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lunedì 6 novembre 2023

«Ciò che dici, ciò che predichi agli altri, impegnati tu a viverlo per primo. Per essere maestri autorevoli bisogna prima essere testimoni credibili.» Papa Francesco Angelus 05/11/2023 (testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 5 novembre 2023




Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

dal Vangelo della Liturgia odierna ascoltiamo alcune parole di Gesù che riguardano gli scribi e i farisei, cioè le guide religiose del popolo. Nei confronti di queste autorità, Gesù usa parole molto severe, «perché essi dicono e non fanno» (Mt 23,3) e «tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente» (v. 5). Questo è quello che dice Gesù: dicono e non fanno e tutto ciò che fanno lo fanno per apparire.

Soffermiamoci allora su questi due aspetti: la distanza tra il dire e il fare e il primato dell’esteriore sull’interiore.

La distanza tra il dire e il fare. A questi maestri di Israele, che pretendono di insegnare agli altri la Parola di Dio e di essere rispettati in quanto autorità del Tempio, Gesù contesta la doppiezza della loro vita: predicano una cosa, ma poi ne vivono un’altra. Queste parole di Gesù richiamano quelle dei profeti, in particolare di Isaia: «Questo popolo si avvicina a me solo con la sua bocca e mi onora con le sue labbra, mentre il suo cuore è lontano da me» (Is 29,13). Questo è il pericolo su cui vigilare: la doppiezza del cuore. Anche noi abbiamo questo pericolo: questa doppiezza del cuore che mette a rischio l’autenticità della nostra testimonianza e anche la nostra credibilità come persone e come cristiani.

Tutti noi sperimentiamo, per la nostra fragilità, una certa distanza tra il dire e il fare; ma un’altra cosa, invece, è avere il cuore doppio, vivere con “un piede in due scarpe” senza farcene un problema. Specialmente quando siamo chiamati – nella vita, nella società o nella Chiesa – a rivestire un ruolo di responsabilità, ricordiamoci questo: no alla doppiezza! Per un prete, un operatore pastorale, un politico, un insegnante o un genitore, vale sempre questa regola: ciò che dici, ciò che predichi agli altri, impegnati tu a viverlo per primo. Per essere maestri autorevoli bisogna prima essere testimoni credibili.

Il secondo aspetto viene di conseguenza: il primato dell’esteriore sull’interiore. Infatti, vivendo nella doppiezza, gli scribi e i farisei sono preoccupati di dover nascondere la loro incoerenza per salvare la loro reputazione esteriore. Infatti, se la gente sapesse cosa c’è davvero nel loro cuore, essi sarebbero svergognati, perdendo tutta la loro credibilità. E allora compiono opere per apparire giusti, per “salvare la faccia”, come si dice. Il trucco è molto comune: truccano la faccia, truccano la vita, truccano il cuore. Questa gente “truccata” non sa vivere la verità. E tante volte anche noi abbiamo questa tentazione della doppiezza.

Fratelli e sorelle, accogliendo questo monito di Gesù chiediamoci anche noi: cerchiamo di praticare quello che predichiamo, oppure viviamo nella doppiezza? Diciamo una cosa e ne facciamo un’altra? Siamo preoccupati solo di mostrarci impeccabili all’esterno, truccati, oppure ci prendiamo cura della nostra vita interiore nella sincerità del cuore?

Rivolgiamoci alla Vergine Santa: Lei che ha vissuto con integrità e umiltà del cuore secondo la volontà di Dio, ci aiuti a diventare testimoni credibili del Vangelo.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Continuo a pensare alla grave situazione in Palestina e in Israele, dove tantissime persone hanno perso la vita. Vi prego di fermarvi, in nome di Dio: cessate il fuoco! Auspico che si percorrano tutte le vie perché si eviti assolutamente un allargamento del conflitto, si possano soccorrere i feriti e gli aiuti arrivino alla popolazione di Gaza, dove la situazione umanitaria è gravissima. Si liberino subito gli ostaggi. Tra di loro ci sono anche tanti bambini, che tornino alle loro famiglie! Sì, pensiamo ai bambini, a tutti i bambini coinvolti in questa guerra, come anche in Ucraina e in altri conflitti: così si sta uccidendo il loro futuro. Preghiamo perché si abbia la forza di dire “basta”.

Sono vicino alle popolazioni del Nepal che soffrono a causa di un terremoto; come pure ai profughi afgani che hanno trovato rifugio in Pakistan ma ora non sanno più dove andare. E prego anche per le vittime delle tempeste e delle alluvioni, in Italia e in altri Paesi.

Saluto con affetto tutti voi, romani e pellegrini di vari Paesi. In particolare saluto i fedeli di Vienna e di Valencia, il gruppo parrocchiale di Cagliari, la Banda e il Coro di Longomoso, in Alto Adige. Saluto i giovani di Rodengo Saiano, Ome e Padergnone; i catechisti di Cassina de’ Pecchi e quelli della parrocchia San Giovanni Bosco in Trieste; e saluto il Comitato “Fermare la guerra”.

A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

Guarda il video


domenica 5 novembre 2023

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli

 XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

5 Novembre 2023 

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, uno solo è il nostro Padre, quello dei cieli, uno solo è il nostro maestro, che è lo Spirito che parla in noi, una sola la guida, il Cristo ed in lui noi tutti formiamo una comunità di fratelli e di sorelle. Con grande fiducia ed in piena libertà rivolgiamo al Padre la nostra preghiera ed insieme diciamo:

R/  Rendici veramente umani, o Padre

  

Lettore

- Tu, o Padre, hai voluto che il tuo Figlio Gesù si legasse a noi con vincoli nuziali per coinvolgerci nella sua stessa passione di amore verso un’umanità che non sa trovare la strada della vita. Aiuta tutti noi a lasciarci coinvolgere pienamente in questa storia di amore con il tuo Figlio Gesù, per poter essere con Lui quella fiaccola accesa della fraternità e sororità dentro un mondo avvolto dalle tenebre dell’odio e della violenza. Preghiamo.

- Ascolta, o Padre, il grido che sale da ogni angolo della terra. È il grido dei poveri, degli oppressi, dei migranti. È il grido della popolazione ucraina per una guerra che non finisce più, è il grido dei giovani israeliani, massacrati da Hamas, è il grido dei bambini, delle donne e degli anziani di Gaza, presi dentro una trappola mortale e che non sembra suscitare alcun moto di pietà nel governo di Israele e neppure nei paesi occidentali. Chìnati su di noi, o Padre, e salvaci. Preghiamo.

- Ti preghiamo, o Padre, per il nostro Paese e per quanti sono stati chiamati ad assumersi una responsabilità di governo sia a livello nazionale, sia a quello locale. Ti affidiamo tutti quei cittadini, che rinunziano a curarsi perché non possono pagarsi la sanità privata e ti affidiamo inoltre quei tanti giovani, che non trovano un lavoro che consenta loro di formare una famiglia. Preghiamo.

- Ricordati, o Padre, di tutti noi, dei nostri familiari, dei nostri amici e di quei vicini che non riusciamo ad amare. A Te affidiamo tutti i fratelli e le sorelle ammalate, soprattutto quelli che sono alle prese con terapie oncologiche. Ricordati, anche, dei nostri fratelli e sorelle anziane, affidate ad una casa di riposo, a volte non sempre adeguata e responsabile. Preghiamo.

- Davanti a te, o Padre, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche delle vittime della guerra e della violenza nelle famiglie, come pure delle vittime delle alluvioni e dei terremoti. Accogli tutti nella tua pace. Preghiamo.

Per chi presiede

Dio nostro Padre, accogli le suppliche della tua Chiesa in preghiera: rafforza la nostra fraternità e sostienici con il tuo Spirito nel cammino della nostra vita. Te lo chiediamo per Cristo nostro Fratello e Signore, vivente nei secoli dei secoli. AMEN.


"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 52 - 2022/2023 anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino


XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Vangelo:



L'intero capitolo XXIII del Vangelo di Matteo è rivolto all'attenzione dei discepoli e delle folle, perché stiano bene attenti a non lasciarsi contaminare «dal lievito dei farisei e del sadducei» (16,11), cioè dall'ipocrisia. I Vangeli sono stati scritti per le comunità cristiane del primo secolo, quando ormai la separazione tra la comunità ebraica e i cristiani era quasi del tutto avvenuta, per questo gli scribi e i farisei di cui ci parla la pagina del Vangelo sono i credenti delle comunità cristiane, invitati in questa maniera dall'evangelista a riconoscersi in loro. Scribi e farisei hanno usurpato la cattedra di Mosè, noi cristiani ci siamo impadroniti di quella di Gesù, l'unico e solo Maestro, imponendo a coloro che credono in Lui fardelli insopportabili. «Questa è e rimane la prima tentazione per la Chiesa: abbandonare lo Spirito datore di vita per tornare alla "lettera che uccide" (cfr. 2Cor 3,6)». Sostituire il vino con l'acqua, il Vangelo con la Legge o imporlo come Legge. La Legge, in se stessa, è buona, ma solo se scaturisce dall'Amore e conduce all'Amore. Diversamente, la Legge distrugge la vita di chi vi è sottoposto annullando ogni diversità e alterità. Ci vantiamo sovente di glorificare e magnificare in questo modo il Signore, ma al centro della nostra vita non c'è nient'altro che il nostro smisurato ego. La grandezza di Dio, invece, sta nel farsi piccolo, e la sua gloria è nel servire i suoi figli, tutti i suoi figli - buoni e cattivi, santi e peccatori, ortodossi ed eretici - con amore ed umiltà. «Senza l'Amore, la Legge stessa rimane inevasa ed ogni osservanza altro non è che una sottile patina vernice che copre il nostro perbenismo ipocrita» (cit.).


sabato 4 novembre 2023

GRANDE E' SOLTANTO L'AMORE - Gesù è la novità di un Dio che non tiene il mondo ai suoi piedi, è Lui invece ai piedi di tutti: il grande servitore. Servizio è il nome nuovo, il nome segreto della civiltà che ha bisogno di molta cura per vivere. - XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Ronchi

GRANDE E' SOLTANTO L'AMORE
 

Gesù è la novità di un Dio che non tiene il mondo ai suoi piedi, 
è Lui invece ai piedi di tutti: il grande servitore. 
Servizio è il nome nuovo, il nome segreto della civiltà che ha bisogno di molta cura per vivere.


I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire

Non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato (...) Matteo 23,1-12


per i social

GRANDE E' SOLTANTO L'AMORE

Gesù è la novità di un Dio che non tiene il mondo ai suoi piedi, è Lui invece ai piedi di tutti: il grande servitore. Servizio è il nome nuovo, il nome segreto della civiltà che ha bisogno di molta cura per vivere.
 
Il Vangelo di questa domenica brucia le labbra di tutti coloro “che dicono e non fanno”. Ed evidenzia due questioni di fondo, che chiunque desideri una vita che sia autentica deve affrontare. La prima: essere o apparire. La seconda: l'amore per il potere.

Esame duro, perché nessuno può dirsi esente dall'incoerenza tra il dire e il fare.

Che il Vangelo sia un progetto troppo esigente, quasi inarrivabile? No!

Gesù non va contro le cadute di chi vorrebbe ma non ce la fa, bensì contro l'ipocrisia di chi fa finta. Sa bene quanto siamo deboli, sente la nostra fatica, e i profeti lo dipingono premuroso come il vasaio che non butta il vaso mal riuscito, ma rimette l’argilla sul tornio e la lavora di nuovo. Premuroso come il pastore che prende sulle spalle la pecora ritrovata, perché sia più lieve il ritorno. Sempre attento alle fragilità, come al pozzo di Sicar, quando nella samaritana dai molti amori e dalla grande sete, fa nascere il canto di una sorgente d’acqua viva.

Gesù non si scaglia contro la debolezza dei piccoli, ma contro l'ipocrisia dei pii e dei potenti, che amano apparire; contro l'ipocrita che non si accontenta di essere peccatore, vuole addirittura apparire buono; contro il duro di cuore che stila leggi sempre più severe, ma soltanto per gli altri.

E poi individua il secondo comportamento che rovina la vita: l'amore per il potere. Non fatevi chiamare maestro, dottore, padre, come se foste superiori agli altri. Voi siete tutti fratelli! E questo è un primo grande capovolgimento: tutti fratelli, nessuno superiore, tutti con gli stessi diritti. Ma a Gesù questo non basta, e va oltre: il più grande tra voi sarà colui che serve.

I grandi del mondo si costruiscono troni di morti, ma Dio non ha troni, cinge un asciugamano per consolare tutte le ferite della terra. E se una gerarchia nella chiesa deve sussistere, sarà capovolta rispetto alle norme della società terrena, per affidare la comunità a colui che ama di più.

Dio non è il Signore della vita, è molto di più: è il servo di ogni vita. E rovescia la nostra idea di grandezza: il più forte non è chi ha più potere ma chi è più amato, chi ha speso più amore. Divina follia del servizio: “sono venuto per servire, non per essere servito”. Gesù è la novità di un Dio che non tiene il mondo ai suoi piedi, è Lui invece ai piedi di tutti: il grande servitore. Il vero potere è quello capace di servire. Servizio è il nome nuovo, il nome segreto della civiltà.

E allora il più grande del nostro mondo sarà forse una mamma che si prodiga senza contare le ore e la fatica, un volontario che corre sotto le bombe per salvare qualcuno, o forse uno di voi che legge, che spesso è le gambe, gli occhi, l’angelo di un disabile. Il mondo ha bisogno di molta cura per vivere.
 
 
per Avvenire 

Gesù ricorda: il più grande è colui che serve (...)

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La metafora del topolino e la nonviolenza come strategia

Maria Giovanna Farina*
La metafora del topolino e
la nonviolenza come strategia

A peace movement poster: Israeli and Palestinian flags and the words peace in Arabic and Hebrew. Similar images have been used by several groups supporting a two-state solution to the conflict.


Quando in un appartamento entra un ospite indesiderato come un topolino, si appronta una trappola che lo uccide o, nei casi nonviolenti da preferire, un meccanismo per catturarlo e poi riportarlo in natura dove non può dar fastidio a nessuno.

Non ho mai visto abbattere un palazzo per catturare il topolino anche se quest’ultimo ha mangiato il nostro formaggio ed ha morsicato l’orecchio di nostro figlio. Purtroppo accade che si stermini un popolo per catturare alcuni terroristi e se è giusto difendersi non lo è trucidare gli innocenti; tutto ciò non si potrà mai impedire, ahimè, con le preghiere, i digiuni e le marce della pace: pratiche lodevoli ma non immediatamente risolutive a meno di un miracolo.

Solo i potenti della Terra possono far tacere le armi, sempre loro possono agire per aiutarci a diffondere la cultura del dialogo senza scordare che, paradossalmente, chi l’ha inventa, Socrate, è stato condannato a morte. Con ciò non dobbiamo arrenderci ma insistere ad oltranza per promuovere l’educazione ai sentimenti e al dialogo, due strumenti indispensabili e interconnessi. Non esiste amore senza dialogo, chi si ama crea un confronto continuo, in generale chi ama non rinuncia all’ascolto dell’altro e non solo nella coppia, bensì anche in una relazione affettiva fraterna, amicale e filiale. Il significato originario del termine dialogo è, dal greco, dia leghein (dire attraverso) pertanto se “diciamo attraverso” noi facciamo muovere le nostre parole in un movimento tra noi e gli altri. Possiamo affermare che “dire attraverso” significa parlare tramite le parole, ma allo stesso tempo indica un “perforare” attraverso le parole.

Il dialogo perfora senza violenza il muro del silenzio, dell’equivoco o del conflitto e ri-stabilisce l’ordine riducendo al minimo il fraintendimento che è fonte di incomprensione. Questo è ciò che dovrebbe essere, ma perché spesso il dialogo ci porta in un vicolo cieco provocando insoddisfazione, dolore, rabbia e nei casi estremi, come la guerra, morte? La risposta è che predichiamo, suggeriamo, ma non dialoghiamo affatto; principalmente manca una vera cultura del dialogo: essere aperti al dialogo non significa mettersi in posizione, seduti magari in un bel salotto, pronti alla conversazione o a pontificare. Dialogare significa essere disposti a mettersi in vero ascolto dell’altro, delle sue ragioni, dei suoi problemi anche quelli creati da noi. Prima di tutto, per attuare un vero dialogo, è indispensabile essere disposti a mettere in discussione la proprie idee senza condizioni.

Secondo punto: essere leali. Se dialogo solo per il mio tornaconto, o per quello di qualcun altro, non è dialogo ma sofismo, raggiro. Con uno studio del 2018 dell’Università del Michigan si è giunti al risultato che litigare fa bene ed allunga la vita della coppia, naturalmente se la discussione è produttiva e non esercitata con violenza sull’altro. Effettivamente possiamo verificare non solo col partner, ma anche tra colleghi, gli amici, i vicini di casa… e il resto del mondo che il litigio è una modalità catartica, di pulizia della rabbia che si nasconde nell’anima, per cui ristabilendo l’eutimia sicuramente migliora la salute del corpo e della relazione.

Il litigio è una forma di dialogo estrema, altra cosa è la violenza della guerra, un acting-out pulsionale ingiustificabile, sempre. La cultura del dialogo va recuperata iniziando dall’infanzia, se imparassimo ad esempio fin da piccoli che non si può avere ragione sempre a tutti i costi perché avere torto fa parte del gioco e non è una sconfitta, sarebbe il primo passo verso il vero ascolto dell’Altro. Se si imparasse fin da piccoli che amare è rispettare, è volere il bene dell’altro, se si imparasse che l’esempio di chi si ama è la migliore “scuola”, se si smettesse di creare contrapposizioni e si volesse davvero introdurre l’educazione ai sentimenti e al dialogo nelle attività extra curricolari… se tutto ciò si potesse realizzare in modo capillare, allora verrebbero meno tanti sanguinosi conflitti dove chi muore sono soprattutto tanti innocenti al di là delle bandiere, delle etnie e delle religioni. Se tutto ciò accadesse, la nonviolenza avrebbe vinto.

*Maria Giovanna Farina si è laureata in Filosofia con indirizzo psicologico all’Università Statale di Milano. È filosofa, consulente filosofico, analista della comunicazione e autrice di libri per aiutare le persone a risolvere le difficoltà relazionali. Nei suoi testi divulgativi ha affrontato temi quali l'amore, la musica, la violenza di genere, la filosofia insegnata ai bambini, l'ottimismo e la scelta. Studiosa di relazioni umane, a partire da quelle madre-bambino, è autrice di numerosi articoli e di interviste anche in video fatte ad alcuni tra i più noti personaggi della cultura e dello spettacolo. Impegnata contro la violenza, ha contribuito a far inserire la parola Nonviolenza, in un'unica forma verbale, nella Treccani.it. Il suo sito è www.mariagiovannafarina.it
(fonte: Pressenza 03.11.23)

4 Novembre? Non è la nostra festa

4 Novembre? Non è la nostra festa

Quella terminata il 4 novembre 1918 è stata una guerra che come tutte le guerre ha portato morte e distruzione. È stata una guerra di aggressione, di un’Italia che rivendicava il diritto all’occupazione di altri paesi (ricorda più di un governo oggi…). È stata una guerra ferocissima contro chi si ribellava con la diserzione e la renitenza alla leva. Mai come in questi giorni c’è bisogno di urlare contro la propaganda militarista e nazionalista che trova spazio ovunque, perfino nelle scuole. Il grido dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università


In Parlamento procede l’iter che potrebbe portare all’istituzione del 4 Novembre come festa nazionale. Una simile celebrazione rappresenta un ulteriore passo in avanti rispetto al processo di normalizzazione della guerra e di marginalizzazione della cultura della pace che quotidianamente osserviamo nel mondo educativo e nella società.

Ci sgomenta la particolare attenzione rivolta alle istituzioni scolastiche invitate anche in questa giornata a “sensibilizzare gli studenti sul ruolo quotidiano che le Forze armate svolgono”. Si tratta di una ennesima narrazione falsa ed edulcorata che tace sulla violenza e sulle distruzioni della guerra e fa leva su quegli interventi – in occasione, per esempio, di calamità naturali – che in realtà potrebbero essere svolti da un altrettanto valido servizio civile. Un tentativo di far accettare supinamente alle nuove generazioni l’inevitabilità delle guerre eludendo ogni forma di riflessione critica sul tema.

Si profila quindi un 4 Novembre che mira a portare dentro le scuole una forte ventata di nazionalismo, attraverso la retorica del compimento dell’unità nazionale, e di militarismo facendo ricorso alla retorica del sacrificio: “Si intende ricordare, in special modo, tutti coloro che, anche giovanissimi molto giovani, hanno sacrificato il bene supremo della vita per un ideale di Patria e di attaccamento al dovere: valori immutati nel tempo, per i militari di allora e quelli di oggi”.

Noi, proprio perché abbiamo il massimo rispetto per chi ha perso la vita nel corso del primo conflitto mondiale, pensiamo che la riflessione sul 4 Novembre debba indagare i fatti storici sottraendoli alla retorica militarista. Il nostro obiettivo è antitetico a quello del Governo: noi vogliamo “gettare” finalmente la guerra fuori dalla storia.

Va innanzitutto ricordato che la Prima guerra mondiale fu per il nostro Paese una guerra di aggressione. Fu infatti l’Italia a dichiarare guerra all’Austria, dopo aver sottoscritto il Patto di Londra, un accordo con il quale Francia, Gran Bretagna e Russia assicuravano all’Italia, in caso di vittoria, l’espansione dei propri confini anche in territori in cui la popolazione italiana era in netta minoranza. Territori nei quali pochi anni dopo avvenne l’italianizzazione forzata ai danni di lingue e tradizioni autoctone. Altre rassicurazioni rivolte all’Italia dalle allora potenze mondiali riguardavano una parte dell’Albania, tutte le isole del Dodecanneso (peraltro, già occupate), il riconoscimento in Libia “di tutti quei diritti e quelle prerogative (…) finora riservate al Sultano in virtù del trattato di Losanna” e, infine, “un’estensione dei possedimenti italiani in Eritrea, Somalia e Libia nelle aree coloniali confinanti con le colonie francesi e britanniche”.

È di tutta evidenza che non si trattava tanto di completare il percorso risorgimentale verso l’unità nazionale, intriso anch’esso di massacri di popolazioni del Sud inermi e di false promesse di riforme sociali, quanto invece di riaffermare il carattere imperialistico di un’Italia che rivendicava il diritto all’occupazione e allo sfruttamento economico di altri Paesi, né più né meno di altre potenze coloniali europee.

Contro questa narrazione a senso unico è fondamentale ricordare la diffusa opposizione di tanti soldati verso i comandi che sfociò in diversi episodi di diserzione e renitenza alla leva con conseguenti condanne nei tribunali militari e decimazioni al fronte: circa 870mila denunciati, 350mila processi celebrati, 170mila condanne eseguite.

La ferocia dei comandi militari, le decimazioni, le condizioni bestiali in cui i militari italiani si trovarono in trincea sono tutti elementi, ampiamente riconosciuti dalla storiografia, che devono di necessità entrare in una riflessione didattica attorno alla Prima guerra mondiale.

Un conflitto che Papa Benedetto XV definì prima “un’orrenda carneficina” che disonora l’Europa e successivamente una “inutile strage”.

Ci sono dunque fondati motivi per evitare una ricostruzione storica tanto acritica quanto appiattita sulla propaganda militarista odierna, o ancor peggio retorica e bellicista, di questo tragico periodo storico. Soprattutto oggi, in un mondo ancora attraversato da numerosi conflitti, e non solo in Ucraina, è necessario difendere e diffondere la cultura della pace per contribuire a realizzare il fine politico e storico della “pace perpetua” per l’intera umanità, così come prescritto nella nostra Costituzione.

Nel contesto attuale, le celebrazioni del 4 Novembre, Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate, diventano, perciò, l’occasione per esaltare non solo il passato bellicista, ma il presente sostegno alla guerra.

Così scriveva Lorenzo Milani: “Era nel ’22 che bisognava difendere la Patria aggredita. Ma l’esercito non la difese. Così la Patria andò in mano a un pugno di criminali che violò ogni legge umana e divina e, riempiendosi la bocca della parola Patria, condusse la Patria allo sfacelo”.

Non intendiamo, a cent’anni di distanza da quei tragici eventi, annacquare la storia e la storiografia nell’esaltazione acritica delle idee di patria e del dovere dentro un sistema di disvalori in cui il sacrificio della propria vita e l’annientamento del nemico vanno a braccetto con le malsane idee di vittoria e gloria perpetua. La guerra, qualsiasi guerra, è solo morte e distruzione. La guerra non ammette vincitori.

Il processo di militarizzazione delle nostre scuole, già molto avanzato, cerca un appiglio nella storia passata attraverso l’esaltazione del 4 Novembre proprio nel momento in cui all’orizzonte si profila il terribile spettro di una guerra totale.

In questo senso ci preme anche ricordare che in Italia il servizio di leva obbligatorio è attualmente sospeso dalla legge 23 agosto 2004 n. 226, ma all’occorrenza potrebbe essere ripristinato. L’articolo 1929 del Codice dell’ordinamento militare prevede infatti che la leva obbligatoria possa essere ripristinata solo se “il personale volontario in servizio è insufficiente e non è possibile colmare le vacanze di organico, in funzione delle predisposizioni di mobilitazione, mediante il richiamo in servizio di personale militare volontario cessato dal servizio da non più di cinque anni”. Spetta ai Comuni, ogni anno, procedere alla formazione delle liste di leva che contengono i nominativi di tutti i cittadini maschi da 17 a 45 anni.

Poiché l’attuale governo sta rispolverando il cosiddetto progetto della mini naja (40 giorni di servizio militare volontario), va rilanciata fra le giovani generazioni l’obiezione di coscienza coerentemente con chi, oggi, appoggia la diserzione russa e ucraina.

Per tutte queste ragioni, e per molte altre osservazioni che potrebbero essere aggiunte, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università propone per il prossimo 4 novembre una giornata di mobilitazione da declinare nelle forme che le realtà territoriali riterranno opportune, individuando luoghi i percorsi che possano contribuire a rimettere in discussione la “voglia di guerra” che attraversa le classi dirigenti, e non solo loro, del nostro Paese.

Facciamo appello in particolare a tutte le persone che operano nell’ambito della formazione, ma non solo a loro, per la costruzione di una giornata di mobilitazione atta a promuovere la cultura della pace per opporsi alla crescente militarizzazione di ogni spazio sociale.

[Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università]
(fonte: Comune-Info 01/11/2023)


venerdì 3 novembre 2023

Il frate scelto dall’Onu: “L’intelligenza artificiale non deve spaventarci”

Giovanni Panettiere
Il frate scelto dall’Onu: “L’intelligenza artificiale non deve spaventarci”

Il teologo francescano Paolo Benanti e lo sviluppo tecnologico: “Temo più la stupidità naturale, gli algoritmi possono aiutarci”. Londra, siglato ieri da 28 Stati un accordo per la disciplina della IA

Il teologo francescano Paolo Benanti

“Più che l’Intelligenza Artificiale ci deve spaventare la stupidità naturale che può trasformare questo strumento da opportunità ad arma micidiale per gli esseri umani". Da sorella luna a fratello algoritmo il passo è breve per fra Paolo Benanti, quasi in una ’riscrittura 2.0’ del Cantico delle creature che finisce per accogliere con fiducia le prospettive delle nuove tecnologie, "in scia al Concilio Vaticano II e al suo approccio positivo alla modernità”. Religioso francescano, il teologo è uno dei massimi esperti al mondo d’IA (Intelligenza Artificale) al punto da convincere il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ad inserirlo tra i 39 esperti del New artificial intelligence advisory board.

Anche stavolta, professore, il problema più che nel mezzo in sé sta nel suo utilizzo?

"Da quando in una caverna abbiamo preso in mano per la prima volta una clava questa può essere un utensile per aprire noci di cocco o per aprire crani, sta a noi. Lo stesso discorso vale per la IA che suscita grandi speranze, ma si porta dietro anche dei rischi".

Quali?

"L’idea che l’uomo possa usarla non a fin di bene, ma sia condizionato da una certa miopia che, per tornaconto immediato o egoismo, gli impedisca di vedere i danni enormi che provoca agli altri. Queste macchine sono capaci di produrre immagini e testi indinstinguibili da documenti e foto umane, possono pertanto cambiare l’opinione pubblica, convincerci a fare qualcosa a danno nostro o degli altri".

Come ci si difende?

"Da un lato, con una formazione, che ci educhi a cercare sempre il vero, e una cultura normativa fatta di leggi e regolamenti a tutela di neurodiritti, a partire da quello a non essere manipolati da una macchina; dall’altro, evitando di restare isolati di fronte al grande flusso d’informazioni dei nostri tempi per rielaborarle con gli altri in spazi reali di condivisione, come le vecchie piazze medievali"

L’accordo di Bletchley Park, siglato ieri, va nella giusta direzione?

"È un primo passo importante di questa nuova storia. Tutti ormai ci siamo resi conto che uno strumento così potente necessita di una regolamentazione. La questione è che non sappiamo ancora bene come fare".

Dal punto di vista etico, quali sono i guardrail da porre sulla direttrice di un corretto impiego della Intelligenza Artificiale?

"Prudenza, trasparenza e ricerca del bene comune, sapendo che noi cattolici siamo chiamati a camminare insieme agli altri uomini di buona volontà, come ci insegna la Gaudium et spes del Vaticano II".

C’è chi sostiene che rischiamo di perdere posti di lavoro per colpa degli algoritmi...

"Non è detto che l’aumento di produttività dovuto alla IA ingeneri un calo dei livelli occupazionali. Evitiamo catastrofismi".

Quali prospettive vede negli algoritmi?

"Per esempio, la possibilità d’intervenire direttamente a casa di un paziente cronico nel momento in cui si constata, grazie a un sistema di calcolo, che rischia di peggiorare. Questo significa meno ospedalizzazioni e risparmi per il Servizio sanitario".

E Gesù oggi che cosa chiederebbe di scrivere a ChatGPT?

"Adamo dove sei, dove ti sei nascosto? L’umanità non va mai messa da parte, deve essere al centro anche dell’Intelligenza Artificiale".
(fonte: Quotidiano Nazionale 03/11/2023)


“Solo l’amore fa agire la Chiesa” (Ms B 254). L’amore come senso e dinamismo della vita cristiana . A cura di Gregorio Battaglia (testo e video)

MERCOLEDÌ DELLA SPIRITUALITÀ 2023
promossi dalla
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)


S. TERESA DI LISIEUX
SORELLA NEL CAMMINO DELLA VITA
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Quarto Mercoledì - 25 ottobre 2023

“Solo l’amore fa agire la Chiesa” (Ms B 254)
L’amore come senso e dinamismo della vita cristiana

Gregorio Battaglia


      Teresa nell’ultima fase della sua vita di fronte alle sollecitazioni delle Priora e delle sorelle accetta di parlare con molta semplicità della sua esperienza umana e spirituale. Ella parla ben volentieri di come il Signore l’abbia gradualmente introdotta in quella che Teresa ama chiamare «la scienza dell’Amore» (Ms B 241, p. 230)1 .
 1. Noi oggi che leggiamo Teresa di Lisieux… 
Ma prima di ascoltare le sue riflessioni e la sua esperienza di vita, credo che sia opportuno fermarci a considerare il contesto storico e culturale in cui ci troviamo immersi e che ci inquieta.
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      Nel caso di Teresa la parola “amore” non fa rima con sentimento, che non è escluso, ma che da solo non riesce ad esprimere la densità di questa scelta, perché qui è in gioco tutta la persona umana, in quanto intelletto, sentimento e volontà ed allo stesso tempo è in gioco lo stesso modo di abitare questa terra. Se ci si lascia guidare dall’istinto del possesso, anche la stessa esperienza di amore si riduce a volere l’altro per sé, chiudendolo di fatto in una prigione asfissiante o riducendolo a mezzo della propria affermazione. 
    Per Teresa il vivere di amore significa, invece, una voluta rinuncia a far girare il mondo attorno a se stessa ed al proprio bisogno di essere riconosciuta e ammirata. Nella sua scelta ciò che conta è proprio 3 questo «darsi smisurato, senza chiedere salario», perché la vita si accresce nella misura in cui viene donata. 
    Il programma di vita proposto da Teresa sembra appartenere ad un altro mondo, perché nel nostro di oggi il programma è ben diverso ed è sintetizzabile in due verbi: produrre e consumare. Per l’umanità del XXI secolo sembra che non vi sia altra ragione per vivere se non dentro questo cerchio asfissiante del produrre e del consumare. Il sopravvento dell’economia sulla politica ha di fatto messo fuori gioco quella che una volta veniva chiamata la “politica dei fini”, e a cui veniva demandata la scelta di cosa produrre e per quale finalità. 
   Di fronte a questo programma del nostro mondo contemporaneo viene spontaneo chiedersi dove abiti il vero realismo, se sia in questa logica del produrre e del consumare o nello sguardo di Teresa che con grande semplicità canta: «Vivere d’amore è un navigare incessante, seminando nei cuori la gioia e la pace» (P 9, str. 8, p. 827).
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Leggi anche:
- La traccia integrale (pdf)

- il calendario completo degli incontri


Ecco i precedenti incontri:

- “Per amarti sulla terra, o Dio, non ho che l’oggi” (Poesia 5).
Contesto storico e profilo biografico- spirituale di Teresa di Lisieux
Alberto Neglia


- “Fa’ che io ti rassomigli” (Preghiera 11). Alla ricerca del Volto nascosto di Gesù -
Egidio Palumbo


- “Una rosa sfogliata si dona incurante” (Poesia 51,3). Il primato della Grazia/Gratuità e della Fede/Fiducia sulla meritocrazia spirituale - Egidio Palumbo

giovedì 2 novembre 2023

Alessandro D'Avenia - I cinque rimpianti da evitare di avere

Alessandro D'Avenia 
I cinque rimpianti da evitare di avere


Cinque sono le cose che un uomo rimpiange quando sta per morire. Non saranno i viaggi confinati nelle vetrine delle agenzie che rimpiangeremo, e neanche una macchina nuova, una donna o un uomo da sogno o uno stipendio migliore.

La prima sarà non aver vissuto secondo le nostre inclinazioni ma prigionieri delle aspettative degli altri. Cadrà la maschera di pelle con la quale ci siamo resi amabili, o abbiamo creduto di farlo. Ed era la maschera creata dalla moda. La maschera di chi si accontenta di essere amabile. Non amato.

Il secondo rimpianto sarà aver lavorato troppo duramente, lasciandoci prendere dalla competizione, dai risultati, dalla rincorsa di qualcosa che non è mai arrivato perché non esisteva se non nella nostra testa, trascurando legami e relazioni.

Per terzo rimpiangeremo di non aver trovato il coraggio di dire la verità. Rimpiangeremo di non aver detto abbastanza ”ti amo” a chi avevamo accanto, ”sono fiero di te” ai figli, ”scusa” quando avevamo torto, o anche quando avevamo ragione. Abbiamo preferito alla verità rancori incancreniti e lunghissimi silenzi.

Poi rimpiangeremo di non aver trascorso tempo con chi amavamo. Non abbiamo badato a chi avevamo sempre lì, proprio perché era sempre lì. E come abbiamo fatto a sopportare quella solitudine in vita? L’abbiamo tollerata perché era centellinata, come un veleno che abitua a sopportare dosi letali. E abbiamo soffocato il dolore con piccolissimi e dolcissimi surrogati, incapaci di fare anche solo una telefonata e chiedere come stai.

Per ultimo rimpiangeremo di non essere stati più felici. Eppure sarebbe bastato far fiorire ciò che avevamo dentro e attorno, ma ci siamo lasciati schiacciare dall'abitudine, dall'accidia, dall'egoismo, invece di amare come i poeti, invece di conoscere come gli scienziati. Invece di scoprire nel mondo quello che il bambino vede nelle mappe della sua infanzia: tesori.”


Tonio Dell'Olio La sconfitta della guerra

Tonio Dell'Olio
La sconfitta della guerra

PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI IL 02 NOVEMBRE 2023


Quando Papa Francesco ribadisce che "la guerra è una sconfitta" e che questa è "l'ora più buia", non si riferisce solo ai danni (lutti, sofferenze, distruzioni) senza stima provocati dalla violenza ma anche al fatto che "non si riesce a fermarla".

E sì, perché il conflitto è la cosa più naturale e più frequente del mondo e della storia, l'uso della forza e della violenza per tentare di dirimerlo prevalendo sull'altro è la degenerazione del conflitto, non riuscire a fermare la violenza è una tragedia ancora più grande perché non investe più soltanto i contendenti ma tutti gli altri. La "sconfitta", pertanto, ci riguarda tutti e in certo modo ci coinvolge. In migliaia di anni, pur essendo tutti pronti e concordi ad ammettere la brutalità crudele della guerra e la sua stupidità, non siamo riusciti ad elaborare un sistema per fermarla dopo che è iniziata. E per la verità nemmeno a prevenirla! Il massimo risultato che siamo riusciti ad elaborare è quello di normarla con regole che restano puntualmente disattese. E ci tocca assistere impotenti ai cosiddetti "crimini di guerra". La verità, allora, è che manca la comunità internazionale, manca l'Onu, manca un diritto che riconosca la vita umana come bene superiore all'inviolabilità della sovranità nazionale. Manca un meccanismo internazionale di intervento rapido e risolutivo di protezione dei civili.

Napoli, la donna al centro della Chiesa: don Mimmo Battaglia inaugura il ciclo di lezioni

Napoli, la donna al centro della Chiesa: 
don Mimmo Battaglia inaugura il ciclo di lezioni

Il ciclo di lezioni che sarà fruibile sia in presenza che in collegamento web, gratuito, e con già all’attivo più di 700 iscrizioni a distanza e oltre 100 in presenza

L’arcivescovo don Mimmo Battaglia

«La presenza [delle donne] nella Chiesa deve essere più incisiva soprattutto nei diversi luoghi dove vengono prese le decisioni importanti».

Così l’arcivescovo don Mimmo Battaglia ha espresso, già il primo ottobre dello scorso anno, la necessità di una reale attenzione alla donna e al suo ruolo da parte della Chiesa di Napoli.

Questa volontà è ora messa in pratica da una serie di percorsi inclusivi, interreligiosi e interculturali, aperti a tutta la comunità, ecclesiale e non, che restituiscono alla donna un ruolo centrale, finora non sempre riconosciuto.

Tra le prime iniziative, incontri sulla Bibbia, interpretata da studiose di fede cattolica, protestante ed ebrea, rivolti a chiunque voglia accostarsi senza pregiudizi al testo sacro. Da qui il titolo evocativo «La Parola alle donne. Letture e interpretazioni inclusive» per un ciclo di lezioni che sarà fruibile sia in presenza che in collegamento web, gratuito, e con già all’attivo più di 700 iscrizioni a distanza e oltre 100 in presenza, dai 20 agli 80 anni, provenienti da tutta Europa. Li inaugura don Mimmo Battaglia il giorno 3 novembre 2023, presso S. Gregorio Armeno, alle ore 17:30.

Ancora, cinque Diocesi italiane, dal nord e dal sud della penisola, Cassano allo Ionio, Catania, Napoli, Palermo e Verona, si sono unite con l’obiettivo di creare una sorta di sororità ecclesiale («Sorelle Diocesi: comunità ecclesiali in rete»), attraverso una rete di condivisione per aprirsi allo scambio di buone pratiche sul territorio e alla messa in comune di idealità e prospettive relativamente alla presenza femminile nelle singole diocesi per promuovere i ministeri e le corresponsabilità delle donne nella comunità ecclesiale e civile.

Centrale diventa, in tal senso, la tecnologia e, in particolare, il sito web «Donne in dialogo nella Chiesa di Napoli. Protagoniste Luoghi Itinerari» (www.chiesadinapoli.it/donne), nato per far conoscere il patrimonio religioso, culturale e sociale che le donne hanno lasciato nella città di Napoli. Si guarda al passato e al ruolo già fondamentale della donna per costruire un presente inclusivo. Il sito avrà una sua declinazione social sulle pagine Instagram e Facebook @donnechiesanapoli e si aprirà ancora di più al pubblico e ai giovani attraverso una serie di visite guidate che racconteranno argomenti inediti e luoghi inesplorati della storia religiosa femminile di Napoli, normalmente assenti dai percorsi turistici della città.

Nel solco del dialogo interculturale e interreligioso, «Donne e religioni nel dialogo della solidarietà» vuole creare un osservatorio permanente per incontri di culture, diritti e solidarietà. Il primo appuntamento, che si terrà nella Biblioteca Nazionale di Napoli, Sala Rari, il 21 novembre 2023, alle ore 16:00, vedrà rappresentanti di comunità cattolica, ortodossa, valdese-metodista, luterana, ebraica, musulmana e dell'esercito della salvezza. Anche qui sarà presente l'Arcivescovo.
(fonte: il Mattino 31/10/2023)

COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI «Oggi, pensando ai morti, custodendo la memoria dei morti e custodendo la speranza, chiediamo al Signore la pace, perché la gente non si uccida più nelle guerre.» Papa Francesco omelia 02/11/2023 (foto, testo e video)

CELEBRAZIONE DELLA SANTA MESSA PER LA COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI

Rome War Cemetery
Giovedì, 2 novembre 2023


Alle ore 10.00 di questa mattina, nel giorno della Commemorazione di tutti i fedeli defunti, il Santo Padre Francesco ha presieduto la Santa Messa nel Rome War Cemetery a Roma. Al Suo arrivo, il Papa è stato accolto dal Vice Chairman Peter Hudson CBE, dall’Area Director Geert Bekaert, dal Country Manager Italy Claudia Scimonelli e dallo staff del Cimitero. 
Durante il percorso ha deposto dei fiori bianchi su alcune tombe e si è raccolto in un momento di preghiera. Al termine della Celebrazione Eucaristica, Papa Francesco ha fatto una breve sosta davanti al Cimitero ACattolico di Roma. Quindi è rientrato in Vaticano. 







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Pubblichiamo di seguito la trascrizione dell’omelia che il Papa ha pronunciato a braccio dopo la proclamazione del Vangelo:

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO


La celebrazione di un giorno come quello di oggi ci porta a due pensieri: memoria e speranza.

Memoria di coloro che ci hanno preceduto, che hanno trascorso la loro vita, che hanno concluso questa vita; memoria di tanta gente che ci ha fatto del bene: in famiglia, tra gli amici... E memoria anche di coloro che non sono riusciti a fare tanto bene, ma sono stati ricevuti nella memoria di Dio, nella misericordia di Dio. È il mistero della grande misericordia del Signore.

E poi speranza. Quella di oggi è una memoria per guardare avanti, per guardare il nostro cammino, la nostra strada. Noi camminiamo verso un incontro, con il Signore e con tutti. E dobbiamo chiedere al Signore questa grazia della speranza: la speranza che mai delude mai; la speranza, che è la virtù di tutti i giorni che ci porta avanti, ci aiuta a risolvere dei problemi e a cercarne le vie d’uscita. Ma sempre avanti, avanti. Quella speranza feconda, quella virtù teologale di tutti i giorni, di tutti i momenti: la chiamerò la virtù teologale “della cucina”, perché è alla mano e ci viene sempre in aiuto. La speranza che non delude: viviamo in questa tensione fra memoria e speranza.

Vorrei soffermarmi su una cosa che mi è accaduta all’entrata. Guardavo l’età di questi caduti. La maggioranza è tra i 20 e i 30 anni. Vite stroncate, vite senza futuro. E ho pensato ai genitori, alle mamme che ricevevano quella lettera: “Signora, ho l’onore di dirle che lei ha un figlio eroe”. “Sì, eroe, ma me l’hanno tolto!”. Tante lacrime in quelle vite stroncate. E non potevo non pensare alle guerre di oggi. Anche oggi succede lo stesso: tante persone giovani e non più giovani… Nelle guerre del mondo, anche in quelle più vicine a noi, in Europa e al di fuori: quanti morti! Si distrugge la vita senza averne coscienza.

Oggi, pensando ai morti, custodendo la memoria dei morti e custodendo la speranza, chiediamo al Signore la pace, perché la gente non si uccida più nelle guerre. Tanti innocenti morti, tanti soldati che vi lasciano la vita. Ma questo, perché? Le guerre sono sempre una sconfitta, sempre. Non c’è vittoria totale, no. Sì, uno vince sull’altro, ma dietro c’è sempre la sconfitta del prezzo pagato. Preghiamo il Signore per i nostri defunti, per tutti, per tutti: che il Signore li riceva tutti. E preghiamo anche perché il Signore abbia pietà di noi e ci dia speranza: la speranza di andare avanti e di poterli trovare tutti insieme con Lui, quando ci chiamerà. Così sia.

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mercoledì 1 novembre 2023

«La santità è un cammino, è un dono.» Papa Francesco omelia 01/11/2023 (testo e video)

PAPA FRANCESCO

ANGELUS

Piazza San Pietro
Mercoledì, 1° novembre 2023


Cari fratelli e sorelle, buongiorno, e buona festa!

Oggi celebriamo la Solennità di Tutti i Santi. Alla luce di questa festa, soffermiamoci un po’ a pensare sulla santità, in particolare su due caratteristiche della vera santità: è un dono – è un regalo, non si può comprare – e al tempo stesso è un cammino. Un dono e un cammino.

Anzitutto un dono. La santità è un dono di Dio che abbiamo ricevuto con il Battesimo: se lo lasciamo crescere, può cambiare completamente la nostra vita (cfr Esort. ap. Gaudete et exsultate, 15). I santi non sono eroi irraggiungibili o lontani, ma sono persone come noi, sono i nostri amici, il cui punto di partenza è lo stesso dono che abbiamo ricevuto noi: il Battesimo. Anzi, se ci pensiamo, sicuramente ne abbiamo incontrato qualcuno, qualche santo quotidiano, qualche persona giusta, qualche persona che vive la vita cristiana sul serio, con semplicità… sono quelli che a me piace chiamare “i santi della porta accanto”, che abitano normalmente tra di noi. La santità è un dono offerto a tutti per una vita felice. E del resto, quando riceviamo un dono, qual è la prima reazione? È proprio che siamo felici, perché vuol dire che qualcuno ci vuole bene; e il dono della santità ci fa felici perché Dio ci vuole bene.

Ma, ogni dono, però, va accolto, e porta con sé la responsabilità di una risposta, un “grazie”. Ma come si dice questo grazie? È un invito a impegnarsi perché non vada sprecato. Tutti i battezzati abbiamo ricevuto la stessa chiamata a «mantenere e perfezionare con la loro vita la santità che abbiamo ricevuto» (Lumen gentium, 40). E per questo - veniamo al secondo punto – la santità è anche un cammino, un cammino da fare insieme, aiutandoci a vicenda, uniti a quegli ottimi compagni di cordata che sono i Santi.

Sono i nostri fratelli, le nostre sorelle maggiori, su cui possiamo contare sempre: i santi ci sostengono e, quando nel cammino sbagliamo strada, con la loro presenza silenziosa non mancano di correggerci; sono amici sinceri, di cui ci possiamo fidare, perché loro desiderano il nostro bene. Nella loro vita troviamo un esempio, nella loro preghiera riceviamo aiuto e amicizia, e con loro ci stringiamo in un vincolo di amore fraterno.

La santità è un cammino, è un dono. Allora possiamo chiederci: mi ricordo di aver ricevuto in dono lo Spirito Santo, che mi chiama alla santità e mi aiuta ad arrivarci? Io ringrazio lo Spirito Santo per questo, per il dono della santità? Sento vicini i santi, parlo con loro, mi rivolgo a loro? Conosco la storia di alcuni di essi? Ci fa bene conoscere le vite dei santi e lasciarci muovere dai loro esempi. E ci fa tanto bene rivolgerci a loro nella preghiera.

Maria, Regina di tutti i Santi, ci faccia sentire la gioia del dono ricevuto e accresca in noi il desiderio della meta eterna.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Saluto con affetto tutti voi, pellegrini dei vari Paesi, famiglie, gruppi parrocchiali, associazioni e scolaresche.

In particolare, saluto i fedeli di Allensbach (Germania), quelli di Monterrey (Messico) e gli alunni della Scuola delle Suore di San Giuseppe di Nykøbing Falster in Danimarca; come pure il Gruppo romano di volontari dell’Associazione Nazionale Polizia di Stato.

Accolgo con piacere i partecipanti alla Corsa dei Santi, promossa dalla Fondazione “Missioni Don Bosco” per vivere in una dimensione di festa popolare la ricorrenza di Tutti i Santi. Grazie per la vostra bella iniziativa e per la vostra presenza!

Domani mattina celebrerò la Messa nel Cimitero dei caduti del Commonwealth durante la II guerra mondiale.

E continuiamo a pregare per le popolazioni che soffrono a causa delle guerre di oggi. Non dimentichiamo la martoriata Ucraina, non dimentichiamo la Palestina, non dimentichiamo Israele e non dimentichiamo tante altre regioni dove la guerra ancora è troppo forte.

E a tutti voi auguro una buona festa nella compagnia spirituale dei Santi. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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