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mercoledì 25 marzo 2026

PADRE ROBERTO PASOLINI: in un mondo di guerre la fraternità non è un ideale ma responsabilità - Seconda meditazione di Quaresima 2026 (Testo e video)

In un mondo di guerre
la fraternità non è un ideale
ma responsabilità
Padre Roberto Pasolini



La grazia e l’onere della comunione sono al centro della seconda meditazione di Quaresima si è tenuta il 13 marzo, nell’Aula Paolo VI alla presenza del Papa. Il predicatore della Casa Pontificia si sofferma sull'intuizione di san Francesco nel vedere i rapporti interpersonali come un’opportunità per imparare la logica del Vangelo: “Non siamo soli e non siamo tutto – afferma – e quando non riusciamo a fare pace con questa realtà, la presenza dell’altro può diventare insopportabile”

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La fraternità 

            La grazia e la responsabilità della comunione fraterna Nella prima meditazione quaresimale siamo entrati nel cuore della conversione di Francesco. Abbiamo visto come la grazia abbia operato in lui un vero cambio di gusto, una modificazione della sensibilità che ha trasformato il modo in cui il Poverello di Assisi guardava se stesso, gli altri e la realtà. L’incontro con i lebbrosi, il progressivo distacco dalle ambizioni del secolo, la scelta dell’umiltà come forma concreta della vita battesimale ci hanno mostrato che la conversione non nasce anzitutto da uno sforzo della volontà, ma dalla risposta a un Dio che con la sua grazia ci precede e ci chiama. È un cammino che non si compie una volta per tutte, ma che continuamente ricomincia. 
              Quella conversione, però, non è rimasta per Francesco un’esperienza solitaria. A un certo punto il Signore gli ha donato dei fratelli. Ed è proprio questo dono, inatteso e gratuito, ma anche profondamente esigente, a stare al centro della meditazione di oggi. La fraternità non è un accessorio della vita spirituale, né soltanto un contesto favorevole in cui crescere più facilmente nella grazia. È il luogo dove la conversione si verifica davvero: il banco di prova più serio e, nello stesso tempo, il segno più eloquente di ciò che il Vangelo può operare nella nostra vita.
         Il cammino che proveremo a percorrere si articola in cinque tappe. Anzitutto l’origine della fraternità francescana come dono ricevuto. Poi il realismo della Scrittura davanti alla fraternità negata, con il racconto di Caino e Abele. Successivamente l’esigenza di un amore che va oltre la semplice cordialità. Quindi il fondamento cristologico senza il quale nessun legame fraterno può davvero reggere. E infine l’orizzonte escatologico, nel quale la fraternità vissuta diventa già, in qualche modo, anticipo della vita eterna.

 1. Il dono dei fratelli 
       All’inizio della sua conversione Francesco viveva da solo. Poi il Signore gli donò dei fratelli, e per lui fu una grande sorpresa. Nel Testamento lo ricorda così: 

«E dopo che il Signore mi dette dei fratelli, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo» (Testamento 14, FF 116). 

      Francesco non aveva pensato di fondare un gruppo religioso. L’arrivo dei compagni Bernardo e Pietro lo costrinse a rimettersi in ascolto di Dio e a chiedersi di nuovo quale fosse la sua volontà. I tre entrarono allora in una II meditazione Quaresima 2026 2 chiesa, aprirono i testi sacri e cercarono lì la loro strada. Compresero che avrebbero vissuto secondo il Vangelo: lavorando con le proprie mani, in comunione con la Chiesa, annunciando la penitenza e alternando momenti di ritiro alla vita tra la gente.          Così nacque la fraternità. In essa potevano trovarsi nobili e popolani, ricchi e poveri, chierici e laici. Francesco voleva che tra i frati non ci fossero rapporti di potere o di superiorità, come accadeva nella società del tempo. Tutti dovevano portare lo stesso nome: frati minori. La forma della prima fraternità francescana cercava di essere fedele all’insegnamento di Gesù: «Uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo» (Matteo 23,8-9). 
       Leggendo gli scritti di Francesco si avverte subito il suo desiderio di una fraternità viva, intensa e piena di calore umano. Non sorprende allora che nelle Regole compaiano indicazioni molto chiare e concrete: 

«Tutti i frati non abbiano alcun potere o dominio, soprattutto fra di loro. E chiunque tra loro vorrà diventare maggiore, sia il loro ministro e servo; e chi tra di essi è maggiore si faccia come il minore. E nessun frate faccia del male o dica del male a un altro; ma piuttosto, per la carità che viene dallo Spirito, di buon volere si servano e si obbediscano vicendevolmente» (Regola non Bollata V, 9-13, FF 19-20). 

E ancora: 

«E ovunque sono e si incontreranno i frati, si mostrino tra loro familiari l’uno con l’altro. E ciascuno manifesti all’altro con sicurezza le sue necessità, poiché se la madre nutre e ama il suo figlio carnale, quanto più premurosamente uno deve amare e nutrire il suo fratello spirituale?» (Regola Bollata VI, 7-8, FF 91-92).

      In queste parole si percepisce lo stesso spirito che animava le prime comunità cristiane: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune» (Atti 4,32). 
        Eppure, la fraternità non fu affatto un’esperienza facile per Francesco e i suoi compagni. Alcuni passaggi della Regola non Bollata lasciano intravedere tensioni e difficoltà molto concrete. Le parole di Francesco sembrano nascere proprio da situazioni vissute: «E tutti i frati si guardino dal calunniare qualcuno, ed evitino le dispute di parole […] E non litighino tra loro […] E non si adirino […] Non giudichino, non condannino» (Regola non Bollata XI, 1-13, FF 36-37). 
         Da queste parole si comprende perché Francesco fosse convinto che la vita dei frati dovesse avere come unica misura il Vangelo. La fraternità non era – e non è – certo un luogo in cui rifugiarsi per vivere tranquilli, come se bastasse stare insieme per trovare pace. È piuttosto lo spazio in cui ciascuno è ricondotto nelle profondità del proprio cuore, con tutte le sue ombre e le sue resistenze.
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