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martedì 5 gennaio 2016

Visita a sorpresa di Papa Francesco a Greccio (cronaca, foto e video)

Papa Francesco non smette mai di stupire. 

Una visita molto breve, in forma riservatissima, per una "preghiera personale", come la stessa Santa Sede l'ha definita, quella compiuta da Papa Francesco lunedì 4 gennaio a Greccio, in provincia di Rieti, per visitare il luogo in cui San Francesco, la notte di Natale del 1223, rappresentò il primo presepe vivente della storia.

Il Santo Padre si è recato senza alcun preavviso pubblico, nel santuario francescano di Greccio, in provincia di Rieti. Informato della visita era solamente il Vescovo di Rieti monsignor Domenico Pompili. “Una grandissima emozione e un dono per me e per coloro che hanno avuto modo di incontrare Papa Francesco”, ha dichiarato Mons. Domenico Pompili. “Ero a conoscenza da qualche giorno che il Papa ci avrebbe fatto visita – ha aggiunto Pompili -, in via riservatissima. Intorno alle 13 l’ho accolto in Curia, a Rieti, e poco dopo ci siamo recati in auto a Greccio”.
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Il Papa è giunto a Rieti a bordo della sua consueta Ford Focus, che per l'occasione aveva una targa italiana e non della Città del Vaticano. Si è intrattenuto in Curia, dove ha pranzato con il vescovo monsignor Domenico Pompili, lì gli è stato detto del meeting dei giovani e tra il dire e il fare è passato un attimo. Il Papa è salito a bordo della sua Ford Focus blu, altre due anonime auto al seguito, pochissimi gli addetti alla sua sicurezza e via dai ragazzi del meeting in corso nell'oasi francescana.





E così nella sala adibita alle riunioni è entrato davvero Papa Francesco, fra lo stupore, qualche lacrima, un’incredibile emozione che ha avvolto tutti i partecipanti. 

«Buon pomeriggio». Papa Francesco ha salutato a modo suo i giovani del Meeting di Greccio organizzato dalla Diocesi di Rieti. Il Pontefice è arrivato all’Oasi accompagnato dal vescovo Domenico: «mi ha fatto capire che in questi giorni natalizi era una cosa buona venire a pregare a Greccio. E allora sono venuto a pregare. Ma non mi spiego con quale bugia vi ha attirato qui!» ha scherzato Bergoglio.
Poi ha aggiunto: «Nella vita, ci sono tanti segni, tanti segnali. E nel Vangelo, quando si parla della nascita di Gesù, ce ne sono due che mi fanno riflettere. E vorrei che anche voi riflettiate su questo». Il primo segno presentato dal Papa è quello della stella dei Magi.
«Il cielo è pieno di stelle – ha spiegato – ma ce n’è una speciale, una stella che li muoveva a lasciare tante cose e a incominciare un cammino che non sapevano dove li avrebbe portati» Un segno che dice di quando «nella nostra vita noi troviamo qualche stella speciale che ci chiama a fare qualcosa di più, qualcosa di buono, a intraprendere un cammino, a prendere una decisione. Dobbiamo chiedere la grazia di scoprire “la stella” che Dio oggi vuol farmi vedere, perché quella stella mi condurrà a Gesù».
Il secondo segnale è quello degli angeli che indicano al pastore il bambino nato sulla mangiatoria. Una situazione che ci parla della “piccolezza di Dio”: «Dio si è abbassato, si è annientato per essere uno come noi, per camminare davanti a noi. La piccolezza, l’umiltà: Dio che va contro l’orgoglio, la sufficienza, la superbia. È questa mitezza di un bambino l’altro segnale: la mia vita, è una vita mite, umile, che non ha la “spuzza” sotto al naso, che non è orgogliosa?» ha domandato il Papa ai ragazzi.
«I Magi sono stati furbi: si sono lasciati guidare dalla stella. Tutto lo splendore del palazzo di Erode non li ha tratti in inganno: “Qui non c’è!”. Mi auguro che la vostra vita venga accompagnata sempre con questi due segnali, che sono un dono di Dio: che non vi manchi la stella e non vi manchi l’umiltà di riscoprire Gesù nei piccoli, nei poveri, negli umili, in quelli che sono scartati dalla società e anche dalla propria vita. Volevo dirvi questo» ha concluso Papa Francesco.

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Un saluto, sorrisi per tutti, come se fosse un semplice scambio di auguri tra vecchi amici prima della visita al santuario, con i frati minori colti di sorpresa dall’arrivo del più illustre dei visitatori.
Bergoglio ha pregato nella Grotta del presepe, insieme ai frati, dove nella notte del Natale del 1223 San Francesco rappresentò con personaggi viventi la natività.
"Una visita del tutto inaspettata - racconta il guardiano del santuario padre Alfredo Silvestri - una bellissima sorpresa, non sapevamo nulla. Ieri il santuario era pieno, oggi c'erano pochissime persone. Abbiamo aperto il cancelletto del santuario per farlo entrare nella grotta scavata nella roccia in cui San Francesco ha allestito il primo presepio". Lì il Papa si è raccolto in preghiera silenziosa, poi, prosegue padre Alfredo, "entrato in chiesa si è fatto il segno della croce e ha baciato, commosso, l'altare sul quale celebriamo tutte le mattine alle 8".
 



Papa Francesco ha lasciato una dedica personale sul librone dei visitatori. 
"Ringrazio il Signore per questa grazia e gli chiedo di benedire la Chiesa, il Vescovo di Rieti, i Frati, i fedeli... e aiutarci tutti a scoprire la stella e cercare il Bambino. Francesco"

 
Poi è uscito sul piazzale del convento dove i pochi presenti sono rimasti di stucco. Francesco nei luoghi di San Francesco ha benedetto la gente, stretto mani, si è prestato alle fotografie e prima di tornare a Roma ha voluto riunire chi si era trovato lì per un caso che non dimenticherà facilmente in un saluto collettivo, suggerendo a tutti quel «Pregate per me» che è richiesta oramai rituale. 
«Ma che anche oggi ci sono i matrimoni qui a Greccio?» ha chiesto una signora vedendo quella persona vestita di bianco che di spalle si allontanava. «No, oggi c’è il Papa…». «Ma sarà uno scherzo, spero!». Non era uno scherzo, era il Papa arrivato tra la gente in silenzio. 
Un pellegrino tra i pellegrini come mai si era visto da queste parti.



La Terra è di Dio. Suggestioni per il Giubileo della Misericordia


La Terra è di Dio. 
Suggestioni per il Giubileo della Misericordia
di Giorgio Nebbia*

Il 13 marzo scorso papa Francesco ha annunciato l’indizione di un Giubileo straordinario per il 2015-2016, un anno “santo” per ricordare al popolo di Dio l’importanza della misericordia. Un giubileo, come è noto, è ispirato a principi che il cristianesimo ha ereditato dall’Antico Testamento. Secondo la narrazione biblica Mosè, al ritorno dall’esilio dell’Egitto, intorno al 1200 avanti Cristo, fu ispirato da Dio a stabilire delle leggi per il popolo ebraico che stava tornando in Palestina; tali leggi sono poi state rielaborate nei tre o quattro secoli successivi e sono contenute nel libro del Levitico.

In particolare il capitolo 25 dispone che, nella settimana, un giorno ogni sette debba essere dedicato al riposo, al “non fare”: è il sabato degli Ebrei, la domenica dei cristiani, il venerdì dei musulmani. Un anno ogni 50 doveva poi essere celebrato come anno di totale riposo. Nell’anno del giubileo, che cominciava con un solenne suono del corno, in ebraico jobel (da cui giubileo), la terra non doveva essere coltivata, doveva essere lasciata “riposare” anche lei; una norma che aveva precisi motivi ecologici perché la terra coltivata a lungo in maniera intensiva diventa meno fertile e recupera le sostanze nutritive perdute interrompendo per qualche tempo la coltivazione.

Nell’anno del giubileo chi si era appropriato della terra altrui doveva restituirla perché, come Dio ricorda nel versetto 23, “la terra è mia” e noi siamo ospiti di un bene non nostro. Inoltre dovevano essere liberati gli schiavi, quelli che per povertà erano stati costretti a vendere se stessi e la propria famiglia, e i poveri potevano riscattare le case che avevano dovuto vendere.

Ha senso ricordare queste norme così antiche ai cristiani del ventunesimo secolo? Una lettura teologica e insieme ecologica del Giubileo è contenuta in una “lettera pastorale”, intitolata “La Terra è di Dio”, pubblicata alla vigilia del giubileo del 1975, da Giovanni Franzoni, abate della basilica di San Paolo fuori le Mura di Roma e poi ripresa dallo stesso Franzoni nel libro “Lasciate riposare la terra” alla vigilia del successivo Giubileo del 2000.

Ha senso eccome: guardate a che cosa è ridotta “la Terra di Dio”; nel nome di quello che papa Francesco chiama “il dio denaro” le terre dei contadini e agricoltori poveri vengono espropriate per dedicarle a coltivazioni e allevamenti intensivi, da parte di grandi proprietari terrieri o di multinazionali, con l’effetto di trarre grandi profitti gettando nella miseria e nella fame le popolazioni locali, di impoverire la fertilità dei suoli e di aumentare l’inquinamento delle acque con concimi e pesticidi.

Guardate le terre devastate dall’assalto per la conquista di minerali o di combustibili, invase da montagne di scorie quando le miniere e i giacimenti non producono più e da cimiteri di rifiuti quando le fabbriche vengono abbandonate. Guardate come i terreni sono asfaltati dalla speculazione edilizia per costruire edifici e quartieri per le classi abbienti; guardate i quartieri ridotti a squallidi agglomerati di poveri, privi di servizi, sede di violenza, alle opere che alterano il flusso naturale delle acque e accelerano l’erosione del suolo. Le ricchezze da restituire agli antichi proprietari, caduti in miseria, sono quelle accumulate attraverso le ingiustizie sociali, economiche e commerciali all'interno dei paesi ricchi e nei rapporti economici fra paesi ricchi e paesi poveri del mondo.

Per non parlare poi dell’invito alla liberazione degli schiavi; gli schiavi del XXI secolo sono i lavoratori pagati con salari di fame, quelli privati del lavoro, le persone costrette a migrare in paesi che le respingono, sono le minoranze etniche e gli immigrati sfruttati e emarginati nei paesi che si dicono cristiani, le famiglie prive di una abitazione dignitosa. Questi sono i mali che dovrebbero essere rimossi da quella “misericordia” che il Papa invoca come motivazione dell’imminente anno santo. Ma le nostre società pensano a tale evento in termini di soldi, a quei miliardi di euro che i milioni di “pellegrini” porteranno a Roma e in Italia, utilissimi per l’economia nazionale e, naturalmente, per le tasche di alcuni. La stessa città di Roma si appresta alla imprevista invasione con strade dissestate, tombini intasati, rifiuti da smaltire, periferie miserabili, un traffico congestionato e scadenti servizi pubblici di trasporto.

Eppure l’anno santo potrebbe essere l’occasione per ripensare i rapporti fra gli esseri umani e la terra e le risorse della natura, beni comuni di cui non ci si può appropriare senza arrecare danni al prossimo e alla natura stessa. Davanti ai segni sempre più vistosi di impoverimento e di contaminazione dell’ambiente sarebbe necessario avere il coraggio di "non fare", di rallentare e interrompere il loro sfruttamento, di usarli con equità e nel rispetto delle popolazioni locali. Il Giubileo potrebbe essere l’occasione per riconoscere le nuove schiavitù, per provvedere all’accoglienza degli stranieri e degli immigrati, per assicurare abitazioni decenti a chi ne è privo, per garantire salari giusti.

Se non lo si vuole fare per misericordia, per quella “compassione per i miseri” a cui dovrebbe essere dedicato il prossimo Giubileo, sarà bene farlo per motivi egoistici, per disinnescare la violenza, interna e internazionale, che agita gli schiavi del XXI secolo; la giustizia è infatti l’unica premessa per la pace, come diceva, inascoltato, il profeta Isaia.


*Giorgio Nebbia è docente universitario. Già parlamentare della Sinistra Indipendente (1983-1992), è uno dei più importanti teorici dell'ambientalismo italiano
(fonte: Adista)



lunedì 4 gennaio 2016

Papa Francesco 1/1/2016: SANTA MESSA E APERTURA DELLA PORTA SANTA - BASILICA DI S. MARIA MAGGIORE (foto, testo e video)


 BASILICA DI S. MARIA MAGGIORE 
 SANTA MESSA E APERTURA DELLA PORTA SANTA 
Una lampada illumina giorno e notte, per volere di san Giovanni Paolo II, l’icona della Salus populi romani, la Madonna con il bambino Gesù, dipinta, secondo la tradizione, da san Luca. Nella basilica di Santa Maria Maggiore, le note dell’antico inno mariano che definisce Maria madre di misericordia, del perdono, della speranza, della grazia, madre piena di santa letizia. È lei che, insieme a noi, si fa pellegrina per non lasciarci soli nel cammino della nostra vita, anche nei momenti di incertezza e di dolore, dice il Papa, nell’omelia alla Messa di apertura della Porta santa, la quinta aperta da Francesco.
E c’è un fil rouge che unisce queste diverse porte che il vescovo di Roma ha voluto aprire.
La prima è stata a Bangui, capitale della Repubblica Centroafricana, una porta che possiamo chiamare della pace. ... 
È il tempo del grande perdono, per il Papa. Ed ecco la porta di San Pietro, la Porta Santa per definizione in questo Giubileo straordinario della misericordia. E il Papa lo sottolinea ricordando che dobbiamo anteporre la misericordia al giudizio, e in ogni caso il giudizio di Dio sarà sempre nella luce della sua misericordia, che chiede di abbandonare ogni forma di paura e di timore, perché non si addice a chi è amato. 
San Giovanni è la cattedrale di Roma e Papa Francesco ricorda che attraversare la Porta significa agire con giustizia, guardare alle necessità di quanti sono nel bisogno, essere strumenti di misericordia. 
Ed ecco la porta dell’ostello della Caritas, alla Stazione Termini di Roma: è la Porta della carità, invito concreto a guardare agli scartati della società, a coloro che sono meno fortunati.
E siamo così arrivati alla basilica liberiana, a quella Porta – Porta del perdono – che si apre verso la madre del Signore, colei che per “benignità”, scrive Dante nel trentatreesimo canto del Paradiso della Divina Commedia, non solo soccorre chi chiede aiuto, e qui si manifesta la sua misericordia, ma interviene “liberamente” ancora prima della richiesta, e qui si manifesta la sua pietà.
È dunque a Maria che Francesco rivolge il suo sguardo in questo tempo difficile, in cui si combatte una terza guerra mondiale a pezzi, e dove le minacce del terrorismo, le violenze e le sofferenze dei più poveri sono, si può dire, all’ordine del giorno.
Passare la Porta Santa della basilica liberiana è, dunque, messaggio che guarda a Maria, ma è anche sintesi di tutte le altre Porte aperte da Francesco. Perché il messaggio di fondo, che unisce tutti i temi affrontati dal Papa è proprio il perdono...


Alle 17. 05 il Papa ha aperto la Porta Santa della basilica di Santa Maria Maggiore. 
Dopo aver sostato in preghiera sulla soglia della Porta, è entrato per primo nella basilica, seguito dai concelebranti e da alcuni rappresentanti di religiosi e laici, per dirigersi all’altare e proseguire la celebrazione della Messa. 
La basilica di Santa Maria Maggiore è la basilica mariana per eccellenza a Roma, oggetto di una devozione pari solo a quella del Santuario del Divino Amore, la cui Porta Santa sarà aperta dal cardinale vicario, Agostino Vallini, il 6 gennaio. 
E un “devoto” della Madonna, qui venerata tramite l’icona bizantina di Maria “Salus Populi Romani”, è anche Bergoglio, che si recava a Santa Maria Maggiore fin da quando veniva a Roma da arcivescovo. E anche oggi è solito depositare davanti all’icona mariana un mazzo di fiori, prima e dopo ogni viaggio apostolico: sempre a Santa Maria Maggiore, il Papa si è raccolto in preghiera il giorno dopo la sua elezione.

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OMELIA

Salve, Mater misericordiae!

E’ con questo saluto che vogliamo rivolgerci alla Vergine Maria nella Basilica romana a lei dedicata con il titolo di Madre di Dio. E’ l’inizio di un antico inno, che canteremo al termine di questa santa Eucaristia, risalente a un autore ignoto e giunto fino a noi come una preghiera che sgorga spontanea dal cuore dei credenti: “Salve Madre di misericordia, Madre di Dio e Madre del perdono, Madre della speranza e Madre della grazia, Madre piena di santa letizia”. In queste poche parole trova sintesi la fede di generazioni di persone che, tenendo fissi i loro occhi sull’icona della Vergine, chiedono a lei l’intercessione e la consolazione.

E’ più che mai appropriato che in questo giorno noi invochiamo la Vergine Maria, anzitutto, come Madre della misericordia. La Porta Santa che abbiamo aperto è di fatto una Porta della Misericordia. Chiunque varca quella soglia è chiamato a immergersi nell’amore misericordioso del Padre, con piena fiducia e senza alcun timore; e può ripartire da questa Basilica con la certezza – con la certezza! – che avrà accanto a sé la compagnia di Maria. Lei è Madre della misericordia, perché ha generato nel suo grembo il Volto stesso della divina misericordia, Gesù, l’Emmanuele, l’Atteso da tutti i popoli, il «Principe della pace» (Is 9,5). Il Figlio di Dio, fattosi carne per la nostra salvezza, ci ha donato la sua Madre che, insieme a noi, si fa pellegrina per non lasciarci mai soli nel cammino della nostra vita, soprattutto nei momenti di incertezza e di dolore.

Maria è Madre di Dio, è Madre di Dio che perdona, che dà il perdono, e per questo possiamo dire che è Madre del perdono. Questa parola – “perdono” – tanto incompresa dalla mentalità mondana, indica invece il frutto proprio, originale della fede cristiana. Chi non sa perdonare non ha ancora conosciuto la pienezza dell’amore. 
E solo chi ama veramente è in grado di giungere fino al perdono, dimenticando l’offesa ricevuta. Ai piedi della Croce, Maria vede il suo Figlio che offre tutto Se stesso e così testimonia che cosa significa amare come ama Dio. In quel momento sente pronunciare da Gesù parole che probabilmente nascono da quello che lei stessa gli aveva insegnato fin da bambino: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). In quel momento, Maria è diventata per tutti noi Madre del perdono. Lei stessa, sull’esempio di Gesù e con la sua grazia, è stata capace di perdonare quanti stavano uccidendo il suo Figlio innocente.

Per noi, Maria diventa icona di come la Chiesa deve estendere il perdono a quanti lo invocano. La Madre del perdono insegna alla Chiesa che il perdono offerto sul Golgota non conosce limiti. Non può fermarlo la legge con i suoi cavilli, né la sapienza di questo mondo con le sue distinzioni. Il perdono della Chiesa deve avere la stessa estensione di quello di Gesù sulla Croce, e di Maria ai suoi piedi. Non c’è alternativa. E’ per questo che lo Spirito Santo ha reso gli Apostoli strumenti efficaci di perdono, perché quanto è stato ottenuto dalla morte di Gesù possa raggiungere ogni uomo in ogni luogo e in ogni tempo (cfr Gv 20,19-23).

L’inno mariano, infine, continua dicendo: «Madre della speranza e Madre della grazia, Madre piena di santa letizia». La speranza, la grazia e la santa letizia sono sorelle: tutte sono dono di Cristo, anzi, sono altrettanti nomi di Lui, scritti, per così dire, nella sua carne. Il regalo che Maria ci dona dandoci Gesù Cristo è quello del perdono che rinnova la vita, che le consente di compiere di nuovo la volontà di Dio, e che la riempie di vera felicità. Questa grazia apre il cuore per guardare al futuro con la gioia di chi spera. E’ l’insegnamento che proviene anche dal Salmo: «Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo. […] Rendimi la gioia della tua salvezza» (51,12.14). La forza del perdono è il vero antidoto alla tristezza provocata dal rancore e dalla vendetta. Il perdono apre alla gioia e alla serenità perché libera l’anima dai pensieri di morte, mentre il rancore e la vendetta sobillano la mente e lacerano il cuore togliendogli il riposo e la pace. Cose brutte sono il rancore e la vendetta.

Attraversiamo, dunque, la Porta Santa della Misericordia con la certezza della compagnia della Vergine Madre, la Santa Madre di Dio, che intercede per noi. Lasciamoci accompagnare da lei per riscoprire la bellezza dell’incontro con il suo Figlio Gesù. Spalanchiamo il nostro cuore alla gioia del perdono, consapevoli della fiduciosa speranza che ci viene restituita, per fare della nostra esistenza quotidiana un’umile strumento dell’amore di Dio.

E con amore di figli acclamiamola con le stesse parole del popolo di Efeso, al tempo dello storico Concilio: “Santa Madre di Dio!”. E vi invito, tutti insieme, a fare questa acclamazione tre volte, forte, con tutto il cuore e l’amore. Tutti insieme: “Santa Madre di Dio! Santa Madre di Dio! Santa Madre di Dio!”.

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Saluto del Santo Padre all'uscita dalla Basilica:

Buona sera! Questa è una bella e buona serata, davanti alla casa di Maria, nostra Madre, la Madre di Dio. Lei ci ha portato la misericordia di Dio, che è Gesù. Ringraziamo la Madre nostra; ringraziamo la Madre di Dio. E tutti insieme, un’altra volta, diciamo come gli antichi fedeli della città di Efeso: “Santa Madre di Dio!”. Tre volte, tutti insieme: “Santa Madre di Dio! Santa Madre di Dio! Santa Madre di Dio!”.

Vi auguro un buon anno, pieno della misericordia di Dio, che perdona tutto, tutto. Aprite il vostro cuore a questa misericordia, spalancate il vostro cuore, perché ci sia la gioia, la letizia del perdono di Dio.

Buona serata e pregate per me. E buon anno!

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Papa Francesco: Angelus 03/01/2015 (testo e video)

 03/01/2016 

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

La liturgia di oggi, seconda domenica dopo Natale, ci presenta il Prologo del Vangelo di san Giovanni, nel quale viene proclamato che «il Verbo – ovvero la Parola creatrice di Dio – si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Quella Parola, che dimora nel cielo, cioè nella dimensione di Dio, è venuta sulla terra affinché noi la ascoltassimo e potessimo conoscere e toccare con mano l’amore del Padre. Il Verbo di Dio è lo stesso suo Figlio Unigenito, fatto uomo, pieno di amore e di fedeltà (cfr Gv 1,14), è lo stesso Gesù.

L’Evangelista non nasconde la drammaticità della Incarnazione del Figlio di Dio, sottolineando che al dono d’amore di Dio fa riscontro la non accoglienza da parte degli uomini. La Parola è la luce, eppure gli uomini hanno preferito le tenebre; la Parola venne tra i suoi, ma essi non l’hanno accolta (cfr vv. 9-10). Hanno chiuso la porta in faccia al Figlio di Dio. È il mistero del male che insidia anche la nostra vita e che richiede da parte nostra vigilanza e attenzione perché non prevalga. Il Libro della Genesi dice una bella frase che ci fa capire questo: dice che il male è “accovacciato davanti alla nostra porta” (cfr 4,7). Guai a noi se lo lasciamo entrare; sarebbe lui allora a chiudere la nostra porta a chiunque altro. Siamo invece chiamati a spalancare la porta del nostro cuore alla Parola di Dio, a Gesù, per diventare così suoi figli.

Nel giorno di Natale è stato già proclamato questo solenne inizio del Vangelo di Giovanni; oggi ci viene proposto ancora una volta. È l’invito della santa Madre Chiesa ad accogliere questa Parola di salvezza, questo mistero di luce. Se lo accogliamo, se accogliamo Gesù, cresceremo nella conoscenza e nell’amore del Signore, impareremo ad essere misericordiosi come Lui. Specialmente in questo Anno Santo della Misericordia, facciamo sì che il Vangelo diventi sempre più carne anche nella nostra vita. Accostarsi al Vangelo, meditarlo, incarnarlo nella vita quotidiana è il modo migliore per conoscere Gesù e portarlo agli altri. Questa è la vocazione e la gioia di ogni battezzato: indicare e donare agli altri Gesù; ma per fare questo dobbiamo conoscerlo e averlo dentro di noi, come Signore della nostra vita. E Lui ci difende dal male, dal diavolo, che sempre è accovacciato davanti alla nostra porta, davanti al nostro cuore, e vuole entrare.
Con un rinnovato slancio di abbandono filiale, noi ci affidiamo ancora una volta a Maria: la sua dolce immagine di madre di Gesù e madre nostra la contempliamo in questi giorni nel presepio.

Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle,

rivolgo un saluto cordiale a voi, fedeli di Roma e pellegrini venuti dall’Italia e da altri Paesi. Saluto le famiglie, le associazioni, i diversi gruppi parrocchiali, in particolare quello di Monzambano, i cresimandi di Bonate Sotto e i giovani di Maleo.

In questa prima domenica dell’anno rinnovo a tutti gli auguri di pace e di bene nel Signore. Nei momenti lieti e in quelli tristi, affidiamoci a Lui, che è nostra misericordia e nostra speranza! Ricordo anche l’impegno che ci siamo presi a capodanno, Giornata della Pace: “Vinci l’indifferenza e conquista la pace”; con la grazia di Dio, potremo metterlo in pratica. E ricordo anche quel consiglio che tante volte vi ho dato: tutti i giorni leggere un brano del Vangelo, un passo del Vangelo, per conoscere meglio Gesù, per spalancare il nostro cuore a Gesù, e così possiamo farlo conoscere meglio agli altri. Portare un piccolo Vangelo in tasca, nella borsa: ci farà bene. Non dimenticate: ogni giorno leggiamo un passo del Vangelo.

Vi auguro buona domenica e buon pranzo. E, per favore, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Arrivederci.

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domenica 3 gennaio 2016

"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 5/2015-2016 (C) di Santino Coppolino


'Un cuore che ascolta - lev shomea'
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino



Vangelo: 
Gv 1,1-18


"Dio nessuno l'ha mai visto!", non abbiamo infatti di Dio immagine alcuna e nemmeno possiamo farcene una (cfr.Es 20,4). "Solo l'unigenito Dio, che è nel grembo del Padre, Lui ne ha fatto l'esegesi", ce ne ha fatto la spiegazione attraverso la sua Parola e le sue opere e per mezzo della la sua vita e della sua morte possiamo conoscere la vera essenza del Padre. Il prologo di Giovanni è come l'ouverture di una sinfonia, la sintesi di tutto il suo Vangelo, un cantico al Logos/Parola, origine di tutte le cose, vita e luce per il cammino dell'uomo. La Gloria di Dio, prima inaccessibile "si è manifestata, e noi l'abbiamo veduta >>(1Gv 1,2), ha piantato la sua tenda in mezzo a noi, ha assunto la nostra carne, il nostro limite, la nostra fragilità, ed ha un volto ed un nome: Gesù di Nazareth. All'apostolo Filippo che gli chiede di mostrargli il Padre, Gesù dirà che "chi ha visto me ha visto il Padre !"( 14,9). Per l'autore del quarto Vangelo non è Gesù che è uguale a Dio, ma è Dio che è uguale a Gesù. Il credente perciò è invitato a lasciare da parte ogni immagine di Dio che non trovi riscontro nella persona di Gesù.
"Quel Gesù, che con i segni e la Parola si manifesta a noi nel Vangelo, ci racconta quel Dio che nessuno ha mai visto, Dio stesso che si fa carne per dimorare tra di noi "(S, Fausti)


sabato 2 gennaio 2016

Omelia p. Alberto Neglia - (VIDEO)


Omelia p. Alberto Neglia

SANTA MARIA MADRE DI DIO
1 gennaio 2016

Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto




... Se ci lasciamo coinvolgere, come si è fatta coinvolgere Maria dallo Spirito di Dio... la nostra vita cambia... se cresciamo come figli, allora la nostra vita, in ogni giorno che trascorreremo in quest'anno nuovo, diventerà lode a Dio, e in modo particolare diventa lode a Dio se ci facciamo costruttori di pace...

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Papa Francesco 1/1/2016: Messa a San Pietro e Angelus (foto, testi e video)



Omelia di Papa Francesco nella Messa presieduta nella Basilica di San Pietro in occasione della Solennità di Maria Madre di Dio e nella Giornata mondiale della pace.
Abbiamo ascoltato le parole dell’apostolo Paolo: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna» (Gal 4,4).

Che cosa significa che Gesù nacque nella “pienezza del tempo”? Se il nostro sguardo si rivolge al momento storico, possiamo restare subito delusi. Roma dominava su gran parte del mondo conosciuto con la sua potenza militare. L’imperatore Augusto era giunto al potere dopo cinque guerre civili. Anche Israele era stato conquistato dall’impero romano e il popolo eletto era privo della libertà. Per i contemporanei di Gesù, quindi, quello non era certamente il tempo migliore. Non è dunque alla sfera geopolitica che si deve guardare per definire il culmine del tempo.

E’ necessaria, allora, un’altra interpretazione, che comprenda la pienezza a partire da Dio. Nel momento in cui Dio stabilisce che è giunto il momento di adempiere la promessa fatta, allora per l’umanità si realizza la pienezza del tempo. Pertanto, non è la storia che decide della nascita di Cristo; è, piuttosto, la sua venuta nel mondo che permette alla storia di giungere alla sua pienezza. E’ per questo che dalla nascita del Figlio di Dio inizia il computo di una nuova era, quella che vede il compimento della promessa antica. Come scrive l’autore della Lettera agli Ebrei: «Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo. Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente» (1,1-3). La pienezza del tempo, dunque, è la presenza di Dio in prima persona nella nostra storia. Ora possiamo vedere la sua gloria che risplende nella povertà di una stalla, ed essere incoraggiati e sostenuti dal suo Verbo fattosi “piccolo” in un bambino. Grazie a Lui, il nostro tempo può trovare la sua pienezza. Anche il nostro tempo personale troverà la sua pienezza nell’incontro con Gesù Cristo, Dio fatto uomo.

Tuttavia, questo mistero sempre contrasta con la drammatica esperienza storica. Ogni giorno, mentre vorremmo essere sostenuti dai segni della presenza di Dio, dobbiamo riscontrare segni opposti, negativi, che lo fanno piuttosto sentire come assente. La pienezza del tempo sembra sgretolarsi di fronte alle molteplici forme di ingiustizia e di violenza che feriscono quotidianamente l’umanità. A volte ci domandiamo: come è possibile che perduri la sopraffazione dell’uomo sull’uomo?, che l’arroganza del più forte continui a umiliare il più debole, relegandolo nei margini più squallidi del nostro mondo? Fino a quando la malvagità umana seminerà sulla terra violenza e odio, provocando vittime innocenti? Come può essere il tempo della pienezza quello che pone sotto i nostri occhi moltitudini di uomini, donne e bambini che fuggono dalla guerra, dalla fame, dalla persecuzione, disposti a rischiare la vita pur di vedere rispettati i loro diritti fondamentali? Un fiume di miseria, alimentato dal peccato, sembra contraddire la pienezza del tempo realizzata da Cristo. Ricordatevi, cari pueri cantores, questa era stata la terza domanda che mi avete fatto ieri: come si spiega questo... Anche i bambini si accorgono di questo.

Eppure, questo fiume in piena non può nulla contro l’oceano di misericordia che inonda il nostro mondo. Siamo chiamati tutti ad immergerci in questo oceano, a lasciarci rigenerare, per vincere l’indifferenza che impedisce la solidarietà, e uscire dalla falsa neutralità che ostacola la condivisione. La grazia di Cristo, che porta a compimento l’attesa di salvezza, ci spinge a diventare suoi cooperatori nella costruzione di un mondo più giusto e fraterno, dove ogni persona e ogni creatura possa vivere in pace, nell’armonia della creazione originaria di Dio.

All’inizio di un nuovo anno, la Chiesa ci fa contemplare la divina Maternità di Maria quale icona di pace. La promessa antica si compie nella sua persona. Ella ha creduto alle parole dell’Angelo, ha concepito il Figlio, è diventata Madre del Signore. Attraverso di lei, attraverso il suo “sì”, è giunta la pienezza del tempo. Il Vangelo che abbiamo ascoltato dice che la Vergine «custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19). Ella si presenta a noi come vaso sempre colmo della memoria di Gesù, Sede della Sapienza, da cui attingere per avere la coerente interpretazione del suo insegnamento. Oggi ci offre la possibilità di cogliere il senso degli avvenimenti che toccano noi personalmente, le nostre famiglie, i nostri Paesi e il mondo intero. Dove non può arrivare la ragione dei filosofi né la trattativa della politica, là può giungere la forza della fede che porta la grazia del Vangelo di Cristo, e che può aprire sempre nuove vie alla ragione e alle trattative.

Beata sei tu, Maria, perché hai dato al mondo il Figlio di Dio; ma ancora più beata tu sei per avere creduto in Lui. Piena di fede hai concepito Gesù prima nel cuore e poi nel grembo, per diventare Madre di tutti i credenti (cfr Agostino, Sermo 215, 4). Estendi, Madre, su di noi la tua benedizione in questo giorno a te consacrato; mostraci il volto del tuo Figlio Gesù, che dona al mondo intero misericordia e pace. Amen.

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In Piazza San Pietro erano presenti circa 60mila pellegrini giunti da tutto il mondo per ascoltare il primo Angelus dell’anno e celebrare la Giornata Mondiale della Pace.

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e buon anno!

All’inizio dell’anno è bello scambiarsi gli auguri. Rinnoviamo così, gli uni per gli altri, il desiderio che quello che ci attende sia un po’ migliore. È, in fondo, un segno della speranza che ci anima e ci invita a credere nella vita. Sappiamo però che con l’anno nuovo non cambierà tutto, e che tanti problemi di ieri rimarranno anche domani. Allora vorrei rivolgervi un augurio sostenuto da una speranza reale, che traggo dalla Liturgia di oggi.

Sono le parole con cui il Signore stesso chiese di benedire il suo popolo: «Il Signore faccia risplendere per te il suo volto […]. Il Signore rivolga a te il suo volto» (Nm 6,25-26). Anch’io vi auguro questo: che il Signore posi lo sguardo sopra di voi e che possiate gioire, sapendo che ogni giorno il suo volto misericordioso, più radioso del sole, risplende su di voi e non tramonta mai! Scoprire il volto di Dio rende nuova la vita. 
Perché è un Padre innamorato dell’uomo, che non si stanca mai di ricominciare da capo con noi per rinnovarci. Ma il Signore ha una pazienza con noi! Non si stanca di ricominciare da capo ogni volta che noi cadiamo. Però il Signore non promette cambiamenti magici, Lui non usa la bacchetta magica. Ama cambiare la realtà dal di dentro, con pazienza e amore; chiede di entrare nella nostra vita con delicatezza, come la pioggia nella terra, per poi portare frutto. E sempre ci aspetta e ci guarda con tenerezza. Ogni mattina, al risveglio, possiamo dire: “Oggi il Signore fa risplendere il suo volto su di me”. Bella preghiera, che è una realtà.

La benedizione biblica continua così: «[Il Signore] ti conceda pace» (v. 26). Oggi celebriamo la Giornata Mondiale della Pace, il cui tema è: “Vinci l’indifferenza e conquista la pace”. La pace, che Dio Padre desidera seminare nel mondo, deve essere coltivata da noi. Non solo, deve essere anche “conquistata”. Ciò comporta una vera e propria lotta, un combattimento spirituale che ha luogo nel nostro cuore. Perché nemica della pace non è solo la guerra, ma anche l’indifferenza, che fa pensare solo a se stessi e crea barriere, sospetti, paure e chiusure. E queste cose sono nemiche della pace. Abbiamo, grazie a Dio, tante informazioni; ma a volte siamo così sommersi di notizie che veniamo distratti dalla realtà, dal fratello e dalla sorella che hanno bisogno di noi. Cominciamo in quest’anno ad aprire il cuore, risvegliando l’attenzione al prossimo, a chi è più vicino. Questa è la via per la conquista della pace.
 Ci aiuti in questo la Regina della Pace, la Madre di Dio, di cui oggi celebriamo la solennità. Ella «custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19). Le speranze e le preoccupazioni, la gratitudine e i problemi: tutto quello che accadeva nella vita diventava, nel cuore di Maria, preghiera, dialogo con Dio. E Lei fa così anche per noi: custodisce le gioie e scioglie i nodi della nostra vita, portandoli al Signore.

Affidiamo alla Madre il nuovo anno, perché crescano la pace e la misericordia.

Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle,

desidero ringraziare il Presidente della Repubblica Italiana per gli auguri che mi ha rivolto ieri sera nel suo Messaggio di fine anno, e che ricambio di cuore.

Esprimo riconoscenza per le molteplici iniziative di preghiera e di azione per la pace organizzate in ogni parte del mondo in occasione dell’odierna Giornata Mondiale della Pace. Penso, in particolare, alla Marcia nazionale che si è svolta ieri sera a Molfetta, promossa da CEI, Caritas, Pax Christi e Azione Cattolica; è bello sapere che tante persone, soprattutto giovani, hanno scelto questo modo di vivere il capodanno. Saluto con affetto i partecipanti alla manifestazione “Pace in tutte le terre”, promossa a Roma e in molti Paesi dalla Comunità di Sant’Egidio. Cari amici, vi incoraggio a portare avanti il vostro impegno in favore della riconciliazione e della concordia. E saluto le famiglie del Movimento dell’Amore Familiare, che hanno vegliato questa notte in Piazza San Pietro, pregando per la pace e l’unità nelle famiglie del mondo intero. Grazie a tutti per queste belle iniziative e per le vostre preghiere.

Rivolgo un saluto cordiale a tutti voi, cari pellegrini qui presenti. Un pensiero speciale va ai “Cantori della Stella” – Sternsinger –, bambini e ragazzi che in Germania e Austria portano nelle case la benedizione di Gesù e raccolgono offerte per i loro coetanei poveri. Saluto gli amici e i volontari della Fraterna Domus, l’Oratorio di Stezzano e i fedeli di Taranto.

A tutti auguro un anno di pace nella grazia del Signore, ricco di misericordia, e con la protezione materna di Maria, la Santa Madre di Dio. E non dimenticatevi al mattino, quando vi svegliate, ricordare quel pezzo della benedizione di Dio: “Oggi il Signore fa risplendere il suo volto su di me”. Tutti! “Oggi il Signore fa risplendere il suo volto su di me”. Un’altra volta! “Oggi il Signore fa risplendere il suo volto su di me”.

Buon anno, buon pranzo, e non dimenticate di pregare per me. Arrivederci!

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"Stile, semplicità, speranza" di Brunetto Salvarani - Le tre S di Papa Francesco

Stile, semplicità, speranza 
di Brunetto Salvarani

Tempi curiosi (e paurosi), quelli che stiamo attraversando in questo primo scorcio di giubileo della misericordia e ultimo dell’anno del Signore 2015. 
Tempi in cui dobbiamo ammettere paradossalmente, ad esempio, che la figura di papa Francesco sta incontrando un favore maggiore all’esterno dei tradizionali recinti cattolici, più che all’interno; mentre il successo popolare che indubbiamente riscuote – lo mostrano le inchieste specializzate al riguardo – non si traduce in una più elevata fiducia nell’esperienza ecclesiale (tutt’altro, si direbbe). 
A partire da questo sfondo, può essere interessante domandarsi quali siano gli elementi della fede cristiana che, rispecchiati in Bergoglio, ricevono oggi un particolare consenso diffuso. Mi limito, qui, a elencarne tre, che – curiosamente e casualmente – hanno tutti per iniziale una esse. Ecco, dunque, beninteso a insindacabile parere di chi scrive, le tre esse del messaggio cristiano di cui in giro si sente maggiormente il bisogno. 
Il cristianesimo come stile. Partiamo, dunque, con la prima esse, legata alla parola stile. Ciò che colpisce, in papa Francesco, sin dal suo apparire al balcone di San Pietro quel 13 marzo di due anni fa (e sembra molto tempo di più!), è infatti lo stile: quello con cui interpreta il suo ruolo quasi non fosse un ruolo. Da questo punto di vista, un’ottima intuizione l’ha avuta il teologo Cristoph Theobald quando parla di cristianesimo come stile.(1) Perché ciò che Gesù fa e dice nei suoi incontri narrati nei vangeli è un tutt’uno con il suo essere, in lui ci sono un’assoluta unità e trasparenza di pensiero, parola e azione che sono manifestazione del Padre: dal suo stile emerge la provocazione di un cristianesimo che apprende, mentre le patologie e le infedeltà al vangelo che pervadono ogni epoca della storia ecclesiale – compresa la nostra, situata alla fine del regime di cristianità – possono essere lette come rottura della corrispondenza tra forma e contenuto. Da parte sua, Jorge Mario Bergoglio ha ormai quasi quattro volte vent’anni, ma riesce a vivificare la sua età avanzata con una fede, un entusiasmo e una capacità di sognare a occhi aperti che lo rendono più giovane e fresco di tanti che lo sono anagraficamente. Egli si trova oggi a governare una Chiesa attraversata da una gravissima crisi di credibilità, ma anche da un vistoso deficit di motivazioni, soprattutto nei paesi di antica cristianità, in cui la stanchezza troppo spesso diventa tristezza e dunque sconfessione dell’allegria evangelica e di quella testimonianza gioiosa che dovrebbe sgorgare dall’adesione al Signore. È significativo ma per nulla casuale, allora, che, prima ancora di ascoltare i suoi discorsi o valutare le sue riforme strutturali, si guardi al suo esempio: a come vive, si muove, abbraccia le persone, parla, presso chi si ferma durante le udienze pubbliche, e a come esce, per riprendere un verbo a lui caro. 
E a questo stile è lecito collegare la seconda esse, quella di semplicità. Di fronte a un mondo sempre più complesso (e complicato), Francesco sta proponendo l’unica strada credibile per la sua comunità, chiedendole di imboccare la via della semplicità, senza soffermarsi sulla moltiplicazione delle strutture e delle opere. Questa, del resto, è probabilmente la sua prima riforma, credo pienamente riuscita. Riforma, infatti, è ablatio, togliere via, non aumentare né complicare, ma semplificare: un’operazione analoga a quella dello scultore chiamato a togliere dalla pietra nuda per far emergere la nobilis forma che vi è contenuta. Il profumo del vangelo (Evangelii gaudium 34) si diffonde esclusivamente grazie all’essenzialità, alla sobrietà, alla povertà. E l’unico criterio di semplicità, per un cristiano, è il vangelo, nulla di più. 
Con gli occhi di Gesù. 
L’ultima esse, se vogliamo conseguente alle precedenti, è quella della parola speranza. Non solo alla luce degli attentati di Parigi di metà novembre, ci siamo accorti che la nostra terra è improvvisamente rimpicciolita e divenuta piatta, siamo dominati da sensazioni d’insicurezza e di rischio, mentre il futuro, da promessa, si è convertito in minaccia.(2) È il tempo, si sente ripetere con ottime motivazioni, delle passioni tristi.(3) E parecchi di quei profeti di sventura apertamente deprecati da Giovanni XXIII nel discorso d’avvio al concilio, l’11 ottobre 1962, hanno ripreso fiato, loro o i loro epigoni, rilanciando con fortuna il mantra di una lettura del reale schiacciata sull’inevitabile apocalisse. Di un mondo ecologicamente irrisolto, e irrimediabilmente votato alla catastrofe. In un quadro simile, risulta ora estremamente faticoso, per chi è intellettualmente onesto, praticare la virtù autenticamente cristiana e teologale della speranza; e immaginare il futuro di Dio, cioè il compimento nella creazione e nella storia delle sue promesse, la fine di questo tempo corrotto dal peccato e dalla morte, dall’ingiustizia e dalla violenza. Si può tornare a essere produttori di speranza solo riprendendo a guardare questo pianeta con gli occhi di Gesù: che non vi vedrebbero, stando alla narrazione evangelica, solo degenerazione, declino, catastrofi, come di regola, appunto, fanno tutti i profeti di sventura; ma germi di utopia possibile, fatiche da accompagnare amorevolmente, storie di ricerca di senso nei piccoli eventi di ogni giorno. 
Rendere ragione della speranza. 
Da qui, per concludere, l’invito ai cristiani a farsi compagni della gente e dei suoi problemi, anche per essere colti finalmente dall’opinione pubblica come persone capaci di instaurare amicizia. In questa direzione, del resto, si pone chiaramente l’esortazione postsinodale Evangelii gaudium: «… nel nostro rapporto con il mondo, siamo invitati a dare ragione della nostra speranza, ma non come nemici che puntano il dito e condannano. Siamo molto chiaramente avvertiti: “sia fatto con dolcezza e rispetto” (1Pt 3,16), e “se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti” (Rm 12,18). Siamo anche esortati a cercare di vincere “il male con il bene” (Rm 12,21), senza stancarci di “fare il bene” (Gal 6,9) e senza pretendere di apparire superiori ma considerando “gli altri superiori a se stesso” (Fil 2,3). Di fatto, gli apostoli del Signore godevano “il favore di tutto il popolo” (At 2,47; cf. 4,21.33; 5,13). Resta chiaro che Gesù Cristo non ci vuole come principi che guardano in modo sprezzante, ma come uomini e donne del popolo» (EG 271). Al riguardo, una delle voci più significative della teologia cattolica odierna, il domenicano inglese Timothy Radcliffe, a buon diritto sostiene che – se si vuole che il cristianesimo continui a vivere e a crescere, fedele alla storia, ai segni dei tempi e proiettato nel XXI secolo – occorre evitare due tentazioni. Da una parte, quella di rinchiudersi in un ghetto, e cercare di ricreare la cultura cattolica del passato, ormai perduta; dall’altra, quella di assimilarsi passivamente alla società, succubi di una cultura ormai definitivamente secolarizzata. Piuttosto, «dobbiamo stare con le persone, condividere i loro problemi, porci al loro fianco in ascolto del vangelo e degli insegnamenti della Chiesa, e solo allora potremo andare a scoprire insieme una parola che deve essere condivisa». Del resto, «quello che noi abbiamo da dire acquista un senso solo nel contesto di una relazione d’amicizia» (p. 34).

(1) Theobald C., Il cristianesimo come stile. Un modo di fare teologia nella postmodernità, voll. I-II, EDB, Bologna 2009. 
(2) Cf., fra i tanti testi citabili sull’argomento, M. Augé, Che fine ha fatto il futuro? Dai non luoghi al nontempo, Eleuthera, Milano 2009. 
(3) Benasayag M. - Schmit G., L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano 2004. 
(4) Radcliffe T., Essere cristiani nel XXI secolo. Una spiritualità per il nostro tempo, Queriniana, Brescia 2011, p. 35. 
(5) Settimana chiude e questo è l’ultimo mio articolo su queste pagine, scritto con un groppo in gola, ma non finisce qui il mio ringraziamento per i padri dehoniani con cui ho avuto il piacere di collaborare a lungo, in particolare i tre direttori e il carissimo caporedattore. Il mio primo pezzo per Settimana usciva il 25/11/1984, era il n. 43, e s’intitolava “…Imperi dal nemico facile”, nihil sub sole novi. Avevo ventotto anni, e credo di essere cresciuto anche grazie a questo piacevole impegno, che spero di aver onorato a dovere. Con un grande abbraccio a tutti i lettori e le lettrici!
(fonte: “Settimana”, n. 44 del 13 dicembre 2015)


venerdì 1 gennaio 2016

IL CUORE GRIDA PACE di don Giovanni Berti

IL CUORE GRIDA PACE

Venerdì 1 gennaio 2016
Maria Madre di Dio
Giornata della pace

Fratelli, quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli.
E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà! Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio.
(Dalla lettera di San paolo ai Galati 4,4-7)

Non voglio la pace!
Quando questa mi rende indifferente al fratello
Quando rende sordo il mio orecchio al grido di aiuto di chi soffre
Quando chiude le mie mani per trattenere le mie cose senza condividere
Quando orienta i miei occhi solo dove mi interessa e dove non ho fastidi.

Non voglio la pace se significa che posso starmene in pace, pensando che siano altri a doversi occupare delle ingiustizie, delle guerre, dei mali del mondo.
Voglio allora che il grido dello Spirito Santo che Dio ha impiantato nel mio cuore si metta ad urlare il nome di Dio Padre e il nome degli uomini di tutto il mondo, per svegliarmi dal pacifico sonno nel quale mi sono lasciato addormentare.

Gesù è venuto nella storia degli uomini per svegliare in loro l’amore per i fratelli.
Non è venuto per portarci una tranquilla pace, ma per farci collaborare con lui nella rivoluzione dell’amore dove non c’è posto per coloro se ne stanno pacifici a guardare dalla finestra la storia del mondo.

Lo Spirito Santo urla nel cuore dell’uomo, di ogni uomo.
Grida al cuore che è figlio amato da Dio e che è chiamato a vivere in armonia con il cielo e con la terra e con tutti coloro che vivono in terra.
E se qualcuno non sente questo grido di Dio, allora spetta a me dare un aiuto a sentirlo, cercando di far tacere i rumori di armi e violenze, in modo che tutti alla fine possano dire “Dio è Padre” e “tu sei mio fratello”, in un unico grido che in una sola parola è “PACE!”
Giovanni don


Buon anno!


Buon anno!




Speriamo di poter avere il coraggio di essere soli e l'ardimento di stare insieme, perché non serve a niente un dente senza bocca, o un dito senza mano.

Speriamo di poter essere disubbidienti, ogni qualvolta riceviamo ordini che umiliano la nostra coscienza o violano il nostro buon senso. 

Speriamo di poter meritare che ci chiamino pazzi, come sono state chiamate pazze le Madri di Plaza de Mayo, per commettere la pazzia di rifiutarci di dimenticare ai tempi dell'amnesia obbligatoria. 

Speriamo di poter essere così cocciuti da continuare a credere, contro ogni evidenza, che vale la pena di essere uomini perché siamo stati mal fatti, ma non siamo finiti. 

Speriamo di poter essere capaci di continuare a camminare per i cammini del vento, nonostante le cadute e i tradimenti e le sconfitte, perché la storia continua, dopo di noi, e quando lei dice addio, sta dicendo: arrivederci. 

Speriamo di poter mantenere viva la certezza che è possibile essere compatrioti e contemporanei di tutti coloro che vivono animati dalla volontà di giustizia e dalla volontà di bellezza, ovunque nascano e ovunque vivano, perché le cartine dell'anima e del tempo non hanno frontiere. 


Siano un augurio per tutti in questo nuovo anno appena iniziato queste parole, pronunciate come ringraziamento nel ricevere il premio Stig Dagerman, in Svezia, il 12 settembre 2010, da Eduardo Galeano (giornalista, scrittore, saggista uruguaiano, considerato una delle personalità più autorevoli e stimate della letteratura latinoamericana).