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venerdì 20 marzo 2026

Tra angoscia e speranza

Tra angoscia e speranza

Oltre un milione gli sfollati in Libano a causa della guerra, 350.000 sono bambini, denuncia l’Unicef. Le parti confermano però spiragli per una nuova trattativa


Paura, dolore, negli occhi la disperazione di chi ormai da anni vive sotto la minaccia delle armi, oltre che di una persistente crisi economica e sociale. Con il timore di non sapere come sarà la vita il giorno dopo, dove trovare riparo, cosa mettere in tavola per i propri figli, e se questi ultimi possano continuare ad andare a scuola.

È un dramma oltre ogni immaginazione, quello degli sfollati in Libano, acuitosi da quando il Paese è tornato al centro del conflitto in Medio Oriente dopo l’inizio degli attacchi di Usa e Israele contro l’Iran, e nonostante il cessate-il-fuoco che era stato raggiunto tra Tel Aviv e Hezbollah nel novembre 2024. Si fugge dalle bombe, dai raid, dalle frequenti operazioni via terra da parte dell’Idf.

Il flusso di persone in cerca di un briciolo di sicurezza e serenità ammonta ormai a oltre un milione. Di questi, 350.000 sono bambini. Decine di migliaia di famiglie sono state costrette ad abbandonare le proprie case, cercando posto in centri di per sé già sovraffollati e nelle scuole — circa 500 — che lo Stato ha messo a disposizione come rifugi nei quartieri settentrionali di Beirut e nelle aree del nord del Paese. Mentre, per le strade, su tutto il territorio, crescono anche gli shelter improvvisati.

I numeri e la denuncia arrivano da Unicef Libano in un messaggio pubblicato su X, nel quale si specifica che chi scappa manca di tutto: assistenza sanitaria, cibo, acqua, sostegno psico-sociale per provare a superare il trauma del conflitto. In totale, dal 2 marzo fa sapere l’Agenzia Onu per l’infanzia in una nota odierna, sono state consegnate 800 tonnellate di articoli di prima necessità, raggiungendo circa 150.000 persone. Tuttavia, «gli ospedali sono al collasso e, senza un sostegno urgente, la capacità di fornire cure salvavita ai bambini sarà gravemente compromessa», è l’allarme.

Il prezzo più alto, come sempre, lo pagano infatti i deboli e gli indifesi: donne, anziani e, appunto, i piccoli. Ma i bambini, che già non hanno la possibilità di frequentare le scuole, «non possono permettersi ulteriori ritardi. I bambini devono essere protetti. Adesso!», è l’accorato appello dell’Unicef. Che evidenzia come a tutto ciò — «con l’intensificarsi delle ostilità e degli spostamenti» — si aggiunga anche «il rischio per molti minori «di essere separati dalle loro famiglie», aggravando il fenomeno tragico dei bambini scomparsi.

Senza dimenticare che il dramma dei profughi di oggi si innesta sul dramma dei profughi di ieri. Perché nel Paese da oltre 10 anni sono ospitati ancora oltre un milione di siriani. Spinti, ora, a una sorta di immigrazione di ritorno: molti di loro si dirigono verso il confine per provare a rientrare a Damasco (secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni sarebbero già tornati in 120.000); mentre altri tentano di trovare protezione nei centri-rifugio, dove però — sottolineano diverse fonti umanitarie locali — non è facile farli accogliere. Chi era scappato dalla guerra in Siria scoppiata nel 2011 sopporta, dunque, una doppia vulnerabilità.

Una situazione generale che fa esplodere la rabbia e la frustrazione della popolazione, che si sente trascinata da Hezbollah in un conflitto non voluto: il gruppo filo-iraniano infatti non ha proceduto al disarmo entro la fine del 2025, come previsto dall’accordo di tregua, né ha dato seguito alle continue richieste in tal senso da parte del presidente, Joseph Aoun, e del premier, Nawaf Salam. Anche la Commissione Ue, dopo aver espresso preoccupazione per la crisi umanitaria, ha condannato «il rifiuto di Hezbollah di consegnare le armi e la prosecuzione degli attacchi indiscriminati contro Israele, che stanno trascinando il Libano in una spirale di violenza in una guerra che né il Paese né il suo popolo hanno scelto», e denunciato al contempo «gli attacchi contro civili, infrastrutture, personale sanitario, strutture mediche e pure contro l’Unifil», definiti «ingiustificati e inaccettabili». Posizione sostanzialmente analoga a quella espressa pure dal Consiglio europeo.

Mentre Israele e Libano annunciano con i loro negoziatori di voler tentare di tornare a un tavolo delle trattative, la popolazione spera. E, intanto, cerca riparo dove può, sfibrata da un conflitto per il quale attende solo la parola “pace”.

Sul campo, però, la violenza continua. Stamattina raid israeliani hanno colpito il sud, in particolare Bafliyeh e Hanine nei distretti di Tiro e Bint Jbeil, riferisce l’agenzia Nna. Ieri bombe su Qabrikha e Toulene, nella zona di Marjayoun. L’Idf ha comunicato l’uccisione di 20 miliziani filo-iraniani in un’operazione di terra nelle aree meridionali, e altre 4 vittime a Chaat, nell’est. Hezbollah ha risposto lanciando razzi su Kiryat Shmona, nel nord di Israele. I morti dalla ripresa del conflitto sono già oltre 1.000, ha dichiarato il ministero della Salute libanese. Tra questi 79 donne, 118 bambini e 40 operatori sanitari, mentre 2.584 sono i feriti.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Roberto Paglialonga 20 marzo 2026)