Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



domenica 19 luglio 2015

"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 31/2014-2015 (B) di Santino Coppolino

'Un cuore che ascolta - lev shomea'
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo:  Mc 6,30-34








Tornati dalla missione, gli apostoli si radunano (lett. "fanno sinagoga") presso Gesù. Il Signore è presente accanto a loro," nel mezzo" (cfr.Gv 20,19.26), nel cuore della sua comunità, come fontana zampillante dalla quale scaturisce l'Acqua Viva della sua Parola, cibo di vita eterna per coloro che credono in lui, Pane spezzato(6,41) e condiviso con i fratelli e con il mondo intero. E' lui che vigila su di noi, che ha "viscere di misericordia", che ci convoca e ci raduna perché siamo "come pecore che non hanno Pastore", introducendoci nella sua relazione d'amore col Padre, nella gioia del suo Riposo. E' Gesù il Riposo definitivo di Dio nell'uomo e dell'uomo in Dio, lo Shabbath che interrompe le nostre iperattività pastorali, le nostre spasmodiche tensioni che hanno origine nel nostro super impegno e che fanno da barriera invalicabile alla contemplazione del suo volto d'amore nel volto sofferente dei fratelli. E' lo stare con lui "in disparte, in un luogo solitario" che ricostruisce le nostre vite frantumate facendo unità, è la sua vita offerta, spezzata e condivisa che fa di noi creature nuove, introducendoci progressivamente alla comprensione del mistero eucaristico nel dono totale di noi stessi al Padre e ai fratelli, come lui ha fatto.

sabato 18 luglio 2015

"Facciamo parte di un sistema politico il più antievangelico immaginabile" Arturo Paoli, testamento spirituale

"Facciamo parte di un sistema politico
 il più antievangelico immaginabile"
Arturo Paoli


TESTAMENTO SPIRITUALE.
 Sono tre paginette, dattiloscritte, redatte il 22 giugno 2011 con una postilla sul luogo della sua sepoltura che risale al 31 dicembre di quello stesso anno







Nella domenica della Santissima Trinità 22 giugno 2011 dopo aver celebrata la messa nella chiesa di san Martino in Vigilale ed aver predicato l'omelia seguito devotamente da una folta Comunità, testimone della mia normale facoltà mentale, comincio a stendere il mio testamento spirituale.

Comincio con l'esprimere la mia gratitudine all'Arcivescovo mons. Italo Castellani che mi ha accolto e concesso ospitalità nella splendida residenza di san Martino, il cui parroco, don Lucio Malanca ha atteso ai miei bisogni come un fratello amoroso.

Ringrazio il padre celeste del dono delle amicizie che hanno reso ovunque lieta la mia esistenza e consolato negli inevitabili contrasti.

Ricordo prima degli altri i fratelli della mia famiglia religiosa (beato Ch. de Foucauld).

Ho spesso ricordato le lacerazioni del cuore, le giornate di distacchi, quelle che il beato Carlo chiama l'éloignement (la lontananza).

Parecchi giovani mi sono vicini in questa tappa della mia esistenza fra cui il mio compagno di contubernia (convivenza) Tommaso Centoni che ricordo qui con particolare gratitudine.

La vera ragione di stendere questo testamento spirituale nasce dal fatto di sentire nella grande comunità-chiesa amore e rifiuto, stima e riserva. E ho pensato che questo avesse dei motivi giusti ed inevitabili.

Se mi si chiedesse a quale Chiesa appartengo, quella cui aderisco direi, senza esitazioni, è quella del Concilio Vaticano II, è quella della Lumen Gentium, della Gaudium et Spes e confesso, senza tortuose ipocrisie, che penso che i due pontefici succeduti a Paolo VI sono incorsi nel rimprovero-lamento espresso da Gesù in Mt 16 e in Lc 12, sui segni dei tempi.

Credo fermamente che GESU' sia misericordioso non solo perché lancia un salvagente all'anima che sta per naufragare nella condanna eterna ma anche e soprattutto per la sua decisione, suggerita dal suo amore infinito di fare di ogni creatura umana, direttamente o anche a sua insaputa, un partecipe al suo progetto di amorizzare il mondo.

Abbiamo motivo di credere che una lagrimetta finale ci salverà dall'inferno. Ma i veri cristiani sono quelli che fanno quanto possono per portare frutto “Io sono la vite e voi i tralci”. Questo e solo questo è il nostro Salvatore.

Chiedo a tutti, parenti e amici che ho teneramente amato sulla terra, di pregare il Salvatore che mi accolga fra gli eletti. Ma vorrei dire a tutti coloro che mi ricordano che non dimentichino mai che il nostro luogo di nascita si professa cristiano-cattolico ma presentemente noi facciamo parte di un sistema politico il più antievangelico immaginabile.

Penso spesso a una bella preghiera al Padre «Tu apri la tua mano e riempi ogni essere di ogni bene».

Oggi per essere veri cristiani dovremmo pregare:
«Non guardare Signore
mentre riempio di pane il cassonetto dei rifiuti»
Mentre i nostri fratelli ci chiedono ospitalità noi preghiamo
«Liberaci dai nemici che vengono a turbare la nostra pace»

Forse il solo vantaggio di vivere in questa terra opulenta sarà quello d essere convinti di essere incapaci: “sono un servitore inutile”.

Nel caso cadessi ammalato, come preludio della mia morte, chi è vicino mi suggerisca questo ritornello “sono un servitore inutile”. Sul problema del mio cadavere non ho nessuna disposizione da dare. Mi attira il cimiterino di san Martino in Vignale ma lasciatelo decidere a chi se ne occupa.

Lucca S. Martino in Vignale 22 giugno 2011

Fratello Arturo Paoli

Aggiunta del 31 dicembre 2011

Oggi martedi 13 dicembre 2011 festa di santa Lucia nel pieno delle facoltà mentali unisco al mio testamento la seguente disposizione.

Nell'evento della mia morte dispongo la mia ultima volontà che la mia salma venga interrata nel piccolo cimitero adiacente alla chiesa di san Martino in Vignale (alla sua destra verso levante) con una semplice targa.

Sac. Arturo Paoli
Piccolo fratello del Vangelo
Nato 30 . 11 . 1912
Morto 13 . 07. 2015
Exultabunt in Christo ossa humiliata

Arturo Paoli

(fonte: toscana oggi)


GUARDA IL VIDEO

La mattina guardatelo negli occhi, 
lasciatevi guardare da Lui!! ...
Perdetevi in Lui!!




GUARDA IL VIDEO
Lucca, cattedrale stracolma per i funerali di fratel Arturo Paoli
Servizio di NoiTv Lucca

In economia abbiamo sbagliato tutto: l’uomo non è homo economicus ma cercatore di senso di Leonardo Becchetti

In economia abbiamo sbagliato tutto:
l’uomo non è homo economicus ma cercatore di senso
di Leonardo Becchetti


Come economista sono cresciuto a pane e homo economicus (e a pane e massimizzazione dell’utilità del consumatore). Una forma mentis, un modello antropologico che ti spinge a credere che la mappa cognitiva migliore per catturare la realtà sia quella dell’utilità/felicità che aumenta all’aumentare della disponibilità di beni (e indirettamente del denaro che serve ad acquistarli). Nel modello base dell’homo economicus gli altri sono fuori dal radar (salvo rari casi di lavori che cercano di spiegare i lasciti intergenerazionali). Le relazioni non ne parliamo, sono una cosa incomprensibile in un mondo popolato solo di beni privati e al massimo, come eccezione, di beni pubblici e di beni comuni. L’idea che esista un bene “relazionale” che cresce all’investimento delle controparti che lo “producono” ed è soggetto al fallimento del coordinamento è troppo complicata per entrare in questi modelli. Un po’ di aria nella stanza chiusa del riduzionismo antropologico è entrata grazie alla behavioural economics e alla scuola tedesca che con i risultati di esperimenti ha dimostrato che l’uomo è fatto anche di reciprocità, avversione alla diseguaglianza, altruismo strategico e puro cominciando a sfidare il mainstream tradizionale ma il modello base che si insegna nelle università è ancora quello dell’homo economicus.
Basta uscire un po’ dall’accademia per osservare la vita reale per accorgersi che il modello dell’homo economicus si perde veramente troppo della realtà.
...
E allora bisognerebbe capire che è necessario un salto di paradigma che si fonda su un preciso assunto:

l’essere umano è molto più cercatore di senso che homo economicus.
Ovvero ogni uomo ha bisogno di un livello minimo di senso della vita senza il quale muore di asfissia....
Se l’uomo è cercatore di senso prima che homo economicus in economia e politica cambia tutto. Perseguire efficienza, integrità di bilancio e crescita del PIL non basta. Quello di cui c’è più bisogno è una narrativa che soddisfi la ricerca di senso. Perché essere un ingranaggio anonimo di un’azienda che produce qualcosa di scarsamente utile per l’umanità di senso ne produce troppo poco.
Applicando il paradigma all’Europa è evidente che se l’Europa è solo quella dei ragionieri e dei banchieri il senso prodotto è scarso. E il vuoto di senso viene colmato dal suo opposto, ovvero dai movimenti anti euro che fanno trovare a molti la propria ragione di vita nella liberazione dai meccanismi oppressivi della moneta unica. Non a caso i movimenti euroscettici (almeno nelle loro forme più viscerali) alzano il tiro equiparando i burocrati europei ai gerarchi nazisti per aumentare il livello di senso della loro battaglia.
E’ evidente che la riposta dell’Europa a quanto sta accadendo è completamente diversa se il paradigma è quello dell’homo economicus o dell’uomo cercatore di senso. Nel primo caso non c’è bisogno di condire la pietanza della quadratura del bilancio. Nel secondo è necessaria una narrativa e un’Europa diversa, fatta di solidarietà, fraternità e condivisione (che poi peraltro producono anche benefici economici considerevoli). Per chi capisce il paradigma dell’uomo cercatore di senso non c’è nessun stupore per il fatto che la spinta europeista si sia persa (nonostante il nostro tenore di vita sia molto più alto di quello del dopoguerra). L’ovvia spiegazione è che la fortissima spinta di senso determinata dalla ricostruzione sulle ceneri della guerra e dello stimolo a costruire un’unità che evitasse per sempre quel tipo di conflitti si è via via affievolita lasciando il campo al pareggio di bilancio e al fiscal compact.
La questione europea è solo un esempio del vicolo cieco concettuale ed operativo in cui finiamo se utilizziamo paradigma dell’homo economicus invece di quello dell’uomo cercatore di senso.
 E’ arrivato il momento di cambiare paradigma. E questo è solo il calcio d’inizio

Leggi tutto:
In economia abbiamo sbagliato tutto: l’uomo non è homo economicus ma cercatore di senso

venerdì 17 luglio 2015

Puro dono è la dote della terra di Luigino Bruni

Le levatrici d’Egitto/14 - 
La "legge del mantello del povero" fonda un'altra economia


Puro dono è la dote della terra
di Luigino Bruni






“Se un uomo ha contratto un debito e se ha dato per denaro moglie, figli, figlie, o se li ha consegnati in servitù, durante tre anni essi lavoreranno nella casa del loro compratore o di colui che li tiene in servitù; ma nel quarto anno recupereranno la loro libertà” (Codice di Hammurabi).

Per capire e rivivere, qui ed ora, il grande messaggio delle ‘dieci parole’ donate da Elohim-YHWH, ci sarebbe bisogno di una cultura dell’alleanza, di una civiltà delle promesse fedeli, capace di patti, che riconosca il valore del ‘per sempre’. Una grande nota del nostro tempo è invece la trasformazione di tutti i patti in contratti, una nota che risuona sempre più forte fino a coprire tutti gli altri suoni del concerto della vita in comune. Lo vediamo con estrema nitidezza nell’ambito dei rapporti famigliari, ma anche nel mondo del lavoro, dove le relazioni lavorative che nel XX secolo erano state concepite e descritte ricorrendo al registro relazionale del patto, oggi si stanno sempre più appiattendo sul solo contratto. Come se la moneta potesse compensare sogni, progetti, attese, la fioritura umana, soprattutto quella dei giovani. Stiamo smarrendo il principio alla base di ogni civiltà capace di futuro: che ai giovani va dato credito, va donata fiducia quando ancora non la meritano perché non la possono meritare. Credito-fiducia ricevuti, che domani potranno e dovranno a loro volta ridonare ai nuovi giovani. Il lavoro cresce e vive in questa amicizia e solidarietà attraverso il tempo, si nutre di questa reciprocità intertemporale. Senza questa staffetta generosa tra generazioni, il lavoro non nasce o nasce male, perché gli manca l’humus della gratuità e dei patti. Ma non lo capiamo più, e così ci stiamo perdendo. Forse avremmo bisogno di rivedere la nube e il fuoco, riudire il tuono dell’Oreb; avremmo bisogno dei profeti, dei loro occhi, della loro voce.
....
Questa forma di schiavitù per debiti è ancora ben presente e in crescita nel nostro capitalismo, dove imprenditori, cittadini, quasi sempre poveri, precipitano nella condizione di schiavo solo perché non riescono a ripagare i debiti. E così perdono, ancora oggi, la libertà, la casa, i beni, la dignità, e non di rado anche la vita. Tra gli schiavi per debiti ci sono senz’altro, ieri e oggi, sprovveduti, speculatori maldestri, creduloni; ma ci sono anche imprenditori, lavoratori e cittadini giusti caduti semplicemente in sventura – la Bibbia ci ricorda, basterebbe pensare a Giobbe, che anche il giusto può cadere in sventura, senza nessuna colpa: non tutti i debitori insolventi sono colpevoli. Persone ridotte in condizione di schiavitù non solo dalle mafie e dagli usurai, ma anche da società finanziarie e banche protette dalle nostre ‘leggi’ scritte troppo spesso dai potenti contro i deboli. Ma noi, diversamente del popolo del Sinai, non riusciamo a chiamare per nome (‘schiavi’) questi sventurati, e nessuna legge li libera alla scadenza del settimo anno. Eppure quella antica Legge continua a ripeterci da millenni che nessuna schiavitù deve essere per sempre, perché prima di essere debitori siamo abitanti della stessa terra, siamo figli dello stesso cielo, e quindi, veramente, fratelli e sorelle. Perché la ricchezza che possediamo, e che prestiamo ad un altro, prima di essere nostra proprietà privata è dono ricevuto, è provvidenza, perché ‘mia è tutta la terra’ (19,5). Il riconoscimento che la ricchezza e la terra che possediamo non sono dominio assoluto perché prima sono dono, ispira tutta la legislazione biblica sul denaro e sui beni. Quando, invece, noi oggi pensiamo che la nostra ricchezza sia solo conquista individuale e merito, allora i debiti non vengono mai rimessi, gli schiavi non vengono liberati mai, la giustizia diventa filantropia. Il dominio assoluto dell’individuo sulle sue cose è invenzione tipica della nostra civiltà, ma non è la logica del Sinai, non è la legge vera della vita.
...
Dovremmo provare a scrivere una nuova economia a partire dalla ‘legge del mantello del povero’; almeno immaginarla, sognarla, desiderarla, se vogliamo essere degni della voce del Sinai. Dovremmo stampare e affiggere queste parole dell’Esodo sugli stipiti delle nostre banche, sulle porte delle agenzie delle entrate, nelle aule dei tribunali, di fronte alle nostre chiese. Troppi poveri sono lasciati ‘nudi e senza mantello’ nella notte, e muoiono al freddo delle nostre città opulente. Ma il loro grido non resta inascoltato: sono tante, anche oggi, le persone animate da carismi che tutte le sere coprono con i loro mantelli molti poveri delle mille Stazioni Termini del mondo. Non sono sufficienti a coprire le troppe pelli ancora denudate di giorno e di notte. Ma la loro presenza rende vive e vere quelle antiche parole di vita, che così possono parlarci più forte, scuoterci, farci dormire meno tranquilli al caldo dei nostri molti mantelli.

giovedì 16 luglio 2015

Omelia p. Gregorio Battaglia (VIDEO) - XV Domenica del Tempo Ordinario / B - 12.07.2015


Omelia p. Gregorio Battaglia (VIDEO) - 

XV Domenica del Tempo Ordinario / B 

- 12.07.2015 -

Fraternità Carmelitana 
di Barcellona Pozzo di Gotto



... Nella prima lettura il profeta Amos grida, con tutta la sua forza, che si può impostare la vita di un popolo sull'ingiustizia... 
... Non c'è esperienza di vita cristiana che non si traduca in conoscenza di Gesù e inevitabilmente, inesorabilmente Lui ci spinge: "andate!", la Messa finisce proprio con questo comando: "andate, andate, dovete affrontare il mondo, siate capaci adesso, con questi occhi nuovi di poter stare in mezzo agli altri con un'atteggiamento, con un respiro nuovo, andate..." ... di cosa parleremo con gli altri? parleremo, innanzitutto con la nostra vita, così come Gesù prima di tutto ha parlato con la sua vita, scopriremo che non c'è nessuno che sia un figlio da scartare...

GUARDA IL VIDEO



mercoledì 15 luglio 2015

Fratel Arturo, profeta cosmico di Enzo Bianchi

Arturo Paolo e Enzo Bianchi
Fratel Arturo, 
profeta cosmico

di Enzo Bianchi







Era stato insignito del titolo di “Giusto tra le nazioni” e nel memoriale di Yad Vashem in Israele è ricordato come"salvatore non solo della vita di una persona, ma anche della dignità dell'umanità intera”. E fr. Arturo Paoli è stato proprio questo: un uomo, un cristiano, un fratello, un prete “giusto” in mezzo ai suoi compagni di umanità. Giusto non della giustizia umana – per salvare vite umane non ha esitato a infrangere leggi disumane, ha conosciuto processi e tribunali, è sfuggito a chi voleva “giustiziarlo”… – ma di quella giustizia secondo Dio che non è mai disgiunta dalla misericordia, dal cuore per i miseri, dalle benevolenza verso il prossimo, a cominciare dai più piccoli, dagli indifesi, dalle vittime della storia che sono sempre vittime di altri uomini: un giusto testimone di quella giustizia misericordiosa che ha nome Gesù Cristo, il Giusto sofferente in un mondo ingiusto.
...
Il cammino spirituale di fr. Arturo è stato il percorso di un profeta, sovente non ascoltato od osteggiato e perfino ferito, come quando, rientrato ultranovantenne in Italia, gli fu impedito di prendere la parola in una marcia nazionale per la pace organizzata da Pax Christi. È sempre stato un uomo schietto, senza arroganza, ma con la rappacificata e solidale consapevolezza di un’identità umana e cristiana cercata e trovata nel confronto aperto con il sempre possibile non-senso dell’esistenza. “L’identità – ebbe modo di scrivere – è per me la scoperta di stare al mondo fra gli altri come un essere necessario. Se io non esistessi, all’umanità mancherebbe qualcosa nel suo cammino verso la meta del suo essere vera”. Sì, all’umanità sarebbe mancato qualcosa di prezioso. Noi ringraziamo il Signore per averci donato di camminare accanto a questo uomo di Dio, rimasto giusto e vigilante fino all’ultimo, grande testimone del Vangelo e difensore dei poveri, grande dono per la chiesa e per l’umanità. Davvero fr. Arturo è stato un segno del Vangelo di Cristo per tutti noi! A me viene a mancare un amico, un fratello e quel suo sorriso che era come il sorriso di Gesù: mite, accogliente, magnanimo
Leggi tutto:
Fratel Arturo, profeta cosmico di Enzo Bianchi


Leggi anche il post già pubblicato:
- Arturo Paoli è tornato alla casa del Padre . Testimone di libertà e di fede vissuta, sempre affianco dei poveri, vero e coraggioso servo di Dio. Grazie fratel Arturo!



martedì 14 luglio 2015

Arturo Paoli è tornato alla casa del Padre . Testimone di libertà e di fede vissuta, sempre affianco dei poveri, vero e coraggioso servo di Dio. Grazie fratel Arturo!

 Arturo Paoli è tornato alla casa del Padre.
Testimone di libertà e di fede vissuta,
sempre affianco dei poveri,
 vero e coraggioso servo di Dio
Grazie fratel Arturo ‪!!


A Lucca, il  13 luglio 2015 é morto nella notte fratel Arturo Paoli. Nato a Lucca in via S.Lucia il 30 novembre 1912, aveva 102 anni. La salma sarà esposta nella chiesa parrocchiale di San Martino in Vignale per l’intera giornata di martedì 14 luglio. Mercoledì 15 sarà trasportata nella chiesa di San Michele in Foro, luogo cittadino dove per anni ha svolto il suo ministero e sua parrocchia di origine, dove sarà esposta alla cittadinanza dalle ore 8 alle 17. La celebrazione Eucaristica con il delle rito di esequie si terrà nella chiesa Cattedrale sempre mercoledì 15 luglio alle ore 18. Don Arturo Paoli ha espresso la volontà di essere sepolto nel piccolo cimitero di San Martino in Vignale. La tumulazione sarà fatta in forma privata nella giornata di giovedì 16 luglio


Leggi:

L'amore é l'unica forza liberatrice dell'uomo (Arturo Paoli)

GUARDA IL VIDEO



“Tutto quello che sono lo devo ai poveri”.
Quando descriveva la sua esperienza di fede più intima e il suo impegno con i poveri traspariva la forza della sua relazione con Dio. “Durante l’esperienza della vita di fede - raccontava - ci viene tolta sempre più gradualmente la nostra iniziativa: nella relazione con Dio noi siamo totalmente passivi”: “Tutto ciò che ti aiutava ad avere una relazione con Lui non ha più senso, perché Lui ti occupa completamente”. “L’ascolto è nel deserto - diceva -, non si ha più bisogno di ricorrere a santi, letture, parole o a un libro o alla spiritualità. L’ascolto ti blocca lì dove sei e ascolti senza sapere veramente cosa. Ma senti che ascolti. Ti apri. Se dovessi dire quali sono le parole della mia preghiera sarebbero: ‘Vieni’ ed ‘eccomi’”. Una preghiera che si è trasformata in azione, perché “siccome Dio abita tra i poveri”, diceva, “forse mi ha scoperto tra i poveri perché lì sono andato con amore umano”: “Tutto quello che ho e che sono lo devo a loro”.
Leggi tutto:
"Tutto quello che sono lo devo ai poveri"


Guarda anche alcuni nostri post già pubblicati su Arturo Paoli:

- Arturo Paoli, il prete scomodo: "Gli ultimi sono già i primi" - Un'intervista per conoscere di più Padre Arturo


lunedì 13 luglio 2015

Appello cristiano in un tempo di crisi in Europa- La Grecia deve restare in Europa di Enzo Bianchi

Appello cristiano in un tempo di crisi in Europa
La Grecia deve restare in Europa
di Enzo Bianchi 



Le cariatidi dell'acropoli di Atene



“Eppure lo rovina il no – quel giusto no – per tutta la sua vita”. Così termina la profetica poesia “Che fece … il gran rifiuto” scritta da Kavafis nel 1901. Da tempo pensavo di esprimere la mia convinzione che la crisi greca non è questione di finanza né di economia ma di politica e, prima ancora, di etica e di cultura. Ora che il referendum ha obbligato tutti, volenti e nolenti, a confrontarsi su cosa si voglia fare non tanto del debito pubblico di uno stato economicamente marginale quanto piuttosto del progetto comune europeo, un appello accorato proveniente in queste ore cruciali da una ventina di teologi e docenti universitari greci, mi spinge a unire la voce e il pensiero a quanti si prodigano affinché quel “giusto no” non significhi “rovina per tutta la vita” per chi l’ha liberamente e democraticamente pronunciato.

“La crisi greca è una crisi europea”, sottolineano gli estensori dell’appello, e come tale va affrontata: “solo a livello europeo si possono trovare le basi per una soluzione sostenibile e definitiva di questa situazione problematica, dannosa e particolarmente pericolosa”. E affrontarla a dimensione europea non vuol dire affidare a istituzioni europee che non rendono conto ai cittadini o a addirittura centri di potere finanziario mondiale le decisioni per conto e contro un popolo che dell’Europa non solo fa parte ma costituisce una delle matrici storiche e culturali. Dove sono quanti invocavano a gran voce che la menzione delle “radici cristiane dell’Europa” entrasse nella Costituzione europea? Come mai non sentiamo quella stessa voce richiamare oggi i valori cristiani della solidarietà, dall’attenzione ai più poveri, del farsi prossimo a chi è in difficoltà? E come mai tacciono anche tante di quelle voci che, per contrastare definizioni confessionali nella Costituzione, ricordavano giustamente la pluralità di radici del nostro continente, privilegiando proprio il contributo di Atene e della sua cultura pre e postcristiana? Come mai gli argomenti prevalenti oggi sono solo di tipo finanziario – più ancora che economico – e anche questi selezionati in un’ottica unilaterale? Dobbiamo rassegnarci a che le uniche fondamenta della casa comune europea siano il mercato e i suoi parametri?  

Gli estensori dell’appello greco si definiscono “cristiani e cittadini responsabili” di “diverse affiliazioni politiche” e sostenitori di diverse “soluzioni pratiche”,  ....

... credo di non essere solo, dentro e fuori la chiesa, in Grecia come in Europa, a sentire come proprie le parole dei firmatari dell’appello: “tutti noi riconosciamo che la posizione della Grecia rimane all’interno della famiglia europea, convinzione condivisa dalla stragrande maggioranza dei cittadini greci. Chiediamo azioni che possano assicurare l’identità europea del nostro paese basata sui principi di democrazia, solidarietà, giustizia sociale, dignità, rispetto reciproco e incremento dei principi europei. Sulla base delle pietre angolari dell’unità, della cooperazione e del comune progresso dei popoli europei, vi invitiamo a lavorare insieme per salvaguardare questi valori, perché in essi riconosciamo gli elementi fondativi della comune eredità culturale, religiosa e umanistica dell’Europa. Questa eredità dev’essere conservata a ogni costo contro i poteri che mettono a serio rischio il nostro comune cammino pacifico, poteri che impongono la deificazione del mercato e mirano a ridar vita a tristi stagioni della storia del nostro continente”.

Sì, dipende anche da noi, da ciascuno di noi che quel “giusto no” pronunciato dal popolo greco sia il primo passo di un convinto e corale sì al bene presente e futuro della comune casa europea.

Leggi tutto:
La Grecia deve restare in Europa di Enzo Bianchi 

domenica 12 luglio 2015

"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 30/2014-2015 (B) di Santino Coppolino

'Un cuore che ascolta - lev shomea'
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino



Vangelo: 
Mc 6,7-13








Con questo brano l'evangelista apre un nuova sezione chiamata "la sezione dei pani"(6,6b-8,30), che ci condurrà fino alla confessione di Pietro(8,29), culmine della prima parte del Vangelo di Marco. Dopo il rifiuto di credere dei Nazaretani(6,1-6a) segue adesso l'invio in missione degli apostoli, attraverso la quale Marco condurrà la sua comunità alla comprensione del senso autentico della "fractio panis" e in esso la presenza del corpo di Gesù. La pericope di questa Domenica rappresenta la "magna charta" della nuova comunità e rimanda al contenuto delle Beatitudini (Mt 5,1-12). Dopo aver inviato i dodici  "a predicare"(3,14), Gesù adesso li invia ancora ordinando loro con quale stile di vita dovranno presentarsi agli altri: in assoluta povertà, come anche Lui ha vissuto, testimoniando ciò con la propria vita. Né bisaccia, né denaro e nemmeno il pane, poiché l'unico Pane che dovranno portare con loro è il Signore Gesù (cfr, 8,14). Non esiste missione alcuna che non debba nascere da questa povertà, che Gesù ordina ai discepoli di ieri e a quelli di oggi. La Chiesa tutta è chiamata a contare solamente sulla solida roccia della fedeltà del suo Signore e non sui mezzi umani, per quanto potenti e sofisticati possano essere, come bene aveva compreso l'apostolo Paolo (1Cor 2,1-5). La povertà è il segno concreto e autentico che manifesta visibilmente la fede della Chiesa, senza di essa infatti non c'è fede, se non a chiacchiere. Tutto ciò la comunità delle origini lo aveva ben compreso, come Pietro che, di fronte allo storpio seduto alla porta del tempio di Gerusalemme, così esordisce: "Non ho né argento né oro, ma ti do ciò che ho: nel Nome di Gesù Cristo il Nazareno, alzati e cammina !".

sabato 11 luglio 2015

SREBRENICA 20 anni dopo -- RICORDARE NON BASTA di Renato Sacco

foto di Tarik Samarah
SREBRENICA
20 anni dopo il più grave eccidio di civili in Europa dopo la fine della Seconda guerra mondiale
RICORDARE NON BASTA 
di Renato Sacco


“No Teeth…? 
A Mustache… ? 
Smell like shit… ? 
Bosnian Girl”



In questi giorni ci sono vari anniversari, dolorosi, amari: Srebrenica, Gaza e la legge 185 sull’esport delle armi. Molti hanno scritto in questi giorni su questi temi. Basta cosultare alcuni siti.
Srebrenica. L’11 luglio 1995 sono stati uccisi oltre 8000 uomini da parte dell’esercito serbo agli ordini del Generale Mladic. (www.balcanicaucaso.org)
Gaza. Un anno fa Israele iniziava i bombardamenti su Gaza, con l’operazione ‘margine protettivo’: oltre 2000 morti, tra cui circa 500 bambini; più di 8600 feriti; oltre 20.000 abitazioni distrutte. (www.bocchescucite.org)
Legge 185/90. In questi giorni, 25 anni fa, veniva approvata una legge importante e avanzata per controllare e limitare l’esport delle armi: la 185/90. Il bilancio che ne fa Rete Disarmo oggi è di una progressiva perdita di trasparenza e di efficacia. Di fatto l’Italia sta vendendo armi per decine di miliardi di Euro a molti paesi in guerra. Ai primi posti: Algeria, Arabia Saudita, Emirati Arabi, USA.
E’ di questi giorni la notizia che le bombe usate in Yemen dall’Arabia Saudita sono Made in Italy, più precisamente in Sardegna. E il rispetto della 185/90? (www.disarmo.org)
Ma oltre a tutte queste doverose riflessioni, c’è una considerazione di fondo che mi amareggia e mi inquieta ogni volta che si parla di guerra. E mi ritorna ogni volta che rivedo la foto della scritta iniziale. Si trova sui muri della fabbrica di accumulatori di Potocari, al tempo base dei Caschi Blu dell'ONU, vicino a Srebrenica. Sono diversi i graffiti razzisti dei soldati olandesi, caschi blu dell’ONU. Non conosco l’inglese ma la traduzione potrebbe essere: “Niente denti? Ha i baffi? Puzza di m...? La donna bosniaca.” La scritta è stata fotografata da Tarik Samarah. Anni fa aveva in programma una mostra fotografica ma qualcosa è andato storto e non è stata possibile esporla al parlamento olandese. Non so poi come la cosa sia evoluta. 
Resta il fatto che quelle scritte sono una tragica testimonianza di come la donna viene vista e usata dagli uomini durante la guerra. Ogni guerra, in ogni parte del mondo. E anche a Potocari, all’interno dell’edificio sotto controllo dei Caschi Blu, c’era la infertivno dom, che possiamo tradurre in modo schietto come ‘stanza degli stupri’.
La donna è considerata ‘il riposo del guerriero’. Un oggetto. Un bottino di guerra. Sempre, mi dicono gli esperti, la dove c’è una grossa presenza militare, c’è un grande giro di sfruttamento e prostituzione. Per molti è una cosa normale.
Ieri e oggi. Dalla Bosnia alla Siria, dal Nord Iraq, alla Nigeria… 
Fino ad arrivare all’episodio di qualche giorno fa vicino a Roma: una sedicenne violentata da un militare. Molti commenti erano: se l’è cercata!

Sì, forse abbiamo bisogno di riconvertire non solo le fabbriche di armi, ma il cuore, il ragionamento, il modo di vedere la vita, l’uomo e la donna.

10 luglio 2015


Renato Sacco


Coordinatore nazionale di Pax Christi





Leggi anche:


- firma appello di Amnesty 20 anni dopo, ancora in attesa di giustizia!



Guarda anche il post già pubblicato sulla visita di Papa Francesco in Bosnia:
"Cari fratelli e sorelle, nelle Letture bibliche che abbiamo ascoltato è risuonata più volte la parola “pace”. Parola profetica per eccellenza! Pace è il sogno di Dio, è il progetto di Dio per l’umanità, per la storia, con tutto il creato. Ed è un progetto che incontra sempre opposizione da parte dell’uomo e da parte del maligno. Anche nel nostro tempo l’aspirazione alla pace e l’impegno per costruirla si scontrano col fatto che nel mondo sono in atto numerosi conflitti armati. È una sorta di terza guerra mondialecombattuta “a pezzi”; e, nel contesto della comunicazione globale, si percepisce un clima di guerra.
C’è chi questo clima vuole crearlo e fomentarlo deliberatamente, in particolare coloro che cercano lo scontro tra diverse culture e civiltà, e anche coloro che speculano sulle guerre per vendere armi. Ma la guerra significa bambini, donne e anziani nei campi profughi; significa dislocamenti forzati; significa case, strade, fabbriche distrutte; significa soprattutto tante vite spezzate. Voi lo sapete bene, per averlo sperimentato proprio qui: quanta sofferenza, quanta distruzione, quanto dolore!
Oggi, cari fratelli e sorelle, si leva ancora una volta da questa città il grido del popolo di Dio e di tutti gli uomini e le donne di buona volontà: mai più la guerra!
All’interno di questo clima di guerra, come un raggio di sole che attraversa le nubi, risuona la parola di Gesù nel Vangelo: «Beati gli operatori di pace» (Mt 5,9). È un appello sempre attuale, che vale per ogni generazione. Non dice “Beati i predicatori di pace”: tutti sono capaci di proclamarla, anche in maniera ipocrita o addirittura menzognera. No. Dice: «Beati gli operatori di pace», cioè coloro che la fanno. Fare la pace è un lavoro artigianale: richiede passione, pazienza, esperienza, tenacia. Beati sono coloro che seminano pace con le loro azioni quotidiane, con atteggiamenti e gesti di servizio, di fraternità, di dialogo, di misericordia… Questi sì, «saranno chiamati figli di Dio», perché Dio semina pace, sempre, dovunque; nella pienezza dei tempi ha seminato nel mondo il suo Figlio perché avessimo la pace! Fare la pace è un lavoro da portare avanti tutti i giorni, passo dopo passo, senza mai stancarsi.
...
Guarda il post:
Francesco pellegrino di pace a Sarajevo 6/6/2015 - Mattina (testi e video) - Fare la pace è un lavoro da portare avanti tutti i giorni, passo dopo passo, senza mai stancarsi.


Ecco la sola immagine vera di Luigino Bruni

Le levatrici d’Egitto/13 -
Dio ci parla e ci ricorda la nostra libertà. 

Gli idoli ci fanno servi



Ecco la sola immagine vera 

di Luigino Bruni



“Il Signore vi parlò dal fuoco; voi udivate il suono delle parole ma non vedevate alcuna figura: vi era soltanto una voce” (Deuteronomio, 4,12) 

La storia umana non è una linea retta uniforme e monotòna. Alcuni eventi possiedono la forza di curvare il tempo, di piegarne, a volte spezzarne, le traiettorie, dischiudendo all’umano nuove dimensioni. La voce del Sinai è uno di questi eventi. Quelle parole dette e donate ad un popolo di ex schiavi liberati e pellegrini in un deserto, hanno fatto entrare l’umanità in una nuova epoca morale e religiosa. Un’era tutta ancora da compiere, che resterà sempre incompiuta. Quindi sempre di fronte a noi, ad attenderci, a chiamarci. Alle pendici del Sinai, tutta la terra e tutto il cielo parlano, dialogano tra di loro. L’ Adam, l’albero della vita, Abele, Caino e Lamek, Noè, Abramo, Agar, Giacobbe, lo Yabboq, la veste di Giuseppe, le levatrici, le donne, le piaghe, il mare aperto, Miriam, la manna, Ietro. Ora sono tutti lì, col popolo, di fronte al Sinai. Le parole del Sinai non sono la legislazione di un popolo (Israele). Sono la legge etica di tutti, le parole prime per chiunque voglia essere e restare umano, libero, in cammino verso una promessa: “Elohim pronunciò tutte queste parole:
 ‘Io sono YWHW, tuo Dio [Elohim], che ti ho fatto uscire dalla terra d'Egitto, dalla condizione servile’” (20,1-2). Lo aveva già fatto parlando dal roveto ardente, ma ora con una nuova solennità e definitività, l’Elohim, la divinità, rivela al popolo il suo nome: il nome della voce è YHWH. Ci sono sempre state, e ci sono ancora, esperienze religiose che si fermano all’Elohim, ad una ‘fede’ nell’esistenza di un Dio che si trova da qualche parte. Ma se non arriva il giorno in cui quella generica divinità ci rivela il suo nome, la fede non cambia la nostra vita né, tantomeno, quella degli altri. 
La fede biblica è fede-fiducia-fedeltà in una voce con un nome, che ha chiamato per nome i suoi profeti e che l’uomo ha potuto chiamare per nome. Al di fuori di questo ‘incontro di nomi chiamati’ ci sono le fedi intellettuali della filosofia, o le non-fedi negli idoli.  
YHWH si presenta come il liberatore dalla schiavitù. Poteva dire molte altre cose (‘sono il Dio di Abramo, il creatore del mondo, il donatore della manna nel deserto’ …); e invece ha solo detto ‘Io sono colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto’. Basta questo breve incipit per dare contenuto al nome di Elohim. Non si comprendono le parole del Sinai, la Torah (Legge), forse l’intera Bibbia, se non li leggiamo dalla prospettiva dei campi di lavoro dell’Egitto e della liberazione: “Non ti farai idolo né immagine alcuna … Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai ” (20,4-5). Non ‘servirai’ (‘bd) gli idoli perché sei stato liberato dalla condizione ‘di servo’ (‘bd). La liberazione, se è vera, è una sola. 

Questo comando anti-idolatrico è una grande rivoluzione religiosa e antropologica, ed è un dono immenso a difesa di ogni libertà.

...
Le ‘dieci parole’ del Sinai sono ancora di fronte a noi. Ogni giorno vengono calpestate, gli idoli si moltiplicano, e con essi si riduce la nostra libertà. Ma quell’immagine non si è spenta, l’alleanza del Sinai non è stata revocata. La speranza nell’era della fraternità non può essere vana.

Leggi tutto:
Ecco la sola immagine vera  di Luigino Bruni



Guarda i post già pubblicati:

venerdì 10 luglio 2015

Il creato è un “dono da condividere”, da coltivare e soprattutto oggi “da custodire”. .. Le comunità educative hanno un ruolo vitale, un ruolo essenziale nella costruzione della cittadinanza e della cultura-Papa Francesco -VIAGGIO IN ECUADOR, BOLIVIA E PARAGUAY 5-13 LUGLIO 2015 / 6

VIAGGIO IN ECUADOR, BOLIVIA E PARAGUAY 5-13 LUGLIO 2015 / 6

Il creato è un “dono da condividere”,
da coltivare e soprattutto oggi “da custodire”.
Le comunità educative hanno un ruolo vitale, un ruolo essenziale 
nella costruzione della cittadinanza e della cultura.
Mi chiedo insieme con voi educatori:
 vegliate sui vostri studenti aiutandoli a sviluppare uno spirito critico,
 uno spirito libero, in grado di prendersi cura del mondo d’oggi? 

Papa Francesco


INCONTRO CON IL MONDO DELLA SCUOLA

E DELL'UNIVERSITÀ

Pontificia Università Cattolica dell’Ecuador, Quito

7 luglio 2015


A Quito il Papa è stato accolto in modo festoso da alcune migliaia di persone radunate in uno spazio esterno della Pontificia Università dell'Ecuador. Il primo saluto di Francesco è andato ai malati. Ad accogliere il Papa è stato il rettore dell'ateneo, quindi a rivolgere un saluto a Francesco sono stati il vescovo di Loja, mons. Alfredo José Espinoza Mateus, presidente per la Commissione episcopale per l'Educazione e la Cultura, e rappresentanti dei docenti e degli studenti. A chiudere la serie degli interventi è stato lo stesso rettore, Carrasco Castro.L'Università pontificia ecuadoriana, fondata nel 1946, è di proprietà dell'arcidiocesi di Quito ed è retta dai Padri Gesuiti.

... Nel Vangelo abbiamo ascoltato come Gesù, il Maestro, insegnava alla folla e al piccolo gruppo dei discepoli, adeguandosi alla loro capacità di comprensione. Lo faceva con parabole, come quella del seminatore (Lc 8,4-15). Il Signore è stato sempre “plastico” nel modo di insegnare. In modo che tutti potessero capire. Gesù non cercava di “sdottorare”. Al contrario, vuole arrivare al cuore dell’uomo, al suo ingegno, alla sua vita, affinché questa dia frutto. 
...
Nel racconto della Genesi, insieme alla parola “coltivare”, immediatamente ne dice un’altra: “custodire”, avere cura. Una si comprende a partire dall’altra. Una mano va verso l’altra. Non coltiva chi non ha cura e non ha cura chi non coltiva.
Non solo siamo invitati ad essere parte dell’opera creatrice coltivandola, facendola crescere, sviluppandola, ma siamo anche invitati ad averne cura, a proteggerla, custodirla. Oggi questo invito si impone a noi con forza. Non come una semplice raccomandazione, ma come un’esigenza che nasce «per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla…per questo, fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata terra» (Enc. Laudato si’, 2).

Una cosa è certa: non possiamo continuare a girare le spalle alla nostra realtà, ai nostri fratelli, alla nostra madre terra. Non ci è consentito ignorare quello che sta succedendo attorno a noi come se determinate situazioni non esistessero o non avessero nulla a che vedere con la nostra realtà. 


Non ci è lecito, di più, non è umano entrare nel gioco della cultura dello scarto.
Ancora una volta, si ripete con forza questa domanda di Dio a Caino: “Dov’è tuo fratello?”. Io mi chiedo se la nostra risposta continuerà ad essere: “Sono forse io il custode di mio fratello?” (Gen 4,9).
...
In questo contesto universitario sarebbe bello interrogarci sulla nostra educazione di fronte a questa terra che grida verso il cielo.
Le nostre scuole sono un vivaio, una possibilità, terra fertile per curare, stimolare e proteggere. Terra fertile assetata di vita.
Mi chiedo insieme con voi educatori: vegliate sui vostri studenti aiutandoli a sviluppare uno spirito critico, uno spirito libero, in grado di prendersi cura del mondo d’oggi? Uno spirito che sia in grado di trovare nuove risposte alle molte sfide che la società oggi pone all’umanità? Siete in grado di incoraggiarli a non ignorare la realtà che li circonda? A non ignorare ciò che succede intorno? Siete capaci di stimolarli a questo? A questo scopo bisogna farli uscire dall’aula, la loro mente bisogna che esca dall’aula, il loro cuore bisogna che esca dall’aula. Come entra nei diversi programmi universitari o nelle diverse aree di lavoro educativo la vita intorno a noi con le sue domande, i suoi interrogativi, le sue questioni? Come generiamo e accompagniamo il dibattito costruttivo, che nasce dal dialogo in vista di un mondo più umano? Il dialogo, quella parola-ponte, quella parola che crea ponti.
...
Le comunità educative hanno un ruolo vitale, un ruolo essenziale nella costruzione della cittadinanza e della cultura. Attenzione: non basta fare analisi, descrivere la realtà; è necessario dar vita ad ambiti, a luoghi di ricerca vera e propria, a dibattiti che generino alternative ai problemi esistenti, specialmente oggi, che è necessario andare al concreto.
...

Come Università, come istituzioni educative, come docenti e studenti, la vita ci sfida a rispondere a queste due domande: perché questa terra ha bisogno di noi? Dov’è tuo fratello?





Lo Spirito Santo ci ispiri e ci accompagni, perché Egli ci ha chiamato, ci ha invitato, ci ha dato l’opportunità e, al tempo stesso, la responsabilità di dare il meglio di noi. Ci dia la forza e la luce di cui abbiamo bisogno. È lo stesso Spirito che il primo giorno della creazione aleggiava sulle acque cercando di trasformare, cercando di dare la vita. È lo stesso Spirito che ha dato ai discepoli la forza della Pentecoste. È lo stesso Spirito che non ci abbandona e diventa un tutt’uno con noi per trovare nuovi modi di vita. Che sia Lui il nostro compagno e maestro di viaggio. Grazie!




GUARDA IL VIDEO
Servizio del Centro Televisivo Vaticano





GUARDA IL VIDEO
Il discorso integrale di Papa Francesco






Guarda anche i post già pubblicati su questo viaggio apostolico:

-  LA NOSTRA FEDE E' RIVOLUZIONARIA, EVANGELIZZARE NON CON IL PROSELITISMO,il MA ATTRAENDO CON LA NOSTRA TESTIMONIANZA.Papa Francesco -VIAGGIO IN ECUADOR, BOLIVIA E PARAGUAY 5-13 LUGLIO 2015 / 5


- CHIAMATI A DIFFONDERE BELLEZZA, COME BUON PROFUMO DI CRISTO Papa Francesco -VIAGGIO APOSTOLICO IN ECUADOR, BOLIVIA E PARAGUAY 5-13 LUGLIO 2015 / 4



- CORRERE IL RISCHIO DELL'AMORE ... IL VINO NUOVO, IL MIGLIORE, CI FA RECUPERARE LA GIOIA DELLA FAMIGLIA Papa Francesco, Ecuador - VIAGGIO APOSTOLICO IN ECUADOR, BOLIVIA E PARAGUAY 5-13 LUGLIO 2015 / 3

- La porta della misericordia - "Chiederò a Gesù, per ciascuno di voi, tanta misericordia: che vi ricopra con la sua misericordia, che abbia cura di voi Papa Francesco, Ecuador - VIAGGIO APOSTOLICO IN ECUADOR, BOLIVIA E PARAGUAY 5-13 LUGLIO 2015 / 2


- LA CHIESA RIFLESSO DELLA LUCE E DELL'AMORE DI DIO - Papa Francesco, Aeroporto di Quito, Ecuador - VIAGGIO APOSTOLICO IN ECUADOR, BOLIVIA E PARAGUAY 5-13 LUGLIO 2015 / 1

giovedì 9 luglio 2015

LA NOSTRA FEDE E' RIVOLUZIONARIA, EVANGELIZZARE NON CON IL PROSELITISMO,il MA ATTRAENDO CON LA NOSTRA TESTIMONIANZA.Papa Francesco -VIAGGIO IN ECUADOR, BOLIVIA E PARAGUAY 5-13 LUGLIO 2015 / 5

VIAGGIO APOSTOLICO IN ECUADOR, BOLIVIA E PARAGUAY 5-13 LUGLIO 2015 / 5

LA NOSTRA FEDE E' RIVOLUZIONARIA, 
EVANGELIZZARE NON CON IL PROSELITISMO 
MA ATTRAENDO CON LA NOSTRA TESTIMONIANZA.
Siate una testimonianza di comunione fraterna 
che diventa risplendente!
Papa Francesco 


Santa Messa nel Parco del Bicentenario di Quito


7 luglio 2015





Una folla enorme - circa un milione e mezzo di persone - ha fatto da cornice all'arrivo del Papa al Parque del bicentenario di Quito per la celebrazione della Messa, il primo degli appuntamenti della giornata, la terza in Ecuador. Una folla che ha bivaccato per tutta la scorsa notte, anche sotto la pioggia, e ha salutato con grande calore il giro di saluto di Francesco lanciando fiori verso la papamobile. Il giro è stato accompagnato da canti, musica e dalla voce entusiastica di uno speaker.Il Parco, inaugurato il 27 aprile 2013, sorge sul luogo del vecchio aeroporto dove nel 1985 era atterrato Giovanni Paolo II.Prima della Messa, in un salone del Centro congressi che sorge nel Parco, il Papa ha incontrato in forma privata i vescovi dell'Ecuador.



La parola di Dio ci invita a vivere l’unità perché il mondo creda.
Immagino quel sussurro di Gesù nell’ultima cena come un grido, in questa Messa che celebriamo nella Piazza del Bicentenario. Immaginiamoli insieme. il Bicentenario di quel grido di indipendenza dell’America Ispanofona. Quello è stato un grido nato dalla coscienza della mancanza di libertà, di essere spremuti e saccheggiati, «soggetti alle convenienze contingenti dei potenti di turno» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 213).

Vorrei che oggi queste due grida concordassero nel segno della bella sfida dell’evangelizzazione. Non con parole altisonanti, o termini complicati, ma una concordia che nasca “dalla gioia del Vangelo”, che «riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento» (ibid., 1), dalla coscienza isolata. Noi qui riuniti, tutti insieme alla mensa con Gesù, diventiamo un grido, un clamorenato dalla convinzione che la sua presenza ci spinge verso l’unità e «segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile» (ibid., 14). 
“Padre, che siano una cosa sola perché il mondo creda” (cfr Gv 17,21): così Gesù manifestò il suo desiderio guardando il cielo. Nel cuore di Gesù sorge questa domanda in un contesto di invio: «Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo» (Gv 17,18).


In quel momento, il Signore sta sperimentando nella propria carne il peggio di questo mondo, che ama comunque alla follia: intrighi, sfiducia, tradimento, però non si nasconde, non si lamenta.Anche noi constatiamo quotidianamente che viviamo in un mondo lacerato dalle guerre e dalla violenza. Sarebbe superficiale ritenere che la divisione e l’odio riguardano soltanto le tensioni tra i Paesi o i gruppi sociali. In realtà, sono manifestazioni di quel “diffuso individualismo” che ci separa e ci pone l’uno contro l’altro (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 99), frutto della ferita del peccato nel cuore delle persone, le cui conseguenze si riversano anche sulla società e su tutto il creato. Proprio a questo mondo che ci sfida, con i suoi egoismi, Gesù ci invia, e la nostra risposta non è fare finta di niente, sostenere che non abbiamo mezzi o che la realtà ci supera. La nostra risposta riecheggia il grido di Gesù e accetta la grazia e il compito dell’unità.
...

L’anelito all’unità suppone la dolce e confortante gioia di evangelizzare, la convinzione di avere un bene immenso da comunicare, e che, comunicandolo, si radica; e qualsiasi persona che abbia vissuto questa esperienza acquisisce una sensibilità più elevata nei confronti delle necessità altrui (cfr ibid., 9). Da qui, la necessità di lottare per l’inclusione a tutti i livelli, lottare per l’inclusione a tutti i livelli!, evitando egoismi, promuovendo la comunicazione e il dialogo, incentivando la collaborazione. «Bisogna affidare il cuore al compagno di strada senza sospetti, senza diffidenze … Affidarsi all’altro è qualcosa di artigianale, la pace è artigianale» (ibid., 244). E’ impensabile che risplenda l’unità se la mondanità spirituale ci fa stare in guerra tra di noi, alla sterile ricerca di potere, prestigio, piacere o sicurezza economica. E questo sulle spalle dei più poveri, dei più esclusi, dei più indifesi, di quelli che non perdono la loro dignità a dispetto del fatto che la colpiscono tutti i giorni.

Questa unità è già un’azione missionaria “perché il mondo creda”. L’evangelizzazione non consiste nel fare proselitismo – il proselitismo è una caricatura dell’evangelizzazione – ma nell’attrarre con la nostra testimonianza i lontani, nell’avvicinarsi umilmente a quelli che si sentono lontani da Dio e dalla Chiesa, avvicinarsi a quelli che si sentono giudicati e condannati a priori da quelli che si sentono perfetti e puri. Avvicinarci a quelli che hanno paura o agli indifferenti per dire loro: «Il Signore chiama anche te ad essere parte del suo popolo e lo fa con grande rispetto e amore» (ibid., 113). Perché il nostro Dio ci rispetta persino nella nostra bassezza e nel nostro peccato. Questa chiamata del Signore con che umiltà e con che rispetto lo descrive il testo dell’Apocalisse: Vedi? Sto alla porta e chiamo; se vuoi aprire…; non forza, non fa saltare la serratura, semplicemente suona il campanello, bussa dolcemente e aspetta. Questo è il nostro Dio! 
...
Il nostro grido, in questo luogo che ricorda quel primo grido di libertà, attualizza quello di san Paolo: «Guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1 Cor 9,16). E’ tanto urgente e pressante come quello che manifestava il desiderio di indipendenza. Ha un fascino simile, ha lo stesso fuoco che attrae. Fratelli, abbiate i sentimenti di Gesù! 
Siate una testimonianza di comunione fraterna che diventa risplendente!


E che bello sarebbe che tutti potessero ammirare come noi ci prendiamo cura gli uni degli altri, come ci diamo mutuamente conforto e come ci accompagniamo! Il dono di sé è quello che stabilisce la relazione interpersonale che non si genera dando “cose”, ma dando sé stessi. In qualsiasi donazione si offre la propria persona. “Darsi” significa lasciare agire in sé stessi tutta la potenza dell’amore che è lo Spirito di Dio e in tal modo aprirsi alla sua forza creatrice. E darsi anche nei momenti più difficili, come in quel Giovedì Santo di Gesù in cui Lui sapeva come si tessevano i tradimenti e gli intrighi, ma si donò, si donò, si donò a noi con il suo progetto di salvezza. L’uomo donandosi si incontra nuovamente con sé stesso, con la sua vera identità di figlio di Dio, somigliante al Padre e, in comunione con Lui, datore di vita, fratello di Gesù, del quale rende testimonianza. Questo significa evangelizzare, questa è la nostra rivoluzione – perché la nostra fede è sempre rivoluzionaria – questo è il nostro più profondo e costante grido.


Leggi tutto:
Omelia Santa Messa nel Parco del Bicentenario di Quito 7 luglio 2015


GUARDA IL VIDEO
OMELIA INTEGRALE



GUARDA IL VIDEO
MESSA INTEGRALE


Guarda anche i post già pubblicati su questo viaggio apostolico: