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venerdì 27 giugno 2014

«Non ha ogni ragazzo il diritto di tornare a casa da scuola sano e salvo?» - all'ONU le mamme dei tre ragazzi rapiti in Cisgiordania


«Credo che molto di più possa essere fatto e dovrebbe essere fatto da molti. Per questo siamo venute noi tre madri qui: per essere sicure che il mondo stia facendo di tutto per portare a casa i nostri figli». Lo ha detto Rachel Fraenkel, madre di Naftali - rapito lo scorso 12 giugno in Cisgiordania insieme a Eyal Yifrach e Gilad Shaar - parlando a Ginevra al Consiglio generale dei Diritti umani dell'Onu. «Non ha ogni ragazzo il diritto - ha aggiunto - di tornare a casa da scuola sano e salvo?».
Rachel Fraenkel - che aveva accanto nel suo intervento le mamme degli altri due ragazzi - ha parlato del peggiore «incubo» che una madre possa vivere: «Aspettare e aspettare senza fine che il proprio figlio torni a casa». Poi ha raccontato la vita privata di ognuno dei tre ragazzi ed ha ringraziato i rappresentanti della comunità internazionale che si sono espressi a favore della liberazione...


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Guarda il video dell'intervento delle madri dei ragazzi a Ginevra

Vedi anche il nostro post precedente:
Pax Christi: Liberateli (tutti!)


giovedì 26 giugno 2014

26 giugno Giornata Internazionale a Sostegno delle Vittime di Tortura: un dramma senza fine?

Nei giorni scorsi siamo stati enormemente colpiti dal messaggio e dalle parole vibranti di Papa Francesco pronunciate contro chi pratica torture in ogni parte del mondo. Il 26 ottobre, si celebra la giornata mondiale promossa dall’ONU contro la tortura. A volte dimentichiamo che nel mondo di oggi, a oltre 30 anni dalla ratifica della convenzione delle Nazioni Unite, esistono ancora, come ci ricorda il Consiglio italiano dei rifugiati, 141 Paesi nei quali questa pratica disumana viene perpetrata e dobbiamo anche ricordare che purtroppo un rifugiato su tre, tra quelli che arrivano in Italia, ha personalmente subito esperienze di tortura. Se ne parla, ma non a sufficienza in quei resoconti giornalistici che spesso si limitano ad elencare dati statistici sugli sbarchi. Può essere importante sapere che fino a questo momento sono sbarcate persone, in numero superiore al 2013, ma è ancora più importante sapere che grazie all’operazione italiana Mare nostrum si sono salvate migliaia e migliaia di vite umane e che esistono nel nostro paese strutture che concretamente operano per ridare una vita ed una dignità a queste persone.
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... In un momento politico in cui il dibattito sull'immigrazione è concentrato quasi totalmente sulla cittadinanza, riteniamo doveroso ricordare al governo italiano, al Parlamento, e soprattutto ai cittadini di questo Paese che l'esistenza dei 13 CIE sul nostro territorio nazionale continua a rappresentare una degenerazione dello stato di diritto in una sorta di zona franca in cui il rispetto della dignità umana è subordinato alla volontà dei singoli ed è lasciato completamente al caso. In quanto strutture prodotte da una vera e propria anomalia giuridica e gestite nella quasi totale arbitrarietà e assenza di trasparenza, riteniamo che i CIE non rappresentino un'emergenza solo per i migranti che si trovano nel nostro Paese ma anche per tutti i cittadini che vorrebbero riconoscersi in uno Stato che si definisce democratico.
Non voler tacere oggi significa ricordare che l'articolo 3 della Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo (Cedu) recita “nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”. Ricordare che i CIE rappresentano una palese violazione di questo articolo è un dovere non solo della cittadinanza e della società civile, ma soprattutto della politica e oggi, come domani e come sempre, non possiamo e non vogliamo stare zitti...

In occasione del 26 giugno, Giornata internazionale per le vittime di tortura, Amnesty International Italia, Antigone e Cittadinanzattiva rivolgono un appello ai presidenti delle commissioni Giustizia della Camera e del Senato perché sia finalmente introdotto il reato di tortura nel codice penale italiano.

Vedi anche il post precedente:


«Il messaggio che arriva al cuore» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano

26 giugno 2014 
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 





Papa Francesco:
“A me chi piace seguire?”

La gente ha bisogno del «buon pastore» che sa capire e arrivare al cuore. Proprio come Gesù. Ed è lui che dobbiamo seguire da vicino, senza farci influenzare da coloro che «parlano di cose astratte o casistiche morali», da quanti «senza la fede negoziano tutto con i poteri politici ed economici», dai «rivoluzionari» che vogliono intraprendere «guerre cosiddette di liberazione» politica o dai «contemplativi lontani dal popolo».

È proprio da questi quattro atteggiamenti che Papa Francesco ha messo in guardia durante la messa celebrata giovedì 26 giugno, nella cappella della Casa Santa Marta. Anzitutto il Pontefice ha posto in risalto come fosse davvero tanta la gente che seguiva Gesù: «Pensiamo al giorno della moltiplicazione dei pani, ce ne erano più di cinquemila». Era gente che seguiva Gesù da vicino, «per le strade». E lo seguivano, spiega il Vangelo, «perché le parole di Gesù davano stupore al loro cuore: lo stupore di trovare qualcosa di buono, grande». Gesù «infatti insegnava loro come uno che ha autorità, non come i loro scribi». Uno stupore raccontato dal passo evangelico di Matteo proposto dalla liturgia (7, 21-29).
«Il popolo — ha affermato il Pontefice — aveva bisogno di insegnanti, di predicatori, di dottori con autorità». E coloro che «non avevano autorità» parlavano, ma le loro parole non raggiungevano il popolo, «erano lontani dal popolo». Invece la novità era che «Gesù parlava un linguaggio che arrivava al cuore del popolo, era una risposta alle loro domande».
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Dunque, ha riepilogato il Pontefice, «queste erano le voci che arrivavano al popolo». Eppure «nessuna di queste voci aveva la forza di riscaldare il cuore del popolo». Gesù, invece, ci riusciva. E per questo «le folle erano stupite: sentivano Gesù e il cuore era caldo», perché il suo messaggio «arrivava al cuore» ed egli «insegnava come uno che ha autorità». Infatti, ha proseguito, «Gesù si avvicinava al popolo; Gesù guariva il cuore del popolo; Gesù capiva le difficoltà del popolo; Gesù non aveva vergogna di parlare con i peccatori, andava a trovarli; Gesù sentiva gioia, gli faceva piacere andare con il suo popolo». Ed è lui stesso a spiegare «perché», ha precisato il Papa citando le parole del Vangelo di Giovanni: «Io sono il buon pastore. Le pecorelle sentono la mia voce e mi seguono».
È esattamente «per questo che il popolo seguiva Gesù: perché era il buon pastore». Certamente, ha rilevato il vescovo di Roma, «non era né un fariseo casistico moralista; né un sadduceo che faceva gli affari politici con i potenti; né un guerrigliero che cercava la liberazione politica del suo popolo; né un contemplativo del monastero. Era un pastore». Egli, ha aggiunto il Pontefice, «parlava la lingua del suo popolo, si faceva capire, diceva la verità, le cose di Dio: non negoziava mai le cose di Dio. Ma le diceva in tal modo che il popolo amava le cose di Dio. Per questo lo seguiva».
Un altro punto centrale messo in risalto dal Papa è che «Gesù mai si allontana dal popolo e mai si allontana da suo Padre: era uno con il Padre». È così che «aveva questa autorità e per questo il popolo lo seguiva».
Proprio «contemplando Gesù buon pastore» è opportuno, ha proseguito il Pontefice, fare un esame di coscienza: «A me chi piace seguire? Quelli che mi parlano di cose astratte o di casistiche morali? Quelli che si dicono del popolo di Dio, ma non hanno fede e negoziano tutto con i poteri politici ed economici? Quelli che vogliono sempre fare cose strane, cose distruttive, guerre cosiddette di liberazione, ma che alla fine non sono le strade del Signore? O un contemplativo lontano?».
Ecco allora la domanda chiave da porre a stessi: «A me chi piace seguire? Chi m’influenza?». Una domanda, ha concluso Francesco, che deve spingerci a chiedere «a Dio, il Padre, che ci faccia arrivare vicino a Gesù, per seguire Gesù, per essere stupiti di quello che Gesù ci dice».


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26 giugno Giornata Internazionale a Sostegno delle Vittime di Tortura: un crimine contro i diritti umani, un peccato mortale



26 giugno
Giornata Internazionale a Sostegno delle Vittime di Tortura




Oggi, 26 giugno, si celebra la Giornata Internazionale a Sostegno delle Vittime di Tortura, ricorrenza istituita dalle Nazioni Unite nel 1997 per celebrare due date fondamentali: il 26 giugno 1948, giorno in cui fu siglata la Carta delle Nazioni Unite, primo strumento internazionale contenente l’obbligo per gli Stati di promuovere e incoraggiare il rispetto dei diritti umani e il 26 giugno 1984, data di entrata in vigore della Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, che ha sancito il divieto all’utilizzo della tortura quale diritto inderogabile; accordo ad oggi firmato da 146 paesi membri dell’ONU.
Nonostante la Convenzione, ancora metà della popolazione mondiale vive sotto Governi che praticano la tortura contro oppositori politici, omosessuali, appartenenti a determinati gruppi etnici o per strappare confessioni e testimonianze, ma, anche senza andar troppo lontano, il caso italiano è indicativo di quanta strada ci sia ancora da fare in materia.
Nel 1987 è entrata in vigore la Convenzione europea per la prevenzione della tortura, ratificata da 47 Stati europei. L’Italia l’ha sottoscritta, ma nonostante ripetuti solleciti anche a livello internazionale, il Parlamento italiano non ha ancora approvato la legge di ratifica così che la Convenzione non è ancora operante in Italia, che ha anche sinora disatteso all’obbligo assunto di introdurre il reato di tortura nel Codice Penale. “L’Italia è in ritardo di ben venticinque anni rispetto agli obblighi che ha assunto con le Nazioni Unite – ha dichiarato Patrizio Gonnella, Presidente dell’associazione Antigone – Quasi tutte le democrazie si sono adeguate, l’Italia no. L’Italia non ha ancora il delitto di tortura nel codice penale. Tutto ciò ci pone ai margini della comunità internazionale. In autunno saremo giudicati dal Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu e questo sarà un tema decisivo”.
Prevenire ed eliminare ogni forma di tortura è un obiettivo importante della politica UE. I maltrattamenti infrangono i principi di libertà, democrazia e i diritti umani fondamentali: non sono tollerabili in nessuno Stato membro. Per questo, nell’aprile 2014 è stata lanciata l’ennesima petizione a sostegno della legge che proibisca la tortura: l’appello è stato firmato da scrittori (Camilleri, De Luca, Carlotto, …) ed intellettuali (Eligio Resta, Luigi Ferrajoli, …), e all’appello si è unito anche papa Francesco, che proprio pochi giorni fa, all’Angelus recitato in Piazza San Pietro nella giornata del Corpus Domini ha dichiarato: “…ribadisco la ferma condanna di ogni forma di tortura e invito i cristiani ad impegnarsi per collaborare alla sua abolizione e sostenere le vittime e i loro familiari. Torturare le persone è un peccato mortale! Un peccato molto grave!”.
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OREUNDICI - IL QUADERNO DI GIUGNO 2014: PERDONARE - L'EDITORIALE di Mario De Maio - IL RACCONTO DEI POVERI l’impegno di amare l’uomo come Cristo di Arturo Paoli - NAPOLI, RIONE SANITÀ di padre Alex Zanotelli



OREUNDICI
IL QUADERNO DI GIUGNO 2014


PERDONARE


L'EDITORIALE 
di Mario De Maio

Il verbo perdonare è uno dei più difficili da coniugare nella nostra vita, se vogliamo esprimere il senso profondo del concetto di misericordia come ci viene trasmesso dalle sacre scritture. L’idea del perdono implica molto di più ed è legata con la compassione. “In confronto al perdono la misericordia è qualche cosa di più radicale. C’è in essa uno spostamento dello sguardo, del cuore e della sua sensibilità dall’io all’altro: mentre nel perdono mi ricordo del male che ho subito, nella misericordia sento soprattutto il dolore per il male che l’altro infligge a se stesso facendo del male. Oltre a generare la disponibilità a perdonare, la misericordia oltrepassa dunque la memoria del male ricevuto e si da come sentimento di vicinanza totale nei confronti dell’altro e di premura per la sua sorte. Questo sentimento evoca universalmente l’idea dell’amore materno... Non una sorta di pietismo patetico e inconsistente. Entra in gioco semmai una capacità di sentire gli altri, di sentire come loro, anzi, di sentire sé stessi insieme a loro”. (Roberto Mancini, Dalla disperazione alla misericordia)Èquesto il sentimento che traspare in modo sorprendente e illuminante nella parabola del Padre buono e della pecorella smarrita...




IL RACCONTO DEI POVERI
l’impegno di amare l’uomo come Cristo
di Arturo Paoli

Questo articolo di fratel Arturo Paoli prosegue il cammino con lui intrapreso lungo le strade latinoamericane. Fu pubblicato sul mensile dei missionari comboniani Nigrizia nel mese di luglio del 1982, quando l’Italia era inebriata dalla vittoria del campionato mondiale di calcio in Spagna. Così come il mondo dello sport si accinge a celebrare nuovamente il campionato, questa volta in Brasile, così il “racconto dei poveri” che fratel Arturo faceva allora trova oggi infelici corrispondenze. 

Il tempo minaccia di far rientrare nella monotonia del quotidiano le aggressioni selvagge all’uomo che si compiono in tutta l’America Latina, il cui epicentro è ora nell’America centrale. Tutti coloro che occupano dei posti di potere partecipano della comune insensibilità per la persona nonostante tutte le declamazioni sulla grandezza, l’inviolabilità della stessa. Nell’imminenza di un naufragio si gettano a mare anche le cose più preziose pur di salvare la vita, e in questo momento le cose preziose sono le persone. Quelli che hanno un impegno di fede si rifugiano nell’astratto, nell’anonimo, e li soccorre una lunga tradizione cristiana: nell’area cristiana è possibile parlare di uomo, di giustizia, di libertà, di uguaglianza come di idee platoniche verissime in cielo, irriconoscibili in terra, nascoste nel polverio che solleva la storia.
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Hitler e Stalin hanno certamente superato i limiti raggiunti dai governi sudamericani, ma Hitler e Stalin non credevano in Cristo, irridevano la pietà, pensavano che il vangelo era la grande alienazione umana. Ma chi dichiara di credere al vangelo deve accettare le tremende conseguenze che sorgono sull’impegno di amare l’uomo come Cristo, perché “tutto quello che avete fatto all’ultimo dei miei fratelli lo avete fatto a me”. Nonostante tutte le affermazioni pietistiche, le sacralizzazioni delle imprese politiche e militari di un governo che afferma di credere nella protezione divina, Dio non può dimenticare queste persone che sono “ossa e carne” del suo Figlio, il Cristo Gesù, non può essere sordo al gemito rinchiuso in migliaia di focolari e in migliaia di cuori. Dio non sarebbe più Dio. Il mondo cattolico e credente pare essersi piegato, coscientemente o incoscientemente, al piano dei detentori del potere di formare una cappa religiosa per ricoprire, con il fragore di canti e di manifestazioni imponenti di fede, l’ingiustizia di cui si è macchiato il governo militare. Le ore dure e difficili che sta vivendo ora l’Argentina indurranno certamente il popolo a svegliarsi e ad esigere più chiarezza, più lealtà e a partecipare con più responsabilità all’elaborazione di progetti che lo chiamano ad assumere conseguenze che possono anche essere dolorosissime. Così per l’amore immenso che porto a questo paese, chiedo a dio che in mezzo al miserabile conformismo cattolico si levino voci profetiche che esigano, da quelli che si proclamano cristiani, di cominciare ad essere cristiani. È urgente che nel silenzio e nella povertà dell’orazione “a porte chiuse e nella propria camera”, dei veri cristiani riscoprano il vero Volto del vero Dio vivente, protettore dei poveri.
Caracas (Venezuela) Luglio 1982

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NAPOLI, RIONE SANITÀ
di padre Alex Zanotelli 

Nei pressi della chiesa e del campanile dove abito incontro tanta gente. Sono importanti le conversazioni con queste persone e sono importanti i loro volti. E proprio entrando e uscendo dai locali in cui vivo trovo sempre qualcuno seduto sul gradino d’ingresso, e spesso devo chiedere permesso per poter passare. Così scambiamo qualche parola, ci conosciamo. E questo è bello. Poi sono tanti quelli che bussano alla porta, che peraltro è sempre aperta, o che chiamano dalla strada. Ci sono i giorni i cui c’è una sorta di processione di gente dei quartiere.
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E va ricordato che a dare una mano concreta c’è tutta una rete di aiuto nel rione Sanità. Tutta un’umanità che bisogna ascoltare, confortare, accompagnare. Credo che missione sia camminare con le persone, portare i loro pesi. Mi sento profondamente in missione in questo quartiere. 
da Nigrizia, maggio 2014



Vinci il male con il bene:
non vuol dire eliminare il male,
ma riprendere sempre il cammino
in modo che prevalga il bene.

don Carlo Molari

mercoledì 25 giugno 2014

Papa Francesco UDIENZA GENERALE 25 giugno 2014 - foto, testo e video


 Piazza San Pietro 
 25 giugno 2014 

L’udienza generale di stamattina in Piazza S. Pietro, davanti a oltre 30 mila fedeli, è l'ultima prima della pausa estiva del mese di luglio. 
Il Papa l’ha iniziata salutando, come di consueto da qualche settimana, le persone ammalate o disabili radunate in Aula Paolo VI al riparo dal caldo e, oggi in particolare, dalla pioggia che bagna Roma.
Un incontro, come sempre partecipato, nel corso del quale Francesco si è intrattenuto a lungo con le persone malate, molte delle quali in carrozzella, salutandole personalmente e intrattenendosi con ciascuno, tante foto, abbracci e non è mancato nemmeno lo scambio dello zucchetto...
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Uscendo dall'aula Paolo VI  il Santo Padre ha continuato a salutare i fedeli radunati in attesa sulla piazza con la consueta affabilità che ormai lo contraddistingue. 
Particolare attenzione come sempre rivolge ai numerosi bambini che gli vengono porti per toccarli, benedirli, accarezzarli.
Un vero piacere vedere l'entusiasmo di tutti giovani, anziani, uomini, donne ragazzi...



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La Chiesa: 2. L'appartenenza al popolo di Dio

Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

Oggi c’è un altro gruppo di pellegrini collegati con noi nell’Aula Paolo VI, sono i pellegrini ammalati. Perché con questo tempo, fra il caldo e la possibilità di pioggia, era più prudente che loro rimanessero là. Ma loro sono collegati con noi tramite il maxischermo. E così siamo uniti nella stessa udienza. E tutti noi oggi pregheremo specialmente per loro, per le loro malattie. Grazie.
Nella prima catechesi sulla Chiesa, mercoledì scorso, siamo partiti dall’iniziativa di Dio che vuole formare un popolo che porti la sua benedizione a tutti i popoli della terra. Incomincia con Abramo e poi, con tanta pazienza - e Dio ne ha, ne ha tanta! -, prepara questo popolo nell’Antica Alleanza finché, in Gesù Cristo, lo costituisce come segno e strumento dell’unione degli uomini con Dio e tra di loro. Oggi vogliamo soffermarci sull’importanza, per il cristiano, di appartenerea questo popolo. Parleremo sulla appartenenza alla Chiesa.
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Pax Christi: Liberateli (tutti!)

Liberateli (tutti!)

Pax Christi Italia condanna duramente il rapimento dei tre giovani cittadini Israeliani, abitanti di una delle colonie illegali presenti nella città di Hebron in Palestina, avvenuto la scorsa settimana nei dintorni della città stessa.

Condanniamo altresì le reazioni del governo israeliano a questo drammatico evento, reazioni che poco hanno a che fare con la legittima richiesta di liberazione dei ragazzi rapiti.

Pax Christi Italia segue ormai da 10 anni, con la Campagna Ponti e non Muri, la difficile situazione israelo-palestinese. Conosciamo bene la situazione di assoluta illegalità della occupazione israeliana nella terra di Palestina, e osserviamo con forte preoccupazione e sdegno gli eventi di questi ultimi giorni.

Il governo israeliano ha dato istruzioni al proprio esercito di occupazione della Cisgiordania di arrestare centinaia di cittadini palestinesi colpevoli soltanto di appartenere alla popolazione che legittimamente da secoli vive in questa area. Queste persone si aggiungono alle migliaia già detenute nelle carceri israeliane, compresi numerosi bambini. “Detenzioni amministrative”, come vengono chiamate in gergo giuridico, da considerarsi in tutto e per tutto rapimenti illegittimi sotto qualsiasi forma di diritto.

Abbiamo appreso inoltre di uccisioni arbitrarie, di perquisizioni notturne, di danni a centri medici e commerciali, di minacce di taglio dell’elettricità e delle linee telefoniche. Il vero scopo di tutto ciò non è certamente localizzare i ragazzi rapiti ma colpire indiscriminatamente la popolazione sotto occupazione e renderne impossibile la vita quotidiana, al fine di continuare impunemente l’opera di pulizia etnica del territorio palestinese. Di fronte a tutto questo:
  • Pronunciamo un forte no a questa inumana punizione collettiva nei confronti dei palestinesi;
  • Auspichiamo una rapida e incruenta liberazione dei tre giovani israeliani, ma anche di tutti i prigionieri palestinesi illegalmente detenuti da Israele;
  • Diciamo sì ad un forte impegno della comunità internazionale affinché obblighi il governo israeliano a rientrare nella legalità adempiendo alle risoluzioni dell’ONU che da anni ignora con disprezzo;
  • Chiediamo al governo italiano che si faccia interprete presso il governo israeliano delle istanze di giustizia e legalità che da decenni l’ONU sostiene presso Israele, e che rimangono ancora disattese.
Pax Christi Italia   
Campagna Ponti e non muri
Firenze, 24 giugno 2014    


"La coscienza morale in gioco" di Bruno Forte


"La coscienza morale in gioco" 
di mons. Bruno Forte
Arcivescovo di Chieti-Vasto


Tre avvenimenti recenti, di natura molto diversa, mi inducono a proporre una riflessione che si muove fra cronaca e storia, volta ad evidenziare gli aspetti della coscienza morale che sono in gioco in essi e che riguardano ognuno di noi. 
Il primo è la terribile vicenda del giovane uomo di Motta Visconti che ha ucciso la moglie e i due figlioletti, confessando poi di averlo fatto perché li sentiva come una gabbia imposta alla sua libertà. Lo stesso assassino sembra abbia invocato il massimo della pena per sé, mostrando di avere almeno un barlume di consapevolezza della gravità del male compiuto. Molti hanno parlato di un "raptus" di follia omicida, anche se lo stesso autore del delitto ha riconosciuto la premeditazione. L'atrocità del fatto suscita immensa pietà verso le vittime, ponendo al contempo la domanda su come sia stato possibile che nella coscienza di una persona all'apparenza normale abbia potuto maturarsi un simile proposito. Interrogativi come questo non trovano facili risposte: soprattutto non devono far spazio a giudizi sommari, tanto in senso colpevolista, quanto in direzione della pietà che lo stesso carnefice suscita per aver distrutto con le proprie mani i beni più preziosi della propria esistenza. Un aspetto emerge da questa vicenda, e cioè l'immane potenzialità del male che ogni essere umano è capace di compiere, e con essa quella linea d'ombra fra luce e tenebra in cui si muovono le scelte del libero arbitrio.
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Sia pur in termini più temperati, la lotta fra male e bene si affaccia in altri tristissimi fatti di cronaca degli ultimi tempi: mi riferisco alla corruzione e al latrocinio che sono emersi dalle inchieste sulla realizzazione di opere che avrebbero dovuto essere fiore all'occhiello dell'iniziativa pubblica e dell'imprenditoria del nostro Paese. Si tratta da una parte degli scandali connessi a Expo 2015, dall'altra delle tangenti pagate ai corrotti nelle opere relative al Modulo Sperimentale Elettromeccanico, progettato per la difesa di Venezia e della laguna dalle acque alte. È perfino incredibile che personaggi potenti, cui non mancava nulla, abbiano mostrato un'avidità speculare all'estendersi del loro potere. Anche qui viene da chiedersi come sia stato possibile che l'ostentazione di pubbliche virtù e la dichiarata volontà di servizio al bene comune potessero collegarsi così sfrontatamente con la voracità di guadagni facili e smisurati. È il tarlo della corruzione, male dagli effetti devastanti: la corruzione «uccide», ha affermato Papa Francesco in diverse occasioni. 
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Un terzo evento accaduto nelle ultime settimane, precisamente l'8 giugno, può aiutarci a riconoscere alcune prospettive di luce e di speranza riguardo alla vittoria del male, che sembra devastare le coscienze e dominare la scena della storia: è l'incontro di preghiera promosso in Vaticano da Papa Francesco con la partecipazione dei Presidenti di Israele e della Palestina, Shimon Peres e Abu Mazen. Il valore unico di quest'avvenimento sta nel cambiamento di prospettiva che esso introduce rispetto a ogni precedente ricerca "ufficiale" della pace in Medio Oriente: il Vescovo di Roma non ha deresponsabilizzato nessuno rispetto al dovere di lavorare per la pace e di combattere e vincere il male dell'odio che avvelena tutti, ricordando che «per fare la pace ci vuole coraggio, molto di più che per fare la guerra. Ci vuole coraggio per dire sì all'incontro e no allo scontro; sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni; sì alla sincerità e no alla doppiezza». Il Il fatto, poi, che l'incontro sia stato proposto e realizzato come momento di preghiera all'unico Dio di tutti i credenti, introduce quel cambio di piano di cui c'era e c'è immenso bisogno: mettersi insieme al cospetto dell'Eterno vuol dire riconoscere i propri limiti e la propria debolezza, misurare il bene della pace da cercare non solo sul proprio interesse, ma su quello di tutti, e specialmente dei poveri, e impegnarsi nella profondità della propria coscienza davanti al giudizio ultimo, cui nulla sfugge, a essere costruttori di un mondo più giusto per tutti.
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martedì 24 giugno 2014

«Preparare, discernere e diminuire» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
24 giugno 2014 
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 



Papa Francesco:
Preparare, discernere, diminuire: la vocazione del cristiano

Un cristiano non annuncia se stesso, ma il Signore. E’ quanto sottolineato da Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta, nella solennità della Natività di San Giovanni Battista. Il Papa si è soffermato sulle vocazioni del “più grande tra i profeti”: preparare, discernere, diminuire. 

Preparare la venuta del Signore, discernere chi sia il Signore, diminuire perché il Signore cresca. Papa Francesco ha indicato in questi tre verbi le vocazioni di Giovanni il Battista, modello sempre attuale per un cristiano. Giovanni, ha detto il Papa, preparava la strada a Gesù “senza prendere niente per sé. Era un uomo importante: “la gente lo cercava, lo seguiva perché le parole di Giovanni erano forti”. Le sue parole, ha proseguito, arrivavano “al cuore”.
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“Tre vocazioni in un uomo: preparare, discernere, lasciare crescere il Signore e diminuire se stesso. Anche è bello pensare la vocazione del cristiano così. Un cristiano non annunzia se stesso, annunzia un altro, prepara il cammino a un altro: al Signore. Un cristiano deve sapere discernere, deve conoscere come discernere la verità da quello che sembra verità e non c’è: uomo di discernimento. E un cristiano dev’essere un uomo che sappia abbassarsi perché il Signore cresca, nel cuore e nell’anima degli altri”. 


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VISITA PASTORALE A CASSANO ALL'JONIO (21 giugno 2014) - cronaca, testi, foto e video - prima parte



L'elicottero con Papa Francesco è atterrato alle 9 nell'area antistante il carcere di Castrovillari, centro in provincia di Cosenza, prima tappa della sua visita in Calabria. 
Imponente il servizio d’ordine, con decine di poliziotti, carabinieri e finanzieri schierati. 
Il pontefice è stato accolto con un lungo applauso da centinaia di persone in attesa già dalle prime ore del mattino ed ha subito scherzato con i due bambini che gli hanno offerto dei fiori di benvenuto. 
"Sono emozionato e felice", ha detto mons. Nunzio Galantino, vescovo di Cassano allo Jonio e segretario Cei. 
Successivamente ha attraversato due ali di folla ed a piedi ha raggiunto il carcere dove lo attendeva un gruppo di disabili. 

Il Pontefice ha salutato singolarmente i componenti del gruppo e poi è entrato nell’istituto, accolto dal direttore Fedele Rizzo. 







Papa Francesco ha incontrato prima i dipendenti del penitenziario ed i loro familiari, e subito dopo i detenuti.
 
Nel carcere di Castrovillari è detenuto anche Nicola Campolongo, il padre di Cocò, il bambino di tre anni ucciso e bruciato a Cassano allo Jonio insieme al nonno ed alla sua compagna. E Papa Francesco li ha incontrati il padre e le due nonne di Cocò Campolongo. Francesco, riferisce il vicedirettore della Sala Stampa della Santa Sede, padre Ciro Benedettini, ha espresso vicinanza alla mamma del bimbo ucciso sperando che episodi del genere non si ripetano più. «Mai più vittime della ‘ndrangheta». Francesco ha aggiunto che «non deve mai succedere una cosa del genere nella società» e che ha «pregato molto e sta pregando per Cocò e per tutti i bambini vittima di questa sofferenza».
"I familiari del bambino - ha detto mons. Nunzio Galantino - hanno pianto incontrando il Papa. E' stato un momento davvero commovente".
"Pregate per me perché anch'io faccio i miei sbagli e devo fare penitenza". E' quanto ha detto Papa Francesco ai detenuti del carcere di Castrovillari. "Dio non ci condanna, mai fa questo con noi, Dio quando ci perdona ci accompagna e ci aiuta nella strada, sempre", ha detto ancora al Papa ai reclusi nella Casa Circondariale di Castrovillari.
 

Leggi il testo integrale del discorso ai detenuti, al personale penitenziario ed alle loro famiglie nella casa circondariale di Castrovillari

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Dopo Castrovillari il Pontefice si è spostato a Cassano allo Jonio, dove è arrivato intorno alle 10.45 (con 40 minuti di anticipo), giunto in elicottero al campo sportivo, viene accolto dal sindaco Gianni Papasso. Ha salutato migliaia di bambini che lo aspettavano sugli spalti. ‘Papa Francesco uno di noi’, è stato il coro festante con cui i più piccoli hanno accolto il Pontefice. 
Dagli spalti, accanto alle bandiere bianche e gialle, è stata sventolata una bandiera dell’Argentina. Il Papa l’ha vista e l’ha indicata in segno di approvazione. Quindi è salito sulla Papa mobile e si è diretto verso l’hospice ‘San Giuseppe Moscati’, dove si trovano i malati terminali.
 

Francesco si è intrattenuto più di 40 minuti nell’hospice di Cassano allo Jonio, che ospita un centro di cure palliative e di terapia del dolore. All’interno della struttura sanitaria, dopo avere salutato il responsabile, Francesco Nigro Imperiale, è entrato in ogni stanza, dove si è intrattenuto con i malati ed i loro familiari dicendosi vicino alla loro sofferenza. 
"Il Santo Padre - racconta la signora Maria Rosaria, 49 anni, visibilmente emozionata - mi ha preso con entrambe le mani la testa. Non sono riuscita a trattenere le lacrime. E' stato un momento indimenticabile. Mi sento una privilegiata".
."Nelle stanze è stato veramente commovente. Il Papa si avvicinava agli ammalati stringendo loro la mano e dando carezze. E' stata veramente un'atmosfera toccante, emozionante. Non nego di essermi commosso", ha detto il responsabile della struttura, che insieme al vescovo Galantino ha accompagnato il Pontefice nella visita. "In una stanza - ha aggiunto Nigro Imperiale - un degente ha consegnato uno zucchetto al Papa e Francesco, dopo essersi reso conto che lo zucchetto datogli era della sua misura, ci ha consegnato lo zucchetto che in quel momento aveva in testa, sostituendolo con quello ricevuto in dono. Poi, una volta finita la visita nelle stanze degli ammalati, si è intrattenuto con tutto il personale della struttura sanitaria, medici, paramedici e amministrativi".
L'hospice ha fatto dono al Papa di un quadro raffigurante la struttura sanitaria, l'immagine di san Giuseppe Moscati, a cui è dedicata, e ai quattro angoli del quadro ci sono quattro mani che cercano aiuto. Il quadro portava questa dedica: "A sua Santità papa Francesco, per la sua instancabile preghiera per i sofferenti, gli umili e gli indifesi". "Il Papa - evidenzia Nigro Imperiale - è stato favorevolmente colpito sia dalla struttura dell'hospice e sia soprattutto per l'accoglienza umana che viene riservata ai malati e ai loro familiari, cosa peraltro confermata da sua mons. Nunzio Galantino, che ha sottolineato come nell'hospice cassanese si dà molta importanza anche all'accoglienza dei familiari dei degenti".
Piccolo imprevisto per Papa Francesco durante la visita all'hospice. Il primario del centro di cure palliative, Francesco Nigro Imperiale, su espressa richiesta del Santo Padre gli ha rimosso con una pinzetta un piccolo frammento di legno che gli si era conficcato nel dito medio della mano sinistra. "Un'emozione forte avere tra le mie mani la mano sinistra del Papa", ha detto il medico. "Non era niente di preoccupante - ha aggiunto - ed alla fine abbiamo messo un cerotto".
Subito dopo, nella cattedrale di Cassano Jonio Francesco ha incontrato i sacerdoti e ha parlato come un fratello. Il "lavoro con le famiglie e per la famiglia" è ciò a cui il Papa incoraggia i parroci. E’ "un lavoro che il Signore ci chiede di fare in particolare in questo tempo, che è un tempo difficile sia per la famiglia come istituzione, sia per le famiglie, a causa della crisi".
Nel discorso in Cattedrale il Pontefice ha richiamato "la gioia di essere preti e la bellezza della fraternità". 
Poi ha chiesto: "Stiamo lavorando come buoni operai o siamo diventati un po' degli impiegati? Siamo dei canali aperti, generosi, attraverso cui scorre abbondante l'amore di Dio o invece mettiamo al centro noi stessi, e così al posto di essere canali diventiamo schermi che non aiutano l'incontro con il Signore, con la luce e la forza del Vangelo?".
Il Papa ha risposto anche ad alcune domande dei sacerdoti.

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Leggi il testo del discorso preparato dal Santo Padre e consegnato durante l'incontro con il clero

Dopo l'incontro in cattedrale, il Papa ha pranzato in seminario con alcuni ospiti della Caritas e della comunità terapeutica Saman, fondata da Mauro Rostagno. «Forte è colui che una volta caduto riesce a rialzarsi», ha detto loro Bergoglio. Il Pontefice si è avvicinato ai tavoli e ha salutato e scambiato una parola con tutti. I commensali si sono detti «emozionati e particolarmente toccati dall'esperienza vissuta». 
Prima di pranzare il Pontefice ha salutato, davanti al seminario, il bagno di folla festante che da ore lo attendeva. Due gli striscioni più significativi inneggianti: “Papa Francesco sei la nostra speranza, ti vogliamo bene” e “Papa Francesco sei un esempio per tutti noi”.
Appena giunto nel refettorio del seminario Papa Bergoglio ha stretto la mano a tutti i presenti.
“Paragono la gioia di questa giornata a quella provata quando è nata mia figlia”, ci ha detto Fiammetta De Salvo, una dei responsabili della comunità “Saman”.
“Il Papa sembrava uno di noi. Un uomo semplice, umile. Dopo averci dato la benedizione, abbiamo iniziato a mangiare e Sua Santità è stato molto gioviale”, continua Fiammetta.
E’ stato un pranzo semplice, ricco di tipicità calabresi: salumi e formaggi come antipasto, maccheroncini con sugo di salsiccia, un arrosto, polpettone di vitello con contorno di verdure, patate al forno e per finire una macedonia di frutta fresca.
Dopo il pranzo il Papa ha riposato un po' prima di raggiungere Sibari per la Messa.

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MERIAM È LIBERA!

Finalmente libera. «L’hanno rilasciata e ora sta tornando a casa», conferma Elshareef Ali, l’avvocato di Meriam Yahia Ibrahim Ishag, la giovane mamma cristiana condannata a morte in Sudan per apostasia e adulterio. La pena capitale è stata annullata lunedì dalla Corte d’appello, ha riferito l’agenzia di stampa di Stato sudanese Suna. «Siamo molto felici e ora stiamo andando da lei», ha aggiunto il legale. La storia di Meriam aveva commosso e indignato il mondo. 
La donna, 27 anni, a febbraio era stata messa in prigione nonostante fosse incinta e avesse con sé un bimbo di 20 mesi. Il 15 maggio la Corte di Karthoum poi la condanna a morte per apostasia da parte di una corte locale. Il 27 maggio la giovane donna aveva partorito in cella la figlia Maya. 
Qualche giorno fa, infine, la Commissione nazionale per i Diritti umani del Sudan aveva definito la condanna a morte di Meriam una sentenza in contrasto con la Costituzione, che prevede la libertà di culto. In precedenza Meriam era stata liberata dalle catene per ordine dei medici. 
Im questi mesi, comunque, il mondo intero si è mobilitato per Meriam. 
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lunedì 23 giugno 2014

«Gesù, davanti al Padre, mai accusa! difende! » - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
23 giugno 2014 
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 



Papa Francesco:
Gesù sempre difende, non dobbiamo mai accusare gli altri

Chi giudica un fratello sbaglia e finirà per essere giudicato allo stesso modo. Dio è “l’unico giudice” e chi è giudicato potrà contare sempre sulla difesa di Gesù, il suo primo difensore, e sullo Spirito Santo. Lo ha affermato Papa Francesco all’omelia della Messa del mattino, celebrata in Casa S. Marta

Usurpatore di un posto e di un ruolo che non gli compete e, insieme, anche uno sconfitto, perché finirà vittima della sua stessa mancanza di misericordia. È questo ciò che accade a chi giudica un fratello. Papa Francesco ha appena letto la pagina del Vangelo sulla pagliuzza e la trave nell’occhio ed è subito chiaro nel distinguere: “La persona che giudica – dice – sbaglia, si confonde e diventa sconfitta”, perché “prende il posto di Dio, che è l’unico giudice”. Quell’appellativo, “ipocriti”, che Gesù lancia più volte all’indirizzo dei dottori della legge è in realtà rivolto a chiunque. Anche perché, osserva il Papa, chi giudica lo fa “subito”, mentre “Dio per giudicare si prende tempo”:
“Per questo chi giudica sbaglia, semplicemente perché prende un posto che non è per lui. Ma non solo sbaglia, anche si confonde.
...
“L’unico che giudica è Dio e quelli ai quali Dio dà la potestà di farlo”, soggiunge Papa Francesco, che indica nell’atteggiamento di Gesù l’esempio da imitare, rispetto a chi non si fa scrupoli nel trinciare giudizi sugli altri:
Gesù, davanti al Padre, mai accusa! E’ il contrario: difende! E’ il primo Paraclito. Poi ci invia il secondo, che è lo Spirito. Lui è il difensore: è davanti al Padre per difenderci dalle accuse. E chi è l’accusatore? Nella Bibbia, si chiama “accusatore” il demonio, satana. Gesù giudicherà, sì: alla fine del mondo, ma nel frattempo intercede, difende..
In definitiva, chi giudica – afferma Papa Francesco, “è un imitatore del principe di questo mondo, che va sempre dietro le persone per accusarle davanti al Padre”. Che il Signore, conclude, “ci dia la grazia di imitare Gesù intercessore, difensore, avvocato, nostro e degli altri”. E di “non imitare l’altro, che alla fine ci distruggerà”:
“Se noi vogliamo andare sulla strada di Gesù, più che accusatori dobbiamo essere difensori degli altri davanti al Padre. Io vedo una cosa brutta a un altro, vado a difenderlo? No! Ma stai zitto! Vai a pregare e difendilo davanti al Padre, come fa Gesù. Prega per lui, ma non giudicare! Perché se lo fai, quando tu farai una cosa brutta, sarai giudicato. Ricordiamo questo bene, ci farà bene nella vita di tutti i giorni, quando ci viene la voglia di giudicare gli altri, di sparlare degli altri, che è una forma di giudicare”


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Angelus del 22 giugno 2014 - Testo e video


 22 giugno 2014 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In Italia e in molti altri Paesi si celebra in questa domenica la festa del Corpo e Sangue di Cristo – si usa spesso il nome latino: Corpus Domini o Corpus Christi. La Comunità ecclesiale si raccoglie attorno all’Eucaristia per adorare il tesoro più prezioso che Gesù le ha lasciato.

Il Vangelo di Giovanni presenta il discorso sul “pane di vita”, tenuto da Gesù nella sinagoga di Cafarnao, nel quale afferma: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51). Gesù sottolinea che non è venuto in questo mondo per dare qualcosa, ma per dare se stesso, la sua vita, come nutrimento per quanti hanno fede in Lui. Questa nostra comunione con il Signore impegna noi, suoi discepoli, ad imitarlo, facendo della nostra esistenza, con i nostri atteggiamenti, un pane spezzato per gli altri, come il Maestro ha spezzato il pane che è realmente la sua carne. Per noi, invece, sono i comportamenti generosi verso il prossimo che dimostrano l’atteggiamento di spezzare la vita per gli altri.
...

Gesù, Pane di vita eterna, è disceso dal cielo e si è fatto carne grazie alla fede di Maria Santissima. Dopo averlo portato in sé con ineffabile amore, Ella lo ha seguito fedelmente fino alla croce e alla risurrezione. Chiediamo alla Madonna di aiutarci a riscoprire la bellezza dell’Eucaristia, a farne il centro della nostra vita, specialmente nella Messa domenicale e nell’adorazione.

Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle,
il 26 giugno prossimo ricorrerà la Giornata delle Nazioni Unite per le vittime della tortura. In questa circostanza ribadisco la ferma condanna di ogni forma di tortura e invito i cristiani ad impegnarsi per collaborare alla sua abolizione e sostenere le vittime e i loro familiari. Torturare le persone è un peccato mortale! Un peccato molto grave!

Rivolgo il mio saluto a tutti voi, romani e pellegrini!
...
Auguro a tutti una buona domenica e un buon pranzo. Pregate per me! Pregate per me e arrivederci!


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domenica 22 giugno 2014

"Sono credibili le nostre Eucaristie? Cristo è nel pane. Ma lo si riconosce nello spezzare il pane" di don Tonino Bello


Sono credibili le nostre Eucaristie?

Cristo è nel pane. Ma lo si riconosce nello spezzare il pane.



Non riesco a liberarmi dal fascino di una splendida riflessione di Garaudy a proposito dell'Eucaristia: "Cristo è nel pane. Ma lo si riconosce nello spezzare il pane".
Sicché oggi, festa del Corpo e del Sangue del Signore, mi dibatto in una incertezza paralizzante.
Parlerò dell'Eucaristia come vertice dell'amore di Dio che si è fatto nostro cibo? Dirò della presenza di Cristo che ci ha amati a tal punto da mettere la sua tenda in mezzo a noi? Spiegherò alla gente che partecipare al pane consacrato significa anticipare la gioia del banchetto eterno del cielo? Mi sforzerò di far comprendere che l'Eucaristia è il memoriale (che parola difficile, ma pure importante!) della morte e della risurrezione del Signore? Illustrerò il rapporto di reciproca causalità tra Chiesa ed Eucaristia, spiegando con dotte parole che se è vero che la Chiesa costruisce l'Eucaristia è anche vero che l'Eucaristia costruisce la Chiesa?
Non c'è che dire: sarebbero suggestioni bellissime, e istruttive anche, e capaci forse di accrescere le nostre tenerezze per il Santissimo Sacramento, verso il quale la disaffezione di tanti cristiani si manifesta oggi in modo preoccupante.

Ma ecco che mi sovrasta un'altra ondata di interrogativi. 

Perché non dire chiaro e tondo che non ci può essere festa del "Corpus Domini ", finché un uomo dorme nel porto sotto il "tabernacolo" di una barca rovesciata, o un altro passa la notte con i figli in un vagone ferroviario?

Perché aver paura di violentare il perbenismo borghese di tanti cristiani, magari disposti a gettare fiori sulla processione eucaristica dalle loro case sfitte, ma non pronti a capire il dramma degli sfrattati?

Perché preoccuparsi di banalizzare il mistero eucaristico se si dice che non può onorare il Sacramento chi presta il denaro a tassi da strozzino; chi esige quattro milioni a fondo perduto prima di affittare una casa a un povero Cristo; chi insidia con i ricatti subdoli l'onestà di una famiglia?

Perché non gridare ai quattro venti che la nostra credibilità di cristiani non ce la giochiamo in base alle genuflessioni davanti all'ostensorio, ma in base all'attenzione che sapremo porre al "corpo e al sangue" dei giovani drogati che, qui da noi, non trovano un luogo di accoglienza e di riscatto?

Perché misurare le parole quando bisogna dire senza mezzi termini che i frutti dell'Eucaristia si commisurano anche sul ritmo della condivisione che, con i gesti e con la lotta, esprimeremo agli operai delle ferriere di Giovinazzo, ai marittimi drammaticamente in crisi di Molfetta, ai tanti disoccupati di Ruvo e di Terlizzi?

Purtroppo, l'opulenza appariscente delle nostre quattro città ci fa scorgere facilmente il corpo di Cristo. nell'Eucaristia dei nostri altari. Ma ci impedisce di scorgere il corpo di Cristo nei tabernacoli scomodi della miseria, del bisogno, della sofferenza, della solitudine.

Per questo le nostre eucaristie sono eccentriche.
Miei cari fratelli, perdonatemi se il discorso ha preso questa piega.
Ma credo che la festa del Corpo e Sangue di Cristo esiga la nostra conversione. Non l'altisonanza delle nostre parole. Né il fasto vuoto delle nostre liturgie.

Da "Alla finestra la speranza" di don Tonino Bello