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lunedì 26 febbraio 2018

«La trasfigurazione di Gesù è un’apparizione pasquale anticipata. E’ un dono di amore che ci fa comprendere la sua risurrezione» Papa Francesco Angelus 25/02/2018 (testo e video)

ANGELUS
Piazza San Pietro
II Domenica di Quaresima, 25 febbraio 2018

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo di oggi, seconda domenica di Quaresima, ci invita a contemplare la trasfigurazione di Gesù (cfr Mc 9,2-10). Questo episodio va collegato a quanto era accaduto sei giorni prima, quando Gesù aveva svelato ai suoi discepoli che a Gerusalemme avrebbe dovuto «soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere» (Mc 8,31). Questo annuncio aveva messo in crisi Pietro e tutto il gruppo dei discepoli, che respingevano l’idea che Gesù venisse rifiutato dai capi del popolo e poi ucciso. Loro infatti attendevano un Messia potente, forte, dominatore, invece Gesù si presenta come umile, come mite, servo di Dio, servo degli uomini, che dovrà donare la sua vita in sacrificio, passando attraverso la via della persecuzione, della sofferenza e della morte. Ma come poter seguire un Maestro e Messia la cui vicenda terrena si sarebbe conclusa in quel modo? Così pensavano loro. E la risposta arriva proprio dalla trasfigurazione. Che cos’è la trasfigurazione di Gesù? E’ un’apparizione pasquale anticipata.

Gesù prese con sé i tre discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni e «li condusse su un alto monte» (Mc 9,2); e là, per un momento, mostra loro la sua gloria, gloria di Figlio di Dio. Questo evento della trasfigurazione permette così ai discepoli di affrontare la passione di Gesù in modo positivo, senza essere travolti. Lo hanno visto come sarà dopo la passione, glorioso. E così Gesù li prepara alla prova. La trasfigurazione aiuta i discepoli, e anche noi, a capire che la passione di Cristo è un mistero di sofferenza, ma è soprattutto un dono di amore, di amore infinito da parte di Gesù. L’evento di Gesù che si trasfigura sul monte ci fa comprendere meglio anche la sua risurrezione. Per capire il mistero della croce è necessario sapere in anticipo che Colui che soffre e che è glorificato non è solamente un uomo, ma è il Figlio di Dio, che con il suo amore fedele fino alla morte ci ha salvati. Il Padre rinnova così la sua dichiarazione messianica sul Figlio, già fatta sulle rive del Giordano dopo il battesimo, ed esorta: «Ascoltatelo!» (v. 7). I discepoli sono chiamati a seguire il Maestro con fiducia, con speranza, nonostante la sua morte; la divinità di Gesù deve manifestarsi proprio sulla croce, proprio nel suo morire «in quel modo», tanto che l’evangelista Marco pone sulla bocca del centurione la professione di fede: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!» (15,39).

Ci rivolgiamo ora in preghiera alla Vergine Maria, la creatura umana trasfigurata interiormente dalla grazia di Cristo. Ci affidiamo fiduciosi al suo materno aiuto per proseguire con fede e generosità il cammino della Quaresima.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

in questi giorni il mio pensiero è spesso rivolto all’amata e martoriata Siria, dove la guerra si è intensificata, specialmente nel Ghouta orientale. Questo mese di febbraio è stato uno dei più violenti in sette anni di conflitto: centinaia, migliaia di vittime civili, bambini, donne, anziani; sono stati colpiti gli ospedali; la gente non può procurarsi da mangiare… Fratelli e sorelle, tutto questo è disumano. Non si può combattere il male con altro male. E la guerra è un male. Pertanto rivolgo il mio appello accorato perché cessi subito la violenza, sia dato accesso agli aiuti umanitari – cibo e medicine – e siano evacuati i feriti e i malati. Preghiamo insieme Dio che questo avvenga immediatamente.
[pausa di silenzio]
Guarda il video dell'appello
Ave o Maria…

Rivolgo un cordiale saluto a tutti voi pellegrini di Roma, dell’Italia e di diversi Paesi, in particolare a quelli venuti da Spis, in Slovacchia.

Saluto i rappresentanti dell’emittente televisiva diocesana di Prato con il loro Vescovo, i giovani dell’orchestra di Oppido Mamertina e gli scout di Genova. Saluto i cresimandi e i ragazzi della professione di fede provenienti da Serravalle Scrivia, Verdellino, Zingonia, Lodi, Renate e Verduggio.

Saluto il gruppo venuto in occasione della “Giornata per le malattie rare”, con un incoraggiamento alle associazioni che lavorano in questo campo. Grazie. Grazie per quello che fate.

A tutti auguro una buona domenica. Non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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Violenza a scuola - Dove è finito il patto educativo tra famiglia - scuola - società?

Violenza a scuola: nell’educare nessuno è autosufficiente

Non è nella scuola l'origine della violenza che sta letteralmente sfigurandole il volto. Gli insegnanti sono in trincea ogni giorno ma il nemico contro cui combattere non è il genitore manesco o il ragazzo indisciplinato. A far chiudere i pugni sono i continui incitamenti al successo a tutti i costi, all'indegnità dello sconfitto, all'individualismo competitivo e cinico, l'ansia soffocante di controllo, l'ingiustizia troppe volte impunita, il veleno dell' “è tutto uguale, una cosa vale l'altra”


Le pagine dei giornali e dei siti di informazione traboccano quotidianamente di episodi di violenza. Non se ne può certo fare una classifica, ma quelli perpetrati fra le mura scolastiche – come è avvenuto di recente in numerose città italiane e nella provincia americana – lasciano un senso di particolare sbigottimento e incredulità. Come tutti i contesti educativi, infatti, la scuola è il luogo della parola, della ragione, delle energie e passioni indirizzate alla conoscenza, alla creatività, alla convivenza. Come è possibile che si arrivi a temere di essere aggrediti varcando la soglia della cultura e della scienza?

Tenuta a lungo fuori dalle aule, in nome di un’istruzione che si immaginava evidentemente asettica e neutra, l’educazione oggi è invocata a gran voce da ogni parte. Non basta però moltiplicare le “educazioni”, traducendole in progetti didattici di cui si fanno belli i piani dell’offerta formativa. A cosa è servito celebrare il 50º anniversario di don Milani se non si fa tesoro della sua principale lezione? “Non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare per fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter fare scuola”.

È l’essere dell’insegnante, o meglio della comunità educativa che gioca in classe e nei corridoi la sua credibilità professionale ed umana, a generare desiderio, bellezza e sapere. Il “Professore della Testimonianza” lo chiamava lo scrittore Andrea Bajani in un provocante saggio di qualche anno fa.

Professore e Testimonianza, non a caso maiuscoli, perché è da qui che si deve ripartire: dalle persone più che dalle tecniche; dall’incontro tra allievi e maestri, entrambi degni di questo nome; da una scuola a cui si riconosce non meno di quanto le si chiede.

Evitando possibilmente di farne la discarica delle nostre frustrazioni e inadempienze.
Inutile far finta di non vedere: non è nella scuola l’origine della violenza che sta letteralmente sfigurandole il volto. Gli insegnanti sono in trincea ogni giorno ma il nemico contro cui combattere non è il genitore manesco o il ragazzo indisciplinato. A far chiudere i pugni sono i continui incitamenti al successo a tutti i costi, all’indegnità dello sconfitto, all’individualismo competitivo e cinico, l’ansia soffocante di controllo, l’ingiustizia troppe volte impunita, il veleno dell’ “è tutto uguale, una cosa vale l’altra”.

“Per vivere e non solo sopravvivere”, ha scritto di recente il pensatore francese di estrema sinistra Alain Badiou, serve “un’alleanza fra i giovani e i vecchi”. Le stesse parole che continua a ripetere papa Francesco. Per ragionevolezza o disperazione, sembra farsi strada l’idea che nell’educazione nessuno è autosufficiente, che occorrono quelle “alleanze educative” che la Chiesa italiana continua a indicare da ormai dieci anni. Gli esempi ci sono: la settimana scorsa, a Bologna, ho visto attorno allo stesso tavolo una decina di vescovi, altrettanti rettori di università, il ministro, gli amministratori locali, studenti e insegnanti.
Dicono i filosofi che la questione centrale, oggi come ieri, è quella della felicità.

Siamo a corto di maestri di felicità:

quelli che si propongono come tali non raramente si dimostrano falsari. La scuola è memoria viva della storia di ieri ed è prefigurazione di quella che sarà la società di domani. Circa la felicità di oggi, la scuola c’entra eccome nell’indicare dove, e come, cercarla.



Gli scolaretti disobbediscono alle loro maestre. Gli adolescenti aggrediscono i loro insegnanti. I genitori di quegli adolescenti si precipitano a scuola per picchiare gli insegnanti già aggrediti dai propri figli. Una brillante invenzione di una delle tante narrazioni distopiche che proliferano di questi tempi sugli schermi domestici delle nostre serie tv preferite? No. La realtà sociale delle nostre scuole raccontata dalla cronaca di questi giorni. Ma non ci si può arrendere alla cronaca. La verità che promana dagli ultimi casi estremi narrati dalle cronache ha una portata storica, ben più vasta e terribile: la nostra epoca si sta avviando al tramonto della pedagogia. Dopo l’evaporazione del Padre, ora assistiamo all’eclissi del Maestro. 
...

E’ proprio in questi decenni di pedagogismi proliferanti che l’insegnamento viene espropriato del suo tratto magistrale, che i programmi scolastici vengono privati dei loro contenuti fondamentali, che gli insegnanti stessi vengono sviliti a categoria sociale derelitta, malpagata, screditata, emarginata, a un branco di vecchi «sfigati». Non ci si deve, perciò, stupire che i genitori prendano sempre più spesso partito per i figli nei conflitti con gli insegnati. La rottura dell’alleanza scuola famiglia è il prodotto della distruzione storica di entrambe. Il padre che abbia perso il rispetto per l’insegnante del proprio figlio è, infatti, con tutta evidenza, un genitore che ha già perso il rispetto di se stesso. 

E non ci si illuda che basti alzare la voce per ritrovare la magnifica speranza progressista di una educazione dell’uomo per l’uomo. Forze storiche potenti le si oppongono. Innanzitutto il trionfo autocratico del mercato. Abbiamo smesso di credere, di sperare di potere e di dovere educare i nostri figli da quando la società dei consumi ha individuato in loro i clienti più appetibili. E’ stato allora che abbiamo abbandonato l’onere e l’onore di formare i loro gusti e abbiamo incominciato a inseguirli. Similmente, ciò che resta della cosiddetta leadarship politica ha abdicato alla conduzione del proprio elettorato per accodarsi ai suoi umori momentanei. Le tecnologie della comunicazione digitale stanno facendo il resto. Il magnifico universo del world wide web è un cosmo ottuso in cui non ci sono sapienti e alunni, maestri e allievi, ma solo guru chiassosi e adepti ignoranti. Il suo orizzonte è l’orizzontalità immobile del tramonto di ogni pedagogia. Su questo impero dell’immoralità dilagante l’astro del pedagogo tramonta inesorabilmente, cedendo il passo a quello del libertino. 

Resta da capire se riteniamo di avere ancora qualcosa da insegnare ai nostri figli. 


Su Tagada, programma di La7, interviene lo psichiatra Paolo Crepet, che commenta gli ultimi episodi di violenza degli alunni nei confronti di docenti e Ata.

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Quando il buonismo educativo è così pregnante, non va bene. Noi non abbiamo più figli, ma piccoli Budda a cui noi siamo devoti, per cui possono fare tutto. Scelgono dove andare a mangiare, in quale parco giochi. Siamo diventati genitori che dicono sempre di si. Ma questo è sbagliato. Esposti. Quando diventeranno grandi ci sarà qualcuno che gli dirà di no. Magari alla prima frustrazione amorosa. Magari al primo lavoro. I genitori vanno al primo incontro di lavoro del figlio di 26 anni. Poi c’è gente che non manda i figli all’Erasmus perché fa freddo. Sono un disastro questi genitori. Non possiamo generalizzare, ma in molti casi è così.



Papa Francesco durante la Catechesi nell'Udienza Generale 20 maggio 2015 racconta un episodio della sua infanzia, quando un giorno rispose male alla maestra...

... Di fatto, si è aperta una frattura tra famiglia e società, tra famiglia e scuola, il patto educativo oggi si è rotto; e così, l’alleanza educativa della società con la famiglia è entrata in crisi perché è stata minata la fiducia reciproca. I sintomi sono molti. Per esempio, nella scuola si sono intaccati i rapporti tra i genitori e gli insegnanti. A volte ci sono tensioni e sfiducia reciproca; e le conseguenze naturalmente ricadono sui figli. D’altro canto, si sono moltiplicati i cosiddetti “esperti”, che hanno occupato il ruolo dei genitori anche negli aspetti più intimi dell’educazione. Sulla vita affettiva, sulla personalità e lo sviluppo, sui diritti e sui doveri, gli “esperti” sanno tutto: obiettivi, motivazioni, tecniche. E i genitori devono solo ascoltare, imparare e adeguarsi. Privati del loro ruolo, essi diventano spesso eccessivamente apprensivi e possessivi nei confronti dei loro figli, fino a non correggerli mai: “Tu non puoi correggere il figlio”. Tendono ad affidarli sempre più agli “esperti”, anche per gli aspetti più delicati e personali della loro vita, mettendosi nell’angolo da soli; e così i genitori oggi corrono il rischio di autoescludersi dalla vita dei loro figli. E questo è gravissimo! Oggi ci sono casi di questo tipo. Non dico che accada sempre, ma ci sono. La maestra a scuola rimprovera il bambino e fa una nota ai genitori. Io ricordo un aneddoto personale. Una volta, quando ero in quarta elementare ho detto una brutta parola alla maestra e la maestra, una brava donna, ha fatto chiamare mia mamma. Lei è venuta il giorno dopo, hanno parlato fra loro e poi sono stato chiamato. E mia mamma davanti alla maestra mi ha spiegato che quello che io ho fatto era una cosa brutta, che non si doveva fare; ma la mamma lo ha fatto con tanta dolcezza e mi ha chiesto di chiedere perdono davanti a lei alla maestra. Io l’ho fatto e poi sono rimasto contento perché ho detto: è finita bene la storia. Ma quello era il primo capitolo! Quando sono tornato a casa, incominciò il secondo capitolo… Immaginatevi voi, oggi, se la maestra fa una cosa del genere, il giorno dopo si trova i due genitori o uno dei due a rimproverarla, perché gli “esperti” dicono che i bambini non si devono rimproverare così. Sono cambiate le cose! Pertanto i genitori non devono autoescludersi dall’educazione dei figli.

E’ evidente che questa impostazione non è buona: non è armonica, non è dialogica, e invece di favorire la collaborazione tra la famiglia e le altre agenzie educative, le scuole, le palestre… le contrappone.

Come siamo arrivati a questo punto? Non c’è dubbio che i genitori, o meglio, certi modelli educativi del passato avevano alcuni limiti, non c’è dubbio. Ma è anche vero che ci sono sbagli che solo i genitori sono autorizzati a fare, perché possono compensarli in un modo che è impossibile a chiunque altro. D’altra parte, lo sappiamo bene, la vita è diventata avara di tempo per parlare, riflettere, confrontarsi. Molti genitori sono “sequestrati” dal lavoro - papà e mamma devono lavorare - e da altre preoccupazioni, imbarazzati dalle nuove esigenze dei figli e dalla complessità della vita attuale, - che è così, dobbiamo accettarla com’è - e si trovano come paralizzati dal timore di sbagliare. Il problema, però, non è solo parlare. Anzi, un “dialoghismo” superficiale non porta a un vero incontro della mente e del cuore. Chiediamoci piuttosto: cerchiamo di capire “dove” i figli veramente sono nel loro cammino? Dov’è realmente la loro anima, lo sappiamo? E soprattutto: lo vogliamo sapere? Siamo convinti che essi, in realtà, non aspettano altro? ...

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domenica 25 febbraio 2018

"L’EREDITA’. QUELLA VERA!" - "Generale Errico, signor no!"


L’EREDITA’. QUELLA VERA!

La parola da scoprire è ‘esercito’. Tra gli indizi, anche ‘Giovanni XXIII’. Questo succedeva il 23 febbraio 2018, su Rai 1 in pre-serata con il programma L’Eredità! La guerra, l’esercito: un gioco! E tutto fa brodo, anche papa Roncalli. Pur di ammansire l’opinione pubblica e convincerla che è tutto bello, è tutto buono, anche l’esercito che fa la guerra. Forse un modo per salutare il Generale Errico che tra pochi giorni va in pensione, orgoglioso di aver portato il papa ‘buono’ ad essere nominato patrono dell’esercito italiano, e che qualche giorno fa in San Pietro ha ‘arruolato’ d’ufficio anche tutti i sacerdoti dicendo : ‘la missione dei militari al servizio della pace è simile a quella dei sacerdoti.’

E così, su Rai1, tutto diventa un gioco.

Qualche giorno fa CasaPound ha girato uno spot elettorale al Sacrario di Redipuglia. Nessun rispetto per i morti. Evvai con la guerra!

Poco importa che papa Francesco abbia invitato al digiuno e alla preghiera per la pace, in particolare in Sud Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo: 6 milioni di morti in questi ultimi anni. E cosa succede in Siria? Ghouta? Afrin?

Fa niente, noi si gioca…

Alcuni canali Tv hanno già i loro inviati (nulla da dire, molto bravi!) guarda caso dove? In Niger… dove tra poco arriveranno i militari i italiani.

La Tv e l’informazione al seguito della guerra. Non è una novità. Ma è sempre sconcertante. E siamo nell’anno del centenario della fine della Prima Guerra mondiale, ‘inutile strage’. Quante ne sentiremo ancora!

Ma c’è un’altra eredità!

Quella di Josef Mayr-Nusser, l’uomo che disse no a Hitler, morto il 24 febbraio mentre veniva trasportato a Dachau. “Se nessuno avrà mai il coraggio di contrastare il nazionalsocialismo, questo sistema non crollerà mai” (Francesco Comina, L’uomo che disse no a Hitler, ed. Il Margine).

Quella di padre Rutilio Grande, assassinato 41 anni fa in Salvador, grande amico di mons. Oscar Romero, anche lui martire in Salvador, ucciso il 24 marzo 1980.

Quella di don Tonino Bello, tra due mesi circa saranno 25 anni dalla sua morte. Fu lui a dire con passione, nella città di Sarajevo assediata, nel dicembre 1992: “Gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati!”.

Questa è l’eredità che dobbiamo raccogliere oggi!

24 febbraio 2018
Renato Sacco,
coordinatore nazionale di Pax Christi


Generale Errico, signor no!
Lettera aperta

Al Generale Danilo Errico
Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano
Via XX Settembre, 123/A – 00187 ROMA

Egregio Generale Danilo Errico,

abbiamo letto sul sito dell’Ordinariato Militare che Lei “ha messo in evidenza come la missione dei militari al servizio della pace sia simile a quella dei sacerdoti“. Parole pronunciate in S. Pietro lo scorso 15 febbraio, in occasione della solenne Celebrazione presieduta dal Cardinale Segretario di Stato e concelebrata dall’Ordinario militare e da tanti cappellani militari.

Ci sentiamo offesi dalle Sue parole. Dal suo paragone tra il nostro essere sacerdoti e ‘la missione dei militari’. Sono vocazioni e scelte di vita radicalmente diverse.

Noi siamo preti, già coordinatori nazionali di Pax Christi. No, la nostra idea di pace non è per nulla vicina alla Sua.

La nostra scelta di essere preti è per annunciare Cristo nostra pace (una pace Made in Cielo, come diceva don Tonino Bello, già presidente di Pax Christi), non per servire progetti di guerra o difendere ‘interessi nazionali ovunque minacciati o compromessi’. Non ci coinvolga, per favore, in progetti e situazioni con cui non abbiamo nulla da condividere. Abbiamo il massimo rispetto per le persone che scelgono la vita militare, ma non venga a tirarci per la giacca.

Se vuole comandare, essendo Lei il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, comandi e dia le direttive nel Suo campo, ma lasci stare noi e tutti quelli che come noi credono a lavorano per la pace in tante situazioni, anche difficili, e non si affidano a missioni di pace armate… che con la pace non hanno proprio nulla a che vedere, come la prossima missione in Niger.

Siamo convinti che la chiesa non debba avere nessun compromesso con la logica folle della guerra, anche se oggi mascherata con la parola pace.

Siamo nel centenario della fine della Prima Guerra mondiale, ‘inutile strage’.

La storia ci sia maestra di vita.

Per i credenti e per i preti, dai tempi della Pacem in Terris la guerra è ‘alienum a ratione’ (pura follia),come ebbe a scrivere S. Giovanni XXIII che paradossalmente avete eletto patrono di chi persegue la pace ridotta a figlia degenere della guerra.

Generale Errico, come uomini, come credenti e come preti Le rinnoviamo, con rispetto ma con altrettanta fermezza, il nostro signor no!

17 febbraio 2018
Renato Sacco, parroco a Cesara e Arola (Vb),
attuale coordinatore nazionale di Pax Christi,
Nandino Capovilla, parroco a Marghera (Ve),
già coordinatore nazionale di Pax Christi
Fabio Corazzina, parroco a Brescia,
già coordinatore nazionale di Pax Christi
Tonio Dell’Olio, Presidente Pro Civitate Christiana, Assisi,
già coordinatore nazionale di Pax Christi

Leggi anche:


Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - II domenica di Quaresima / B





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)



"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 13/2017-2018 (B) di Santino Coppolino

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo: 
Mc 9,2-10





Il brano del Vangelo di questa seconda Domenica di Quaresima, sottolinea e sigilla la precedente "sezione dei pani" (6,30-8,21) e la rivelazione di Gesù, Messia come "servo sofferente" (8,27-38) fatta a Pietro. Il Pane spezzato e condiviso, che è Gesù stesso, è il vero nutrimento per la vita dei discepoli, perché << non vengano meno >> (8,3) nella traversata del burrascoso mare della vita e non diventino preda dello scoraggiamento di fronte alla morte terribile e infamante che Gesù deve affrontare a Gerusalemme. Nella piena consapevolezza di ciò che sta per accadergli, Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, che rappresentano le Chiese del tempo, perché facciano una personale esperienza della sua realtà, della sua Vita Divina. Pietro (come anche gli altri) continua a non comprendere chi è Gesù: vuole fare tre tende (richiamo alla festa di Sukkot quando doveva, secondo la tradizione, rivelarsi il Messia) perché pretende che Gesù si manifesti subito al mondo. Veramente non sa quello che dice. Ciò che hanno ascoltato, contemplato ed adorato, potrà essere narrato solo dopo la passione, morte e resurrezione del Signore. Elia, Mosè, le vesti splendenti, la nube e la voce sono il sigillo del Padre sulla vita spezzata e donata del Figlio Amato, l'Agapetòs, il solo che abbiamo il dovere di ascoltare.


sabato 24 febbraio 2018

"L'ineffabile luce di Dio per noi mendicanti di senso" di p. Ermes Ronchi - II Domenica di Quaresima Anno B

L'ineffabile luce di Dio per noi mendicanti di senso


Commento
II Domenica di Quaresima – Anno B

Letture:  Genesi 22,1-2.9.10-13.15-18; Salmo 115; Romani 8,31-34; Marco 9,2-10


In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risorto dai morti. [...]

La Quaresima ci sorprende con il Vangelo della Trasfigurazione, pieno di sole e di luce, che mette ali alla nostra speranza. Una pagina di teologia per immagini: si tratta di vedere Gesù come il sole della nostra vita, e la nostra vita muoversi sotto il sole di Dio. Gesù chiama di nuovo con sé i primi chiamati: tutto è narrato dal punto di vista dei discepoli, di ciò che accade loro, del percorso che loro e noi possiamo compiere per giungere a godere la bellezza della luce. Li porta su di un alto monte e fu trasfigurato davanti a loro: i monti nella Bibbia sono dimora di Dio, ma offrono anche la possibilità di uno sguardo nuovo sul mondo, colto da una nuova angolatura, osservato dall'alto, da un punto di vista inedito, il punto di vista di Dio.
La nostra comprensione, la nostra intelligenza, la nostra luce non ci bastano, le cose attorno a noi non sono chiare, la storia e i sentieri del futuro per nulla evidenti. Come Pietro e i suoi due compagni, anche noi siamo mendicanti di luce, mendicanti di senso e di cielo. E la fede che cerchiamo è «visione nuova delle cose» (G. Vannucci), «vedere il mondo in altra luce» (M. Zambrano).
Pietro ci apre la strada con la sua esclamazione straordinaria: maestro che bello qui! E vorrei, balbettando come il primo dei discepoli, dire che anch'io ho sfiorato, qualche volta almeno, la bellezza del credere. Che anche per me credere è stato acquisire bellezza del vivere. La fede viva discende da uno stupore, da un innamoramento, da un «che bello!» che trema negli occhi e nella voce. La forza del cuore di Pietro è la scoperta della bellezza di Gesù, da lì viene la spinta ad agire (facciamo, qui, subito...). Succede anche a me: la vita non avanza per ordini o divieti, ma per una seduzione. E la seduzione nasce da una bellezza, almeno intravista, anche se per poco, anche solo la freccia di un istante: il volto bello di Gesù, sguardo gettato sull'abisso di Dio. Guardano i tre, si emozionano, sono storditi: davanti a loro si è aperta la rivelazione stupenda di un Dio luminoso, bello, solare. Un Dio da godere, un Dio da stupirsene. E che in ogni figlio ha seminato la sua grande bellezza.
Venne dal cielo una nube, e dalla nube una voce: ascoltate lui. Gesù è la Voce diventata volto. Il mistero di Dio è ormai tutto dentro Gesù. E per noi cercatori di luce è tracciata la strada maestra: ascoltatelo, dare tempo e cuore alla Parola, fino a che diventi carne e vita. E poi seguirlo, amando le cose che lui amava, preferendo coloro che lui preferiva, rifiutando ciò che lui rifiutava. Allora vedremo la goccia di luce nascosta nel cuore vivo di tutte le cose, vedremo un germoglio di luce spuntare e arrampicarsi in noi.

Papa Francesco: «Nella vita ci sono tanti “perché?” ai quali non possiamo rispondere. Possiamo soltanto guardare, sentire, soffrire e piangere.»


Papa Francesco lo scorso 4 gennaio in forma strettamente privata, tanto da non figurare in agenda e di cui la Sala Stampa vaticana ha dato notizia solo il 19 febbraio, ha incontrato un gruppo di orfani romeni aiutati dalla Ong “FDP protagonisti nell’educazione”

Nel gruppo c’erano ragazzi e ragazze, alcuni poco più che bambini, altri già giovani genitori. Tutti erano accompagnati da Simona Carobene, responsabile di “FDP”. 

Al Papa hanno portato le loro domande sulla vita e sulla morte, sulla malattia e sui peccati, sul dolore provocato dall’abbandono dei propri genitori, le difficoltà di mantenere legami duraturi o di accettare le risposte di una Chiesa che, a volte, sembra costruire “muri” più che “ponti”.








Udienza ai ragazzi romeni aiutati dalla ONG “FDP protagonisti nell’educazione” (4 gennaio 2018), 19.02.2018


Il 4 gennaio scorso, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza un gruppo di ragazzi romeni ospiti di un orfanotrofio, aiutati dalla ONG “FDP protagonisti nell’educazione”, che opera da anni in Romania.
Riportiamo di seguito la trascrizione delle risposte del Papa alle domande dei ragazzi:


Risposte del Santo Padre


Cari ragazzi, cari fratelli e sorelle,

vi ringrazio per questo incontro, e per la confidenza con cui mi avete rivolto le vostre domande, in cui si sente la realtà della vostra vita.

Ho qui le vostre domande, che avevo già letto. Ma prima di rispondervi vorrei ringraziare con voi il Signore perché siete qui, perché Lui, con la collaborazione di tanti amici, vi ha aiutato ad andare avanti e a crescere. E insieme ricordiamo tanti bambini e ragazzi che sono andati in cielo: preghiamo per loro; e preghiamo per quelli che vivono in situazioni di grande difficoltà, in Romania e in altri Paesi del mondo. Affidiamo a Dio e alla Vergine Madre tutti i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze che soffrono per le malattie, le guerre e le schiavitù di oggi.

E ora vorrei rispondere alle vostre domande. Lo farò come posso, perché mai si può rispondere del tutto a una domanda che viene dal cuore. In queste domande la parola che voi usate di più è “perché?”: ci sono molti “perché?”. Ad alcuni di questi “perché?” posso dare una risposta, ad altri no, solo Dio può darla. Nella vita ci sono tanti “perché?” ai quali non possiamo rispondere. Possiamo soltanto guardare, sentire, soffrire e piangere.

Prima domanda: Perché la vita è così difficile e tra noi amici litighiamo spesso? E ci imbrogliamo? Voi preti ci dite di andare in Chiesa, ma immediatamente quando usciamo sbagliamo e commettiamo peccati. Allora perché sono entrato in Chiesa? Se io considero che Dio è nel mio animo, perché è importante andare in Chiesa?

Papa Francesco: 
I tuoi “perché?” hanno una risposta: è il peccato, l’egoismo umano: per questo –come dici tu- “litighiamo spesso”, “ci facciamo del male, ci imbrogliamo”. Tu stesso lo hai riconosciuto, che anche se andiamo in Chiesa, poi sbagliamo ancora, rimaniamo sempre peccatori. E allora giustamente tu ti domandi: a cosa serve andare in chiesa? Serve a metterci davanti a Dio cosi come siamo, senza “truccarci”, cosi come siamo davanti a Dio, senza trucco. A dire: “Eccomi, signore, sono peccatore e ti chiedo perdono. Abbi pietà di me”. Se io vado in chiesa per far finta di essere una buona persona questo non serve. Se vado in chiesa perché mi piace sentire la musica o anche perché mi sento bene non serve. Serve se all’inizio, quando io entro in chiesa, posso dire: “Eccomi Signore. Tu mi ami e io sono peccatore. Abbi pietà di noi. Gesù ci dice che se facciamo così, torniamo a casa perdonati. Accarezzati da Lui, più amati da Lui sentendo questa carezza, questo amore. Così piano piano Dio trasforma il nostro cuore con la sua misericordia, e trasforma anche la nostra vita. Non restiamo sempre uguali, ma veniamo “lavorati”. Dio ci lavora il cuore, è Lui, e noi siamo lavorati come l’argilla nelle mani del vasaio; e l’amore di Dio prende il posto del nostro egoismo. Ecco perché credo che è importante andare in chiesa: non solo guardare Dio, lasciarsi guardare da Lui. Questo penso. Grazie.

Seconda domanda: Perché ci sono dei genitori che amano i bambini sani e invece quelli malati o con problemi no?

Papa Francesco: 
La tua domanda riguarda i genitori, il loro atteggiamento davanti ai bambini sani e a quelli malati. Ti direi questo: di fronte alle fragilità degli altri, come le malattie, ci sono alcuni adulti che sono più deboli, non hanno la forza sufficiente per sopportare le fragilità. E questo perché loro stessi son fragili. Se io ho una grossa pietra, non posso appoggiarla sopra una scatola di cartone, perché la pietra schiaccia il cartone. Ci sono genitori che sono fragili. Non abbiate paura di dire questo, di pensare questo. Ci sono genitori che sono fragili, perché sono sempre uomini e donne con i loro limiti, i loro peccati e le fragilità che si portano dentro, e magari non hanno avuto la fortuna di essere aiutati quando loro erano piccoli. E così con quelle fragilità vanno avanti nella vita perché non sono stati aiutati, non hanno avuto l’opportunità che abbiamo avuto noi di trovare una persona amica che ci prenda per mano e ci insegni a crescere e a farci forti per vincere quella fragilità. E’ difficile ricevere aiuto dai genitori fragili e a volte siamo noi che dobbiamo aiutarli. Invece di rimproverare la vita perché mi ha dato genitori fragili e io non sono tanto fragile, perché non cambiare la cosa e dire grazie a Dio, grazie alla vita perché io posso aiutare la fragilità del genitore così che la pietra non schiacci la scatola di cartone. Sei d’accordo? Grazie.

Terza domanda: L’anno scorso è morto uno dei nostri amici che sono rimasti in orfanotrofio. È morto nella Settimana santa, il Giovedì santo. Un prete ortodosso ci ha detto che è morto peccatore e per questo non andrà in Paradiso. Io non credo che sia così.

Papa Francesco: 
Forse quel prete non sapeva quello che diceva, forse quel giorno quel prete non stava bene, aveva qualcosa nel cuore che l’ha fatto rispondere cosi. Nessuno di noi può dire che una persona non è andata in cielo. Ti dico una cosa che forse ti stupisce: neppure di Giuda possiamo dirlo. scritta. Tu hai ricordato il vostro amico che è morto. E hai ricordato che è morto il Giovedì santo. Mi sembra molto strano quello che hai sentito dire da quel sacerdote, bisognerebbe capire meglio, forse non è stato capito bene... Comunque io ti dico che Dio vuole portarci tutti in paradiso, nessuno escluso, e che nella Settimana santa noi celebriamo proprio questo: la Passione di Gesù, che come Buon Pastore ha dato la sua vita per noi, che siamo le sue pecorelle. E se una pecorella è smarrita, Lui la va a cercare finché non la ritrova. E’ così. Dio se ne sta seduto, Lui va, come ci fa vedere il Vangelo: Lui è sempre in cammino per trovare quella pecorella, e non si spaventa quando ci trova, anche se siamo in uno stato di grande fragilità, se siamo sporchi di peccati, se siamo abbandonati da tutto e dalla vita, Lui ci abbraccia e ci bacia. Poteva non venire ma è venuto per noi il Buon Pastore. E se una pecorella è smarrita, quando la trova se la mette sulle spalle e pieno di gioia la riporta a casa. Io posso dirti una cosa: sono sicuro, conoscendo Gesù, sono sicuro che questo è ciò che in quella Settimana santa il Signore ha fatto con il vostro amico.

Quarta domanda: Perché noi abbiamo avuto questa sorte? Perché? Che senso ha?

Papa Francesco: 
Sai, ci sono “perché?” che non hanno risposta. Per esempio: perché soffrono i bambini? Chi può rispondere a questo? Nessuno. Il tuo “perché?” è uno di quelli che non hanno una risposta umana, ma solo divina. Non so dirti perché tu hai avuto “questa sorte”. Non sappiamo il “perché” nel senso del motivo. Cosa ho fatto di male per avere questa sorte? Non lo sappiamo. Ma sappiamo il “perché” nel senso del fine che Dio vuole dare alla tua sorte, e il fine è la guarigione – il Signore guarisce sempre – la guarigione e la vita. Lo dice Gesù nel Vangelo quando incontra un uomo cieco dalla nascita. E questo si domandava sicuramente: “Ma perché io sono nato cieco?”. I discepoli chiedono a Gesù: “Perché è così? Per colpa sua o dei suoi genitori?”. E Gesù risponde: “No, non è colpa sua né dei suoi genitori, ma è così perché si manifestino il lui le opere di Dio” (cfr Gv 9,1-3). Vuol dire che Dio, davanti a tante situazioni brutte in cui noi possiamo trovarci fin da piccoli, vuole guarirle, risanarle, vuole portare vita dove c’è morte. Questo fa Gesù, e questo fanno anche i cristiani che sono veramente uniti a Gesù. Voi lo avete sperimentato. Il “perché” è un incontro che guarisce dal dolore, dalla malattia, dalla sofferenza, e dà l’abbraccio della guarigione. Ma è un “perché” per il dopo, all’inizio non si può sapere. Io non so il “perché”, non posso neppure pensarlo; so che quei “perché?” non hanno risposta. Ma se voi avete sperimentato l’incontro con il Signore, con Gesù che guarisce, che guarisce con un abbraccio, con le carezze, con l’amore, allora, dopo tutto il male che potete aver vissuto, alla fine avete trovato questo. Ecco “perché”.

Quinta domanda: Succede che mi sento sola e non so che senso abbia la mia vita. La mia bambina è in affido e alcune persone mi giudicano che non sono una buona mamma. Invece io credo che mia figlia stia bene e che ho deciso correttamente anche perché ci vediamo spesso.

Papa Francesco: 
Sono d’accordo con te che l’affido può essere un aiuto in certe situazioni difficili. L’importante è che tutto sia fatto con amore, con cura per le persone, con grande rispetto. Capisco che spesso ti senti sola. Ti consiglio di non chiuderti, di cercare la compagnia della comunità cristiana: Gesù è venuto a formare una nuova famiglia, la sua famiglia, dove nessuno è solo e siamo tutti fratelli e sorelle, figli del nostro Padre del cielo e della Madre che Gesù ci ha dato, la Vergine Maria. E nella famiglia della Chiesa possiamo ritrovarci tutti, guarendo le nostre ferite e superando i vuoti d’amore che spesso ci sono nelle nostre famiglie umane. Tu stessa hai detto che credi che tua figlia stia bene nella Casa-famiglia anche perché tu sai che lì ci tengono alla bambina e anche a te. E poi hai detto: “Ci vediamo spesso”. A volte la comunità dei fratelli e delle sorelle cristiani ci aiuta così. Affidarsi l’uno all’altro. Non solo i bambini. Quando uno sente qualcosa al cuore si affida all’amica, all’amico e fa uscire dal cuore quel dolore. Affidarsi fraternamente gli uni agli altri, questo è bellissimo e questo lo ha insegnato Gesù. Grazie.

Sesta domanda: Quando avevo due mesi di vita mia mamma mi ha abbandonato in un orfanotrofio. A 21 anni ho cercato mia madre e sono rimasto con lei 2 settimane ma non si comportava bene con me e quindi me ne sono andato. Mio papà è morto. Che colpa ho io se lei non mi vuole? Perché lei non mi accetta?

Papa Francesco: 
Questa domanda l’ho capita bene perché l’hai detta in italiano. Voglio essere sincero con te. Quando ho letto la tua domanda, prima di dare le istruzioni per fare il discorso, ho pianto. Ti sono stato vicino con un paio di lacrime. Perché non so, mi hai dato tanto; gli altri pure, ma tu mi hai preso forse con le difese basse. Quando si parla della mamma sempre c’è qualcosa… e in quel momento mi hai fatto piangere. Il tuo “perché?” assomiglia alla seconda domanda, sui genitori. Non è questione di colpa, è questione di grandi fragilità degli adulti, dovute nel vostro caso a tanta miseria, a tante ingiustizie sociali che schiacciano i piccoli e i poveri, e anche a tanta povertà spirituale. Sì, la povertà spirituale indurisce i cuori e provoca quello che sembra impossibile, che una madre abbandoni il proprio figlio: questo è il frutto della miseria materiale e spirituale, frutto di un sistema sociale sbagliato, disumano, che indurisce i cuori, che fa sbagliare, fa sì che noi non troviamo la strada giusta. Ma sai, questo richiederà tempo: tu hai cercato una cosa più profonda del suo cuore. Tua mamma ti ama ma non sa come farlo, non sa come esprimerlo. Non può perché la vita è dura, è ingiusta. E quell’amore che è chiuso in lei non sa come dirlo e come accarezzarti. Ti prometto di pregare perché un giorno possa farti vedere quell’amore. Non essere scettico, abbi speranza.

Simona Carobene (responsabile dell’iniziativa): A me ha colpito tantissimo il messaggio in occasione della giornata dei poveri. Mi ha fatto sobbalzare perché mi sono chiesta “io come guardo i miei ragazzi?”. Alle volte mi accorgo che sono presa dal fare e dimentico perché Gesù ci ha messi insieme. Occorre che io faccia ancora un cammino di conversione, e questo cammino è continuo e non può mai essere dato per scontato. Per questo continuo a seguire i miei ragazzi, perché sono “i miei santi”. E rimango incollata a Santa Madre Chiesa attraverso il carisma di don Giussani che è la modalità concreta che mi ha fatto amare Gesù. Allo stesso tempo però il richiamo del Suo messaggio era molto concreto. Si parlava di condivisione vera. Ho iniziato a chiedermi se forse non sia arrivato il momento di fare ancora un passo in più nella mia vita, di accoglienza e condivisione. È un desiderio del cuore che mi sta nascendo e che vorrei verificare nel prossimo periodo. Quali sono i segni da guardare per capire quale è il disegno per me? Cosa vuol dire vivere la vocazione della povertà fino in fondo?

Papa Francesco: 
Simona, grazie della tua testimonianza. Sì, la nostra vita è sempre un cammino, un cammino dietro al Signore Gesù, che con amore paziente e fedele non finisce mai di educarci, di farci crescere secondo il suo disegno. E a volte ci fa delle sorprese, per rompere i nostri schemi. Il tuo desiderio di crescere nella condivisione e nella povertà evangelica viene dallo Spirito Santo: questo non si può comprare, affittare, soltanto lo Spirito è capace di far questo e Lui ti aiuterà ad andare avanti in questa strada nella quale tu e gli amici avete fatto tanto bene. Avete aiutato il Signore a compiere le sue opere per questi ragazzi.

Grazie ancora a tutti voi. Incontrarvi mi ha fatto tanto bene. Vi porto nelle mie preghiere. E mi raccomando, anche voi pregate per me perché ne ho bisogno. Grazie!


SIRIA - L' inferno senza fine di Ghouta Duemila morti nel silenzio del mondo di DOMENICO QUIRICO

SIRIA
L' inferno senza fine di Ghouta 
Duemila morti nel silenzio del mondo 
di Domenico Quirico


Un luogo e dei numeri; il luogo è una scaglia periferica di Damasco che si chiama Ghouta, l' area a Est della capitale siriana. I numeri sono quattrocentomila persone, i suoi abitanti assediati dalla guerra, dai bombardamenti serrati dell' esercito governativo e dall' aviazione degli alleati russi. I numeri sono duemila civili, 38 solo ieri: sì, le vittime, quelli che sono rimasti sotto le macerie, o massacrati dalle scaglie di metallo delle bombe. È il numero che riportano gli oppositori di Bashar al-Assad, i leader della Coalizione nazionale siriana che accusa e inveisce dall' esilio in Turchia, parlando di «guerra di sterminio e di crimine contro l' umanità». Forse bisogna ricordare un altro numero, una data; il 2014. Fu allora che l' assedio di Ghouta da parte dell' esercito siriano iniziò. Bisognerebbe contare i giorni le ore i secondi per capire. Ma forse soltanto coloro che ci vivono possono capire. È il problema eterno del dolore della guerra che separa implacabile le vittime dagli spettatori.

Il rumore della pietà Da sette anni la Siria accumula numeri, numeri tremendi: i cinquecentomila morti i milioni di rifugiati l' ammontare delle distruzioni. Si specchia nella propria tragedia, invano cerca di ascoltare il rumore della pietà, della solidarietà che si fa politica o diplomazia.

Intanto scorrono immagini dalla Ghouta a inchiodarci implacabili un' altra volta, alla nostra impotenza; il fumo dei crolli, maschere di polvere che emergono macchiate di sangue dalle rovine, corpi straziati tratti fuori dalle macerie con le mani, con le pale, raspando, bestemmiando dio e gli uomini, invocando vendetta o pietà, le sirene, le urla di chi chiede perché.

Già perché? Perché la guerra non finisce mai, nonostante la proclamata distruzione del califfato, i muscoli della nuova presidenza americana, le ambizioni dell' Europa?

Poi, senza soluzione di continuità, altre immagini; New York, le Nazioni Unite, le riunioni furibonde per distillare gli aggettivi e gli avverbi di uno straccio di risoluzione su Ghouta, per un cessate il fuoco che tenga conto di tutto, degli americani che inveiscono, ma per figura, contro il regime di Bashar («dalla Russia e dall' Iran una sciagura umanitaria», dice Trump), di Mosca che dice sì alla tregua, ma vuole garanzie che i miliziani la rispetteranno e che tiene pronto il veto per impedire qualsiasi denuncia che imbarazzi il suo alleato Bashar, la Francia che annuncia, con la comoda retorica dei comprimari, che un mancato intervento delle Nazioni Unite segnerebbe, nientemeno!, che la fine delle Nazioni Unite. Parole: da sette anni le Nazioni Unite e l' Occidente non fanno nulla e sono ancora lì, vivacissime nel loro burocratico trafficare nel vuoto. Il presidente francese e Angela Merkel scrivono una lettera a Putin chiedendo di appoggiare la risoluzione e di «assumersi le proprie responsabilità. È l' ora di agire». Mentre Macron annuncia: «Siamo pronti ad accogliere gli evacuati di Ghouta».

Il regime siriano, metodico, prosegue nella sua campagna di pulizia dell' Ovest del Paese, la parte che gli interessa. Sente la vittoria vicina. Ghouta è una macchia che bisogna cancellare, proprio accanto al cuore del potere. Intanto si procede a scalpellare l' altra slabbratura più a Nord, Idlib, che chiude fastidiosamente la via verso Aleppo e le montagne degli alawiti, la tribù del presidente.

Per respingere le accuse che arrivano dall' Occidente e dalle associazioni dei diritti umani, per aggirare l' implacabile orrore dei numeri, duemila morti e cinquemila feriti, e delle immagini, Bashar ribadisce che a Ghouta, a battersi facendosi scudo di civili e di edifici come moschee e scuole, sono in realtà non gli antichi ribelli siriani ma i pestilenziali combattenti delle infinite sigle della nebulosa jihadista, al Qaeda e peggio ancora l' Isis in cerca di nuovi santuari. Tattica vincente: è l' argomento con cui Assad e la Russia hanno conquistato in questi anni indiscutibili successi.

Gocce di orrore A chi, attonito, osserva il dispiegarsi dell' ennesimo massacro non resta che ascoltare dal buio di Ghouta i racconti che arrivano come non verificabili gocce di orrore.

Quante volte in questi sette anni ci hanno soffocato, messo di fronte allo scandalo del terzo millennio? Da Homs, da Aleppo, da Raqqa nelle mani dei jihadisti, ecco la guerra che si impadronisce di una città, diventa il pane quotidiano di coloro che, a decine di migliaia, ci vivono: il sibilo degli aerei, i proiettili di artiglieria, i palazzi che si piegano uno sull' altro nel disperato tentativo di sorreggersi e poi precipitano nella polvere, i forni che non danno più pane, l' acqua che manca, l' elettricità che diventa ricordo, i presidi medici che saltano in aria, l' abitudine infernale del morire. Quante volte avete ascoltato, dalla Siria, le storie di gente che ha vissuto cinque mesi in cantina con un chilo di riso e mastelli di acqua putrida, la ricerca inutile di parenti scomparsi perché il quartiere dove vivevano è diventato polvere, il cibo che si fa raro e costa una fortuna perché gli sciacalli crescono attorno a queste tragedie?

Ghouta si aggiungerà, solo un altro numero, all'elenco della nostra colpevole impotenza.

(Fonte: "La Stampa" del 24.02.2018)

Siria, 400mila persone nell'inferno di Ghouta. 
335 morti in 5 giorni di bombardamenti
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Servizio TG2000


Siria, "E’ il Vietnam dei nostri tempi”: 
l’analisi di Alberto Negri
GUARDIA IL VIDEO
Intervista di TV2000



Ghouta. “L’inferno in Terra”
 RAINEWS -In Siria non si ferma il massacro a Ghouta, roccaforte della ribellione armata, martellata dall'aviazione siriana. I morti sono più di 300, tra questi oltre 50 bambini. Mentre il quadro politico e militare si complica anche in altre zone del Paese. Andrea Gerli ne ha parlato in studio con Ugo Tramballi e con i corrispondenti da Istanbul e da Mosca, Lucia Goracci e Marc Innaro 
Guarda  lo speciale: Rainews 

Storia del Sacramento della Riconciliazione di fr. Egidio Palumbo ocarm (VIDEO INTEGRALE)

Storia del Sacramento della Riconciliazione 
di fr. Egidio Palumbo, ocarm 
(VIDEO INTEGRALE)

Relazione del 20 febbraio 2018

inserita nell'ambito delle Catechesi Quaresimali

"IL SACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE",

promosse dalla Parrocchia S. Stefano Protomartire 
di Milazzo




I. La situazione

Difficoltà a confessarsi:
- per la perdita del senso del peccato, della misericordia e della riconciliazione;
- per una visione individualistica della vita umana, cristiana ed ecclesiale;
- per una ignoranza sul senso sacramento della Penitenza o Riconciliazione e quindi spesso una prassi “problematica” della celebrazione del rito che riguarda sia i laici che i presbiteri.

Ma non siamo gli unici: prima di noi altri hanno avuto più o meno le stesse difficoltà. Vedremo subito che cosa ci consegna e ci insegna la storia.

Intanto prendiamo coscienza che il dono della vita nuova nel Signore che abbiamo ricevuto con i sacramenti dell’Iniziazione Cristiana (Battesimo-Confermazione-Eucaristia), lo portiamo dentro le nostre debolezze, fragilità e infedeltà. Perciò è un dono che va sempre rinnovato. È qui il senso del sacramento della Penitenza o Riconciliazione: Dio, in Cristo Gesù, ci offre sempre la grazia di poter uscire (= cammino pasquale) dalle nostre miserie e infedeltà e di poter rinascere e ricominciare ogni volta, giorno dopo giorno il cammino della vita cristiana. Il cristiano non è una persona perfetta, ma una persona che impara a ricominciare ogni giorno. 

Vediamo la storia.

II. Storia della prassi penitenziale della Chiesa
       1. La penitenza pubblica (I-VI sec.) 
       2. La penitenza tariffata (VI-XI sec.)
       3. La penitenza privata (dal sec. XII fino al 1973)

III. Valori e limiti della prassi penitenziale fino al 1973

IV. Il Rito della Penitenza o Riconciliazione del 1973 (ed. italiana 1974)

V.  La mediazione della Chiesa


... il peccato ha sia una dimensione personale, sia una dimensione sociale ed ecclesiale: ogni nostra azione, e nel nostro caso ogni nostro peccato, non rimane chiuso nella persona che lo commette, ma si traduce in mentalità, in cultura, in strutture sociali ed ecclesiali. Cioè il nostro peccato ferisce la Chiesa, la rende meno autentica, meno capace di lottare contro il male e l'ingiustizia; e ancora, il nostro peccato è una ferita alla comunione ecclesiale, è una ferita che rechiamo all'unità e alla fraternità, è una ferita che rechiamo anche ai nostri fratelli e sorelle in umanità, al territorio in cui abitiamo e alla città in cui sia residenti. ...
... Essere riconciliati con la Chiesa, attraverso il sacramento della Penitenza (o Riconciliazione), significa essere riammessi alla partecipazione della carità salvifica che scaturisce dalla Chiesa, Corpo di Cristo. È per questo che la pace con Chiesa porta con sé la remissione dei peccati e il dono della riconciliazione che riunisce di nuovo il cristiano peccatore alla Chiesa, a Cristo e a Dio Padre. 
Il cristiano che si è separato da Dio e dai fratelli, ritrova l'amore e la misericordia di Dio nell'amore e nella misericordia dei fratelli, della Chiesa. La riconciliazione del cristiano con Dio si realizza nella riconciliazione con la Chiesa.
... 
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Relazione integrale

La locandina con il calendario degli incontri


QUARESIMA - Un tempo decisivo di Enzo Bianchi

QUARESIMA 
Un tempo decisivo 
di Enzo Bianchi



La Quaresima è un tempo decisivo nella vita cristiana. È un cammino verso la Pasqua da percorrere con consapevolezza e impegno, è un “segno sacramentale della nostra conversione” – come afferma la liturgia –, del nostro ritornare al Signore, nello sforzo di cambiare mentalità e comportamento.

Purtroppo questa consapevolezza riguardo alla Quaresima come tempo per esercitarsi nell’abbandono degli idoli e così rinnovare l’alleanza con Dio, si è indebolita in numerosi cristiani: molti, tutt’al più, evocano la Quaresima come occasione di mortificazioni ormai diventate non più praticabili nella nostra società, segnata dalla dominante del benessere e dell’individualismo esasperato.

Anche quest’anno papa Francesco, in vista di questo tempo liturgico, indirizza un messaggio. Egli si rivolge certamente ai cattolici, ma confessa di voler raggiungere anche tutti gli uomini e le donne di buona volontà, al di là dei confini della chiesa. Questo messaggio, infatti, può riguardare anche loro, può interessare il loro impegno di umanizzazione, la loro resistenza alla barbarie, la loro ricerca di una convivenza più buona e più bella.

Francesco evoca le parole pronunciate da Gesù nel discorso sulla storia e sulla fine di questo mondo, parole consegnate ai discepoli come profezia: “Per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà” (Mt 24,12). Sono parole che riguardano in verità ogni generazione, anche la nostra:
si moltiplica il male, la banalità del male, diventa più difficile operare il bene, e ciò è una tentazione per i credenti stessi, i quali dovrebbero sapere che il più grande comandamento è quello dell’amore.
 Sì, è possibile – dice Gesù – che la carità venga meno, diventi debole e molto contraddetta. 
I credenti sono dunque avvertiti: ideologie, falsi profeti nutriti di propaganda performante e capaci di sedurre, ispirano molti comportamenti che negano la fraternità, la giustizia, la libertà. E quando avanza l’alienazione, viene meno la carità!

Dopo aver delineato la freddezza del cuore che non riconosce il fratello e la sorella, che uccide la prossimità, che non conosce la com-passione, papa Francesco ricorda le esigenze elementari: quelle dettate da Gesù ai suoi discepoli, né più né meno (cf. Mt 6,1-6.16-18)! Innanzitutto la preghiera che, se è cristiana, è in primo luogo ascolto della parola di Dio contenuta nelle sante Scritture ed eloquente nel cuore dell’essere umano che sa ascoltare. La preghiera è il giudizio di Dio di fronte al quale siamo chiamati a rimanere esposti senza ripari; la preghiera è sempre invocazione dello Spirito che il Signore concede fedelmente a chi lo invoca.

E insieme alla preghiera l’elemosina, parola desueta e poco compresa, che non significa dare agli altri le briciole, il superfluo, che non è tenere lontano da sé il bisognoso, ma è condivisione di ciò che non può essere solo mio possesso ma è dono di Dio a tutti. L’elemosina è stile di vita quotidiano in vista dell’ideale ecclesiale: “tra i credenti non vi sia alcun bisognoso” (cf. At 4,34); oppure, come scrive l’Apostolo: “si tratta … di tendere all’uguaglianza” (2Cor 8,13).

In questa logica si inserisce anche il digiuno, che è un vivere liberamente nella nostra carne ciò che altri sono costretti a vivere a causa della fame, fino a morirne. Digiuno come innesto della sobrietà nella vita quotidiana; come maggior rispetto verso nostra madre terra, resistendo alla dominante dei consumi; come esercizio di disarmo personale e di dominio di sé.

Così ci si prepara alla Pasqua, alla festa dell’amore che vince la morte e dunque ha vinto ogni freddezza della carità.

(Fonte: Pubblicato su Famiglia Cristiana)

Leggi anche il post già pubblicato:
- «Per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà l’amore di molti» (Mt 24,12)    

venerdì 23 febbraio 2018

Papa Francesco: "La GMG è per i coraggiosi! ... Accettate la sfida?" MESSAGGIO PER LA XXXIII GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ 2018 (testo integrale)


Diffuso giovedì 22 febbraio 2019 il messaggio di Papa Francesco per la XXXIII Giornata mondiale della gioventù, che si celebrerà a livello diocesano il prossimo 25 marzo. Un ulteriore passo in vista di quella internazionale a Panamá nel 2019



MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA XXXIII GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ
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«Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio» (Lc 1,30)

Cari giovani,

la Giornata Mondiale della Gioventù del 2018 rappresenta un passo avanti nel cammino di preparazione di quella internazionale, che avrà luogo a Panamá nel gennaio 2019. Questa nuova tappa del nostro pellegrinaggio cade nell’anno in cui è convocata l’Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema: I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. E’ una buona coincidenza. L’attenzione, la preghiera e la riflessione della Chiesa saranno rivolte a voi giovani, nel desiderio di cogliere e, soprattutto, di “accogliere” il dono prezioso che voi siete per Dio, per la Chiesa e per il mondo.

Come già sapete, abbiamo scelto di farci accompagnare in questo itinerario dall’esempio e dall’intercessione di Maria, la giovane di Nazareth che Dio ha scelto quale Madre del suo Figlio. Lei cammina con noi verso il Sinodo e verso la GMG di Panama. Se l’anno scorso ci hanno guidato le parole del suo cantico di lode – «Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente» (Lc 1,49) – insegnandoci a fare memoria del passato, quest’anno cerchiamo di ascoltare insieme a lei la voce di Dio che infonde coraggio e dona la grazia necessaria per rispondere alla sua chiamata: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio» (Lc 1,30). Sono le parole rivolte dal messaggero di Dio, l’arcangelo Gabriele, a Maria, semplice ragazza di un piccolo villaggio della Galilea.

1. Non temere!

Come è comprensibile, l’improvvisa apparizione dell’angelo e il suo misterioso saluto: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te» (Lc 1,28), hanno provocato un forte turbamento in Maria, sorpresa da questa prima rivelazione della sua identità e della sua vocazione, a lei ancora sconosciute. Maria, come altri personaggi delle Sacre Scritture, trema davanti al mistero della chiamata di Dio, che in un momento la pone davanti all’immensità del proprio disegno e le fa sentire tutta la sua piccolezza di umile creatura. L’angelo, leggendo nel profondo del suo cuore, le dice: «Non temere»! Dio legge anche nel nostro intimo. Egli conosce bene le sfide che dobbiamo affrontare nella vita, soprattutto quando siamo di fronte alle scelte fondamentali da cui dipende ciò che saremo e ciò che faremo in questo mondo. È il “brivido” che proviamo di fronte alle decisioni sul nostro futuro, sul nostro stato di vita, sulla nostra vocazione. In questi momenti rimaniamo turbati e siamo colti da tanti timori.

E voi giovani, quali paure avete? Che cosa vi preoccupa più nel profondo? Una paura “di sottofondo” che esiste in molti di voi è quella di non essere amati, benvoluti, di non essere accettati per quello che siete. Oggi, sono tanti i giovani che hanno la sensazione di dover essere diversi da ciò che sono in realtà, nel tentativo di adeguarsi a standard spesso artificiosi e irraggiungibili. Fanno continui “fotoritocchi” delle proprie immagini, nascondendosi dietro a maschere e false identità, fin quasi a diventare loro stessi un “fake”. C’è in molti l’ossessione di ricevere il maggior numero possibile di “mi piace”. E da questo senso di inadeguatezza sorgono tante paure e incertezze. Altri temono di non riuscire a trovare una sicurezza affettiva e rimanere soli. In molti, davanti alla precarietà del lavoro, subentra la paura di non riuscire a trovare una soddisfacente affermazione professionale, di non veder realizzati i propri sogni. Sono timori oggi molto presenti in molti giovani, sia credenti che non credenti. E anche coloro che hanno accolto il dono della fede e cercano con serietà la propria vocazione, non sono certo esenti da timori. Alcuni pensano: forse Dio mi chiede o mi chiederà troppo; forse, percorrendo la strada indicatami da Lui, non sarò veramente felice, o non sarò all’altezza di ciò che mi chiede. Altri si domandano: se seguo la via che Dio mi indica, chi mi garantisce che riuscirò a percorrerla fino in fondo? Mi scoraggerò? Perderò entusiasmo? Sarò capace di perseverare tutta la vita?

Nei momenti in cui dubbi e paure affollano il nostro cuore, si rende necessario il discernimento. Esso ci consente di mettere ordine nella confusione dei nostri pensieri e sentimenti, per agire in modo giusto e prudente. In questo processo, il primo passo per superare le paure è quello di identificarle con chiarezza, per non ritrovarsi a perdere tempo ed energie in preda a fantasmi senza volto e senza consistenza. Per questo, vi invito tutti a guardarvi dentro e a “dare un nome” alle vostre paure. Chiedetevi: oggi, nella situazione concreta che sto vivendo, che cosa mi angoscia, che cosa temo di più? Che cosa mi blocca e mi impedisce di andare avanti? Perché non ho il coraggio di fare le scelte importanti che dovrei fare? Non abbiate timore di guardare con onestà alle vostre paure, riconoscerle per quello che sono e fare i conti con esse. La Bibbia non nega il sentimento umano della paura né i tanti motivi che possono provocarla. Abramo ha avuto paura (cfr Gen 12,10s), Giacobbe ha avuto paura (cfr Gen 31,31; 32,8), e così anche Mosè (cfr Es 2,14; 17,4), Pietro (cfr Mt 26,69ss) e gli Apostoli (cfr Mc 4,38-40; Mt 26,56). Gesù stesso, seppure a un livello incomparabile, ha provato paura e angoscia (cfr Mt 26,37; Lc 22,44).

«Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?» (Mc 4,40). Questo richiamo di Gesù ai discepoli ci fa comprendere come spesso l’ostacolo alla fede non sia l’incredulità, ma la paura. Il lavoro di discernimento, in questo senso, dopo aver identificato le nostre paure, deve aiutarci a superarle aprendoci alla vita e affrontando con serenità le sfide che essa ci presenta. Per noi cristiani, in particolare, la paura non deve mai avere l’ultima parola, ma essere l’occasione per compiere un atto di fede in Dio... e anche nella vita! Ciò significa credere alla bontà fondamentale dell’esistenza che Dio ci ha donato, confidare che Lui conduce ad un fine buono anche attraverso circostanze e vicissitudini spesso per noi misteriose. Se invece alimentiamo le paure, tenderemo a chiuderci in noi stessi, a barricarci per difenderci da tutto e da tutti, rimanendo come paralizzati. Bisogna reagire! Mai chiudersi! Nelle Sacre Scritture troviamo 365 volte l’espressione “non temere”, con tutte le sue varianti. Come dire che ogni giorno dell’anno il Signore ci vuole liberi dalla paura.

Il discernimento diventa indispensabile quando si tratta della ricerca della propria vocazione. Questa, infatti, il più delle volte non è immediatamente chiara o del tutto evidente, ma la si comprende a poco a poco. Il discernimento da fare, in questo caso, non va inteso come uno sforzo individuale di introspezione, dove lo scopo è quello di conoscere meglio i nostri meccanismi interiori per rafforzarci e raggiungere un certo equilibrio. In questo caso la persona può diventare più forte, ma rimane comunque chiusa nell’orizzonte limitato delle sue possibilità e delle sue vedute. La vocazione invece è una chiamata dall’alto e il discernimento in questo caso consiste soprattutto nell’aprirsi all’Altro che chiama. E’ necessario allora il silenzio della preghiera per ascoltare la voce di Dio che risuona nella coscienza. Egli bussa alla porta dei nostri cuori, come ha fatto con Maria, desideroso di stringere amicizia con noi attraverso la preghiera, di parlarci tramite le Sacre Scritture, di offrirci la sua misericordia nel sacramento della Riconciliazione, di farsi uno con noi nella Comunione eucaristica.

Ma è importante anche il confronto e il dialogo con gli altri, nostri fratelli e sorelle nella fede, che hanno più esperienza e ci aiutano a vedere meglio e a scegliere tra le varie opzioni. Il giovane Samuele, quando sente la voce del Signore, non la riconosce subito e per tre volte corre da Eli, l’anziano sacerdote, che alla fine gli suggerisce la risposta giusta da dare alla chiamata del Signore: «Se ti chiamerà, dirai: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”» (1 Sam 3,9). Nei vostri dubbi, sappiate che potete contare sulla Chiesa. So che ci sono bravi sacerdoti, consacrati e consacrate, fedeli laici, molti dei quali giovani a loro volta, che come fratelli e sorelle maggiori nella fede possono accompagnarvi; animati dallo Spirito Santo sapranno aiutarvi a decifrare i vostri dubbi e a leggere il disegno della vostra vocazione personale. L’“altro” non è solo la guida spirituale, ma è anche chi ci aiuta ad aprirci a tutte le infinite ricchezze dell’esistenza che Dio ci ha dato. È necessario aprire spazi nelle nostre città e comunità per crescere, per sognare, per guardare orizzonti nuovi! Mai perdere il gusto di godere dell’incontro, dell’amicizia, il gusto di sognare insieme, di camminare con gli altri. I cristiani autentici non hanno paura di aprirsi agli altri, di condividere i loro spazi vitali trasformandoli in spazi di fraternità. Non lasciate, cari giovani, che i bagliori della gioventù si spengano nel buio di una stanza chiusa in cui l’unica finestra per guardare il mondo è quella del computer e dello smartphone. Spalancate le porte della vostra vita! I vostri spazi e tempi siano abitati da persone concrete, relazioni profonde, con le quali poter condividere esperienze autentiche e reali nel vostro quotidiano.

2. Maria!

«Io ti ho chiamato per nome» (Is 43,1). Il primo motivo per non temere è proprio il fatto che Dio ci chiama per nome. L’angelo, messaggero di Dio, ha chiamato Maria per nome. Dare nomi è proprio di Dio. Nell’opera della creazione, Egli chiama all’esistenza ogni creatura col suo nome. Dietro il nome c’è un’identità, ciò che è unico in ogni cosa, in ogni persona, quell’intima essenza che solo Dio conosce fino in fondo. Questa prerogativa divina è stata poi condivisa con l’uomo, al quale Dio concesse di dare un nome agli animali, agli uccelli e anche ai propri figli (Gen 2,19-21; 4,1). Molte culture condividono questa profonda visione biblica riconoscendo nel nome la rivelazione del mistero più profondo di una vita, il significato di un’esistenza.

Quando chiama per nome una persona, Dio le rivela al tempo stesso la sua vocazione, il suo progetto di santità e di bene, attraverso il quale quella persona diventerà un dono per gli altri e che la renderà unica. E anche quando il Signore vuole allargare gli orizzonti di una vita, sceglie di dare alla persona chiamata un nuovo nome, come fa con Simone, chiamandolo “Pietro”. Da qui è venuto l’uso di assumere un nuovo nome quando si entra in un ordine religioso, ad indicare una nuova identità e una nuova missione. In quanto personale e unica, la chiamata divina richiede da noi il coraggio di svincolarci dalla pressione omologante dei luoghi comuni, perché la nostra vita sia davvero un dono originale e irrepetibile per Dio, per la Chiesa e per gli altri.

Cari giovani, l’essere chiamati per nome è dunque un segno della nostra grande dignità agli occhi di Dio, della sua predilezione per noi. E Dio chiama ciascuno di voi per nome. Voi siete il “tu” di Dio, preziosi ai suoi occhi, degni di stima e amati (cfr Is 43,4). Accogliete con gioia questo dialogo che Dio vi propone, questo appello che Egli rivolge a voi chiamandovi per nome.

3. Hai trovato grazia presso Dio

Il motivo principale per cui Maria non deve temere è perché ha trovato grazia presso Dio. La parola “grazia” ci parla di amore gratuito, non dovuto. Quanto ci incoraggia sapere che non dobbiamo meritare la vicinanza e l’aiuto di Dio presentando in anticipo un “curriculum d’eccellenza”, pieno di meriti e di successi! L’angelo dice a Maria che ha già trovato grazia presso Dio, non che la otterrà in futuro. E la stessa formulazione delle parole dell’angelo ci fa capire che la grazia divina è continuativa, non qualcosa di passeggero o momentaneo, e per questo non verrà mai meno. Anche in futuro ci sarà sempre la grazia di Dio a sostenerci, soprattutto nei momenti di prova e di buio.

La presenza continua della grazia divina ci incoraggia ad abbracciare con fiducia la nostra vocazione, che esige un impegno di fedeltà da rinnovare tutti i giorni. La strada della vocazione non è infatti priva di croci: non solo i dubbi iniziali, ma anche le frequenti tentazioni che si incontrano lungo il cammino. Il sentimento di inadeguatezza accompagna il discepolo di Cristo fino alla fine, ma egli sa di essere assistito dalla grazia di Dio.

Le parole dell’angelo discendono sulle paure umane dissolvendole con la forza della buona notizia di cui sono portatrici: la nostra vita non è pura casualità e mera lotta per la sopravvivenza, ma ciascuno di noi è una storia amata da Dio. L’aver “trovato grazia ai suoi occhi” significa che il Creatore scorge una bellezza unica nel nostro essere e ha un disegno magnifico per la nostra esistenza. Questa consapevolezza non risolve certamente tutti i problemi o non toglie le incertezze della vita, ma ha la forza di trasformarla nel profondo. L’ignoto che il domani ci riserva non è una minaccia oscura a cui bisogna sopravvivere, ma un tempo favorevole che ci è dato per vivere l’unicità della nostra vocazione personale e condividerla con i nostri fratelli e sorelle nella Chiesa e nel mondo.

4. Coraggio nel presente

Dalla certezza che la grazia di Dio è con noi proviene la forza di avere coraggio nel presente: coraggio per portare avanti quello che Dio ci chiede qui e ora, in ogni ambito della nostra vita; coraggio per abbracciare la vocazione che Dio ci mostra; coraggio per vivere la nostra fede senza nasconderla o diminuirla.

Sì, quando ci apriamo alla grazia di Dio, l’impossibile diventa realtà. «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Rm 8,31). La grazia di Dio tocca l’oggi della vostra vita, vi “afferra” così come siete, con tutti i vostri timori e limiti, ma rivela anche i meravigliosi piani di Dio! Voi giovani avete bisogno di sentire che qualcuno ha davvero fiducia in voi: sappiate che il Papa si fida di voi, che la Chiesa si fida di voi! E voi, fidatevi della Chiesa!

Alla giovane Maria fu affidato un compito importante proprio perché era giovane. Voi giovani avete forza, attraversate una fase della vita in cui non mancano certo le energie. Impiegate questa forza e queste energie per migliorare il mondo, incominciando dalle realtà a voi più vicine. Desidero che nella Chiesa vi siano affidate responsabilità importanti, che si abbia il coraggio di lasciarvi spazio; e voi, preparatevi ad assumere queste responsabilità.

Vi invito a contemplare ancora l’amore di Maria: un amore premuroso, dinamico, concreto. Un amore pieno di audacia e tutto proiettato verso il dono di sé. Una Chiesa pervasa da queste qualità mariane sarà sempre Chiesa in uscita, che va oltre i propri limiti e confini per far traboccare la grazia ricevuta. Se ci lasceremo contagiare dall’esempio di Maria, vivremo in concreto quella carità che ci spinge ad amare Dio al di sopra di tutto e di noi stessi, ad amare le persone con le quali condividiamo la vita quotidiana. E ameremo anche chi ci potrebbe sembrare di per sé poco amabile. È un amore che si fa servizio e dedizione, soprattutto verso i più deboli e i più poveri, che trasforma i nostri volti e ci riempie di gioia.

Vorrei concludere con le belle parole di San Bernardo in una sua famosa omelia sul mistero dell’Annunciazione, parole che esprimono l’attesa di tutta l’umanità per la risposta di Maria: «Hai udito, Vergine, che concepirai e partorirai un figlio; hai udito che questo avverrà non per opera di un uomo, ma per opera dello Spirito Santo. L’angelo aspetta la risposta; […] Aspettiamo, o Signora, una parola di compassione anche noi. […] Per la tua breve risposta dobbiamo essere rinnovati e richiamati in vita. […] Tutto il mondo è in attesa, prostrato alle tue ginocchia. […] O Vergine, da’ presto la risposta» (Om. 4, 8; Opera omnia, ed. Cisterc. 4, 1966, 53-54).

Carissimi giovani, il Signore, la Chiesa, il mondo, aspettano anche la vostra risposta alla chiamata unica che ognuno ha in questa vita! Mentre si avvicina la GMG di Panamá, vi invito a prepararvi a questo nostro appuntamento con la gioia e l’entusiasmo di chi vuol essere partecipe di una grande avventura. La GMG è per i coraggiosi! Non per giovani che cercano solo la comodità e che si tirano indietro davanti alle difficoltà. Accettate la sfida?

Dal Vaticano, 11 febbraio 2018

VI Domenica del Tempo Ordinario
Memoria della B.V. Maria di Lourdes

FRANCESCO


Comunicato del Dicastero per i Laici, Famiglia e Vita sul Messaggio del Santo Padre Francesco per la XXXIII Giornata Mondiale della Gioventù (Domenica della Palme, 25 marzo 2018), 22.02.2018

Il Messaggio del Santo Padre ai giovani in preparazione alla XXXIII Giornata Mondiale della Gioventù 2018 — celebrata a livello diocesano la Domenica delle Palme — ha per tema: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio» (Lc 1,30).

Si tratta del secondo Messaggio che Papa Francesco rivolge ai giovani durante il cammino di preparazione alla GMG di Panama, che si svolgerà dal 22 al 27 gennaio 2019. Il Santo Padre ha voluto che i giovani fossero accompagnati dalla Vergine Maria in questo pellegrinaggio spirituale. Se, infatti, il Messaggio dell’anno scorso era incentrato sulle parole del Magnificat: «Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente» (Lc 1,49), nel prossimo anno si rifletterà sulla risposta di Maria all’angelo: «Ecco la serva del Signore; avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38).

Questa “trilogia mariana” è espressione del desiderio di Papa Francesco di offrire ai giovani di tutto il mondo una visione teologale della propria esistenza: «Mi sta a cuore infatti che voi giovani possiate camminare non solo facendo memoria del passato, ma avendo anche coraggio nel presente e speranza per il futuro» (Messaggio GMG 2017). Questo cammino si collega con il percorso Sinodale, che il successore di Pietro ha voluto fosse vissuto in grande sintonia con la preparazione alla GMG. Anche il prossimo Sinodo dei Vescovi (ottobre 2018) su I giovani, la fede e il discernimento vocazionale invita infatti a riflettere sulla realtà in cui vivono le nuove generazioni, sulla loro vita di fede e sul modo in cui maturano le scelte fondamentali, che forgeranno il loro futuro e quello dell’umanità.

È significativo che questo Messaggio, pubblicato nella festa della Cattedra di San Pietro, sia stato firmato dal Santo Padre l’11 febbraio, memoria della Beata Vergine Maria di Lourdes, giorno in cui Sua Santità ha aperto le iscrizioni alla GMG di Panama 2019.



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