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venerdì 10 marzo 2017

Dal 5 al 10 marzo ad Ariccia gli esercizi spirituali per Papa Francesco e la Curia Romana /4

09/03/2017

Dalla Croce, Cristo porge il proprio fianco dal quale sgorgheranno acqua e sangue “per il perdono dei peccati”. Questo uno dei passaggi della settima meditazione del padre francescano Giulio Michelini, durante gli esercizi spirituali tenuti al Papa e alla Curia Romana presso la Casa Divin Maestro, ad Ariccia. 

Uno sguardo di “amore profondo” a Cristo crocifisso. Padre Michelini lo invoca nella riflessione mattutina, soffermandosi sulla morte del Messia nel Vangelo di Matteo. Una morte “reale”, chiarisce subito, non “apparente”:

“Non solo i discepoli stentano a credere che sia tornato in vita, e questo è vero; ma questo è possibile proprio perché Gesù è davvero morto”.

E i dettagli che descrivono la morte di Gesù sono talmente “scomodi”, talmente crudi, come ad esempio il grido dalla croce, che rientrano in quelli che sono soliti essere definiti “criteri di imbarazzo”, che ci portano a dire come tali particolari non possano essere stati creati: sono stati infatti scritti perché dicono realmente “qualcosa di quello che è accaduto”. Innanzitutto, va analizzato “il senso di abbandono che Gesù ha provato sulla croce” - quando pronuncia: “Mio Dio, mio Dio perché mi hai abbandonato - acuito dall’incomprensione “da parte di chi sta assistendo al cruento spettacolo” della Passione di Cristo. C’è chi, spiega il francescano ripercorrendo i Vangeli sinottici, crede che Gesù chiami Elia:

“Chi poteva essere l’‘Elia’ che invocava Gesù? Certo, il profeta che sarebbe tornato: ma che cosa avrebbe potuto fare? Farlo scendere dalla Croce? O forse, come si diceva – e leggiamo nei Vangeli – Elia è già venuto ed era il Battista? Chiamava forse il suo amico, Gesù, dalla Croce? Evidentemente si tratta di un grande fraintendimento: Gesù non sta chiedendo l’aiuto di Elia e nemmeno quello del Battista; Gesù sta – con un grido – chiamando il Padre. Ma il Padre tace”.

Proprio il fatto che il Padre non intervenga, spiega padre Michelini, è “l’altro elemento imbarazzante di tutto il racconto della morte di Gesù”. Il sentimento che Cristo sta vivendo, il senso di abbandono da parte del Padre è comunque, aggiunge, qualcosa di reale e così “scandaloso” da risultare difficile da “inventare”. Gesù “si lamenta” non perché si senta abbandonato da Dio o per il dolore, ma perché le sue forze fisiche “vengono meno”. Eppure, due Vangeli, quello di Giovanni e quello di Luca, non riportano il grido di Cristo: è – sottolinea il francescano – “troppo scandaloso”. L’“ultima tortura” per Gesù è che non sia compreso “nemmeno dalla Croce”: è, dice padre Michelini, “qualcosa di sconvolgente”, viene “frainteso”. Perché, si chiede il predicatore, ci si fraintende? Ricorre ad un’esperienza personale: il colloquio avuto con una coppia in cui la moglie aveva scoperto il tradimento del marito attraverso i messaggini sul cellulare di lui. Due persone dietro cui “c’era una ferita grande”, l’adulterio: “era quello in fondo - dice padre Michelini - il problema che impediva di comprendersi” a vicenda. Gesù, riflette, quando può, interviene per “spiegare e rispiegare”. Ma dalla croce “non riesce a spiegare più nulla”:

“Naturalmente, noi sappiamo che la Croce spiega tutto. Ma Gesù non può nemmeno più dire perché sta chiamando il Padre e non sta chiamando Elia. Può fare solo una cosa: affidarsi allo Spirito che infatti donerà, perché sia lo Spirito a spiegare quello che non era riuscito a far comprendere. Oppure, dovrà attendere di risorgere e di stare con i suoi discepoli, di intrattenersi a tavola con loro per 40 giorni – dice l’inizio degli Atti degli Apostoli – per accompagnare per mano i discepoli, che non capiscono”.

Padre Michelini ricorda poi che “oltre” a quest’ultima tortura, c’è anche la “lancia del centurione”. E ripropone l’episodio di Cafarnao: un altro centurione “probabilmente armato” si rivolge a Gesù perché affranto dalla malattia di un suo “figlio” o un suo “servo”. E Cristo non gli rifiuta “un gesto d’amore”:

“Ora, secondo alcuni importanti testimoni testuali di Matteo, viene ucciso proprio dal colpo di lancia di un soldato. Gesù porge ai soldati l’altra guancia, come aveva insegnato nel discorso della montagna: al centurione di Cafarnao aveva dato la sua disponibilità. Ora, dalla Croce, può solo porgere il suo fianco dal quale sgorgherà acqua e sangue, per il perdono dei peccati”.

Esamina quindi il Vangelo di Matteo che spiega come il colpo di lancia venga dato “prima” della morte di Gesù e non dopo, come nel Vangelo di Giovanni, anche se - osserva - nella Chiesa alla fine ha prevalso l’interpretazione del quarto Vangelo: il colpo di lancia “dopo” la morte del Signore. Infine la meditazione si sofferma sulle donne presenti nella scena della crocifissione. Secondo Matteo, sono “molte”, tra cui Maria “madre di Giacomo e Giuseppe”; per alcuni questa figura è la “madre del Signore”, che è presente “sotto la croce” come nel Vangelo di Giovanni:

“Forse anche qui, come alcuni hanno notato, l’evangelista Matteo – che potrebbe addirittura avere ispirato Giovanni – vuole dire che Lei c’è, ma in un modo molto obliquo, addirittura con una sottolineatura, una strategia retorica non chiamandola ‘la Madre del Signore’, ma ‘Maria, la madre di Giacomo e di Giuseppe’. Per quale ragione? Qualcuno ha scritto – ed è un’ipotesi interessante – che Maria, la Madre di Gesù, non è più semplicemente lei e Gesù non è più semplicemente il Figlio di Maria. Come poi Maria, nel Vangelo di Giovanni, non sarà più semplicemente la Madre di Gesù, ma la Madre del discepolo amato e quindi Madre della Chiesa. Allo stesso modo Maria, nella Passione di Matteo, c’è e sarebbe però la madre di Giacomo e di Giuseppe, cioè dei suoi fratelli: e quindi anche per noi, per questo Vangelo, la Madre della Chiesa”.

Il francescano invita quindi a chiedersi se, a causa di “chiusure” o per orgoglio, non si capiscano gli altri, non tanto perché le cose che dicono “sono oscure”, ma semplicemente perché “non vogliamo comprendere”. Sollecita poi a cercare di capire se si abbia un “difetto” nella comunicazione con gli altri, esortando a “migliorarla”, crescendo “nell’umiltà”, e se si riesca “a cogliere la presenza di Dio” anche nell’“ordinarietà del quotidiano” o nello “sguardo dell’altro”.
(fonte: Radio Vaticana)

10/03/2017

Si sono conclusi, nel segno della carità, i sei giorni di ritiro durante i quali padre Michelini ha proposto una serie di riflessioni sulla passione, la morte e la risurrezione di Gesù alla luce del vangelo di Matteo.

Proprio un gesto di carità “mancato” ha fornito lo spunto al francescano per la sua nona e ultima meditazione. Se qualcuno, infatti, avesse avuto la «carità» di entrare nella stanza di Gregor Samsa — il personaggio kafkiano delle Metamorfosi — probabilmente egli da «orribile insetto» in cui si era trasformato, avrebbe «ritrovato la propria umanità» e «sarebbe tornato a essere uomo». E quante persone, oggi, non più in un romanzo, ma nella vita reale, attendono di sentirsi dire: «Sei un uomo!»?

Così il predicatore ha abbinato la lettura del vangelo di Matteo alla citazione di «uno degli autori più rappresentativi dello scorso secolo», per guidare i presenti all’incontro con Cristo risorto che, «nonostante i nostri dubbi e i nostri peccati», si avvicina sempre all’uomo e lo perdona. L’“essere vicino” di Gesù diventa così programma di vita per ogni cristiano.

Dopo una settimana di riflessione sulla passione e la morte di Gesù, ha detto il francescano all’inizio della riflessione, «finalmente un respiro: “È risorto!”». La meditazione sul significato della croce e della sofferenza, si scioglie così nella consapevolezza cristiana che consola: «la morte di Gesù non è la fine del Vangelo. La fine è un nuovo inizio!».
(fonte: L'Osservatore Romano)

Un filo di preghiera e di solidarietà ha unito, durante gli esercizi spirituali, il Papa e la Curia romana con la martoriata città di Aleppo. L’ultima giornata di ritiro ad Ariccia, venerdì 10 marzo, si è aperta infatti con la messa celebrata dal Pontefice e offerta per la Siria, ed è stata caratterizzata da un gesto concreto di vicinanza e di solidarietà: Francesco, grazie anche al contributo della Curia romana, ha inviato la somma di centomila euro ai poveri della città siriana, attraverso una sorta di gemellaggio spirituale tra il predicatore degli esercizi, il francescano Giulio Michelini, e il suo confratello parroco di Aleppo, Ibrahim Alsabagh. 

Al termine dell’ultima meditazione Francesco ha voluto ringraziare espressamente il predicatore per la preparazione con cui ha guidato la riflessione e ha ricordato che a volte può bastare una semplice parola per favorire la meditazione spirituale. 

Le parole di Papa Francesco:

Voglio ringraziarti per il bene che hai voluto farci e per il bene che ci hai fatto.

Prima di tutto, per il tuo mostrarti come sei, naturale, senza “faccia da immaginetta”. Naturale. Senza artifici. Con tutto il bagaglio della tua vita: gli studi, le pubblicazioni, gli amici, i genitori, i giovani frati che tu devi custodire… Tutto, tutto. Grazie per essere “normale”.

Poi, secondo, voglio ringraziarti per il lavoro che hai fatto, per come ti sei preparato. Questo significa responsabilità, prendere le cose sul serio. E grazie per tutto questo che ci hai dato. E’ vero: c’è una montagna di cose per meditare, ma sant’Ignazio dice che quando uno trova negli Esercizi una cosa che dà consolazione o desolazione, deve fermarsi lì e non andare avanti. Sicuramente ognuno di noi ne ha trovate una o due, tra tutto questo. E il resto non è spreco, rimane, servirà per un’altra volta. E forse le cose più importanti, più forti, a qualcuno non dicono niente, e forse una parolina, una [piccola] cosa dice di più… Come quell’aneddoto del grande predicatore spagnolo, che, dopo una grande predica ben preparata, gli si è avvicinato un uomo – grande peccatore pubblico – in lacrime, chiedendo la confessione; si è confessato, una cateratta di peccati e lacrime, peccati e lacrime. Il confessore, stupito – perché conosceva la vita di quest’uomo – ha domandato: “Ma, mi dica, in quale momento Lei ha sentito che Dio Le toccava il cuore? Con quale parola?...” – “Quando Lei ha detto: Passiamo a un altro argomento”. [ride, ridono] Alle volte, le parole più semplici sono quelle che ci aiutano, o quelle più complicate: a ognuno, il Signore dà la parola [giusta].

Ti ringrazio di questo e ti auguro di continuare a lavorare per la Chiesa, nella Chiesa, nell’esegesi, in tante cose che la Chiesa ti affida. Ma soprattutto, ti auguro di essere un buon frate.


Intorno alle 10.30, Papa Francesco, a bordo dello stesso pullman col quale domenica pomeriggio era arrivato ai Castelli, ha lasciato la Casa del Divin Maestro, a Monte Gentile (Ariccia). Un gruppetto di fedeli si è radunato davanti alla sede del ritiro spirituale del Santo Padre, ma non è stato possibile vedere il Papa di persona e salutarlo, nonostante i canti e gli applausi in suo onore da parte dei presenti. Papa Bergoglio, che proprio ad Ariccia è voluto tornare in coincidenza col ritiro quaresimale, era seduto davanti al primo pullman in seconda fila, come semplice passeggero. Da lì comunque ha salutato i fedeli.

Alle 11,30 Papa Francesco è rientrato in Vaticano.



“Chiesa Sinodale” recensione di Aldo Pintor


“Chiesa Sinodale” di Giuseppe Ruggeri
recensione di Aldo Pintor



Recentemente le chiese ortodosse hanno svolto un “Grande e Santo Concilio panortodosso”. Evento che ha avuto un cinquantennio di preparazione e che ha fatto penare i traduttori che per l'occasione hanno dovuto usare nella traduzione (anche se in verità non sempre) il termine Concilio per volgere in italiano la parola greca Synodos. Però altre volte nella medesima traduzione è stata usata la parola Sinodo più vicina all'originale greco. Questo fatto ci mostra bene come ultimamente nella teologia di tutte le chiese cristiane la questione della sinodalità o conciliarità è diventato un problema ineludibile. Per questo consiglio la lettura del libro “Chiesa Sinodale” (Laterza pp. XXX – 249 € 24,99) scritto dal teologo siciliano Giuseppe Ruggeri che, forse in questo momento è una delle menti teologiche più lucide in Italia. 

In questo libro è spiegato con rara lucidità che “il consenso dei cristiani sulle forme che l'annuncio del Vangelo di Gesù Cristo è chiamato ad assumere davanti alle sollecitaizoni sempre nuove della storia”. Insomma che l'annuncio del Vangelo in qualche modo va adeguato ai tempi che si stanno vivendo. E non intende semplicemente limitare i poteri assoluti di Papi e Vescovi ma di eleborare insieme uno spazio comune dove “La presenza di Cristo mediante lo Spirito che unisce gli animi nell'ultimo sentire che fu in Gesù Messia”. 

Questo spazio spirituale che come ci dicono le parole qui sopra è molto simile all'Eucaristia viene esaminato in questo libro davvero con originalità da Giuseppe Ruggeri che ce lo descrive intersecandolo con il suo percorso biografico di cristiano di prete e di studioso di teologia. 

Il nostro teologo parte appunto quel famoso e meraviglioso Concilio Vaticano Secondo dove l'autore, giovane studente della gregoriana fu inserviente dei padri conciliari. Quindi esamina un periodo di storia della Chiesa piuttosto recente. 

Di questo notevole evento scatturito dall'intuizione di Papa Giovanni XXIII viene tratteggiata la storia delle potenzialità e delle criticità della chiesa sinodale, si parla delle capacità della Chiesa di camminare insieme agli altri valutando il modo migliore e più consono a trasmettere autenticamente l'esperienza di fede narratoci da Gesù di Nazareth. Pertanto ogni riforma diventa indispensabile col mutare dei tempi per trasmettere il messaggio della vita Passione Morte e Resurrezione di Gesù di Nazareth. Dalla notevole capacità di sintesi del nostro teologo siciliano che riassume in poche frasi complessi dibattiti teologici che hanno impegnato intere stagioni ecclesiastiche ne viene fuori una lettura davvero di facile comprensione anche per il lettore digiuno di teologia. 

Leggendo questo libro percepiamo davvero l'entusiamo che ha accompagnato i tempi straordinari del concilio e per tutta la lettura avremmo presente il dolce volto del Papa buono, Giovanni Battista Roncalli generoso figlio dell'Italia contadina che coltiva il sogno di cambiare la Navicula Patri (La Chiesa) non come un sovrano assoluto e autoritario ma come un pastore che cammina insieme al suo gregge, affinchè l'ascolto reciproco e il dialogo diventino parte del patrimonio della Chiesa in modo strutturale e non legato alla personalità di un pontefice. 

Questa lezione passata anche per Paolo VI la vediamo quotidianamente attraverso parole e gesti di un Papa venuto dagli antipodi che porta avanti un medesimo discorso. 

La Sinodalità, che piaccia o meno, grazie a papa Francesco, entra nella chiesa ogni giorno di più. Di questo si facciano una ragione gli ultraconservatori e gli assolutisti.




Senza libertà l’autorità non vive, ma senza autorità la libertà non nasce di Andrea Grillo

Senza libertà l’autorità non vive, 
ma senza autorità la libertà non nasce 
di Andrea Grillo

Tutto comincia da un un invito. Gli amici di Trieste, in primis Stefano Sodaro, mi hanno invitato a tenere una conferenza sul tema “Chiesa, autorità e vangelo”. Io ho svolto il discorso che trovate nel video e al quale aggiungo, subito dopo, uno “schema per tesi”, nel quale ho riassunto alcune cose che ritengo importanti per leggere il tempo ecclesiale e culturale che viviamo.


Ecco dunque il video:

Ed ecco lo schema:
Chiesa, autorità e Vangelo.
7 tesi per un cordiale congedo dal modello ottocentesco
“Come deve essere esercitata l’autorità? …qui il Concilio diventa più esplicito, introducendo una terminologia e una forma letteraria nuova…Questo cambiamento portò a ridefinire che cosa fosse un concilio e che cosa avrebbe dovuto realizzare. Il Vaticano II modificò in modo così radicale il modello legislativo-giudiziario prevalso fin dal primo concilio, quello del 325 a Nicea, che in pratica lo abbandonò, sostituendolo con uno basato sulla persuasione e l’invito. Fu un cambiamento di enorme importanza”
J. W. O’Malley1
 ”Se noi risolviamo i problemi della fede col metodo della sola autorità, possediamo certamente la verità, ma in una testa vuota”
S. Tommaso d’Aquino
Due affermazioni agli antipodi – una post-moderna e una premoderna – ci permettono di cogliere la questione di fondo, che caratterizza la “rottura moderna”: ossia la pretesa che la libertà sostituisca la autorità. Provo a rispondere in 7 tesi, quasi more luterano:
1. Il mondo moderno celebra la sua novità nella scoperta della libertà e della dignità originaria di ogni soggetto. Di fronte a questa scoperta la Chiesa cattolica ha reagito male, per circa un secolo e mezzo. Contrapponendo l’autorità alla libertà ha creato un immaginario antimodernista in cui Dio è il contrario della libertà.
2. La Chiesa non era priva di buone ragioni. Avrebbe potuto sviluppare un realismo della “genealogia autorevole della libertà”, non una “difesa antiliberale della autorità”. In effetti ovunque vi sia libertà vi è traccia di una “libertà altra”, che chiamiamo autorità. Senza comunione di autorità, la libertà non può esistere.
3. Questo intreccio di libertà e autorità è una “condizione del magistero”. Nessuno può insegnare senza considerare la libertà non solo come “fine”, ma anche come “orizzonte”. Una radicale alternativa tra autorità e libertà genera una paralisi del magistero. Questo è l’effetto dell’antimodernismo: parlando solo “ex auctoritate”, si perde ogni autorità.
4. L’antimodernismo, in quanto ossessione della difesa della autorità contro la libertà, ha segnato non solo la prima metà del XX secolo, ma anche, sia pure sub altera specie, l’ultima parte del secolo e l’inizio del nostro. Se per mediare la tradizione, la si blocca, si rifugge dalla responsabilità e si arretra di fronte alla realtà. “Non possumus” era diventato negli ultimi decenni lo slogan di un magistero che rinunciava in astratto alla autorità (in materie come ordinazione, unzione, traduzione, celebrazione, omelia…) per non perderla in concreto.
5. Le uniche due eccezioni a questa tendenza dominante sono stati il Concilio Vaticano II, con la sua inerzia fino al decennio successivo, e poi – improvvisamente ma non senza presentimento – dopo 30 anni, papa Francesco, primo papa “figlio” del Concilio. I padri del Concilio, sentendone la dura responsabilità, lo hanno quasi svuotato; il figlio, essendo “irresponsabile”, può attuarlo e viverlo, anzitutto assumendo l’orizzonte di Dignitatis Humanae con serietà.
6. Il paradosso è questo: chi si interpretava come “tradizionale” interrompeva la tradizione rinunciando all’esercizio della autorità e riconoscendo autorità solo ad un passato idealizzato; chi vuole liberare la Chiesa dalla “autoreferenzialità”, esercita la propria autorità riconoscendo altre autorità e rileggendo il passato in modo dinamico e non univoco.
7. Nel recente discorso alla “Civiltà Cattolica” papa Francesco ha tradotto i “principi” di EG in modo creativo: inquietudine, incompletezza e immaginazione sono le esigenze vitali della esperienza cristiana. Questa è la “auctoritas” in senso vero e pieno: lasciare al mistero la prima e l’ultima parola, perché possa crescere il dono dello Spirito e si edifichi il corpo di Cristo. Per ricevere quello che si è ed essere quello che si vede. Autorità e libertà in relazione reciproca, senza chiusure e con molta speranza.
Conclusione
Ho citato O’Malley e Tommaso, all’inizio. Voglio chiudere con Routhier/De Certeau e Sartori
a) Al centro del Vaticano II sta la riscoperta della “auctoritas” e la “traduzione della traditio”. (cit. da G. Routhier)
b) La difficoltà a recepire questa svolta: la metafora del catenaccio rispetto al gioco all’olandese (cit. da L. Sartori)
Concludo: nel discorso finale del Concilio Vaticano II papa Paolo VI ha parlato della esigenza che la Chiesa aveva di aver di fronte “tutto l’uomo fenomenico”. Non solo l’uomo della autorità, ma anche quello della libertà. Questa sfida riprende con papa Francesco. Essa fa parte della grande tradizione ecclesiale, che sa di dover sempre mediare tra “evidenza” e “autorità”. Questo è stato espresso in modo indimenticabile in una frase di Agostino, nel “de ordine”:
“ad discendum item necessario dupliciter ducimur, auctoritate atque ratione. Tempore auctoritas, re autem ratio prior est” (De ord., II, IX, 26 [CCL, XXIX, 121, 2-122, 4]).
Il rapporto con i fenomeni esige il ricorso alla auctoritas per ragioni temporali. Siccome non siamo esseri “immediati”, per le mediazioni dobbiamo sempre iniziare dalla auctoritas. L’altro è parte di noi. Nulla di ciò che propriamente umano lo abbiamo “per sé”, ma sempre “per altro”. Il primato del tempo sullo spazio ci ricorda la delicatezza di questo ricorso strutturale alla autorità. Siccome siamo esseri “storici”, dobbiamo elaborare una esperienza della autorità che si componga da un lato con la “ragione” e dall’altro con la “libertà”. Una teologia “post-liberale” cerca di riflettere fino in fondo su questo punto critico della tradizione. Liberandosi dai fantasmi antimodernistici e recuperando la dinamica autentica di quella tradizione, che non si è mai vergognata di tradurre il Vangelo in nuove parole e in nuove azioni.
In sintesi e conclusivamente: senza libertà l’autorità non vive, ma senza autorità la libertà non nasce.

giovedì 9 marzo 2017

Venerdì sera a Milano una veglia di preghiera per dj Fabo nella chiesa di Sant'Ildefonso.

La chiesa parrocchiale di Sant'Ildefonso a Milano
Venerdì sera a Milano. Una veglia di preghiera per dj Fabo in chiesa

Per volontà della famiglia, la cerimonia sarà venerdì 10 marzo alle 19, nella parrocchia di Sant'Ildefonso. La stessa in cui l'uomo, morto in Svizzera per suicidio assistito, ha ricevuto i sacramenti

"Per chi volesse salutare Fabo, la cerimonia sarà venerdì 10 marzo alle 19, nella parrocchia di Sant'Ildefonso, piazzale Damiano Chiesa 7 a Milano". L'annuncio è riportato sul profilo Facebook di Valeria Imbrogno, la fidanzata di Fabiano Antoniani, noto come dj Fabo, l'uomo che lo scorso 27 febbraio in una clinica svìzzera è morto con il suicidio assistito.

"Non è un funerale"

E' la curia, attraverso il responsabile per la comunicazione don Davide Milani, a spiegare come è nata l'iniziativa: "La parrocchia ha aderito al desiderio che la madre di Fabo ha espresso, ovvero che si tenga un incontro di preghiera e che ciò avvenga nella parrocchia in cui suo figlio fu battezzato e in seguito ha ricevuto tutti gli altri sacramenti. Chiesto il parere della curia, sarà il parroco, don Antonio Suighi, a guidare la preghiera".

Dj Fabo
Non dunque un funerale, "ma sarà il modo per tutti noi di accompagnare il dolore di questa madre e di tutti coloro che hanno voluto bene a Fabo, nonché per pregare per lui". Il parroco don Suighi ha proposto alla famiglia la celebrazione di una Messa di suffragio, ma la madre ha spiegato che questa formula è più aderente a ciò che Fabo stesso avrebbe chiesto per sé. 

La curia: no all'eutanasia

Nessuna «svolta rivoluzionaria da parte della Chiesa», come subito twittato da Arturo Scotto, deputato di Mdp (Movimento democratici progressisti), e come tenta di far apparire il radicale Marco Cappato, il più rapido a usare politicamente l’annuncio sul profilo di Valeria... «Sull’eutanasia l’atteggiamento della Chiesa non cambia», sottolinea don Milani.

Il parroco: "In chiesa preghiera e rispetto" 

«Non ho mai conosciuto Fabo, ho incontrato sua madre la prima volta venerdì, quando è venuta di persona ad esporre il suo desiderio», risponde con poche parole don Suighi, sottraendosi ai tanti giornalisti che vorrebbero rompere il suo silenzio. «Sui giornali ho letto di tutto, anche che sarei un amico di famiglia, ma non è vero, so solo che da ragazzino Fabo frequentava questo oratorio. Posso dire che venerdì celebrerò la liturgia della Parola con una lettura dall’Antico Testamento, il salmo e il Nuovo Testamento, poi terrò una breve meditazione, come sempre quando preghiamo per una persona defunta. Sarò io solo a parlare. Qualcuno ha detto che saremo nei locali adiacenti la parrocchia, ma anche questo è inventato: per Fabo pregheremo in chiesa».

Molti i messaggi postati dalla gente nel profilo di Valeria, che esprimono vicinanza e assicurano la loro preghiera.
 (fonte: Avvenire)

"Con Welby fu diverso, ogni storia è un caso a sé. Qui c'è il dolore di una madre che aspettava di essere sostenuto e condiviso", dice il Vicario dell'arcivescovo Scola. Venerdì la preghiera in una parrocchia di Milano

Monsignor Luca Bressan è Vicario episcopale della Diocesi di Milano, con delega ai temi che riguardano la vita sociale e la famiglia.

Perché la Curia ambrosiana oggi dice sì alla preghiera in chiesa per Dj Fabo e ai tempi di Welby disse invece no?
"Non è possibile fare un raffronto con il caso Welby, perché ogni storia è unica rispetto al suo contesto. In questo caso la posizione della chiesa è ovvia ed è quella di stare accanto a chi soffre, a una famiglia che prova un grande dolore".

Questa apertura ha fatto molto scalpore anche fra gli amici dell'uomo e fra i sostenitori della sua battaglia. Sta cambiando qualcosa all'interno della chiesa su questi temi sui quali si è sempre consumato uno scontro aspro?
"La chiesa ha sempre pregato per i morti e per i peccatori, la preghiera è motore della vita cristiana. E quando ci si addentra in questioni delicate come queste, intrecciate alla dottrina, c'è il principio assoluto, e poi c'è il discernimento".

Cioé?
"Si valuta caso per caso, questa vicenda è sicuramente diversa da quella di Welby, che per altro non ho seguito da vicino, quindi non mi esprimo in materia. In generale posso dire che già il cardinale Carlo Maria Martini ci aveva insegnato che la 'bellezza salverà il mondo' e che l''amore condivide il dolore'. Questo è il senso della preghiera. In una vicenda che ha segnato tanto e generato tanto dolore, la preghiera è una forma di amore che ci aiuta a seminare speranza e a generare futuro. La chiesa pensa questo in circostanze drammatiche come questa".


IL PATRIARCA DI VENEZIA: 
"NON SI PUÒ STRUMENTALIZZARE IL DOLORE"

Sul suicidio assistito di dj Fabo e Gianni Trez interviene monsignor Francesco Moraglia: "La vera sfida è rendere la vita dignitosa"

“Rendere vivibile e dignitosa la vita umana, in ogni fase, è la sfida di cui dobbiamo farci carico”; “mai strumentalizzare il dolore e la disperazione di queste persone e dei loro familiari”. Il patriarca di Venezia, monsignor Francesco Moraglia, interviene sul dibattito scatenato dal suicidio assistito a cui ha fatto ricorso Fabiano Antoniani, dj Fabo, alcuni giorni fa nella clinica "Dignitas", di Zurigo. Nello stesso modo e nello stesso centro è morto, solo 24 dopo, anche il sessantaquattrenne veneziano Gianni Trez, malato terminale di tumore. 

“Di fronte a chi ritiene di non aver più futuro e si dibatte in gravissime sofferenze fisiche, psicologiche e spirituali c’è innanzitutto il senso di un profondo rispetto, di una grande vicinanza e solidarietà”. Così inizia l’intervento del vescovo.

“Questi drammi e sofferenze interpellano l’uomo in quanto tale, sia esso credente sia non credente. Chi segue e accompagna questi malati e i loro familiari constata come vi possano essere risposte fra loro differenti se non, addirittura, opposte”. Da qui l’impegno a cui la società non dovrebbe sottrarsi: “Rendere vivibile e dignitosa la vita umana anche in questi frangenti e nelle fasi di maggiore sofferenza: è questa la grande sfida di fronte alla quale tutti siamo doverosamente e appassionatamente impegnati e a cui sono chiamate a rispondere una scienza medica e una società che pongano l’uomo e la sua vita al centro di tutto, senza mai darsi per vinte”.

E ancora, a ribadire l’imperativo categorico di considerare in primis la dignità umana: “Sì, ritengo sia questa la sfida di cui deve farsi carico una collettività che si vuole prender cura dell’uomo, mai considerato - come sempre più spesso dice Papa Francesco - prodotto di scarto”.

Quindi il presule conclude: “I limiti che accompagnano l’uomo e che l’uomo sperimenta costantemente lungo la sua esistenza - al di la dei diversi convincimenti culturali - portano a considerare l’esistenza di soglie, demarcazioni e delimitazioni che dicono qualcosa di significativo per l’uomo e il suo agire; ebbene, la vita è la più rilevante di queste soglie che identificano l’uomo. 

In alcun modo, poi, possiamo strumentalizzare il dolore e la disperazione di queste persone e dei loro familiari”.

Dal 5 al 10 marzo ad Ariccia gli esercizi spirituali per Papa Francesco e la Curia Romana /3

08/03/2017 Ariccia.

La figura di Giuda, il rischio di perdere la fede, la missione della Chiesa in cerca dei peccatori: sono i temi forti sui quali si è soffermato padre Giulio Michelini nella quinta meditazione degli Esercizi spirituali, che sta predicando al Papa e alla Curia Romana, riuniti in questi giorni ad Ariccia. E stamattina durante gli Esercizi spirituali è arrivata una mail da Aleppo, che racconta il calvario della popolazione. 

Ruota attorno al dramma del suicidio di Giuda, uno dei Dodici, la meditazione mattutina di padre Michelini. Un evento scandaloso e imbarazzante, che però non viene nascosto dal Vangelo. Un dramma reso evidente anche dal pentimento di Giuda che nel Vangelo di Matteo riconosce di aver peccato perché ha tradito sangue innocente.

Giuda e noi: il rischio della perdita della fede
Il francescano cerca quindi di ricostruire i motivi che possono aver spinto Giuda a tradire Gesù che lo aveva scelto e chiamato. E Lui, Giuda lo aveva seguito. Per capire il suo dramma, padre Michelini rilegge testi di studiosi e scrittori.
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Andare per le strade a cercare i pagani e i pubblicani
La seconda riflessione che la meditazione odierna vuole provocare è quella su cosa si possa fare per chi è lontano dalla fede. Bisogna andare in cerca dei peccatori, ricorda il francescano che racconta la sua esperienza
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I suicidi del nostro tempo. Aiutare i cristiani a non perdere la fede
E parlando del suicidio di Giuda, padre Michelini non dimentica l’attualità con i suicidi assistiti e i suicidi di giovani. Da qui lo spunto per una domanda di riflessione rivolta ai pastori:
“Come possiamo aiutare i cristiani del nostro tempo a non perdere la fede, a riprendere coscienza della propria fede, quella di cui si parla nel Nuovo testamento, la fede gioiosa, totalizzante, l’adesione alla persona di Gesù, come possiamo fare perché non avvengano più questi suicidi?”.

Una meditazione dunque dai tratti fortemente esistenziali sulla fede, sulle nostre domande e sulla missione della Chiesa nel mondo.


Nel pomeriggio, padre Michelini ha tenuto la sua sesta meditazione sul processo subito da Gesù e la moglie di Pilato (Mt 27,11-26). Una meditazione scritta a più mani, con una coppia di sposi, i coniugi Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini, coi quali il religioso collabora da diversi anni predicando esercizi spirituali alle famiglie e per altri incontri di formazione, e coi quali ha scritto diversi libri che presentano una doppia forma di lettura del testo biblico, esegetica e contestuale familiare. Padre Michelini ha detto che la lettura e l’esegesi della Scrittura non sono prerogativa dei consacrati o degli addetti ai lavori, e che le coppie e le famiglie devono essere aiutate a praticarla, cosa – ha detto - che finora non sembra essere stata fatta in modo convinto nella Chiesa.

In un primo punto il predicatore si è soffermato sulla scelta fatta da Ponzio Pilato, tra Gesù e Barabba, e ha ricordato l’interpretazione riportata da Benedetto XVI riguardante una variante testuale registrata da Origene, sul nome di Barabba, lo stesso di “Gesù”. Ha poi spiegato come questo sia importante per capire il complesso sistema con il quale l’evangelista Matteo vede l’efficacia del sangue di Gesù per il perdono dei peccati. Questo sistema teologico messo in atto da Matteo però non ci deve far perdere di vista la dimensione umana di un fatto apparentemente scontato e che è di una gravità inaudita: due uomini – e non semplicemente due capri (come quelli che Matteo avrebbe immaginato, ricostruendo la scena dello Yom Kippur per illustrare la morte del Messia) – sono l’uno di fronte all’altro, e solo uno sopravvivrà.

È stato così evocato il romanzo di William Styron, Sophie’s Choice, nel quale si racconta di una giovane madre costretta da un ufficiale nazista a scegliere tra quale dei due suoi figli mettere a morte. Padre Michelini ha concluso che purtroppo il popolo ebraico è stato, per secoli, accusato di deicidio dai cristiani. Finalmente, questa assurda accusa è stata smontata a tutti i livelli. Ma non dobbiamo dimenticare – ha aggiunto - che secondo la passione di Matteo questa accusa non avrebbe mai dovuto aver presa, nemmeno da un punto di vista semplicemente logico: perché, come nel caso di Sophie, che è costretta a mandare a morte la propria bambina, la responsabilità di questa terribile decisione viene da chi ha messo in condizione la folla di scegliere, ovvero il prefetto romano.

Nel secondo punto Michelini ha letto il contributo dei due coniugi Gillini-Zattoni. Questi notano come nel gioco di potere maschile, la complicità tra un sommo sacerdote e Pilato, irrompa la voce tenue di una donna, ma solo attraverso un messaggero, perché «mentre gli uomini giocano la loro partita non le è permesso accostarsi». La moglie di Pilato può però legittimarsi di fronte a questi uomini perché, dice, «ha sofferto molto» (Mt 27,19) a causa di quel “giusto”, Gesù.

Infine, sono stati presi in esame i cinque sogni del Vangelo dell’infanzia secondo Matteo, e il sogno della moglie di Pilato. Questi sogni vanno visti nel loro insieme, perché rappresentano quello che potremmo chiamare il “sogno di Dio”: la salvezza del figlio (che tramite i sogni dell’inizio del Vangelo sfugge a chi lo vuole uccidere). Ma se Giuseppe e i Magi capiscono quello che devono fare, e nonostante la debolezza di quanto ricevuto lo mettono in pratica (il sogno è solo “un sessantesimo” della profezia, secondo il midrash); Pilato, invece, non ascolta la voce della moglie, non ascolta i sogni, è solo interessato – come già Erode – a conservare il potere.
(fonte: Radio Vatticana)


Anche la Sicilia ha il suo Cammino di Santiago: presentata nell'arcidiocesi di Agrigento la "Magna Via Francigena"

Presentata nell'arcidiocesi di Agrigento la "Magna Via Francigena"

Si è presentato il 7 marzo, nei locali della Curia Arcivescovile di Agrigento, il progetto “Magna Via Francigena”. Un itinerario che solca l’entroterra e abbraccia l’ultimo pezzo di Sicilia autentica, ripercorrendo le rotte dei pellegrini: la “Magna Via Francigena” è la grande arteria di comunicazione che collega da sempre la Balarm araba alla rocca di Agrigentum, attraverso antiche vie storiche e paesaggi cangianti, incrociando la via di transumanza verso le Madonie nel territorio di Castronovo di Sicilia. Un percorso, destinato a camminatori e viandanti che comprende complessivamente otto tappe da 20-25 km ciascuna: in tutto 160 km tra sentieri trazzerali o strade provinciali poco trafficate, vie in terra battuta e acciottolato che permettono di scoprire, da Agrigento a Palermo, l’interno della Sicilia occidentale e le sue perle rurali. “Solo il procedere a passo lento permette di scoprire la vera bellezza – è il commento del Cardinale Francesco Montenegro, Arcivescovo di Agrigento – Il pellegrino infatti possiede uno sguardo diverso, ‘in più’, che tanti turisti non hanno: possiede il cielo”.

Il progetto è promosso dal Comune di Castronovo di Sicilia e dal partenariato diffuso di tredici Comuni, dalla Diocesi di Agrigento e con il supporto dall’associazione Amici dei Cammini Francigeni di Sicilia. La “Magna Via Francigena” gode del sostegno del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e dall’Assessorato al Turismo, Sport e Spettacolo della Regione Sicilia, e punta alla valorizzazione della cultura degli itinerari di pellegrinaggio e cammino con il ripristino degli antichi percorsi di origine normanna, denominati francigeni, che attraversano la Sicilia. Come tutti i cammini Francigeni di Sicilia è un percorso aperto a tutti: turisti in cerca di emozioni, trekker che seguono un tracciato organizzato, sportivi, etnologi, collezionisti di pietre antiche, appassionati di chiese romaniche e chiunque voglia viaggiare a piedi.

Nel mese di giugno si terrà un primo cammino inaugurale della Magna Via Francigena, anticipato da diverse “anteprime” promosse da guide ambientali escursionistiche che porteranno in giro camminatori ed appassionati. Eventi itineranti presenteranno il progetto durante un vero e proprio tour del Cammino tra le province siciliane: Aprile: Prizzi; Maggio: Santa Cristina Gela; Giugno: Cammino inaugurale da Palermo ad Agrigento; Luglio: Sutera – Campofranco; Agosto: Joppolo Giancaxio

Il progetto
Il progetto rappresenta uno dei più importanti tasselli per la ricostruzione delle viae francigenae, frutto di un lavoro di riscoperta basato su documenti e tracce archeologiche emersi nel tempo e divenuti oggetto di studio da parte del mondo accademico. L’itinerario proposto ai camminanti intercetta tre provincie e diverse Diocesi e vanta già tredici Comuni attrezzati per un percorso strutturato di accoglienza e di servizi dedicati a chi sceglie di incamminarsi lungo la Magna Via Francigena: al Comune capofila del progetto, Castronovo di Sicilia (AG), si associano Agrigento, Cammarata (AG), Comitini (AG), Grotte (AG), Joppolo Giancaxio (AG), San Giovanni Gemini (AG), Racalmuto (AG), Campofranco (CL), Sutera (CL), Milena (CL), Prizzi (PA), Santa Cristina Gela (PA).

L’idea nasce dagli studi di un gruppo di ricercatori che hanno messo a sistema i lavori sulla viabilità storica dell’isola dal periodo greco-romano a quello borbonico, concentrandosi su un momento specifico: l’arrivo dei cavalieri Normanni in Sicilia alla fine dell’XI secolo d.C. La collaborazione con i principali poli universitari nazionali ha permesso di approfondire lo studio bibliografico e cartografico del sistema stradale del periodo in questione, e di mappare il territorio, attraverso la collaborazione dei camminanti, alla ricerca di testimonianze, monumenti e resti visibili. “Il percorso tocca tutta una serie di piccoli centri dove fino a qualche anno fa sarebbe stato difficile pensare di portare qualcuno a camminare – spiega Davide Comunale, dell’Associazione Cammini Francigeni di Sicilia – È un percorso che cerca di ritrovare un po’ le origini della nostra storia normanna e il nostro rapporto tra le componenti arabe e musulmane. Chi arrivando dall’estero o dal nord Italia si è ritrovato a camminare nel nostro percorso si è stupito nell’incontrare dei paesaggi che erano fuori dalle loro aspettative. I cammini francigeni – continua Comunale – sono cammini di resistenza, la resistenza della gente che vuole far conoscere il meglio del proprio territorio e investe energie perché ci crede”.

La Magna Via Francigena
La “Magna Via Francigena” permetteva, in origine, il collegamento dei porti principali con i centri di maggior grandezza: Palermo, prossima Capitale della Cultura per il 2018, come riferimento per la Spagna catalana e aragonese e per l’Italia continentale. Mazara del Vallo e Agrigento per l’Africa Settentrionale, Messina per quella centrale, l’Oriente e la Terra Santa.

Negli atti e nei diplomi normanni appaiono indicati confini poderali, limiti territoriali o lasciti e donazioni alle varie abbazie e santuari che riportano il toponimo di megale odos, basilike odos, magna via, via regia. Un diploma normanno del 1096, scritto in greco, recita “Ten odon, ten megalen ten Fragkikon tou Kastronobou”, un’indicazione che ritroviamo in latino qualche decennio dopo come “magna via francigena castronobi”: una traduzione latina ordinata dall’Imperatrice reggente Costanza d’Altavilla, madre del futuro Imperatore Federico II di Svevia e Sicilia. Sono i Normanni quindi a definire nei propri documenti questa via, una via ‘francese’ chiamata ‘francigenam’ e allo stesso tempo ‘magnam’ per importanza e grandezza.

Luoghi e siti
Seguire le orme dei pellegrini significa seguire le carovane che camminavano dietro il passaggio delle truppe, al seguito dei sovrani. Resti archeologici antichi e medievali, relitti conservati dalla toponomastica, strutture di servizio come ospedali e fondaci, fortificazioni bizantine e medievali, fino alle trazzere moderne che sono servite, e tuttora fungono, da confine comunale testimoniano la continuità d’uso della Via definita a buon diritto Magna.

Tutta la “Magna Via” non solo punta al recupero storico del patrimonio culturale del territorio ma soprattutto allo sviluppo di una nuova microeconomia, ad impatto zero, basata sulla promozione dei prodotti locali, sull’accoglienza come valore e come risorsa e sul movimento lento come stile di vita. Centinaia i punti di interesse ed i siti archeologici disseminati tra colline, alture e distese dell’entroterra, candidati ad essere patrimonio dell’umanità.

Ospitalità e accoglienza
Quello dell’accoglienza è uno dei momenti più importanti della giornata di un camminatore che ha marciato sotto il sole o bagnato dalla pioggia, e tutti devono poter camminare e ricevere accoglienza secondo le proprie possibilità, dal backpacker che viaggia con il solo zaino in spalla e con un budget limitato per conoscere il luogo e chi lo vive, al camminatore che non disdegna una camera in cui stare un po’ più comodi, ai gruppi scout che piantano le proprie tende nella palestra di una scuola. La rete di accoglienza della “Magna Via Francigena” permette di scegliere tra l’accoglienza “pellegrina“, organizzata da parrocchie o associazioni sensibili ai temi del cammino che spesso mettono a disposizione i propri spazi con una semplice offerta libera, o di pernottare nelle case dei “paesi albergo”, dove i privati aprono le porte delle proprie abitazioni con un prezzo calmierato e con un calore che raramente si riesce a trovare altrove; ma ci sono anche ostelli della gioventù, per chi vuole provare l’esperienza della condivisione degli spazi; oppure i classici bed and breakfast che consentono di passare la notte secondo le regole del cammino, un tetto, un letto e una doccia; l’agriturismo è invece il luogo dove la campagna incontra l’offerta turistica e apre le porte di casali e fattorie un tempo centro agricoli ed oggi luoghi dell’accoglienza; infine gli hotel, per chi non vuole rinunciare ai servizi e alle comodità senza per questo sentirsi meno vicini allo spirito del Cammino. Siamo riusciti a creare la giusta sinergia tra una rete di comuni per valorizzare il territorio, – dichiara Francesco Onorato, Sindaco del Comune di Castronovo di Sicilia – mettendo insieme realtà anche molto distanti. Il nostro obiettivo è quello di riattivare il turismo religioso utilizzando al massimo la rete dell’albergo diffuso: abbiamo chiesto ai proprietari di case sfitte di metterle a disposizione per creare una nuova forma di accoglienza, di certo la preferita dai pellegrini. Lungo l’intero percorso si trovano luoghi di ospitalità ed accoglienza che sono stati mappati e facilmente individuabili sul sito ufficiale della “Magna Via Francigena” www.magnaviafrancigena.it, inoltre scaricando l’app mobile si potrà consultare la guida per approfondire le conoscenze sulla storia e la cultura dei luoghi e delle tappe del percorso.

Il Testimonium
Ai camminanti che presentano la “Credenziale del viandante” timbrata viene concesso il Testimonium, quel documento che, proprio come la “Compostela” per il Cammino di Santiago, certifica l’avvenuto pellegrinaggio a Roma devotionis causa. Nella tradizione storica questa pergamena era importantissima perché il pellegrino, tornato a casa dal Cammino, poteva dimostrare alle autorità ecclesiali, che avevano rilasciato la credenziale, che il pellegrinaggio era compiuto e il voto sciolto. “I pellegrini che avranno compiuto almeno 100 km dei Cammini Francigeni di Sicilia – spiega Don Giuseppe Pontillo, Direttore dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici della Diocesi di Agrigento – potranno accedere al Testimonium dedicato alla Madonna Odigitria, la Madonna del buon cammino, realizzato lavorando all’immagine di un’icona portata in Italia dagli albanesi”.


Guarda il video

(fonte: Arcidiocesi di Agrigento)


Il sacro strumento compra tutto. Ma fino a quando? di Luigino Bruni

Sul confine e oltre/7

Il sacro strumento compra tutto. 
Ma fino a quando?

di Luigino Bruni

«In un mondo dove con la moneta si compra tutto, la moneta diventa tutto»

Giacomo Becattini, Da una conversazione privata

Fin dall’aurora delle civiltà, il denaro ha avuto la tendenza invincibile a entrare nel territorio del sacro. I custodi del sacro hanno cercato di contenere il denaro dentro i suoi argini, ma in alcuni momenti della storia la moneta e il sacro sono diventati alleati, e hanno dato vita a culti idolatrici e a molte varianti di "mercati delle indulgenze". Nel nostro tempo l’esondazione della moneta ha generato un culto economico molto più radicale e pervasivo di quello delle età precedenti. Ma questa nuova patologia religiosa non sta generando anticorpi e riformatori capaci di capire la gravità di questo nuovo mercato globale, e reagire con efficacia.

La distinzione-separazione tra sacro e profano è un asse fondamentale delle religioni e delle culture, anche se le esperienze che i popoli hanno fatto e fanno del sacro e del profano sono molto diverse tra di loro, e occupano l’intero spettro che va dal sacro che attrae e seduce fino al sacro che terrorizza perché tremendo. L’umanesimo biblico conosce questa stessa separazione, ma è anche attraversato da un grande e continuo tentativo di spezzare la soglia che separa sacro e profano, città e tempio. La sua anima profetica e sapienziale è stata, infatti, una lunga e tenace pedagogia per insegnarci che il "luogo di Dio" non era né la tenda né il tempio, ma la terra. Tutto il mondo è sacro perché creazione, e quindi tutto il mondo è profano, perché Elohim è presente sulla terra senza diventare la terra né le sue cose. Per questo, al culmine della rivelazione biblica, leggiamo che nella nuova Gerusalemme «non vidi in essa più alcun tempio» (Apocalisse 2,22-27).

La separazione sacro-profano era (ed è) soprattutto un sistema di controllo sociale, di creazione e di rafforzamento delle gerarchie e delle caste. La prima e originaria distinzione sacro-profano generava, infatti, l’altra separazione altrettanto radicale puro-impuro. Gli impuri non avevano accesso al sacro, il luogo della purità, che era tale se e in quanto non-contaminato dall’impurità. Nel mondo delle religioni è stato sempre difficile aiutare e riscattare veramente i poveri perché, essendo in genere impuri, non potevano essere toccati dai puri.

Anche lo sviluppo dell’economia e quindi della moneta è profondamente legato a questa radicale distinzione del e nel mondo. Al centro delle economie monetarie troviamo, però, un elemento che nel tempo si è rilevato decisivo per le sorti dell’Europa, del mondo, del capitalismo: la moneta è esente dalle leggi della purità/impurità. Diversamente da oggetti, animali, persone, materiali organici, la moneta non diventa impura quando viene toccata da persone o cose impure – sono rare le esperienze di lebbrosari e di villaggi di lebbrosi nei quali circolava soltanto una moneta speciale che non poteva uscire al di fuori di quei confini rigidamente disegnati e gestiti dai "puri".

Questa speciale immunità del denaro è tanto significativa quanto poco esplorata. A differenza di tutte le altre cose che diventano impure se toccate da un essere o da un oggetto impuro, la moneta a contatto con l’impurità non diventa impura. Il primo "strumento" che i cambiavalute medioevali utilizzavano per testare la non falsità delle monete erano i denti: venivano morse negli angoli, e la prima abilità di quei proto-banchieri iniziava dalla sensibilità dentale. Una moneta talmente pura da poterla introdurre in bocca. Pecunia non olet (la moneta non puzza), esprime anche questa antica immunità e non-contaminazione del denaro, che ritroviamo in varie forme in tutte le civiltà. Al tempo stesso, però, anche per l’influenza decisiva del cristianesimo, nel Medioevo il denaro era anche "lo sterco del demonio", che in quanto tale puzza, eccome. Puzza, ma il suo contatto non contamina. È l’unico sterco che non rende impuri. Non stupisce, allora, che nell’Europa cristiana fossero soprattutto gli ebrei, confinati nei loro ghetti, a gestire il denaro, e che nell’India tradizionale fossero prevalentemente i paria a svolgere le funzioni bancarie. Gli scartati, perché considerati portatori di una qualche impurità, che toccando le monete le trasformano nell’unica "cosa" che può circolare tra tutti senza contaminare nessuno - due "negativi" moltiplicati tra di loro che diventano magicamente un "positivo".

Questa speciale protezione dall’impurità ha così consentito alle monete di essere scambiate ovunque e con chiunque: tra cristiani, ebrei, musulmani, fedeli e infedeli, persino con popoli che quelle religioni consideravano idolatri. Non avremmo avuto lo sviluppo dei commerci nel Medioevo e poi la nascita del capitalismo globale senza questo statuto speciale di immunità e di esenzione del denaro.

Questo lasciapassare speciale di cui godevano le monete, valeva anche per entrare nel regno dei morti. È antichissima e diffusa la tradizione di mettere monete sul corpo, sugli occhi, sulla bocca dei defunti. I sacerdoti egizi si rifiutavano di trasportare lungo il Nilo i morti che non avevano saldato i debiti prima di morire. E così, per estensione, si mettevano monete nelle tombe per il pagamento del pedaggio a Caronte, o per saldare ipotetiche colpe-debiti non ancora pagati all’arrivo nel regno dei morti. In questa creativa "partita doppia" tra cielo e terra, la moneta diventava il mezzo per cancellare nell’aldilà colpe maturate nell’al di qua. È molto emblematico questo pagamento dell’obolo per l’attraversamento dell’ultima soglia. La moneta che diventa l’oggetto sulla terra più simile agli dèi e l’oggetto più profano, la cosa che puzza di meno e quella che puzza di più, ma non sottoposto alle prime leggi religiose dell’impurità, che quindi può essere toccata da tutti senza nessuna conseguenza.

Così, quando sulla fine del Medioevo a qualche possessore di moneta venne in mente di usare il denaro per pagare qualcun altro per adempiere una propria promessa o un voto (crociate, pellegrinaggi), di pagare poveri perché pregassero e facessero penitenze per loro conto, o addirittura di comprare con il denaro anche lo sconto di anni di purgatorio o un pezzo di paradiso, non si fece nulla di veramente innovativo perché le monete avevano sempre avuto anche una natura e un potere sovrannaturali. Nel mondo biblico e nei Vangeli la moneta "impura" occupa un ruolo importante. Ma l’impurità delle monete era legata alla presenza su di esse di immagini di re, animali o in ogni caso idolatriche. Anche se non senza fatica e disagio, gli ebrei però maneggiavano e toccano le monete che apparivano loro impure. C’era un solo luogo nel quale quelle monete non potevano entrare: il tempio. Al suo interno erano ammesse solo monete senza immagini idolatriche, e quelle monete pure erano il linguaggio con cui comunicare con YHWH attraverso i sacrifici e le offerte.

Il "disincanto del mondo" e la desacralizzazione della terra sono il risultato anche, e in certo senso soprattutto, del lasciapassare che la moneta ha ottenuto in tutte le soglie visibili e invisibili.

Se poi guardiamo bene, scopriamo altri aspetti interessanti nascosti sotto l’immunità della moneta. L’esenzione della moneta dalle regole di purità/impurità non ha né eliminato né ridotto i sistemi castali nel mondo, ma li ha rafforzati, ne ha creati di nuovi, li ha esasperati. Innanzitutto, anche nel rapporto con la moneta gli impuri sono sempre esistiti e continuano a esistere. Erano e sono coloro che non sono nelle condizioni di possedere la moneta, coloro che non la toccano. Per un altro paradosso dell’economia, l’impurità delle società monetarie nasce da un non-contatto: è impuro chi non può toccare la moneta. Impuro perché povero, escluso, scartato dai paradisi dei ricchi e dei capienti, dal club del mercato. Ieri e oggi.

Ma c’è ancora qualcosa di più radicale e quindi poco visibile a occhio nudo. Nell’antichità, la moneta che passava tra le varie classi sociali e le oltrepassava, consentiva che i ricchi e i bramini potessero utilizzare i servizi dei lavoratori manuali e dei poveri senza doverli "toccare", senza il bisogno di entrare in un rapporto personale con essi. Pagando qualcosa, in genere molto poco, i detentori del potere dato dalla moneta riuscivano e riescono a usufruire di braccia e di mani senza toccarle. Con lo sviluppo dell’economia di mercato e poi del capitalismo finanziario, la moneta è così diventata il grande mediatore del nostro tempo, lo strumento che ci consente di vivere vicini senza toccarci per non contaminarci, per non farci ferire dalla diversità. Con la smaterializzazione del denaro che, grazie alla tecnica, sta conoscendo la nostra epoca, si è amplificata la natura "spirituale" del denaro, che, come gli dèi più evoluti, non si vede ma opera, agisce, salva, condanna. La moneta elettronica invisibile media sempre più i nostri rapporti reciprocamente immuni, con la novità che non è più necessario toccare neanche la moneta, divenuta magicamente un "mediatore nulla". Non vediamo più i paria che toccando la moneta la purificano con la loro impurità, ma nel sottosuolo del nostro capitalismo tanti continuano a lavare denaro sporco: nuovi fuoricasta, la stessa antica funzione.

C’è, infine, un’ulteriore, decisiva, novità della nostra civiltà della moneta invisibile e onnipotente se confrontata con quelle passate. Fino a tempi recenti, le cose acquistabili con la moneta erano tutto sommato poche e quasi mai decisive. Con essa non si potevano acquistare i beni più importanti della vita, ma solo una piccola parte di salute, una piccola parte di stima, una parte (meno piccola) di comfort e di cura. Per millenni le monete compravano poco, certamente non tutto, e soprattutto erano poche e per pochi. La natura sacrale e misterica della moneta dipendeva anche dalla sua scarsità e quindi dall’ignoranza e incompetenza che sperimentava la grande maggioranza delle persone che entravano in contatto con essa – simili a quelle che oggi sperimenta la stragrande maggioranza delle persone nei confronti della nuova finanza.

Oggi con la moneta invece si compra molto, si vorrebbe comprare quasi tutto, ci stanno convincendo che si possa e si debba comprare tutto: dalla salute alla giovinezza, dalla giustizia alla bellezza. Ecco allora ritornare un nuovo e globale "mercato delle indulgenze", dove con il denaro si promettono e si comprano paradiso e purgatorio, dove i ricchi dai poveri comprano tempo, servizi, cura, vita. Non si paga più un povero perché preghi per noi o vada al nostro posto alle crociate o a Santiago di Compostela, ma perché ci venda un rene, ci generi un bambino, o ci aiuti a morire.

La moneta continua a voler comprare il paradiso. E noi glielo consentiamo, anche perché ci siamo dimenticati di come era quello vero.

(fonte: Avvenire)


mercoledì 8 marzo 2017

Dal 5 al 10 marzo ad Ariccia gli esercizi spirituali per Papa Francesco e la Curia Romana / 2

07/03/2017 Ariccia. 
Il film “Perfetti sconosciuti” agli esercizi spirituali con il Papa

Nel secondo giorno di esercizi spirituali il riferimento alla pellicola per dire l'importanza di «ritrovarsi insieme» anche come cristiani. L'invito ad «aprire gli occhi sulle angosce del prossimo»
Gli esercizi spirituali di Quaresima ad Ariccia con il Papa (L'Osservatore Romano)
È entrato anche il cinema negli esercizi spirituali di Quaresima per la Curia Romana a cui partecipa papa Francesco. Nella Casa del Divin Maestro di Ariccia, alle porte di Roma, che fino a venerdì accoglie oltre settanta fra cardinali, vescovi e stretti collaboratori del Pontefice si è parlato del film del 2016 Perfetti sconosciuti. Lo ha citato il predicatore degli esercizi, il frate minore francescano padre Giulio Michelini, nella terza delle nove meditazioni in programma – quella di martedì mattina – sul tema “Pane e corpo, vino e sangue”. A ispirare il riferimento cinematografico è stato il nipote con un messaggio sul telefonino del religioso che ha indicato nel «mangiare insieme» – come racconta la pellicola – un segno cristianamente importante di unità e di salvezza.


Di fronte al Papa, Michelini – docente di esegesi del Nuovo Testamento all’Istituto Teologico di Assisi – ha invitato a capovolgere «la realtà del non potersi fidare più di nessuno e dei tradimenti», rilanciando invece «la bellezza dello stare insieme». Il film del regista Paolo Genovese racconta «la cena di tre coppie e un single che mettono sul tavolo i cellulari accettando di rivelare il contenuto di tutti i messaggini». Ed «è significativo che tutto avvenga proprio a tavola», ha commentato il predicatore. Il religioso ha raccomandando la rilettura dell’enciclica Laudato si’, «soprattutto nel punto in cui si condanna l’ineguale distribuzione di risorse e ci viene ricordato come nel mondo si spreca approssimativamente un terzo degli alimenti che si producono, e il cibo che si butta via è come se lo si rubasse dalla mensa del povero». Così la prima questione «riguarda il nostro rapporto con il cibo». E il francescano ha citato sant’Ignazio: «Bisogna evitare che l’animo sia tutto intento a quello che si mangia; al contrario bisogna avere padronanza di sé». Il predicatore ha esortato anche a riflettere sul «ruolo ecclesiale» affidato a ciascuno, chiedendosi «come sia possibile che noi cristiani, che dovremmo trovare l’unità proprio attorno alla cena, riproduciamo con le nostre divisioni le stesse dinamiche divisorie della comunità di Corinto», secondo quanto lamentava san Paolo. Certo, ha riconosciuto Michelini, «molti sono i passi intrapresi per trovare un’unità, a esempio con i luterani, ma ancora molto c’è da fare». 

La giornata tipo ad Ariccia si apre alle 7.30 con la Messa, poi la meditazione mattutina; dopo il pranzo la meditazione pomeridiana, l’adorazione eucaristica, la cena. A fare da filo conduttore agli esercizi spirituali sono le ultime pagine del Vangelo di Matteo sulla “Passione, morte e risurrezione di Gesù”. 

L’altra meditazione quotidiana di Michelini si è soffermata su “La preghiera al Getsemani e l’arresto di Gesù”. Il predicatore è partito da un confronto tra la preghiera di Gesù sul monte degli Ulivi e quella sul Tabor in Galilea. I due avvenimenti – ha detto Michelini – hanno somiglianze impressionanti. In entrambe la situazione esistenziale di Gesù è provata: nel primo caso, perché Pietro e gli altri non comprendono il senso del primo annuncio di Gesù che afferma di dover morire a Gerusalemme; nel secondo perché Gesù ha appena spiegato che qualcuno l’avrebbe consegnato. Una discriminante però separa le due scene: sul Tabor si ode la voce del Padre che consola il Figlio; al Getsèmani, invece (tranne che per la versione lucana, dove Gesù è rafforzato nella lotta da un angelo), non si ode nessuna voce. Al termine le domande affidate ai partecipanti per l’esame di coscienza. Come ci poniamo di fronte all’angoscia del nostro prossimo? Teniamo gli occhi aperti, preghiamo, o ci addormentiamo come i tre discepoli? La volontà di Dio è compresa come un “capriccio”, qualcosa che “si deve fare” perché “Qualcuno ha deciso”, oppure vedo in essa la santa volontà di bene per tutti? E se Dio può cambiare idea, addirittura, stando al libro di Giona, può “pentirsi”, come può la sua Chiesa non cambiare, come possiamo noi stare fissi nelle nostre rigidità?
(fonte: Avvenire)

LE DONNE DEL VANGELO di Alberto Maggi


LE DONNE DEL VANGELO
di Alberto Maggi

In un mondo nel quale si affermava che "Chiunque discorre molto con una donna, è causa di male a se stesso, trascura lo studio della Legge e finisce nella Geenna", la rivoluzionaria normalità con la quale Gesù si rapportava con le donne non doveva essere ben vista, come appare nel vangelo di Giovanni dove i discepoli, colto il Signore in colloquio con una samaritana, "si meravigliarono che stesse a discorrere con una donna" (Gv 4,27). Perché mai parlare con una donna? Non insegna la tradizione che "una donna non ha da imparare che a servirsi del fuso", e che "l’uso della donna è di stare in casa", mentre "l’uso dell’uomo è di uscire e di apprendere dagli uomini"? La donna era esclusa dall’istruzione religiosa. 
...
L’emarginazione della donna ebrea non riguardava solo la sfera religiosa ma la sua intera esistenza fin dal primo apparire. Infatti, secondo il Libro del Levitico, la nascita di una bambina rende impura la madre per circa tre mesi (Lv 12,-25). Per la sua particolare condizione fisiologica la donna viveva inoltre in una situazione di perenne impurità (Lv 15,19-30), e per questo era considerata l’essere umano più distante da Dio. Se in tutte le culture la nascita di una bambina non è mai stata auspicabile ("Auguri e figli maschi!"), nel mondo giudaico l’arrivo di una figlia era considerato un’autentica sciagura, come scrive sconsolato l’autore del Siracide: "Una figlia è per il padre un’inquietudine segreta, la preoccupazione per lei allontana il sonno: nella sua giovinezza, perché non sfiorisca, una volta accasata, perché non sia ripudiata. Finché è ragazza, si teme che sia sedotta e che resti incinta nella casa paterna; quando è con un marito, che cada in colpa, quando è accasata, che sia sterile" (Sir 42,9-10). Questa pessimista visione veniva confermata dal Talmud: "Il mondo non può esistere senza maschi e senza femmine, ma felice colui i cui figli sono maschi e guai a colui i cui figli sono femmine", e codificata nella preghiera recitata tre volte il giorno da ogni maschio ebreo che così ringrazia Dio: "Benedetto Colui che non mi ha fatto pagano, non mi ha fatto donna, non mi ha fatto bifolco".
...
In questo contesto culturale non può pertanto non sorprendere l’eccezionale rilievo che le donne hanno nei vangeli. 
Mentre i protagonisti maschili del vangelo sono quasi tutti negativi, i personaggi femminili sono tutti positivi, eccezione fatta per le due donne che gli evangelisti ci presentano in relazione con il potere: colei che lo detiene, Erodiade, adultera e assassina, e colei che lo desidera per i suoi figli, l’ambiziosa madre dei figli di Zebedèo. 
Le donne nei vangeli vengono presentate come coloro che per prime hanno saputo accogliere e comprendere il Signore: dalla madre, grande non perché ha dato alla luce Gesù, ma perché ha saputo diventare discepola del figlio, a Maria di Magdala, prima testimone e annunciatrice della risurrezione del Cristo. Nella lingua ebraica non si conosceva un termine per indicare discepola, che esisteva solo al maschile, e al tempo di Gesù la tradizione insegnava che "un discepolo dei saggi non deve parlare con una donna per strada neanche se è sua moglie, sua figlia, sua sorella". Ma per Gesù non "c’è più  maschio né femmina" (Gal 3,28), c’è la persona umana, che come tale merita rispetto e dignità indipendentemente dalla sua identità sessuale. Per questo, contravvenendo tradizione e morale, Gesù associa al suo gruppo anche "alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità" (Lc 8,1), e nei vangeli sono le donne le privilegiate protagoniste delle azioni del Signore. La prima persona alla quale Gesù si manifesterà come il Messia atteso sarà una samaritana, essere umano che come donna, adultera e impura era il meno credibile cui affidare l’importante rivelazione. Ugualmente l’unico fatto che il Signore chiede espressamente venga fatto conoscere ovunque è l’unzione compiuta su di lui da una donna: "In verità io vi dico: dovunque sarà predicato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che essa ha fatto" (Mc 14,9). Se i discepoli maschi scomparvero di scena al momento della crocifissione, le uniche testimoni della sua morte "erano alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, le quali quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme" (Mc 15,40-41). Gli evangelisti affermano che le donne oltre che seguire Gesù lo servono. Di nessun discepolo è detto questo. Nella concezione religiosa del tempo Dio abitava in una "luce inaccessibile" (1 Tm 6,16). Gli esseri che gli erano più vicini erano gli angeli del servizio, gli unici che stavano sempre davanti al Signore per servirlo. Nei vangeli gli unici esseri che servono Gesù sono gli angeli ("e gli angeli lo servivano", Mc 1,13) e le donne. Per gli evangelisti le donne non solo sono uguali agli uomini, ma svolgono un ruolo superiore, lo stesso degli angeli
L’azione di "annunziare", esclusiva prerogativa degli angeli, i nunzi di Dio, è infatti nei vangeli compito privilegiato delle donne. Per questo solo le donne sono incaricate dall’Angelo del Signore di annunciare la risurrezione di Gesù: "Presto, andate a dire ai suoi discepoli: «È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete. Ecco, io ve l’ho detto». Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, corsero a dare l'annunzio ai suoi discepoli" (Mt 28,7-8). E proprio la donna, che la Bibbia definiva responsabile della morte ("Dalla donna ha avuto inizio il peccato, per causa sua tutti moriamo", Sir 25,24), sarà la prima testimone della vita: "Maria di Magdala andò subito ad annunziare ai discepoli: «Ho visto il Signore!»" (Gv 20,18)

Leggi tutto: LE DONNE DEL VANGELO (pdf)


Nel rispetto per le differenze... far fiorire l’umano!

Per la ricorrenza dell’8 marzo, Giornata internazionale della donna, il mese che accoglie la primavera viene generalmente dedicato al mondo femminile. Noi lo dedichiamo alla relazione fra donne e uomini, alle potenzialità di vita che scaturiscono dal maschile e dal femminile che sanno crescere insieme in armonia.

FAR FIORIRE L’UMANO
di Paola Moggi


La nostra cultura, come ogni cultura, è pervasa da stereotipi che spesso ingabbiano le persone in ruoli di dominio o di marginalità. Ci sono “bulli” che aspirano al dominio e potenziano in modo ossessivo la propria forza fisica, e ci sono “pupe” che investono energia e tempo in assillanti cure dimagranti e di bellezza, per sedurre con il proprio corpo. Due cliché che diventano gabbie e sviliscono la vita maschile e femminile, le fanno semplicemente violenza.

Ma c’è ben altro nel mondo maschile: ci sono uomini che amano prendersi cura della sposa, della compagna di vita, dei figli, delle figlie e delle persone anziane, in casa e fuori. Uomini che non devono imporsi di non piangere quando sono sopraffatti dal dolore. Sanno che il potere non lo si esercita su qualcuno o qualcosa, ma con l’altro e l’altra, come possibilità di creare, insieme; come comunità, come famiglia, come società.
E c’è ben altro nel mondo femminile: donne che nutrono la vita che la storia ufficiale ignora; hanno una grande forza interiore, per armonizzare la complessità che le avvolge e prendersi cura, quotidianamente, della famiglia, del lavoro, di chi rimane ai margini della “civiltà dei consumi”.

Per questo abbiamo dedicato questo dossier a una questione che ci sembra di primaria importanza: educarci alla partnership, a quel modo di relazionarsi pervaso di rispetto per le differenze, lieto di contemplare la molteplicità del mondo senza spaventarsi per l’incapacità di controllarlo.
Ed educare all’affettività fin dalla prima infanzia, perché stereotipi di genere possono già radicarsi precocemente nei bambini e nelle bambine, e tarpare lo sviluppo dei loro talenti. Educare a relazioni equilibrate e rispettose, antitetiche alla sopraffazione e alla violenza. Spazio creativo e sacro, che fa fiorire l’umano.
Un processo di scoperta che non procede a colpi di slogan; non attecchisce sul terreno di pregiudizi che si scontrano. Richiede fiducia, responsabilità condivisa, confronto esigente e arricchente in una società plurale che evolve.

La rubrica Fuori rotta, per esempio, racconta episodi di sopraffazione in Palestina. L’autrice li ha vissuti in prima persona, ma non esprime la violenza di un popolo su di un altro: esprime piuttosto la violenza di alcune persone su altre, e la resistenza ostinata di queste ultime. Ci sono rabbini che difendono i diritti dei palestinesi, e soldati e soldatesse israeliane che scontano il carcere per aver fatto altrettanto.

E questa complessità non disorienta. Ci invita semplicemente a far fiorire l’umano.
(fonte: COMBONIfem)

Vedi anche il dossier: 


martedì 7 marzo 2017

Festa della donna - 8 marzo 2017 - TUTTE LE DONNE DEL MONDO IN SCIOPERO

TUTTE LE DONNE DEL MONDO IN SCIOPERO

L'8 marzo il Movimento internazionale delle donne ha indetto uno sciopero che coinvolgerà 40 paesi per testimoniare a favore dei diritti e contro la violenza. In Italia le manifestazioni sono coordinate dal Non una di meno

Una mobilitazione massiccia e mondiale quella a cui chiama a raccolta il Movimento internazionale delle donne l’8 marzo, giorno della festa della donna, affinché non sia solo una ricorrenza a base di cene e mimose ma un concreto strumento per contrastare la violenza, l’emarginazione, le discriminazioni, la violazione dei diritti.
Uno "sciopero globale", a cui hanno aderito 40 Paesi del mondo, in cui ogni donna singolarmente, ma anche ogni categoria professionale e sindacale deciderà in che modo testimoniare il suo impegno, sia astenendosi dal lavoro, sia facendo letture pubbliche, manifestazioni, assemblee, flash mob. I temi all’ordine del giorno sono l’educazione alle differenze come formazione culturale e scolastica sin dall’asilo nido per rendere la scuola pubblica un nodo cruciale per prevenire e contrastare la violenza maschile contro le donne e tutte le forme di violenza di genere, non solo per pari opportunità ma per dire basta ai modelli stereotipati di femminilità e maschilità; la rappresentazione delle donne e del loro corpo rovesciando linguaggio e immaginario sessisti e misogini. In Italia lo sciopero è indetto da #nonunadimeno la grande rete femminista che ha organizzato la manifestazione del 26 novembre 2016, quando un milione di donne scesero in piazza a Roma contro il femminicidio. Allo sciopero delle donne parteciperanno anche i 77 Centri Antiviolenza della rete "D.i.Re", centri che rappresentano un rifugio concreto per le donne maltrattate e perseguitate, e che spesso sono a rischio chiusura per mancanza di fondi.

Lo sciopero dell’8 marzo riguarderà trasporto ferroviario, aereo e il trasporto locale di molte città. E sul sito di non una di meno ci sono tutte le indicazioni per le lavoratrici che vorranno aderire allo sciopero.