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sabato 28 settembre 2019

"Il cielo non si imprigiona nelle frontiere". Andrea Riccardi

"Il cielo non si imprigiona nelle frontiere"
di Andrea Riccardi,
Storico, fondatore della Comunità di Sant’Egidio



Incontro internazionale promosso dalla Comunità di Sant’Egidio
PACE SENZA CONFINI - MADRID 2019
Assemblea d'Inaugurazione,
Palacio Municipal de Congresos 
15 settembre 2019







Signor Presidente della Repubblica Centroafricana,
Illustri Leader delle grandi religioni mondiali,

vorrei dare il benvenuto da parte della Comunità di Sant’Egidio a quanti partecipano a questo convegno, sul cui significato mi soffermerò. Non prima di aver ringraziato il signor cardinale Don Carlos Osoro Sierra, il quale ha tenuto che Madrid fosse, per qualche giorno, capitale di dialogo, convinto che il dialogo ci salverà, non i confini. Grazie signor cardinale!

Pace senza confini può apparire un’utopia. Le frontiere non sono un argine all’instabilità? I confini, tracciati nei secoli, identificano i Paesi e sono alle identità nazionali: come le pareti della casa che offrono intimità e identità a una famiglia. Del resto esistono anche confini tra religioni e Chiese, che si distinguono per esperienze spirituali e contenuti teologici differenti. 

Nel mondo globale, tutti abbiamo bisogno, per vivere, di una casa dal perimetro delimitato. Una nazione, una lingua, una cultura, rappresentano una casa. In questi tempi, ne abbiamo bisogno anche per ripararci dai venti freddi di una globalizzazione omologante, schiacciante, tutta economica e mercantile, che spazza via culture e radici. La distruzione delle identità porta allo sradicamento, terreno di sviluppo dei fanatismi e dei radicalismi. 

Il problema non è l’esistenza dei confini. E’ invece come vivere le frontiere in un mondo, grande e talvolta terribile. Spesso confini respingenti o impregnati di odio fanno a pezzi il mondo, creano un insidioso clima conflittuale. Si parlerà, nelle tavole rotonde e nelle discussioni di questo convegno, di tanti aspetti della convivenza globale. La questione, che ci angustia, è la pace. Qualcuno dirà che, posta così, è generica, che va articolata in prospettive specialistiche. Sarà ingenuo, ma lasciatemi dire che la visione unitaria della pace è quella ereditata dalle religioni: una pace che abbraccia tutti e va dalla fine dei conflitti ai rapporti tra persone sino alla dimensione del cuore. In questo senso andrà –credo- l’intervento del metropolita Hilarion di Volokalamsk, presente con una significativa delegazione della Chiesa russa. 

La donna e l’uomo credenti sono descritti dai testi religiosi come quelli che volgono gli occhi al cielo, oltre i confini. Il cielo non s’imprigiona nelle frontiere. Vogliamo parlare di pace in modo globale, anche se si è smarrito il senso unitario di questa grande idea. C’è poco allarme per i conflitti in corso, le minacce di guerra, i confini surriscaldati. Siamo troppo abituati all’assenza di pace e ci basta che la guerra sia lontana da noi. Eppure, nel mondo globalizzato –come mostra il terrorismo- nessuno é garantito, se non da una pace più grande. 

Le mie frontiere non mi preservano! Si pensi alle questioni ecologiche, oggi finalmente percepite da tanti come un terreno decisivo, mentre sino a qualche tempo fa sembravano problemi da specialisti. Se vogliamo salvare dalla distruzione il nostro paese, dobbiamo salvare la terra! Ci sono problemi irrisolvibili senza prospettive e azioni oltre i confini.

Non abbiamo ancora approntato gli strumenti per agire in modo globale sull’ambiente. L’ha denunciato papa Francesco nell’enciclica Laudato sì, quando ha detto: “la terra, nostra casa, si sta trasformando sempre più in un immenso deposito di immondizie”. Quel testo è un grido d’allarme per il saccheggio della terra sempre più inabitabile per le generazioni future. Dal grido di dolore, in quell’enciclica, sgorga una preghiera: “O Dio dei poveri…/ Risana la nostra vita,/affinché proteggiamo il mondo/ e non lo deprediamo, /affinché seminiamo bellezza / e non inquinamento e distruzione”. 

Abbiamo troppo poco gli strumenti per agire in modo globale. Le conseguenze dei disastri ecologici non si fermano alle frontiere: coinvolgono tutti. Quando l’Amazzonia brucia, anche noi bruciamo con la grande foresta! La terra rivela che tutti siamo concretamente legati. Le religioni lo insegnano da millenni: l’umanità, le persone, i popoli, hanno tutti un comune destino. L’umanesimo religioso l’ha sempre intuito, anche se talvolta l’ha dimenticato.

Bauman, al nostro convegno del 2016 ad Assisi, affermò di fronte ai leader religiosi: “Siamo tutti dipendenti gli uni dagli altri e non si può tornare indietro: in realtà cerchiamo di gestire questa realtà cosmopolita ancora con i mezzi sviluppati dai nostri antenati per vivere in una realtà limitata. Ma è una trappola”. Aveva ragione: gestiamo la realtà globale con politiche e strumenti del passato, inadeguati alle dimensioni presenti. Con lucida sintesi, Bauman indicò il duplice effetto della globalizzazione: “divide tanto quanto unisce; divide mentre unisce…”. I muri cadono e i muri risorgono allo stesso tempo. E’ quello che stiamo vivendo.

Un anniversario s’impone alla nostra attenzione, il 9 novembre 1989: trent’anni fa cadde il Muro di Berlino e finì il mondo delle frontiere chiuse e dei muri della guerra fredda. L’89 fu la grande sorpresa di un cambiamento pacifico. Per la quasi totalità della gente e dei politici, era imprevisto. Si pensi che -pochi giorni prima della caduta del Muro di Berlino- il cancelliere tedesco Kohl, pur essendo un politico lungimirante, conversando con il ministro degli esteri polacco Geremek (mi piace ricordare Geremek frequentatore dei nostri incontri), disse: “Sappiamo bene tutti e due che non vivremo abbastanza per vedere la Germania riunificata”. Invece il Muro crollò poco dopo e rapidamente si avviò il processo di globalizzazione.

Mi viene un ricordo sulla storia dei nostri convegni nello spirito di Assisi. Eravamo a Varsavia il 1 settembre 1989 per la preghiera per la pace: tanto ribolliva tra speranze e incertezza, mentre si riannodavano i fili del dialogo. Ricordo quei giorni densi di memoria della seconda guerra mondiale in una Polonia che aveva tanto sofferto. Il cuore dell’incontro fu un sogno di pace che sembrava allora più vicino: “mai più la guerra!”. 
Da allora nutriamo la radicata convinzione che la globalizzazione economica e politica vada accompagnata da una globalizzazione spirituale. E’ il contributo dei nostri convegni annuali. Trent’anni fa si avviò la globalizzazione. Molti la videro come l’inaugurazione di un’era di pace. C’è stato un grande impulso nella vita dei popoli: la gente ha cominciato a guardare oltre i confini, a sentirsi parte di un destino unico, a nutrire una visione più larga. Sembrava che la globalizzazione, dopo l’89, stimolasse i processi unitivi: anche religiosi, ecumenici, culturali. Eppure -se guardiamo ai decenni passati- dobbiamo constatare che la globalizzazione è stata un gigante economico e che l’umanesimo spirituale globale è rimasto purtroppo un nano. 

Così, nella vertigine del successo e nella prepotenza dell’interesse economico, il mondo globale ha smarrito l’entusiasmo per la pace; ha perso il senso generoso di una visione globale perché guidato da interessi parziali: ha valorizzato la frontiera degli altri. Quella frontiera dietro alla quale gli altri impallidiscono, come se non esistessero o fossero una minaccia. Nel mondo globale, purtroppo sono state poche le visioni globali; poche quelle nutrite da uno spirito largo e generoso.

In trent’anni, sono sorti nuovi confini. Si pensi a quelli nati dalla fine dell’Unione Sovietica. Se alcuni confini sono stati relativizzati come nell’Unione Europea, altri sono diventati caldi e si è combattuto per crearne di nuovi. Alcuni non sono frontiere, ma muri: per ragioni militari, difensive, per frenare i migranti, per proteggere lo spazio nazionale. Nel mondo globale ci si sposta, emigrati e rifugiati, in largo numero come mai nella storia, eppure i confini si ripropongono. La questione dei migranti e dei rifugiati si pone con una forza tale che è impossibile risolverla con le scelte dei singoli paesi. Ne è testimone Filippo Grandi, che saluto!

In assenza di visioni larghe, c’è una ripresa di prospettive nazionali antagoniste o nazionaliste, reazioni semplificate a una globalizzazione che appare minacciosa, semplificazione che sembra proteggere da problemi complessi. Non mi voglio abbandonare ad allarmismi. Ma non si può vivere però l’oggi con le sue sfide complesse e interconnesse senza cercare una visione larga, senza il respiro umanesimo planetario.

C’è un altro anniversario da evocare: il 1 settembre 1939, quando le truppe naziste violarono i confini polacchi e iniziò la più orribile guerra tra europei che divenne subito mondiale, che ha divorato milioni di persone, producendo morte, devastazioni, orrore, genocidi, inimmaginabili per la mente umana, ma realmente accaduti. Mi inchino davanti a un testimone di quella guerra e della Shoah, un bambino di Buchenwald, come rabbi Meir Lau. La memoria di quella guerra è ammonitrice di quale orrore sia ogni guerra. 

Nel crogiuolo di dolore della guerra, ottant’anni fa, si è sviluppata una forte coscienza del rispetto delle sovranità e libertà dei popoli e dei diritti dell’uomo. La filosofia e la funzione delle Nazioni Unite ha qui le sue radici. Dal secondo conflitto mondiale, cominciò il processo di armamento nucleare, la corsa che –nonostante i passi decisivi dei decenni passati- oggi conosce ritorni preoccupanti. Il 1 settembre 1939 è stato l’inizio della mondializzazione dell’odio e della guerra, come mai nella storia dell’umanità. Rivela quanto male e quanta sofferenza può generare una guerra senza frontiere! Ricorda come la pace non è mai assicurata e come la logica del conflitto può prepotentemente trascinare le volontà politiche e schiacciarle in un ingranaggio. Oggi non c’è uomo di pace, anche giovane, che non debba misurarsi con l’eredità della generazione della guerra.

La complessa realtà del mondo contemporaneo non può essere semplificata con il taglio brutale delle frontiere o degli interessi di parte. E’ poliedrica -come ama dire spesso papa Francesco. Va dunque abitata da un tessuto di un articolato e penetrante dialogo. Per questo siamo fedeli allo “spirito di Assisi”, creatore d’incontro, dialogo e amicizia, che soffia da quel 1986. Un ultimo frutto di tale spirito, proprio a febbraio scorso, è l’innovativo e solido documento sulla fratellanza umana per la pace e la convivenza, firmato ad Abu Dhabi da papa Francesco e dal grande imam di Al Azhar, Al Tayyb, che indica come vie per la pace: ”il dialogo, la comprensione, la diffusione della cultura della tolleranza, dell’accettazione dell’altro e della convivenza”

Non bisogna essere rassegnati di fronte alla ragione pesante degli interessi di parte, come stanno diventando tanti grandi della terra. Spesso i poveri, nel loro bisogno, intuiscono la via. La via dello spirito apre strade, unisce, libera al dialogo. Ed è una vera forza. 
Sì, nonostante la storia faticosa, il dialogo appartiene profondamente alle religioni, come a ogni cultura in cui prevale l’umanesimo. Le religioni infatti coltivano “l’origine trascendente del dialogo” –come diceva uno spirituale del Novecento. Dialogo e universalismo, con storie diverse, sono radicati nei cromosomi e nel vissuto delle religioni. E le radici fruttificano. I confini esistono, ma non possono diventare muri né disegnare il futuro. I credenti li superano con lo sguardo del cuore e con la parola del dialogo. Ci conforta con la sua semplicità il Salmo 60, che dice: “dai confini della terra io t’invoco, Signore.


venerdì 27 settembre 2019

Lettera aperta a Greta Thunberg di Mao Valpiana


Lettera aperta a Greta Thunberg
di Mao Valpiana 


Dear Greta,

come milioni di altri adulti, mi sento interprellato dalle tue parole.

La tua azione ha rimesso in moto un vasto movimento che attendeva l'occasione per mettere sotto i riflettori il tema dei cambiamenti climatici, decisivo per il futuro dell'umanità. Il tuo sciopero Fridays for Future è stato la scintilla che ha acceso il fuoco; la legna da ardere era già pronta.

Siamo in tantissimi a chiederci, e non da oggi, cosa possiamo fare. Ora sappiamo che non c'è più tempo e che forse finalmente ci sono le condizioni per cambiare.

Il lavoro per invertire direzione è enorme. Ma non ci sono alternative.

Per questo non serve dividerci in un noi (i presunti buoni) e un loro (i presunti cattivi), da una parte le vittime (innocenti?) dall'altra i carnefici (malvagi?). Siamo tutti coinvolti.

Le cose, purtroppo, sono molto più complesse.

Come quando c'è un incendio da spegnere: non serve cercare e incolpare il piromane, bisogna darsi da fare a buttare acqua e soffocare i nuovi focolai. Una volta messo in sicurezza il clima, potremo anche dedicarci ad individuare le cause profonde della malattia, che risalgono all'inizio dell'industrializzazione avvenuta nei secoli scorsi, ad un tipo di sviluppo energivero, basato su fonti energetiche fossili, che non era sostenibile. Molti l'avevano già capito e denunciato. Il Mahatma Gandhi, già nel 1909, più di un secolo fa, nel suo libro Hind Swaraj, Vi spiego i mali della civiltà moderna, condannava lo sviluppo lineare e metteva la globalizzazione sul banco degli imputati.

C'è quindi bisogno di una grande alleanza per affrontare l'emergenza, governi e cittadini insieme. I politici al potere, nelle democrazie, sono lo specchio di quel che esprime la società. Siamo tutti inquinatori e siamo tutti inquinati. Ognuno, dunque, deve fare la propria parte, e saranno poi le grandi scelte della politica (sul commercio mondiale, le fonti energetiche, i sistemi di trasporto, lo sviluppo delle città, le migrazioni, l'agricoltura, l'industria, ecc.) a determinare il prossimo futuro.

C'è bisogno di un'alleanza tra scienziati, politici, industriali, agricoltori, cittadini, lavoratori, studenti, consumatori, tutti insieme, perchè tutti siamo partecipi al problema e quindi alla soluzione. Soprattutto noi, che viviamo nella parte ricca del globo, abbiamo una responsabilità in più rispetto alle masse dei poveri che faticano ad accedere ai servizi essenziali.

Non sarà facile accordarsi sulle soluzioni, perchè prevalgono gli egoismi di parte. Ognuno vorrebbe che a cambiare per primi fossero gli altri. Le calotte polari, che hanno iniziato a sciogliersi, non attenderanno però i nostri tempi politici. Dobbiamo trovare il modo, subito, per rendere possibile la necessaria conversione ecologica. Dobbiamo dimostrare con i fatti che consumando meno (meno Co2 in atmosfera) si vive meglio e si è più felici. Solo quando un comportamento virtuoso diventerà conveniente, allora potrà trasformarsi in scelta politica valida per tutti, su larga scala.

In questa battaglia planetaria non ci saranno vinti e vincitori. O tutti vinti, o tutti vincitori. Ci vuole per questo un patto intergenerazionale. Se coloro che nasceranno domani hanno diritto ad un ambiente sano e vivibile, chi oggi è già nato e consuma risorse non rinnovabili, deve potersi riscattare. La grande campagna necessaria, prioritaria su tutto, è quella per il disarmo climatico.

Come umanità, con tutte le generazioni viventi, dobbiamo dichiarare pace con la natura e riporre le armi che hanno ferito il pianeta. 

Il vasto movimento che si è messo in moto, di cui tu sei una delle espressioni, può fare molto: una campagna contro le spese militari globali, per dirottare gli investimenti dal settore militare e bellico verso quello della ricerca per le nuove fonti energetiche e per la pulizia degli oceani inquinati dalle plastiche. È l'unica guerra che vale la pena di combattere. Le altre vanno disertate.

L'opinione pubblica è una potenza che può spostare gli equilibri politici. La più grande forza che abbiamo è quella della nonviolenza. Siamo tutti sulla stessa barca che si chiama pianeta Terra.

Grazie per quello che fai.

Mao Valpiana
presidente del Movimento Nonviolento

Italy

L'indignazione di Greta Thinberg all'Onu: Ci state rubando il futuro, come osate? Ma il mondo si sta svegliando e il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no. 
"Avete rubato i miei sogni e la mia infanzia con le vostre parole vuote, e io sono tra i più fortunati. Le persone stanno soffrendo, stanno morendo. Interi ecosistemi stanno collassando. Siamo all’inizio di un’estinzione di massa. E tutto ciò di cui parlate sono soldi e favole di eterna crescita economica? Come osate?"
Guarda il video del discorso integrale


Il mio messaggio è che vi terremo d’occhio. È tutto sbagliato. Non dovrei essere qui, dovrei essere a scuola, dall’altro lato dell’Oceano. Eppure venite a chiedere la speranza a noi giovani? Come osate?.

Avete rubato i miei sogni e la mia infanzia con le vostre parole vuote, e io sono tra i più fortunati. Le persone stanno soffrendo, stanno morendo. Interi ecosistemi stanno collassando. Siamo all’inizio di un’estinzione di massa. E tutto ciò di cui parlate sono soldi e favole di eterna crescita economica? Come osate?

Per oltre 30 anni la scienza è stata chiarissima. Come osate continuare guardare dall'altra parte e venire qui dicendo che state facendo abbastanza quando le politiche e le soluzioni necessarie non si vedono ancora.

Dite di ascoltarci e che capite la nostra fretta. Ma non importa quanto io sia triste o arrabbiata, non voglio crederci. Perché se aveste davvero compreso la situazione e continuaste comunque a sbagliare, allora voi sareste il Male. E io non voglio crederlo.

L'idea comune di dimezzare le emissioni in 10 anni ci offre solo il 50% di possibilità di rimanere sotto ai 1.5°C gradi e il rischio di innescare un'irreversibile catena di eventi che andranno oltre il controllo umano.

Il 50% potrà essere accettabile per voi. Ma quei numeri non includono i punti di non ritorno, la maggior parte dei circoli di reazione, il riscaldamento aggiuntivo nascosto dall'inquinamento atmosferico tossico o aspetti di equità e giustizia climatica.

Dunque il 50% di rischio non è semplicemente accettabile per noi, coloro che dovranno viverne le conseguenze.

Per avere il 67% di probabilità di rimanere sotto all'aumento di temperatura di 1.5°C - che secondo l'IPCC [Intergovernmental Panel on Climate Change, n.d.r] è il miglior scenario possibile - il mondo aveva 420 gigatoni di CO2 da emettere entro il 1 gennaio 2018. Oggi quella stima è stata ridotta a 350 gigatoni.

Come osate fingere che ciò si possa risolvere come al solito con alcune soluzione tecniche? Con gli attuali livelli di emissioni la restante riserva di CO2 sarà interamente perduta nel giro di otto anni e mezzo.

Oggi non ci saranno soluzioni o piani in linea con queste stime, perché questi numeri sono troppo scomodi. E voi non siete ancora abbastanza maturi per dire le cose come stanno.

Ci state deludendo, ma i giovani stanno iniziando a capire il vostro tradimento, gli occhi di tutte le generazioni future sono su di voi, e se sceglierete di fallire non vi perdoneremo mai

Non vi permetteremo di gettare via tutto questo. Proprio qui, proprio ora noi tracciamo la strada. Il mondo si sta svegliando e il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no.

Grazie.


#Fridaysforfuture - Oggi 27settembre 2019 milioni di studenti
sono scesi in piazza in tutto il mondo per l'ambiente!!! -
#ClimateStrike #SchoolStrike4climate
Guarda il video




Papa Francesco in Madagascar: «Camminare al seguito di Gesù non è molto riposante!... Possa questo umile realismo – è un realismo, realismo cristiano – spingerci ad affrontare grandi sfide...» Omelia 08/09/2019 - Angelus Antananarivo - Madagascar (foto, testo e video)

VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA FRANCESCO
IN MOZAMBICO, MADAGASCAR E MAURIZIO
(4 - 10 SETTEMBRE 2019)

SANTA MESSA
Campo Diocesano di Soamandrakizay (Antananarivo)
Domenica, 8 settembre 2019



Un milione di persone ha preso parte alla Messa con Papa Francesco al Campo diocesano di Soamandrakizay, alla periferia di Antananarivo. Risuona forte nell'omelia l'esortazione a non chiudersi nel proprio “piccolo mondo”, nel proprio clan o nelle ingannevoli sicurezze del denaro e del potere, ma aprirsi agli altri per gustare la vita nuova
Lo hanno atteso tutta la notte, in questa immensa distesa di terra rossa. Anche con bambini piccoli, non hanno avuto paura di sfidare il forte vento, il freddo e, “armati” solo di stuoie, coperte e del sorriso, hanno aspettato, trepidanti, per abbracciare Papa Francesco. Al Campo diocesano di Soamandrakizay, ai giovani che ieri hanno preso parte alla Veglia, si sono aggiunte migliaia di persone tanto che stamani si stima siano un milione, strette una accanto all’altra e festanti.









OMELIA

Il Vangelo ci ha detto che «una folla numerosa andava con Gesù» (Lc 14,25). Come quelle folle che si accalcavano lungo il percorso di Gesù, voi siete venuti in gran numero per accogliere il suo messaggio e per mettervi alla sua sequela. Ma voi sapete bene che camminare al seguito di Gesù non è molto riposante! Voi non avete riposato, e tanti di voi avete anche passato la notte qui. Il Vangelo di Luca, infatti, oggi ricorda le esigenze di questo impegno.

È importante notare che queste prescrizioni sono date nel quadro della salita di Gesù a Gerusalemme, tra la parabola del banchetto in cui l’invito è aperto a tutti (specialmente alle persone rifiutate che vivono nelle strade e nelle piazze, nei crocevia) e le tre parabole chiamate della misericordia, dove si organizza la festa quando ciò che è perduto viene trovato, quando colui che sembrava morto è accolto, festeggiato e restituito alla vita nella possibilità di un nuovo inizio. Ogni rinuncia cristiana ha significato solo alla luce della gioia e della festa dell’incontro con Gesù Cristo.

La prima esigenza ci invita a guardare alle nostre relazioni familiari. La vita nuova che il Signore ci propone sembra scomoda e si trasforma in scandalosa ingiustizia per coloro che credono che l'accesso al Regno dei Cieli possa limitarsi o ridursi solamente ai legami di sangue, all’appartenenza a un determinato gruppo, a un clan o una cultura particolare. Quando la “parentela” diventa la chiave decisiva e determinante di tutto ciò che è giusto e buono, si finisce per giustificare e persino “consacrare” alcuni comportamenti che portano alla cultura del privilegio e dell’esclusione (favoritismi, clientelismi, e quindi corruzione). L’esigenza posta dal Maestro ci porta ad alzare lo sguardo e ci dice: chiunque non è in grado di vedere l’altro come un fratello, di commuoversi per la sua vita e la sua situazione, al di là della sua provenienza familiare, culturale, sociale, «non può essere mio discepolo» (Lc 14,26). Il suo amore e la sua dedizione sono un dono gratuito a motivo di tutti e per tutti.

La seconda esigenza ci mostra come risulti difficile seguire il Signore quando si vuole identificare il Regno dei Cieli con i propri interessi personali o con il fascino di qualche ideologia che finisce per strumentalizzare il nome di Dio o la religione per giustificare atti di violenza, di segregazione e persino di omicidio, esilio, terrorismo ed emarginazione. L’esigenza del Maestro ci incoraggia a non manipolare il Vangelo con tristi riduzionismi, bensì a costruire la storia in fraternità e solidarietà, nel rispetto gratuito della terra e dei suoi doni contro qualsiasi forma di sfruttamento; con l’audacia di vivere il «dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio» (Documento sulla fratellanza umana, Abu Dhabi, 4 febbraio 2019); non cedendo alla tentazione di certe dottrine incapaci di vedere crescere insieme grano e zizzania nell’attesa del padrone della messe (cfr Mt 13,24-30).

E infine: come può essere difficile condividere la nuova vita che il Signore ci dona quando siamo continuamente spinti a giustificare noi stessi, credendo che tutto provenga esclusivamente dalle nostre forze e da ciò che possediamo; quando la corsa ad accumulare diventa assillante e opprimente – come abbiamo ascoltato nella prima Lettura – esacerbando l’egoismo e l’uso di mezzi immorali! L’esigenza del Maestro è un invito a recuperare la memoria grata e a riconoscere che, piuttosto che una vittoria personale, la nostra vita e le nostre capacità sono il risultato di un dono (cfr Esort. ap. Gaudete et exsultate, 55), intessuto tra Dio e tante mani silenziose di persone delle quali arriveremo a conoscere i nomi solo nella manifestazione del Regno dei Cieli.

Con queste esigenze, il Signore vuole preparare i suoi discepoli alla festa dell’irruzione del Regno di Dio, liberandoli da quell’ostacolo rovinoso, in definitiva una delle peggiori schiavitù: il vivere per se stessi. È la tentazione di chiudersi nel proprio piccolo mondo che finisce per lasciare poco spazio agli altri: i poveri non entrano più, la voce di Dio non è più ascoltata, non si gode più la dolce gioia del suo amore, non palpita più l’entusiasmo di fare il bene... Molti, in questo rinchiudersi, possono sentirsi apparentemente sicuri, ma alla fine diventano persone risentite, lamentose, senza vita. Questa non è la scelta di un’esistenza dignitosa e piena, questo non è il desiderio di Dio per noi, non è la vita nello Spirito che scaturisce dal cuore di Cristo risorto (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 2).

Sulla strada verso Gerusalemme, il Signore, con queste esigenze, ci invita ad alzare lo sguardo, ad aggiustare le priorità e soprattutto creare spazi affinché Dio sia il centro e il cardine della nostra vita.

Guardiamoci intorno: quanti uomini e donne, giovani, bambini soffrono e sono totalmente privi ​​di tutto! Questo non fa parte del piano di Dio. Quanto è urgente questo invito di Gesù a morire alle nostre chiusure, ai nostri orgogliosi individualismi per lasciare che lo spirito di fraternità – che promana dal costato aperto di Cristo, da dove nasciamo come famiglia di Dio – trionfi, e ciascuno possa sentirsi amato, perché compreso, accettato e apprezzato nella sua dignità. «Davanti alla dignità umana calpestata spesso si rimane a braccia conserte oppure si aprono le braccia, impotenti di fronte all’oscura forza del male. Ma il cristiano non può stare a braccia conserte, indifferente, o a braccia aperte, fatalista, no. Il credente tende la mano, come fa Gesù con lui» (Omelia in occasione della Giornata mondiale dei poveri, 18 novembre 2018).

La Parola di Dio che abbiamo ascoltato ci invita a riprendere il cammino, a osare questo salto di qualità e adottare questa saggezza del distacco personale come base per la giustizia e per la vita di ognuno di noi: perché insieme possiamo combattere tutte quelle idolatrie che ci portano a focalizzare la nostra attenzione sulle ingannevoli sicurezze del potere, della carriera e del denaro e sulla ricerca di glorie umane.

Le esigenze che Gesù indica cessano di essere pesanti quando iniziamo a gustare la gioia della vita nuova che Egli stesso ci propone: la gioia che nasce dal sapere che Lui è il primo a venirci a cercare agli incroci delle strade, anche quando ci siamo persi come quella pecora o quel figlio prodigo. Possa questo umile realismo – è un realismo, realismo cristiano – spingerci ad affrontare grandi sfide, e dia a voi il ​​desiderio di rendere il vostro bel Paese un luogo in cui il Vangelo possa diventare vita, e la vita sia per la maggior gloria di Dio.

Decidiamoci e facciamo nostri i progetti del Signore.

Guarda il video dell'omelia

ANGELUS

Cari fratelli e sorelle, al termine di questa celebrazione, desidero rivolgere un cordiale saluto a tutti voi!

Ringrazio di cuore Mons. Razanakolona per le parole che mi ha rivolto, e con lui gli altri fratelli Vescovi presenti, i sacerdoti, le persone consacrate, i coniugi con le loro famiglie, i catechisti e voi tutti fedeli.

Colgo questa occasione per esprimere la mia viva riconoscenza al Signor Presidente della Repubblica e a tutte le Autorità civili del Paese per la loro premurosa accoglienza, e la estendo a ciascuno di quanti, in diversi modi, hanno contribuito alla buona riuscita di questa mia visita. Il Signore vi ricompensi e benedica tutto il vostro popolo, per intercessione del Beato Rafael Luis Rafiringa, le cui reliquie sono esposte qui presso l’altare, e dalla Beata Victoire Rasoamanarivo.

Ed ora ci rivolgiamo in preghiera alla Vergine Santa, nel giorno in cui ricordiamo la sua nascita, aurora di salvezza per l’umanità. Maria Immacolata, che voi amate e venerate come vostra Madre e Patrona, accompagni sempre il cammino del Madagascar nella pace e nella speranza.


Guarda il video integrale

Vedi i post precedenti:


Il testo integrale dei dialoghi di Papa Francesco con i gesuiti di Mozambico e Madagascar: "L’evangelizzazione libera! Il proselitismo, invece, fa perdere la libertà. ... (da Papa) credo che fondamentalmente la mia esperienza di Dio non sia cambiata. Io resto sempre lo stesso di prima... non c’è alcuna magia nell’essere eletto Papa. ... Il clericalismo è una vera perversione nella Chiesa. ... È importante che la gente preghi per il Papa e per le sue intenzioni. Il Papa è tentato, è molto assediato: solo la preghiera del suo popolo può liberarlo. ... La xenofobia distrugge l’unità di un popolo, anche quella del popolo di Dio...

Dopo le anticipazioni pubblicate da "La Repubblica" e da "Il Corriere della Sera, "La Civiltà Cattolica" pubblica il testo integrale delle interessanti conversazioni di Papa Francesco durante gli incontri privati con i gesuiti di Mozambico e Madagascar 



«LA SOVRANITÀ DEL POPOLO DI DIO»
I dialoghi di papa Francesco con i gesuiti di Mozambico e Madagascar
di Antonio Spadaro


Giovedì 5 settembre, durante il suo viaggio in Mozambico, papa Francesco ha incontrato in maniera privata un gruppo di 24 gesuiti, dei quali 20 del Mozambico, 3 dello Zimbabwe e uno dal Portogallo. Tra di loro c’era il Provinciale, p. Chiedza Chimhanda. L’incontro è avvenuto in Nunziatura alle 18,15 circa, dopo il rientro dagli impegni della giornata. La Provincia dei gesuiti dello Zimbabwe-Mozambico è stata costituita a fine dicembre 2014. Conta attualmente 163 membri, dei quali 90 giovani in formazione[1]. Al suo arrivo, i gesuiti hanno applaudito il Pontefice, che ha chiesto ai presenti di formare un cerchio con le sedie. La conversazione è durata un’ora abbondante. Dopo i saluti del Provinciale, il Papa ha invitato i gesuiti a porre domande per avviare la conversazione. 

Il primo a prendere la parola è stato p. Paul Mayeresa, che lavora a Beira nell’apostolato educativo. Ha chiesto un pensiero sulle preferenze apostoliche della Compagnia[2] e un consiglio su come viverle in Mozambico. Il Papa ha risposto così:

Non è facile ricostruire una società divisa. Voi vivete in un Paese che ha vissuto lotte tra fratelli. Penso che, ad esempio, la preferenza apostolica che riguarda gli Esercizi spirituali possa aiutare molto in questo contesto. Si possono dare Esercizi a persone impegnate nei diversi settori della società e così renderle più adatte a svolgere il loro compito per unire e riconciliare. Si tratta dell’esperienza del discernimento spirituale che guida all’azione.

Serve un adeguato accompagnamento, specialmente se nella società e nella nazione c’è bisogno di unità, di riconciliazione. Sappiamo che, a volte, l’ottimo è nemico del bene, e in un momento di riconciliazione vanno inghiottiti molti rospi. In questo processo, si deve insegnare ad avere pazienza. Serve la pazienza del discernimento per andare all’essenziale e mettere da parte l’accidentale. Ci vuole davvero tanta pazienza, a volte! Poi, però, serve anche insegnare i contenuti, cioè la dottrina sociale della Chiesa. Ma attenzione: in ogni caso il gesuita non deve dividere. C’è bisogno di riconciliazione nella società del Mozambico: unire, unire, unire, unire, unire, avere pazienza, aspettare. Mai fare un passo per dividere. Noi siamo uomini del tutto, non della parte.

Tu lavori nell’apostolato educativo, e stai in mezzo ai giovani. Il tuo lavoro è importante e impegnativo. I giovani hanno buona volontà, ma possono essere una facile preda dell’inganno, dell’impazienza. È necessario essere vicini ai giovani, dare loro spazio perché possano discernere ciò che accade nel loro cuore. La formazione considera insieme le idee e i sentimenti. Per agire bene bisogna sempre considerare le idee e i sentimenti che si provano. Ad esempio, bisogna aiutare i più giovani a riconoscere quando vivono nella rassegnazione, e quindi nella stagnazione. E anche a riconoscere quando invece vivono una sana inquietudine. Insomma, serve un’opera di discernimento spirituale, di accompagnamento per il bene della società.

Quindi parla p. Bendito Ngozo, cappellano della scuola secondaria «Santo Inácio de Loyola»: «Alcune sètte protestanti per fare proseliti usano le promesse di ricchezza e prosperità. I poveri si fanno affascinare e sperano di diventare ricchi aderendo a queste sètte che usano il nome del Vangelo. Così lasciano la Chiesa. Quale raccomandazione ci può dare affinché la nostra evangelizzazione non sia fare proselitismo?».

Questo che dici è molto importante. Intanto bisogna distinguere bene tra quelli che vengono chiamati «protestanti». Ce ne sono tanti con i quali possiamo lavorare molto bene e che hanno a cuore l’ecumenismo serio, aperto, positivo. Ma ce ne sono altri che cercano solamente di fare proselitismo e usare una visione teologica della prosperità. Sei stato molto preciso nella tua domanda.

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Ciò che intendo dire è che l’evangelizzazione libera! Il proselitismo, invece, fa perdere la libertà. Il proselitismo è incapace di creare un percorso religioso in libertà. Prevede sempre gente in un modo o nell’altro assoggettata. Nell’evangelizzazione il protagonista è Dio, nel proselitismo è l’io.

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San Francesco d’Assisi ha detto ai suoi frati: «Andate nel mondo, evangelizzate. E, se necessario, anche con le parole». L’evangelizzazione è essenzialmente testimonianza. Il proselitismo è convincente, ma è tutta appartenenza e ti toglie la libertà. Credo che questa distinzione possa essere di grande aiuto. Benedetto XVI ad Aparecida ha detto una cosa meravigliosa, che la Chiesa non cresce per proselitismo; cresce per attrazione, l’attrazione della testimonianza. Le sètte, invece, facendo proseliti, separano le persone, promettono loro tanti vantaggi e poi le abbandonano a loro stesse[4].

Tra di voi certamente ci sono teologi, sociologi e filosofi: vi chiedo di studiare e approfondire la differenza tra proselitismo ed evangelizzazione. Leggete bene l’Evangelii nuntiandi di san Paolo VI. Lì è chiaro che la vocazione della Chiesa è quella di evangelizzare. Anzi, l’identità stessa della Chiesa è evangelizzare. Purtroppo, però, non solamente nelle sètte, ma anche all’interno della Chiesa cattolica ci sono gruppi fondamentalisti. Sottolineano il proselitismo più che l’evangelizzazione.

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L’evangelizzatore non viola mai la coscienza: annuncia, semina e aiuta a crescere. Aiuta. Chiunque faccia proselitismo, invece, viola la coscienza delle persone: non le fa libere, le fa dipendere. L’evangelizzazione ti dà una dipendenza «paterna», cioè ti fa crescere e ti libera. Il proselitismo ti dà una dipendenza servile, di coscienza, e sociale. La dipendenza dell’evangelizzato, quella «paterna», è il ricordo della grazia che Dio ti ha dato. Il proselito invece dipende non come un figlio, ma come uno schiavo, che alla fine non sa che cosa fare se non gli viene detto.
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Prende la parola uno scolastico, Leonardo Alexandre Simão, che fa il suo periodo di formazione a Beira. Racconta del suo lavoro con i giovani. Il Papa gli dice che è un lavoro importante e che suo «compito è comunicare il Vangelo e far sì che i giovani siano interiormente liberi». Poi il gesuita gli chiede se e come è cambiata la sua esperienza di Dio da quando è stato eletto Papa. Francesco prende un breve tempo per riflettere e poi risponde…

Non so dirti, a dire il vero. Cioè credo che fondamentalmente la mia esperienza di Dio non sia cambiata. Io resto sempre lo stesso di prima. Sì, avverto un senso di maggiore responsabilità, senza dubbio. La mia preghiera di intercessione poi si è fatta molto più ampia di prima. Ma anche prima vivevo la preghiera di intercessione e avvertivo la responsabilità pastorale. Continuo a camminare, ma non ci sono stati cambiamenti davvero radicali. Parlo al Signore come prima. Sento che mi dà la grazia che mi serve per il tempo presente. Ma il Signore me la dava anche in precedenza. E poi commetto gli stessi peccati di prima. L’elezione a Papa non mi ha convertito di colpo, in modo da rendermi meno peccatore di prima. Io sono e resto un peccatore. Per questo mi confesso ogni due settimane.

Non mi era mai stata posta questa domanda prima d’ora, e ti ringrazio di avermela posta, perché mi fai riflettere sulla mia vita spirituale. Capisco, come ti dicevo, che il mio rapporto con il Signore non è cambiato, a parte un maggiore senso di responsabilità e una preghiera di intercessione che si è allargata al mondo e a tutta la Chiesa. Ma le tentazioni sono le stesse e anche i peccati. Il solo fatto che adesso io mi vesta tutto di bianco non mi ha affatto reso meno peccatore e più santo di prima.

Mi conforta molto sapere che Pietro, l’ultima volta che appare nei Vangeli, è ancora insicuro come lo era prima. Presso il mare di Galilea, Gesù gli chiede se lo ama più degli altri e gli chiede di pascere le sue pecore, e poi lo conferma. Ma Pietro resta la stessa persona che era: testardo, impetuoso. Paolo dovrà confrontarsi e lottare con questa sua testardaggine in merito ai cristiani che venivano dal paganesimo e non dal giudaismo. All’inizio Pietro ad Antiochia viveva la libertà che Dio gli ha dato e sedeva a tavola con i pagani e mangiava con loro tranquillamente, mettendo da parte le regole alimentari giudaiche. Poi però giunsero lì alcuni da Gerusalemme, e Pietro, per timore, si ritirò dalla tavola dei pagani e mangiava solo con i circoncisi[6]. Insomma: dalla libertà egli passa di nuovo alla schiavitù della paura. Ecco Pietro ipocrita, l’uomo del compromesso! Leggere dell’ipocrisia di Pietro mi conforta tanto e mi mette in guardia. Soprattutto mi aiuta a capire che non c’è alcuna magia nell’essere eletto Papa. Il conclave non funziona per magia.

Interviene p. Joaquim Biriate, segretario del Provinciale, per porre una domanda: «Come si fa a evitare di cadere nel clericalismo nel corso della formazione al ministero sacerdotale?».

Il clericalismo è una vera perversione nella Chiesa. Il pastore ha la capacità di andare davanti al gregge per indicare la via, stare in mezzo al gregge per vedere cosa succede al suo interno, e anche stare dietro al gregge per assicurarsi che nessuno sia lasciato indietro. Il clericalismo invece pretende che il pastore stia sempre davanti, stabilisce una rotta, e punisce con la scomunica chi si allontana dal gregge. Insomma: è proprio l’opposto di quello che ha fatto Gesù. Il clericalismo condanna, separa, frusta, disprezza il popolo di Dio.

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In America Latina c’è molta pietà popolare, ed è molto ricca. Una delle spiegazioni che si dà del fenomeno è che questo è avvenuto perché i sacerdoti non erano interessati, e dunque non hanno potuto clericalizzarla. La pietà popolare ha cose da correggere, sì, ma esprime la sovranità del popolo santo di Dio, senza clericalismo. Il clericalismo confonde il «servizio» presbiterale con la «potenza» presbiterale. Il clericalismo è ascesa e dominio. In italiano si chiama «arrampicamento».

Il ministero inteso non come servizio, ma come «promozione» all’altare, è frutto di una mentalità clericale. Mi viene in mente un esempio estremo. Diacono significa «servo». Ma, in alcuni casi, il clericalismo tocca paradossalmente proprio i «servi», i diaconi. Quando dimenticano di essere i custodi del servizio, allora emerge il desiderio di clericalizzarsi e di essere «promossi» all’altare.

Il clericalismo ha come diretta conseguenza la rigidità. Non avete mai visto giovani sacerdoti tutti rigidi in tonaca nera e cappello a forma del pianeta Saturno in testa? Ecco, dietro a tutto il rigido clericalismo ci sono seri problemi. Ho dovuto intervenire di recente in tre diocesi per problemi che poi si esprimevano in queste forme di rigidità che nascondevano squilibri e problemi morali.

Una delle dimensioni del clericalismo è la fissazione morale esclusiva sul sesto comandamento. Una volta un gesuita, un grande gesuita, mi disse di stare attento nel dare l’assoluzione, perché i peccati più gravi sono quelli che hanno una maggiore «angelicità»: orgoglio, arroganza, dominio… E i meno gravi sono quelli che hanno minore angelicità, quali la gola e la lussuria. Ci si concentra sul sesso e poi non si dà peso all’ingiustizia sociale, alla calunnia, ai pettegolezzi, alle menzogne. La Chiesa oggi ha bisogno di una profonda conversione su questo punto.

D’altra parte, i grandi pastori danno alla gente molta libertà. Il buon pastore sa condurre il suo gregge senza asservirlo a regole che lo mortificano. Il clericalismo invece porta all’ipocrisia. Anche nella vita religiosa.

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 Il clericalismo è essenzialmente ipocrita.

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(testo parziale)

Leggi il testo integrale:
 La Civiltà Cattolica 26/09/2019

giovedì 26 settembre 2019

«Chiediamo al Signore la grazia di non cadere in questo spirito di “cristiani all’acqua di rose”, senza sostanza» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
26 settembre 2019
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
“Quella tiepidezza spirituale che trasforma la vita in un cimitero”

Papa Francesco, nella sua omelia alla messa di giovedì 26 settembre a Casa Santa Marta, prende in considerazione la prima lettura proposta dalla liturgia del giorno e cioè un brano tratto dal Libro di Aggèo. È un testo duro in cui, attraverso il profeta, il Signore sollecita il popolo a riflettere sul suo comportamento e a cambiarlo dandosi da fare per ricostruire la Casa di Dio. 

Aggèo, dice il Papa, cercava di smuovere il cuore del popolo pigro e rassegnato a vivere da sconfitto. Il Tempio era stato distrutto dai nemici, era tutto una rovina, ma quella gente aveva fatto passare gli anni così, fino a quando il Signore invia un suo eletto per «ri-costruire il Tempio».

Ma il loro cuore era amareggiato e non avevano voglia di mettersi al lavoro e di rischiare, non volevano lasciarsi aiutare dal Signore «che voleva rialzarla», con la scusa che il tempo giusto non era ancora arrivato. «E questo è il dramma di questa gente, anche il nostro — afferma il Papa — quando ci prende lo spirito di tepore, quando viene quella tiepidezza della vita, quando diciamo: “Sì, sì, Signore, va bene... ma adagio, adagio, Signore, lasciamo così... domani lo farò!”, per dire lo stesso domani e rimandare al dopodomani e così rinviare le decisioni di conversione del cuore e di cambio di vita...».

È un tepore, dice Francesco, che si nasconde spesso dietro le incertezze e intanto rimanda. E così tanta gente spreca la sua vita e finisce «come uno straccio perché non ha fatto nulla, soltanto conservare la pace e la calma dentro di sé». Tuttavia, prosegue il Papa: «Quando noi entriamo in questo tepore, in questo atteggiamento di tiepidezza spirituale, trasformiamo la nostra vita in un cimitero: non c’è vita. C’è soltanto chiusura perché non entrino dei problemi come questa gente che “sì, sì, siamo nelle rovine ma non rischiamo: meglio così. Già siamo abituati a vivere così”».

Papa Francesco avverte che tutto questo succede anche a noi «con le piccole cose che non vanno bene, che il Signore vuole che noi cambiamo». Lui ci chiede la conversione e noi gli rispondiamo: domani. Da qui l’invito alla preghiera: «Chiediamo al Signore la grazia di non cadere in questo spirito di “cristiani a metà” o, come dicono le vecchiette, “cristiani all’acqua di rose”, senza sostanza». Che il Signore ci aiuti, conclude il Papa, a «risvegliarci dallo spirito del tepore», a lottare contro «questa anestesia soave della vita spirituale».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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«La calunnia uccide sempre, è un “cancro diabolico”» Papa Francesco Udienza Generale 25/09/2019 (foto, testo e video)

UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 25 settembre 2019

Tra i 12mila pellegrini presenti oggi in piazza, c’è anche un gruppo di una quarantina di cinesi, provenienti alla parrocchia di San Lorenzo a Macau. Il Papa ha fatto il suo ingresso dall’Arco delle Campane intorno alle 9.10, e poco dopo ha fatto fermare la jeep bianca scoperta per far salire a bordo cinque bambini, che hanno avuto il privilegio di godere di un tragitto speciale tra i settori delimitati dal colonnato del Bernini. Francesco è apparso sorridente e rilassato, in una giornata romana dal tipico clima settembrino, con il sole mitigato da un piacevole venticello. Moltissimi, come di consueto, i bimbi che il Papa ha baciato e accarezzato lungo il percorso, grazie all’aiuto dei solerti uomini della Gendarmeria vaticana. Il Santo Padre ha indugiato a lungo nel corridoio centrale, che taglia longitudinalmente la piazza, luogo dove di solito vengono collocati i malati in carrozzina, salutati uno per uno. Al termine del tragitto, Francesco si è congedato singolarmente dai suoi piccoli ospiti e ha percorso a piedi il tratto che lo separa dalla sua postazione al centro del sagrato.














Catechesi sugli Atti degli Apostoli: 9. Stefano «pieno di Spirito Santo» (At 7,55) tra diakonia e martyria.

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Attraverso il Libro degli Atti degli Apostoli, continuiamo a seguire un viaggio: il viaggio del Vangelo nel mondo. San Luca, con grande realismo, mostra sia la fecondità di questo viaggio sia l’insorgere di alcuni problemi in seno alla comunità cristiana. Fin dall’inizio ci sono stati sempre problemi. Come armonizzare le differenze che coabitano al suo interno senza che accadano contrasti e spaccature?

La comunità non accoglieva solo i giudei, ma anche i greci, cioè persone provenienti dalla diaspora, non ebrei, con cultura e sensibilità proprie e con un’altra religione. Noi, oggi, diciamo “pagani”. E questi erano accolti. Questa compresenza determina equilibri fragili e precari; e dinanzi alle difficoltà spunta la “zizzania”, e quale è la peggiore zizzania che distrugge una comunità? La zizzania della mormorazione, la zizzania del chiacchiericcio: i greci mormorano per la disattenzione della comunità nei confronti delle loro vedove.

Gli Apostoli avviano un processo di discernimento che consiste nel considerare bene le difficoltà e cercare insieme delle soluzioni. Trovano una via di uscita nel suddividere i vari compiti per una serena crescita dell’intero corpo ecclesiale e per evitare di trascurare sia la “corsa” del Vangelo sia la cura dei membri più poveri.

Gli Apostoli sono sempre più consapevoli che la loro vocazione principale è la preghiera e la predicazione della Parola di Dio: pregare e annunciare il Vangelo; e risolvono la questione istituendo un nucleo di «sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza» (At 6,3), i quali, dopo aver ricevuto l’imposizione delle mani, si occuperanno del servizio delle mense. Si tratta dei diaconi che sono creati per questo, per il servizio. Il diacono nella Chiesa non è un sacerdote in seconda, è un’altra cosa; non è per l’altare, ma per il servizio. E’ il custode del servizio nella Chiesa. Quando a un diacono piace troppo di andare all’altare, sbaglia. Questa non è la sua strada. Questa armonia tra servizio alla Parola e servizio alla carità rappresenta il lievito che fa crescere il corpo ecclesiale.

E gli Apostoli creano sette diaconi, e tra i sette “diaconi” si distinguono in modo particolare Stefano e Filippo. Stefano evangelizza con forza e parresia, ma la sua parola incontra le resistenze più ostinate. Non trovando altro modo per farlo desistere, cosa fanno i suoi avversari? Scelgono la soluzione più meschina per annientare un essere umano: cioè, la calunnia o falsa testimonianza. E noi sappiamo che la calunnia uccide sempre. Questo “cancro diabolico”, che nasce dalla volontà di distruggere la reputazione di una persona, aggredisce anche il resto del corpo ecclesiale e lo danneggia gravemente quando, per meschini interessi o per coprire le proprie inadempienze, ci si coalizza per infangare qualcuno.

Condotto nel Sinedrio e accusato da falsi testimoni – lo stesso avevano fatto con Gesù e lo stesso faranno con tutti i martiri mediante falsi testimoni e calunnie – Stefano proclama una rilettura della storia sacra centrata in Cristo, per difendersi. E la Pasqua di Gesù morto e risorto è la chiave di tutta la storia dell’alleanza. Dinanzi a questa sovrabbondanza del dono divino, Stefano coraggiosamente denuncia l’ipocrisia con cui sono stati trattati i profeti e Cristo stesso. E ricorda loro la storia dicendo: «Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete diventati traditori e uccisori» (At 7,52). Non usa mezze parole, ma parla chiaro, dice la verità.

Questo provoca la reazione violenta degli uditori, e Stefano viene condannato a morte, condannato alla lapidazione. Egli però manifesta la vera “stoffa” del discepolo di Cristo. Non cerca scappatoie, non si appella a personalità che possano salvarlo ma rimette la sua vita nelle mani del Signore e la preghiera di Stefano è bellissima, in quel momento: «Signore Gesù, accogli il mio spirito» (At 7,59) – e muore da figlio di Dio perdonando: «Signore, non imputare loro questo peccato» (At 7,60).

Queste parole di Stefano ci insegnano che non sono i bei discorsi a rivelare la nostra identità di figli di Dio, ma solo l’abbandono della propria vita nelle mani del Padre e il perdono per chi ci offende ci fanno vedere la qualità della nostra fede.

Oggi ci sono più martiri che all’inizio della vita della Chiesa, e i martiri sono dappertutto. La Chiesa di oggi è ricca di martiri, è irrigata dal loro sangue che è «seme di nuovi cristiani» (Tertulliano, Apologetico, 50,13) e assicura crescita e fecondità al Popolo di Dio. I martiri non sono “santini”, ma uomini e donne in carne e ossa che – come dice l’Apocalisse – «hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello» (7,14). Essi sono i veri vincitori.

Chiediamo anche noi al Signore che, guardando ai martiri di ieri e di oggi, possiamo imparare a vivere una vita piena, accogliendo il martirio della fedeltà quotidiana al Vangelo e della conformazione a Cristo.

Guarda il video della catechesi


Saluti:
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Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.

Sono lieto di accogliere i partecipanti ai Capitoli Generali dei Missionari della Sacra Famiglia, delle Suore di San Paolo di Chartres, delle Suore Missionarie di San Pietro Claver. Esorto ad aprirsi docilmente allo Spirito Santo per discernere vie nuove nel vivere i rispettivi carismi di fondazione. Saluto i Fratelli della Sacra Famiglia, i Membri della Famiglia Carmelitana, e quanti prendono parte al Corso promosso da “Rome International Seminar 2019”.

Saluto inoltre le Parrocchie di Campocavallo di Osimo, con l’arcivescovo di Ancona, mons. Spina, e di Viggianello, l’Associazione italiana Vittime della violenza, l’Opera San Francesco per i Poveri di Brescia, e i Gruppi Zordan di Valdagno e Noi-Huntington.

Un pensiero particolare rivolgo ai giovani, agli anziani, agli ammalati e agli sposi novelli.

Venerdì prossimo celebreremo la memoria di San Vincenzo de’ Paoli, Fondatore e Patrono di tutte le Associazioni di Carità. L’esempio di carità datoci da san Vincenzo de’ Paoli, conduca tutti noi ad un gioioso e disinteressato servizio ai più bisognosi, e vi apra al dovere dell’ospitalità e al dono della vita.


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