, nella verità e nella carità. Lo possiamo fare allontanando anzitutto psicosi populiste (da qualunque posizione o personalità politica provengano), paure e livori e riaffermando ciò che siamo realmente: uomini e donne che devono cambiare anzitutto se stessi.

Vedi anche i testi integrali a cui si fa riferimento nell'articolo:
quello del direttore di Avvenire Marco Tarquinio 
e l’intervista a Città Nuova del politologo Flavio Felice


Vedi anche i nostri post precedenti:

ABITARE LE PAROLE / Stima. Il sentimento delle persone libere di mons. Nunzio Galantino

ABITARE LE PAROLE / 
Stima. 
Il sentimento delle persone libere.
di mons. Nunzio Galantino,
segretario generale della 
Conferenza Episcopale Italiana



Dal latino aestimare (valutare, apprezzare) – a sua volta derivato probabilmente di aes (rame, bronzo e, in genere, anche denaro, cose preziose) – l’etimo della parola “Stima” rimanda inizialmente alla misura di un valore associato al denaro e/o al prezzo.

Nel tempo, il termine “Stima” si è allontanato dal significato etimologico di “valore di mercato” evidenziando, altri significati associati comunque alla misura. In Statistica, la stima è un dato che approssima, con un certo livello di probabilità, un valore incognito. Indica pertanto la misura di una quantità o di un attributo che deriva da un metodo certo, restituendo però un valore probabile.

La parola “Stima” viene usata anche per misurare l’affidabilità, il “peso” umano e morale di una persona. In questo caso, lo stimare diventa un apprezzare, un avere buona opinione di qualcuno. Stimiamo molto i nostri genitori; stimiamo sinceramente il conoscente che ha dato prova di grande coraggio; stimiamo i colleghi per il loro modo di lavorare. Così la stima finisce per essere la base del rispetto verso altre persone.

In questo periodo della storia, è sempre più facile ascoltare parole ed essere spettatori di gesti tendenti a “deprezzare” il valore dell’altro più che ad apprezzare. Si diventa amanti in una sera, amici con un click, (e)stimatori di alcuni solo perché ricoprono ruoli e occupano posti importanti nella scala sociale. Ma «Come la carta moneta al posto dell’argento, così hanno corso nel mondo – al posto della vera stima e della vera amicizia – le dimostrazioni esteriori di esse e i gesti mimati con la massima naturalezza possibile» ( A. Schopenhauer).

La stima è il sentimento delle persone autenticamente libere interiormente. Sentimento gentile e mite, che nasce piano piano e si nutre di gesti semplici, apparentemente addirittura insignificanti, in genere inaspettati. Stima solo chi ha consuetudine con valori personalmente coltivati e vissuti. La stima, in alcuni casi, è una sorta di assegno in bianco che si firma sulla base della fiducia e di uno sguardo positivo gettato sull’altro. Senza che questo diventi espressione di ingenua superficialità! 
La stima non è un sentimento irreversibile. Può … morire in chi resta inchiodato al danno subìto e alla perdita sperimentata a causa di una delusione o di una cattiveria subìta, non riuscendo ad andare oltre. È vero, come scrive G. Leopardi, che «la stima è come un fiore, che pestato una volta gravemente o appassito, mai più non ritorna». Ma è altrettanto vero che la stima autentica può rigenerarsi dopo il crollo. Ma solo in chi è convinto della forza dei valori che lo ispirano e che sono alla base di una necessaria autostima, anche se altalenante. Sì, perché «L’autostima altalenante è avere la consapevolezza dell’immensa inferiorità di chiunque altro e al tempo stesso la consapevolezza dell’immensa inferiorità di se stessi rispetto a chiunque altro» (Fragmentarius)

(Pubblicato su "Il Sole 24 ore")

mercoledì 27 giugno 2018

Rapporto Istat: oltre 5 milioni di italiani in povertà assoluta e oltre 9 milioni in povertà relativa. - Ai poveri si devono attenzione, vicinanza e soprattutto rispetto: mai strumentalizzarli a fini politici.

Rapporto Istat: oltre 5 milioni di italiani in povertà assoluta. 
È record dal 2005

L’anno scorso si stimano in povertà assoluta 1 milione e 778mila famiglie residenti (6,9% del totale) rispetto a 1 milione e 619mila famiglie del 2016 (6,3% del totale). La percentuale corrisponde a 5 milioni e 58mila persone in povertà assoluta (8,4% del totale) rispetto a 4 milioni e 742mila persone del 2016 (7,9%). È il valore più alto registrato dall’Istat dall’inizio delle serie storiche nel 2005


Dal 2005, cioè da quando è iniziata la serie storica delle rilevazioni, la quota di poveri assoluti in Italia non era mai stata così elevata. Il rapporto diffuso dall’Istat per il 2017 stima un’incidenza del 6,9%, se si considerano le famiglie, dell’8,4%, se si guarda agli individui. Nel 2016 le quote erano rispettivamente del 6,3% e del 7,9%. In numeri e non in percentuali, vuol dire che lo scorso anno i poveri assoluti – cioè coloro che non possono acquisire beni e servizi essenziali per uno standard di vita minimamente accettabile – erano oltre 5 milioni (5 milioni e 58mila per la precisione) e le famiglie nella medesima condizione 1 milione e 778mila.

L’Istat valuta in ben due punti percentuali la parte di questo aumento dovuta alla crescita dell’inflazione. Evidentemente anche il lieve incremento dei prezzi che c’è stato (pur decisamente inferiore a quello che gli economisti considerano auspicabile in questa fase) ha finito per pesare in modo decisivo su chi già era in difficoltà e non è riuscito a salire sul treno della “ripresina”.

Ma i dati generali, per quanto eloquenti, non dicono tutto. L’aumento della povertà assoluta è stato più intenso nel già penalizzato Mezzogiorno: dall’8,5% del 2016 si è passati al 10,3%. E nella stessa area del Paese sono i grandi comuni, centro delle aree metropolitane, i più colpiti: da un anno all’altro l’incidenza della povertà assoluta è quasi raddoppiata (dal 5,8% al 10,1%). Soffrono particolarmente anche i comuni più piccoli, quelli al di sotto dei 50mila abitanti. Ma la crescita della povertà si fa sentire anche nei centri e nelle periferie delle aree metropolitane del Nord.

Nelle famiglie a fare la differenza è la presenza di minori e di anziani da assistere, ma soprattutto il numero dei figli: nei nuclei con almeno un figlio minore la quota dei poveri assoluti sale già al 10,5%, ma balza al 20,9% (uno su cinque) in quelli con tre o più figli. L’incidenza della povertà assoluta tra i minori è in lieve diminuzione (dal 12,5% al 12,1%) ma resta su valori molto elevati e investe un milione e 208 mila persone.

Se si prende in considerazione l’età della persona di riferimento della famiglia in termini di reddito, si conferma la maggiore protezione offerta dalle pensioni e, viceversa, l’impatto negativo dei problemi occupazionali. Il valore minimo (4,6%) si riscontra nelle famiglie in cui la persona di riferimento ha più di 64 anni, il massimo (9,6%) se tale persona ne ha meno di 35.


Un’altra variabile fondamentale per interpretare i dati dell’Istat è quella della nazionalità. Tra le famiglie di soli italiani, l’incidenza della povertà assoluta, sia pure in aumento (dal 4,4% al 5,1%), si colloca al di sotto del valore medio, in quelle di soli stranieri arriva al 29,2% (quasi una su tre), con una punta superiore al 40% nel Mezzogiorno.

L’Istat stima in aumento nel 2017 anche la povertà relativa. Una condizione che esprime in sé un forte disagio sociale, ma rappresenta anche un potenziale bacino di ulteriore incremento della povertà assoluta. La soglia di povertà relativa per una famiglia di due componenti – a titolo di esempio – è pari alla spesa media mensile pro-capite nel Paese, e nel 2017 è risultata di 1.085,22 euro (+2,2% rispetto al valore della soglia nel 2016, quando era pari a 1.061,35 euro). Le famiglie composte da due persone che hanno una spesa mensile pari o inferiore a tale valore – semplificando quelle che possono spendere in due quanto mediamente spende una persona sola – sono classificate come povere in termini relativi. La soglia, naturalmente, viene modulata in modo diverso a seconda di alcune variabili, dal numero dei componenti della famiglia all’area geografica di residenza.

Per quanto riguarda la condizione di povertà relativa nel 2017, dunque, il rapporto dell’Istat calcola 3 milioni 171mila le famiglie (con un’incidenza pari al 12,3%), per un totale di 9 milioni 368mila individui (15,6% dell’intera popolazione). Tra questi, 4 milioni 669mila donne (15,1%), 2 milioni e 156mila minori (21,5%) e circa un milione e 400mila anziani (10,5%).

Si registra quindi un significativo aumento dell’incidenza della povertà relativa tra le famiglie (era del 10,6% del 2016) e tra gli individui (era del 14 % due anni fa).

Il peggioramento è stato più deciso nel Mezzogiorno, dove si è passati dal 19,7% al 24,7%, per le famiglie, dal 23,5% al 28,2%, per gli individui. Nelle regioni meridionali, in sostanza, una famiglia su quattro è in povertà relativa.

Analogamente a quanto avviene per la povertà assoluta, l’incidenza della povertà relativa si mantiene elevata per le famiglie con 4 componenti (19,8%) e per quelle con 5 o più componenti (30,2%). In generale, si tratta per lo più di coppie con tre o più figli per le quali l’incidenza di povertà è pari al 27,1% a livello nazionale e al 37,2% nel Mezzogiorno. Nel Sud le famiglie di soli stranieri in povertà relativa arrivano al 59,6%, ma per questa tipologia di famiglie l’incidenza è nettamente più rilevante (34,5%) anche sul piano nazionale.

Mai strumentalizzare i poveri.
Inutili piatte risposte

di Francesco Riccardi


La ripresa economica non è bastata: le persone in povertà assoluta sono cresciute nel 2017 fino a superare i 5 milioni, triste record dal 2005. Non è stata una sorpresa, però. Semmai la conferma che nelle società moderne la crescita del Pil non è di per sé sufficiente a far emergere dalla miseria chi si ritrova ai margini perché non attrezzato – per grado di istruzione, età o condizione di provenienza – ad affrontare i sempre più veloci cambiamenti sociali e del lavoro.


La marea, quando anche si alza – come accaduto nel 2016 e nel 2017 con il Pil a +0,9 e +1,5% – non fa automaticamente galleggiare meglio tutte le barche. Anzi, i processi di ristrutturazione che si accompagnano alle fasi di ripresa, spesso finiscono per sommergere quelle più fragili. E così è successo lo scorso anno: i poveri assoluti sono aumentati in particolare per cinque categorie (spesso intersecate): gli abitanti del Mezzogiorno, i giovani, gli operai, gli stranieri e le famiglie con figli. Si tratta di gruppi sociali che più degli altri hanno sofferto le conseguenze della crisi, ma soprattutto che scontano una minore "copertura" in termini di welfare e opportunità. Basta considerare come l’incidenza della povertà assoluta sia inversamente proporzionale all'età: i bambini, soggetti non tutelati da adeguate politiche familiari, e i giovani, schiacciati dal precariato, registrano un tasso doppio (9,6%) rispetto a coloro che hanno più di 64 anni e per la maggior parte possono godere di una pensione (4,6%). È la riprova che per tutelare le fasce più deboli della popolazione occorrono misure specifiche. E un approccio di tipo multidimensionale perché, pur restando l’elemento fondamentale, non è più solo la mancanza di lavoro a determinare la caduta nella miseria, ma questa coinvolge anche famiglie in cui la persona di riferimento è occupata. A causa di salari troppo bassi, di rapporti discontinui o per il minor grado d’istruzione. Tanto che l’incidenza della povertà assoluta nelle famiglie con "persona di riferimento operaia" è quasi tripla rispetto ai nuclei con un pensionato e così pure per quelle con licenza elementare rispetto ai diplomati.

I dati Istat sono riferiti al 2017 e dunque non danno ancora conto degli effetti di una misura come il Reddito di inserimento, partita operativamente a gennaio 2018 e che solo da questa domenica assume un carattere pienamente universale, senza più essere rivolta a specifiche categorie di persone. Si può immaginare, però, sulla base dei primi dati del monitoraggio effettuato a marzo, che l’incidenza sul fenomeno sarà ancora limitata per almeno tre ragioni su cui ci siamo soffermati più volte in passato. La prima è che gli stanziamenti dedicati al Rei (2 miliardi di euro circa) non permettono di raggiungere neppure la metà dei 5 milioni di bisognosi; la seconda è che gli importi previsti sono troppo bassi (187 euro al mese per una persona); la terza che si sta ancora mettendo a punto la "macchina" dell’accompagnamento delle persone al di fuori della povertà.

Questi ben noti limiti, però, non devono essere l’alibi per buttare a mare quanto già fatto, quanto piuttosto lo stimolo, ora più urgente data l’emergenza della crescita delle povertà, per portare a compimento e potenziare l’intervento avviato. Il vicepremier Luigi Di Maio ieri ha rilanciato il progetto del Reddito di cittadinanza impegnandosi a renderlo operativo già dal prossimo anno. Le etichette – e le rivendicazioni politiche – per chi è in stato di bisogno contano davvero poco, anzi nulla. E dunque ben venga l’idea, come nel progetto dei Cinque stelle, di rendere assai più consistente il sussidio monetario ed estenderne il bacino dei beneficiari. A patto, però, di evitare alcuni errori fondamentali. Il primo è quello di puntare tutto e solo sul lavoro, la sua ricerca attraverso i Centri per l’impiego (Cpi). Occorre invece conservare un approccio appunto multidimensionale al problema, rafforzando non solo i Cpi ma tutti i servizi sociali di accompagnamento.

Il secondo errore è quello di avviare un mega intervento, insostenibile sul piano finanziario e distorcente delle retribuzioni e del mercato del lavoro. Il terzo: illudersi che basti la flat tax a far galleggiare meglio tutti. Non è così, anzi le diseguaglianze rischiano di aumentare. Il quarto errore, infine, sarebbe cedere alla tentazione leghista di escludere dal programma i residenti stranieri. I bisognosi non si distinguono per colore o per cittadinanza: non lo permettono le norme europee e italiane, come stabilito da diverse sentenze, non lo consente la nostra umanità. Ai poveri si devono attenzione, vicinanza e soprattutto rispetto: mai strumentalizzarli a fini politici.

27 giugno Auguri a Papa Francesco e al Pontefice emerito Benedetto XVI


27 giugno una data importante
per Papa Francesco e per il Pontefice emerito Benedetto XVI



Il 27 giugno del 1977 – Papa Paolo VI crea cardinale l’arcivescovo Joseph Alois Ratzinger, futuro Benedetto XVI 
Il 27 giugno del 1992 – Jorge Mario Bergoglio, futuro papa Francesco, viene consacrato vescovo dal cardinale Antonio Quarracino.

In questa occasione riproponiamo il video dell'omelia di Papa Francesco in occasione del suo 25° anniversario


Vedi anche il post:

Riportiamo anche la risposta di Papa Francesco alla domanda di una giornalista argentina (il 26 giugno del 2016 nella conferenza stampa sul volo di ritorno dal viaggio in Armenia) circa le assurde polemiche, che purtroppo ancora oggi persistono in alcune frange estremiste di pseudoconservatori, riguardo ad un ministero petrino condiviso tra Francesco e Benedetto XVI. 

Elisabetta Piqué, “La Nación”:
(in spagnolo) Complimenti, prima di tutto, per il viaggio. Vorrei chiederLe: sappiamo che Lei è il Papa, ma c’è anche Papa Benedetto, il Papa emerito. Ultimamente ci sono state delle voci, una dichiarazione del Prefetto della Casa Pontificia, mons. Georg Gänswein, che avrebbe detto che ci sarebbe un ministero petrino condiviso – se non mi sbaglio - con un Papa attivo e un altro contemplativo. Ci sono due Papi?

Papa Francesco:
(in spagnolo) C’è stata un’epoca nella Chiesa in cui ce ne sono stati tre! (ripete in italiano) In un certo periodo, nella Chiesa, ce n’erano tre! Io non ho letto quella dichiarazione perché non ho avuto tempo. Benedetto è Papa emerito. Lui ha detto chiaramente, quell’11 febbraio, che dava le sue dimissioni a partire dal 28 febbraio, che si sarebbe ritirato per aiutare la Chiesa con la preghiera. E Benedetto è nel monastero, e prega. Io sono andato a trovarlo tante volte, o al telefono… L’altro giorno mi ha scritto una letterina – ancora firma con quella firma sua – facendomi gli auguri per questo viaggio. E una volta – non una volta, parecchie volte – ho detto che è una grazia avere a casa il “nonno” saggio. Anche davanti a lui l’ho detto, e lui ride. Ma lui per me è il Papa emerito, è il “nonno” saggio, è l’uomo che mi custodisce le spalle e la schiena con la sua preghiera. Mai dimentico quel discorso che ci ha fatto, ai Cardinali, il 28 febbraio: “Uno di voi sicuramente sarà il mio successore. Prometto obbedienza”. E lo ha fatto. 


Poi ho sentito – ma non so se è vero questo – sottolineo: ho sentito, forse saranno dicerie, ma concordano con il suo carattere, che alcuni sono andati lì a lamentarsi perché “questo nuovo Papa…”, e lui li ha cacciati via! Con il migliore stile bavarese: educato, ma li ha cacciati via. E se non è vero, è ben trovato, perché quest’uomo è così: è un uomo di parola, un uomo retto, retto, retto! Il Papa emerito. Poi, non so se Lei si ricorda, che io ho ringraziato pubblicamente – non so quando, ma credo durante un volo – Benedetto per aver aperto la porta ai Papi emeriti. 70 anni fa i vescovi emeriti non esistevano; oggi ce ne sono. Ma con questo allungamento della vita, si può reggere una Chiesa a una certa età, con acciacchi, o no? E lui, con coraggio – con coraggio! – e con preghiera, e anche con scienza, con teologia, ha deciso di aprire questa porta. E credo che questo sia buono per la Chiesa. Ma c’è un solo Papa. L’altro… o forse – come per i vescovi emeriti – non dico tanti, ma forse potranno essercene due o tre, saranno emeriti. Sono stati [Papi], [ora] sono emeriti. Dopodomani si celebra il 65° anniversario della sua ordinazione sacerdotale. Ci sarà il suo fratello Giorgio [questa presenza non è stata confermata], perché tutti e due sono stati ordinati insieme. E ci sarà un piccolo atto, con i Capi Dicastero e poca gente, perché lui preferisce… Ha accettato, ma molto modestamente; e anch’io ci sarò. E dirò qualche cosa a questo grande uomo di preghiera, di coraggio che è il Papa emerito - non il secondo Papa - che è fedele alla sua parola e che è un uomo di Dio. E’ molto intelligente, e per me è il nonno saggio a casa.


Non come nell'altro genocidio di Raniero La Valle

Non come nell'altro genocidio 
di Raniero La Valle










Il prezzo è molto alto: l’imbarbarimento del discorso politico in Italia, denunciato da Pax Christi; l’aggiunta di odio e paura alle scelte già gravissime dei precedenti governi, denunciata da mons. Nogaro e Sergio Tanzarella; impotenza, interventi maldestri, discussioni e contenziosi della comunità internazionale, dell’Europa,e dell’Italia denunciati dall’arcivescovo di Milano Delpini col Consiglio pastorale, e soprattutto l’odissea dei profughi parcheggiati e riforniti in mare per giorni e giorni davanti a porti chiusi (quelli di Pozzallo sono alfine sbarcati ieri): a questo prezzo i Paesi d’Europa, almeno quelli fondatori, sono stati messi in crisi, si sono specchiati nel loro egoismo di Paesi pieni di ricchi, e pur sempre litigando tra loro hanno cominciato ad ammettere che delle soluzioni vere vanno cercate, buttando a mare il troppo comodo regolamento di Dublino. Si vedrà nel prossimo vertice; in ogni caso il piano presentato dal presidente italiano Conte, in sei premesse e dieci obiettivi, segna il ritorno della politica, della coraggiosa e paziente ricerca di soluzioni intese al bene comune, e soprattutto pone sul piatto la verità da tutti finora occultata di questa crisi: 
la questione dei migranti non si può affrontare con misure di emergenza, perché non è un’emergenza, è la nuova condizione del mondo, lo struttura, e perciò va affrontata e avviata a soluzione con misure strutturali e visioni a lungo termine. 
Discuteremo le proposte, e vedremo se questa carica dirompente piantata dall’Italia in Europa sarà recepita e governata in modo ragionevole e costruttivo, oppure se, compressa, farà saltare il mal architettato edificio istituzionale europeo. 
La rivoluzione in corso, come l’abbiamo definita, non ha un esito scontato.
C’è però un prezzo che, pur nella ricerca di soluzioni difficili, non può essere pagato, un limite invalicabile che non può essere superato in corso d’opera e nemmeno nel concepire ipotesi di soluzioni future: quello di sigillare i profughi lì dove sono, in terra od in mare, o di riportarli con la forza nei lager, nelle galere e nei luoghi di tortura da cui sono usciti.È questo che si deve impedire all’Europa; ed è per reagire a quest’ordine venuto da Roma che la nostra Guardia Costiera è stata inondata in questi giorni della seguente e-mail inviata ai Comandi generali delle Capitanerie di porto “e alla loro coscienza”, avente per oggetto la “Richiesta di immediato ripristino delle operazioni di soccorso in mare nei riguardi delle navi ONG”. Questo il testo della lettera:
«Apprendiamo che la Guardia Costiera italiana ha, nella giornata di venerdì 22 giugno, diffuso una nota, rivolta ai comandanti delle imbarcazioni che si trovano nella zona antistante la Libia, in cui si precisa di “rivolgersi al Centro di Tripoli ed alla Guardia costiera libica per richiedere soccorso”. La Guardia Costiera italiana ha sempre svolto in questi anni importanti operazioni di soccorso in mare portando in salvo migliaia di persone, operando anche al limite delle acque libiche. Ci chiediamo perché oggi delegando alla Libia, Paese con Governo instabile, non in grado di garantire i diritti fondamentali dell’uomo e ancora priva di una Centrale operativa nazionale di coordinamento degli interventi di soccorso in mare, il vostro Corpo, pur eseguendo un comando, intenda vanificare l’importante operato fin qui svolto e contravvenire alla Convenzione SAR siglata ad Amburgo nel 1979 ed alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) del 1982. Tutto ciò dinanzi, peraltro, ad una Guardia Costiera Libica su cui pesano pesanti accuse di “condotte violente durante le intercettazioni in mare e collusione con i trafficanti”, come evidenziato da un recente Rapporto di Amnesty International. Su questa stessa Guardia costiera sono in corso indagini da parte del Tribunale penale internazionale. Inoltre, il Tribunale di Ragusa nel caso “Open Arms”, ha precisato che le responsabilità di ricerca e soccorso non possono essere delegate a Paesi che non sono in grado di offrire porti sicuri, come appunto la Libia. Le operazioni di soccorso si devono concludere in un porto sicuro nel più breve tempo possibile, sempre in rispetto della Convenzione SAR. Ricordiamo, infine, che in base ai dati forniti dall’UNHCR sono già più di mille i migranti morti nel Mediterraneo, di cui ben 220 persone tra il 19 ed il 20 giugno. Morti che continueranno purtroppo ad aumentare se la nostra Guardia Costiera porrà fine alle sue missioni, contravvenendo non solo alla Convenzione SAR ma anche al senso più alto del proprio mandato: salvare vite umane. Facciamo appello al rispetto delle Convenzioni di diritto del mare, ma anche al profondo senso di umanità che ha sempre contraddistinto la Guardia Costiera Italiana: non si esima ora dalla salvaguardia delle persone, nel rispetto delle Convenzioni internazionali di diritto del mare e a garanzia dei diritti fondamentali dell’uomo».
Abbandonare in mare, catturare e rimandare indietro i profughi negli inferni da cui provengono, al di fuori dei casi di rimpatrio volontario, sarebbe come se nell’altro genocidio la Croce Rossa avesse intercettato persone in fuga dal campo di Auschwitz e ce le avesse riportate con la forza. In verità, sotto altra forma, proprio questo avvenne, perché da Londra, considerando altre priorità, si rifiutarono di ordinare alle Forze Aeree alleate, che ne erano state richieste, di bombardare i binari della ferrovia che da tutta Europa portava i deportati nei campi di sterminio.
In un documento, detto “Katécon” (Appello a resistere) in migliaia abbiamo firmato il giudizio che assimilava al genocidio la guerra ai migranti : “Intercettare il popolo dei migranti e dei profughi, fermarlo coi muri e coi cani, respingerlo con navi e uomini armati, discriminarlo secondo che fugga dalla guerra o dalla fame, e toglierlo alla vista così che non esista per gli altri, significa fondare il futuro della civiltà sulla cancellazione dell’altro, che è lo scopo del genocidio”, diceva quel documento.
Quindi cerchiamo, pur nei toni accesi che corrono oggi in Europa, di trovare soluzioni politiche alla rivoluzione in atto, ma non permettiamo che nel perseguire il risultato, si faccia come si fece nell’altro genocidio.

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martedì 26 giugno 2018

Il 27 giugno arriveranno 139 profughi in Italia grazie al corridoio umanitario con un progetto finanziato dalla Cei e sostenuto da 20 Caritas italiane.

Migranti: corridoio umanitario Cei. 
Ok Viminale a 139 profughi in Italia


Telecamere del Tg2000 documentano il viaggio dall’Etiopia a Fiumicino. Arrivo previsto il 27 giugno all’alba. Profugo: “Grazie Italia. Vita nel campo è disumana”.

Sono 139 i profughi che mercoledì 27 giugno all'alba arriveranno all'aeroporto di Roma Fiumicino. Uomini, donne e bambini strappati alla vita disumana dei campi profughi. Un corridoio umanitario reso possibile grazie al protocollo siglato dal Ministero dell'Interno e dalla Conferenza Episcopale Italiana che finanzia interamente il progetto. L’intero viaggio dei profughi è documentato dalle telecamere del Tg2000, il telegiornale di Tv2000, e dall’inviato Vito D’Ettorre.
Venerdì scorso al Viminale la Caritas italiana e rappresentanti del Ministero dell'Interno hanno messo a punto come di consueto le procedure di arrivo dei profughi in Italia ricevendo di fatto il nulla osta. Da qualche settimana i rifugiati si trovano nella capitale dell’Etiopia, Addis Abeba, per sbrigare tutte le formalità necessarie per ottenere il visto dall' ambasciata italiana. Impronte digitali, registrazioni, controlli. La Caritas italiana da mesi è al lavoro nei campi profughi in Etiopia per selezionare i casi vulnerabili. Ad attendere i profughi a Roma ci saranno gli operatori delle Caritas diocesane che li accoglieranno e si occuperanno della loro integrazione. 

“Ci saranno oltre 20 Caritas diocesane che in questi mesi – ha spiegato un operatore Caritas al Tg2000 - si sono attrezzate per preparare gli appartamenti e le comunità per l'accoglienza di queste persone. Sono nuclei familiari, persone singole, uomini e donne. Ci sono anche alcune donne vittime di violenze e torture”.
“Sono davvero emozionato”, ha spiegato, ai microfoni del Tg2000, Uddin eritreo scappato dal suo Paese perché perseguitato dal regime di Asmara. Con la famiglia sarà accolto ad Assisi. “Non vedo l’ora di andare ad Assisi – ha proseguito l’eritreo - Io sono grato fin da adesso alle persone che in Italia ci accoglieranno. Conoscere persone nuove vuol dire imparare ed apprezzare una nuova cultura. E’ esattamente quello che voglio fare. Ho imparato anche qualche parola d’italiano come ‘buongiorno’ e ‘buonanotte’. La vita nel campo profughi dove ho vissuto è durissima: il cibo non è abbastanza, le cure mediche sono scarse. Le baracche sono fatte di plastica e lamiera. Non si possono chiamare case, ci piove dentro e quando fa caldo è insopportabile viverci. Il campo profughi non è un posto adatto agli esseri umani. Grazie Italia”.



26 giugno Giornata internazionale a sostegno delle vittime della tortura.




Giornata contro le vittime di torture. Il Papa: "È peccato grave"
Ricorre oggi la Giornata internazionale a sostegno delle vittime di torture. Nonostante i divieti a livello internazionale, ancora oggi sono moltissime le persone costrette a subire trattamenti disumani

L'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha proclamato il 26 giugno Giornata internazionale a sostegno delle vittime della tortura. Le Nazioni Unite hanno sempre condannato la tortura come uno degli atti più vili commessi da esseri umani sui loro simili. Secondo il diritto internazionale essa è un crimine ed è soggetta a un divieto assoluto che non può essere giustificato in nessuna circostanza. Questo si applica a tutti i membri della comunità internazionale, indipendentemente dal fatto che lo Stato abbia ratificato o meno trattati internazionali in cui la tortura è espressamente vietata.

La Dichiarazione dei diritti umani

Tale ricorrenza è ancor più importante in quanto il 10 dicembre 2018 si celebrerà il 70° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che all’articolo 5 sancisce: “Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti”. Approvato nel 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite questo documento riveste un'importanza storica fondamentale in quanto rappresenta la prima testimonianza della volontà della comunità internazionale di riconoscere universalmente i diritti che spettano a ciascun essere umano, tra questi, appunto, anche quello di non poter essere sottoposto a tortura.

La tortura non è un ricordo 

Nonostante l'assoluto divieto secondo il diritto internazionale, ancora oggi in molti Paesi si assiste a torture, persecuzioni, genocidi e altre forme di trattamento crudele, degradante e disumano. La tortura, dunque, non è un ricordo legato al passato. 

L’impegno del Papa

Nel corso del suo pontificato, più volte il Santo Padre ha espresso parole di condanna contro questo crimine. “Torturare le persone è un peccato mortale, è un peccato molto grave”. Con queste parole Francesco, in occasione dell'Angelus del 22 giugno 2014, ricordava la Giornata per le vittime della tortura. Ma il Papa non si era limitato alla semplice denuncia, aveva anche chiesto alla Chiesa di darsi da fare, di non stare alla finestra. “Invito i cristiani – aveva detto - ad impegnarsi per collaborare alla sua abolizione e sostenere le vittime e i loro familiari”.

La visita del Pontefice ad Auschwitz

Ma contro la tortura, Francesco si era anche pronunciato durante il suo viaggio in Polonia con queste parole: "La crudeltà non è finita in Auschwitz e Birkenau, è oggi. Oggi si tortura la gente. Tanti prigionieri sono torturati, subito per farli parlare, terribile, oggi ci sono uomini e donne che nelle carceri sovraffollate vivono come animali”.

La notte delle veglie

Come ogni anno, il 26 giugno, l’Acat, Associazione cristiana ecumenica che agisce contro la tortura e la pena di morte, organizza in tutto il mondo la Notte delle veglie. Si tratta di una nottata di preghiera per esprimere vicinanza e sostegno a chiunque nel mondo abbia subito o subisca tortura o trattamenti inumani e degradanti.



Dichiarazione dell'alto rappresentante, Federica Mogherini, a nome dell'UE in occasione della Giornata internazionale a sostegno delle vittime della tortura, 26 giugno 2018

In occasione della Giornata internazionale a sostegno delle vittime della tortura, l'Unione europea ribadisce ancora una volta il suo più forte impegno a prevenire, condannare e sradicare tutte le forme di tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti. Nonostante l'assoluto divieto di tortura secondo il diritto internazionale, continua a essere praticato in tutto il mondo sia in casi isolati che sistematicamente, attraverso forme diverse. La tortura può colpire tutti: uomini, donne e bambini. La tortura è un crimine imperdonabile per il quale ogni autore deve essere processato e portato davanti alla giustizia.
Continueremo a mobilitare tutti i nostri mezzi per proteggere tutti coloro che sono stati e continuano ad essere esposti a questa aberrante violazione dei diritti umani e a tutti coloro che si impegnano molto coraggiosamente contro questo crimine attraverso la sensibilizzazione, l'impegno nelle organizzazioni della società civile o il sostegno alle vittime .
La lotta contro la tortura e altri maltrattamenti è sancita dai trattati dell'Unione europea e dalla Carta dei diritti fondamentali e da un settore prioritario chiave del piano d'azione dell'UE sui diritti umani e la democrazia 2015-2019.
Applichiamo un approccio globale per sradicare la tortura tra cui divieto, prevenzione, lotta contro l'impunità e risarcimento per le vittime attraverso una combinazione di dialoghi politici e diritti umani, attività di sensibilizzazione e assistenza finanziaria - in particolare lo Strumento europeo per la democrazia ei diritti umani e il nostro sviluppo politiche di aiuto. L'UE promuove anche la necessità di salvaguardie per prevenire la tortura in tutte le sue azioni e verso quelle nelle situazioni più vulnerabili, anche nei contesti di antiterrorismo, gestione delle crisi e migrazione.
Il ruolo dei meccanismi internazionali e regionali e l'importante ruolo delle istituzioni nazionali per i diritti umani e dei meccanismi nazionali di prevenzione sono fondamentali per sradicare la tortura. L'UE sostiene finanziariamente il loro importante lavoro in diversi paesi in tutto il mondo. L'istituzione di meccanismi preventivi nazionali indipendenti può garantire un monitoraggio e un dialogo continui e, di conseguenza, cambiamenti significativi nella prevenzione della tortura.
L'eradicazione della tortura può essere raggiunta solo attraverso uno sforzo globale unendo le forze, definendo strategie comuni e attuando azioni comuni. Il costante impegno con i nostri partner, a livello regionale e multilaterale, insieme alla società civile, è fondamentale per progredire.
Il lancio della "Global Alliance for Torture-Free Trade" nel settembre 2017, ad esempio, ribadisce l'impegno dell'UE nei confronti del divieto assoluto di tortura, pena capitale e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti. Questa iniziativa comune, con l'Argentina e la Mongolia, è uno sforzo globale dei paesi che si impegnano a prendere misure efficaci per prevenire, limitare e vietare il commercio di tali beni.
In questo particolare giorno, l'UE ribadisce la sua richiesta di un'ampia ratifica e dell'attuazione effettiva della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e il suo protocollo facoltativo e si compiace della sua recente ratifica da parte dell'Afghanistan, dell'Australia, del Madagascar, dello Sri Lanka e della ratifica palestinese.
In un anno che segna il 70 ° anniversario della Dichiarazione universale sui diritti umani, l'Unione europea ricorda che tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti. Guidati dai suoi principi fondatori basati sull'universalità e indivisibilità dei diritti umani, dello stato di diritto, del rispetto delle libertà fondamentali e della dignità umana, l'UE continuerà a lottare per la prevenzione e l'estirpazione della tortura a livello globale e per i danni arrecati alla tortura vittime e sopravvissuti.

Il "cono d'ombra" della vita religiosa di Enzo Bianchi

Il "cono d'ombra" 
della vita religiosa 
di Enzo Bianchi


Pubblicato su "Vita Pastorale"
 Rubrica “Dove va la chiesa”

Giugno 2018




Il volto delle chiese dell’occidente europeo e dell’America settentrionale e la loro presenza nella storia stanno vivendo una rapida mutazione. C’è un dato di cui tutti sembrano più o meno convinti: appare vistoso il passaggio da una chiesa onnipresente nella società, capace di influenzarla, numericamente imponente, a una situazione di minoranza che, in alcune regioni, è ormai di vera e propria diaspora. Ma purtroppo le diverse letture ecclesiali o sociologiche di questo mutamento non prestano sufficiente attenzione alle sue ricadute nella vita religiosa e monastica.

Eppure fino a pochi decenni fa la vita cattolica è stata caratterizzata da una presenza multiforme e capillare della vita religiosa. Si pensi solo alle “suore”, queste religiose dedite alle diaconie più diverse: l’educazione dei bambini anche nei più piccoli paesi e villaggi, l’insegnamento nelle scuole “cattoliche”, la presenza negli ospedali, l’attività di catechesi e di pastorale creativa, efficace, quotidiana… La mia generazione può testimoniare che la formazione cristiana, da bambini fino alla giovinezza, è stata assicurata dalle suore e che la vicinanza, la prossimità concreta della chiesa alle famiglie e ai poveri è stata assicurata soprattutto dalle suore.
Ma ora a nessuno sfugge che assistiamo non più a una drastica diminuzione di questa vita religiosa, ma a uno spegnimento (cf. A. Pardilla, La realtà della vita religiosa, Libreria Editrice Vaticana 2016). Dagli anni del concilio, la diminuzione delle religiose in Europa oscilla tra il 50% e il 65%, le vocazioni sono rarissime o, per molti istituti, completamente assenti, così che l’età media delle religiose in Europa si avvicina ai settantacinque anni. La vita di molti istituti religiosi femminili si è fatta precaria e la chiusura di attività gestite dalle religiose e dei loro stessi luoghi di vita si farà sempre più frequente, dato l’insufficiente numero di suore. Anche per la vita monastica femminile la situazione non è molto diversa. In Italia i monasteri che non conoscono questa precarietà si contano sulle dita di una mano e solo due di loro mostrano in questi decenni anche una costante vitalità, ma negli altri si fa sempre più esiguo il numero di monache presenti e sempre più marcato l’invecchiamento che rende problematico se non impossibile un dinamismo capace di attirare e accogliere nuove vocazioni.

Per quel che riguarda i religiosi, la situazione non è differente, come denunciano gli stessi superiori delle congregazioni che continuano a chiudere case e attività pastorali. Anche la diminuzione dei loro effettivi dal concilio a oggi supera il 50%; inoltre l’esiguo numero di religiosi nelle singole case e il servizio pastorale richiesto – che invece non diminuisce in proporzione – sottraggono tempo ed energie per la stessa preghiera comune: sovente la comunità si riduce a una convivenza sotto lo stesso tetto, a una équipe di lavoro più o meno capace di percepirsi ed essere percepita come autentico soggetto di presenza religiosa e di pastorale.
Quanto poi ai monaci, le poche comunità rimaste faticano persino a eleggere un abate, mentre altre sono ridotte a un’esigua presenza di anziani che attraversano più o meno bene la loro vecchiaia. Padre Gianni Dal Piaz, con franchezza e competenza da sociologo ma anche con partecipazione di monaco attento alle dinamiche della vita religiosa, parla dell’attuale situazione come di un “lungo transito, un inarrestabile declino”, di “un inverno” al di là del quale non si intravede alcuna primavera.

In ogni caso, va detto con chiarezza, i religiosi sono in una situazione non di decadenza spirituale, bensì di povertà, una povertà economica e di persone, povertà umana che significa vita quotidiana più faticosa, debolezza e fragilità di tutto il corpo comunitario, difficoltà a intravedere un futuro ancora fecondo.
Sì, parresia evangelica vuole che la situazione sia presentata quale essa è: precarietà, diminuzione e prossima scomparsa di molte delle attuali forme di vita religiosa e monastica. 
E va riconosciuto anche che non si intravedono segni che, scomparse queste forme tradizionali di vita religiosa rinnovate dal concilio, ci sia posto per nuove forme e nuove comunità. Anzi, quelle che sono nate negli ultimi decenni non sono in espansione ma gemono, conoscendo a loro volta la precarietà, e comunque non paiono in grado di creare un cambiamento di tendenza. Le vocazioni infatti sono rare e inoltre in alcune nuove comunità sono presenti lati non chiari, al punto da rendere necessari interventi dell’autorità ecclesiastica per rimuovere patologie anche gravi.

Nel leggere e rileggere da anni questa situazione, l’aspetto che mi fa soffrire e mi inquieta maggiormente è l’afonia, l’assenza dei vescovi. È vero che la vita religiosa ha voluto per se stessa un regime di esenzione ma, in una chiesa che oggi sente finalmente il vescovo come il compaginatore e il garante dei carismi e delle diaconie, com’è possibile questo disinteresse? Questa lenta scomparsa della vita religiosa sembra non preoccupare o, al più, essere letta come un destino inesorabile da accettare passivamente. Così la vita religiosa e la vita monastica sono entrate, a partire dagli anni ottanta, in un cono d’ombra: nessuno pone domande, nessuno pare prendere a cuore la questione, quasi che l’unica preoccupazione dei vescovi sia poter avere presbiteri. Ne consegue che la pastorale vocazionale, comunque sovente molto sterile, si interessa solo delle vocazioni presbiterali o, tutt’al più, di quelle forme di vita non religiosa che assicurano servizi diretti alla chiesa locale.

Chi crede ancora concretamente che la vita religiosa è “memoria del Vangelo”, memoria della “forma di vita” di Gesù nel celibato e nella comunità? Chi crede ancora che sia necessario che uomini e donne – senza dimenticare il comandamento nuovo dell’amore reciproco fattivo, concreto, quotidiano – possano vivere la parabola della comunità, dedicandosi soprattutto all’ascolto della Parola, alla vita fraterna e all’ospitalità aperta a tutti? È significativo che la scarsa e marginale attenzione attuale per la vita religiosa si focalizzi su ordini e congregazioni apostoliche: lì infatti prevalgono i presbiteri dedicati all’azione pastorale nella chiesa locale e quindi potenziali succedanei dei presbiteri diocesani. 

Chi dovrebbe vegliare sulle diverse vocazioni nella chiesa non sembra invece dedicare alcuna attenzione alla vita religiosa, ancora meno a quella femminile; chi dovrebbe indicare la vita religiosa come via di conformità di tutta una vita a Gesù non adempie questo compito; chi dovrebbe chiederle di vivere in modo autentico la vocazione segnata da celibato e vita comune resta afono. 
Mi rincresce constatare l’assenza nella chiesa cattolica di questa sollecitudine invece così presente nelle chiese ortodosse. Là la vita monastica è indicata come necessaria alla chiesa, luogo di “memoria evangelica” e, di conseguenza, viene stimolata e tenuta in considerazione non mondanamente ma evangelicamente.

Religiose, religiosi, monaci e monache sono oggi veramente delusi e io che li ascolto quotidianamente non posso tacere. La latitanza della chiesa che, così facendo, renderà presto i religiosi una sua “parte mancante”, è una grave responsabilità, perché una chiesa cattolica senza di loro vedrà mutilata la sua testimonianza escatologica e la sua capacità di prossimità alla gente, quella delle periferie urbane, certo, ma anche quella dei piccoli paesi e dei villaggi dimenticati.

Vorrei porre anche un’altra domanda: in Italia le vocazioni presbiterali e religiose si sono rarefatte in modo evidente, e in certe regioni – come Piemonte, Liguria, Toscana… – ci si chiede soprattutto quale sarà la presenza di presbiteri fra dieci anni, mentre i religiosi stanno ormai scomparendo. In Puglia, invece, al seminario regionale di Molfetta sono presenti più di duecento studenti che si preparano al presbiterato. Come mai, nella stessa regione in cui gli aspiranti presbiteri sono numerosi, restano rarissime le vocazioni alla vita religiosa e soprattutto monastica? Quali le ragioni di questa “mancanza di attrattiva” della vita religiosa? Sono solo interne ad essa – e al suo non apparire eloquente né significativa – o dipendono anche da come la chiesa svolge ala sua pastorale vocazionale, da come presenta le possibili vie alla santità, dalle indicazioni di urgenze che escludono altre forme di presenza e diaconia ecclesiale?

Comunque, anche nella crisi che attraversa la vita religiosa, i suoi membri continuano a sentirsi “sentinelle” poste sulle mura della chiesa (cf. Is 62,6-7) che giorno e notte non devono tacere per ricordare al Signore le sue promesse, per ricordare con affetto ai fratelli e alle sorelle nella fede che il Signore viene presto e che è possibile attenderlo senza raffreddare la carità (cf. Mt 24,12), l’unica realtà-segno da cui sono riconosciuti discepoli di Gesù. Se i religiosi vivono il “nulla preferire a Cristo” (Regula Benedicti 72,11), allora vivono ciò che il Signore ha chiesto loro come missione, anche nel cono d’ombra in cui oggi dimorano.


lunedì 25 giugno 2018

Decisa presa di posizione a Milano del Consiglio pastorale diocesano con l’Arcivescovo mons. Mario Delpini su quanto sta avvenendo nel Mediterraneo, in Italia e in Europa


Migranti, inquietudine e disagio

Il testo, firmato dal Consiglio pastorale diocesano con l’Arcivescovo mons. Mario Delpini, esprime grande preoccupazione per le vicende di queste ultime settimane. «Vorremmo che nessuno rimanga indifferente, che nessuno dorma tranquillo, che nessuno si sottragga a una preghiera, che nessuno declini le sue responsabilità»


Nella sessione del Consiglio Pastorale Diocesano, riunito per svolgere il ruolo di assemblea sinodale per il Sinodo Minore “La chiesa dalle genti. Responsabilità e prospettive”, è emerso un condiviso disagio per vicende su cui la cronaca quotidiana attira l’attenzione e suscita emozioni e reazioni in tutti gli italiani.

Che cosa sta succedendo nel Mediterraneo, in Italia e in Europa? I cristiani che sono cittadini italiani vorrebbero sapere, vorrebbero capire. Può bastare un titolo di giornale per leggere una situazione? Può bastare uno slogan per giustificare una decisione? Pensiamo di aver diritto a una informazione comprensibile, pacata, argomentata.

Quello che succede, nel Mediterraneo, in Italia e in Europa può lasciare indifferenti i cristiani? Possono i cristiani stare tranquilli e ignorare i drammi che si svolgono sotto i loro occhi? Possono coloro che partecipano alla Messa della domenica essere muti e sordi di fronte al dramma di tanti poveri, che sono, per i discepoli del Signore, fratelli e sorelle? Gli innumerevoli gesti di solidarietà, la straordinaria generosità delle nostre comunità può consentire di «avere la coscienza a posto» mentre intorno a noi c’è gente che soffre troppo, che fa troppa fatica, che paga a troppo caro prezzo una speranza di libertà e di benessere?

Di fronte al fenomeno tanto complesso della mobilità umana, delle migrazioni, delle tragedie che convincono ad affrontare qualsiasi pericolo e sofferenza pur di scappare dal proprio paese, la comunità internazionale, l’Europa, l’Italia possono rassegnarsi all’impotenza, a interventi maldestri, a logorarsi in discussioni e contenziosi, mentre uomini e donne, bambini e bambine muoiono in mare, vittime di mercanti di esseri umani?
I governanti che i cittadini italiani hanno eletto possono sottrarsi al compito di spiegare quello che stanno facendo, di argomentare di fronte ai cittadini il loro progetto politico, che onori la Costituzione, la tradizione del popolo italiano, i sentimenti della nostra gente?

Ecco: il Consiglio Pastorale Diocesano insieme con il Vescovo vuole condividere il disagio che prova, le domande che sorgono, l’urgenza di interventi, iniziative, parole che dicano speranze di futuro e passi di civiltà.
Vorremmo che nessuno rimanga indifferente, che nessuno dorma tranquillo, che nessuno si sottragga a una preghiera, che nessuno declini le sue responsabilità.

Il consiglio pastorale diocesano con l’Arcivescovo mons. Mario Delpini
Truggio, 24 Giugno 2018

L'arcivescovo Delpini è intervenuto sabato 23 giugno durante la festa di "Ricetta Milano", la maxi tavolata multietnica al parco Sempione con parole di benedizione sottolineando gli aspetti positivi: 
"I cristiani usano invocare la benedizione di Dio sulle pietanze e sui commensali. Benedetta sei tu Milano per il sole, per il cielo, per la tua gente, per i multicolori volti della tua gente, perché hai tanti luoghi dove la gente si incontra e può far festa, perché sei capace di operare con efficienza e solidarietà. Per la folla sterminata che si dedica a far del bene dentro le istituzioni e nel volontariato, per le tue chiese, per la pluralità delle confessioni e delle religioni che cercano di essere assieme, perché sei capace di dar da mangiare a tutti quelli che arrivano, per la qualità del tuo cibo, per l'intensità della tua cultura, perché dai voce a chi non ha voce e vieni in soccorso a chi non ha soccorso. Io sono qui per dire la benedizione di Dio su tutti coloro che fanno il bene".

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