Veglia di preghiera con Papa Francesco
Prima si sono presi per mano, lui e Papa Francesco. Poi il prete più amato dall'altra Italia gli ha detto: "Pensavo di trovare un padre e invece ho trovato anche un fratello". Ci confesserà pochi minuti dopo Luigi Ciotti: "È stato un momento storico, io al Pontefice gli avevo appena ricordato che non sempre la Chiesa è stata attenta alla mafia".
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«Emanuele Notarbartolo, Emanuela Sansone, Luciano Nicoletti...», l’elenco comincia dal 1893 e sembra non finire più, ottocentoquarantadue nomi di vittime innocenti delle mafie che genitori e figli, sorelle e fratelli, mogli e mariti, le lacrime in gola, sillabano per una quarantina di minuti nella parrocchia romana di San Gregorio VII, mentre Francesco ascolta a capo chino, gli occhi socchiusi, come raccolto in preghiera. Da tutta Italia, radunati dall’associazione Libera di don Luigi Ciotti, sono arrivati ieri pomeriggio più di novecento familiari a rappresentare i quindicimila cui le mafie hanno ucciso le persone più amate. Finché il Papa, prima di recitare il Padre Nostro indossando e baciando la stola di don Peppe Diana, il parroco di Casal di Principe assassinato vent’anni fa dalla camorra, interviene e va oltre il testo scritto e mormora:
Le parole e i segni contano molto per i mafiosi. Soprattutto certe parole e certi segni.
Per questo, come hanno sottolineato ieri in molti, le parole di Papa Francesco e i segni della veglia di preghiera coi familiari delle vittime innocenti di tutte le mafie, sono di quelli che contano davvero. Anche per i mafiosi. E che resteranno.

Ma anche quel ringraziare i familiari “per la vostra testimonianza, perché non vi siete chiusi”. È il riconoscimento del lungo lavoro di Libera e del suo fondatore don Luigi Ciotti, quel cammino al fianco di tante persone, per trasformare il dolore in impegno, la memoria in cambiamento...
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