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martedì 28 gennaio 2025

Cattolici e politica al tempo di Francesco


Cattolici e politica al tempo di Francesco

Intervista a don Bruno Bignami
- direttore dell’Ufficio nazionale dei problemi sociali e del lavoro della Cei - 
a cura di Carlo Cefaloni

«Bisogna avere il coraggio di trasformare le appartenenze che si vivono smontando logiche di potere, populismi camuffati di destra e di sinistra, e portare consenso intorno alle grandi questioni della storia». Perché è importante ripartire dalle storie di testimoni credibili per non lasciarsi ingannare dai lupi travestiti da agnelli. Dialogo con don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale dei problemi sociali e del lavoro della Cei

 
Società e politica Foto manifestazione contro la mafia ANSA/MAURIZIO DEGL INNOCENTI

La scena politica attuale, con particolare attenzione al livello internazionale, rende quanto mai comprensibile quanto affermava Primo Mazzolari nel 1943 rispondendo ad una lettera di un giovane di Lodi: «Non si può lasciare il campo della politica, che è poi l’ordinamento dell’uomo per il bene comune, all’arbitrio incontrastato degli avventurieri d’ogni risma».

Lo ripete oggi Bruno Bignami, anch’egli sacerdote, per lungo tempo presidente della Fondazione Mazzolari, e da qualche anno, direttore dell’Ufficio nazionale dei problemi sociali e del lavoro della Cei. Autore di diversi libri e saggi storici e di attualità, non usa mezzi termini nel suo recente testo “Dare un’anima alla politica”, edizioni San Paolo 2024, che è il contrario di ogni deriva spiritualista.

Questo dialogo intervista avviene mentre il dibattito su cattolici e politica in Italia sembra uscire dall’ombra in un contesto radicalmente diverso dal secondo dopoguerra o da quello del crollo traumatico della Dc.

Da cosa nasce il suo ultimo libro?
Un libro non nasce necessariamente per rispondere a qualche esigenza particolare. Così è successo per Dare un’anima alla politica, che non intende dare indicazioni al cattolicesimo per rimettere in ordine la politica italiana. Lungi da me tale pensiero. Lo si capisce subito dalle prime pagine. È piuttosto un testo di teologia morale, che vuole riconsegnare i fondamenti della politica. Per questo, non si occupa di schieramenti. La sintesi è questa: solo nell’apertura alla fraternità la politica può avere dignità e futuro. Oggi è importante comprendere le ragioni di un astensionismo sempre più diffuso e capillare.

Come si spiega questo fenomeno crescente di lontananza dalle urne elettorali?
Il problema, forse, non è tanto di alleanze strategiche o di collocazione o di assenza di rappresentanze significative al centro, ma di una politica che ha affidato al populismo e al leaderismo le proprie cartucce da sparare. Colpi a salve, in verità, anche se fanno male alla democrazia. Perciò, assistiamo al funerale della politica come partecipazione. Il vuoto a perdere. Le parole non hanno più valore. La spiritualità è vista con sospetto. Le strategie della politica così perdono di senso se non sono supportate da una visione.

E quindi cosa bisogna fare per uscire dalla palude?
Bisogna allenarsi sui fondamentali, come nello sport. Ecco perché le vere domande saranno: questa politica promuove l’umano? Quali modelli relazionali evidenzia? Come nasce nel concreto un impegno in politica? Quale sguardo il Vangelo privilegia sulla realtà sociale? Quali scelte meritano la priorità?

Gli esempi concreti di impegno politico esposti nella seconda parte del suo testo sono pressoché sconosciuti dal cosiddetto mondo cattolico, eccetto ovviamente David Sassoli. Come mai? È la formazione di base che è regredita o ha prevalso uno spiritualismo disincarnato? O cosa altro? E perché?
Ci sono due problemi. Il primo è un paradosso: nella società delle stories social abbiamo smesso di narrare biografie che danno respiro all’anima. Per quale ragione? Diverse ipotesi sono sul tappeto. Ignoranza? Disprezzo del passato? Rinnegamento di una storia? Egocentrismo imperante? Ciascuno faccia le sue considerazioni. Il secondo problema è una predicazione sui «valori non negoziabili» e sui princìpi in genere che ha portato allo spiritualismo disincarnato.

Che senso ha questo approccio biografico?
In realtà, ogni biografia è limitata, conosce mediazioni e visioni parziali. È sempre situata nella storia e nella geografia. Eppure, non c’è modo di vivere la santità se non come biografia offerta e accolta nella veste di vocazione. Per questo ho voluto narrare figure straordinarie di donne come Tina Anselmi e Maria Eletta Martini, uomini di profezia come Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira, interpreti di un cristianesimo sociale contemporaneo come David Sassoli. È il primo passo di un elenco che tutti possiamo contribuire ad allungare. Ci sono molte esistenze abitate dalla grazia e capaci di tenere insieme politica e spiritualità, servizio al povero e fede.

Ad esempio?
Qualcuno potrebbe opportunamente aggiungere nomi come Luigi Sturzo, Aldo Moro, Igino Giordani, Armida Barelli, Eugenio Melandri, Adelaide Coari, Maria Vingiani… Un esercizio che farebbe molto bene alla memoria e al cuore e che darebbe strumenti per attraversare il deserto odierno.

Il sistema bipolare impostosi con la seconda Repubblica conduce a dover scegliere schieramenti costruiti in base a programmi incompatibili, in alcuni punti, con la cultura personalista e a visione antropologica dei cattolici che, a lungo andare, nella società così divisa, perdono la propria identità perché troppo pochi per lievitare la pasta. Non si rischia di essere “utili idioti” di strategie altrui?
Teniamo ben presente che ogni collocazione politica ha la caratteristica della provvisorietà. Non si può essere nostalgici di mondi che non esistono più, né ingenui che si affidano a imbonitori da quattro soldi o pifferai coi rosari in mano. La politica ha a che fare con la storia, non con il vuoto di pensiero di mestieranti attaccati alla loro carriera progettata a tavolino, fuori dai confronti con le piazze e la vita della gente.

Ma è in questo quadro che si vive da tempo una spaccatura nelle scelte politiche dei cattolici. Che fare?
C’è un cattolicesimo che abbraccia la destra con ingenuità estrema in nome della vita, della famiglia e della libertà economica ma fa lo struzzo sui migranti e si mostra complice di una società sempre più armata. Dall’altra parte, c’è un cattolicesimo che si schiera con la sinistra appiattita sui diritti individuali, che rischia di dimenticare questioni fondamentali come la glaciazione demografica, la chiusura nel privato, la perdita di senso comunitario. Come diceva don Primo Mazzolari, «destra, sinistra e centro possono divenire tre maniere di “fregare” allo stesso modo il Paese, la Giustizia, la Libertà, la Pace» se non coltivano uno sguardo alto e altro. Le appartenenze politiche sono strumenti, strade, vie e non punti di arrivo o di possesso. Bisogna avere il coraggio di trasformare le appartenenze che si vivono smontando logiche di potere, populismi camuffati di destra e di sinistra, e portare consenso intorno alle grandi questioni della storia.

Può fare un esempio concreto?
Certo e più di uno. Cattolici di destra e sinistra riescono a elaborare progetti di pace che non siano il solo ricorso alle armi? Possono convergere su una visione sociale dei diritti umani, comprendenti il lavoro, la sanità e la giustizia per tutti? Riescono a spendersi per ogni vita intesa come dono? Come declinare in concreto la destinazione universale dei beni? Come custodire un sano equilibrio tra solidarietà e sussidiarietà? A ciascuno il suo esame di coscienza…

In questo senso il magistero sociale di papa Francesco sembra poco ascoltato se osserviamo quanto accade politicamente negli Usa o nella sua Argentina, per non parlare del vento che soffia nell’Europa segnata dalla cultura della guerra. Come si leggono questi segni dei tempi?
Papa Francesco è uno dei pochi leader credibili di questo tempo. Ha scritto l’enciclica Laudato si’ quando i temi ambientali erano assenti dall’agenda di molti politici mondiali. Ha pubblicato la Fratelli tutti quando il mondo era alle prese con una pandemia che ha mandato in tilt il processo dell’inevitabile globalizzazione. Ha dimostrato una libertà evangelica di pensiero e di azione. Abbiamo assistito a un pontificato ricco di gesti simbolici e di richiami a un cristianesimo incarnato. Pensando a Francesco viene in mente una riflessione di Giorgio La Pira. Egli distingueva nel mare della storia le correnti superficiali, spesso tempestose e divisive, da quelle che stanno in profondità e che tendono all’unità. La politica vincente normalmente preferisce cavalcare le onde superficiali. Consente un incasso immediato in termini di consenso.

Una “direzione ostinata e contraria” per citare un poeta..
Possiamo dire che papa Francesco si è «vestito da sub» intercettando le spinte profonde della storia, quelle che incoraggiano percorsi di pacificazione e di cura del creato. Il tempo sarà galantuomo e farà emergere le ragioni vere di un pontifice che ha indicato la rotta pur rischiando incomprensioni da parte di chi è surfista incallito in nome del proprio consenso. I veri profeti dell’umanità si sporcano le mani con gli ultimi. Non possiedono strategie per il controllo dei dati, non mettono al primo posto i propri interessi economici, non costruiscono navicelle spaziali per fuggire verso lidi elitari su pianeti lontani. I lupi travestiti da agnelli hanno la data di scadenza come lo yogurt. Le profezie, invece, hanno le spalle robuste di chi lavora in profondità. Saranno àncore di salvezza al momento opportuno.

Si cita molto la “dottrina sociale cattolica” ma questa sembra indicare alcuni concetti generali che poi possono variare nell’interpretazione, non solo pratica. Ne è un esempio la lacerazione della comunità ecclesiale davanti alle guerre in Ucraina e Terra Santa. Così, ad esempio Giorgio La Pira, preso come esempio negli ultimi tempi dalla Cei, è considerato tuttora un tipo bizzarro, permeato del pensiero statalista antiliberale secondo alcuni studiosi, per non ripetere l’accusa di «comunistello di sagrestia» affibbiatagli da Ottaviani.
Arriverà il giorno in cui riconosceremo la santità di Giorgio La Pira. Un vero visionario perché capace di riconoscere che i luoghi hanno una vocazione, non solo le persone. Un mistico prestato alla politica, tanto contemplativo quanto capace di spendersi per i poveri, i senza tetto, i disoccupati, gli ultimi. Don Tonino Bello parlerebbe di «contemplattivo». La Pira ha intuito che la pace ha bisogno di sindaci coraggiosi, esperti di dialogo, di cultura, di ascolto, di bellezza, di preghiera e di investimenti per i poveri.

Esistono dei punti fermi ineludibili di questo insegnamento sociale della Chiesa offerto oltre ogni barriera?
Teniamo presente che per quanto riguarda la dottrina sociale della Chiesa, ci sono tre modi di accostarsi ad essa: quello di chi la usa come sonnifero intellettuale per addormentare le coscienze con principi astratti, quello di chi se ne serve come clava di risentimento per condannare il mondo e quello di chi la fa crescere grazie a esperienze di liberazione, all’impegno per la giustizia e un artigianato di pace.

Più che di punti fermi, parlerei di punti in movimento al servizio di chi non ha voce, di chi è vittima di soprusi e ingiustizie, del grido del povero e della terra. Ai consolatori di professione è preferibile il pronto soccorso della fraternità.
(fonte: Città Nuova 24/01/2025)


ALBERTO PELLAI: I danni di smartphone e social media allo sviluppo psicologico e comportamentale dei giovani

ALBERTO PELLAI: 
I danni di smartphone 
e social media
allo sviluppo psicologico
 e comportamentale dei giovani 

intervistato da Roberto Paglialonga


Che l’immersione massiccia nel mondo virtuale stia provocando guasti, più che benefici, allo sviluppo psicologico, cognitivo e comportamentale degli adolescenti è un fatto riscontrabile nell’esperienza, oltre che un dato riconosciuto ormai in una vastissima parte della letteratura medico-scientifica, e non. Alcuni, come Jonathan Haidt, docente alla New York University, arrivano a formalizzare le principali conseguenze che si sono generate sulla prima generazione — la “Gen Z” — nata e cresciuta con lo smartphone in mano: privazione del sonno, disturbi dell’attenzione, proliferazione di stati d’ansia e depressione, paura del confronto sociale. Una serie di problemi alla salute mentale esplosi in particolare a partire dagli anni 2010-2015. Ma la lista sarebbe lunga, oltre che in continua evoluzione.

«La questione, al fondo, è lo spostamento della vita dei ragazzi dal reale al virtuale», spiega in una conversazione con «L’Osservatore Romano» Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore presso il dipartimento di Scienze biomediche dell’Università di Milano. «Invece — aggiunge — occorre essere chiari: virtuale non è reale. Quindi non è neanche ciò che si fa in sé, il problema: è il “dove” a contare. In questi anni siamo stati tutti vittime, e molti, spesso, protagonisti, di una narrativa secondo la quale i device elettronici sono solo strumenti: basterebbe quindi imparare ad usarli bene per ricavarne dei vantaggi. In realtà non è così: i device sono oggi “luoghi” che fermano la vita nel reale per farla entrare nel virtuale». E lo smartphone, di fatto, è un’estensione del corpo.

Una drammatica dimostrazione di questa confusione è percepibile, per esempio, nel caso delle “challenge” — le sfide — che nascono nel mondo digitale, ma le cui conseguenze, talvolta dolorose e tragiche, vengono pagate nella vita reale. A quel punto «vieni messo di fronte a un principio di realtà di cui il digitale non ti aveva detto nulla». Nell’utilizzo degli smartphone, pertanto, ci sono pericoli «sia di natura quantitativa — quanto tempo viene speso in una giornata per interagire con uno schermo, impedendo ai ragazzi di stare con gli amici nella vita reale — che qualitativa: perché un conto è interagire con una community di studio su un aspetto o una tematica specifica, che ci arricchisce; un altro è passare le ore a scrollare Tik Tok o a giocare online a un videogioco».

Tra tecno-entusiasti e tecno-scettici, il rischio, dall’altro lato, è quello di schierarsi in maniera acritica. «Ma l’obiettivo, sottolinea Pellai, non è mettere in discussione il processo tecnologico tout court, che ha portato enormi progressi in diversi settori, a cominciare da quello della salute e della medicina. Fare un uso strumentale del digitale è certo positivo. Il punto è che mentre si stanno facendo cose buone intervengono tanti potenziali “Lucignoli” — notifiche, app, richiami — che portano in un mondo “altro” rispetto a quello che ci si era prefissati di frequentare». Resistere a queste attrazioni sembra impossibile. «È il “dilemma di Pinocchio”, e non è un caso che in molti Paesi stiano crescendo le scuole “smartphone-free”, che non sono totalmente prive di digitale, ma che non permettono agli studenti di avere sempre a disposizione i device».

Molti studiosi, però, tra i primi Luciano Floridi, sostengono che ormai non sia più ragionevole distinguere tra online e offline, ma che nel mondo iperconnesso di oggi si debba parlare solo di esperienza “onlife”. Purtroppo, però, sostiene Pellai, in questo modo «abbiamo danneggiato la vita degli adolescenti». Quando a partire dalla nascita di iPhone 4, con la fotocamera frontale, «abbiamo avuto nelle mani non più un cellulare ma uno smartphone, pur uscendo nel mondo ci siamo trovati immersi contemporaneamente nella vita digitale. E questo non ha portato alcun vantaggio. Ci ha fatto diventare multitasking ma ci ha allontanato dal principio di realtà, alterando per giunta molti funzionamenti della nostra mente». Pertanto, quello che dobbiamo promuovere, soprattutto per i giovani, è l’offline, perché è lì che essi acquisiscono abilità e competenze che formeranno il loro cervello e saranno utili per la vita, e che non acquisiranno mai con il virtuale». È proprio nella fase della pre-adolescenza e dell’adolescenza, alle quali Pellai ha dedicato bestseller come L’età dello tsunami e Tutto troppo presto, che il cervello è in una condizione di vulnerabilità, funzionando essenzialmente come un muscolo che andrebbe allenato «alle esperienze e alle relazioni della vita reale». È il tempo in cui si costruiscono le reti neuronali.

Ma l’allenamento richiede tempi lunghi e fatica, che l’era della gratificazione istantanea non consente più. La necessità di provare subito piacere è alimentata a dismisura da device e algoritmi dei social media, in grado di attivare la dopamina, un neuromediatore chimico «che ci muove verso tutto ciò che è immediatamente piacevole e gratificante: veniamo ancorati a quello stimolo col rischio di finire nella dipendenza e di annullare la capacità di tollerare fatica, frustrazione, dolore, sofferenza. Abbiamo strutture neurologiche adatte a sopportare la scarsità, ma viviamo affogati nella sovrabbondanza di stimoli dopaminergici, senza che il cervello si sia evoluto per funzionare in questo mondo».

Sembrerebbe non esserci via di uscita. In questa era «bisogna darsi regole e limiti chiari. E non aderire alla narrazione per cui lo smartphone è solo uno strumento. Di fronte a una “sostanza” che dà dipendenza, la capacità di auto-gestione non esiste: ci vuole qualcuno, l’adulto, che deve essere in grado di conoscere il piano di regolazione. Possibilmente in un’alleanza con le famiglie e tra le famiglie, che a un certo livello non può non coinvolgere anche agenzie educative e istituzioni, visto che ormai parliamo di problemi di salute pubblica», conclude.

(Fonte:  "L’Osservatore Romano" - 17 gennaio 2025)


lunedì 27 gennaio 2025

Papa Francesco: «Sento che anch’io in qualche modo sono povero, prigioniero, cieco, oppresso? Allora, solo allora, “l’anno di grazia” sarà per me!» Angelus del 26 gennaio 2025 (Testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 26 gennaio 2025



Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

L’Evangelista Luca in questa domenica ci presenta Gesù nella sinagoga di Nazaret, il paese dove era cresciuto. Gesù legge il passo del profeta Isaia che annuncia la missione evangelizzatrice e liberatrice del Messia e poi, nel silenzio generale, dice: “Oggi questa Scrittura si è realizzata” (cfr Lc 4,21).

Immaginiamo la sorpresa e lo sconcerto dei concittadini di Gesù, i quali lo conoscevano come il figlio del falegname Giuseppe e non avrebbero mai immaginato che Egli potesse presentarsi come il Messia. È stato uno sconcerto. Eppure è proprio così: Gesù proclama che, con la sua presenza, è giunto «l’anno di grazia del Signore» (v. 19). È il lieto annuncio per tutti e in modo speciale per i poveri, per i prigionieri, per i ciechi, per gli oppressi, così dice il Vangelo (cfr v. 18).

Quel giorno, a Nazaret, Gesù pose i suoi interlocutori di fronte alla scelta sulla sua identità e missione. Nessuno, nella sinagoga, poté fare a meno di interrogarsi: Lui è soltanto il figlio del falegname che si arroga un ruolo che non gli appartiene, oppure è veramente il Messia, inviato a salvare il popolo dal peccato?

L’Evangelista ci dice che i nazaretani non riuscirono a riconoscere in Gesù il consacrato del Signore. Pensavano di conoscerlo troppo bene e questo, invece di facilitare l’apertura della loro mente e del loro cuore, li bloccava, come un velo che oscura la luce.

Sorelle e fratelli, questo avvenimento, con le dovute analogie, succede anche per noi oggi. Anche noi siamo interpellati dalla presenza e dalle parole di Gesù; anche noi siamo chiamati a riconoscere in Lui il Figlio di Dio, il nostro Salvatore. Ma può capitarci, come allora ai suoi compaesani, di pensare che noi lo conosciamo già, che di Lui sappiamo già tutto, siamo cresciuti con Lui, a scuola, in parrocchia, al catechismo, in un Paese di cultura cattolica… E così per noi è una Persona vicina, anzi, “troppo” vicina.

Ma proviamo a chiederci: avvertiamo l’autorità unica con cui parla Gesù di Nazaret? Riconosciamo che Lui è portatore di un annuncio di salvezza che nessun altro può darci? E io, mi sento bisognoso di questa salvezza? Sento che anch’io in qualche modo sono povero, prigioniero, cieco, oppresso? Allora, solo allora, “l’anno di grazia” sarà per me!

Rivolgiamoci fiduciosi a Maria, Madre di Dio e Madre nostra, perché ci aiuti a riconoscere Gesù.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Il conflitto in corso in Sudan, iniziato nell’aprile 2023, sta causando la più grave crisi umanitaria nel mondo, con conseguenze drammatiche anche nel Sud Sudan. Sono vicino alle popolazioni di entrambi i Paesi e le invito alla fraternità, alla solidarietà, ad evitare ogni sorta di violenza e a non lasciarsi strumentalizzare. Rinnovo l’appello alle parti in guerra in Sudan affinché cessino le ostilità e accettino di sedere a un tavolo di negoziati. Esorto la comunità internazionale a fare tutto il possibile per far arrivare gli aiuti umanitari necessari agli sfollati ed aiutare i belligeranti a trovare presto strade per la pace.

Guardo con preoccupazione alla situazione della Colombia, in particolare nella regione del Catatumbo, dove gli scontri tra gruppi armati hanno provocato tante vittime civili e più di trentamila sfollati. Esprimo la mia vicinanza a loro e prego.

Si celebra oggi la Giornata mondiale dei malati di lebbra. Incoraggio quanti operano in favore dei colpiti da questa malattia a proseguire il loro impegno, aiutando anche chi guarisce a reinserirsi nella società. Non siano emarginati!

Domani ricorre la Giornata Internazionale di Commemorazione in memoria delle vittime dell’Olocausto: ottant’anni dalla liberazione del Campo di concentramento di Auschwitz. L’orrore dello sterminio di milioni di persone ebree e di altre fedi avvenuto in quegli anni non può essere né dimenticato né negato. Ricordo la brava poetessa ungherese Edith Bruck, che abita a Roma. Lei ha sofferto tutto questo. Oggi, se volete, potete ascoltarla nel programma “Che tempo che fa”. È una brava donna. Ricordiamo anche tanti cristiani, tra i quali numerosi martiri. Rinnovo il mio appello affinché tutti collaborino a debellare la piaga dell’antisemitismo, insieme ad ogni forma di discriminazione e persecuzione religiosa. Costruiamo insieme un mondo più fraterno, più giusto, educando i giovani ad avere un cuore aperto a tutti, nella logica della fraternità, del perdono e della pace.

E saluto tutti voi provenienti dall’Italia e da tante parti del mondo, in particolare saluto i giornalisti e gli operatori della Comunicazione che hanno vissuto in questi giorni il loro Giubileo: li esorto ad essere sempre narratori di speranza.

Saluto poi i polacchi, specialmente quelli di Zabno; gli alunni dell’Istituto “Zurbará” di Badajoz (Spagna), i fedeli di Siquirres (Costa Rica), il gruppo di ragazze quinceañeras di Panamá.

Saluto i pellegrini dell’Unità Pastorale di Busto Garolfo e Olcella, arcidiocesi di Milano.


E accolgo con gioia voi, ragazzi e ragazze dell’Azione Cattolica, delle parrocchie e delle scuole cattoliche di Roma. Siete venuti al termine della “Carovana della Pace”, durante la quale avete riflettuto sulla presenza di Gesù nella vostra vita, testimoniando ai vostri coetanei la bellezza dell’accoglienza e della fraternità. E adesso ascoltiamo questi bravi ragazzi, che vogliono dirci qualche cosa… Avanti! Forte!

[lettura del messaggio]

Adesso lui [il ragazzo che legge] ha detto una parola molto bella [il ragazzo la rilegge: “Così riuscirebbero a far star zitte le armi”]. È bravo il ragazzo! Salutatemi tutti i ragazzi e le ragazze.

A tutti auguro una buona domenica. E per favore non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

Guarda il video


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Un ragazzo dell’Azione Cattolica che, come ogni anno, ha organizzato a Roma la Carovana della Pace, si affianca al Papa insieme a una coetanea per leggere un messaggio a nome di tutti i giovani: “Sarebbe un regalo se i potenti del mondo passassero la Porta Santa, ripensando a tutti i bambini vittime della violenza, soli o malati, segnati dalla guerra, e pensando alle lacrime di tante mamme, papà, nonni e nonne”. L'appello a far "star zitte le armi"



27 GENNAIO GIORNATA DELLA MEMORIA - SE QUESTO E' UN UOMO, OTTANT'ANNI DOPO di Gad Lerner

27 GENNAIO GIORNATA DELLA MEMORIA 
SE QUESTO E' UN UOMO, 
OTTANT'ANNI DOPO 
di Gad Lerner


Pubblicato su Il Fatto Quotidiano - 22.01.2025


Piaccia o non piaccia, come e più dell’anno scorso, il Giorno della Memoria esercita una funzione scomoda: nel reclamare la dovuta attenzione sui milioni di ebrei sterminati in Europa fra il 1941 e il 1945, sospinge l’opinione pubblica a un confronto con la malasorte dei milioni di palestinesi che l’”ebreo nuovo”, scampato all’estinzione, si è ritrovato per vicini di casa. Dentro e fuori i confini dello Stato d’Israele sorto nel 1948.
E’ una forzatura logica, alimentata dal risorgere di antichi pregiudizi? Un paragone che vilipende chi in famiglia reca ancora i segni delle sofferenze patite ottant’anni fa? Siamo sinceri. Fatichiamo a disgiungere nella nostra sensibilità queste due tragedie in apparenza così lontane, benché la loro incommensurabilità numerica dovrebbe risultare evidente: milioni di innocenti persero la vita nell’industria dello sterminio pianificato nei lager; decine di migliaia sono le persone uccise a Gaza dai soldati israeliani in una sorta di punizione collettiva ininterrotta di quindici mesi.

Se non bastassero le reciproche accuse di “nazismo” che i due nemici inferociti si scagliano addosso, perduto “ogni senso di affinità umana”, per dirla con Primo Levi, a rendere ancor più difficile eludere tale connessione mentale è sopraggiunta una circostanza che ha del clamoroso: lunedì prossimo 27 gennaio, ottantesimo anniversario della liberazione del campo di Auschwitz ad opera dell’Armata Rossa sovietica, è improbabile che alla cerimonia ufficiale convocata in quel luogo possa presenziare il primo ministro israeliano, soggetto com’è a un mandato di cattura internazionale perché fortemente indiziato di crimini di guerra. Ci sarà re Carlo d’Inghilterra mentre non sono invitati i russi. Parleranno solo gli ultimi sopravvissuti perché la politica mondiale oggi non è in grado di ritrovarsi unita neppure nella promessa infranta troppe volte del “Mai più Auschwitz”.

Inutile girarci intorno. L’insistenza con cui molte persone (che si offenderebbero a essere tacciate di antisemitismo) pretendono, in particolare da noi ebrei e ancor più dai sopravvissuti alla Shoah, l’uso della parola “genocidio” riferita a Israele, quasi che fosse lo strumento con cui misurare la sincerità o meno dell’indignazione nostra nei confronti dei crimini di guerra perpetrati in risposta al 7 ottobre, segnala il punto di non ritorno a cui siamo arrivati.
Orribile a dirsi ma sembrerebbe che gli ebrei abbiano esaurito il credito loro concesso a suo tempo in quanto popolo vittima della Shoah. Basta, credito esaurito. Con sollievo autoassolutorio di chi manteneva il vecchio sospetto che gli ebrei fossero dei privilegiati. Una svolta che elettrizza perfino gli ammiratori della brutalità d’Israele interpretata come se fosse una virtù connaturata agli ebrei da assumere come modello. Naturalmente l’esaurirsi del credito concesso alle vittime della Shoah si porta dietro la seconda domanda scomoda sempre più in voga man mano che il conflitto si estendeva e inferociva: un mondo senza Israele non sarebbe forse un mondo migliore? Interrogativo mendace ma insidioso che non riguarda solo il futuro di sette milioni di ebrei nati laggiù ma la possibilità stessa che prosperino in pace società multietniche e multiculturali.
Mi sono sentito dire di recente da persona bene addentro nell’establishment di Netanyahu: “Con questa guerra Israele si è messo al sicuro. Decapitato Hamas, in malaparata gli Hezbollah, l’Iran costretto sulla difensiva, caduto il regime siriano di Assad, uomini affidabili al vertice dello Stato libanese… i palestinesi continueremo a tenerli a bada e Trump ci coprirà le spalle. I problemi ce li avrete voialtri ebrei della diaspora perché ricadrà sulle vostre spalle l’odio sempre più diffuso per Israele e la nuova ondata di antisemitismo che ne deriva”.
In apparenza sembra un ragionamento cinico di realpolitik che non fa una grinza. Affaracci vostri, ebrei che vi ostinate a non capire che in futuro solo in Israele potrete star sicuri. La pensa così chi è convinto che -tregua o non tregua- questa guerra debba continuare perché fa parte di una guerra mondiale più grande. E insiste nell’illusione che bastino i rapporti di forza militari e tecnologici per garantirsi la sicurezza. Come se il 7 ottobre non gli avesse insegnato nulla. E come se bastasse una scrollata di spalle per levarsi di dosso il discredito caduto su Israele.

***

Se questo è il clima, ben si capisce perché il Giorno della Memoria (istituito in Italia su proposta del nostro caro Furio Colombo) accumuli un gran numero di detrattori: da chi lo liquida come inutile esercizio di retorica, ignorando l’ottimo lavoro preparatorio che tante scuole gli dedicano; a quelli che non ne possono più di “rendere omaggio” agli ebrei per riceverne in cambio nuove accuse; a non pochi esponenti delle stesse Comunità ebraiche che ormai lo vivono come un boomerang, pretenderebbero che la celebrazione venisse depurata da qualsivoglia riferimento all’attualità di Gaza e Cisgiordania o meglio ancora che venisse polemicamente abolita.
Dopo avere riletto i due testi fondamentali del principale testimone della Shoah in Italia (e non solo), cioè Se questo è un uomo e I sommersi e i salvati di Primo Levi, mi sono convinto del contrario. Non solo il Giorno della Memoria va celebrato ma deve servire proprio ad affrontare le domande più scomode che per tutta la sua vita Primo Levi ripropose martellanti nei suoi testi circa la ripetibilità e la comparabilità dell’orrore di cui era stato testimone ad Auschwitz.
Il riconoscimento del sistema concentrazionario nazista come unicum non solo non gli impedì, ma lo spronò a studiare il riproporsi successivo di forme di crudeltà di massa basate su meccanismi analoghi. Levi non adopera mai la parola “genocidio”, neanche riguardo allo sterminio degli ebrei, ma quando deve descrivere “i diligenti esecutori di ordini disumani” ci tiene a precisare che “non erano aguzzini nati, non erano (salvo poche eccezioni) dei mostri: erano uomini qualunque”…”fatti della nostra stessa stoffa”… “non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male”.
Educati male. Nell’appendice a Se questo è un uomo pubblicata nel 1976 paragona i nazisti ai “militari francesi di vent’anni dopo, massacratori in Algeria” e ai “militari americani di trent’anni dopo, massacratori in Vietnam”. Altrove elenca gli “imitatori” dei nazisti “in Unione Sovietica, in Cile, in Argentina, in Cambogia, in Sud-Africa”. E potrei continuare. Ignoriamo, certo, se avrebbe inserito in un simile elenco Israele con cui manteneva un rapporto “affettuoso e polemico” fondato su “un nostro appoggio sempre condizionato”.
Di certo, Primo Levi non ha fatto che scriverlo e ripeterlo: “E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire. Può accadere, e dappertutto”. Se poi qualcuno pensasse che Levi escludesse a priori gli ebrei dal novero dei potenziali “educati male”, lui stesso replica: “Non è facile né gradevole scandagliare questo abisso di malvagità, eppure io penso che lo si debba fare, perché ciò che è stato possibile perpetrare ieri potrà essere nuovamente tentato domani, potrà coinvolgere noi stessi o i nostri figli”.

(Fonte: sito dell'autore)

domenica 26 gennaio 2025

Papa Francesco: “la Parola di Dio sempre ci stupisce e ci rinnova” omelia VI Domenica della Parola di Dio (Testo e Video)

“La Parola di Dio
sempre ci stupisce
e ci rinnova”
Papa Francesco


"Il male ha i giorni contati, guerra e morte non vinceranno sui popoli"
26.01.2025. Nella VI Domenica della Parola di Dio che conclude anche il Giubileo del Mondo della Comunicazione, Francesco sottolinea che il Vangelo è Parola viva e certa che non delude mai e che "Gesù ci libera da ogni catena interiore", aprendoci gli "occhi del cuore", spesso "abbagliati" dal fascino del potere e della vanità che "rendono invisibili i deboli e i sofferenti". Durante la celebrazione conferito il lettorato a 40 laici di diversi Paesi

Testo:

Il Vangelo che abbiamo ascoltato ci annuncia il compimento di una profezia traboccante di Spirito Santo. E chi la compie è Colui che viene «con la potenza dello Spirito» (Lc 4,14): è Gesù, il Salvatore.

La Parola di Dio è viva: attraverso i secoli cammina con noi, e per la potenza dello Spirito Santo opera nella storia. Il Signore, infatti, è sempre fedele alla sua promessa, che mantiene per amore degli uomini. Proprio così dice Gesù nella sinagoga di Nazaret: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21).

Sorelle e fratelli, che felice coincidenza! Nella Domenica della Parola di Dio, ancora agli inizi del Giubileo, viene proclamata questa pagina del Vangelo di Luca, nella quale Gesù si rivela come il Messia «consacrato con l’unzione» (v. 18) e mandato a «proclamare l’anno di grazia del Signore» (v. 19)! Gesù è la Parola Vivente, in cui tutte le Scritture trovano pieno compimento. E noi, nell’oggi della santa Liturgia, siamo suoi contemporanei: anche noi, pieni di stupore, apriamo il cuore e la mente ad ascoltarlo, perché «è Lui che parla quando nella Chiesa si leggono le sacre Scritture» (Conc. Vat. II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 7). Ho detto una parola: stupore. Quando noi sentiamo il Vangelo, le parole di Dio, non si tratta soltanto di ascoltarle, di capirle, no. Devono arrivare al cuore, e produrre quello che ho detto: “stupore”. La Parola di Dio sempre ci stupisce, sempre ci rinnova, entra nel cuore e ci rinnova sempre.

E in questo atteggiamento di fede gioiosa siamo invitati ad accogliere la profezia antica come uscita dal Cuore di Cristo, soffermandoci sulle cinque azioni che caratterizzano la missione del Messia: una missione unica e universale; unica, perché Lui, solo Lui, la può compiere; universale, perché vuole coinvolgere tutti.

Anzitutto, Egli viene «mandato a portare ai poveri il lieto annuncio» (v. 18). Ecco il “vangelo”, la buona notizia che Gesù proclama: il Regno di Dio è vicino! E quando Dio regna, l’uomo è salvato. Il Signore viene a visitare il suo popolo, prendendosi cura dell’umile e del misero. Questo Vangelo è parola di compassione, che ci chiama alla carità, a rimettere i debiti del prossimo e a un generoso impegno sociale. Non dimentichiamo che il Signore è vicino, misericordioso e compassionevole. Vicinanza, misericordia e compassione sono lo stile di Dio. Lui è così: misericordioso, vicino, compassionevole.

La seconda azione del Cristo è «proclamare ai prigionieri la liberazione» (v. 18). Fratelli, sorelle, il male ha i giorni contati, perché il futuro è di Dio. Con la forza dello Spirito, Gesù ci redime da ogni colpa e libera il nostro cuore, lo libera da ogni catena interiore, portando nel mondo il perdono del Padre. Questo Vangelo è parola di misericordia, che ci chiama a diventare testimoni appassionati di pace, di solidarietà, di riconciliazione.

La terza azione, con la quale Gesù compie la profezia, è donare «ai ciechi la vista» (v. 18). Il Messia ci apre gli occhi del cuore, spesso abbagliati dal fascino del potere e dalla vanità: malattie dell’anima, che impediscono di riconoscere la presenza di Dio e che rendono invisibili i deboli e i sofferenti. Questo Vangelo è parola di luce, che ci chiama alla verità, alla testimonianza della fede e alla coerenza della vita.

La quarta azione è «rimettere in libertà gli oppressi» (v. 18). Nessuna schiavitù resiste all’opera del Messia, che ci rende fratelli nel suo nome. Le carceri della persecuzione e della morte vengono spalancate dall’amorevole potenza di Dio; perché questo Vangelo è parola di libertà, che ci chiama alla conversione del cuore, all’onestà del pensiero e alla perseveranza nella prova.

Infine, la quinta azione: Gesù è inviato «a proclamare l’anno di grazia del Signore» (v. 19). Si tratta di un tempo nuovo, che non consuma la vita, ma la rigenera. È un Giubileo, come quello che abbiamo iniziato, preparandoci con speranza all’incontro definitivo col Redentore. Il Vangelo è parola di gioia, che ci chiama all’accoglienza, alla comunione e al cammino, da pellegrini, verso il Regno di Dio.

Attraverso queste cinque azioni, Gesù ha già compiuto la profezia di Isaia. Realizzando la nostra liberazione, ci annuncia che Dio si fa vicino alla nostra povertà, ci redime dal male, illumina i nostri occhi, spezza il giogo delle oppressioni e ci fa entrare nel giubilo di un tempo e di una storia in cui Egli si fa presente, per camminare con noi e condurci alla vita eterna. La salvezza che Egli ci dona non è ancora attuata pienamente, lo sappiamo; e tuttavia guerre, ingiustizie, dolore, morte non avranno l’ultima parola. Il Vangelo è infatti parola viva e certa, che mai delude. Il Vangelo non delude mai.

Fratelli e sorelle, nella domenica dedicata in modo speciale alla Parola di Dio, ringraziamo il Padre per aver rivolto a noi il suo Verbo, fatto uomo per la salvezza del mondo. Questo è l’evento del quale parlano tutte le Scritture, che hanno come veri autori gli uomini e lo Spirito Santo (cfr Conc. Vat. II, Cost. dogm. Dei Verbum, 11). Tutta la Bibbia fa memoria di Cristo e della sua opera e lo Spirito la attualizza nella nostra vita e nella storia. Quando noi leggiamo le Scritture, quando le preghiamo e le studiamo, non riceviamo solo informazioni su Dio, bensì accogliamo lo Spirito che ci ricorda tutto ciò che Gesù ha detto e ha fatto (cfr Gv 14,26). Così il nostro cuore, infiammato dalla fede, attende nella speranza l’avvento di Dio. Fratelli, sorelle, dobbiamo essere più abituati alla lettura delle Scritture. A me piace consigliare che tutti abbiano un piccolo Vangelo, un piccolo Nuovo Testamento tascabile, e lo portino nella borsa, lo portino sempre con sé, per prenderlo durante la giornata e leggerlo. Un brano, due brani… E così, durante la giornata, c’è questo contatto con il Signore. Un Vangelo piccolino è sufficiente.

Rispondiamo con ardore al lieto annuncio di Cristo! Il Signore, infatti, non ci ha parlato come a muti ascoltatori, ma come a testimoni, chiamandoci ad evangelizzare in ogni tempo in ogni luogo. Da tante parti del mondo sono venuti qui oggi quaranta fratelli e sorelle per ricevere il ministero del lettorato. Grazie! Siamo loro grati e preghiamo per loro. Preghiamo tutti per voi. Impegniamoci tutti a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, a mettere in libertà gli oppressi e a proclamare l’anno di grazia del Signore. Allora sì, sorelle e fratelli, trasformeremo il mondo secondo la volontà di Dio, che lo ha creato e redento per amore
Grazie!

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Domenica della Parola di Dio: un richiamo alla profezia e alla speranza di Rosanna Virgili

Domenica della Parola di Dio:
un richiamo alla profezia
e alla speranza
di Rosanna Virgili



La Domenica della Parola di Dio, istituita da Papa Francesco, è un richiamo profetico a gridare sui tetti le parole di pace, giustizia e fraternità ascoltate nel “segreto” delle chiese. Spesso, queste parole restano silenti, incapaci di risuonare nelle città, nei media e tra gli oppressi. La Parola, afferma il testo, non è proprietà della Chiesa, ma un dono da condividere, una responsabilità verso le vittime delle sopraffazioni e un balsamo sulle ferite del mondo. Nell’Anno Santo, questo giorno assume un significato ancor più profondo, richiamando il giubileo biblico come occasione di liberazione e riconciliazione. Il testo invita i cristiani alla parresìa, a proclamare con coraggio una speranza concreta, che abbracci anche chi soffre le ingiustizie. Le donne cristiane, prime messaggere della Resurrezione, sono chiamate a rispondere con la pace del Magnificat alle grida di guerra e arroganza. La Parola diventa così la forza per superare il silenzio e testimoniare la giustizia e la misericordia di Dio.

“Nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto (…) quello che ascoltate all’orecchio voi gridatelo sui tetti” dice Gesù (Mt 10,26-27). Per questo è inquietante il silenzio di molti cristiani praticanti dinanzi alle attuali atrocità. Quando Papa Francesco istituì la “Domenica della Parola di Dio” molti si domandavano che bisogno ci fosse di celebrare in una domenica particolare quella “Parola” che sempre risuona nella Messa. Ci rendiamo conto, invece, di quanto fosse profetica e fors’anche tardiva quella decisione, quell’attenzione, quella sottolineatura. Quanto i cristiani odono infatti nel “segreto” delle chiese, delle parrocchie o delle aule di Teologia sono parole di pace, di giustizia, di fraternità, oserei dire di vera civiltà che però non vengono gridate sui tetti e nemmeno sulle strade. Che non si sentono risuonare distintamente nelle città, e neppure più nelle spopolate campagne. Non appaiono nelle agenzie della stampa internazionale ed in rari casi riescono a raggiungere la desolazione degli oppressi e a consolare le lacrime dei poveri con le mani di eroici missionari.

Parole che restano incorporee, che patiscono la paura della resistenza, del disprezzo, della derisione.

L’abbiamo visto quando Papa Francesco implorava la pace con le parole di Gesù: “amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli (…) Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete?” (Mt 5,44.46). Allora i maitre a penser del giornalismo occidentale opponevano sorrisetti di scherno. Anche tra i cristiani qualcuno prendeva per buonismo, ingenuità, le parole del Papa ignorando che fossero, invece, la Parola del Vangelo. Dimostrazione che nell’involucro della liturgia domenicale quella Parola, sentita mille volte, fosse passata vuota, come una strana cantilena di cui gli orecchi adusi non ne hanno recepito la sostanza, la potenza, la provocazione. Il segno di contraddizione! Prigioniera di una fruizione intimistica, individualistica, moralistica, spiritualistica, astratta, la Parola proclamata sull’altare fa uscire muti i cristiani dalle chiese invece di rendergli impossibile di restare in silenzio! Invece di colmargli il cuore dell’empito profetico che dice: “Per amore di Sion non tacerò, per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo, finché non sorga come aurora la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada” (Is 62,1). Per amore di tutte le città del mondo, da Gerusalemme a Gaza, da Roma a Mosca, non tacerò! La Parola è un debito che la Chiesa ha con l’umanità. Un debito di speranza perché il mondo possa davvero crederci quando diciamo: “spero nella tua Parola” (Sal 119,74).

La Parola non è proprietà della Chiesa ma un dono condiviso che essa è chiamata a condividere, una risposta di Dio alle ferite umane, un balsamo vitale sulle spaccature mortali, una responsabilità verso le vittime di tutte le sopraffazioni. E in quest’anno Santo la domenica della Parola è ancora più importante per svegliare i cattolici con lo jobel della liberazione, della riconciliazione, della restituzione della terra. “Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nella terra per tutti i suoi abitanti.

Sarà per voi un giubileo”; dinanzi agli indebiti espropri coloniali: “In quest’anno del giubileo ciascuno tornerà nella sua proprietà”; dinanzi alle rapine finanziarie: “Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è inadempiente verso di te (…) temi il tuo Dio e fa’ vivere il tuo fratello presso di te. Non gli presterai il denaro a interesse, né gli darai il vitto a usura”; e tutto ciò “perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti” dice il Signore! (Lv 25,10.13. 35-37.23). Un giubileo, un “anno di grazia” che Gesù non si limita più ad annunciare ma che inizia a realizzare: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura” (Lc 4,19.21). Dall’ascolto della Parola verrà la parresìa dei cristiani che – all’inizio – non temevano di pagare un prezzo sociale, economico, umano a causa dell’autenticità della loro fede. Paolo non temette di liberare “una schiava che aveva uno spirito di divinazione (…) facendo l’indovina, procurava molto guadagno ai suoi padroni” (At 16,16) e di finire, pertanto, in prigione. E le donne credenti, in special modo, non potranno tacere perché proprio esse son state le messaggere della Resurrezione. E oggi dinanzi a donne diverse che urlano dai luoghi alti dei nostri Paesi all’arroganza e alla guerra, le donne cristiane oppongano la pace del Magnificat grido di giubilo, tripudio dei poveri, canto di comune riscatto, di dignità, di bellezza e di misericordia.

(Fonte: AgenziaSIR -  26 gennaio 2025)

CELEBRAZIONE DEI SECONDI VESPRI LVIII SETTIMANA DI PREGHIERA PER L'UNITÀ DEI CRISTIANI - Papa Francesco: “Ci crediamo nella comunione tra di noi? Crediamo che la speranza non delude?” omelia 25/01/2025 (commento, testo integrale, foto e video)

SOLENNITÀ DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO

CELEBRAZIONE DEI SECONDI VESPRI
LVIII SETTIMANA DI PREGHIERA PER L'UNITÀ DEI CRISTIANI

Basilica di San Paolo fuori le Mura
Sabato, 25 gennaio 2025

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Il Papa: la Chiesa cattolica disposta ad accettare ogni data comune della Pasqua

Francesco celebra i Secondi Vespri della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani nella Basilica di San Paolo e, ricordando la coincidenza, quest'anno, della celebrazione pasquale nello stesso giorno nei calendari giuliano e gregoriano e il 1.700 anniversario del primo Concilio ecumenico di Nicea, torna a ribadire l'appello per un "passo decisivo" per l'unità: la stessa data per la Pasqua

Il Papa durante i Secondi Vespri per la conclusione della Settimana di preghiera dell'Unità dei Cristiani

Il Giubileo della Speranza e i 1.700 anni del primo grande Concilio ecumenico, il Concilio di Nicea, quello in cui i Padri approvarono il Credo recitato ogni domenica da molti cristiani. Poi la Pasqua che cade lo stesso giorno nel calendario gregoriano e giuliano. È un anno speciale, il 2025, per le confessioni cristiane che oggi, 25 gennaio, celebrano la Settimana di preghiera dedicata all’unità. Un’unità che Francesco, durante i tradizionali secondi Vespri nella Basilica di San Paolo, auspica che non vada perduta, ma che anzi si rafforzi e giunga a un “passo decisivo”: la scelta di una data comune per la Pasqua.

La Chiesa cattolica è disposta ad accettare la data che tutti vogliono fare: una data dell’unità

In Basilica rappresentanti di diverse Chiese cristiane

Il Papa giunge nella Basilica intitolata all’Apostolo, di cui la Chiesa oggi fa memoria della conversione, poco prima delle 17.30. Tra le prime file ci sono cardinali e i rappresentanti delle altre Chiese cristiane: il metropolita Policarpo, in rappresentanza del Patriarcato Ecumenico, e l’arcivescovo Ian Ernest, in rappresentanza della Comunione Anglicana, che conclude proprio oggi il suo servizio. Poi gli studenti sostenuti dal Comitato Cattolico per la Collaborazione Culturale con Chiese Ortodosse e Chiese Ortodosse Orientali, i partecipanti alla visita di studio dell’Istituto Ecumenico Bossey, e molti altri gruppi ecumenici e pellegrini giunti appositamente a Roma per la celebrazione. In totale sono circa duemila.

È importante pregare insieme, e la vostra presenza qui questa sera è fonte di gioia”

I rappresentanti delle Chiese cristiane ai Vespri a San Paolo fuori le Mura

La speranza anche nei momenti di desolazione

La liturgia è come ogni anno solenne, animata dai canti del Coro della Cappella Sistina, da letture e preghiere in italiano, in inglese, rumeno, armeno e in lingua malayalam. Il tema di quest’anno è “Credi tu questo?”, tratto dal Vangelo di Giovanni (Gv 11, 26) e scelto dalla Comunità di Bose. L’omelia del Papa trae le mosse dal Vangelo della resurrezione di Lazzaro; un messaggio di speranza, un invito a credere che “anche nei momenti di profonda desolazione, non siamo soli e possiamo continuare a sperare”.

Gesù dona vita, anche quando sembra che ogni speranza sia svanita. Dopo una perdita dolorosa, una malattia, una delusione amara, un tradimento subito o altre esperienze difficili, la speranza può vacillare; ma se ciascuno di noi può vivere momenti di disperazione o incontrare persone che hanno perso la speranza, il Vangelo ci dice che con Gesù la speranza rinasce sempre…

Il cammino del dialogo

“Dalle ceneri della morte” Cristo sempre ci rialza, sempre “ci dona la forza di riprendere il cammino, di ricominciare”, afferma il Papa, anche se “a volte siamo sopraffatti dalla fatica, siamo scoraggiati per i risultati del nostro impegno” e sembra che anche dialogo e collaborazione “siano senza speranza, quasi destinati alla morte”. L’immagine del cammino è quella che il Pontefice indica per il dialogo ecumenico. Un cammino rafforzato quest’anno da circostanze e coincidenze. La prima è l’anniversario, “di grande significato per tutti i cristiani”, del 1700° anniversario del Concilio di Nicea, evento che Papa Francesco ha sempre dichiarato pubblicamente di voler celebrare nei prossimi mesi con un viaggio in Turchia a fianco al “caro fratello” Bartolomeo, patriarca ecumenico di Costantinopoli.

Papa Francesco durante i secondi Vespri per la Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani

L'anniversario di Nicea, opportunità per i cristiani

Il Concilio di Nicea “si impegnò a preservare l’unità della Chiesa in un momento molto difficile”, rammenta il Papa. Il frutto fu il Credo recitato ancora oggi ogni domenica durante l’Eucaristia. “Si tratta di una professione di fede comune, che va oltre a tutte le divisioni che nel corso dei secoli hanno ferito il Corpo di Cristo”, rimarca Jorge Mario Bergoglio.

L’anniversario del Concilio di Nicea rappresenta dunque un anno di grazia, un’opportunità per tutti i cristiani che recitano lo stesso Credo e credono nello stesso Dio: riscopriamo le radici comuni della fede, custodiamo l’unità!

Le parole del metropolita Zizioulas

Il Papa, come già tante altre volte in passato, cita il teologo ortodosso Ioannis Zizioulas, metropolita maggiore di Pergamo scomparso nel 2023, "pioniere dell’ecumenismo" che diceva: “Io so la data dell’unione, io so. Il giorno dopo del giudizio finale! Nel frattempo dobbiamo camminare insieme, pregare insieme e lavorare insieme".

L'unità è un dono, ma anche una sfida, incalza il Papa. “L’anniversario, infatti, non deve essere celebrato solo come memoria storica”, ma anche come “impegno a testimoniare la crescente comunione tra di noi”. “Dobbiamo fare in modo di non lasciarcela sfuggire, di costruire legami solidi, di coltivare l’amicizia reciproca, di essere tessitori di comunione e di fraternità”, incoraggia.

I Secondi Vespri per la conclusione della Settimana di Preghiera per l'Unità dei cristiani
 
Data comune per la Pasqua

Suo augurio è che questo anniversario di Nicea sia “un richiamo a perseverare nel cammino verso l’unità”. “Provvidenzialmente”, poi, la domenica del 20 aprile 2025 sia cattolici che ortodossi celebreranno la Pasqua nello stesso giorno. Una data comune, dopo 11 anni, nel calendario gregoriano (Occidente) e in quello giuliano (Oriente), come se la Chiesa fosse ancora indivisa.

Un’occasione unica, in vista della quale Papa Francesco rinnova l’appello “affinché questa coincidenza serva da richiamo a tutti i cristiani a compiere un passo decisivo verso l’unità, intorno a una data comune per la Pasqua”. “Questo è il tempo di confermare la nostra professione di fede nell’unico Dio e di trovare in Cristo Gesù la via dell’unità”, conclude il Vescovo di Roma.

Nell'attesa che il Signore “torni nella gloria per giudicare i vivi e i morti, non stanchiamoci mai di testimoniare, davanti a tutti i popoli, l’unigenito Figlio di Dio, fonte di ogni nostra speranza

Il saluto del cardinale Koch

Prima della benedizione finale, prende la parola il cardinale Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Anche lui richiama l’anniversario del Concilio di Nicea, segno che “possiamo ritrovare l’unità tra noi cristiani e tra noi Chiese solo nella fede comune”. “Possiamo dunque sperare – afferma Koch - che tutti i cristiani e tutte le Chiese cristiane celebrino l’anniversario del Concilio nella comunione ecumenica e rinnovino con profonda convinzione la confessione cristologica”.

Il saluto del cardinale Koch, prefetto del Dicastero per la Promozione dell'Unità dei Cristiani

(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 25/01/2025)

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OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO



Gesù arriva nella casa delle sue amiche, Marta e Maria, quando il loro fratello Lazzaro è già morto da quattro giorni. Ogni speranza sembra ormai perduta, al punto che le prime parole di Marta esprimono il suo dolore insieme al rammarico perché Gesù è arrivato tardi: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto» (Gv 11,21). E allo stesso tempo, però, l’arrivo di Gesù accende nel cuore di Marta la luce della speranza e la conduce a una professione di fede: «Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà» (v. 22). È quell’atteggiamento di lasciare sempre la porta aperta, mai chiusa! E Gesù, infatti, le annuncia la risurrezione dalla morte non soltanto come un evento che si verificherà alla fine dei tempi, ma come qualcosa che accade già nel presente, perché Lui stesso è risurrezione e vita. E poi le rivolge una domanda: «Credi questo?» (v. 26). Quella domanda è anche per noi, per te, per me: “Credi questo?”.

Soffermiamoci anche su questo interrogativo: «Credi questo?» (v. 26). È una domanda breve ma impegnativa.

Questo tenero incontro tra Gesù e Marta, che abbiamo ascoltato nel Vangelo, ci insegna che, anche nei momenti di desolazione, non siamo soli e possiamo continuare a sperare. Gesù dona vita, anche quando sembra che ogni speranza sia svanita. Dopo una perdita dolorosa, una malattia, una delusione amara, un tradimento subito o altre esperienze difficili, la speranza può vacillare; ma se ciascuno di noi può vivere momenti di disperazione o incontrare persone che hanno perso la speranza, il Vangelo ci dice che con Gesù la speranza rinasce sempre, perché dalle ceneri della morte Egli sempre ci rialza. Gesù ci rialza sempre, ci dona la forza di riprendere il cammino, di ricominciare.

Cari fratelli e sorelle, non dimentichiamo mai: la speranza non delude! La speranza non delude mai! La speranza è quella corda alla quale noi siamo aggrappati con l’ancora sulla spiaggia. E questo non delude mai! Questo è importante anche per la vita delle Comunità cristiane, delle nostre Chiese e delle nostre relazioni ecumeniche. A volte siamo sopraffatti dalla fatica, siamo scoraggiati per i risultati del nostro impegno, ci sembra che anche il dialogo e la collaborazione tra di noi siano senza speranza, quasi destinati alla morte e, tutto ciò, ci fa sperimentare la stessa angoscia di Marta; ma il Signore viene. Crediamo noi questo? Crediamo che Lui è risurrezione e vita? Che raccoglie le nostre fatiche e sempre ci dona la grazia di riprendere insieme il cammino? Crediamo questo?

Questo messaggio di speranza è al centro del Giubileo che abbiamo iniziato. L’Apostolo Paolo, di cui oggi ricordiamo la conversione a Cristo, dichiarava ai cristiani di Roma: «La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5). Tutti – tutti! – abbiamo ricevuto lo stesso Spirito, e questo è il fondamento del nostro cammino ecumenico. C’è lo Spirito che ci guida in questo cammino. Non sono cose pratiche per capirci meglio. No, c’è lo Spirito, e noi dobbiamo andare sotto la guida di questo Spirito.

E questo Anno giubilare della speranza, celebrato dalla Chiesa cattolica, coincide con un anniversario di grande significato per tutti i cristiani: il 1700° anniversario del primo grande Concilio ecumenico, il Concilio di Nicea. Questo Concilio si impegnò a preservare l’unità della Chiesa in un momento molto difficile, e i Padri conciliari approvarono all’unanimità il Credo che molti cristiani recitano ancora oggi ogni domenica durante l’Eucaristia. Questo Credo è una professione di fede comune, che va oltre a tutte le divisioni che nel corso dei secoli hanno ferito il Corpo di Cristo. L’anniversario del Concilio di Nicea rappresenta dunque un anno di grazia; rappresenta anche una opportunità per tutti i cristiani che recitano lo stesso Credo e credono nello stesso Dio: riscopriamo le radici comuni della fede, custodiamo l’unità! Sempre avanti! Quell’unità che tutti noi vogliamo trovare, che accada. Non vi viene in mente quello che diceva un grande teologo ortodosso, Ioannis Zizioulas: “Io so quando sarà la data dell’unità piena: il giorno dopo il giudizio finale”? Ma nel frattempo dobbiamo camminare insieme, lavorare insieme, pregare insieme, amarci insieme. E questo è molto bello!

Cari fratelli e sorelle, questa fede che condividiamo è un dono prezioso, ma è anche una sfida. L’anniversario, infatti, non deve essere celebrato solo come “memoria storica”, ma anche come impegno a testimoniare la crescente comunione tra di noi. Dobbiamo fare in modo di non lasciarcela sfuggire, di costruire legami solidi, di coltivare l’amicizia reciproca, di essere tessitori di comunione e di fraternità.

In questa Settimana di preghiera per l’Unità dei Cristiani possiamo vivere l’anniversario del Concilio di Nicea anche come un richiamo a perseverare nel cammino verso l’unità. Provvidenzialmente, quest’anno, la Pasqua sarà celebrata nello stesso giorno nei calendari gregoriano e giuliano, proprio durante questo anniversario ecumenico. Rinnovo il mio appello affinché questa coincidenza serva da richiamo a tutti i cristiani a compiere un passo decisivo verso l’unità, intorno a una data comune, una data per la Pasqua (cfr Bolla Spes non confundit, 17); e la Chiesa Cattolica è disposta ad accettare la data che tutti vogliono fare: una data dell’unità.

Sono grato al Metropolita Policarpo, in rappresentanza del Patriarcato Ecumenico, all’Arcivescovo Ian Ernest, in rappresentanza della Comunione Anglicana e che conclude il suo prezioso servizio per cui gli sono molto grato – gli auguro il meglio per quando torna alla sua terra – e ai rappresentanti di altre Chiese che partecipano a questo sacrificio di lode serale. È importante pregare insieme, e la vostra presenza qui questa sera è fonte di gioia per tutti. Saluto anche gli studenti sostenuti dal Comitato per la Collaborazione Culturale con le Chiese Ortodosse e Ortodosse Orientali presso il Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, i partecipanti alla visita di studio dell’Istituto Ecumenico Bossey del Consiglio Ecumenico delle Chiese, e i molti altri gruppi ecumenici e pellegrini che sono giunti a Roma per questa celebrazione. Ringrazio il coro, che ci dà un ambiente di preghiera tanto bello. Che ognuno di noi, come San Paolo, possa trovare la propria speranza nel Figlio di Dio incarnato e offrirla agli altri, ovunque la speranza sia svanita, le vite siano state spezzate o i cuori siano stati sopraffatti dalle avversità (cfr Omelia nella Messa della notte di Natale, 24 dicembre 2024).

In Gesù la speranza è sempre possibile. Egli sostiene anche la speranza del nostro cammino comune verso di Lui. E ritorna ancora la domanda fatta a Marta e stasera rivolta a noi: “Tu credi questo?”. Ci crediamo nella comunione tra di noi? Crediamo che la speranza non delude?

Care sorelle, cari fratelli, questo è il tempo di confermare la nostra professione di fede nell’unico Dio e trovare in Cristo Gesù la via dell’unità. Nell'attesa che il Signore “torni nella gloria per giudicare i vivi e i morti” (cfr Credo niceno), non stanchiamoci mai di testimoniare, davanti a tutti i popoli, l’unigenito Figlio di Dio, fonte di ogni nostra speranza.

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Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO o della Parola di Dio - ANNO C

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 
o della Parola di Dio - ANNO C
26 gennaio 2025


Per chi presiede

Fratelli e sorelle, Gesù si è presentato nella sinagoga di Nazareth come il Figlio in ascolto della Parola, che racchiude in sé la volontà del Padre. È lui il maestro dell’ascolto ed è lui il compimento della Parola. Con gratitudine innalziamo a Dio nostro Padre le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/   Donaci il tuo Santo Spirito, o Padre 

  

Lettore


- La tua Parola, o Padre, sia sempre al centro della vita di ogni comunità cristiana. Fa’ che tutta la Chiesa possa crescere nella sapienza dell’ascolto e nel saperla tradurre in vita concreta, fatta di relazioni fraterne. Dona ad ogni battezzato, uomo e donna, un vivo desiderio di accostarsi personalmente al libro della Bibbia. Preghiamo.

- Tu, o Padre, che hai inviato il tuo Figlio come Messia per annunziare ai poveri la bella notizia del Vangelo, per liberare gli oppressi, per dare dignità ad ogni creatura umana, apri gli occhi dei credenti delle varie confessioni cristiane, perché, al di là delle diverse modalità di vivere la fede, ritrovino un comune senso di umanità e viscere di misericordia per la sofferenza di tanti fratelli e sorelle in umanità. Preghiamo.

- Fino a quando, o Padre, avremo governanti in preda al delirio di onnipotenza? Fino a quando la guerra dominerà sovrana sulla terra? Spezza, o Padre, queste tragiche correnti nazionalistiche, questa inarrestabile corsa al riarmo. Dona a noi e a tutta l’umanità di oggi la forza di sognare un mondo meno cinico, meno individualista e aggressivo, ma più solidale e capace di risolvere i vari conflitti in modo nonviolento. Preghiamo.

- Ti affidiamo, o Padre, tutti i nostri fratelli e le nostre sorelle provate dalla malattia o dalla solitudine. Sii vicino a tutti gli anziani, che vedono diminuire le proprie forze e che spesso non sanno come affrontare l’ultimo tratto della loro vita. Il tuo sguardo di predilezione sia su bambine e bambini, spesso oggetto di violenza o di abuso sessuale. Preghiamo.

- Davanti a te, o Padre, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche tutte le vittime della droga, dell’alcool e della prostituzione. Dona a tutti la tua pace. Preghiamo.


Per chi presiede

Accogli, o Dio nostro Padre, la preghiera di questa comunità riunita nel tuo Nome. Rendi sempre più docile e perseverante il nostro ascolto della tua Parola, affinché con efficacia orienti le scelte e le azioni della nostra vita. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore. AMEN.