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venerdì 3 agosto 2018

Intenzione di preghiera per il mese di agosto 2018: Le famiglie tesoro dell'umanità. (Testo e video)


Intenzione di preghiera per il mese di agosto 2018


La vita di oggi può mettere in pericolo la famiglia pertanto sono necessarie misure concrete per aiutarla a crescere. E’ il cuore del videomessaggio, promosso dalla Rete Mondiale di Preghiera del Papa, per l’intenzione di preghiera del mese di agosto.


Il testo in italiano del videomessaggio:

Parlando delle famiglie, spesso mi viene in mente l'immagine di un tesoro.

Il ritmo della vita attuale, lo stress, la pressione del lavoro 
e anche, la poca attenzione da parte delle istituzioni, possono metterle in pericolo. 

Non è sufficiente parlare della loro importanza: 
bisogna promuovere misure concrete 
e sviluppare il loro ruolo nella società con una adeguata politica familiare. 

Preghiamo insieme a Gesù perché le grandi scelte economiche e politiche 
proteggano le famiglie come un tesoro dell’umanità

Guarda il video


giovedì 2 agosto 2018

Papa Francesco cambia il paragrafo del Catechismo sulla pena di morte


Papa Francesco cambia il paragrafo del Catechismo sulla pena di morte
La Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che «la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona», e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo. Questo il nuovo testo del Catechismo della Chiesa Cattolica sulla pena capitale

Lettino per l'iniezione letale dei condannati a morte  (Copyright © Ken Piorkowski 2012)

Papa Francesco ha approvato con un Rescritto la nuova redazione del n. 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica relativo alla pena di morte. Il nuovo testo è il seguente:

“Per molto tempo il ricorso alla pena di morte da parte della legittima autorità, dopo un processo regolare, fu ritenuta una risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti e un mezzo accettabile, anche se estremo, per la tutela del bene comune. Oggi è sempre più viva la consapevolezza che la dignità della persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi. Inoltre, si è diffusa una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato. Infine, sono stati messi a punto sistemi di detenzione più efficaci, che garantiscono la doverosa difesa dei cittadini, ma, allo stesso tempo, non tolgono al reo in modo definitivo la possibilità di redimersi. Pertanto la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che «la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona», e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo.

La citazione è tratta dal discorso di Papa Francesco ai partecipanti all’incontro promosso dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, l’11 ottobre 2017, mentre l’approvazione è avvenuta nel corso dell’udienza al prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale Luis F. Ladaria, l’11 maggio scorso, e la firma è datata 1° agosto 2018, memoria di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori.

Il testo precedente

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, promulgato nel 1992, era già stato corretto nel paragrafo sulla pena di morte dopo le affermazioni di Giovanni Paolo II nella Enciclica Evangelium vitaenel 1995. Il testo emendato, che considerava “praticamente inesistenti” i casi di assoluta necessità della pena capitale, così affermava:

“L`insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell`identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l`unica via praticabile per difendere efficacemente dall`aggressore ingiusto la vita di esseri umani. Se, invece, i mezzi incruenti sono sufficienti per difendere dall`aggressore e per proteggere la sicurezza delle persone, l`autorità si limiterà a questi mezzi, poiché essi sono meglio rispondenti alle condizioni concrete del bene comune e sono più conformi alla dignità della persona umana. Oggi, infatti, a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l`ha commesso, senza togliergli definitivamente la possibilità di redimersi, i casi di assoluta necessità di soppressione del reo «sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti»”.

Sviluppo della dottrina non in contraddizione con gli insegnamenti anteriori

Accompagna il Rescritto una lettera del cardinale Ladaria ai vescovi di tutto il mondo, in cui il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede spiega che “la nuova formulazione del n. 2267 del Catechismo esprime un autentico sviluppo della dottrina” e che “non è in contraddizione con gli insegnamenti anteriori del Magistero. Questi, infatti, possono spiegarsi alla luce della responsabilità primaria dell’autorità pubblica di tutelare il bene comune, in un contesto sociale in cui le sanzioni penali si comprendevano diversamente e avvenivano in un ambiente in cui era più difficile garantire che il criminale non potesse reiterare il suo crimine”.

L'appello di Giovanni Paolo II ad abolire la pena di morte

Il porporato ricorda che Papa Francesco aveva chiesto che fosse riformulato l’insegnamento sulla pena di morte nel discorso, pronunciato nell’ottobre scorso, in occasione del venticinquesimo anniversario della pubblicazione della Costituzione Apostolica Fidei depositum, con la quale Giovanni Paolo II promulgava il Catechismo della Chiesa Cattolica, “in modo da raccogliere meglio lo sviluppo della dottrina avvenuto su questo punto negli ultimi tempi”, alla luce di una “coscienza sempre più chiara nella Chiesa del rispetto dovuto ad ogni vita umana”. “In questo sviluppo – sottolinea il cardinale Ladaria - è di grande importanza l’insegnamento della Lettera enciclica Evangelium vitae di Giovanni Paolo II” che annoverava tra i segni di speranza di una nuova civiltà della vita «la sempre più diffusa avversione dell’opinione pubblica alla pena di morte». Papa Wojtyla nel Messaggio natalizio del 1998 aveva auspicato «nel mondo il consenso nei confronti di misure urgenti ed adeguate ... per bandire la pena di morte». Il mese successivo, negli Stati Uniti, egli ripeteva: «Un segno di speranza è costituito dal crescente riconoscimento che la dignità della vita umana non deve mai essere negata, nemmeno a chi ha fatto del male. La società moderna possiede gli strumenti per proteggersi senza negare in modo definitivo ai criminali la possibilità di ravvedersi. Rinnovo l’appello lanciato a Natale, affinché si decida di abolire la pena di morte, che è crudele e inutile».

Benedetto XVI: eliminare la pena capitale

“La spinta ad impegnarsi per l’abolizione della pena di morte - afferma il porporato - è continuata” con Benedetto XVI che ha richiamato «l’attenzione dei responsabili della società sulla necessità di fare tutto il possibile per giungere all’eliminazione della pena capitale».

Dovere dell'autorità di difendere la vita dei cittadini

“La nuova redazione del n. 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica, approvata da Papa Francesco - rileva il card. Ladaria - si situa in continuità con il Magistero precedente, portando avanti uno sviluppo coerente della dottrina cattolica”, tenendo fermo il principio che “certamente, resta in piedi il dovere della pubblica autorità di difendere la vita dei cittadini, come è stato sempre insegnato dal Magistero e come conferma il Catechismo della Chiesa Cattolica nei numeri 2265 e 2266”. Il nuovo testo - conclude il cardinale Ladaria – “vuole costituire una spinta a un deciso impegno, anche attraverso un rispettoso dialogo con le autorità politiche, affinché sia favorita una mentalità che riconosca la dignità di ogni vita umana e vengano create le condizioni che consentono di eliminare oggi l’istituto giuridico della pena di morte laddove è ancora in vigore”.



Abitare i social network non è gioco da ragazzi di Cristina Pasqualini

Destinazione Sinodo/17 .
Abitare i social network non è gioco da ragazzi 
di Cristina Pasqualini
Docente di Sociologia all’Università Cattolica,
fra gli autori del Rapporto Giovani 
dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori.






IMillennials, ovvero i ventenni-trentenni italiani, non sono pienamente nativi digitali, perché pur essendo social, non sono nati con la rete e i social network. Sono stati iniziati al loro uso durante l' infanzia, prendendo in prestito la dotazione tecnologica domestica, ancora rudimentale, dei loro genitori, mostrando, tuttavia, sin da subito una spiccata disinvoltura, una modalità di approcciarsi più libera e meno preoccupata, dettata dalla curiosità per le possibilità nuove, ancora inesplorate, disponibili nelle loro mani. Con un click sulla tastiera era possibile connettersi con il mondo ed esplorarlo, da casa propria.
Quello della comunicazione digitale è uno degli ambiti in cui le differenze generazionali sono più evidenti.
L' atteggiamento degli adulti nei confronti delle nuove tecnologie della comunicazione è sempre stato cauto, preoccupato e impacciato.
Sono interstiziali, un po' dentro e un po' fuori, affaticati dal non riuscire a stare al passo con una tecnologia spietatamente incomprensibile, astrusa, dove prima devi provare a capire come funziona e poi applicarti a lungo, meglio se assistito dai giovani. Gli adulti - che in letteratura definiamo digital immigrants - possono scegliere di affrontare lo scoglio, cimentandosi nell' impresa con coraggio e impegno, riaggiornando la patente di guida, da analogica a digitale, oppure ripiegare e aggirare l' ostacolo, conservando la loro vecchia patente, con la quale continueranno ugualmente a guidare, tuttavia in un territorio fisico più circoscritto e limitato. Questa seconda opzione non è indolore, in quanto alimenta la frustrazione e priva della possibilità di essere con gli altri su scala più ampia, in tutti quei 'nuovi-luoghi', come direbbe l' antropologo Marc Augé, alcuni dei quali ibridi, a metà strada tra il reale e il virtuale, che si sono generati proprio grazie alla rete e ai social network. Il fatto di essere dentro/fuori ha implicazioni sul benessere personale e relazionale, oltre che economico delle persone.
Di qui, allora, da un lato, la preoccupazione di recuperare e includere gli adulti quanto più possibile, ma anche provare a capire che uso ne fanno le giovani generazioni, a partire dai Millennials. Perché, a ben vedere, il fatto che gli adulti siano un passo indietro rispetto ai giovani rispetto alla comunicazione digitale è un problema degli adulti che ricade sui giovani, i quali sono esposti a una quantità ampia di stimoli che non sempre sanno gestire in autonomia; incontrano alcune buone opportunità, ma anche molti rischi. I Millennials, lasciati soli nella rete e nei social network, che esperienze fanno?
Questa domanda ha spinto l' Osservatorio Giovani dell' Istituto Toniolo a scendere in campo con due azioni di ricerca specifiche. Alla fine del 2016 è stata realizzata una prima indagine su giovani e social network su un campione rappresentativo a livello nazionale di 2.182 intervistati nati tra il 1982 e il 1997. Successivamente, nel 2017 è stato realizzato l' approfondimento internazionale EU Young Online, dedicato all' ostilità in rete, su un campione di 5.000 giovani 18-35enni di cinque diversi Paesi europei (Italia, Francia, Spagna, Germania, Regno Unito). Entrambi gli approfondimenti sono stati curati da chi scrive assieme a Fabio Introini e pubblicati rispettivamente nei Rapporti Giovani 2017 e 2018.
Il primo dato riguarda l' accesso. Nella generazione dei Millennials il problema non è il digital divide, ma eventualmente quello che abbiamo definito social divide.
Oltre il 90% ha un account attivo su Facebook, circa il 60% su Instagram, circa il 40% su Twitter e poco più del 20% su Linkedin. I social network non sono tutti uguali, sono luoghi con identità definite, in cui sappiamo che cosa troveremo, che cosa è possibile fare e che cosa meno. I social come Facebook e Instagram, a cui possiamo aggiungere sicuramente WhatsApp e YouTube, sono quelli che piacciono maggiormente ai giovani, soprattutto alle femmine, in cui si possono condividere foto, quindi emozioni, esperienze, più che informazioni. I social come Linkedin e Twitter sono percepiti come spazi da grandi, forse troppo 'seri', in cui più che emozionarti e divertirti al massimo puoi informarti e informare i tuoi followers, in cui devi presentarti agli altri con un profilo professionale, che a questa età non può che essere ancora abbozzato.
L' social uso ludico è quello che i Millennials preferiscono. I sono considerati luoghi in cui è bene esserci per non essere esclusi, anche dagli stessi amici che si incontrano già offline. Ma che luoghi sono? il 71,8% considera i social network come ambienti altamente inaffidabili, in cui le notizie che circolano possono essere sia vere sia fake news, e le persone sia reali che troll. Infatti, il 13% è stato trollato. Nelle rappresentazioni dei giovani, anche chi trolla è mosso da finalità ludiche: è un passatempo come un altro (dice il 63%), ma anche un modo per essere visibili (per il 73%).
L' 86,7% degli intervistati è 'molto/abbastanza' d' accordo nel ritenere che i social network non vanno presi troppo sul serio, così come l' 80,9% afferma che sono uno spazio dove si comunica per divertirsi ed evadere. Il considerare i social luoghi inaffidabili, da un lato giustifica e rinforza un loro uso ludico, dall' altro ha reso i giovani più cauti: il 53,2% afferma che 'spesso/sempre' prima di condividere un contenuto verifica la fonte. Altri rischi, più seri, caratterizzano la rete e i social.
Ad esempio, si può essere tenuti a distanza e presi di mira per la propria nazionalità, per la lingua, per il colore della pelle, ma anche per l' aspetto fisico e la religione. I giovani italiani, così come i coetanei europei intervistati, sono consapevoli che l' hate speech, ovvero l' odio in rete, ha conseguenze sulla vita reale delle persone offese e i loro sentimenti nei confronti delle possibili vittime sono la rabbia, il disprezzo, la vergogna e la tristezza. Non restano indifferenti.
La rappresentazione, diffusa tra i Millennials, dei social come luoghi inaffidabili e ludici, li porta a non considerarli seriamente come luoghi dell' impegno, della partecipazione e dell' auto-promozione. Ma, essendo spazi così popolati e popolari tra i giovani, non possono e non possiamo lasciare che siano abitati in questo modo. Di una cosa sono certa, non basta esserci, i social raggiungono il massimo delle loro potenzialità quando vengono abitati, quando si apprendono le logiche e le regole, quando li si usa per fare rete, per generare capitale sociale composito. Quest' ultimo si alimenta sia di rapporti con le persone che conosciamo e frequentiamo nella vita reale - le relazioni di prossimità, di comunità, che Mark Granovetter chiama 'legami forti' - sia di 'legami deboli', di connessioni con persone che non conosciamo direttamente, che magari abbiamo incontrato una volta nella vita, di cui vagamente ricordiamo l' esistenza, ma che nella logica del networking possono risultare fondamentali per la risoluzione di alcuni nostri problemi, come, non da ultimo, trovare lavoro.
Se vogliamo che sia una risorsa per i giovani, è necessario che imparino a costruire la propria rete online: allargata ma al contempo protetta, potenzialmente affidabile e collaborativa. Il 59% lo ha già capito, perché ritiene che sui social sia più facile ottenere informazioni e contatti per la ricerca del lavoro, mentre ancora solo il 4,9% considera che, se fatto opportunamente, il privato può essere un' arma in più anche per rendersi appetibili a datori di lavoro. Da questo punto di vista, l' uso dei social network, per i Millennials, è ancora 'a mezzo servizio'. Di qui il social divide, non più legato all' accesso ma al tipo di presenza.
Le differenze più significative, in termini di impatto positivo sui corsi di vita, le si riscontra proprio tra chi li usa bene e chi li usa per gioco. I social non sono un gioco, al massimo un gioco serio.


(Fonte: Avvenire - 01.08.2018)

Il Perdono di Assisi - Cacciari: Il peccato per eccellenza? L'egoismo che ci isola - Padre Fortunato spiega il senso del Perdono d'Assisi: E' la riscoperta di noi stessi amati da Dio e dell'altro amato da noi

Il Perdono di Assisi - I primi due giorni di agosto sono tradizionalmente legati, nella Chiesa, al Perdono di Assisi, ovvero l'indulgenza plenaria che San Francesco ottenne da Papa Onorio III nel 1216


Cacciari: Il peccato per eccellenza? L'egoismo che ci isola - 
Padre Fortunato spiega il senso del Perdono d'Assisi: 
E' la riscoperta di noi stessi amati da Dio e dell'altro amato da noi

Cacciari: Francesco chiedeva perdono per il peccato per eccellenza, cioè la mancanza di accoglienza. I suoi contemporanei non accoglievano i lebbrosi, i poveri, gli ultimi, gli infanti. Si pecca quando ci si chiude in se stessi: il peccato fondamentale è quello di egoismo. Credo che ne siamo stati contagiati
Padre Fortunato spiega il senso del Perdono d'Assisi: E' la riscoperta di noi stessi amati da Dio e dell'altro amato da noi. Di noi stessi perché prendiamo coscienza che siamo limitati e a volte sbagliamo e ci smarriamo; dell'altro perché continuamente le relazioni hanno bisogno di nutrirsi di perdono per ricominciare e riprendere il cammino

Cacciari: Il peccato per eccellenza? 
L'egoismo che ci isola
di Davide Denina

Nel giorno della ricorrenza dell’indulgenza plenaria concessa dal papa a san Francesco nel 1216, abbiamo chiesto al filosofo Massimo Cacciari se la logica su cui si fonda la festa del Perdono di Assisi è ancora attuale oggi. 

Siamo ancora capaci di perdonare? Oppure prevalgono prevaricazione e arroganza? 

La prevaricazione e l’arroganza sono l’opposto del perdono, in ogni accezione che questo termine ricopre. Prima di parlare di perdono, però, bisognerebbe parlare di dono. Il perdono è, per così dire, una forma di dono “all’ennesima potenza”.

Bisogna capire – e io ne dubito - se viviamo in un sistema sociale che abbia un rapporto con l’idea di dono. La nostra è una società dello scambio mercantile, dove questa idea non esiste e non ha alcuna funzione. Questa non è una critica particolare, ma una constatazione: in una società come la nostra, il dono non sussiste e non deve sussistere. Altrimenti, verrebbe meno la razionalità stessa dello scambio e del mercato. 

Il nostro è un sistema sociale, di produzione culturale e ideologica che non ha alcun rapporto con il dono. Il perdono, dunque, è ancora più difficile da immaginare. 

Oggi, questo dono all’"ennesima potenza" è quasi un paradosso, una contraddizione: non abbiamo nulla a che fare né con il dono, né con il perdono. 

Di quali peccati dovrebbero pentirsi gli italiani? 

Francesco chiedeva perdono per il peccato per eccellenza, cioè la mancanza di accoglienza. I suoi contemporanei non accoglievano i lebbrosi, i poveri, gli ultimi, gli infanti. Si pecca quando ci si chiude in se stessi: il peccato fondamentale è quello di egoismo. Credo che ne siamo stati contagiati.

Si riferisce anche ai respingimenti dei migranti?

Anche se li facessero sbarcare, chi li accoglierebbe una volta in Italia? Non sono le attuali politiche, l’attuale governo, l’attuale Europa. Una volta che i governi creassero le condizioni per l’accoglienza di questi poveri, chi li prenderebbe in carico nelle nostre città? I governi attuali sono il perfetto specchio del paese. Non creiamoci alibi. 

Che ne è stato del mito degli “italiani brava gente”? 

Brava gente non lo siamo mai stati. Nessun popolo lo è mai stato. Quando la gente diventa massa - perché vive comprensibili paure, perché soffre condizioni di disagio – allora esprime il peggio di ogni individuo. Questi sono processi fisici, che trovano sempre conferma in situazioni di crisi economica e di trasformazioni epocali. 

E poi - come scriveva Aristotele - ci sono gli “adulatori del popolo” che soffiano sul fuoco… 

Ci sono sempre stati, sempre ci saranno. E sono quelli che, invece di tentare di correggere queste naturali tendenze, le incentivano, le promuovono, le fomentano, ci vivono sopra. I demagoghi sono i peggiori tra i peggiori. 

A chi ti percuote sulla guancia porgi anche l’altra, a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica…

Questa è la grande testimonianza cristiana, il mandatum novum evangelicum. Ritengo, con Max Weber, che sia impossibile nella prassi politica. 


Padre Enzo: Il Perdono di Assisi
 è la riscoperta di noi e dell'altro, 
la base delle relazioni umane
di Andrea Acali

Cos'è l'indulgenza

E' la cancellazione della pena che rimane in seguito ai peccati commessi e che serve a riparare il disordine causato dal peccato stesso. Attenzione, l'indulgenza non cancella i peccati, come a volte si pensa in maniera errata. Per il perdono è sempre necessaria la confessione sacramentale. La purificazione si può invece ottenere attraverso la preghiera, la mortificazione, le opere buone, la sofferenza e il penitente in questa riparazione non è solo. Può infatti attingere ai meriti infiniti di Cristo e a quelli dei santi. In virtù di questa comunione dei santi la Chiesa concede, a chi abbia le giuste disposizioni e compia alcuni atti prescritti, il beneficio dell'indulgenza.

Ma cosa rappresenta il Perdono di Assisi in un momento storico come quello attuale, in cui il Papa pone continuamente l'accento sulla misericordia di Dio? Lo abbiamo chiesto a padre Enzo Fortunato, direttore della sala stampa del Sacro convento di Assisi:

"E' la riscoperta di noi stessi e dell'altro. Di noi stessi perché prendiamo coscienza che siamo limitati e a volte sbagliamo e ci smarriamo; dell'altro perché continuamente le relazioni hanno bisogno di nutrirsi di perdono per ricominciare e riprendere il cammino. Le persone che non riescono a perdonare e a dimenticare hanno smarrito la loro umanità e diventano rancorose, avvelenando l'ambiente in cui vivono ma soprattutto il loro tessuto di vita".

Quest'anno c'è una novità importante, l'esposizione dell'abito che indossava Padre Pio quando ricevette le stimmate. Qual è il senso dell'esposizione di questa preziosa reliquia?

"La comunità dei frati minori, come ogni comunità in generale, pone al centro i simboli che richiamano in questi giorni il valore di chi ha incarnato il sacramento della misericordia e i gesti di perdono. Accostarsi ad essi significa avere dei modelli che ci dicono che è possibile vivere animati dal perdono e dalla misericordia".

Il Perdono di Assisi nasce come una consuetudine francescana che però si è estesa a tutta la terra. Quale messaggio arriva da Assisi alla Chiesa universale e al mondo intero?

"Da Assisi parte un messaggio che si rinnova ogni anno e di cui si riscopre l'attualità: più perdoniamo, più diventiamo umani e capaci di accoglierci e accogliere. L'uomo che perdona, la donna che perdona, il giovane che perdona è un uomo, una donna, un giovane luminoso che sorride alla vita e la vita gli sorride".

La storia

In una notte di luglio del 1216, mentre Francesco pregava nella Porziuncola, ebbe la visione sfolgorante di Gesù sopra l'altare insieme alla Santissima Vergine e a una moltitudine di angeli. Gli fu chiesto cosa desiderasse per la salvezza delle anime e il frate d'Assisi supplicò che venisse concessa la remissione delle colpe a quanti, confessati e pentiti, avessero visitato quella chiesa. Gesù glielo concesse a patto che Francesco domandasse al Papa l'indulgenza. Cosa che il santo fece subito a Perugia, dove Onorio era stato appena eletto dopo la morte di Innocenzo III il 16 luglio. Papa Francesco si recò pellegrino alla Porziuncola il 4 agosto 2016 in occasione dell'ottavo centenario del Perdono.

Le condizioni

L'indulgenza all'inizio fu concessa solo a chi avesse visitato la Porziuncola il 2 agosto. Con il tempo venne estesa a tutte le chiese francescane e poi a tutte le parrocchie, con la possibilità di visitarle da mezzogiorno del 1° agosto a tutto il 2. Per lucrare l'indulgenza plenaria sono necessari, oltre alla visita durante la quale si pregano il Padre Nostro e il Credo, la confessione e la comunione (possibili anche otto giorni prima o dopo quello della visita) e una preghiera secondo le intenzioni del Papa (di solito un Padre Nostro, un'Avemaria e un Gloria). Inoltre, è necessario avere un animo che escluda qualsiasi affetto al peccato, anche veniale.

Le celebrazioni

Sono iniziate ad Assisi già nei giorni scorsi, con il triduo di preparazione e l'arrivo del saio che Padre Pio indossava il 20 settembre 1918 quando ricevette le stimmate. La reliquia resterà alla Porziuncola fino a domani, poi venerdì mattina sarà trasferita nel Santuario della Spogliazione dove domenica alle 11 ci sarà la solenne concelebrazione eucaristica presieduta dal vescovo di Assisi mons. Domenico Sorrentino. Poi il saio sarò portato a La Verna, dove lunedì 6 è prevista una celebrazione presieduta dal cardinale Angelo Comastri, arciprete della Basilica di S. Pietro, prima di tornare a S. Giovanni Rotondo. Oggi alle 11 fra Michael Perry, ministro generale dell'Ordine dei Frati minori, presiederà la Messa al termine della quale si svolgerà la processione di "Apertura del Perdono". 

In serata alle 19 i vespri presieduti da mons. Sorrentino, a seguire l'offerta dell'incenso da parte del sindaco Stefania Proietti e alle 21.15 veglia con la processione "aux flambeuax" guidata dal custode della Porziuncola padre Giuseppe Renda. Domani la basilica resterà aperta per l'intera giornata. Tra le celebrazioni eucaristiche quelle presiedute da mons. Sorrentino, dal vescovo di Gubbio mons. Paolucci Bedini e dal provinciale dei frati minori padre Claudio Durighetto. Nel pomeriggio è previsto l'arrivo dei giovani che da tutta Italia hanno preso parte alla 38^ Marcia Francescana. Sul sagrato diverse le manifestazioni che faranno da contorno all'evento, tra cui il Concerto del Perdono eseguito dalla Banda musicale della Gendarmeria Vaticana.

(Fonte: In Terris)


Perdono di Assisi: ecco il programma delle celebrazioni 

La festa. Il Perdono di Assisi, quella «porta per il Paradiso» nella Porziuncola


mercoledì 1 agosto 2018

Papa Francesco incontra i ministranti di tutto il mondo: "Che cosa farebbe Gesù al mio posto?... la strada verso la santità non è per i pigri." (testi e video)

INCONTRO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
CON I PARTECIPANTI AL 12mo PELLEGRINAGGIO INTERNAZIONALE DEI MINISTRANTI
ORGANIZZATO DAL 
COETUS INTERNATIONALIS MINISTRANTIUM (CIM)
Piazza San Pietro
Martedì, 31 luglio 2018



Quasi 100mila ministranti, di età compresa tra i 13 e i 23 anni, hanno incontrato oggi Papa Francesco in Piazza San Pietro. Una grande festa più che un'udienza che ha rappresentato il culmine del loro XII Pellegrinaggio internazionale che quest’anno si svolge sotto il motto: “Cerca la pace e perseguila!”, tratto dal Salmo 34,15. I giovani ministranti venuti a Roma da 19 paesi, soprattutto d’Europa, ma anche Usa e perfino Antigua e Barbuda hanno accolto con grande entusiasmo Bergoglio in piazza San Pietro. E lui ha ricambiato con lo stesso atteggiamento compiendo un lungo giro tra i settori gremiti della piazza e spingendosi con la jeep fino a metà di via della Conciliazione, gremita come anche piazza Pio XII.



Il presidente della Cim (Coetus Internationalis Ministrantium), che organizza il pellegrinaggio, monsignor Ladislav Nemet, saluta il Pontefice ricordando che “oggi, viviamo in pace quasi ovunque in Europa. Molto spesso accettiamo questo stato di pace come un fatto del tutto normale, quasi ovvio“. E sarebbe bello, aggiunge, „se una vita in pace in tutte le parti del mondo fosse così naturale!“.

Più spazio alla voglia di pace che alle paure

La prego di incoraggiarci, conclude il presidente della Cim, ”affinché possiamo dare più spazio al nostro desiderio di pace che alle nostre paure. Vogliamo portare a casa l'esperienza di un cuore aperto: alle nostre famiglie, alla nostra scuola, ai nostri amici e ai nostri parenti, ambiti che non sono sempre facili”. Crediamo fermamente che il nostro desiderio di pace, raggiungerà anche la società. Perché “vogliamo rendere il nostro mondo un luogo dove possiamo vivere pacificamente e bene insieme. Perché in un mondo così anche a Dio piace essere a casa”.






Guarda il video

PAROLE DEL SANTO PADRE

Cari ministranti, buonasera!

mi dà gioia vedervi così numerosi qui in Piazza San Pietro, adornata con i colori delle vostre bandiere. Ho avuto anche la gioia di vedervi già verso mezzogiorno, con questo caldo: siete coraggiosi! Complimenti! Mi avete consegnato i segni distintivi del vostro pellegrinaggio: grazie di cuore! Sono pellegrino con voi che venite da tanti Paesi del mondo. Siamo uniti nella fede in Gesù Cristo, siamo in cammino con Lui che è la nostra pace. Ringrazio il vostro Presidente Monsignor Nemet per il saluto che mi ha rivolto a nome vostro. Mi ha chiesto di incoraggiarvi, ha chiesto: “Ermutigen Sie sie, Heiliger Vater!”. Devo incoraggiarvi. Per questo do il posto a voi, e voi fate le domande.

DOMANDE DEI GIOVANI E RISPOSTE DEL SANTO PADRE


Domanda n. 1 - Dal Lussemburgo (area linguistica francese)

[Santo Padre, come ministranti e anche come credenti ci doniamo a vicenda la pace dandoci il segno della pace durante la Santa Messa. Come possiamo contribuire a far uscire questa pace anche fuori dai muri delle nostre chiese e così essere costruttori di pace nelle nostre comunità, nei nostri Paesi, nelle nostre famiglie e nel mondo?]

Papa Francesco:

Grazie! Hai detto molto bene: la pace e la Santa Messa vanno insieme. Prima del segno della pace chiediamo al Signore di dare pace e unità alla comunità della Chiesa. La pace è il suo dono che ci trasforma affinché noi, come membra del suo corpo, possiamo provare gli stessi sentimenti di Gesù, possiamo pensare come Lui pensa – gli stessi sentimenti di Gesù, e pensare come Gesù pensa! –, amare come Lui ama. E questo dà pace. E alla fine della Messa siamo inviati con la parola: «Andate in pace», cioè: portate la pace con voi, per darla agli altri, darla con la vostra vita, con il sorriso, con le opere di carità. L’impegno concreto per la pace è la prova del fatto che siamo veramente discepoli di Gesù. La ricerca della pace comincia dalle piccole cose. Per esempio, a casa, dopo un litigio tra fratelli, mi chiudo in me stesso – domando – facendo l’offeso, o provo a fare un passo verso l’altro? So fare la pace nei piccoli gesti? Sono pronto a domandarmi in ogni situazione: “Che cosa farebbe Gesù al mio posto?”. Se facciamo questo, e cerchiamo di metterlo in pratica con decisione, porteremo la pace di Cristo nella vita di ogni giorno e saremo costruttori e strumenti di pace. Grazie.

Domanda n. 2 - Dal Portogallo (area linguistica portoghese)

[Santo Padre, siamo ministranti, serviamo il Signore all’altare e lo contempliamo nell’Eucaristia. Come possiamo vivere la contemplazione spirituale sull’esempio di Maria e il servizio pratico sull’esempio di Marta in modo concreto, cercando di riconoscere che cosa vuole Gesù da noi nella nostra vita?]

Papa Francesco:

Come ministranti voi fate, in effetti, un po’ l’esperienza di Marta e Maria. E’ bello se, oltre ai vostri turni di servizio liturgico, sapete da una parte impegnarvi nella vita parrocchiale e dall’altra stare in silenzio alla presenza del Signore: tutt’e due le cose. E così, in questo intreccio di azione e di contemplazione, si riconosce anche il disegno di Dio su di noi: si vede quali sono i talenti e gli interessi che Dio ci mette nel cuore e come svilupparli; ma soprattutto ci si mette umilmente davanti a Dio, così come si è: come siamo, senza truccarci, senza travestirci, così come siamo, davanti a Dio, con i pregi e i limiti, chiedendo a Lui come meglio poter servire Lui e il nostro prossimo. E non abbiate paura di chiedere un buon consiglio quando vi domandate come poter servire Dio e le persone che hanno bisogno di aiuto nel mondo. Ricordatevi che quanto più vi donate agli altri, tanto più riceverete in pienezza voi stessi e sarete felici! Grazie.

Domanda n. 3 - Da Antigua e Barbuda (area linguistica inglese)

[Santo Padre, facendo i ministranti ci rattrista vedere pochi coetanei che partecipano alla Santa Messa e alla vita parrocchiale. La Chiesa, in alcuni paesi, sta perdendo velocemente, per differenti motivi, molti giovani. Come possiamo noi e le nostre comunità raggiungere queste persone e farle tornare a Cristo e alla famiglia della Chiesa?]

Papa Francesco:

Oggi voi, come giovani, potete essere apostoli che sanno attirare gli altri a Gesù. Questo succede se voi stessi siete pieni di entusiasmo per Lui, per Gesù, se Lo avete incontrato, conosciuto personalmente, e siete stati, voi per primi, “conquistati” da Lui. Per questo vi dico: cercate di conoscere e amare sempre di più il Signore Gesù – voglio ripeterlo: cercate di conoscere e amare sempre di più il Signore Gesù –, incontrandolo nella preghiera, nella Messa, nella lettura del Vangelo, nel volto dei piccoli e dei poveri. E cercate di essere amici, con gratuità, di chi è attorno a voi, perché un raggio della luce di Gesù possa arrivare a loro attraverso il vostro cuore innamorato di Lui. Carissimi ragazzi e ragazze, non c’è bisogno di tante parole, sono più importanti i fatti, la vicinanza, il servizio, lo sguardo silenzioso davanti al Santissimo Sacramento. I giovani – come tutti, del resto – hanno bisogno di amici che danno un buon esempio, che fanno senza pretendere, senza aspettarsi qualcosa in cambio. E in questo modo voi fate sentire anche com’è bella la comunità dei credenti perché il Signore abita in mezzo a loro, com’è bello far parte della famiglia della Chiesa. Grazie.
Domanda n. 4 - Dalla Germania (area linguistica tedesca)

[Santo Padre, tanta gente dice di non aver bisogno di Dio, della religione e della Chiesa nella loro vita. Perché ci si dovrebbe decidere proprio per la fede cattolica? Qual è la cosa più importante? E perché la fede è tanto importante per Lei?]

Papa Francesco:

La fede è essenziale, la fede mi fa vivere. Direi che la fede è come l’aria che respiriamo. Non pensiamo ad ogni respiro quanto sia necessaria l’aria, ma quando manca o non è pulita ci accorgiamo di quant’è importante! La fede ci aiuta a cogliere il senso della vita: c’è qualcuno che ci ama infinitamente, e questo qualcuno è Dio. Lui ci ama infinitamente. Possiamo riconoscere Dio come nostro creatore e salvatore; amare Dio e accogliere la nostra vita come dono suo. Dio vuole entrare in una relazione vitale con noi; vuole creare relazioni, e noi siamo chiamati a fare altrettanto. Non possiamo credere in Dio e pensare di essere figli unici! Il solo Figlio Unico che ha Dio è Gesù. Unico perché è Dio. Ma fra gli uomini, non ci sono figli unici di Dio. Pensate a questo! Tutti siamo figli di Dio. Siamo chiamati a formare la famiglia di Dio, cioè la Chiesa, la comunità di fratelli e sorelle in Cristo – siamo «familiari di Dio» come dice San Paolo (Ef 2,19). E in questa famiglia della Chiesa il Signore nutre i suoi figli con la sua Parola e i suoi Sacramenti. Grazie.

Domanda n. 5 - Dalla Serbia (area linguistica ungherese)

[Santo Padre, il nostro servizio da ministranti è bello, ci piace tanto. Vogliamo servire il Signore e il prossimo. Ma fare il bene non è sempre facile, non siamo ancora santi. Come possiamo tradurre il nostro servizio, nella vita quotidiana, in opere concrete di carità e in un cammino verso la santità?]

Papa Francesco:

Sì, ci vuole fatica per fare sempre il bene e diventare santi… Sai, la strada per la santità non è per i pigri: ci vuole fatica. Vedo che voi ministranti vi impegnate in questo cammino. Il Signore Gesù ci ha dato un programma semplice per camminare sulla via verso la santità: il comandamento dell’amore di Dio e del prossimo. Cerchiamo di essere ben radicati nell’amicizia con Dio, grati per il suo amore e desiderosi di servire Lui in tutto, e così non possiamo fare altro che condividere il dono del suo amore con gli altri. E per concretizzare il comandamento dell’amore, Gesù ci ha indicato le opere di misericordia. Mi piacerebbe domandare qui se tutti voi conoscete le opere di misericordia. Sono sicuro che i vostri vescovi ve le hanno insegnate. Ma voi, le conoscete bene, quali sono le opere di misericordia? Se voi non le conoscete, come potete farle? E’ importante: le opere di misericordia. Sono una via impegnativa ma alla portata di tutti. Per fare un’opera di misericordia, non è necessario andare all’università, prendere una laurea. Tutti, tutti possiamo fare le opere di misericordia. Sono alla portata di tutti. Basta che ciascuno di noi cominci a chiedersi: “Che cosa posso fare io, oggi, per venire incontro ai bisogni del mio prossimo?”, di questo prossimo: dei miei fratelli, di mio papà, di mamma, dei nonni, dei miei amici, dei poveri, degli ammalati…; ma uno, uno al giorno. Che cosa posso fare io per venire incontro ai bisogni del mio prossimo? E non importa se sia amico o sconosciuto, connazionale o straniero, è il prossimo. Credetemi, così facendo potete diventare davvero santi, uomini e donne che trasformano il mondo vivendo l’amore di Cristo. E’ vero, non è facile, costa fatica. Ma, ricordatevi, lo dico un’altra volta: la strada verso la santità non è per i pigri. Grazie per questo colloquio! 





 

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Ha quindi avuto inizio il momento di preghiera con bellissimi canti di solisti alternati a cori.

OMELIA DEL SANTO PADRE

«Fate tutto per la gloria di Dio»: così San Paolo ci esorta nella lettura appena ascoltata. Servire la gloria di Dio in ogni cosa che facciamo è il criterio decisivo per il nostro agire, la sintesi massima di ciò che significa vivere l’amicizia con Gesù. È l’indicazione che ci orienta quando non siamo sicuri di quale sia la cosa giusta da fare; ci aiuta a riconoscere la voce di Dio dentro di noi, che ci parla nella coscienza perché possiamo discernere la sua volontà. La gloria di Dio è l’ago della bussola della nostra coscienza.

San Paolo ci parla anche di un altro criterio: sforzarsi di piacere a tutti in tutto perché giungano alla salvezza. Siamo tutti figli di Dio, abbiamo gli stessi desideri, sogni e ideali. A volte qualcuno resta deluso, e siamo noi che possiamo riaccendere la luce, trasmettere un po’ di buonumore. Così è più facile andare d’accordo e testimoniare nella vita di ogni giorno l’amore di Dio e la gioia della fede. Dipende dalla nostra coerenza che i nostri fratelli riconoscano Gesù Cristo, l’unico salvatore e la speranza del mondo.

Forse vi chiedete: “Come posso farlo io? Non è un compito troppo alto?”. È vero, è una missione grande, ma è possibile. Ancora San Paolo ci incoraggia: «Fatevi i miei imitatori, come io lo sono di Cristo». Sì, possiamo vivere questa missione imitando Gesù come hanno fatto l’apostolo Paolo e tutti i santi. Guardiamo ai santi, che sono il Vangelo vissuto, perché hanno saputo tradurre il messaggio di Cristo nella propria vita. Il santo di oggi, Ignazio di Loyola, che da giovane soldato pensava alla propria gloria, al momento buono è stato attirato dalla gloria di Dio, e ha scoperto che lì è il centro e il senso della vita. Facciamoci imitatori dei santi; facciamo tutto per la gloria di Dio e per la salvezza dei fratelli. Ma, state attenti e ricordatevi: in questa strada di seguire i santi, in questa strada della santità, non c’è posto per i giovani pigri. Grazie!


Per concludere con la benedizione finale

Instancabile prima di lasciare la piazza però ha salutato un numero infinito di persone accettando doni di ogni genere, scambiando abbracci e facendo selfie...



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«Rompiamo il silenzio » per comprendere i migranti di Dacia Maraini

«Rompiamo il silenzio » 
per comprendere i migranti 
di Dacia Maraini 







Padre Alex Zanotelli ci invita a sottoscrivere un appello che ha chiamato «Rompiamo il silenzio sull' Africa». La conoscenza, dice Zanotelli è alla base di qualsiasi scelta consapevole. Non si possono prendere decisioni su un popolo in fuga senza sapere da cosa scappa, come scappa e come pensa di disporre del suo futuro. È l' ascolto che manca, il ragionamento, la voglia di capire e rimediare con umanità e consapevolezza. Padre Zanotelli, che in Africa ci vive da anni, cerca di farci ragionare e rammentare. Ricordiamo prima di tutto che i Paesi africani sono stati depredati dalle grandi nazioni europee delle loro ricchissime materie prime senza che nessuno (salvo un poco gli inglesi) abbia pensato di costruire in cambio strade, ospedali, scuole, una rete di sviluppo possibile.
Troppo spesso si sono portate via grandi ricchezze lasciando solo miseria e inquinamento.
E ricordiamo, quando li accusiamo di scappare da guerre micidiali, che «solo lo scorso anno l' Italia ha esportato in Africa armi per un valore di 14 miliardi di euro».
Se, come dice padre Zanotelli, crudeltà porta crudeltà, violenza produce violenza, e le armi semplici approdano ad armi sempre più sofisticate e cieche, si tratta oggi di fare un enorme sforzo comune di chiarezza, di razionalità, per costruire una pace della convivenza e della ragionevolezza, facendo lavorare l' intelligenza politica e una visione a lunga scadenza. 
Ma certo qui entriamo in un dilemma antico a cui non è facile dare risposta:
 come affrontare un popolo che chiede il diritto di sopravvivere emigrando in terre altrui?
Per fare lavorare l' immaginazione basterebbe leggere alcune testimonianze di nostri connazionali che fino alla fine dell' ultima guerra si sono trovati in condizioni molto simili di povertà, di paura, di assenza di futuro, per capire che chi non ha speranze in casa propria, emigra, anche a rischio della vita. E continuerà a farlo, nonostante tutti i divieti. Quali le alternative? La ragione ci dice che chiudere una frontiera e spingere le folle in arrivo verso il Paese vicino non è una soluzione ragionevole e a lungo andare porterà a soluzioni violente. La ragione ci dice che i possibili rimedi possono essere solo due: o una integrazione sistematica e ben governata o ricreare situazioni di vivibilità nei Paesi devastati dalla guerra o dalle carestie, non dando soldi ai governanti corrotti ma investendo nella pace (l' Onu può farlo e già lo fa in qualche zona), costruendo strade, ospedali, scuole, case.
Contro ogni ragionevolezza invece ancora troppi, di fronte ai disperati che bussano alla porta del nostro Paese, credono che la sola cosa da fare sia sprangare ogni ingresso e tappare le orecchie alle grida di aiuto di chi sta affogando in mare. Se poi qualcuno più ardimentoso pensa di entrare per forza, si grida al diritto di prendere le armi e sparare: questa è casa nostra e nessuno può metterci piede! La cosa più incredibile è che proprio coloro che si sentono superiori perché praticano una religione che predica l' amore per il prossimo, siano i più feroci nel ribadire la legittimità di colpire chi entra nel proprio giardino. A questo punto mi chiedo, ma Cristo avrebbe mai detto: «Prima gli italiani»? O «prima i cristiani! gli altri intanto possono crepare»?
«È inaccettabile il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane Stato dell' Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga», continua Padre Alex. «È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell' Africa e contro le etnie del Darfur. È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent' anni con milioni di rifugiati interni ed esterni. È inaccettabile il silenzio sull' Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga. È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai. È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti stanno preparandosi a costituire un nuovo Califfato dell' Africa nera. È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov' è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.
È inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell' Africa, soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi. È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia, Sud Sudan, Nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l' Onu. È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile. È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi Paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi».
Da ricordare fra l' altro che la maggior parte dei fuggitivi invadono i Paesi africani vicini.
Non tutti vogliono venire in Europa. E, per inciso: l' Italia, fra i Paesi europei, è quello che ne ospita di meno. Allora perché la paura si è impadronita dell' animo degli italiani, tanto da farli prendere decisioni condivise da un dittatore sovranista reazionario come Erdogan? C' è qualcuno che punta su questa paura per prendere in mano le leve del potere?
Certamente qualcosa di autentico in questa paura c' è e non va presa alla leggera.
Quando la gente si sente minacciata nella propria identità, non riesce a ragionare e si affida all' uomo forte, dimenticando i principi sacri della convivenza. Ma veramente esiste questo pericolo di perdita di identità? O il nostro concetto di identità è diventato talmente labile da fare pensare che basti un alito di vento straniero per mandarlo in frantumi? Veramente siamo convinti che un 10% di stranieri possa cancellare le nostre conquiste, mettere in dubbio la nostra cultura cristiana,buttare per aria la nostra Costituzione e cancellare quella saggia idea di separazione fra Stato e Chiesa per cui abbiamo combattuto per secoli?
William Reich scrive che in momenti di incertezza e paura, gli esseri umani regrediscono: tirano fuori lo spirito del branco che chiede un capo unico, aggressivo e pugnace, non importa se immorale, prepotente ed egocentrico. La storia insegna che quel capo branco li porterà inevitabilmente a una guerra rovinosa.
La democrazia si sa, è una meravigliosa conquista, ma fragile e pericolosamente in bilico fra risse e lotte di poteri. In tempi di crisi sembra diventare ancora più fragile e addirittura inutile. Eppure, nella sua fragilità, nelle sue difficili lotte fra maggioranze e minoranze, è la sola capace di insegnarci l' arte della convivenza e della progettualità, la sola capace di assicurare pace e leggi che proteggano i più deboli e assicurino lo sviluppo, la sola che si sollevi sopra la legge animalesca del più forte che domina e fagocita il più debole. Non vale la pena di difenderla all' interno di una Unione Europea, contro ogni tentazione di sovranismo e autarchia?

Io, musulmana, difendo il crocifisso ma dico: non strumentalizzatelo

Dibattito. 
Io, musulmana, difendo il crocifisso ma dico: 
non strumentalizzatelo

Il crocifisso appartenga sì ai cristiani, ma sia anche un simbolo che entra nel cuore di chi ne adotta e ne rispetta il messaggio


La recente proposta della Lega di esporre obbligatoriamente il crocifisso nelle scuole, negli uffici pubblici e nei porti ha suscitato, come si sa, polemiche. In questa circostanza il dibattito non si incentra, però, sulla laicità e sull'opportunità o meno di usare simboli religiosi, ma su un uso degli stessi che appare strumentale e politicizzato. Il crocifisso sembra chiamato in causa come un segno di demarcazione, uno spartiacque tra 'noi' e 'voi' che sembra forzare la mano e definire 'i buoni' e 'i cattivi'.

Non credo affatto che questo sia il modo giusto per onorare e rispettare il crocifisso e lo dico da credente, anche se di una fede religiosa diversa. Sono musulmana, nata e sempre vissuta in Italia e il crocifisso fa da sempre parte della mia vita e della mia cultura; per questo ne difendo fermamente l’esposizione là dove è presente, quindi anche nelle scuole, ma non sono felice che diventi un simbolo politico, soprattutto in un clima teso e anche verbalmente violento come quello odierno. Ho sempre frequentato scuole dove il crocifisso era su tutte le pareti ed era un simbolo rispettato, vissuto.

Ricordo che prima di ogni verifica o quando qualcuno stava male, i compagni più religiosi si rivolgevano alla croce chiedendo aiuto e raccomandavano anche a me di «pregare a modo mio» affinché tutto andasse bene. Quel simbolo ci univa, rappresentava una speranza. Quella speranza di cui tutti abbiamo un profondo bisogno, per esempio, quando siamo in ospedale e ci sentiamo vulnerabili e tristi. Anche in questa circostanza vedere un crocifisso ricorda che la vita non finisce tra quelle quattro pareti, ma che sopra di noi e dentro di noi c’è l’immensità di Dio, quindi, la speranza, la fede, il vero antidoto alla sofferenza.

Per me il crocifisso è tutto questo e sono fiera di portarlo come simbolo sulla mia divisa da volontaria di Croce Rossa. Ai miei occhi il crocifisso fa emergere la parte più bella di noi e vederlo strumentalizzato come semplice oggetto, senza un accompagnamento di sentimento e fede, non mi piace. In questo frangente chi lo vuole imporre non sta facendo appello alle coscienze, alla pietas, alla solidarietà, ma al «divide et impera».

Il crocifisso non si impone, è una storia che si insegna, e si rispetta. Molti dei miei amici sono cristiani praticanti e la nostra frequentazione, unita alle diverse letture che ho sempre fatto, mi hanno permesso di cogliere, oltre al significato simbolico e affettivo del crocifisso, anche quello più puramente teologico. Dio che si fa uomo e per amore dei suoi figli sale sulla croce e si sacrifica, insegnando il perdono e il dono di sé per il bene degli altri. Non è necessario abbracciare teologicamente questi significati per rispettarli e per apprezzarne la forza e la bellezza.

Il crocifisso è un inno alla bontà verso il prossimo, all'accoglienza dell’altro e – come già detto – alla speranza. L’immagine del crocifisso si collega a quella della pietà, con Maria madre che piange il figlio morto stringendolo a sé. Un’immagine che ricorda le donne di ogni tempo e ogni luogo, che piangono per la perdita dei propri figli. Un altro particolare su cui ho sempre riflettuto è che nelle immagini del Cristo risorto Gesù ha sempre le mani aperte, come ad accogliere l’altro, ad accarezzarlo. Da sempre desidero che nel mondo musulmano si operi una separazione tra politica e religione; vorrei che quest’ultima fosse espressa come spiritualità e non fosse più ostaggio dei potenti di turno, che ne fanno un mezzo di controllo e di condizionamento delle masse. Per tutte queste ragioni credo che il crocifisso appartenga sì ai cristiani, ma sia anche un simbolo che entra nel cuore di chi ne adotta e ne rispetta il messaggio e mi preoccupo di una sua possibile strumentalizzazione politica.