Tonio Dell'Olio
La Magnifica humanitas della pace
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI 26 maggio 2026
Sul rifiuto della guerra e sulla scelta radicale della pace, l’enciclica Magnifica humanitas — che Vittorio Arrigoni avrebbe tradotto con il suo “restiamo umani” — non lascia spazio ad ambiguità. Papa Leone XIV smonta una per una le giustificazioni culturali, politiche e morali con cui il mondo continua a considerare la guerra come un destino inevitabile.
Per il Pontefice, la pace non è il sogno fragile di qualche idealista, ma una responsabilità concreta affidata ai popoli, alla politica e ai credenti. Per questo denuncia con parole severissime “la preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale” e attacca “le scelte di riarmo” che stanno trascinando il mondo dentro “la cultura violenta della potenza”.
La guerra, scrive Leone XIV, non nasce improvvisamente sui campi di battaglia: viene preparata molto prima, “attraverso narrazioni semplificanti, logiche amico-nemico, disinformazione e paura”. Così la pace finisce per essere considerata soltanto “un intervallo precario tra conflitti”.
È necessario “superare la teoria della guerra giusta”, perché oggi l’umanità possiede strumenti infinitamente più umani e più efficaci: “il dialogo, la diplomazia, il perdono”.
Alla faccia del cinismo di chi considera il ricorso alla violenza come inevitabile, il Papa rilancia una convinzione disarmante: “La pace non è una speranza ingenua né soltanto un’assenza di guerra: è frutto, sempre possibile, della giustizia e della carità”.
E infine un appello che suona insieme come una denuncia e una profezia: “La guerra non è mai inevitabile, le armi possono e devono tacere”, perché gli altri non sono nemici da abbattere, ma esseri umani da riconoscere.
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“Restiamo umani”: Papa Leone XIV
e l’eredità morale di Vittorio Arrigoni
Quando Papa Leone XIV, nella sua enciclica Magnifica humanitas, invita il mondo a “restare umani” di fronte alla guerra tecnologica, all’intelligenza artificiale militarizzata e alla disumanizzazione globale, il richiamo corre inevitabilmente alla figura di Vittorio Arrigoni, il volontario italiano ucciso a Gaza nel 2011 mentre cercava di testimoniare la sofferenza del popolo palestinese.
“Restiamo umani” non era per Arrigoni uno slogan astratto. Era una scelta di vita, una presa di posizione morale dentro il dolore della storia. Chiudeva così ogni suo reportage da Gaza, trasformando quelle parole in una sorta di consegna etica universale: non abituarsi mai all’ingiustizia, non considerare normale la guerra, non lasciare che la violenza cancelli il volto concreto delle persone.
Nato in Brianza nel 1975, Arrigoni — “Vik” per amici e compagni di viaggio — aveva scelto di vivere nella Striscia di Gaza come attivista dell’International Solidarity Movement. Non era soltanto un giornalista o un osservatore internazionale: era uno “scudo umano”, come ricordano molte testimonianze raccolte anche da FarodiRoma. Accompagnava pescatori e contadini palestinesi nelle aree più esposte agli attacchi, documentava i bombardamenti, rompeva il silenzio mediatico sull’assedio della Striscia. Durante l’operazione “Piombo Fuso” tra il 2008 e il 2009 raccontò giorno per giorno la devastazione di Gaza nel libro Gaza. Restiamo umani, diventato poi anche un film-documento e un simbolo internazionale del pacifismo contemporaneo. (Pressenza)
Il 14 aprile 2011 Arrigoni venne sequestrato a Gaza da un gruppo jihadista salafita. Il suo corpo fu ritrovato il giorno successivo. Aveva 36 anni. Ma la sua morte non ha spento il messaggio che aveva lasciato. Anzi, col tempo quel “Restiamo umani” è diventato un richiamo morale sempre più attuale in un mondo attraversato da nuove guerre, nazionalismi, odio identitario e tecnologie capaci di rendere il conflitto sempre più impersonale.
È proprio qui che il riferimento implicito di Papa Leone XIV assume una forza particolare. Nell’enciclica il Pontefice denuncia una civiltà in cui “la potenza tecnica” rischia di sostituire la coscienza morale, e afferma con nettezza: “Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile”. Un’affermazione che sembra dialogare idealmente con l’eredità di Arrigoni: la necessità di custodire l’umanità anche dentro la violenza estrema.
Per il Papa, infatti, il vero rischio del nostro tempo è la disumanizzazione: ridurre le persone a dati, bersagli, numeri, flussi migratori, utenti o danni collaterali. È la stessa deriva che Arrigoni aveva denunciato raccontando i bambini di Gaza, gli ospedali bombardati, i pescatori colpiti mentre cercavano semplicemente di sopravvivere.
Oggi, mentre il Medio Oriente continua a bruciare e la guerra torna a essere considerata da molti una soluzione “normale”, la figura di Arrigoni appare ancora più scomoda e necessaria. Non apparteneva ai potenti, non parlava il linguaggio della geopolitica o degli interessi strategici. Parlava il linguaggio delle vittime civili, degli ultimi, degli invisibili.
Mi sembra proprio questo il punto più profondo dell’enciclica di Leone XIV: senza empatia, senza limite morale, senza riconoscimento dell’altro come fratello, nessuna tecnologia e nessun progresso potranno salvare la civiltà.
“Restiamo umani”, allora, non è soltanto il titolo di un libro o il ricordo di un attivista assassinato. È una domanda rivolta a tutti noi. In un tempo dominato da guerre ibride, propaganda digitale e odio globale, quelle parole continuano a chiedere se siamo ancora capaci di riconoscere nell’altro un essere umano.
Ed è forse per questo che Vittorio Arrigoni, a quindici anni dalla sua morte, continua a essere uno degli eroi morali più limpidi del nostro tempo.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Laura Tussi 25/05/2026)
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Per saperne di più su Vittorio Arrigoni guarda anche:
Ripudiamo ogni guerra con l’adagio “Restiamo Umani” di Vittorio Arrigoni (all'interno link ad altri post precedenti)
