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mercoledì 14 luglio 2021

L’Italia campione d’Europa di calcio - La forza dell’essere squadra, il valore della sconfitta e il senso delle lacrime.


L’Italia campione d’Europa di calcio
La forza dell’essere squadra, 
il valore della sconfitta 
e il senso delle lacrime.



La forza dell’essere squadra e il valore della sconfitta
di Gaetano Vallini

L'Osservatore Romano 12 luglio 2021

L’Italia ha vinto il campionato europeo di calcio battendo in finale l’Inghilterra. E si può dire che il trofeo è andato alla squadra che più lo ha meritato, superando i leoni inglesi nel mitico stadio londinese di Wembley, il “tempio del calcio”, sotto lo sguardo attonito dei tifosi di casa. Una vittoria in “trasferta” analoga a quella dell’Argentina in Coppa America, 28 anni dopo l’ultimo trofeo, che ha sconfitto in finale il Brasile nell’altrettanto leggendario Maracaná di Rio de Janeiro, in barba al cosiddetto “fattore campo”.

L’affermazione degli azzurri — attesa persino più a lungo, ben 53 anni — arriva da lontano, dalla delusione della mancata qualificazione ai mondiali 2018, ed è la parabola perfetta di cosa vuol dire fare ed essere squadra. Perché il calcio è sport di squadra e quella di ieri sera è stata indubbiamente la vittoria di un gruppo unito, che ha saputo crescere, lottare e divertirsi vincendo, sotto la guida del commissario tecnico, Roberto Mancini. Suo il grande merito di aver raccolto i cocci della inattesa disfatta mondiale, assemblando con pazienza una squadra che ha finito per infrangere record significativi. La sua positività, il suo puntare sulla forza del gruppo anche in assenza di veri fuoriclasse, infondendo nei singoli, perlopiù giovani, la mentalità giusta, facendoli sentire tutti titolari, alla fine ha ripagato.

Il gruppo, dunque, l’affiatamento, l’amicizia e la complicità che si intuivano osservando i calciatori negli allenamenti, nei momenti di svago, nelle dichiarazioni sempre leggere ma convinte, e soprattutto nelle partite, hanno fatto la differenza. Basta ricordare, per contro, le parole grosse volate nell’entourage francese dopo la prematura eliminazione dei favoritissimi “bleus”, campioni del mondo in carica, una squadra zeppa di fuoriclasse, ma con scarso affiatamento.

Dispiace però aver dovuto constatare la mancanza di fairplay dei calciatori inglesi, che si sono tolti dal collo la medaglia dei secondi appena ricevuta (l’allenatore del Manchetser City, Pep Guardiola, invece la baciò dopo la sconfitta in finale in Champions league); per non parlare del pubblico che in maggioranza ha lasciato gli spalti prima della premiazione, peraltro dopo aver fischiato all’inizio l’inno nazionale italiano, e delle botte ai tifosi azzurri all’uscita dello stadio.

Perdere fa male, soprattutto perdere davanti al proprio pubblico. Ma accettare la sconfitta è segno di maturità oltre che di sportività. Una lezione di stile in questo senso è venuta dal ct della Spagna, Luis Enrique, un uomo che ha dovuto affrontare la più terribile delle prove, con la morte della figlioletta. Dopo aver perso proprio con l’Italia — ai rigori, al termine di una semifinale a lunghi tratti dominata — non solo ha elogiato gli avversari, riconoscendone il valore ben oltre i loro meriti sul campo, ma ha anche detto che in finale avrebbe tifato per loro. E ai suoi ragazzi, in lacrime, ha ricordato che «la sconfitta fa parte dello sport, del calcio, della vita. Bisogna imparare a gestirla. E devi essere di esempio per i bambini piccoli: quando perdi non devi piangere ma rialzarti». Chapeau!
(fonte: )

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A Wembley l’Italia si è conquistata il titolo di campione d’Europa battendo l’Inghilterra ai rigori 4-3. Qui un percorso attraverso i nove momenti indimenticabili degli Europei 2020il malore di Eriksen; «Utiroaggiro»; le stampelle di Spinazzola; «mentiroso»; l’abbraccio tra Vialli e Mancini; la battuta di Bonucci agli inglesi: «Mangiate pasta!»; le parole di Luis Enrique; le mani di Donnarumma; l’esultanza di Mattarella.

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Il pianto commosso dei campioni e le gocce di dolore dei migranti
di Elsa Fornero

“La Stampa” 13 luglio 2021

Quante lacrime l'altro ieri a Wembley (e anche a Wimbledon)! 

Lacrime di gioia della Nazionale italiana, magari "non eccezionale" (come ho sentito spesso affermare) ma solidissima, combattiva fino alla fine, mai rassegnata, magistralmente guidata da un allenatore come Mancini, prototipo quasi britannico dell'italiano che si impegna. E non parla a vanvera. Semplicemente, agisce e solo quanto tutto è finito e il risultato è raggiunto e il miracolo è stato fatto tira fuori le emozioni e il fazzoletto. 

Lacrime nell'abbraccio dello stesso Mancini con Vialli che forse ai miracoli crede ma sa bene come senza grinta difficilmente avvengono. 

E ancora, le lacrime stizzite dei perdenti. Quelle trattenute di Kane, secondo l'insegnamento che si impartisce (o si impartiva?) ai bambini in Inghilterra "di non piangere mai", di "tenersi tutto dentro", e quelle a singhiozzo di Saka, nato a Londra ma di origine nigeriana, che forse non le ha lesinate in altri momenti della sua vita. 

Lacrime che non abbiamo visto, come quelle – magari arrabbiate - dei tifosi inglesi che hanno oltraggiato la bandiera italiana, e la stessa bravura della loro squadra e che sicuramente avremmo visto con simpatia, memori della vecchia Inghilterra dotata di un po' più di fair play. 

E sempre a Londra, sempre l'altro ieri, poche ore prima sui campi verde smunto di Wimbledon abbiamo intravvisto le lacrime, molto dignitosamente trattenute, di Berrettini, gocce di delusione ma forse anche di liberazione, sicuramente di speranza, dopo una grande prova di carattere e di bravura. E non abbiamo visto neppure quelle che forse avremmo voluto vedere sul volto immobile, quasi scolpito nella pietra, del "re del tennis", il grandissimo Diokovic! 

"Le lacrime vengono dal cuore e non dal cervello" scrisse secoli fa Leonardo da Vinci, al quale di certo il cervello non mancava. Un aforisma che ci riporta alle emozioni profonde dalle quali le lacrime scaturiscono, parte integrante della nostra vita, e che la morale borghese ha spesso considerato segno di debolezza, suggerendo che erano "cose di donne" e intimando all'"uomo forte" di "non piagnucolare". Forse la pandemia ci aiuterà a riconsiderare anche il ruolo delle lacrime, a riscoprire le emozioni e a diventare più umani, magari anche in politica dopo un periodo di machismo esibito, con poco cuore ma anche poco cervello. E perché non anche in economia? I risultati del paese nel suo insieme potrebbero così migliorare come sono migliorati quelli del calcio e del tennis. 

In quest'oceano di lacrime, vere o finte, dignitose o disoneste quelle che dovrebbero soprattutto smuoverci – e qualche rara volta lo fanno - sono quelle dei migranti gettatisi da qualche barcone sul punto di affondare, senza riva o barca di salvataggio in vista: sono gocce di terribile dolore che si confondono con l'acqua del Mediterraneo, rendendola più salata. Passate le emozioni, pure importanti, del calcio e del tennis, di queste lacrime dovremo veramente occuparci, il che farebbe dell'Europa delle coppe un continente migliore e dell'Italia un campione a tutto tondo.