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domenica 27 dicembre 2015

Beata la famiglia...



Beata la famiglia...




Beata la famiglia il cui Dio è il Signore,
e che cammina alla Sua presenza.

Beata la famiglia fondata sull'amore
e che dall'amore fa scaturire atteggiamenti,
parole, gesti e decisioni.

Beata la famiglia aperta alla vita
che accoglie i figli come un dono,
che valorizza la presenza degli anziani,
ed è sensibile ai poveri e ai sofferenti.

Beata la famiglia che prega insieme 
per lodare il Signore,
per affidargli preoccupazioni e speranze.

Beata la famiglia che vive i propri legami nella libertà,
lasciando a tutti autonomia di crescita.

Beata la famiglia che trova il tempo
per dialogare, svagarsi e fare festa insieme.

Beata la famiglia che non è schiava della televisione
e sa scegliere programmi costruttivi.

Beata la famiglia in cui i contrasti non sono un dramma,
ma palestra per crescere nel rispetto,
nella benevolenza 
e nel perdono vicendevole.

Beata la famiglia dove regna la pace
al suo interno e con tutti:
in lei mette radice la pace del mondo.

Beata la famiglia che vive in sintonia con l'universo
e si impegna per la costruzione 
di un mondo più umano.

Beata la famiglia in cui vivere è gioia,
allontanarsi è nostalgia, tornare è festa.




"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 5/2015-2016 (C) di Santino Coppolino

'Un cuore che ascolta - lev shomea'
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)


Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino



Vangelo: 

Lc 2,41-52






Come le fasce e la mangiatoia (2,6-7) fanno riferimento alla sindone e al sepolcro (24,53), così il pellegrinaggio della Santa Famiglia a Gerusalemme fa riferimento all'ultima salita che Gesù compirà 
nella Città Santa dove consegnerà la sua vita. La pagina del Vangelo anticipa la sua "Aliyà di Pasqua", la salita pasquale, indicando così il disegno totale del suo futuro, rivelandoci la pazzia del suo amore per l'uomo, amore che lo condurrà all'estremo sacrificio che ci dona la salvezza. I tre giorni in cui Gesù si smarrisce e viene ritrovato nel tempio, sono il preludio dei tre giorni trascorsi nel sepolcro e della sua resurrezione. Il figlio smarrito, ritrovato dopo tre giorni nel Santuario - luogo dove risplende la Gloria di Dio - che interroga i sapienti del tempio è "l'icona del Crocifisso Risorto che interroga ed ammaestra i discepoli aprendo loro l'intelligenza della scritture (cfr24,44)" (S. Fausti). 
Dopo il suo ritrovamento tornerà a Nazareth, il luogo della vita di tutti i giorni rimanendovi per trenta anni - una vita - figura di ogni vita nella sua quotidianità, nel più assoluto nascondimento. E' il mistero di un'esistenza vissuta nella normalità di tutti i giorni, il mistero della assunzione totale da parte di Dio della nostra quotidianità in ogni nostra situazione concreta. Per questo, a ragione, San Paolo può scrivere ai cristiani di Filippi che Gesù "non ritenne un privilegio l'essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo la condizione di servo divenendo simile agli uomini"(Fil 2,6-7).


sabato 26 dicembre 2015

Omelia p. Gregorio Battaglia (VIDEO) - Natale del Signore - Messa del giorno - 25.12.2015


Omelia p. Gregorio Battaglia


- Natale del Signore - Messa del giorno
25.12.2015


Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto

... Il Natale del Signore non è solo un fatto capitato 2000 anni fa... la memoria di quella venuta ci aiuta a comprendere come il Signore non smette di venire, non smette di essere presente in mezzo a noi, anzi di volere camminare con noi, perché il suo nome è Emmanuele, Dio con noi, vuole fare storia con noi, con questa umanità... che è sorda, che tende a chiudersi... mai come oggi la guerra è diventata a portata di mano, è diventata quasi un modo di fare politica... e questa umanità che si chiude, che si avvolge di tenebre e lo sguardo di tutti quei bambini che muoiono nel Mediterraneo... ci dice davvero quanto è tenebrosa la nostra storia, eppure oggi noi celebriamo quest'annuncio: il Signore è con noi, il Signore non smette di essere coinvolto con noi... quella Parola eterna per cui sono stati fatti i cieli si è fatta carne, ha preso dimora con noi, anzi vuole prendere dimora in ognuno di noi, perché questo è il suo desiderio, poter trovare accoglienza in ognuno di noi, perché noi possiamo diventare il suo tempio, la sua tenda e così con Lui poter fare una storia nuova, una storia diversa... ma vuole entrare nella nostra storia in punta di piedi... rispettosissimo della libertà di ognuno di noi...

Guarda il video


BAMBIN-GESÙ CHE DIVENTANO MINICROCIFISSI di Giuliana Martirani

BAMBIN-GESÙ CHE DIVENTANO MINICROCIFISSI
di Giuliana Martirani

Chissà che Aylan annegato sulla spiaggia di Bodrum, o Zeid, preso a calci da una giornalista folle o la piccola baby-profuga siriana che, sull'autostrada Istanbul-Edirne, gattona dinanzi ai militari in tenuta da guerra con scudi antisommossa e che invece invita all’umano e al sorriso anche il soldato.


Chissà che questi bambini teneri e dolci, icona delle tanti morti nel Mediterraneo e sui confini europei, non ci facciano ripensare di nuovo al fatto che siamo INVECCHIATI, dentro più ancora che fuori, come persone, popoli, gruppi, comunità.
E ci facciano riflettere su tutte le nostre innocenze perdute:
Con NOI STESSI a causa del nostro orgoglio e di essere chissà chi
Con IL PROSSIMO a causa del complesso di superiorità
Con LA NATURA per quello di sottomissione
Con I POPOLI DEL MONDO per il nostro complesso di dominio.
E chissà che non ci facciano di nuovo venir la voglia di RINASCERE come persone, e di rinascere anche come città, così ingiuriosamente sommerse non solo dai RIFIUTI ma anche dai RIFIUTATI: senza fissa dimora, rom, stranieri, clandestini.... scarti e rifiutati!

...

Chinandosi su Aylan annegato sulla spiaggia di Bodrum. O su Zeid, per rimetterlo in piedi dopo essere stato preso a calci dalla giornalista folle.
O chinandosi sulla piccola baby-profuga siriana che gattona e dopo aver invitato ad essere umano e al sorriso il soldato, lo vede semmai abbandonare scudo e armi per prenderla in braccio, schioccarle un bacio e portarsela a casa con tutta la sua famiglia, in uno slancio di UMANITÀ RITROVATA.

venerdì 25 dicembre 2015

I personaggi del presepe e le nostre storie/4: "Il fuoco dello zio (un dono per Dio)" di Alessandro D'Avenia

I personaggi del presepe e le nostre storie/4
Il fuoco dello zio (un dono per Dio)
di Alessandro D'Avenia

Tra i personaggi del presepe della tradizione siciliana che ho raccontato in queste settimane, quello che mi affascina di più in questa notte di veglia è "Zu Innaru", zio Gennaio o Gennaietto. Si tratta di un vecchio pastore, che riscalda il suo corpo infreddolito al fuoco, che poi offre anche a Maria e Giuseppe, perché possano riscaldare il Bambino. Per quanta simpatia mi abbiano sempre ispirato bue e asino, non mi ha mai convinto la versione idilliaca che fosse il loro fiato a riscaldare il Bambino: più che un conforto sarebbe stato un supplizio, che Maria non avrebbe permesso. Era necessario il fuoco e questo fuoco, nell’immaginazione di chi fa il Gioco del Mondo che è il Presepe, è procurato da un "inutile" (credo che lui così si sentisse) vecchio che porta il nome del primo mese dell’anno, il primo mese del primo anno dell’era cristiana. 

Lo Zio Gennaio è un pastore provato da fatica, anni e freddo. I pastori sono disprezzati nel mondo ebraico, a causa del loro lavoro che li tiene lontani dai riti della legge. Gli è rimasto solo il fuoco in questa notte di stelle a riscaldargli un po’ il cuore e le membra, chissà dove sono sua moglie e i suoi figli, chissà se si ricordano ancora di lui. Sogna a tratti di palazzi confortevoli e giacigli morbidi, di sorrisi e di abbracci, ma quando si sveglia e vede il suo gregge sente tutta la fatica della sua vita ripetitiva e votata solo a finire, e cerca di riaddormentarsi in fretta, dopo aver attizzato il fuoco, per lenire almeno il gelo del corpo se non quello del cuore.

Ma all’improvviso una coppia in cerca di riparo con una giovane ragazza incinta scuote il suo torpore, e offre a un ragazzo forte e stanco, di nome Giuseppe, il suo fuoco per riscaldare l’ambiente inospitale di uno di quei ripari per animali scavati nella roccia, che lui conosce bene.

Il fuoco è ciò che, nel mito, Prometeo aveva strappato agli dei, ribellatosi a Zeus, che, deluso dalla razza umana, aveva deciso di sterminarla e sostituirla. Prometeo invece lo dona agli uomini insieme a tutte le arti, proprio perché possano affrancarsi dal controllo degli dei. Per questo Zeus lo condanna al terribile supplizio: incatena Prometeo a una rupe e il suo fegato, nel mondo antico organo deputato a raccogliere il sangue e quindi la vita stessa, viene divorato dall’aquila del padre degli dei, per ricrescere il giorno dopo ed essere nuovamente distrutto, provocando una continua morte in vita.

Gli dei non sopportano che agli uomini vengano concessi i privilegi esclusivi del mondo divino, né che gli uomini siano liberi. Al contrario, nel Presepe non ci sono divinità invidiose, ma c’è un Bambino che è il Salvatore. Almeno così affermano gli angeli ai pastori, che chiedono un segno. Lo potranno riconoscere così: è in una mangiatoia. Il segno perché Dio si faccia riconoscere è di fatto un "non segno": la vita quotidianissima di una giovane famiglia in stato d’emergenza, un Bambino deposto in fasce in un presepe. Il segno di Dio è l’ordinario, un segno tenue come la brezza in cui Elia riconobbe la presenza del Signore, che non era in nulla di eclatante.

Con questo segno silenzioso e invisibile, una famiglia qualsiasi in un luogo qualsiasi, è abbattuta la separazione tra sacro e profano, il profano anzi diventa il luogo del sacro e del mistero, purché si abbiano occhi per vedere. L’ordinario è divenuto straordinario, Dio si è fatto uomo, adesso l’uomo può farsi Dio. Dio si è fatto Bambino e in una sola notte i Bambini diventano la vetta della dignità umana, quando nella lingua della grande cultura occidentale, il greco, la lingua dei Vangeli, i bambini sono indicati solo con l’articolo che si usa per le cose.

A differenza degli dei antichi, che ci tenevano alla loro separazione, questo Bambino-Dio non ha neanche il privilegio del fuoco, viene al freddo di una notte di stelle, in un riparo improvvisato, perché nella locanda non c’è posto. Dio non solo non tiene il fuoco per sé, ma non lo ha e lo deve mendicare all’uomo, dall’ultimo degli uomini: la situazione è ribaltata. Per questo lo zio Gennaio è il mio eroe, perché non è un titano che inveisce contro il cielo, ma un povero pastore infreddolito e disperato, che presta il suo fuoco perché non ha altro. Non sa che sta prestando il suo fuoco a Dio, ma Dio lo sa.

La scena ricorda le parole di uno dei personaggi di "Vita e Destino" di Vassilij Grossman, Ikonnikov, che riferendosi alla disfatta di nazismo e comunismo, distingue il Bene con la maiuscola che le ideologie degli uomini vogliono imporre con i loro mezzi e si trasforma in sangue, soprattutto di vecchi e bambini, dal bene piccolo e quotidiano: «E dunque oltre al bene grande e minaccioso esiste la bontà di tutti i giorni. La bontà della vecchia che porta un pezzo di pane a un prigioniero, la bontà del soldato che fa bere dalla sua borraccia un nemico ferito, la bontà della gioventù che ha pietà della vecchiaia, la bontà del contadino che nasconde un vecchio ebreo nel fienile. La bontà delle guardie che, a rischio della propria libertà, fanno avere a mogli e madri le lettere dei prigionieri. È la bontà dell’uomo per l’altro uomo, una bontà senza testimoni, piccola, senza grandi teorie. La bontà illogica, potremmo chiamarla».

Credo sia questa la rivoluzione silenziosa cominciata in questa notte, quella della «bontà illogica», che porta ad amare persino il nemico e a pregare per il persecutore. Lo zio Gennaio è il primo uomo a ricevere la grazia divina di poter donare (restituire) quel poco che ha a Dio stesso. Egli non lo sa, ma quel gesto senza testimoni fatto ad un "piccolo", lo ha fatto, lui pastore reietto ed escluso da Dio e dagli uomini, al Dio onnipotente, creatore e signore del cielo e della terra.

Lo zio Gennaio si sente finalmente utile: qualcuno ha bisogno di lui. Dio ha bisogno di lui, con il suo fuoco e con le sue arti, tanto disprezzate da tutti. Al contrario di Prometeo non deve strapparle agli dei invidiosi ma, può donarle al Dio che glieli chiede in elemosina per fare la redenzione, che è rendere evidente agli uomini la verità. Il fuoco che il Bambino ci chiede è quello dei nostri talenti, del nostro lavoro, di ciò che ci riesce bene, di ciò che ci appassiona e ci permette di fiorire e far fiorire gli altri servendoli con quei doni, fino a poter dire che questa vita, nonostante tutto, è bella e vale la pena esserci anziché no. Questo pensa zio Gennaio in quella grotta.

Questo è il mistero della notte di Natale: Dio ha bisogno di te e me. Fosse anche solo per il nostro piccolo fuoco e la nostra grande stanchezza.
(fonte testo: Avvenire - immagini a cura dello staff di Quelli della Via)


Vedi anche:

Gli auguri scomodi di Don Tonino Bello dopo 20 anni sono ancora attuali... Gesù bambino non nasce in una banca!!!


Un paio d’anni fa a Viareggio il giorno di Natale portai mio figlio a vedere il presepe sito sull’incantevole lungomare. Giunto alla capanna rimasi senza fiato. Al fianco del bambinello era posto un cartello su cui – a caratteri cubitali – c’era scritto: “Sinceri auguri di buone feste dalla tua banca”. In altre parole il potere bancario sponsorizzava la nascita di Gesù. Già ipotizzare che un presepe potesse avere uno sponsor lo trovai disgustoso, che fosse una banca mi sembrò un atto blasfemo.

Quell’immagine ben fotografa i nostri tempi: il dominio della finanza e la sua colonizzazione di ogni settore sociale, dalla politica al sacro. L’egemonia della finanza anche nel nostro Paese è sempre più evidente: si lasciano morire di disperazione i truffati ma si salvano sempre i truffatori.

Gesù fu giustiziato dal potere del suo tempo con l’accusa di essere unsobillatore politico ma il suo messaggio cardine, che è quello dirovesciare i potenti dai troni e innalzare gli umili, è stato sempre più disinnescato. Più di 20 anni fa don Tonino Bello, come augurio Natale, scrisse una lettera che ancora oggi è una frustata di consapevolezza. Una sferzata ai tanti cittadini mutati in consumatori che si apprestano a festeggiare un rito pagano che è l’antitesi del significato della nascita di Betlemme.

Gli “auguri scomodi” di don Tonino sembrano oggi, ancor più di ieri, rivolti a una classe politica che ha fatto della propaganda e dell’immagine la propria essenza: “Carissimi, non obbedirei al mio dovere di vescovo se vi dicessi buon Natale senza darvi disturbo. Io, invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario.
…

Dopo 20 anni le sue parole sono ancora attuali ed evidenziano quanto ipocrita sia diventata la festa del Natale. Un Natale dei tanti presunti cristiani che abbondano in politica, a partire dal presidente del Consiglio che la domenica va a messa e il lunedì autorizza l’acquisto degli F-35. Miliardi di euro investiti per la guerra che invece potrebbero essere usati per trovare dimore ai tanti “Giuseppe e Maria” di oggi che non hanno una casa dove dimorare.

Nel nostro Paese, la mancanza di lavoro e di abitazioni spinge tanti alla disperazione fino al suicidio, ma la politica continua ad essere prona degli interessi delle lobby delle armi. Interessi che sono più forti di quelli di tanti studenti che potrebbero avere delle scuole dignitose. 
...

Auguri scomodi anche a personaggi come Matteo Salvini, che nei giorni scorsi ha usato persino il presepe per racimolare del consenso, ignorando che Giuseppe e Maria erano dei forestieri che non trovarono un alloggio dove dormire perché anche allora c’erano persone incapaci di accogliere il prossimo in difficoltà.

Questo Natale sembra essere illuminato dalle funesti luci della guerra. Una terza guerra mondiale combattuta a pezzi come sostenuto dal Papa. Finché non si comprenderà che il sangue di ogni donna e uomo è rosso a prescindere dalla razza, dal colore della pelle, dalla religione e dall’etnia e che ogni essere umano è unico e prezioso, non ci sarà mai pace.

Segnalo a chi si trovasse a Napoli, che la notte di Natale a partire dalle ore 23 padre Alex Zanotelli alla stazione Centrale celebrerà la messa. Gesù bambino non nascerà in un caveau di una banca circondato da uomini in giacca e cravatta, ma su di un carrello porta pacchi accolto da senza tetto e tanti che credono ancora che il Natale sia una festa rivoluzionaria perché abbatte le strutture dei potenti e innalza la semplicità degli ultimi.

Auguri


Tanti auguri scomodi
di Don Tonino Bello


giovedì 24 dicembre 2015

Le nascite di Gesù e di Maometto dopo 457 anni celebrate nella stessa data... e piccoli gesti segni di rispetto reciproco

Non accadeva da 457 anni che la celebrazione della nascita di Gesù coincidesse con quella del profeta Maometto. Quest’anno, infatti, il Mawlid al-Nabī verrà ricordato la sera del 24 dicembre nella totalità del mondo arabo. In precedenza, la coincidenza si era verificata nel 1558, mentre nel 1852 il Mawlid coincise con il 25 dicembre. A spiegarlo, in un articolo diffuso sul sito web della Conferenza episcopale francese e citato da L’Osservatore Romano, è padre Vincent Feroldi, direttore del Servizio nazionale per le relazioni con i musulmani.

La gioia comune di cristiani e musulmani
La notizia ha suscitato vasta eco in Francia e non solo: “Da giorni – spiega padre Feroldi - i media algerini e marocchini ne parlano. La trasmissione ‘Islam de France’ del 27 dicembre sarà dedicata a questo tema. Alcune diocesi, come quelle di Metz, Angers e Lille, si sono mobilitate attorno all’avvenimento. Cristiani e musulmani, in Belgio come in Maghreb, se ne rallegrano”.

Un segno di Dio in questi tempi difficili
“Comunità cristiane e musulmane — scrive ancora padre Feroldi — avranno il cuore in festa. Renderanno grazie a Dio, ciascuna nella propria tradizione, per questa buona novella che è la nascita di Gesù o di Maometto, nascite che saranno fonte di incontro tra uomini e donne credenti e Colui che è fonte di vita, fonte della vita”. “In tale unità di data rarissima – aggiunge padre Vincent - molti vogliono vedervi un segno di Dio, in questi tempi difficili in cui la pace annunciata dagli angeli, la notte di Natale, è maltrattata dalla follia degli uomini”.

Festeggiare ciò che unisce senza ignorare ciò che differenzia
Il messaggio lanciato, dunque, dal direttore dell’organismo episcopale è di “festeggiare ciò che ci unisce senza ignorare ciò che ci differenzia”, perché “non si tratta di incorrere in un banale sincretismo, comparando Gesù e Maometto”, ma “questa simultaneità di feste è una bellissima opportunità di incontro e di scambio”, perché “offre la possibilità di dirsi che siamo felici di stare insieme, credenti, in uno stesso atteggiamento spirituale e umano in cui, da una parte, ci rivolgiamo a Dio nella preghiera e, dall’altra, viviamo momenti di fratellanza e amicizia” in famiglia e con il prossimo.

Rispetto e riconoscimento reciproci tra le due religioni
L’invito dunque è ad “accoglierci vicendevolmente tra cristiani e musulmani, in questo periodo di Natale, esprimendo “il rispetto ed il riconoscimento reciproci delle due tradizioni religiose”, e dando così “un grande segnale del vivere insieme in quest’epoca in cui, in nome della religione e di Dio, alcuni predicano odio o commettono attentati”. Nel 2015 — conclude padre Feroldi — “Gesù il Salvatore è più che mai segno, grazia e misericordia per tutti gli uomini. È il principe della pace”
(Fonte: RADIO VATICANA)


... Kamel Layachi, il rappresentante delle comunità islamiche del Veneto, dice "il presepe non ci dà fastidio" e lo fa nelle ore in cui gira per il mondo la notizia dei musulmani che, in Kenya, salvano la vita ai cristiani quando al- Shaabab assalta il bus nel quale si trovavano gli uni e gli altri.

I musulmani del pullman in Africa hanno detto ai fanatici affiliati ad Al-Qaeda "ammazzateci tutti musulmani e cristiani, oppure lasciateli andare". E prima, quando dentro l'autobus si erano accorti di ciò che stava per accadere, si erano scambiati i vestiti gli uni con gli altri per confondere i carnefici. Scambiarsi i vestiti per scambiarsi la pelle, per proteggersi la vita. "O tutti o nessuno", hanno detto. Prima della professione in un credo religioso è una bella professione di fede nella vita, di quella vita che viene prima di ogni credo religioso. Infatti, a ben pensarci, cosa avevano in comune i salvatori musulamani con le vittime predestinate cristiane? La vita. Stessa patria, stesso pullman, stesso viaggio. Forse stesso luogo di lavoro, stessa guerra, stessa fatica di vivere. Stesso biglietto, stesso diritto di vivere. O tutti o nessuno. Musulmani che non si sentivano "altro" - diversi - rispetto ai cristiani. Bella professione di fede.

Tutto ciò che è profondamente umano non può offendere, turbare, né un cristiano né un musulmano. Non erge muri ma è profondo e fondo come le fondamenta di un ponte. Gettare le basi per costruire. Con piccoli gesti, piccoli come un tenace filo d'erba. Piccoli come una frase di auguri. Così dice il figlio di Layachi: "fare gli auguri è un gesto di rispetto". E questo piccolo rispetto espresso in un piccolo augurio, si conquista la prima pagina della nostra coscienza.

Piccoli gesti...

La comunità musulmana di Taranto ha donato all'arcivescovo Filippo Santoro una statuetta di Gesù Bambino in segno di rispetto per il Natale. La consegna è avvenuta a margine dell'apertura della Porta Santa nella Basilica di San Martino a Martina Franca.
Hanno partecipato i richiedenti asilo dello Sprar di Martina Franca, insieme ad Hassen Chiha, esponente della comunità musulmana di Taranto e tra i fondatori dell'associazione Umat (Unione dei musulmani amici di Taranto). (fonte: ANSA)

Comunicato stampa dalla pagina fb del Centro Islamico Crema

I personaggi del presepe e le nostre storie/3: Artigiani e suonatori nella notte del Figlio di Alessandro D'Avenia

I personaggi del presepe e le nostre storie/3

Artigiani e suonatori nella notte del Figlio
di Alessandro D'Avenia

Il Vangelo parla di pastori. E nelle due precedenti puntate domenicali sul presepe si è parlato di pastori, come è giusto che sia. A loro viene dato l’annuncio, perché sono loro a popolare i notturni ripari dove si rifugiano Giuseppe e Maria per il parto. Eppure sin da bambino ero affascinato da un presepe affollato di altre due categorie di personaggi: Artigiani e Suonatori, mutevoli a seconda della latitudine. Tra i primi si possono annoverare: fabbri, arrotini, lavandaie, portatrici di uova, acquaioli, carrettieri, venditori di frutta, marinai, facchini, osti e avventori, venditori di caldarroste, vasai, mugnai, tessitrici, filatrici, fornaie, ciabattini, falegnami, cenciaioli, guardiane d’oche, pescatori... Tra i suonatori troviamo: flautisti, zampognari, cantastorie, giocolieri, danzatori...

Questi personaggi non potevano certo essere attivi nel cuore della notte della nascita del Bambino, ma è stato da subito chiaro, a chi inventava il gioco del Mondo del presepe, che non c’è Mondo senza lavoratori e suonatori. Il Mondo in cui Cristo viene non può essere senza lavoro (egli stesso fu falegname per trent’anni) e senza musica. Festa e lavoro sono il ritmo secondo il quale si muove il Recinto del Mondo, il Presepe della Storia umana, come nella prima settimana della creazione. Inoltre l’uomo è posto da Dio nel giardino dell’Eden perché «lo lavori e lo custodisca» si dice nella Genesi (2,15). 
Il creato è lo spazio che l’uomo, con la sua creatività, è chiamato a lavorare e custodire, e nel farlo festeggia, riposa, gioisce ed entra in rapporto con Dio, «che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno» con l’uomo (Gn 3, 8). Con il peccato la consegna non è cambiata, è cambiata la risposta del creato: il peccato non introduce il lavoro nel piano divino, che c’era già, ma la fatica e la resistenza del creato e dell’uomo stesso a svilupparsi secondo il progetto di Dio. La dimensione di festa si offusca, Dio non passeggia più con l’uomo, tutto è fatica.

Platone, attento testimone di queste conseguenze, scrive che gli dei condannarono l’uomo al lavoro e per compassione gli concessero intervalli di riposo per le feste, affinché l’uomo ricevesse in quelle occasioni la luce e la forza per vivere rettamente. Per gli antichi la festa era una specie di condono alla condanna quotidiana del lavoro. Riconoscono nella festa la luce originaria, ma non scorgono più il legame divino tra lavoro e uomo, schiacciati solo dal negativo della caduta: la fatica, la ripetitività, la necessità. L’aspirazione è poter non lavorare e la festa serve a costringere gli dei a passeggiare di nuovo con gli uomini. Con l’incarnazione il progetto divino è restituito al suo ordine originario che dà la possibilità di far festa nel quotidiano, benché sia diventato faticoso (Cristo non ci nasconde che «ogni giorno ha la sua fatica»). Ma che il Dio fatto carne abbia avuto un lavoro e lo abbia svolto per trent’anni elimina ogni ombra di condanna dal lavoro umano. Cristo era noto come falegname e chissà quanto legno avrà piallato nella sua vita, e quel legno, resistente e modellato a fatica e con il quale l’uomo gli modellerà la croce, è stato 'redentivo' quanto i suoi gesti straordinari: miracoli, guarigioni, trasfigurazioni. I trent’anni di vita ordinaria di Cristo ci aiutano a rientrare nel piano originario di Dio: il lavoro – purché onesto – non è condanna, ma progetto divino, e la festa, dopo il peccato originale, è ratifica del fatto che verrà un tempo, qui solo intravisto e pregustato, in cui celebreremo in un’unica ininterrotta festa i doni del creato. Senza la festa il lavoro non si comprende e viceversa.

L’uomo per dialogare con Dio è chiamato tutt’ora a coltivare e custodire il pezzo di giardino che gli è affidato. Lavorare è pro-creare: partecipare allo sviluppo e alla custodia delle risorse che gli sono date, infatti l’uomo e la donna, che lavorano nel posto giusto, vedono e sentono fiorire le proprie qualità e quelle di chi beneficia del loro lavoro, nonostante la fatica. Gioioso è solo chi lavorando riposa o riposa lavorando.

Il tempo libero (come ahimè anche i cristiani si sono abituati a chiamarlo, accettando la dinamica della schiavitù al lavoro, come la intendevano i pagani) è in realtà tempo della festa, tempo in cui si festeggia la gioia del talento ricevuto. Invece un lavoro vissuto senza la luce dell’incarnazione, tende a ridursi a condanna, semplice neg-otium, rispetto all’otium degli dei; e il tempo libero finisce con l’essere inteso come 'privo di lavoro', quando è libero ogni istante, feriale o festivo, vissuto da un cuore liberato dalla grazia. Solo se il lavoro è luogo della coltivazione di sé e dono dei propri talenti agli altri, il tempo in cui l’uomo non lavora diventa tempo della festa, priva, questo sì, dall’affanno dell’utile, ma pura gioia del ricevere e del condividere, del ritemprare le forze per un lavoro rinnovato, e non fuga dalla realtà in non-luoghi come gli affollati ipermercati domenicali, versione secolarizzata e insoddisfacente della festa (non mantengono mai ciò che promettono). L’uomo è chiamato a creare la propria bellezza. Non è già tutta fatta, ma da compiere, in sé e nelle cose: il termine creatura infatti origina dal participio futuro latino ed esprime la tensione verso un compimento di ciò che è già in potenza, come avventura, che è la vita del cristiano, non da salotto, non da divano, non bigotto, ma l’avventura dell’artigiano e del suonatore. È necessario riportare il fuoco nel grigiore del quotidiano, e questo passa solo attraverso quell’arte del vivere che Cristo è venuto a insegnarci con la sua incarnazione e a rendere a noi possibile, donandoci la sua grazia.
(fonte testo: Avvenire - immagini a cura dello staff di Quelli della Via)
Vedi anche:

Jean Vanier: salviamo il presepe dalla laicità

Parla il fondatore dell'Arca
Jean Vanier: salviamo il presepe dalla laicità
di Daniele Zappalà
«Esprime una bellezza, una teologia, una storia che lasciano senza fiato. Occorre visitare questo presepio straordinario che mostra i popoli di ogni continente diretti verso il Bambino». Jean Vanier, fondatore dell’Arca, chiude gli occhi rimemorando una creazione umile e grandiosa: un presepio lungo quattro metri, con centinaia di pastori provenzali e napoletani, allestito ogni anno in casa Schléret, famiglia lorenese che l’ha dedicato a Marianne, la figlia con handicap mentale accolta adesso in una comunità dell’Arca. Informato dell’ipotesi di far calare il sipario sulla creazione, Vanier ha osservato: «Sarebbe un peccato. È l’opera di una vita». Così, il presepio resterà visitabile, dopo aver ricevuto una benedizione da monsignor Jean-Louis Papin, vescovo di Nancy. Tanti bagliori minimi d’umanità come questo costellano il percorso di Vanier, classe 1928, ex ufficiale canadese della Royal Navy, appena insignito in America del premio Templeton, nella scia di madre Teresa di Calcutta, di Desmond Tutu, del Dalai Lama o di Solženicyn. Lo incontriamo a Trosly, proprio dove nacque nel 1964 il movimento cristiano di comunione con le persone con handicap, presente oggi in trentacinque Paesi. E pensando alla Natività, in quest’angolo di Piccardia presso la «radura dell’armistizio » dove si mise fine alla Prima guerra mondiale, Vanier evoca presto la «festività autentica» dei canti natalizi: «Sono universali. Proprio durante la Grande Guerra, dei soldati nemici finirono per fraternizzare cantandoli, come ricorda il bel film Joyeux Noël. Una verità dimenticata dalla storia ».

Il suo ultimo libro uscito in Francia, Jésus vulnérable (Salvator), raccoglie meditazioni pronunciate qui a Trosly. In copertina, c’è Gesù durante la lavanda dei piedi. Quel gesto e questo luogo sono legati?
«Il mistero della lavanda è una meraviglia e sono felice che il Papa l’abbia tanto sottolineato. Durante la lavanda, si è presenti per dire all’altro che è importante. La maggioranza delle persone che vengono qui sono state umiliate, considerate come “deficienti”. Ciò che conta è essere al loro servizio per rivelare loro che hanno un valore. Ascoltare le loro storie senza pretendere di trasformare nessuno dall’alto. Si tratta di restare assieme, in basso, per dire: sei importante, sei un figlio di Dio, potremo forse scoprire assieme la santità».

Un famoso scrittore che non si dice più credente, Emmanuel Carrère, confessa, al termine del suo recente romanzo autobiografico Il Regno, di aver «intravisto» qui, a Trosly, «cosa può essere il Regno » cristiano. L’ha colpita?
«L’ho trovato abbastanza toccante. Non me l’aspettavo. Durante il suo passaggio, non sapevo che fosse qualcuno d’importante. È stato colpito dalla Chiesa che lava i piedi, dai gesti d’umiltà. In questo scrittore, c’è una tensione fra il farsi conoscere come grande autore e, allo stesso tempo, servire la verità».

L’Arca ha avuto tanti di questi amici quasi involontari?
«Sì. Penso a un alto funzionario, Jean-Baptiste de Foucauld, già commissario generale alla pianificazione economica, che ha scritto: “L’Arca incanta il mondo”. Era affascinato dall’esercizio dell’autorità attraverso l’amicizia, l’incontro, la gioia, il vivere, lavorare, piangere assieme. Non dall’alto in basso. Uno scoprire assieme che siamo tutti poveri. Nati in povertà e fragilità, moriremo in povertà e fragilità. Lo restiamo per tutta la vita. È la nostra storia. L’essere umano è necessariamente vulnerabile».

Lei ha scritto un libro con Julia Kristeva, altra celebrità intellettuale che si dichiara non credente. Può parlarcene?
«Un giorno è venuta qui per dirmi: “Vorrei scrivere un libro con te”. Le ho suggerito che poteva essere uno scambio di lettere. È curioso constatare, leggendo il libro, che abbiamo trovato una forma d’incontro, un dialogo. La difficoltà di un incontro fra due persone sta nella comunione. Nel riuscire ad essere toccato dall’intimità dell’altro. Non sempre identità e comunione riescono a convivere. Ho l’impressione che in lei si agiti sempre l’interrogativo del figlio, della vera identità profonda di questo fragile figlio».

Un figlio portatore di handicap che ha scoperto l’Arca. A Natale, Trosly si riempie di presepi. L’arca e la mangiatoia sembrano ancor più parenti…
«Nella storia di Noè, c’è un’alleanza che riguarda tutti gli uomini. E Gesù è venuto per annunziare la Buona Novella a tutti. Sono affascinato dal mistero dell’amore di Dio per ciascuno di noi, indipendentemente dalle singole capacità e fragilità. Nel presepio, appare questo mistero dell’incontro con Dio attraverso il corpo. Qui, comprendiamo ogni giorno che l’amore si rivela con il contatto. Occorre fare il bagno, lavare i piedi, saper accogliere abbracci spontanei carichi di gioia».

Nella Francia che l’ha accolta, il presepio suscita nuove polemiche politiche…
«Polemiche dolorose. Questa forma di laicità non è sempre molto intelligente. È un peccato. Oggi, c’è forse una persecuzione verso i cristiani. Verso un simbolo musulmano, ci sarebbe stata forse meno severità. La storia della laïcité è vista come una liberazione dal potere ecclesiale. Come se la Chiesa soffocasse l’umano. Eppure, la Croce e il presepio sono segni di debolezza. Come cristiani, non siamo forti in senso terreno, ma crediamo nell’umano e che ogni essere è importante. Il senso di una lotta perenne di potere resta una minaccia per tutti. Sono felice che il Papa presenti le cose in modo del tutto diverso».

Si riferisce anche all’Anno della misericordia?
«Sì. È straordinario che il Papa sia andato in Africa ad aprire la Porta Santa. Ci sta dicendo che la Chiesa vuol essere una porta fragile capace di farci ritrovare il senso profondo della nostra fragilità. Quella su cui si basa il cristianesimo. Nella debo-lezza, il cristiano è chiamato a rivelare altro, la presenza di Dio. Come cristiani, sappiamo che il mondo non crede sempre in Dio. Ma pure che nel cuore vulnerabile di ognuno, c’è sempre una ricerca d’infinito».
(fonte: Avvenire)


mercoledì 23 dicembre 2015

I personaggi del presepe e le nostre storie/2: Il pastore addormentato e quello meravigliato di Alessandro D'Avenia

I personaggi del presepe e le nostre storie/2

Il pastore addormentato e quello meravigliato
di Alessandro D'Avenia


Il Presepe è il Mondo. Dio fece il Presepe del Mondo perché suo Figlio un giorno vi abitasse. L’uomo, creando il presepe, ricrea se stesso e scopre l’essenza di quel mondo che è chiamato ad abitare, coltivandolo e custodendolo. Lo sapeva bene Giuseppe Antonio Matera, grande scultore di presepi e pastori del barocco siciliano, inventore di personaggi che entrarono nella tradizione del presepe locale. Se domenica scorsa ho parlato del muschio e del pastore che si toglie la spina dal piede, adesso vorrei soffermarmi su altri due pastori del presepe siciliano, posto che nei personaggi del presepe è l’uomo di tutti i tempi che si rivela, con i suoi pregi e i suoi difetti. Così troviamo adagiato da qualche parte il pastore addormentato, detto Susi Pasturi (susirisi è il verbo siciliano che indica lo svegliarsi e levarsi), e ben dritto da qualche altra il cosiddetto Sbaundatu/Scantatu ra stidda, il pastore a bocca aperta che guarda o indica la Stella, colto da una meraviglia incontenibile (in altre tradizioni è un personaggio femminile di nome Meraviglia).

Mi piace pensare a questi due personaggi come a uno solo, colto in due momenti diversi. Il sonno tranquillo del primo, meritato riposo notturno di chi ha lavorato tutto il giorno e che proprio in quel riposo cerca la cura di una vita spesso piena di dolore, noia, ripetitività, quella che il pastore di Leopardi conosceva bene: «Se tu parlar sapessi, io chiederei: / Dimmi: perché giacendo /A bell’agio, ozioso, / S’appaga ogni animale; / Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?». Il pastore dormiente sa che quel riposo non basta mai, gli manca sempre qualcosa capace di riempire di meraviglia la vita, di gioia e di riposo il lavoro stesso, tanto da risolvere il grande enigma dell’esistenza: esiste qualcosa capace di rendere il lavoro riposo, la fatica gioia, le ore del giorno pace?

Quel pastore ci rappresenta quando vorremmo fuggire dall’agone del mondo che si è fatto troppo arduo, quando nel cuore non c’è pace, l’amore degli altri non ci raggiunge, e ci sentiamo soli anche in mezzo alla folla. Gli altri ci toccano, ma la nostra parte più intima non è toccata dalla grazia, dalla bellezza, dalla gioia. Meglio dormire e aspettare il sonno eterno («poi stanco si riposa in su la sera: / Altro mai non ispera», rincara Leopardi), morire o dormire? Entrambe sono esperienze che si fanno in orizzontale, dormire ci prepara alla posizione definitiva. Eppure nella notte oscura del nostro cuore, della nostra vita quotidiana può levarsi una stella, una novità, una notizia che rinnova tutto, che accende una speranza dentro la paura.

Ai primordi della letteratura occidentale Omero ci regala una delle sue più belle similitudini, che sembrano descrivere il nostro pastore 'spaventato', 'meravigliato', dalle stelle: «Come quando le stelle nel cielo, intorno alla luna che splende, / appaiono in pieno fulgore, mentre l’aria è senza vento; / e si profilano tutte le rupi e le cime dei colli e le valli; / e uno spazio immenso si apre sotto la volta del cielo, / e si vedono tutte le stelle, e gioisce il pastore in cuor suo» ( Iliade, VIII, 555-560). Il pastore trova un motivo per essere verticale, attraverso la gioia del cuore, provocata dalla meraviglia del dispiegarsi del firmamento, si sente chiamato a essere verticale, c’è una forza di gravità che spinge al contrario, chiama verso l’alto, riempie di bellezza la fatica quotidiana. Non è forse quello che Dio fa sperimentare ad Abramo, quando lo invita a uscire dalla sua tenda per mettersi in viaggio, gli dice: «Esci fuori, guarda il cielo». La sua discendenza sarà superiore al numero delle stelle. Abramo viene risvegliato dal suo sonno, dal suo ristretto giro di cose e chiamato a una pienezza nuova, a testimonianza della quale Dio gli mostra il cielo stellato, nulla più («E quando miro in cielo arder le stelle; /Dico fra me pensando: /A che tante facelle»?). Allora il pastore Abramo si mette in viaggio, la volta celeste lo invita al volo, non folle e non frutto di semplice immaginazione: «Forse s’avess’io l’ale / Da volar su le nubi, / E noverar le stelle ad una ad una... / Più felice sarei, dolce mia greggia, / Più felice sarei, candida luna».

Quel 'forse' viene messo da parte e si fa certezza, il pastore si sveglia e veglia, attende qualcosa e diventa attento, attenzione e attesa hanno la stessa radice, si mette in cerca dei segnali che facciano scoprire l’antidoto al tedio, alla noia, alla fatica, che diano senso anche alla fatica, alla noia e al tedio. La vita del pastore è rinnovata da dentro e costantemente, il piccolo diventa immenso. Se il Natale non desta in noi questa meraviglia rimarremo dormienti come Susi Pasturi, non ci renderemo conto di nulla e rimarremo chiusi nel nostro ristretto giro di cose, che poi si rovinano e finiscono con l’annoiarci. Eppure sappiamo quanto si parli di necessità di 'vegliare' nel Vangelo, sembra quasi essere l’invito più pressante, tra vergini stolte, servi addormentati o pigri, discepoli oppressi dal sonno.

L’avvento è l’annuale occasione che ci è data per scoprire il segreto delle stelle, vero fondamento (firmamento vuol dire questo) della gioia stabile del cuore, promessa scritta nelle cose: c’è una Stella in arrivo, per cui vale la pena essere verticali. E riposare è necessario solo per essere più pronti al cammino del giorno dopo. Camminare e riposare saranno un unico gesto festivo, e la ferita della noia, del tedio, della paura, della stanchezza, si rimarginerà poco a poco, grazie alla Stella. E sapere definitivamente che non «è funesto a chi nasce il dì natale».
(fonte testo: Avvenire - immagini a cura dello staff di Quelli della Via)


Papa Francesco, che “delusione”! di Alberto Maggi

Papa Francesco, che “delusione”!
di Alberto Maggi

All’inizio era solo una discreta mormorazione, poi è diventata mugugno sempre più crescente, e ora, senza più remore, aperto dissenso nei confronti del Papa venuto dalla fine del mondo (e sono tanti che ce lo vorrebbero ricacciare). Papa Francesco in poco tempo è riuscito a deludere tutti. E la delusione si trasforma in un risentimento dapprima covato e ora platealmente manifesto.

Sono delusi molti dei cardinali, che pure lo hanno eletto. Era l’uomo ideale, senza scheletri negli armadi, dottrinalmente sicuro, tradizionalista ma con accettabili aperture verso il nuovo. Avrebbe potuto garantire un periodo di tranquillità alla Chiesa terremotata da scandali e divisioni. Mai avrebbero pensato che Bergoglio avrebbe avuto intenzione di riformare nientemeno che la Curia romana, eliminare privilegi e fustigare le vanità del clero. La sua sola presenza, sobria e spontanea, è un costante atto d’accusa ai pomposi prelati, anacronistici faraoni pieni di sé.

Sono delusi i vescovi in carriera, quelli per i quali una nomina in una città era solo il piedistallo per un incarico di maggiore prestigio. Erano pronti a clonarsi con il pontefice di turno, a imitarlo in tutto e per tutto, dall’abbigliamento alla dottrina, pur di entrare nel suo gradimento e ottenerne i favori. Ora questo papa invita gli ambiziosi e vanesi vescovi ad avere l’odore delle pecore… che orrore!

È deluso gran parte del clero. Si sente spiazzato. Cresciuto nel rispetto rigido della dottrina, indifferente al bene delle persone, ora non sa come comportarsi. Deve recuperare un’umanità che l’osservanza delle norme ecclesiali ha come atrofizzato. Credevano di essere, in quanto sacerdoti, al di sopra delle persone, e ora questo papa li invita a scendere e mettersi a servizio degli ultimi.

Delusi anche i laici impegnati nel rinnovamento della Chiesa e i super tradizionalisti attaccati tenacemente al passato. Per questi ultimi il papa è un traditore che sta portando la Chiesa alla rovina. Per i primi, papa Bergoglio non fa abbastanza, non cambia norme e legislazioni non più in sintonia con i tempi, non legifera, non usa la sua autorità di comandante in campo.

Sono entusiasti di lui i poveri, gli emarginati, gli invisibili, e anche tutti quelli, cardinali, vescovi e preti e laici, che da decenni sono stati emarginati a causa della loro fedeltà al vangelo, visti con sospetto e perseguitati per questa loro mania della Sacra Scrittura a discapito della tradizione. Quel che avevano soltanto sperato, immaginato o sognato, ora è divenuto realtà con Francesco, il papa che ha fatto riscoprire al mondo il profumo del vangelo.



L’AUTORE – Alberto Maggi, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme. Fondatore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci» (www.studibiblici.it) a Montefano (Macerata), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere. Ha pubblicato, tra gli altri: Roba da preti; Nostra Signora degli eretici; Come leggere il Vangelo (e non perdere la fede); Parabole come pietre; La follia di Dio e Versetti pericolosi. E’ in libreria con Garzanti Chi non muore si rivede – Il mio viaggio di fede e allegria tra il dolore e la vita.
(fonte: IL LIBRAIO)


Inno al Dio Inedito e Rovesciato di Don Aldo Antonelli


Inno al Dio Inedito e Rovesciato
di Don Aldo Antonelli

Dall'alto dei miei sogni, frustati ma non frustrati, vedo un mondo alla deriva. 
Gente assetata di amore e popoli in guerra:
Dittature di piombo e democrazie di plastica;
Quattro miliardi di tonnellate di rifiuti che ogni anno si accatastano su se stessi;
1.400 miliardi di dollari spesi per commercio di armi mentre
795 milioni di persone soffrono la fame;
7.000 tonnellate di oppiacei e
3 milioni di bambini che muoiono di fame ogni anno;
250 milioni di emigranti nel mondo alla dannata ricerca di un luogo in cui poter vivere.
È una umanità che a forza di produrre armi, droghe e rifiuti è diventata rifiuto essa stessa!
In questa vigilia di Natale il cuore mi si riempie di triste gioia e di nostalgica tenerezza, mentre dal profondo dell'anima sgorga, discreto e silenzioso, quest'inno di amore che dedico a tutti i lettori e lettrici di Huffington post.
A tutti, credenti e non!

Sono innamorato
di questo Dio rovesciato
che non abita i palazzi del potere, 
per il quale non c'è posto negli alberghi dei satolli 
e che i sacerdoti del tempio non conoscono e non riconoscono:
Dio laico

Mi dà ribelle speranza
questo Dio non più Dio
(o, forse, ancor più Dio?)
che non piove dall'alto
delle presunzioni spocchiose dei saputi
ma nasce dal basso di una storia
fuori legge e fuori canone:
Dio "ateo"!

I selci sconnessi di campagna
hanno più dignità
dei prefabbricati compatti della città:
questi facilmente componibili,
quelli non gestibili:
Dio anarchico!

Le parole balbettate
nel silenzio della notte
sono più eloquenti
che i mantra urlati dai cannoni mediatici dei satrapi a gongolo:
Dio indicibile!

Il dubbio
del pensiero che domanda
è più splendente della certezza insolente
di profferte risposte:
Dio "in-certo"!

Ti amo, rovesciato Dio.

Con te piango,
ferita tenerezza.

Con te sogno,
inesistente,
a(v)venire!
(fonte: L'HUFFINGTON POST)


martedì 22 dicembre 2015

I personaggi del presepe e le nostre storie/1: "Quel pastore, tu, io e il bambino" di Alessandro D'Avenia


I personaggi del presepe e le nostre storie/1

Quel pastore, tu, io e il bambino
di Alessandro D'Avenia


I santi hanno sempre risolto plasticamente un problema: saldare umano e divino. Imitatori di Cristo, perfetto Dio e perfetto uomo, riuscirono nella loro vita a ripresentare quell’equilibrio tra cielo e terra, tra spirito e corpo, tra mani e pensieri, che risolve tutte le crisi umane.

Così Francesco, otto secoli fa, inventava il presepe proprio per unire spirito e corpo e fare memoria viva del mistero dell’incarnazione. Dio era venuto in un recinto, presepe vuol dire ciò che ha dinanzi ( prae-) un recinto, siepe (-sepes): la mangiatoia. 

Dio viene nel Recinto del Mondo, confina il suo infinito ed eterno fino a sfinirlo, per concedere allo spazio e al tempo finiti di superarsi e trascendersi, dalle stelle alla stalla e ritorno. 

La teologia esistenziale di Francesco rendeva permeabile ai sensi dei suoi contemporanei ciò che dodici secoli prima Dio aveva reso permeabile, una volta per tutte, agli uomini di tutti i tempi, incarnandosi: facendo il presepe Francesco ripeteva l’iniziativa di Dio, facendo risuonare in un piccolo spazio della sua terra quello che Dio aveva fatto venendo nel piccolo spazio della sua Terra.

Il rito del presepe è infatti un rito di ri-creazione: dà gioia e materialmente rifà la storia della salvezza, facendola uscire dalle mani dell’uomo.

Nella mia terra, la Sicilia (Terra di Meraviglie e non solo di altre 'M' come sostenuto recentemente da alcuni) ci furono le mani di un uomo, nel 1600, che si dedicarono all’attività di scultore proprio per questa ri-creazione: Giovanni Antonio Matera, operante fra Trapani e Palermo, soprannominato dai suoi concittadini Mastru Giuvanni lu Pasturaru, scolpì presepi e soprattutto pastori, che in miniature di 20-30 centimetri confinavano nell’arte scultorea del barocco siciliano l’essenza del mondo. Ne rimase impressionato persino il principe Ludovico di Baviera che, nel suo viaggio in Sicilia a inizio ’800, fece incetta di quei pastori, pezzi unici, tanto che il figlio Massimiliano II li collocò nel Museo nazionale di Baviera. 

Anche io quando ero bambino sperimentavo questa forza 'ricreativa' nel fare il presepe. Era il rito che scandiva il nostro Avvento (lo spirito ha bisogno della materia), all’inizio del quale i genitori ci portavano in escursione in montagna, alla ricerca del muschio fresco nel bosco di San Martino delle Scale.

Bisognava essere attenti a scovare i tappeti di muschio più ampi, così da averne pochi pezzi compatti, che rendevano il presepe più bello. Dovevamo aver cura di staccarlo, meglio dalle rocce che dagli alberi, senza rovinarlo, scegliendo quello con meno terriccio. Poi veniva il rito della pulitura e dell’essiccazione. Solo allora si poteva stenderlo sulla base di polistirolo coperta di giornali e cominciare la creazione di quel mondo in miniatura, in cui era rappresentato il gioco che Dio fece col Mondo alle origini, sapendo che sarebbe stato il recinto dentro cui avrebbe giocato il Verbo fatto Bambino.

La Creazione non era altro che il Presepe, la camera del Bambino. E qui la storia di quello scultore siciliano del 1600 si intreccia con la mia, perché mentre il muschio si asciugava andavamo a comprare un pastore nuovo. Erano pastori grandi, tra i venti e i trenta centimetri, di legno. 

Ogni anno, dato il costo, ne compravamo solo uno, da un artigiano che si dedicava soltanto a questo (ora non esiste più). I pastori imitavano quelli della tradizione siciliana, tra i quali quelli inventati da Matera, che scolpiva su legno di tiglio le parti del corpo e lo scheletro, sul quale sovrapponeva, con la tecnica della 'tela e colla', vesti e oggetti caratterizzanti il personaggio. 
Per me, bambino dotato di grande fantasia, era un vero e proprio avvento: costruivamo il mondo da capo, perché il Natale accadesse, mescolando gli elementi vivi del creato, come il muschio, a quelli verosimili dell’arte umana, le statue del presepe. Tutto si indirizzava verso una perfetta sintesi. Uno dei pastori inventati da Matera era il 'pastore che si toglie la spina dal piede', nel quale mescolava l’eco colta dello Spinario di età ellenistica e il gesto realistico del pastore che, recandosi di corsa verso la Grotta dell’Annuncio, si ferisce proprio su quel terreno che imitavamo con il muschio ancora fresco e profumato.

Vorrei dedicare questa prima puntata narrativa sul presepe proprio a questo personaggio e al muschio. Il Creato è una delle due strade – l’altra è la Scrittura – che Dio ha battuto per farsi trovare, qualcosa che già il mondo pagano sapeva, come testimonia la risposta di Aristotele a quel tale che gli chiedeva dove avesse imparato le verità che spiegava: «Nelle cose, poiché esse non mentono».

La terra non mente, il muschio non mente (indica sempre il Nord, perché cresce sulla parte più umida e fresca degli alberi). Il pastore che si toglie la spina lo sa: la strada per raggiungere la grotta è il Creato, da contemplare, conoscere, coltivare, custodire. Ma quel Creato sa anche difendersi, irto di spine, resiste alla trasformazione e coltivazione, soprattutto se sconsiderate, o addirittura può irretire con i suoi rovi, ferire fino ad avvelenare.

Per questo, come quel pastore, proprio mettendosi in cammino d’Avvento, si sentirà l’urgere della spina che ferisce la nostra carne, che ci ricorda che la nostra umanità è fragile e che per accostarci dobbiamo prima voler eliminare la spina che ci affligge, mostrare la ferita perché venga curata. Le spine estirpate verranno tutte raccolte e intrecciate per una corona regale, il nostro dono al Re che viene come Bambino, la Corona che ha voluto accettare perché quel pastore, tu e io, diventassimo Re.
(fonte testo: Avvenire - immagini a cura dello staff di Quelli della Via)