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domenica 17 gennaio 2016

Papa Francesco alla Sinagoga di Roma - Interviste a mons. Bruno Forte e ai rabbini Riccardo Di Segni e Abraham Skorka



Domenica pomeriggio 17 gennaio 2016 alle 16.00, Papa Francesco si reca in visita alla Sinagoga di Roma. L’evento coincide con la Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei.

Fu istituita in Italia nel 1989 e quest’anno è giunta alla ventesima edizione. È la Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei e si celebra il 17 gennaio. Papa Francesco ha scelto proprio questo giorno per andare alla Sinagoga di Roma. Terzo Papa, dopo Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. È una data cara al popolo italiano, ebreo e cattolico. Sono 20 anni che il 17 gennaio nel nostro Paese si organizzano tavole rotonde, momenti di confronto sui grandi temi che interpellano l’umanità, incontri di approfondimento biblico. Sono 20 anni che ebrei e cattolici in Italia si incontrano nelle parrocchie e sale di comunità con il desiderio di conoscersi meglio. Dal 2005, la Cei e l’Assemblea dei Rabbini d’Italia hanno deciso di comune accordo di dedicare la Giornata anno per anno alla riflessione su uno dei Dieci Comandamenti. È una storia silenziosa di dialogo e amicizia. Monsignor Bruno Forte, presidente della Commissione Cei per il dialogo, e il rav Giuseppe Momigliano, presidente dell’Assemblea dei Rabbini d’Italia, in un messaggio ringraziano “di cuore tutti coloro che in questi anni si sono resi disponibili ad offrirci spunti di riflessione”. Non si tratta semplicemente di un tratto di strada percorso insieme ma di “una tappa” perché “il cammino in sé ci offre ancora molte possibilità di incontro, di scambio, di crescita comune”.

Monsignor Forte, il Papa ha scelto di andare nella Sinagoga di Roma il 17 gennaio. Che significato ha questa scelta?
La data del 17 gennaio fu scelta perché precedeva immediatamente quella della settimana di preghiere per l’unità dei cristiani (18-25 Gennaio) e in tal modo sottolineava che la fede d’Israele è la radice santa del cristianesimo e dell’unità che Cristo vuole fra i suoi discepoli. La scelta di quella data per la visita di Papa Francesco alla Sinagoga di Roma evidenzia l’importanza che Egli attribuisce all’amicizia ebraico-cristiana e al dialogo in cui essa si esprime.

Nel messaggio di presentazione della Giornata, lei e il rav Giuseppe Momigliano ribadite “la necessità di proseguire il cammino di dialogo che vent’anni fa abbiamo voluto iniziare”. Cosa intendete dire? E come proseguire nella strada di amicizia?
Il dialogo di questi anni è stato condotto a partire dal Decalogo e ha avuto frutti di grazia soprattutto nella crescita della conoscenza reciproca e della fiducia. Si tratta perciò di un cammino da portare avanti nella comune convinzione che esso rappresenta un autentico dono e arricchisce entrambi gli interlocutori in accordo con la volontà del Signore.

Il rav Di Segni ha chiesto di non utilizzare più l’espressione “fratelli maggiori” perché induce a pensare ad un rapporto ebrei/cattolici di “sostituzione”. Lei che è un teologo, cosa pensa?
Ogni idea di sostituzione che veda la Chiesa semplicemente prendere il posto di Israele nel disegno di Dio va rifiutata.
Secondo lo stesso Apostolo Paolo la reintegrazione d’Israele e della Chiesa in un unico popolo avverrà solo alla fine, quando il Figlio dell’uomo tornerà: fino ad allora – e fatti salvi singoli cammini di conversione a Cristo sempre avvenuti nella storia e sempre possibili – i due popoli dovranno avanzare secondo la chiamata ricevuta da Dio rispettivamente e dovranno crescere nel dialogo fra loro e nel servizio dell’Eterno.

Quali auspici? Quali speranze apre papa Francesco nel dialogo con l’ebraismo? E dov’è il suo “punto di forza”?
Gli auspici sono quelli di una amicizia e di una collaborazione ebraico-cristiana sempre più stretta e autentica, di cui proprio in questi giorni ho fatto esperienza tenendo la “annual lecture” all’Università Ebraica di Gerusalemme su invito del dipartimento di studi sul cristianesimo che è molto attivo e frequentato dagli studenti.

Il punto di forza di Papa Francesco è la ricchissima esperienza che egli ha personalmente del dialogo fraterno con il mondo ebraico sin dai tempi di Buenos Aires e che gli fornisce una singolare capacità di incontro con il popolo da cui è venuto Gesù, che era ebreo e lo è per sempre.
(fonte: SIR)

Fin dalla elezione di Francesco il rabbino capo della storica Comunità ebraica di Roma, Riccardo Di Segni, ha avuto diversi contatti e incontri personali con il Papa. Da subito, «per desiderio condiviso», è entrata in agenda la possibilità di una sua visita al Tempio Maggiore. Dal suo studio di Lungotevere de Cenci, Di Segni delinea oggi l’importanza della terza visita di un Pontefice alla sinagoga nel contesto storico segnato dai conflitti che stiamo vivendo, nel progresso delle relazioni e del dialogo ebraico-cattolico a cinquant’anni dalla Nostra aetate. E parla dell’urgenza del messaggio che l’incontro di domenica vuole evidenziare e rilanciare. 

Come si svolgerà il prossimo incontro del Papa al Tempio Maggiore e qual è il carattere che si è voluto dare a questa visita? 
La visita, comprensiva del momento importante all’interno del Tempio con i discorsi ufficiali, ha il carattere e lo scopo di un incontro diretto, personale e collettivo con la Comunità ebraica di Roma e con alcune rappresentanze ebraiche internazionali che ci tengono a incontrare papa Francesco.
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È prevista una larga partecipazione? 
Avremo il Tempio strapieno, al limite della capienza. 

La visita alla sinagoga di papa Francesco avviene esattamente sei anni dopo quella di Benedetto XVI del 17 gennaio del 2010 e a trent’anni da quella di Giovanni Paolo II. Rispetto ad esse quali sonole differenze? 
La visita di Giovanni Paolo II è stata uno spartiacque nei rapporti ebraico-cristiani. La seconda di Benedetto XVI ha sottolineato, con il suo stile, una continuità. Ciascuna delle due visite va inserita nel contesto delle diverse contingenze. 

Perché è importante la visita di papa Francesco? 
Un primo aspetto è proprio quello della continuità su una strada di amicizia segnata dai suoi predecessori.
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La visita di papa Francesco non sarà un mero rituale ereditato dai suoi predecessori, è una nuova tappa, si rinnova di sentimento e si coprirà di nuovi significati. 

E quale significato, secondo lei, assume in questo momento? 
La visita di Francesco in sinagoga ha il suo significato e la sua forza proprio nel contesto storico che stiamo vivendo.
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Il nostro incontro vuole concordemente dare un segnale che è attualissimo, importantissimo e urgente: il messaggio che l’appartenenza a una fede, a una religione non deve essere motivo di ostilità, di odio e di violenza ma è invece possibile costruire una convivenza pacifica, sul rispetto e la collaborazione proprio in nome della propria religione. 

È un segnale in controtendenza… 
Ma è l’idea vincente in questo momento. Il prossimo incontro con papa Francesco attualizza la diversità religiosa come dimostrazione di convivenza, di collaborazione per il bene di tutti, perché le religioni sono portatrici di pace e di valori positivi, utili a tutta la società.
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Lei ha incontrato già diverse volte papa Francesco, quali temi di rilievo avete affrontato in questa prospettiva? 
Dai problemi sociali che affliggono l’Europa all’immigrazione, all’emergenza umanitaria. Si è ragionato sull’impegno delle religioni in questo senso e sui futuri progetti di collaborazione. 

Proprio ieri il Papa ha reiterato i suoi appelli sulla questione degli immigrati… 
Sull’emigrazione abbiamo presentato le nostre analisi, la nostra disponibilità e le nostre perplessità, fermo restando l’aspetto fondamentale che è iscritto nel nostro Dna storico che il migrante deve essere protetto. La Shoah ci deve far ricordare anche soprattutto l’importanza della convivenza con il vicino e con il diverso.
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Ricordando i cinquant’anni dalla Nostra aetate Francesco ha sottolineato «la vera e propria trasformazione che avuto in questo tempo il rapporto tra cristiani ed ebrei». Anche da un punto di punto di vista teologico il dialogo intra-religioso ha fatto dei passi avanti. Per lei quali sono significativi? 
Di recente la Commissione vaticana per i rapporti religiosi con l’ebraismo ha pubblicato un documento. Direi che si tratta di un documento importante perché è una sintesi di quanto è stato compiuto in questi cinquant’anni e della riflessione teologica da parte cattolica che porta a dei chiarimenti importanti e a delle precisazioni necessarie.
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Come viene considerata la consapevolezza di questo dialogo intra-familiare da parte della Comunità ebraica? 
Il mondo ebraico è estremamente variegato. Solo un piccolo gruppo di specialisti si occupa di queste questioni. La gente comune vede i fatti e sui fatti misura il valore di un rapporto. Un ebreo che vive in Europa coglie e apprezza il fatto che il clima dei rapporti è sostanzialmente cambiato, decisamente migliorato, anche se ci sono difficoltà sulle quali bisogna ancora lavorare. Questo è importante. Ma c’è differenza con gli ebrei che vivono nello Stato di Israele. C’è questo duplice aspetto da considerare. Non è semplice. 

La visita cade anche nel contesto dell’Anno giubilare della misericordia, nella cui bolla d’indizione papa Francesco ha voluto menzionare in modo particolare il legame con l’ebraismo… 
Un evento come questa visita alla Comunità ebraica di Roma certamente serve a consolidare ancora di più i rapporti e a dare forti segnali visibili in questo senso.


Intervista con il rabbino argentino amico di Francesco: «Bergoglio ha avuto un legame molto speciale con la comunità ebraica. Il suo contributo è l’appello ad approfondire il dialogo tramite lo studio esegetico e teologico, e allo stesso tempo rafforzare gli sforzi per un lavoro comune a beneficio di un mondo più giusto ed equo»

Papa Francesco è il primo Pontefice della Chiesa cattolica ad aver pubblicato, prima dell’elezione, un libro contenente lunghi dialoghi con un rabbino. Abraham Skorka, 65 anni, rettore del Seminario Rabbinico Latinoamericano a Buenos Aires, è diventato grande amico dell’allora arcivescovo Bergoglio. Domenica 17 gennaio il Pontefice varcherà la soglia della Sinagoga di Roma, il grande Tempio ebraico che sorge al di là del Tevere, poco distante in linea d’aria dal Vaticano. È la terza volta che un Vescovo di Roma entra nella Sinagoga, dopo la prima, storica visita di Giovanni Paolo II (1986) e quella del suo successore Benedetto XVI (2010). 

Rabbino Skorka, come è stato il rapporto dell’arcivescovo Bergoglio con la comunità ebraica in Argentina? Come siete arrivati a scrivere un libro sul vostro dialogo insieme? 
«L’allora arcivescovo di Buenos Aires, cardinale Bergoglio, ha avuto un legame molto speciale con la comunità ebraica argentina, manifestato attraverso molteplici gesti tramite i quali ha dimostrato il proprio e profondo impegno con essa, e attraverso di essa, con l’ebraismo in generale. Ha creato dei rapporti di affetto molto profondi, come quello generato tra di noi. L’amicizia forgiata tramite degli incontri, nel senso che Buber era solito attribuire a questo termine, ci ha permesso di parlare liberamente, senza eufemismi. Così, abbiamo scritto un libro di dialoghi analizzando insieme i temi che preoccupano di più l’uomo contemporaneo, e poi abbiamo anche registrato, insieme a Marcelo Figueroa, 31 programmi televisivi». 

Quale pensa che sia — se ce n’è una — la peculiarità dell’approccio di Francesco sul dialogo con i credenti di religione ebraica? E quali sono gli elementi di continuità con i suoi predecessori? 
«Francesco ha continuato, da una parte, il percorso del dialogo ebraico-cattolico iniziato da Giovanni XXIII e approfondito significativamente da Giovanni Paolo II. Ma, dall’altra, ha fornito la propria impronta allo sviluppo di questo dialogo. Analizzando con cura il capitolo sui rapporti con l’Ebraismo nell’Evangelii Gaudium (247-249), vediamo che, seguendo la posizione di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI di considerare il popolo ebraico come i “fratelli maggiori” nella fede, e l’eterna validità dell’Alleanza tra Israele e Dio, descritta nella Bibbia ebraica, il Papa gli conferisce un luogo speciale nella sua esortazione apostolica. Sebbene nei primi articoli del suddetto capitolo vengano sottolineati soltanto gli insegnamenti indicati dei suoi predecessori, nell’ultimo dei paragrafi si nota il passo che fa Francesco al riguardo. Dice: “Dio continua a operare nel popolo dell’Antica Alleanza e fa nascere tesori di saggezza che scaturiscono dal suo incontro con la Parola divina. Per questo anche la Chiesa si arricchisce quando raccoglie i valori dell’Ebraismo... Esiste una ricca complementarietà che ci permette di leggere insieme i testi della Bibbia ebraica e aiutarci vicendevolmente a sviscerare le ricchezze della Parola”. A Buenos Aires abbiamo analizzato insieme in tante occasioni versetti della Bibbia Ebraica. È stata parte fondamentale del nostro dialogo. Essendo Bergoglio Grande Cancelliere della Pontificia Università Cattolica Argentina, l’ateneo mi ha conferito una laurea honoris causa. Il messaggio è stato molto chiaro: onorare e prendere in considerazione l’apporto culturale e religioso di un rabbino in una società a maggioranza cristiana. Il contributo di Francesco è l’appello ad approfondire il dialogo tramite l’approfondimento esegetico e teologico, e allo stesso tempo rafforzare gli sforzi per il lavoro comune a beneficio di un mondo più giusto ed equo. Ci siamo trovati all’inizio di un percorso in questo senso, che richiede molta riflessione e molto approfondimento nell’ambito intellettuale e spirituale, e anche un compromesso di fronte ai grandi drammi che colpiscono l’umanità nel presente». 

Come interpreta la storia dei rapporti tra cattolici ed ebrei negli ultimi sessant’anni? Quale è stata la via intrapresa da Giovanni XXIII? E quale l’apporto di Giovanni Paolo II? 
«Giovanni XXIII ebbe la chiara visione che dopo la Seconda Guerra Mondiale si apriva una nuova realtà per l’Europa e per il mondo, che chiedeva una risposta e un messaggio delle religioni. Per ciò ha posto le basi del Concilio Vaticano II. Dopo aver visto direttamente il dramma della Shoah e dopo aver salvato molti ebrei come delegato apostolico a Costantinopoli, si è impegnato nello sradicamento di quella situazione di mancato dialogo — che frequentemente implica l’odio — che c’era tra ebrei e cristiani. 
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Giovanni Paolo II è stato il secondo grande fautore per la continuità e per lo sviluppo di questo processo. Il suo chiedere perdono per gli errori del passato della Chiesa nei confronti del popolo ebraico, la sua storica visita alla Sinagoga di Roma, lo stabilimento di rapporti diplomatici pieni tra il Vaticano e lo Stato dell’Israele, la sua preghiera di fronte al Muro (del Pianto, ndr.) sono stati segni che getteranno per sempre la sua luce nei rapporti tra ebrei e cristiani». 

La visita di Giovanni Paolo II alla Sinagoga di Roma, nel 1986, è stata storica. Come la ricorda? Cosa può dire su Benedetto XVI e la sua riflessione teologica molto profonda sullo speciale rapporto che esiste tra l’ebraismo e il cristianesimo? 
«Entrambi gli eventi riferiti nella sua domanda segnano degli spartiacque nella storia dello sviluppo dei rapporti ebraico-cattolici impostati dalla Nostra Aetate. 
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L’abbraccio tra Giovanni Paolo II e il rabbino Elio Toaff, all’inizio di quella visita, rimarrà come immagine indelebile di comprensione e dialogo, per ebrei e cattolici, e come paradigma per tutta l’umanità. Allo stesso modo, la riflessione teologica di Benedetto XVI sul rapporto speciale che vincola l’Ebraismo con il Cristianesimo, corregge una divergenza storica, ponendo le basi di un avvicinamento e di una mutua riconoscenza
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Un nuovo documento vaticano pubblicato il mese scorso afferma che «la Chiesa cattolica non conduce e non fomenta alcuna missione istituzionale orientata specificamente agli ebrei», perché il rapporto con loro è diverso da quello che c’è con tutte le altre religioni. Cosa ne pensa? 
«Sin dalla approvazione della dichiarazione conciliare Nostra Aetate dignitari della Chiesa hanno manifestato in diverse occasioni che questa non avrebbe portato avanti alcuna azione evangelizzatrice né di missione con il popolo ebraico, così come fece drammaticamente in passato. Ma il documento “I Doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili” lo esplicita ufficialmente. Si chiude così un capitolo molto doloroso nei rapporti ebraico-cristiani. 
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Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - II Domenica T.O. / C




Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)






Preghiera dei Fedeli




Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato.



Domenica 17 gennaio, si celebra, in tutte le parrocchie, la Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato. Quest’anno la Giornata - la 102 esima - avrà un particolare momento celebrativo nella regione Lazio e in particolare a Roma. 

Domenica, infatti, circa 7.000 migranti e rifugiati, provenienti dalle 17 diocesi del Lazio, di almeno 30 nazionalità, saranno in piazza San Pietro per partecipare alla preghiera mariana dell’Angelus presieduta dal santo Padre Francesco. Tra loro ci saranno anche 200 richiedenti asilo del CARA di Castelnuovo di Porto, con le bandiere delle diverse nazionalità presenti al Centro. Dopo l’Angelus i migranti, attraversando la Porta Santa, parteciperanno, nella Basilica di S. Pietro, ad una solenne celebrazione liturgica presieduta da S.Em. il Card. Antonio Maria Vegliò, Presidente del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti, durante la quale consacrerà, per l’occasione, oltre 5.000 ostie realizzate da alcuni detenuti del carcere di Opera di Milano.
In Basilica sarà presente la Croce di Lampedusa, simbolo che richiama le circa 4.000 vittime - tra cui oltre 750 bambini – che lo scorso anno hanno perso la vita nel viaggio verso le nostre coste. 
“La Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2016 diventa un momento particolare, un gesto concreto che caratterizza il Giubileo della misericordia che stiamo vivendo voluto da Papa Francesco il quale, più volte, ha richiamato tutti all’accoglienza”, ribadisce oggi la Fondazione Migrantes che nei giorni scorsi, nel presentare gli eventi in programma per domenica, ha indicato alcune proposte che possono aiutare a migliorare l’accoglienza dei migranti in Italia, con una particolare attenzione ai richiedenti asilo e rifugiati in Europa e nel nostro Paese. 

Il decalogo della Migrantes.
1) Rimane necessario aprire canali di ingresso regolari sia per ricerca occupazione per i migranti che di ingresso umanitario per i rifugiati che già si trovano nei grandi campi profughi vicino alle zone di conflitto: cosa che scoraggerebbe il traffico delle persone e che eviterebbe l’inutile e insostenibile morte di persone in mare (uomini, donne e bambini), che continua e cresce da troppo tempo.
2) Occorre trovare modalità nuove di gestione dei flussi delle persone in arrivo in Europa, siano essi migranti o richiedenti asilo, realmente comuni e che prevedano la possibilità di avere quote certe per ogni Paese europeo e che cerchino, per quanto possibile, di incrociare le disponibilità date dai diversi Paesi con i desideri e le capacità delle persone in arrivo.
3) Trovare procedure di identificazione e di ricollocamento comuni in Europa che tengano conto del rispetto della dignità umana e dei diritti umani delle persone. In questo senso, preoccupa la politica europea della creazione di Hotspots, di fatto centri chiusi che somigliano più a dei CIE che a dei Centri di accoglienza. Inoltre i due momenti – identificazione e ricollocamento – devono viaggiare in sintonia, diversamente si creano tempi lunghi di trattenimento delle persone oltre che inevitabili rifiuti all’identificazione.
4) Riuscire a dare una risposta più competente e più celere alle persone che fanno domanda d’asilo, da una parte riformando il sistema delle commissioni territoriali, prevedendo più formazione e personale dedicato; dall’altra aumentandone il numero per arrivare a dare a tutti una risposta entro i sei mesi che le normative europee già prevedono e nello stesso tempo provando anche ad accorciare i tempi dei ricorsi dei diniegati, che al momento aspettano anche più di un anno per riuscire ad avere una risposta. I tempi lunghi di attesa, infatti, portano le persone a rimanere in accoglienza senza una risposta anche per un anno e mezzo – due anni, con la dimissione o l’allontanamento dal centro di accoglienza, e i conseguenti rischi della irreperibilità, di insicurezza e di sfruttamento delle persone.
5) Arrivare ad avere un sistema unico e diffuso di accoglienza in Italia, che risponda a medesimi standard, procedure e sia sottoposto a puntuali controlli e verifiche rispetto ai servizi che deve erogare e rispetto alla trasparenza nella gestione dei fondi. Accogliere con trasparenza ed apertura è un reciproco vantaggio sia per chi viene accolto che per chi fa accoglienza Il rapporto sull’accoglienza di migranti e rifugiati in Italia del Ministero dell’Interno dell’ottobre 2015, ha evidenziato come i soldi spesi per l’accoglienza delle persone hanno una ricaduta positiva anche sui Comuni e le comunità accoglienti, evidenziando che dei 30-35 euro giornalieri per l’accoglienza circa il 37% serve per la retribuzione di operatori e professionisti e circa il 23% vada in spese relative ad affitto di locali, acquisti di beni alimentari e abbigliamento: tutte cose che sono una ricaduta positiva sull’economia locale della comunità che fa accoglienza.
6) Per arrivare ad avere un sistema unico bisogna superare la volontarietà di adesione dei Comuni, a fronte della garanzia di fondi certi, anche nei tempi di erogazione, e superando l’ottica del co-finanziamento. L’accoglienza dei richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale deve diventare un servizio sociale specifico per ogni Comune o unione di piccoli Comuni, forte della collaborazione della rete di enti e associazioni di volontariato sul territorio, in relazione con la scuola e il mondo delle imprese: uno dei servizi alla persona garantiti su tutto il territorio nazionale (in proporzione alla popolazione, al Pil, ai fondi sociali ricevuti e alla quota di persone straniere già presenti).
7) L’accoglienza dei migranti e dei rifugiati, seppur ottima, se non è seguita, da quando le persone hanno la certezza di poter rimanere in Italia, da un serio programma di inserimento abitativo e lavorativo crea solo marginalizzazione, rischio di sfruttamento e frustrazione. Per questo, servono programmi specifici a livello nazionale e regionale volti a facilitare l’inserimento socio-economico, abitativo dei titolari di protezione internazionale, come di ogni altra persona che in quel territorio si trova in situazione di difficoltà rispetto alla casa o al lavoro. A riguardo, può essere preziosa la sinergia Stato-Terzo Settore e Chiesa (come alcune esperienze dimostrano in diverse realtà italiane).
8) Rispetto ai minori stranieri non accompagnati bisogna davvero riuscire a superare la prima accoglienza in centri collettivi spesso inadeguati (oserei dire piccoli orfanatrofi) e arrivare a forme diversificate di accoglienza che prevedano non solo accoglienze in centri piccoli, ma anche affidamenti familiari o appartamenti in semiautonomia: un sistema di accoglienza familiare, unico e interno al sistema di accoglienza per richiedenti asilo nazionale: cosa che si è dichiarato già nella Conferenza Stato-Regioni del luglio 2014, ma che si è ancora lontani dall’aver realizzato. Bisogna anche superare la pratica dell’esame del polso per determinare l’età che è considerata inattendibile, per passare a un esame multidisciplinare (esemplare a questo proposito il protocollo del Tribunale per minori, ASL e Prefettura di Catania). Infine, occorre affidare in tempi brevi i minori non accompagnati, in tempi brevi, tutori specifichi, volontari e formati, evitando cumuli di tutele, assolutamente inutili e inefficaci, ad assessori e sindaci.
9) Una proposta importante, anche in vista delle prossime elezioni amministrative di primavera, riguarda la ripresa di una proposta politica importante, purtroppo finita nei cassetti parlamentari: la proposta di legge per il voto amministrativo ai migranti regolarmente presenti nel nostro Paese. Come si può parlare di inclusione sociale, di integrazione se il mondo di giovani donne e uomini immigrati lavoratori, studenti, imprenditori nel nostro Paese non possono avere diritto a decidere chi li rappresenti nei Consigli comunali e regionali. E’ un ritardo storico grave che va colmato, anche per la nostra sicurezza sociale. 
10) Parlare delle migrazioni e dello spostamento delle persone con competenza e serietà per superare finalmente un’informazione allarmistica ed ideologica del fenomeno, che troppo spesso dimentica il popolo dei migranti, 5 milioni, per fermarsi ad esasperare alcuni casi. Nello specifico, poi, dei richiedenti asilo, non siamo di fronte a un’invasione del nostro Paese (siamo stati sia l’anno scorso che quest’anno intorno a un richiedente asilo ogni mille abitanti), ma siamo di fronte a un momento di grande sofferenza del mondo in cui il numero dei conflitti (di cui la nostra parte di mondo ha la sua responsabilità sia nella creazione che nella mancata gestione) e il numero di spostamento forzato di persone per cambiamenti climatici è davvero molto elevato. Sarebbe ingenuo pensare che tutti questi spostamenti forzati di persone in fuga da guerre e conflitti e da cambiamenti climatici, sempre più numerosi, violenti ed imprevisti, non abbia una ricaduta anche in Europa e in Italia; e non saranno i controlli alle frontiere a fermare le persone in fuga, che sono state obbligate a spostarsi. (aise)


"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n.7/2015-2016 (C) di Santino Coppolino

'Un cuore che ascolta - lev shomea'
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino



Vangelo: 
Gv 2,1-11


Il primo miracolo o - per rimanere fedeli al testo greco - "segno" che Gesù compie nel Vangelo di Giovanni è quello di mutare più di 600 litri di acqua in vino ad un banchetto di nozze. Nella Sacra Scrittura le nozze sono il simbolo per eccellenza dell'alleanza tra Dio, che è lo Sposo, e il suo popolo. In questa prospettiva la vetta più alta della rivelazione biblica la troviamo nel Cantico dei Cantici, storia di una vicendevole ricerca amorosa tra Dio e l'uomo. Il vino è immagine dell'amore tra lo Sposo e la sposa, tra il Creatore e le sue creature. Senza questo vino l'uomo si smarrisce, perde la sua identità, i suoi tratti si cambiano perdendo la somiglianza col Padre. La mancanza di questo vino allora rappresenta la gioia e l'amore dell'uomo che viene meno, e le sei giare di pietra vuote alludono 
alle Tavole della Legge, alla 'Torah' non ancora compiuta. Ecco perché tanta abbondanza di vino. "Probabilmente Gesù ha mutato così tanta acqua in vino sapendo bene che i cristiani avrebbero molto presto e abbondantemente trasformato il vino del Vangelo nell'acqua della legge"( cit.) Conosciamo bene che un matrimonio senza gioia e senza amore si trasforma presto in un inferno, ed una religione che non pone al primo posto l'amore misericordioso (in ebraico la parola: "hesed", traduce sia"amore" che" misericordia") per ogni fratello che pecca diviene ben presto un tribunale implacabile, dispensatore di sofferenze e di morte. La pagina del vangelo proclama che proprio per questo motivo Gesù è venuto: per immergere l'umanità tutta nel suo amore misericordioso. Il Signore Gesù a Cana di Galilea anticipa così la sua ora, che avrà il suo pieno compimento nella sua passione, morte e resurrezione, manifestando a tutto il mondo la sua fedeltà al Padre e il suo amore per l'uomo.


sabato 16 gennaio 2016

Don Ciotti alla Commissione Parlamentare Antimafia : "...Voglio difendere la dignità di Libera che e' un coordinamento di 1600 associazioni. Qui non c'e' don Ciotti, io rappresento un noi..."

«È da molti mesi che attorno a don Luigi Ciotti tira una brutta aria. È giunto il momento di dire basta». Il mondo cooperativo fa quadrato intorno al fondatore di Libera, dopo le accuse pesanti lanciate da un magistrato antimafia, Catello Maresca, sulla gestione dei beni confiscati alle cosche e sull’impegno dell’organizzazione fondata dal sacerdote torinese. Le cooperative, cui sono stati affidati immobili e aziende agricole sequestrate ai boss, vengono peraltro chiamate in causa anch’esse dal pm, che le definisce «non sempre affidabili», «false e con il bollino», «multinazionali» che agiscono in regime di monopolio e in maniera anticoncorrenziale. «Basta coi giudizi generici da parte di persone che non sanno di cosa parlano – sbotta Mauro Lusetti, presidente nazionale di Legacoop –. Il contributo che Libera ha dato in questi vent’anni alla ricostituzione di un tessuto di legalità in tante parti d’Italia è stato fondamentale». «Non è la prima volta che si tenta di delegittimare e gettare fango sull’impegno di chi è in prima linea contro la criminalità – osserva il numero uno di Confcooperative, Maurizio Gardini –. Pur avendo il massimo rispetto per chi ha pronunciato quelle parole, sono rimasto sorpreso e preoccupato. Anche perché, insieme a don Luigi, siamo i primi ad essere parte lesa. Succede tutte le volte che, nelle maglie della legge, finiscono per inserirsi realtà che nulla hanno a che fare con lo spirito di legalità e trasparenza che portiamo avanti». 

La paralisi amministrativa. Siamo di fronte a una solidarietà obbligata, motivata magari col fatto che molte coop hanno avuto in gestione terreni e ville sequestrati a Cosa nostra? No, è l’esatto contrario. Il terzo settore ha tutto l’interesse a reagire contro il rischio di infiltrazioni illegali, che è «reale», ha ammesso Ciotti. Sarà perché la ferita di Mafia Capitale è ancora aperta, sarà perché la voglia di fare pulizia dentro il settore è alta (sono state 100mila le firme raccolte lo scorso anno contro le false coop) fatto sta che la polemica scatenatasi intorno a Libera ha provocato una reazione immediata. «Chiariamo subito – osserva Lusetti –: se ci sono stati errori e infrazioni, vanno puniti. Ma rifiuto l’idea che migliaia di persone perbene, ragazzi e giovani che lavorano per stipendi mediamente bassi, possano fare affari con l’antimafia». Il nodo è un altro e attiene alle lentezze e ai ritardi della normativa...
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Oltre le intimidazioni. Quanto ai condizionamenti 'ambientali' per i dipendenti soci che lavorano in queste zone, «la nostra risposta è sempre la stessa: chiedere più partecipazione alla vita dell’impresa sociale, più formazione, massimo rigore » spiega il numero uno di Legacoop. «Possiamo contare su migliaia di giovani animati dal miglior senso civico e tutto questo è una grande ricchezza – spiega il presidente di Confcooperative –. Ma resta decisiva la visione e la conoscenza dei meccanismi d’impresa. Non ci si improvvisa alla guida di aziende agricole o di alberghi confiscati alle mafie. Per questo, occorre lavorare al nostro interno per garantire i massimi standard di professionalità». Tanto più che lo strumento giuridico delle cooperative è utilizzato con grandissima facilità da chi vuole approfittarne, per delinquere o fare affari sulla pelle delle vittime.
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Don Luigi Ciotti replica alle polemiche su Libera: "Da questo cammino ventennale abbiamo tratto tante fatiche, diverse soddisfazioni ma nessun vantaggio materiale".


Libera non gestisce direttamente le cooperative sui beni confiscati. Le sostiene, ne accompagna lo sviluppo, ne condivide il cammino. C’è una comunanza di obbiettivi e di ideali, ma la gestione, l’amministrazione, la ragione sociale restano autonome: questo è bene chiarirlo una volta per tutte! Libera è un coordinamento di associazioni. Difendere la sua dignità è difendere quella delle 1.600 realtà che ne fanno parte, diverse per riferimenti, storia, competenze, ma unite nell’impegno contro le mafie e la corruzione. 

Vent’anni fa abbiamo raccolto 1 milione di firme per l’approvazione della legge 109 sulla confisca e l’uso sociale dei beni delle mafie. Al di là delle difficoltà di applicazione della legge, quei beni hanno significato lavoro, crescita culturale e riscatto sociale per tante persone. Luoghi dove migliaia di giovani hanno praticato la responsabilità, che è la precondizione della legalità e della democrazia. Ci sono molte cose da migliorare, ma attenzione a generalizzare, a dire che tutto non funziona o peggio che tutto è sporco, perché il rischio è di buttare via, con l’acqua sporca, anche il bambino, inculcando il cinismo e la rassegnazione, l’idea che in questo Paese è inutile impegnarsi perché non cambierà mai nulla. 

La lotta alle mafie, alla corruzione, al furto di speranza, ha bisogno della repressione, ma la repressione non basterà mai senza una presa di coscienza collettiva, senza una nuova mentalità, senza comportamenti ispirati al bene comune. 

Da questo cammino ventennale abbiamo tratto tante fatiche, diverse soddisfazioni ma nessun vantaggio materiale. I finanziamenti riguardano solo progetti di formazione (e sono tutti rendicontati e messi a bilancio) e, quanto ai beni confiscati, Libera ne gestisce direttamente solo sei, piccoli appartamenti trasformati in sedi locali dell’associazione. 

Libera non riceve nessun bene – ha sottolineato il giugno scorso Umberto Postiglione, direttore dell’Agenzia per i beni confiscati – i beni vengono dati ai Comuni che poi li assegnano alle cooperative. Sono loro che operano insieme a Libera, che agisce soprattutto nella fase di formazione della cooperativa stessa, ma le strutture non sono di Libera, è sempre il Comune che le assegna. 

Ferisce e amareggia questa campagna di discredito che mira a demolire il nostro percorso. Libera non è perfetta – ci mancherebbe – ma è una realtà pulita, che agisce per servizio e non per potere. Questo vorrei fosse tenuto in conto da chi oggi denigra e diffama senza conoscere e, il più delle volte, senza muovere un dito.
(fonte: Famiglia Cristiana)

Nel pomeriggio di mercoledi' 13 gennaio Don Luigi Ciotti insieme ai componenti dell'Ufficio di Presidenza di Libera sono stati ascoltati in audizione pubblica davanti alla Commissione Parlamentare Antimafia presieduta dall' Onorevole Rosi Bindi. Il resoconto dell'audizione attraverso il racconto delle agenzie di stampa.



«Nessuno “merita” la fede. Nessuno la può comprare» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
15 gennaio 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 



Papa Francesco:
“la fede non si compra”

La fede è «un dono» che non si compra o si acquisisce per i propri meriti. Ispirato dalla liturgia del giorno, Papa Francesco, nella messa celebrata venerdì 15 gennaio a Santa Marta, ha continuato a parlare delle caratteristiche della fede.

Ricordando come il giorno precedente il vangelo avesse presentato l’episodio del lebbroso che dice a Gesù: «Se vuoi, tu puoi guarirmi», il Pontefice si è soffermato sulle figure di altri «decisi», di altri «coraggiosi» spinti dalla fede. Nel riprendere il brano di Marco (2, 1-12), Francesco ha ripercorso l’episodio del paralitico condotto dagli amici al cospetto di Gesù. Il quale, «come al solito, è in mezzo alla gente, tanta gente». Per avvicinare il malato a lui gli amici osano di tutto, «ma non hanno pensato ai rischi» che comporta «far salire la barella sul terrazzo» o anche al rischio «che il proprietario della casa chiamasse i poliziotti e li mandasse in galera». Essi, infatti, «pensavano soltanto ad avvicinarsi a Gesù. Avevano fede».

Si tratta, ha detto il Papa, della «stessa fede di quella signora che anche, in mezzo alla folla, quando Gesù andava a casa di Giairo, si è arrangiata per toccare il lembo della veste di Gesù, del manto di Gesù, per essere guarita». La stessa fede del «centurione che disse: “No, no, maestro, non disturbarti: soltanto una parola tua, e il mio servo sarà guarito». Una fede «forte, coraggiosa, che va avanti», con il «cuore aperto».

A questo punto però, ha sottolineato Francesco, «Gesù fa un passo avanti». Per spiegare quanto affermato, il Pontefice ha richiamato un altro episodio evangelico, quello in cui Gesù «a Nazareth, all’inizio del suo ministero, era andato in sinagoga e aveva detto che era stato inviato per liberare gli oppressi, i carcerati, dare la vista ai ciechi... inaugurare un anno di grazia, cioè un anno — si può capire bene — di perdono, di avvicinamento al Signore». Indicava, cioè, una strada nuova, «una strada verso Dio». La stessa cosa accade con il paralitico al quale non dice semplicemente: «Sii guarito», ma: «Ti sono perdonati i peccati».

Con questa novità, ha fatto rilevare il Papa, Gesù ha innescato la reazioni di «quelli che avevano il cuore chiuso». I quali «già accettavano — fino a un certo punto — che Gesù fosse un guaritore»; ma che perdonasse anche i peccati per loro era «troppo». Pensavano: «Non ha diritto a dire questo, perché soltanto Dio può perdonare i peccati».

Allora Gesù ribatte: «Perché pensate queste cose? Perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere — ed è qui, ha spiegato Francesco, «il passo avanti» — di perdonare i peccati. Alzati, prendi e guarisci». Gesù comincia a parlare con quel linguaggio «che a un certo punto scoraggerà la gente», un linguaggio duro, con il quale «parla di mangiare il suo corpo come strada di salvezza». Comincia, cioè, a «rivelarsi come Dio», cosa che poi farà chiaramente davanti al sommo sacerdote dicendo: «Io sono il Figlio di Dio».

Un passo avanti che viene proposto anche alla fede dei cristiani. Ciascuno di noi, infatti, può avere fede in «Cristo Figlio di Dio, inviato dal Padre per salvarci: sì, salvarci dalle malattie, tante cose buone che il Signore ha fatto e ci aiuta a fare»; ma soprattutto bisogna avere fede che egli è venuto per «salvarci dai nostri peccati, salvarci e portarci dal Padre». È questo, ha detto Papa Francesco, «il punto più difficile da capire». E non solo per gli scribi «che dicevano: “Ma, questo bestemmia! Solo Dio può perdonare i peccati!”». Alcuni discepoli, infatti, «dubitano e se ne vanno» quando Gesù si mostra «con una missione più grande di quella di un uomo, per dare quel perdono, per dare la vita, per ricreare l’umanità». Tanto che lo stesso Gesù «deve chiedere al suo piccolo gruppetto: “Anche voi volete andarvene?”».

Dalla domanda di Gesù, il Pontefice ha preso spunto per invitare ciascuno a chiedersi: «Come è la mia fede in Gesù Cristo? Credo che Gesù Cristo è Dio, è il Figlio di Dio? E questa fede mi cambia la vita? Fa che nel mio cuore si rinnovi in quest’anno di grazia, quest’anno di perdono, quest’anno di avvicinamento al Signore?».

È l’invito a scoprire la qualità della fede, consapevoli che essa «è un dono. Nessuno “merita” la fede. Nessuno la può comprare». Per Francesco occorre chiedersi: «La “mia” fede in Gesù Cristo, mi porta all’umiliazione? Non dico all’umiltà: all’umiliazione, al pentimento, alla preghiera che chiede: “Perdonami, Signore» e che è capace di testimoniare: «Tu sei Dio. Tu “puoi” perdonare i miei peccati”».

Da qui la preghiera conclusiva: «Il Signore ci faccia crescere nella fede» perché facciamo come coloro che, avendo ascoltato Gesù e visto le sue opere «si meravigliarono e lodavano Dio». È infatti «la lode la prova che io credo che Gesù Cristo è Dio nella mia vita, che è stato inviato a me per “perdonarmi”». E la lode, ha aggiunto il Pontefice, «è gratuita. È un sentimento che dà lo Spirito Santo e ti porta a dire: “Tu sei l’unico Dio”».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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venerdì 15 gennaio 2016

"Dentro alla misericordia c'è la gioia, la levità del perdono. È la gioia il grande segreto del cristianesimo" Roberto Benigni

"Dentro alla misericordia c'è la gioia, la levità del perdono. 
È la gioia il grande segreto del cristianesimo"
Roberto Benigni 
(VIDEO) 



Intervento integrale 
pronunciato in occasione della presentazione 
del libro di Papa Francesco 
"Il nome di Dio è Misericordia. 
Conversazione con Andrea Tornielli" 
12.01.2016 



Benigni ha riflettuto sul significato della misericordia sottolineando come “Amare il proprio nemico è la frase più alta della storia dell’umanità”. Poi ha aggiunto: “La misericordia non non è una virtù seduta in poltrona, non sta ferma un secondo ma va incontro ai poveri e ai peccatori”. Questo libro “innalza i nostri cuori senza annacquare il cervello”. Si sente che per Francesco “la vita è compassione, amore e che il perdono è alla base del suo pontificato”. Per Benigni “la misericordia è la giustizia più grande, non la cancella, non la corrompe né abolisce, va oltre”. La misericordia “è il caposaldo della missione del Papa, il miserere mei Deus secundum misericordiam tuam del salmo 50 di Davide”. Ed ha proseguito La misericordia “contiene la gioia nel dolore: due colonne portanti nel cristianesimo, ma mentre il dolore è sempre presente nel cristianesimo la gioia la teniamo spesso nascosta. La gioia è invece il gigantesco segreto del cristianesimo, il suo elemento costitutivo. Chi ha sofferto senza perdere la gioia cristiana è vicinissimo al Signore”. Infine ha letto alcuni passi del libro di Papa Francesco ...
“Peccatori si, corrotti no!”
"... Il corrotto è quello che magari va a messa ogni domenica ma non si fa alcun problema nello sfruttare la sua posizione di potere pretendendo il pagamento di tangenti. Per questo dico peccatori sì, corrotti no! La corruzione fa perdere il pudore che custodisce la verità, la bontà, la bellezza. 
Dobbiamo pregare, in modo speciale durante questo Giubileo, perché Dio faccia breccia anche nel cuore dei corrotti donando loro la grazia della vergogna, la grazia di riconoscersi peccatori bisognosi del suo perdono."


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Le sorprese di Papa Francesco nei "venerdì della Misericordia"

Doppia “visita a sorpresa” oggi per Papa Francesco, che nell'ambito dei “venerdì della Misericordia”, previsti in questo Anno Santo straordinario, si è recato in una casa di riposo nella periferia romana e in una struttura non ospedaliera dove sono ospiti 7 persone in stato vegetativo assistite dai loro familiari. 

L'appuntamento non era previsto dal programma ufficiale, ma rientra probabilmente nei gesti di misericordia che il Papa compirà una volta al mese, di venerdì. 

Papa Francesco è andato a sorpresa nella periferia Nord di Roma, in uno dei quartieri più popolari, Torrespaccata 155, per inginocchiarsi davanti ai malati in stato vegetativo, ospiti della "Casa Iride". Un gesto di misericordia, nell’anno del Giubileo, per ricordare al mondo intero che la vita va accolta sino alla fine.

Nessuno si aspettava il suo arrivo. Naturalmente un intero quartiere è subito andato in fibrillazione quando la gente ha visto arrivare la Ford Focus papale, accompagnato da un solo sacerdote e la scorta. 
Il tam tam si è subito propagato. La struttura pubblica, oggetto del blitz, accoglie persone in stato vegetativo permanente a causa di un incidente o una grave malattia. Tutte situazioni difficili. Vi trovano ricovero romani poco abbienti che non possono permettersi le rette di cliniche private. 



A dare notizia della doppia visita è il Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, che sul sito del Giubileo così scrive: 
“Papa Francesco dopo aver aperto la Porta Santa all’Ostello Don luigi Di Liegro a Termini, continua a dare testimonianza dei segni concreti della Misericordia. Oggi a sorpresa, alle 16, ha varcato la porta di una casa di riposo nella periferia romana per fare visita alle circa 30 persone anziane ospiti della casa. Questa visita improvvisa ha colto tutti di sorpresa e ha fatto comprendere quanto importanti siano le parole di Papa Francesco contro la ‘cultura dello scarto’ e il grande valore che le persone anziane e i nonni possiedono nella Chiesa e nella società. Il Papa si è poi recato in una struttura non ospedaliera dove sono ospiti 7 persone in stato vegetativo assistite dai loro famigliari. Anche questo segno così profondamente umano di Papa Francesco testimonia il grande valore della vita umana e della dignità con la quale deve essere sempre rispettata”.

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«Il tuo cuore è con Dio?» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)




S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
14 gennaio 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 


Papa Francesco:
“la fede è un dono, non si impara sui libri”

La forza della preghiera dell’uomo di fede è stata al centro dell’omelia di Papa Francesco durante la messa celebrata giovedì 14 gennaio a Santa Marta. Il Pontefice ha messo a confronto la prima lettura e il vangelo della liturgia del giorno, facendo notare come in questi testi si parli «di una vittoria e di una sconfitta». Nel brano tratto dal primo libro di Samuele (4, 1-11) si legge infatti del popolo di Dio che «è sconfitto in battaglia, in guerra contro i Filistei» mentre nel Vangelo di Marco (1, 40-45) si racconta, invece, della vittoria sulla malattia del lebbroso che si affida a Gesù. Due esiti opposti dovuti alla differente fede dei protagonisti.

Francesco ha cominciato soffermandosi sugli eventi che portarono al disastro per Israele, che «fu sconfitto e ciascuno fuggì alla sua tenda. La strage fu molto grande: dalla parte di Israele caddero trentamila fanti. Trentamila! In più l’arca di Dio fu presa e i due figli di Eli, Ofni e Fineès morirono». Il popolo, cioè, aveva «perso tutto. Anche la dignità...». Ma perché, si è chiesto il Papa, «è successo questo?». Il Signore era sempre stato con il suo popolo: «Cosa ha portato a questa sconfitta?». Il fatto è, ha spiegato, che il popolo «passo, passo, passo, lentamente si era allontanato dal Signore; viveva mondanamente», addirittura si era fatto degli idoli. È vero che gli israeliti andavano al santuario di Silo, ma lo facevano «in una maniera un po’... come se fosse una abitudine culturale: avevano perso il rapporto filiale con Dio». Ecco, quindi, il punto centrale: «non adoravano più Dio». Perciò «il Signore li lasciò da soli». Si allontanarono e Dio li lasciò fare.

Ma non è tutto. Il Pontefice ha infatti continuato la sua analisi del comportamento degli israeliti. Quando persero la prima battaglia, «gli anziani si chiesero: “Ma perché ci ha sconfitto oggi il Signore, di fronte ai Filistei? Andiamo a prenderci l’arca dell’alleanza!”». In quel momento di difficoltà, cioè, «ricordarono il Signore», ma ancora una volta senza vera fede. Infatti, ha ribadito il Papa, «andarono a prendere l’arca dell’alleanza come se fosse una cosa — scusatemi la parola — un po’ “magica”». Dicevano: «Portiamo l’arca, ci salverà! Ci salverà!». Ma nell’arca — ha sottolineato Francesco — «c’era la legge», quella legge «che loro non osservavano e dalla quale si erano allontanati». Tutto questo significa che «non c’era più un rapporto personale con il Signore: avevano dimenticato il Dio che li aveva salvati».

Avvenne così che gli israeliti portarono l’arca e che i filistei dapprima si spaventarono, ma poi dissero: «Ma no! Siamo uomini, andiamo avanti!». E vinsero. La strage — ha commentato il Papa — «fu totale: trentamila fanti! E in più l’arca di Dio fu presa dai Filistei; i due figli di Eli, quei sacerdoti delinquenti che sfruttavano la gente nel Santuario di Silo, Ofni e Fineès, morirono». Un bilancio disastroso: «Il popolo senza fanti, senza giovani, senza Dio e senza sacerdoti. Una sconfitta totale!».

Nel salmo responsoriale (tratto dal salmo 43) si trova la reazione del popolo quando si accorge di quello che è accaduto: «Signore, ci hai respinti e coperti di vergogna». Il salmista prega: «Svegliati, destati, non respingerci per sempre! Perché nascondi il tuo volto? Dimentichi la nostra miseria ed oppressione?». Questa — ha concluso il Pontefice — «è la sconfitta: un popolo che si allontana da Dio finisce così». Ed è una lezione che vale per tutti. Anche oggi. Anche noi, apparentemente, siamo devoti, «abbiamo un santuario, abbiamo tante cose...». Ma, ha chiesto il Papa, «il tuo cuore è con Dio? Tu sai adorare Dio?». E se credi in Dio, ma «un Dio un po’ nebbioso, lontano, che non entra nel tuo cuore e tu non obbedisci ai suoi comandamenti», allora significa che sei di fronte a una «sconfitta».

D’altra parte il vangelo parla di una vittoria. Anche in questo caso Francesco ha voluto richiamare la scrittura, nella quale si narra che «venne da Gesù un lebbroso che lo supplicava in ginocchio — proprio in un gesto di adorazione — e gli diceva: “Se vuoi, puoi purificarmi”».

Il lebbroso, ha spiegato il Papa, in un certo senso «sfida il Signore dicendo: io sono uno sconfitto nella vita». Infatti «era uno sconfitto, perché non poteva fare vita comune; era sempre “scartato”, messo da parte». Ma lo incalza: «Tu puoi trasformare questa sconfitta in vittoria!». E «davanti a questo, Gesù ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: “Io lo voglio! Sii purificato!”». Un’altra battaglia, quindi: questa però «finita in due minuti con la vittoria», mentre quella degli israeliti durò «tutta la giornata» e finì con la sconfitta. La differenza sta nel fatto che «quell’uomo aveva qualcosa che lo spingeva ad andare da Gesù» e a lanciargli quella sfida. Insomma, «aveva fede!».

Per approfondire la riflessione, il Pontefice ha anche citato un passo del quinto capitolo della prima lettera di Giovanni, dove si legge: «È questa la vittoria nostra sul mondo: la nostra fede». La fede cioè, ha detto Francesco, «vince sempre. La fede è vittoria». Ed è proprio quanto è capitato al lebbroso: «Se vuoi, puoi farlo». Gli sconfitti descritti nella prima lettura, invece, «pregavano Dio, portavano l’arca, ma non avevano fede, l’avevano dimenticata».

A questo punto il Papa è entrato nel cuore della sua riflessione, sottolineando che «quando si chiede con fede, Gesù stesso ci ha detto che si muovono le montagne». E ha ricordato le parole del Vangelo: «Qualunque cosa che chiedete al Padre nel mio nome, vi sarà data. Chiedete e vi sarà dato; bussate e vi sarà aperto». Tutto è possibile, ma solo «con la fede. E questa è la nostra vittoria».

Perciò, ha detto Francesco chiudendo l’omelia, «chiediamo al Signore che la nostra preghiera sempre abbia quella radice di fede»: chiediamo «la grazia della fede». La fede, infatti, è un dono e «non si impara sui libri». Un dono del Signore che va chiesto. «“Dammi la fede!”. “Credo, Signore!” ha detto quell’uomo che chiedeva a Gesù di guarire suo figlio: “Credo Signore, aiuta la mia poca fede”». Dobbiamo quindi chiedere «al Signore la grazia di pregare con fede, di essere sicuri che ogni cosa che chiediamo a lui ci sarà data, con quella sicurezza che ci dà la fede. E questa è la nostra vittoria: la nostra fede».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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giovedì 14 gennaio 2016

"La Misericordia di Dio ha cambiato la mia vita" intervento-testimonianza di Zhang Agostino Jianqing

"La Misericordia di Dio ha cambiato la mia vita" 
intervento-testimonianza 
di Zhang Agostino Jianqing



In occasione della presentazione 
del libro di Papa Francesco 
"Il nome di Dio è Misericordia. 
Conversazione con Andrea Tornielli" 
12.01.2016




GUARDA IL VIDEO INTEGRALE DELL'INTERVENTO


ECCO IL TESTO:
Buongiorno a tutti. 
Mi chiamo Zhang Agostino Jianqing, ho 30 anni e vengo dalla Cina, più precisamente da Zhe Jiang. Può sembrare strano che un cinese porti anche il nome di Agostino ma più avanti capirete il perché. 
La mia famiglia, di tradizione buddista è una famiglia di brave persone che nella loro vita si sono sempre comportate bene ed hanno lavorato sia in Cina che in Italia. 
Nel 1997, all’età di 12 anni, sono arrivato in Italia con mio papà, la mia mamma era in Italia già da due anni. 
Sono passati 18 anni da quel 1997, la maggior parte dei quali passati in carcere, tutt’ora sono in carcere. 
Arrivato in Italia ho studiato un paio di anni, ma a scuola mi annoiavo, così spesso mancavo le lezioni, scappavo dalla scuola all’insaputa dei miei genitori. 
Anno dopo anno diventavo sempre più cattivo, iniziavo a litigare con i miei genitori perché non mi davano i soldi per potermi divertire. All’età di 16 anni mi sono inventato la storia che andavo a lavorare lontano dalla nostra abitazione per poter stare fuori la notte. Spesso passavo la notte in discoteca, mi interessava solo divertirmi e sentirmi potente, così in poco tempo mi sono plasmato un carattere violento e superficiale, mi interessavano solo lo sballo, i soldi e le ragazze. 
Ho commesso un grave errore 
E così all’età di 19 anni sono entrato in carcere per la seconda volta con una condanna di 20 anni. Non parlavo e capivo quasi niente in italiano e per di più nel carcere di Belluno, dove sono rimasto i primi due anni, ero l’unico cinese. Ero pieno di difficoltà, non sapevo chiedere aiuto in tutti i sensi, ero disperato, l’unica cosa che mi faceva sentire un po’ meglio era prendere la penna e scrivere alla mia famiglia chiedendo scusa, scusa e poi ancora scusa per tutto il dolore e tutta la tristezza che avevo causato al loro cuore, in particolare alla mia mamma, che in quel periodo si faceva ogni settimana 700 km per venire a trovarmi in carcere. Ogni volta che mi vedeva piangeva. Vedere quelle lacrime che scorrevano davanti a me mi ha aiutato a guardarmi dentro e a percepire tutto il male che avevo causato alla mia famiglia e a quella della vittima. Il mio cuore tremava per il dolore e si sentiva spezzato. Improvvisamente dentro di me emergeva il desiderio di cambiare in meglio per non fare più soffrire la mia cara mamma. Nasceva in me il desiderio che questa sofferenza si potesse trasformare in felicità. 
Nel frattempo, prima del trasferimento al carcere di Padova, ho conosciuto e stretto amicizia con un volontario, GILDO, che poi è stato proprio nel 2015 il padrino del mio battesimo. Ho capito, solo dopo un lungo percorso di Fede, che quest’uomo era stato il primo regalo che il Signore mi aveva fatto. 
Dopo il Battesimo ho capito tutta la MISERICORDIA di cui sono stato oggetto anche quando non me ne rendevo conto. E questo libro di Papa Francesco mi ha aiutato a comprendere meglio quello che mi è accaduto. 
Ecco perché del nome Zhang Agostino. Agostino perché pensando a sant’Agostino, alla sua storia, mi ha particolarmente commosso sua madre santa Monica per tutte le lacrime che aveva versato per il suo figlio, sperando di ritrovare il figlio perduto. È un po’ come la mia situazione, pensando alla mia mamma ed al fiume di lacrime che ha versato per me sperando che io potessi ritrovare il senso della vita. 
Ritornando al volontario di Belluno la cosa che mi ha colpito è stato il suo volto, il suo sguardo che mi è sembrato immediatamente familiare, ho trovato in lui conforto ed una pace interiore che mai avevo provato prima. In quel periodo non parlavo e capivo l’italiano, perciò quei due anni sarebbero stati un inferno se non avessi avuto la fortuna di incontrare questa persona. 
Nei nostri incontri era più il tempo che ci guardavamo di quello passato a parlare. Avevo il desiderio, la necessità di sfogare tutto il male che avevo dentro ma non riuscivo. Il semplice suo sguardo che provava compassione per me, in quei 2 anni mi ha sostenuto, incoraggiato nelle mie difficoltà. 
Nel 2007 vengo trasferito al carcere di Padova. La prima persona che ho incontrato è stato un mio connazionale, Je Wu poi Andrea. Un detenuto cinese come me che aveva iniziato a lavorare in carcere a Padova e che mi è stato vicino e mi ha aiutato. Dopo pochi mesi dall’arrivo ho iniziato anch’io a lavorare con la cooperativa sociale Giotto, prima assemblando confezioni di gioielli, poi valige. Oggi sempre in carcere lavoro nel settore della digitalizzazione e delle chiavette per la firma digitale. Il mio amico Wu mi raccontava che le persone della cooperativa non guardano solo al lavoro ma vogliono bene a noi carcerati e ci trattano come persone e non come un numero di matricola o un fascicolo. 
Ho visto giorno dopo giorno che questo mio amico era sempre più contento fino a decidere di diventare cristiano e di battezzarsi. Vedere accadere queste cose, lavorare con queste persone mi ha fatto sorgere la domanda e il desiderio di essere anch’io felice come loro. 
Vedendo questi miei amici tornare dalla messa contenti, ho deciso di andare a vedere che cosa succedeva e se c’era qualcosa di utile per me. Ascoltando le parole del Vangelo e ascoltando i canti, dentro di me emergeva una gioia che non avevo mai provato prima, sembrava che i canti e le parole fossero fatti appositamente per me. Non vedevo l’ora che fosse domenica. Ma questo desiderio era di tutti i giorni, perciò ho deciso di partecipare con alcuni amici detenuti e della cooperativa ad un momento settimanale di incontro per poter condividere e amare al meglio la mia vita. Questo cammino mi ha fatto nascere il desiderio di diventare cristiano. 
Questo mio desiderio si scontrava però con la preoccupazione di non arrecare un ulteriore grande dolore alla mia famiglia, in particolare a mia mamma buddista praticante. 
Ho vissuto perciò per un certo periodo questo dramma non sapendo che cosa era più giusto fare. Ho chiesto consiglio agli amici e al buon Dio su quale fosse la strada giusta per me e per la mia famiglia. 
Voglio ora raccontare un episodio che è stato per me come una chiamata. 
Il Venerdì Santo del 2014 ho partecipato su invito degli amici al rito della Via Crucis e del bacio di Gesù in croce. Alla fine del rito tutti gli amici uno ad uno sono scesi a baciare la croce, dentro di me c’era il desiderio di baciare anch’io Gesù in croce, ma pensando alla mia mamma non riuscivo a farlo, mi sembrava di tradire una seconda volta mia mamma. 
Ho pregato perché il Signore mi perdonasse. Finito il rito sono uscito dalla cappella e improvvisamente il mio cuore pentito piangeva perché non ero andato a baciare Gesù sulla croce. 
In quel dolore di quel momento ho capito che mi ero innamorato di Gesù, che questo era vero e che non potevo più farne a meno. Così ho preso coraggio e ho chiamato la mia famiglia chiedendole di venire prima possibile a colloquio in carcere. Il giorno dopo mia mamma è venuta a trovarmi e gli ho raccontato quanto accaduto il giorno prima dicendole che non potevo più tenere nascosto il mio amore per Gesù e chiedendo a mia mamma che mi permettesse di diventare cristiano e di battezzarmi.  
Difronte a queste parole mia mamma è rimasta per 5 minuti immobile, mi sono sembrati i 5 minuti più lunghi della mia vita, dopodiché con le lacrime agli occhi mi ha detto: «Se tu ritieni che questa sia una cosa giusta per te fallo, altrimenti io soffrirei di più». Dette queste parole siamo scoppiati tutti e due a piangere come dei bambini e ci siamo abbracciati. Ho sentito la presenza del Signore ed ho scoperto un altro amore della mia mamma, come quello di Maria. 
Il giorno del rito di ammissione è stato per me un ulteriore conferma della bontà della scelta, perché sentendo la parola del vangelo dove dice: «Ero in carcere e siete venuti a visitarmi», ho compreso che Gesù ha mandato i suoi a cercarmi, e che il Suo tramite erano tutti gli amici che avevo incontrato in carcere nel lavoro e nel percorso di Catechismo, e che erano presenti lì con me. 
L’11 aprile del 2015 mi sono battezzato, cresimato e ho fatto la prima comunione: tutto in carcere. Anche se avrei potuto ottenere il permesso dal magistrato di celebrarlo fuori dal carcere ho scelto di farlo nel luogo e con gli amici dove Gesù è venuto ad incontrarmi e dove io ho incontrato Gesù. 
Ora permettetemi di ringraziare Papa Francesco per l’attenzione particolare che ha verso noi carcerati. Mai avrei pensato di essere invitato a partecipare alla presentazione di un libro del Papa, né di avere la possibilità di stringere la sua mano, com’è avvenuto ieri. Ringrazio soprattutto perché molti altri potrebbero essere qui al posto mio, molti altri avrebbero più diritto e bisogno di me. 
Sono qui con la mia storia a testimoniare come la Misericordia di Dio ha cambiato la mia vita. Ma tutto questo non sarebbe stato possibile senza la presenza di tutti gli amici e fratelli del carcere di Padova. Sono qui con tutti loro nel cuore, è come se fossero tutti presenti qui. Come pure porto nel cuore tutte le persone carcerate del mondo che non hanno avuto la grazia che molti di noi hanno avuto. 
Caro Papa Francesco grazie per l’affezione e la tenerezza che non manchi mai di testimoniarci. Grazie per la tua instancabile testimonianza. Grazie per le pagine di questo libro dalle quali emerge il cuore di un pastore misericordioso. Ti ricordiamo sempre nelle nostre preghiere. 

Papa Francesco: Udienza generale 13/01/2016 (cronaca, foto, testo e video)



Papa Francesco è arrivato puntuale, alle 9.30, e ha fatto il suo ingresso percorrendo a piedi tutto il corridoio centrale, acclamato dalla gente che ha riempito l’aula fino all’inverosimile. 

Il primo gesto di “intimità” con i fedeli è stato lo “scambio dello zucchetto”. Moltissimi, come al solito, i bambini che il Papa ha salutato baciandoli, abbracciandoli e accarezzandoli. Un neonato l’ha tenuto in braccio mentre dormiva, e ai suoi genitori che si accalcavano alle transenne è sembrato dire, a mo’ di complimento: “È tranquillo”. A una giovane coppia di sposi ha fatto “ok” con la mano. Un bambino gli si è attaccato al collo, e il Papa si è sottoposto volentieri a questo slancio di affetto; un ragazzo lo ha fermato lungo il tragitto, Francesco gli ha fatto il segno di croce sulla fronte e lui è scoppiato a piangere di commozione. Immancabile la distesa di cellulari per le riprese, le foto e i “selfie”.


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Mentre salutava i fedeli nell'Aula Paolo VI Papa Francesco ha avuto all'improvviso un sussulto trovandosi di fronte, tra la folla, un amico che conosceva molto bene. Davvero commovente il caloroso abbraccio tra i due.


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Il Nome di Dio è il Misericordioso

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi iniziamo le catechesi sulla misericordia secondo la prospettiva biblica, così da imparare la misericordia ascoltando quello che Dio stesso ci insegna con la sua Parola. Iniziamo dall’Antico Testamento, che ci prepara e ci conduce alla rivelazione piena di Gesù Cristo, nel quale in modo compiuto si rivela la misericordia del Padre.

Nella Sacra Scrittura, il Signore è presentato come “Dio misericordioso”. È questo il suo nome, attraverso cui Egli ci rivela, per così dire, il suo volto e il suo cuore. Egli stesso, come narra il Libro dell’Esodo, rivelandosi a Mosè si autodefinisce così: «Il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà» (34,6). Anche in altri testi ritroviamo questa formula, con qualche variante, ma sempre l’insistenza è posta sulla misericordia e sull’amore di Dio che non si stanca mai di perdonare (cfr Gn4,2; Gl 2,13; Sal 86,15; 103,8; 145,8; Ne 9,17). Vediamo insieme, una per una, queste parole della Sacra Scrittura che ci parlano di Dio.

Il Signore è “misericordioso”: questa parola evoca un atteggiamento di tenerezza come quello di una madre nei confronti del figlio. Infatti, il termine ebraico usato dalla Bibbia fa pensare alle viscere o anche al grembo materno. Perciò, l’immagine che suggerisce è quella di un Dio che si commuove e si intenerisce per noi come una madre quando prende in braccio il suo bambino, desiderosa solo di amare, proteggere, aiutare, pronta a donare tutto, anche se stessa. Questa è l’immagine che suggerisce questo termine. Un amore, dunque, che si può definire in senso buono “viscerale”.

Poi è scritto che il Signore è “pietoso”, nel senso che fa grazia, ha compassione e, nella sua grandezza, si china su chi è debole e povero, sempre pronto ad accogliere, a comprendere, a perdonare. È come il padre della parabola riportata dal Vangelo di Luca (cfrLc 15,11-32): un padre che non si chiude nel risentimento per l’abbandono del figlio minore, ma al contrario continua ad aspettarlo - lo ha generato - , e poi gli corre incontro e lo abbraccia, non gli lascia neppure finire la sua confessione - come se gli coprisse la bocca -, tanto è grande l’amore e la gioia per averlo ritrovato; e poi va anche a chiamare il figlio maggiore, che è sdegnato e non vuole far festa, il figlio che è rimasto sempre a casa ma vivendo come un servo più che come un figlio, e pure su di lui il padre si china, lo invita ad entrare, cerca di aprire il suo cuore all’amore, perché nessuno rimanga escluso dalla festa della misericordia. La misericordia è una festa!

Di questo Dio misericordioso è detto anche che è “lento all’ira”, letteralmente, “lungo di respiro”, cioè con il respiro ampio della longanimità e della capacità di sopportare. Dio sa attendere, i suoi tempi non sono quelli impazienti degli uomini; Egli è come il saggio agricoltore che sa aspettare, lascia tempo al buon seme di crescere, malgrado la zizzania (cfr Mt 13,24-30).

E infine, il Signore si proclama “grande nell’amore e nella fedeltà”. Com’è bella questa definizione di Dio! Qui c’è tutto. Perché Dio è grande e potente, ma questa grandezza e potenza si dispiegano nell’amarci, noi così piccoli, così incapaci. La parola “amore”, qui utilizzata, indica l’affetto, la grazia, la bontà. Non è l’amore da telenovela... È l’amore che fa il primo passo, che non dipende dai meriti umani ma da un’immensa gratuità. È la sollecitudine divina che niente può fermare, neppure il peccato, perché sa andare al di là del peccato, vincere il male e perdonarlo.

Una “fedeltà” senza limiti: ecco l’ultima parola della rivelazione di Dio a Mosè. La fedeltà di Dio non viene mai meno, perché il Signore è il Custode che, come dice il Salmo, non si addormenta ma vigila continuamente su di noi per portarci alla vita:

«Non lascerà vacillare il tuo piede,
non si addormenterà il tuo custode.
Non si addormenterà, non prenderà sonno
il custode d’Israele.
[...]
Il Signore ti custodirà da ogni male:
egli custodirà la tua vita.
Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri,
da ora e per sempre» (121,3-4.7-8).

E questo Dio misericordioso è fedele nella sua misericordia e San Paolo dice una cosa bella: se tu non Gli sei fedele, Lui rimarrà fedele perché non può rinnegare se stesso. La fedeltà nella misericordia è proprio l’essere di Dio. E per questo Dio è totalmente e sempre affidabile. Una presenza solida e stabile. È questa la certezza della nostra fede. E allora, in questo Giubileo della Misericordia, affidiamoci totalmente a Lui, e sperimentiamo la gioia di essere amati da questo “Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e grande nell’amore e nella fedeltà”.

Guarda il video della catechesi

Saluti:

...

APPELLO

Prima di concludere questo nostro incontro, in cui abbiamo riflettuto insieme sulla Misericordia di Dio, vi invito a pregare per le vittime dell’attentato avvenuto ieri a Istanbul. Che il Signore, il Misericordioso, dia pace eterna ai defunti, conforto ai familiari, fermezza solidale all’intera società, e converta i cuori dei violenti.

* * *

A tutti i pellegrini di lingua italiana presenti a questa prima Udienza Generale del 2016 porgo un cordiale augurio di speranza e di pace per il nuovo anno.

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A tutti formulo l’auspicio che il passaggio dalla Porta Santa incoraggi a fare esperienza delle opere di misericordia corporali e spirituali.

Un pensiero speciale rivolgo ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. In questo Anno Santo vi invito ad accogliere e condividere la tenerezza di Dio Padre. Cari giovani, siate portatori dell’amore di Cristo tra i vostri coetanei; cari ammalati, trovate nella carezza di Dio il sostegno nel dolore; e voi, cari sposi novelli, siate testimoni della bellezza del Sacramento del Matrimonio attraverso il vostro amore fedele.
Guarda il video integrale


mercoledì 13 gennaio 2016

Ashraf Fayadh - Domani, 14 gennaio, in tutto il mondo 100 manifestazioni a favore del poeta condannato a morte in Arabia Saudita


Ashraf Fayadh 
Domani, 14 gennaio, in tutto il mondo ci saranno manifestazioni a favore del poeta condannato a morte in Arabia Saudita 



Uccidere un poeta è ferire l’anima del mondo
di Tonio dell'Olio

Domani in tutto il mondo ci saranno 100 manifestazioni a favore di Ashraf Fayadh. L’iniziativa è stata lanciata dal Festival di letteratura di Berlino. Poeta, curatore e artista è stato condannato a morte il 17 novembre scorso in Arabia Saudita dopo un dibattimento in cui non gli è stato concesso nemmeno di difendersi con un avvocato. È accusato di aver promosso l’ateismo con i suoi testi inclusi nell’antologia poetica Instructions within (2008), di aver avuto relazioni illecite, di aver mancato di rispetto al profeta Maometto e di aver minacciato la moralità saudita. Il mondo italiano dell’arte aveva conosciuto Fayad alla Biennale di Venezia dove aveva curato la mostra Rhizoma. Le manifestazioni a suo favore consisteranno in letture di alcuni suoi versi. Uccidere un poeta è ferire l’anima del mondo. Non è molto diverso dalle azioni degli uomini del Califfato contro le testimonianze storiche di arte e di fede. Per questo ogni persona in ogni parte del mondo deve sentirsi coinvolto, offeso, ferito a sua volta e, per questo, unirsi al grido di dolore e di protesta. Che anche i nostri governanti, al netto dei Rolex contesi, facciano sentire la propria voce. Non si tratterebbe di ingerire negli affari interni di uno Stato, perché almeno la poesia non conosce sovranità nazionali.
(Fonte: Mosaico dei giorni)


In Arabia Saudita rischiano la vita anche i poeti
Le poesie di Ashraf Fayadh non sono poesie “blasfeme”. 
Sono dei componimenti poetici
di Chiara Comito, arabista

... Suo malgrado, quindi, Ashraf Fayadh è diventato un simbolo. Ma non solo perché è considerato ormai a livello internazionale come un prigioniero di coscienza. Né perché la sua storia personale e la sua vicenda recente espongono in qualche modo, ancora una volta, tutta la drammaticità della questione palestinese e della diaspora. È un simbolo anche perché rappresenta un altro aspetto del mondo arabo contemporaneo che fatica a trovare spazio tra le notizie urlate che arrivano dal Medio Oriente, perché ci parla di normalità: la normalità della cultura prodotta nei paesi arabi, nei quali ogni anno, come in qualsiasi parte del mondo, si scrive, si traduce, si pubblicano libri, si organizzano festival ed eventi culturali di ogni tipo. 
... 
Non credo che Ashraf Fayadh abbia mai voluto diventare un prigioniero di coscienza o un simbolo per l’arte araba e saudita. Forse voleva restare solamente un intellettuale, un uomo normale. E il mondo arabo oggi non ha bisogno di altri eroi o di simboli. Ha un estremo bisogno di normalità, che sia la bellezza di una mostra di opere d’arte, o la forza espressiva di un verso poetico.
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In Arabia Saudita rischiano la vita anche i poeti


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