Quando un bambino ti chiede: che cos’è la guerra?
La guerra è un bambino in Libano che chiede: «Moriremo questa notte?». Ed è una bambina in un luogo sicuro che domanda: “Che cosa significa guerra?”, mentre tu ti ritrovi incapace di rispondere, perché non vuoi consegnarle la brutalità del mondo
Stavo parlando con Domenica di mio nipote, quel bambino che ha appena undici anni, quando è stato sorpreso dal rumore degli aerei militari israeliani sopra il cielo del Libano. La sua voce tremava mentre mi diceva: «Ho avuto tanta paura… così tanta che per poco non mi facevo la pipì addosso». Lo ha detto come solo i bambini sanno dire la paura: senza abbellirla, senza orgoglio, senza cercare di nascondere il terrore. Lo ha detto come se il suo piccolo cuore non riuscisse più a contenere tutto quel rumore, tutta quella notte, tutte quelle domande che non sa nemmeno come fare.
Raccontavo tutto questo cercando di nascondere il dolore tra le parole, quando si è avvicinata la nipotina di Domenica, la bellissima Sofia, di nove anni. Mi guardava con i suoi occhi grandi, occhi che non erano ancora stati sporcati dalle immagini della distruzione, né attraversati dai telegiornali come se fossero un destino quotidiano. Mi ha chiesto con innocenza: «E perché ha avuto paura?» Le ho risposto a bassa voce: «Per la guerra». Non ha aspettato molto. Mi ha lanciato subito la sua domanda successiva, come se avesse gettato una piccola pietra nel lago del mio cuore: «E che cos’è la guerra?»
Mi sono fermato.
Mi sono sentito smarrito.
Come si può spiegare a una bambina di nove anni che cosa sia la guerra? Come dirle che la guerra non è una parola scritta in un libro di storia, né un gioco tra due eserciti, né una storia che finisce con una vittoria e un eroe? Come dirle che la guerra è una madre che cerca suo figlio tra la polvere? Che è un bambino che dorme con le scarpe ai piedi, perché non sa quando dovrà scappare? Che è una finestra che trema, una casa che invecchia in un istante, un piccolo cuore che impara la paura prima ancora di imparare la vita?
Come dirle che la guerra è quando il rumore di un aereo diventa più forte della voce di tua madre che cerca di rassicurarti? Che la notte diventa lunga, come se non volesse finire mai? Che l’abbraccio di una casa si trasforma in un luogo che non sa più come proteggere i suoi figli?
Ho guardato Sofia e nei suoi occhi ho visto un mondo puro, che non merita di essere ferito. Ho visto una bambina che domanda perché non sa, e noi che non sappiamo rispondere perché sappiamo troppo. Avrei voluto dirle: la guerra, Sofia, è quando gli adulti dimenticano di essere stati bambini. È quando il ferro diventa più forte della misericordia, le urla più alte delle canzoni, e la paura un ospite pesante nelle case della gente.
Ma non le ho detto tutto questo.
Non volevo rovinare il suo sguardo interiore con immagini di morte, sangue e distruzione. Non volevo mettere nel suo piccolo cuore l’immagine di un bambino che si nasconde dal cielo, o di una madre che stringe i suoi figli come se le sue braccia potessero fermare i bombardamenti.
Le ho sorriso con tristezza e le ho detto: «La guerra, Sofia, è una cosa molto brutta, che accade quando le persone non sanno amarsi abbastanza». È rimasta in silenzio per un momento, come se cercasse di capire come sia possibile che le persone non sappiano amarsi. Poi mi ha guardato con quella innocenza capace quasi di spezzare il cuore.
E io sono rimasto con quella domanda dentro di me. Che cos’è la guerra?
La guerra non è soltanto aerei che bombardano, case che crollano, strade piene di macerie. La guerra è un bambino in Libano che chiede: «Moriremo questa notte?». Ed è una bambina in un luogo sicuro che domanda: “Che cosa significa guerra?”, mentre tu ti ritrovi incapace di rispondere, perché non vuoi consegnarle la brutalità del mondo.
La guerra è quando alcuni bambini crescono in una sola notte, e alcuni adulti restano impotenti davanti alla domanda di un bambino.
Non ti auguro mai, Sofia, di sapere davvero che cos’è la guerra. Non ti auguro di sentire il rumore degli aerei nella notte, né di imparare a distinguere tra il tuono e il bombardamento, né di riconoscere la forma della paura sul volto di tua madre.
Ti auguro che la guerra rimanga per te una parola estranea, lontana, che non assomigli alla tua casa, al tuo letto, alla tua scuola o ai tuoi giochi.
E auguro ai bambini del Libano di tornare a essere soltanto bambini.
Di avere un po’ paura del buio, non del cielo.
Di piangere perché si è rotto un giocattolo, non perché è crollata la loro casa.
Di correre dietro a un pallone nel quartiere, non verso un rifugio.
Di addormentarsi sognando il domani, non aspettando che finisca la notte.
E quando un bambino mi chiederà di nuovo: «Che cos’è la guerra?» Io continuerò a sentirmi smarrito.
Perché alcune domande non hanno bisogno di una risposta. Hanno bisogno di un mondo che si vergogni di se stesso.

Sofia e la nonna
La foto di copertina è di Mahmoud Sulaiman/Unsplash
(fonte: Vino nuovo, articolo di Vincente Massoud Mohamed 16/06/2026)