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sabato 5 febbraio 2022

NON TEMERE, LA TUA BARCA VA BENE - Che cosa mancava ai quattro in riva al lago? Mancava un sogno. Gesù ha sognato cieli nuovi e terra nuova, e loro lasciano il lago e trovano il mondo. - V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO / C - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Ronchi

NON TEMERE, LA TUA BARCA VA BENE
 

Che cosa mancava ai quattro in riva al lago?  
Mancava un sogno. Gesù ha sognato cieli nuovi e terra nuova, 
e loro lasciano il lago e trovano il mondo.
 

I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire

In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca. [...]Luca 5,1-11

per i social

NON TEMERE, LA TUA BARCA VA BENE

Che cosa mancava ai quattro in riva al lago?  Mancava un sogno. Gesù ha sognato cieli nuovi e terra nuova, e loro lasciano il lago e trovano il mondo.


La nostra vita avanza, cammina, corre dietro a un desiderio forte che nasce da una assenza o da un vuoto, che ci chiedono di essere colmati.

Tutto comincia con una notte buttata, con le reti vuote, con una fatica inutile. Un gruppetto di pescatori delusi, indifferenti alla folla eccitata e al Maestro.

Che cosa mancava ai quattro in riva al lago, per convincerli poi a lasciare barche e reti, a mettersi in cammino dietro a quello sconosciuto, senza neppure domandarsi dove li avrebbe condotti? Mancava un sogno. Gesù ha sognato cieli nuovi e terra nuova per tutti, e loro lasciano il lago e trovano il mondo.

Gesù entra scalzo nelle loro vite, con delicatezza; semplicemente prega Simone di staccarsi un po' dalla riva. Nel momento del fallimento, quale parola ti dà più speranza? Un comando? Un’imposizione? Un rimprovero? O non invece qualcuno che ti prega?

In quello dei pescatori intravedo i miei fallimenti, le scelte sbagliate, i miei giorni inutili. Eppure Gesù sale sulla mia vita, a volte vuota, sulla mia barca che ho tirato in secca, e mi prega di ripartire, affidandomi ancora e sempre un nuovo grande mare.

“Sulla tua parola getterò le reti”. Cosa spinge Pietro a fidarsi? Non ci sono discorsi sulla barca, solo sguardi, ma per Gesù guardarti e amarti è la stessa cosa.

Pietro in quegli occhi ha visto un amore speciale, ha sentito che la sua vita è al sicuro accanto a Gesù. Ci crede, e si lancia in quest’avventura.

Le reti si riempiono. Davanti a questa potenza e mistero, di fronte a Dio che si è avvicinato, il pescatore prende paura, e lo respinge: «Allontanati da me! Sono solo un peccatore». Come posso stare vicino a Dio, se non sono perfetto?

Ma la reazione di Gesù è bellissima: non dice che non è vero, non assolve Simone, non lo umilia; invece, non ci pensa già più, e lo accarezza con una sola parola: non temere. Il peccato rimane, non viene annullato, ma non può essere il mio alibi per chiudermi al futuro.

Non temere, anche la tua barca va bene. D'ora in avanti resterai peccatore, ma non temere, cercherai uomini, li raccoglierai per la vita, lo farai come se fossero il tuo tesoro.

E abbandonate le barche cariche del loro piccolo tesoro, proprio nel momento in cui avrebbe più senso restare, seguono il Maestro verso un altro mare. Senza neppure chiedersi dove li condurrà. Sono i «futuri di cuore». Vanno dietro a lui e verso l'uomo, nella doppia direzione che sola conduce al cuore della vita.

La nostra missione è la stessa di Pietro: pescare non significa raccogliere per la morte, ma per la vita; mostrare che siamo fatti per un altro sole, un’altra luce, un altro respiro. Allora in questa nostra «epoca delle passioni tristi» molto lavoro è da compiere, sotto il vento dello Spirito, ascoltandolo soffiare sulle nostre piccole vele.

per Avvenire

Un sogno divino per piccoli imprenditori (...)

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Caino e Abele: una fraternità soffocata - Gregorio Battaglia - I MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA 2022 (VIDEO)

I MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA 2022
Caino e Abele:
una fraternità soffocata
Gregorio Battaglia
(VIDEO INTEGRALE)


 2 febbraio 2022
Primo dei
I MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA 2022
"Volti di fraternità e sororità
nella fede biblica"

promossi dalla
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)



CAINO ED ABELE

Storia di un dialogo mancato

1. Il contesto famigliare

Il libro della Genesi pone all’inizio dell’umanità sia la storia di Adamo ed Eva, come prima coppia, da cui tutto discende, sia la storia di Caino ed Abele, i primi a sperimentare la difficile coabitazione dell’essere fratelli.

Caino ed Abele, stando al racconto della Genesi, vengono partoriti dalla prima coppia subito dopo la cacciata dal giardino, dove Dio inizialmente li aveva posti. Questi nostri progenitori non soltanto non sono riusciti a dialogare con Dio, da cui di fatto si nascondono, ma non riescono a dialogare nemmeno tra loro due. La loro condizione dopo l’uscita dal giardino dell’Eden è sostanzialmente contrassegnata dalla “maledizione”, perché di fatto il peccato ha messo in crisi tutte quelle relazioni, che contraddistinguono l’esistenza umana.

Dio rivolgendosi alla donna le dice: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto ed egli ti dominerà» (Gen 3,16). All’uomo Dio dice: «maledetto il suolo per causa tua. Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te» (Gen 3,17). Se il peccato è sostanzialmente il rifiuto della relazione con l’altro e con quella alterità, che è Dio stesso, per porre al centro di tutto il proprio “Ego” e le proprie pulsioni, non fa alcuna meraviglia che tutto subisca una distorsione.

Caino ed Abele nascono in questo nuovo contesto, dove il rapporto di coppia non è più fondato sulla reciprocità, secondo il disegno di Dio Creatore, ma sulla volontà di potenza, che richiede la sottomissione dell’altro. Eva, in quanto soggetto dotato di minore potenza muscolare, è, così, costretta a subire la signoria di Adamo.

È quanto mai significativa l’esclamazione di Eva di fronte all’esperienza esaltante del primo parto. Nel ritrovarsi tra le braccia questo primo figlio, che è Caino ella dice: «Ho acquistato un uomo grazie al Signore» (Gen 4,1). La Bibbia di Gerusalemme nella nota relativa a questo versetto così commenta: «E’ il giubilo della prima donna che, da serva di uno sposo, diventa madre di un uomo. Un gioco di parole accosta il nome Caino (in ebraico Qayn) al verbo “acquistare” (in ebraico Qanah)». Eva non parla di “figlio”, né di un dono ricevuto da custodire, ma di aver acquistato un “uomo” e quindi di poter avere un diritto di possesso su di lui, dando vita così ad un regime matriarcale.

Caino, in quanto primogenito in assoluto, si ritrova a vivere questo legame con la madre, che vede in lui non tanto un figlio da accudire, quanto un maschio da tenere legato a sé. Il testo biblico non aggiunge altre parole su questo primo evento generativo, che lega visceralmente la madre al figlio, e non accenna per nulla su quanto tutto questo abbia potuto pesare sulla crescita e maturazione di lui. Possiamo, però immaginare la sorpresa e la reazione di Caino, quando viene detto che Eva «generò un fratello a lui, di nome Abele» (Gen 4,2). L’arrivo di un fratello pone, certamente, a Caino problemi non indifferenti, perché egli è costretto dalla nuova situazione a dover reimpostare tutto il proprio mondo relazionale, tenendo conto, inoltre, che un figlio nei confronti dei genitori ha tutto da guadagnare, ma non così un fratello nei confronti dell’altro.



2. La fraternità: un’esperienza impossibile? È innegabile che tra Caino ed Abele esista un legame naturale, dovuto al vincolo di sangue, ma per il testo della Genesi tutto questo non è sufficiente a garantire una vera relazione fraterna. Troppi fattori rendono faticosa, se non impossibile la coesistenza e di questi il primo è dato dalla “diversità”.
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Il sorriso del piccolo Mustafà che abbraccia l’Italia


Il sorriso del piccolo Mustafà 
che abbraccia l’Italia

A Siena, dove vive il piccolo Mustafà, il bimbo siriano nato senza arti, a causa della guerra. La sua foto mentre gioca con il papà, scattata mentre erano in un campo di rifugiati in Turchia, ha fatto il giro del mondo e scatenato una gara di solidarietà. Il Sir è andato a Siena a incontrare la famiglia del piccolo

foto SIR/Marco Calvarese

foto SIR/Marco Calvarese
Dalle braccia del papà a quelle della mamma, in un gioco continuo fatto di sorrisi e di urla gioiose dove anche un carrello per la spesa diventa un giocattolo da condividere con le due sorelline più piccole. Ti abbraccia con il sorriso: ti accoglie così Mustafà al-Nazzal, il bambino siriano di 5 anni, immortalato con suo padre Munzir (33 anni), dal fotografo turco Mehmet Aslam, nello scatto vincitore del concorso Siena International Photo Awards (Sipa) facendo così il giro del mondo.

La foto li ritraeva mentre giocavano in un campo profughi in Turchia: il papà privo di una gamba che librava in alto suo figlio nato senza arti. La famiglia di Mustafà era fuggita in Turchia da Idlib, nella regione nord-occidentale della Siria, nel 2019, dopo che suo padre Munzir aveva perso una gamba in un attacco chimico del regime siriano. Sua moglie Zeynep, all’epoca incinta di pochi mesi di Mustafà, inalò il gas che provocò nel piccolo la sindrome di tetra-amelia, per questo nato privo di arti. Grazie a quella foto che scatenò una vera e propria corsa alla solidarietà, la famiglia di Mustafà è arrivata a Siena, accolta dalla locale arcidiocesi guidata dal card. Augusto Paolo Lojudice, dove vive in uno dei quattro appartamenti del Centro Caritas di Arbia, un vero e proprio polo della solidarietà, aperto ai bisogni di tutti. Qui, con l’aiuto di tanti volontari, come Anna, Paolo, Maria, la famiglia di Mustafà sta ricominciando una nuova vita.

foto SIR/Marco Calvarese
“Grazie”, “ciao”, “Italia” e soprattutto “ciaccino”, la tipica focaccia farcita senese, sono le prime parole che Mustafà e le sue sorelline hanno imparato a pronunciare e che ripetono spesso sotto lo sguardo divertito dei loro genitori. La mamma Zeynep, 26 anni, ripete il suo “grazie” all’Italia e agli italiani: “avevamo bisogno di aiuto e qui lo abbiamo trovato, ora possiamo curare Mustafà, le nostre bambine potranno andare a scuola e imparare l’italiano”. Finita la sua quarantena, il piccolo Mustafà in questi giorni sta completando un primo ciclo di visite mediche e di accertamenti. Sia lui che il papà, infatti, sono attesi per inizio marzo nel Centro Protesi Vigorso dell’Inail a Budrio, vicino a Bologna, dove inizieranno la riabilitazione. Nel centro Inail sono stati assistiti campioni e atleti paralimpici come Alex Zanardi e Bebe Vio. Ma se per il padre Munzir, spiega Anna Ferretti del team di Caritas Siena, “la riabilitazione sarà una cosa breve, quella di Mustafa sarà più complessa perché il bambino non ha mai avuto gli arti e ciò rende tutto più difficile”.

foto SIR/Marco Calvarese
Seppur con lo sguardo rivolto al futuro, la famiglia del piccolo Mustafà non dimentica la Siria. Racconta Munzir: “prima della guerra la mia famiglia aveva delle terre che coltivavo con i miei genitori. Poi la guerra ci ha tolto tutto”.

“Oggi è in atto un conflitto contro il popolo siriano e se la comunità internazionale non si muoverà questa strage è destinata a durare ancora a lungo. Bisogna fermare tutti gli attori in lotta a cominciare dal regime”.

Il pensiero corre anche ai familiari rifugiati in Turchia: “siamo in contatto con loro tutti i giorni – dice Zeynep – sono felici per quanto è accaduto e sono riconoscenti all’Italia per la generosità mostrata nei nostri confronti. Tanto riconoscenti da avere – rivela la donna – la bandiera italiana nello status di WhatsApp”.

foto SIR/Marco Calvarese
Poco lontano il card. Lojudice gioca e scherza con Mustafà e le sorelline: “Come Diocesi – spiega – abbiamo dato disponibilità ad accogliere questa famiglia. Abbiamo dato loro un alloggio ed abbiamo pensato ad un percorso di vita, umano e sociale da fare insieme”. “Spero che questa esperienza possa servire a riportare attenzione sulla guerra in Siria, oramai scomparsa dai radar dell’informazione, e sulla sofferenza dei bambini che sono le prime vittime della violenza. Mustafà – aggiunge il cardinale – sia un apripista, un punto di riferimento per altre situazioni simili. Perché anche

dal male si può trarre il bene, e dalla disperazione speranza”.

foto SIR/Marco Calvarese
“La diocesi di Siena sta mostrando un grande cuore – conferma Anna Ferretti – stanno arrivando fondi e regali. Pochi giorni fa una parrocchia di Montalcino ha donato un cellulare a Mustafà. Anche le Contrade stanno fremendo per fare qualcosa. La solidarietà è nel Dna dei senesi”. Lo racconta anche la storia di questa città dove già nel 1090 era operativo il più antico ospedale d’Europa per i pellegrini. Santa Maria della Scala accoglieva i pellegrini che percorrevano la Via Francigena, ospitava e sosteneva i poveri, i bambini abbandonati detti “gettatelli” e curava gli ammalati. I poveri di ieri e i rifugiati di oggi.
(fonte: Sir, articolo di Daniele Rocchi 3 Febbraio 2022)

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venerdì 4 febbraio 2022

Videomessaggio di Papa Francesco per la seconda Giornata mondiale della Fratellanza Umana "Il percorso della fratellanza è lungo, è un percorso difficile, ma è l’àncora di salvezza per l’umanità." (testo e video)

VIDEOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA II GIORNATA INTERNAZIONALE
DELLA FRATELLANZA UMANA

4 FEBBRAIO 2022


Cari fratelli e sorelle!

Permettetemi anzitutto di salutare con affetto e stima il Grande Imam Ahmed Al-Tayyeb con il quale, esattamente tre anni fa ad Abu Dhabi, ho firmato il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune. In questi anni abbiamo camminato come fratelli nella consapevolezza che, rispettando le nostre rispettive culture e tradizioni, siamo chiamati a costruire la fratellanza quale barriera contro l’odio, la violenza e l’ingiustizia.

Ringrazio tutti coloro che ci hanno accompagnato su questa strada: Sua Altezza lo Sceicco Mohammed bin Zayed per il suo costante impegno in tale direzione, l’Alto Comitato per la Fratellanza Umana per le varie iniziative promosse in diverse parti del mondo, e l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite perché, con la risoluzione del 21 dicembre 2020, ha permesso di celebrare oggi la Seconda Giornata Internazionale della Fratellanza Umana. E la gratitudine si estende a tutte le istituzioni civili e religiose che sostengono questa nobile causa.

La fratellanza è uno dei valori fondamentali e universali che dovrebbe essere alla base delle relazioni tra i popoli, così che quanti soffrono o sono svantaggiati non si sentano esclusi e dimenticati, ma accolti, sostenuti come parte dell’unica famiglia umana. Siamo fratelli!

Tutti, nel nostro condividere sentimenti di fratellanza gli uni per gli altri, dobbiamo farci promotori di una cultura di pace, che incoraggi sviluppo sostenibile, tolleranza, inclusione, comprensione reciproca e solidarietà.

Tutti viviamo sotto lo stesso cielo, indipendentemente da dove e da come viviamo, dal colore della pelle, dalla religione, dal ceto sociale, dal sesso, dall’età, dalle condizioni di salute e da quelle economiche. Siamo tutti diversi eppure tutti uguali, e questo periodo di pandemia ce lo ha dimostrato. Ripeto ancora una volta: da soli non ci si salva!

Viviamo tutti sotto lo stesso cielo, e nel nome di Dio, noi che siamo sue creature, dobbiamo riconoscerci fratelli e sorelle. Come credenti, appartenenti a diverse tradizioni religiose, abbiamo un ruolo da svolgere. Qual è questo ruolo? Aiutare i nostri fratelli e sorelle a elevare lo sguardo e la preghiera al Cielo. Alziamo gli occhi al Cielo, perché chi adora Dio con cuore sincero ama anche il prossimo. La fratellanza ci induce ad aprirci al Padre di tutti e a vedere nell’altro un fratello, una sorella, a condividere la vita, a sostenerci a vicenda, ad amare e conoscere gli altri.

Viviamo tutti sotto lo stesso cielo. Oggi è il tempo opportuno per camminare insieme. Non lasciare per domani o per un futuro che non sappiamo se ci sarà; oggi è il tempo opportuno per camminare insieme: credenti e tutte le persone di buona volontà, insieme. È un giorno propizio per darsi la mano, per celebrare la nostra unità nella diversità - unità non uniformità, unità nella diversità -, per dire alle comunità e alle società in cui viviamo che è giunto il tempo della fratellanza. Tutti insieme, perché è fondamentale essere solidali l’uno con l’altro. E per questo oggi, lo ripeto, non è tempo di indifferenza: o siamo fratelli o crolla tutto. E questa non è un’espressione meramente letteraria di tragedia, no, è la verità! O siamo fratelli o crolla tutto, lo vediamo nelle piccole guerre, in questa terza guerra mondiale a pezzetti, come si distruggono i popoli, come i bambini non hanno da mangiare, come cala l’educazione… È una distruzione. O siamo fratelli o crolla tutto.

Non è il tempo della dimenticanza. Ogni giorno dobbiamo ricordarci quello che Dio disse ad Abramo: che alzando lo sguardo alle stelle del cielo avrebbe visto la promessa della sua discendenza, cioè noi (cfr Incontro Interreligioso a Ur, 6 marzo 2021). Una promessa che dunque si è realizzata anche nelle nostre vite: quella di una fraternità larga e luminosa come sono le stelle del cielo!

Care sorelle e cari fratelli, Caro fratello Grande Imam!

Il percorso della fratellanza è lungo, è un percorso difficile, ma è l’àncora di salvezza per l’umanità. Ai tanti segnali di minaccia, ai tempi bui, alla logica del conflitto contrapponiamo il segno della fratellanza che, accogliendo l’altro e rispettandone l’identità, lo sollecita a un cammino comune. Non uguali, no, fratelli, ognuno con la propria personalità, con la propria singolarità.

Grazie a tutti coloro che operano nella convinzione che si possa vivere in armonia e in pace, consapevoli della necessità di un mondo più fraterno perché siamo tutti creature di Dio: fratelli e sorelle.

Grazie a coloro che si uniranno al nostro cammino di fratellanza. Incoraggio tutti a impegnarsi per la causa della pace e per rispondere ai problemi e ai bisogni concreti degli ultimi, dei poveri, di chi è indifeso. La proposta è quella di camminare fianco a fianco, “fratelli tutti”, per essere concretamente artigiani di pace e di giustizia, nell’armonia delle differenze e nel rispetto dell’identità di ciascuno. Sorelle e fratelli, avanti insieme su questa strada della fratellanza! Grazie.



Sergio Mattarella Presidente della Repubblica Italiana: "Noi, insieme, responsabili del futuro della nostra Repubblica" - “Dignità pietra angolare del nostro lavoro” (cronaca, foto, testo, commento)

Sergio Mattarella Presidente della Repubblica Italiana:
"Noi, insieme, responsabili del futuro della nostra Repubblica"
“Dignità pietra angolare del nostro lavoro” 
(cronaca, foto, testo e commento)


Cronaca

3 febbraio 2022 - Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha prestato giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione dinanzi al Parlamento riunito in seduta comune integrato dai delegati regionali che hanno partecipato all’elezione ed ha rivolto il messaggio di insediamento.

Al suo arrivo a Palazzo Montecitorio, è stato accolto dal Presidente della Camera, Roberto Fico, e dal Presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati.


Nell'Aula di Montecitorio il Presidente Fico ha dichiarato aperta la seduta ed ha invitato il Capo dello Stato a prestare giuramento a norma dell'art.91 della Costituzione. Il Presidente Mattarella ha quindi pronunciato la formula di giuramento 


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e rivolto il messaggio di insediamento.


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Successivamente, il Capo dello Stato, dopo l'esecuzione dell'Inno nazionale, ha passato in rassegna il reparto d'onore schierato con bandiera e banda su Piazza Montecitorio.




Al termine, il Presidente Mattarella, unitamente al Presidente del Consiglio, Mario Draghi, si è recato al Vittoriano dove ha passato in rassegna il reparto d'onore schierato con bandiera e banda e ha deposto una corona d'alloro sulla Tomba del Milite Ignoto. 



Le Frecce Tricolori hanno sorvolato Piazza Venezia.


Disceso dalla Scalea del Vittoriano, il Presidente della Repubblica ha ricevuto il saluto del Sindaco di Roma, Roberto Gualtieri è quindi salito a bordo della Lancia Flaminia 335 con il Presidente del Consiglio, il Segretario generale della Presidenza della Repubblica, Ugo Zampetti, e l’Aiutante di Campo per la Marina Militare, per recarsi a palazzo del Quirinale per la cerimonia di insediamento.

 






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Mattarella: “Dignità pietra angolare del nostro lavoro”

Unità e dignità. Sono questi i due termini-chiave del discorso di Sergio Mattarella in occasione del suo secondo giuramento da Presidente della Repubblica. Davanti ai “grandi elettori” che lo hanno rivoluto al Quirinale – a furor di popolo, verrebbe da dire, se l’espressione non si prestasse a letture equivoche – il Capo dello Stato ha parlato con lo sguardo rivolto in avanti. Un riferimento ai “giorni travagliati” (“travagliati anche per me”, ha aggiunto a braccio) e alla nuova chiamata “inattesa”, ma poi il baricentro del suo intervento nella sede istituzionale più solenne è apparso chiaramente tutto proiettato in avanti. “Ecco, noi, insieme, responsabili del futuro della nostra Repubblica. Viva la Repubblica, viva l’Italia”: così Mattarella ha concluso un discorso interrotto da 55 applausi: per i sanitari, per le forze armate…

Il Capo dello Stato non ha tralasciato nessun soggetto e nessuna situazione, ma le cronache registrano un particolare trasporto in Aula per le parti che hanno toccato il rapporto tra governo e Parlamento e tra politica e magistratura.

Ma prima di accennare ad alcuni di questi temi, vale la pena partire dalla fine, da quell’autentico inno al dignità scandito da Mattarella con convinzione profonda, dopo averlo fatto precedere da una dichiarazione di principio: “E’ necessario assumere la lotta alle disuguaglianze e alle povertà come asse portante delle politiche pubbliche”. Presidente di tutti gli italiani senza distinzione, ma con un pensiero rivolto “in particolare a quelli più in sofferenza”. L’aggancio forte alla Costituzione (“La lettera e lo spirito della nostra Carta continueranno a essere il punto di riferimento della mia azione”) è nel richiamo a quell’art.3in cui la Repubblica si impegna a “rimuovere gli ostacoli” che ostacolano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini e il pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione alla vita complessiva del Paese. Per Mattarella, dunque, dignità è “azzerare le morti sul lavoro”, “opporsi al razzismo e all’antisemitismo”, “impedire la violenza sulle donne”, “combattere senza tregua la tratta e la schiavitù degli esseri umani”. E’ “diritto allo studio, lotta all’abbandono scolastico, annullamento del divario tecnologico”, “rispetto per gli anziani”. E’, ancora, “contrastare le povertà, la precarietà disperata”, “non dover essere costrette a scegliere tra lavoro e maternità”. E’ un Paese capace di assicurare “il reinserimento sociale dei detenuti”, di eliminare gli ostacoli che le persone con disabilità “immotivatamente incontrano nella loro vita”. Un Paese “libero dalle mafie” e in cui i cittadini possano avere “un’informazione libera e indipendente” ...





A Sanremo c'è anche il Festival della canzone cristiana dal 3 al 5 febbraio - Ospite la band DIOLOVUOLE che mette in musica il messaggio di Don Tonino Bello

DIOLOVUOLE, LA BAND CHE METTE IN MUSICA IL MESSAGGIO DI DON TONINO BELLO


Il gruppo sarà alla prima edizione del Festival della canzone cristiana al via giovedì a Sanremo. «È un riconoscimento al lavoro svolto in questi anni per portare all’attenzione dell’opinione pubblica, attraverso la nostra musica, i valori cristiani della fratellanza e della condivisione incarnati dal vescovo proclamato da poco venerabile», dice il leader Pasquale Minuto

Alla prima edizione del Festival della canzone cristiana, in scena a Sanremo dal 3 al 5 febbraio, ci sarà anche la Diolovuole Band che s’ispira agli insegnamenti e al messaggio evangelico di don Tonino Bello. Testi e note improntati ai temi più cari all’indimenticato “profeta sognatore di Dio” che sono il frutto del grande impegno artistico del gruppo musicale pugliese nato nel 2012 da un’idea del professore molfettese Pasquale Minuto che da ragazzo ebbe modo di conoscere da vicino don Tonino durante il suo cammino pastorale nella diocesi pugliese.

La Diolovuole Band è tra gli ospiti d’onore della kermesse sanremese, dove darà un saggio del suo repertorio fatto d’intense melodie alternate al funky, al rock e persino al rap. «Siamo felicissimi ed entusiasti di poterci esibire sul prestigioso palcoscenico di Sanremo in un contesto artistico e religioso di grande significato», dice Pasquale Minuto, leader della band. «È un riconoscimento al lavoro sul lungo periodo di tutti noi per portare all’attenzione dell’opinione pubblica, attraverso la nostra musica, i valori cristiani della fratellanza e della condivisione».

Fede e musica si fondono in un concerto fantasmagorico. Due anni fa, l’atteso debutto della band nel panorama discografico con il primo album dal titolo Periferie (Editrice Paoline) dedicato agli invisibili, a chi vive ai margini delle città, alle esistenze smarrite e disorientate.

C’è un brano in particolare, tra i 14 che compongono il disco, Collocazione provvisoria che racchiude il significato dell’omelia quaresimale di don Tonino. Una esecuzione melodica nella prima parte che poi lascia spazio alla versione finale in rap affidata alla voce di don Peppe Logruosso, prete di Gravina in Puglia specializzatosi in pastorale giovanile, che opera da un paio di anni a Torino.

Canzoni profonde e intrise di valori cristiani che danno un segnale importante dell’eredità spirituale e religiosa che ha lasciato don Tonino, vescovo povero con i poveri, dichiarato venerabile da papa Francesco il 25 novembre scorso. «Il suo messaggio di pace e di amore fraterno è rimasto scolpito nel nostro animo e nella nostra mente», sottolinea Pasquale Minuto che oltre a suonare il sassofono ha composto anche le musiche. «Gli siamo grati per averci inculcato i valori della cristianità e della solidarietà. Da ragazzo, quando frequentavo la parrocchia a Molfetta, mi sono spesso trovato a tu per tu con don Tonino. Una persona splendida, umile e carismatica tra l’altro grande appassionato di musica oltre che bravo fisarmonicista».

La Diolovuole Band tocca con delicatezza e sensibilità i temi quotidiani dei territori marginali, difficili, portando la parola dell'amore evangelico attraverso la musica, con la consapevolezza che la croce è solo “Collocazione provvisoria”. La loro è una vera e propria crociata di pace come traspare dal cd “Periferie” che si chiude con la celeberrima preghiera di don Tonino “Dammi, Signore, un’ala di riserva”, un’esecuzione musicale rivisitata.

«Anche il logo della band, dove nella parola Dio c’è appunto una croce, esprime l’amore verso Nostro Signore», afferma Pasquale Minuto. «Cerchiamo, per mezzo della musica, di diffondere uno dei messaggi più efficaci di don Tonino, specie quando si rivolgeva a noi giovani: “amate la gente senza chiedere nulla in cambio, anche quando l’altro non vi potrà dare nulla di buono, amatelo". Oggi più che mai dobbiamo tendere la mano al prossimo».

La Diolovuole Band è composta non solo da artisti molfettesi, ma anche da musicisti di altre parti d’Italia. Un’orchestra di 20 elementi, omogenea e ben assemblata di cui fanno parte 8 fiati fra trombe e sax, 4 voci, 2 chitarre, un basso, una batteria e tastiere. I vocalist che si esibiranno a Sanremo sono Rox De Bari e Frain. Il brano Invisibili ha avuto un enorme successo, con oltre un milione di contatti su Youtube, mentre il disco “Periferie” ha superato 20 milioni di visualizzazioni sui vari social.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Nicola Lavacca 02/02/2022)

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Don Peppe Logruosso, autore rapper, Frain, voce e Pax Minuto, compositore musicista, ospiti da Lucia Ascione a Bel tempo si spera

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giovedì 3 febbraio 2022

XXVI GIORNATA MONDIALE DELLA VITA CONSACRATA La Messa con i consacrati e l’Ecclesiastica Communio con il patriarca di Cilicia degli Armeni - «Apriamo le braccia, a Cristo e ai fratelli! Lì c’è Gesù. Rimettiamo Lui al centro e andiamo avanti con gioia.» Papa Francesco Omelia 02/02/2022 (foto, testo e video)

FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE
XXVI GIORNATA MONDIALE DELLA VITA CONSACRATA

SANTA MESSA CON I MEMBRI DEGLI ISTITUTI DI VITA CONSACRATA
E DELLE SOCIETÀ DI VITA APOSTOLICA

Basilica di San Pietro
Mercoledì, 2 febbraio 2022

Francesco celebra la Messa con i religiosi di tutto il mondo per la Giornata della vita consacrata in una San Pietro gremita e illuminata solo dal baluginare delle candele dei religiosi. Tra questi, anche alcuni vescovi e cardinali. Un fuoco flebile segno della più vivida fiamma della vocazione che ha spinto uomini e donne di ogni età ad abbracciare la vita religiosa. Francesco entra in Basilica a passo lento e, mentre il coro intona l’antifona O Luce radiosa, si dirige in processione verso l’Altare della Cattedra da dove benedice i flambeaux.
L’omelia è tutta incentrata sulla figura di Simeone e Anna, "due anziani" che attendono il compiersi della promessa di Dio: la venuta del Messia. In particolare sono i loro gesti a indicare il cammino dei consacrati: vedere, muoversi, accogliere.
Durante la celebrazione nella Basilica vaticana, al momento della Comunione, manifestata l'Ecclesiastica Communio con il patriarca di Cilicia dei Armeni, Raphael Bedros XXI Minassian. Un momento caratterizzato da gesti semplici ma significativi, come tenere elevata a quattro mani la patena con il Corpo e il calice con il Sangue di Cristo e di comunicarsi insieme.









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OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO


Due anziani, Simeone e Anna, attendono nel tempio il compimento della promessa che Dio ha fatto al suo popolo: la venuta del Messia. Ma la loro attesa non è passiva, è piena di movimento. Seguiamo dunque i movimenti di Simeone: egli dapprima è mosso dallo Spirito, poi vede nel Bambino la salvezza e finalmente lo accoglie tra le braccia (cfr Lc 2,26-28). Fermiamoci semplicemente su queste tre azioni e lasciamoci attraversare da alcune domande importanti per noi, in particolare per la vita consacrata.

La prima è: da che cosa siamo mossi? Simeone si reca al tempio «mosso dallo Spirito» (v. 27). Lo Spirito Santo è l’attore principale della scena: è Lui che fa ardere nel cuore di Simeone il desiderio di Dio, è Lui che ravviva nel suo animo l’attesa, è Lui che spinge i suoi passi verso il tempio e rende i suoi occhi capaci di riconoscere il Messia, anche se si presenta come un bambino piccolo e povero. Questo fa lo Spirito Santo: rende capaci di scorgere la presenza di Dio e la sua opera non nelle grandi cose, nell’esteriorità appariscente, nelle esibizioni di forza, ma nella piccolezza e nella fragilità. Pensiamo alla croce: anche lì è una piccolezza, una fragilità, anche una drammaticità. Ma lì c’è la forza di Dio. L’espressione “mosso dallo Spirito” ricorda quelle che nella spiritualità si chiamano “mozioni spirituali”: sono quei moti dell’animo che avvertiamo dentro di noi e che siamo chiamati ad ascoltare, per discernere se provengono dallo Spirito Santo o da altro. Stare attenti alle mozioni interiori dello Spirito.

Allora ci chiediamo: da chi ci lasciamo principalmente muovere: dallo Spirito Santo o dallo spirito del mondo? È una domanda su cui tutti dobbiamo misurarci, soprattutto noi consacrati. Mentre lo Spirito porta a riconoscere Dio nella piccolezza e nella fragilità di un bambino, noi a volte rischiamo di pensare alla nostra consacrazione in termini di risultati, di traguardi, di successo: ci muoviamo alla ricerca di spazi, di visibilità, di numeri: è una tentazione. Lo Spirito invece non chiede questo. Desidera che coltiviamo la fedeltà quotidiana, docili alle piccole cose che ci sono state affidate. Com’è bella la fedeltà di Simeone e Anna! Ogni giorno si recano al tempio, ogni giorno attendono e pregano, anche se il tempo passa e sembra non accadere nulla. Aspettano tutta la vita, senza scoraggiarsi e senza lamentarsi, restando fedeli ogni giorno e alimentando la fiamma della speranza che lo Spirito ha acceso nel loro cuore.

Possiamo chiederci, noi, fratelli e sorelle: che cosa muove i nostri giorni? Quale amore ci spinge ad andare avanti? Lo Spirito Santo o la passione del momento, ossia qualsiasi cosa? Come ci muoviamo nella Chiesa e nella società? A volte, anche dietro l’apparenza di opere buone, possono nascondersi il tarlo del narcisismo o la smania del protagonismo. In altri casi, pur portando avanti tante cose, le nostre comunità religiose sembrano essere mosse più dalla ripetizione meccanica – fare le cose per abitudine, tanto per farle – che dall’entusiasmo di aderire allo Spirito Santo. Farà bene, a tutti noi, verificare oggi le nostre motivazioni interiori, discerniamo le mozioni spirituali, perché il rinnovamento della vita consacrata passa anzitutto da qui.

Una seconda domanda: che cosa vedono i nostri occhi? Simeone, mosso dallo Spirito, vede e riconosce Cristo. E prega dicendo: «I miei occhi hanno visto la tua salvezza» (v. 30). Ecco il grande miracolo della fede: apre gli occhi, trasforma lo sguardo, cambia la visuale. Come sappiamo da tanti incontri di Gesù nei Vangeli, la fede nasce dallo sguardo compassionevole con cui Dio ci guarda, sciogliendo le durezze del nostro cuore, risanando le sue ferite, dandoci occhi nuovi per vedere noi stessi e il mondo. Occhi nuovi su noi stessi, sugli altri, su tutte le situazioni che viviamo, anche le più dolorose. Non si tratta di uno sguardo ingenuo, no, è sapienziale; lo sguardo ingenuo fugge la realtà o finge di non vedere i problemi; si tratta invece di occhi che sanno “vedere dentro” e “vedere oltre”; che non si fermano alle apparenze, ma sanno entrare anche nelle crepe della fragilità e dei fallimenti per scorgervi la presenza di Dio.

Gli occhi anziani di Simeone, pur affaticati dagli anni, vedono il Signore, vedono la salvezza. E noi? Ognuno può domandarsi: che cosa vedono i nostri occhi? Quale visione abbiamo della vita consacrata? Il mondo spesso la vede come uno “spreco”: “Ma guarda, quel ragazzo così bravo, farsi frate”, o “una ragazza così brava, farsi suora… È uno spreco. Se almeno fosse brutto o brutta… No, sono bravi, è uno spreco”. Così pensiamo noi. Il mondo la vede forse come una realtà del passato, qualcosa di inutile. Ma noi, comunità cristiana, religiose e religiosi, che cosa vediamo? Siamo rivolti con gli occhi all’indietro, nostalgici di ciò che non c’è più o siamo capaci di uno sguardo di fede lungimirante, proiettato dentro e oltre? Avere la saggezza del guardare – questa la dà lo Spirito –: guardare bene, misurare bene le distanze, capire le realtà. A me fa tanto bene vedere consacrati e consacrate anziani, che con occhi luminosi continuano a sorridere, dando speranza ai giovani. Pensiamo a quando abbiamo incontrato sguardi simili e benediciamo Dio per questo. Sono sguardi di speranza, aperti al futuro. E forse ci farà bene, in questi giorni, fare un incontro, fare una visita ai nostri fratelli religiosi e sorelle religiose anziani, per guardarli, per parlare, per domandare, per sentire cosa pensano. Credo che sarà una buona medicina.

Fratelli e sorelle, il Signore non manca di darci segnali per invitarci a coltivare una visione rinnovata della vita consacrata. Ci vuole, ma sotto la luce, sotto le mozioni dello Spirito Santo. Non possiamo fare finta di non vedere questi segnali e continuare come se niente fosse, ripetendo le cose di sempre, trascinandoci per inerzia nelle forme del passato, paralizzati dalla paura di cambiare. L’ho detto tante volte: oggi, la tentazione di andare indietro, per sicurezza, per paura, per conservare la fede, per conservare il carisma fondatore… È una tentazione. La tentazione di andare indietro e conservare le “tradizioni” con rigidità. Mettiamoci in testa: la rigidità è una perversione, e sotto ogni rigidità ci sono dei gravi problemi. Né Simeone né Anna erano rigidi, no, erano liberi e avevano la gioia di fare festa: lui, lodando il Signore e profetizzando con coraggio alla mamma; e lei, come buona vecchietta, andando da una parte all’altra dicendo: “Guardate questi, guardate questo!”. Hanno dato l’annuncio con gioia, gli occhi pieni di speranza. Niente inerzie del passato, niente rigidità. Apriamo gli occhi: attraverso le crisi – sì, è vero, ci sono le crisi –, i numeri che mancano – “Padre, non ci sono vocazioni, adesso andremo in capo al mondo per vedere se ne troviamo qualcuna” –, le forze che vengono meno, lo Spirito invita a rinnovare la nostra vita e le nostre comunità. E come facciamo questo? Lui ci indicherà il cammino. Noi apriamo il cuore, con coraggio, senza paura. Apriamo il cuore. Guardiamo a Simeone e Anna: anche se sono avanti negli anni, non passano i giorni a rimpiangere un passato che non torna più, ma aprono le braccia al futuro che viene loro incontro. Fratelli e sorelle, non sprechiamo l’oggi guardando a ieri, o sognando di un domani che mai verrà, ma mettiamoci davanti al Signore, in adorazione, e domandiamo occhi che sappiano vedere il bene e scorgere le vie di Dio. Il Signore ce li darà, se noi lo chiediamo. Con gioia, con fortezza, senza paura.

Infine, una terza domanda: che cosa stringiamo tra le braccia? Simeone accoglie Gesù tra le braccia (cfr v. 28). È una scena tenera e densa di significato, unica nei Vangeli. Dio ha messo suo Figlio tra le nostre braccia perché accogliere Gesù è l’essenziale, il centro della fede. A volte rischiamo di perderci e disperderci in mille cose, di fissarci su aspetti secondari o di immergerci nelle cose da fare, ma il centro di tutto è Cristo, da accogliere come il Signore della nostra vita.

Quando Simeone prende fra le braccia Gesù, le sue labbra pronunciano parole di benedizione, di lode, di stupore. E noi, dopo tanti anni di vita consacrata, abbiamo perso la capacità di stupirci? O abbiamo ancora questa capacità? Facciamo un esame su questo, e se qualcuno non la trova, chieda la grazia dello stupore, lo stupore davanti alle meraviglie che Dio sta facendo in noi, nascoste come quella del tempio, quando Simeone e Anna incontrarono Gesù. Se ai consacrati mancano parole che benedicono Dio e gli altri, se manca la gioia, se viene meno lo slancio, se la vita fraterna è solo fatica, se manca lo stupore, non è perché siamo vittime di qualcuno o di qualcosa, il vero motivo è che le nostre braccia non stringono più Gesù. E quando le braccia di un consacrato, di una consacrata non stringono Gesù, stringono il vuoto, che cercano di riempire con altre cose, ma c’è il vuoto. Stringere Gesù con le nostre braccia: questo è il segno, questo è il cammino, questa è la “ricetta” del rinnovamento. Allora, quando non abbracciamo Gesù, il cuore si chiude nell’amarezza. È triste vedere consacrati, consacrate amari: si chiudono nella lamentela per le cose che puntualmente non vanno, in un rigore che ci rende inflessibili, in atteggiamenti di pretesa superiorità. Sempre si lamentano di qualcosa: del superiore, della superiora, dei fratelli, della comunità, della cucina… Se non hanno lamentele non vivono. Ma noi dobbiamo stringere Gesù in adorazione e domandare occhi che sappiano vedere il bene e scorgere le vie di Dio. Se accogliamo Cristo a braccia aperte, accoglieremo anche gli altri con fiducia e umiltà. Allora i conflitti non inaspriscono, le distanze non dividono e si spegne la tentazione di prevaricare e di ferire la dignità di qualche sorella o fratello. Apriamo le braccia, a Cristo e ai fratelli! Lì c’è Gesù.

Carissimi, carissime, rinnoviamo oggi con entusiasmo la nostra consacrazione! Chiediamoci quali motivazioni muovono il nostro cuore e il nostro agire, qual è la visione rinnovata che siamo chiamati a coltivare e, soprattutto, prendiamo fra le braccia Gesù. Anche se sperimentiamo fatiche e stanchezze – questo succede: anche delusioni, succede –, facciamo come Simeone e Anna, che attendono con pazienza la fedeltà del Signore e non si lasciano rubare la gioia dell’incontro. Andiamo verso la gioia dell’incontro: questo è molto bello! Rimettiamo Lui al centro e andiamo avanti con gioia. Così sia.

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La Messa con i consacrati e l’Ecclesiastica Communio con il patriarca di Cilicia degli Armeni

Durante la liturgia eucaristica per la festa della Presentazione al tempio di Gesù e nella 26.ma Giornata Mondiale della Vita Consacrata, si svolge anche “la significazione pubblica dell’Ecclesiastica Communio concessa a Raphaël Bedros XXI Minassian, patriarca di Cilicia degli Armeni”, che concelebra insieme al Pontefice. Eletto il 23 settembre dello scorso anno dal Sinodo dei Vescovi della Chiesa Patriarcale di Cilicia degli Armeni, il neo patriarca aveva chiesto a Francesco la Ecclesiastica Communio, concessagli con la Lettera resa pubblica il giorno dopo. La consuetudine - fa sapere la Sala Stampa vaticana - prevede che tale “comunione” venga manifestata pubblicamente durante una Messa in cui concelebrano il Papa, o un suo delegato, e il nuovo patriarca; cosa che accade nella celebrazione di oggi.

I momenti significativi

All’inizio della liturgia una monizione spiega che quello della “comunione è un concetto tenuto in grande onore nella Chiesa antica ed anche oggi, specialmente in Oriente”, con il quale “non si intende un certo vago ‘sentimento’, ma una ‘realtà organica’, che richiede una forma giuridica e che è allo stesso tempo animata dalla carità”. Nell’occasione della celebrazione eucaristica, la Ecclesiastica Communio tra Francesco e Raphaël Bedros XXI trova espressione nello scambio delle sacre specie, “che conferma la radice eucaristica della comunione tra il Papa e la Chiesa di Roma, che presiede nella carità, e la Chiesa Patriarcale di Cilicia degli Armeni, tramite il suo Caput et Pater”. Dopo l’Ecce Agnus Dei e la risposta dell’assemblea, infatti, il Papa innalza la patena con il Corpo di Cristo e la offre a Raphaël Bedros XXI Minassian, che viene così elevata a quattro mani, per essere poi deposta. La stessa cosa avviene con il “calice con il Sangue di Cristo”. Quindi Francesco offre ancora il Corpo e Cristo comunicandosi insieme al patriarca; successivamente il Papa assume il Sangue di Cristo dal calice porgendolo dopo al patriarca che si comunica a sua volta.

Il senso della concelebrazione

La presenza sull’altare accanto a Francesco, insieme al cardinale João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società d Vita Apostolica, del neo patriarca e del cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, esprime la testimonianza comune offerta dalla vita consacrata latina ed orientale che entrambi i dicasteri sono chiamati ad accompagnare a nome del Papa.


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