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mercoledì 5 ottobre 2022

San Francesco è innamorato di Gesù - Omelia del Card. Matteo Zuppi, Presidente della CEI (testo e video)

Ad Assisi la Messa solenne nel giorno della festa nella Chiesa superiore della Basilica papale del Santo, alla presenza anche del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è stata presieduta dal presidente della Cei, cardinale Zuppi, che nell'omelia ha pregato per l'Italia e per l'Europa e ha ricordato che "solo insieme" sarà possibile uscire dalle gravi difficoltà del presente: con il Poverello lavoriamo per rendere il mondo più umano e fraterno.
La memoria della pandemia da Covid-19, le sue vittime morte in solitudine e i gesti d’amore che ha saputo provocare, e “il lupo terribile della guerra”, sono i temi centrali della sua omelia. Con il cardinale, hanno concelebrato il vescovo della diocesi umbra, monsignor Domenico Sorrentino, i ministri generali e provinciali delle Famiglie Francescane con l'assistenza del cardinale Agostino Vallini, legato pontificio per le Basiliche di Assisi.

San Francesco è innamorato di Gesù
Omelia del Card. Matteo Zuppi, Presidente della CEI


La Parola di Dio parla sempre a noi e di noi. Parla oggi e ci aiuta a capire i segni dei tempi e questi ci aiutano a comprenderla, perché non è mai fuori del tempo o in un tempo passato, ma nell’oggi, nella storia. Il Libro del Siracide descrive San Francesco, che riparò “il tempio”, la casa del Signore che è in rovina e, allo stesso tempo – non è forse proprio quanto siamo chiamati a fare oggi? –,si mette in cammino perché lui per primo è “Fratello di tutti” e non aspetta che lo diventino gli altri: compie lui il primo passo verso il prossimo. È il nostro Patrono ed è una gioia particolare, in questo tempo così segnato da tanta sofferenza e preoccupazione, trovarci qui con tutte le Chiese che sono in Italia e con il Presidente del nostro Paese, che rappresenta tutti gli italiani e le italiane e che ringrazio di cuore per la sua presenza e per il suo servizio, pieno di saggezza e di convinta passione per difendere gli ideali costitutivi del nostro Paese. Grazie perché ci rappresenta e ci incoraggia a sentirci parte di questo nostro bellissimo Paese.

Fratelli tutti” è il contrario della pandemia del COVID. San Francesco è innamorato di Gesù: ascolta e mette semplicemente in pratica il Vangelo, solo il Vangelo e con la sua umanità ci insegna ad amarlo, a scoprine la gioia, la fraternità che genera, il senso personale e universale, la pace e il bene che accendono di amore tutto il creato e le creature. Il suo è un amore molto reale perché ama l’altro sempre «quando fosse lontano da lui, quanto se fosse accanto a lui». Così, mite e umile di cuore come il suo Gesù, San Francesco – in un mondo che era e che è segnato da lupi e cittadini violenti o paurosi, da torri e spade, da cavalieri e briganti, da guerre e inimicizia, inquinato da troppo odio tanto da rendere impossibile parlare di pace – progetta un mondo fraterno, disarmato, dove c’è spazio per ognuno, a cominciare dai più poveri e fragili. Ecco, oggi sentiamo la consolazione di essere con lui e di vedere la sua stella (come è noto le stelle brillano maggiormente quando la notte è più fonda) che ci accoglie “come un astro mattutino fra le nubi”.

Abbiamo bisogno di luce, che vuol dire speranza. E il nostro Patrono ci fa sentire a casa e ci aiuta a guardare anche le difficoltà con la forza dell’amore. Nella tempesta della pandemia abbiamo sperimentato tanto buio, inatteso e prolungato. Lo descrisse Papa Francesco nella memorabile preghiera in Piazza San Pietro: “Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti”. Non dimentichiamo questo. Non vogliamo dimenticare, come quando si vince il dolore rimuovendolo o divorandolo nella bulimia di emozioni che non diventano sentimenti, consapevolezza, scelte, umanità. Raccogliamo oggi il testamento affidatoci da chi non c’è più per colpa del COVID. Alcuni dei loro nomi li deporremo accanto a questa lampada.

Li abbiamo raccolti proprio sapendo quanta amarezza e sconforto ha generato non poter essere vicini a loro nell’ultimo tratto della vita. Ricordiamo tutti coloro i cui nomi portiamo nei nostri cuori e li affidiamo all’amore di Dio, perché siamo nella luce dell’amore che non finisce. Non sono più tornati a casa e non abbiamo potuto accompagnarli, come loro e noi avremmo desiderato. Per molti solo le videochiamate hanno rappresentato dei veri e propri testamenti struggenti. Resta l’amarezza lacerante per un discorso interrotto, lo sconforto che fa apparire tutto vano. In quella notte terribile abbiamo visto anche tante luci, tutte, consapevolmente o meno, riflesso di un amore più grande. Abbiamo capito che non si può lasciare nessuno solo e anche che il buio può essere sconfitto, pure solo con una piccola lampada di umanità.


Sono state le luci che il personale sanitario ha acceso con i piccoli grandi gesti di umanità: consolando lacrime, stringendo mani, dando sicurezza, anche solo una carezza o uno sguardo. Ricordo quanti di loro come delle forze dell’ordine, dei farmacisti, operatori di carità hanno perso la vita per motivo del servizio, continuando ad aiutare nell’emergenza. Essi sono tra i giusti che ascoltano quelle tenere parole di gratitudine di Dio: ero malato e sei venuto a visitarmi, prendi parte alla gioia che non finisce. Ecco oggi siamo nella casa di San Francesco, Patrono dell’Italia, a ricordare, a ringraziare ma anche a scegliere perché non vogliamo dimenticare velocemente “le lezioni della storia”. «Voglia il Cielo che alla fine non ci siano più “gli altri”, ma solo un “noi”. Che non sia stato l’ennesimo grave evento storico da cui non siamo stati capaci di imparare. Che un così grande dolore non sia inutile, che facciamo un salto verso un nuovo modo di vivere e scopriamo una volta per tutte che abbiamo bisogno e siamo debitori gli uni degli altri, affinché l’umanità rinasca con tutti i volti, tutte le mani e tutte le voci, al di là delle frontiere che abbiamo creato» (FT 35).

Ci aiuta San Francesco che non scappa dalla sofferenza, ma la affronta non per amore di essa, ma per amore della persona. Un amore così grande da sconfiggere la morte guardandola negli occhi e chiamandola “sorella”. A San Francesco in realtà sembrava cosa “troppo amara vedere i lebbrosi”. Usò misericordia, racconta lo stesso Francesco, e dopo essersi fermato con loro “ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo”. Vorrei che tutti provassimo lo stesso cambiamento e quello che prima ci sembrava pesante, una privazione, un sacrificio impossibile, diventi invece motivo di dolce e consapevole umanità. Aiutare gli altri ci fa trovare noi stessi! E’ questo il giogo dolce e soave che ci unisce a chi per primo si è legato a noi, Gesù: un legame di amore che ci libera dal giogo pesante e insopportabile dell’individualismo. Se ne esce solo insieme! Le difficoltà non sono affatto finite.

Lo vediamo drammaticamente nel mondo e nel nostro Paese. Affidiamo l’Italia all’intercessione del nostro Patrono. Sostenga, in un momento così decisivo, l’amore politico e di servizio alla casa comune, perché nella necessaria diversità tutti concorrano all’interesse nazionale, indispensabile per rafforzare le istituzioni senza le quali nessun piano può essere realizzato.

Il nostro Patrono, uomo universale, aiuti l’Europa a essere all’altezza della tradizione che l’ha creata e il mondo intero a non rassegnarsi di fronte alla guerra. Lui, amico di tutti, ci aiuti a sconfiggere ogni logica speculativa, piccola o grande, anonima e disumana, forma di sciacallaggio che aumenta le ingiustizie e crea tanta povertà. Fratelli tutti, ad iniziare dai più fragili, come gli anziani, che sono una risorsa e non un peso, che vanno protetti a casa dove conservano tutte le loro radici e ci aiutano a trovarle. Fratelli tutti che guardano al futuro, lo desiderano per gli altri lottando contro il precariato dei giovani, dando loro fiducia e sicurezza perché possano dimostrare le loro capacità senza paternalismi insopportabili. Futuro che chiede rispetto dell’unica casa, dell’ambiente, perché possiamo continuare a cantare la bellezza del creato.

Curiamo le ferite profonde nascoste nelle pieghe della psiche, con la competenza professionale ma anche tessendo comunità e fraternità che donano sicurezza e fanno sentire protetti e amati. La nostra comunità è forte, ha tanta storia e umanità, per essa nessuno è straniero e insieme si trova il futuro che tutti desiderano. Viviamo la benedizione che sempre è la vita, la sua bellezza perché sia appassionante trasmetterla e donarla, garantendo la grandezza della maternità. Con San Francesco crediamo che il lupo terribile della guerra sia addomesticato e facciamo nostro l’accorato appello di Papa Francesco indirizzato certo ai due presidenti coinvolti direttamente, ma anche a quanti possono aiutare a trovare la via del dialogo e le garanzie di una pace giusta. Come San Francesco tutti possiamo essere artigiani di pace. Ecco la luce della lampada che l’Italia intera accende oggi con il suo Patrono, perché tante luci rendano umana e fraterna questa nostra unica stanza che è il mondo. «Beato l’uomo che offre un sostegno al suo prossimo per la sua fragilità, in quelle cose in cui vorrebbe essere sostenuto da lui, se si trovasse in un caso simile» (Ammonizione XVII).

Laudato Si’. Fratelli tutti.

Grazie San Francesco, prega per noi, per l’Italia e per il mondo intero.
Pace e bene.

Assisi, 4 ottobre 2022

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martedì 4 ottobre 2022

La preghiera del card. Zuppi per affidare l'Italia a San Francesco

La preghiera del card. Zuppi
per affidare l'Italia a San Francesco

Il testo integrale della preghiera del cardinale Matteo Zuppi, Presidente della Cei, recitata ad Assisi oggi, giorno della festa del Santo Patrono della nostra Nazione.


Altissimo, onnipotente e buon Signore,
che tutto sostieni e nutri con il tuo amore,
fa’ che come san Francesco diventiamo capaci di cogliere i segni della tua presenza
 e di lodarti per ogni tua opera.
Signore Gesù, nella tua carne abbiamo contemplato l’amore del Padre.
Il tuo Vangelo, che il santo di Assisi ha voluto come unica norma di vita,
sia luce e sapienza per tutte le nostre scelte, personali e sociali.
Spirito Vivificatore, che dimori nel cuore dei credenti e li conduci al Padre,
fa’ che tutti noi, in particolare chi ha responsabilità di governo,
sulle orme del poverello di Assisi,
ci dedichiamo a servire il bene di tutti e a custodire ogni vita.
Francesco di Assisi, uomo di pace,
capace di chiamare fratello e sorella ogni essere umano e ogni creatura,
ti affidiamo tutto il popolo italiano,
chi è nato qui e chi se ne è dovuto andare,
chi arriva alla ricerca di una vita migliore e chi è morto nel tentativo di farlo.
Aiutaci ad essere costruttori di pace tra noi e con gli altri popoli;
ad essere solidali con la creazione tutta
che custodisce e manifesta l’amore e la cura del Signore;
a lenire il dolore di chi soffre, di chi è solo, emarginato, scartato;
a cercare ciò che unisce, vincendo ogni contrapposizione;
a perdonare per il Suo amore. Amen.

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PADRE ALEX ZANOTELLI: "SENZA CONVERSIONE NON C'È SPERANZA"

PADRE ALEX ZANOTELLI:
"SENZA CONVERSIONE NON C'È SPERANZA"

«Occorre cambiare rotta in tutti i campi: economico, finanziario, ecologico e spirituale»: è l’accorato appello del missionario comboniano. «Il pianeta ormai non ci sostiene più»


Dodici anni vissuti in una baracca nello slum di Korogocho, a Nairobi. E quasi venti nel rione Sanità di Napoli. Padre Alex Zanotelli ha sempre scelto le periferie «per camminare con i poveri del mondo», come dice lui stesso: «Sono stati loro i miei maestri, quelli che mi hanno aperto gli occhi». Da lì, da quelle esperienze di vita vissuta ai margini e tra gli “ultimi”, ha tratto in tutti questi anni la forza e l’autorevolezza per lanciare il suo grido di giustizia a coloro che si considerano i “primi”. Un grido di indignazione, di rivolta e soprattutto di “conversione”, che il missionario 84enne ha condensato anche in un libro dal titolo inevitabilmente provocatorio: Lettera alla tribù bianca (Feltrinelli 2022, pp. 124, 12 euro). «Ho usato il termine “tribù” in maniera volutamente molto critica verso di noi», dice padre Alex, che in questi giorni è stato protagonista di due importanti eventi: nel capoluogo piemontese giovedì 29 settembre ha aperto la rassegna Torino Spiritualità, dialogando con Lilian Thuram, ex calciatore e attivista contro il razzismo.

Quindi, il 30 settembre è stato ospite del Festival della Missione a Milano. «Usiamo il termine “tribù” per definire popoli dell’Africa che magari sono composti da milioni di persone, ma non ci sogneremmo mai di usarlo per denominare le popolazioni del cosiddetto Nord del mondo. È un termine che contiene una connotazione negativa e razzista, come molte altre espressioni, tipo “Paesi in via di sviluppo” o peggio “Terzo Mondo”, che qualcuno insiste ancora a usare. C’è una critica al linguaggio in questo titolo, ma soprattutto al sistema: un sistema economico e finanziario che sta distruggendo il mondo, facendo pagare il prezzo più alto ai poveri». Ma non si tratta solo di razzismo, più o meno strisciante o manifesto, fomentato in maniera strumentale per creare consenso o tollerato nell’indifferenza generale.

«È qualcosa di ancora più grave», precisa padre Alex, «che si è imposto a partire dagli Stati Uniti come suprematismo bianco e che si sta diffondendo in Europa in molte forme, anche attraverso partiti di ultra-destra. Il presupposto è che noi abbiamo la civiltà, la cultura, la religione. L’obiettivo è il dominio sul mondo, il diritto a “occidentalizzarlo”. È qualcosa di molto pericoloso che dobbiamo contrastare, abbandonando innanzitutto il nostro senso di superiorità». Ma come fare per contrastare queste logiche perverse? Come scardinare questo sistema di potere e di sfruttamento che condanna milioni di persone a vivere in maniera non dignitosa, a morire di fame, a essere sfruttati come schiavi? «Occorre una profonda conversione», insiste Zanotelli. «Conversione economica, finanziaria, ecologica, ma anche spirituale. Conversione significa cambiare rotta, ammettere di aver sbagliato strada e intraprenderne una nuova e diversa. O cambiamo direzione o non c’è speranza. O ci salviamo tutti o non si salva nessuno. Il nostro pianeta, ormai, non ci sostiene più».

RIPARARE AGLI ERRORI

È quello che padre Alex continua a ripetere ai giovani che ama incontrare e che non perde occasione di incoraggiare. Non prima, però, di averli messi di fronte alla complessa e spesso drammatica realtà del mondo di oggi. «Mi piace moltissimo parlare ai giovani. La mia generazione sarà tra le più maledette della storia dell’umanità, perché ha violentato il pianeta Terra come mai era stato fatto prima. Ai giovani consegniamo un mondo gravemente malato e avvelenato. Loro sono l’unico presente che abbiamo. Per questo li sprono a ripensare radicalmente tutto, se vogliono che il pianeta sopporti la nostra presenza. E a mettersi insieme dal basso per creare grandi movimenti popolari». Anche la Chiesa deve giocare il suo ruolo. Rispetto al passato e guardando al futuro. In una logica di “perdono”, come dice anche il tema del secondo Festival della Missione, in questi giorni (29 settembre-2 ottobre) a Milano sul tema Vivere per-dono. «Papa Francesco ha aperto nuove strade, che tuttavia facciamo fatica a percorrere: sono quelle indicate dall’enciclica Laudato si’, ad esempio, ma anche quella del perdono che abbiamo molta difficoltà a imboccare. Papa Francesco, tuttavia, ha mostrato in diverse occasioni come sia assolutamente necessario percorrerla. L’ha fatto anche recentemente in Canada, dove ha pronunciato discorsi forti e coraggiosi. Tuttavia, non basta. Insieme al perdono, servono anche le riparazioni. Per sanare il passato e per guardare al futuro. Come Chiesa abbiamo una grande responsabilità anche nel costruire un’umanità nuova, plurale, in cui, ripartendo dallo spirito cristiano delle origini, pace e giustizia procedano insieme e si possa incontrare l’altro nella sua diversità». In questo senso, secondo Zanotelli, anche la missione è chiamata a interrogarsi e a reinventarsi. Perché non è più solo nel Sud. È anche nel Nord. Anzi, è ovunque: «Oggi sempre di più mi chiedo come dobbiamo muoverci nel mondo contemporaneo e come possiamo toccare il cuore della “tribù” bianca perché finalmente si converta».

LA SUA CASA É IN UN CAMPANILE

Nato a Trento il 26 agosto 1938, padre Alex Zanotelli è missionario comboniano e giornalista. Dopo otto anni di missione nell’allora Sudan meridionale, è rientrato in Italia dove ha assunto la direzione del mensile Nigrizia. Già allora sintetizzava così la sua “missione” nei media: «Essere al servizio dell’Africa, e in particolare “voce dei senza voce”, per una critica radicale al sistema politicoeconomico del Nord del mondo che crea al Sud sempre nuova miseria e distrugge i valori africani più belli, autentici e profondi». Dopo un decennio, riparte per la missione. Destinazione: Korogocho, uno slum di Nairobi, a ridosso di un’immensa discarica dove ancora oggi migliaia di persone sopravvivono con gli scarti degli altri. Rientrato in Italia, dal 2004 vive stabilmente in un minuscolo appartamento ricavato nel campanile della basilica di Santa Maria della Sanità a Napoli, dove continua a battersi per «aiutare la gente a rialzarsi e a riacquistare fiducia». È stato ispiratore di molti movimenti per la giustizia, la solidarietà, il disarmo e la non violenza ed è autore di numerosi libri

CHI É

Età 84 anni
Professione Sacerdote in Africa e in Italia
Famiglia Missionari comboniani
Fede Coltivata fra i poveri

(fonte: Credere, articolo di Anna Pozzi 29/09/2022)

lunedì 3 ottobre 2022

3 Ottobre Giornata della Memoria e dell’Accoglienza Per non dimenticare... Invito alla preghiera

3 Ottobre Giornata della Memoria e dell’Accoglienza
Per non dimenticare...
     

Dicastero per la Promozione dello Sviluppo Umano Integrale

COMUNICATO STAMPA
Sezione Migranti e Rifugiati
(3 ottobre 2022)

Invito alla preghiera

Il 3 ottobre 2013, a causa di un terribile naufragio a poche miglia dal porto di Lampedusa, 368 persone persero la vita. Erano migranti in cerca di dignità che trovarono la morte lungo una delle tante rotte della speranza. Un dramma che ancora oggi ritorna nelle menti e nei cuori di molti e che non deve essere dimenticato.

Il naufragio avvenne a pochi mesi dalla visita del Santo Padre a Lampedusa, l’8 luglio 2013. Fu il primo viaggio fuori Roma, fortemente desiderato da Papa Francesco, per pregare per tutti i migranti che erano morti in mare e per ringraziare i lampedusani, che sin dall’inizio si erano generosamente impegnati nell’accoglienza dei profughi.

Risuonano forte ancor oggi le parole di Papa Francesco: “in questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell'indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!” Sono parole che si rinnovano ogni qualvolta una vita umana si spegne allo stesso modo.

In memoria di quel tragico 3 ottobre, la Sezione Migranti e Rifugiati vuole invitare tutti oggi ad alzare unanimi una preghiera affinché nessuno perisca a causa della migrazione, affinché nessuno sia più costretto a lasciare la propria terra, affinché ogni persona possa guardare con speranza al proprio futuro, e affinché i fratelli e delle sorelle più vulnerabili siano accolti e protetti.

Per significare la nostra unione di intenti, invitiamo tutti a recitare la preghiera che Papa Francesco elevò al Signore il 16 aprile 2016, durante la sua visita a Lesbo.

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PREGHIERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Dio di misericordia,
Ti preghiamo per tutti gli uomini, le donne e i bambini,
che sono morti dopo aver lasciato le loro terre
in cerca di una vita migliore.
Benché molte delle loro tombe non abbiano nome,
da Te ognuno è conosciuto, amato e prediletto.
Che mai siano da noi dimenticati, ma che possiamo onorare
il loro sacrificio con le opere più che con le parole.

Ti affidiamo tutti coloro che hanno compiuto questo viaggio,
sopportando paura, incertezza e umiliazione,
al fine di raggiungere un luogo di sicurezza e di speranza.
Come Tu non hai abbandonato il tuo Figlio
quando fu condotto in un luogo sicuro da Maria e Giuseppe,
così ora sii vicino a questi tuoi figli e figlie
attraverso la nostra tenerezza e protezione.
Fa’ che, prendendoci cura di loro, possiamo promuovere un mondo
dove nessuno sia costretto a lasciare la propria casa
e dove tutti possano vivere in libertà, dignità e pace.

Dio di misericordia e Padre di tutti,
destaci dal sonno dell’indifferenza,
apri i nostri occhi alle loro sofferenze
e liberaci dall’insensibilità,
frutto del benessere mondano e del ripiegamento su se stessi.
Ispira tutti noi, nazioni, comunità e singoli individui,
a riconoscere che quanti raggiungono le nostre coste
sono nostri fratelli e sorelle.
Aiutaci a condividere con loro le benedizioni
che abbiamo ricevuto dalle tue mani
e riconoscere che insieme, come un’unica famiglia umana,
siamo tutti migranti, viaggiatori di speranza verso di Te,
che sei la nostra vera casa,
là dove ogni lacrima sarà tersa,
dove saremo nella pace, al sicuro nel tuo abbraccio.


Enzo Bianchi - Chiunque governi pensi ai giovani

Enzo Bianchi
Chiunque governi pensi ai giovani 


La Repubblica - 26 Settembre 2022 

Mentre scrivo queste righe molti italiani si recano a votare, ma quando si leggeranno questi pensieri si conosceranno già i risultati elettorali mai tanto temuti in questi ultimi decenni della storia italiana. Non sappiamo dunque che cosa le urne indicheranno: se non succederà nulla che crei una reale discontinuità con il passato oppure ci sarà uno storico mutamento con l’assunzione del governo da parte delle forze identificate come destra. In ogni caso, siamo un paese che vuole vivere delle regole della democrazia e occorrerà accogliere i risultati delle urne.

Per me e per tanti altri che come me si confrontano sui mali e sulle speranza del nostro paese, il timore è soprattutto che non ci sia nessun reale cambiamento e si continuerà a “fare politica” senza nutrirsi di visioni, di speranze, di cantieri aperti per giungere a orizzonti condivisi. Continuerebbe la delusione e la frustrazione in quei cittadini che si sentono lontani ed estranei dalla politica, sovente anche pronti a maledirla. Sarebbe invece urgente che per le nuove generazioni si aprisse la possibilità di valorizzare le proprie potenzialità, l’occasione di poter progettare ed essere protagonisti, cercando di realizzare i propri desideri nella costruzione della polis.

La generazione degli attuali ventenni, spesso indicata come generazione Z, è quella nata nel XXI secolo, è quella che ha conosciuto durante il percorso così delicato e fragile dell’adolescenza l’esperienza della pandemia ed è quella che per prima, dopo settant’anni, deve guardare con intelligenza e responsabilità ad una guerra che non sta ai confini dell’Europa ma che si è rivelata una guerra tra la Russia e l’Occidente degli USA, della Nato, l’Occidente di cui facciamo parte! Una guerra che in realtà è anche uno scontro di civiltà. Quella che Samuel P. Huntington profetizzò come probabile e vicina tra Islam e cristianità si è rivelata concreta realtà in uno confronto tra Est e Ovest, tra cristiani addirittura e per ragioni prima politiche e poi miscelate con la religione e con l’etica di vita dei due mondi.

Lo attestano le inchieste sociologiche, ma per me è esperienza diretta di ascolto e di scambio con i giovani, questa nuova generazione che conosce disagio e fatiche per gli eventi che abbiamo evocato ma anche per tutte le contraddizioni presenti nella nostra società complessa, competitiva e individualista che noi abbiamo creato.

C’è in loro molto senso di inadeguatezza, sentimento di non farcela, difficoltà a vedere prospettive per il futuro perché la generazione precedente non ha saputo trasmettere fiducia e tantomeno aiutarli ad assumere una postura di saldezza. Siamo noi adulti, che li abbiamo preceduti, a renderli passivi, a non dare loro in eredità strumenti contro il panico, i disturbi del comportamento, la fuga dalla fatica e dal dolore. Siamo noi che non siamo stati presenti nella loro crescita, eccoli o in fuga da noi non più capaci di essere presenti.

Se c’è una responsabilità urgente che dovranno assumersi i nuovi governanti è accorgersi di questa nuova generazione e operare efficacemente per essa, a cominciare dai percorsi educativi sempre meno capaci di indicare il senso e il valore da dare al lavoro, lontani dalle vita civile che sa indicare orizzonti condivisi per la polis, aiutando i giovani a sentirsi pensati, riconosciuti e convocati dalla politica. Poiché solo così si costruisce una convivenza buona, una società nella quale ci sia posto per chi vuole essere mosso dalle speranze condivise con gli altri cittadini. Lo affermo da vecchio: è urgente che la politica, prima di tutto il resto, pensi alle nuove generazioni.
(fonte: blog dell'autore)


I tweet di Papa Francesco del 2 ottobre 2022


I tweet di Papa Francesco del 2 ottobre 2022

Riuniamo in questo post tutti i tweet che Papa Francesco ha pubblicato nel suo account twitter  @Pontifex_it dopo l'Angelus di ieri dedicato, come già fece per la drammatica situazione in Siria durante l'Angelus del 1° settembre 2013, non al commento al Vangelo del giorno, come è sua abitudine fare, ma ad un accorato appello perché cessi questa terribile guerra, diventata ormai una minaccia per il mondo intero.
Papa Francesco, preoccupato per l’aumentare delle vittime, per l’escalation e il rischio nucleare sempre più concreto, aveva rivolto nella sua riflessione un appello direttamente al presidente russo Vladimir Putin affinché fermi questa spirale di violenza e morte, e al presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, perché sia aperto a "serie proposte di pace".
Si era rivolto anche a "tutti i protagonisti della vita internazionale e ai responsabili politici delle nazioni" per chiedere "con insistenza di fare tutto quello che è nelle loro possibilità per porre fine alla guerra in corso, senza lasciarsi coinvolgere in pericolose escalation, e per promuovere e sostenere iniziative di dialogo."


14.20
  • La guerra in #Ucraina è diventata talmente grave e minacciosa da suscitare grande preoccupazione. In nome di Dio e in nome del senso di umanità che alberga in ogni cuore, rinnovo il mio appello affinché si giunga subito al cessate-il-fuoco! #Russia #Pace
14.23
  • Deploro vivamente la grave situazione creatasi negli ultimi giorni, con ulteriori azioni contrarie ai principi del diritto internazionale. Così aumenta il rischio di un’escalation nucleare di conseguenze incontrollabili e catastrofiche a livello mondiale. #Ucraina #Russia
14.26
  • Si avviino negoziati capaci di condurre a soluzioni non imposte con la forza, ma concordate, giuste e stabili, fondate sul rispetto della vita umana, nonché della sovranità e dell’integrità territoriale di ogni Paese, e dei diritti delle minoranze. #Ucraina #Russia
14.30
  • Il mio appello si rivolge innanzitutto al Presidente della Federazione Russa, supplicandolo di fermare, anche per amore del suo popolo, questa spirale di violenza e di morte. #Ucraina #Russia @KremlinRussia_E
14.33
  • Profondamente addolorato per l’immane sofferenza della popolazione ucraina a seguito dell’aggressione subita, dirigo un altrettanto fiducioso appello al Presidente dell’ #Ucraina ad essere aperto a serie proposte di pace. @ZelenskyyUa
14.36
  • Ai responsabili politici delle Nazioni chiedo con insistenza di fare tutto quello che è nelle loro possibilità per porre fine alla guerra in #Ucraina, senza lasciarsi coinvolgere in pericolose escalation, e per promuovere e sostenere il dialogo. #Russia #Pace
14.40
  • Dopo sette mesi di ostilità in #Ucraina, si faccia ricorso a tutti gli strumenti diplomatici, anche quelli finora eventualmente non utilizzati, per far finire questa immane tragedia. La guerra in sé stessa è un errore e un orrore! #Russia #Pace14.43#PreghiamoInsieme confidando nella misericordia di Dio, che può cambiare i cuori, e nell’intercessione materna della Regina della pace, spiritualmente uniti ai fedeli di tutto il mondo. #Ucraina #Russia #Pace
14.43
  • #PreghiamoInsieme confidando nella misericordia di Dio, che può cambiare i cuori, e nell’intercessione materna della Regina della pace, spiritualmente uniti ai fedeli di tutto il mondo. #Ucraina #Russia #Pace

Per saperne di più vedi il post:



GUERRA IN UCRAINA " La guerra in se stessa è un errore e un orrore! In nome di Dio e in nome del senso di umanità che alberga in ogni cuore, rinnovo il mio appello affinché si giunga subito al cessate-il-fuoco. Tacciano le armi ..." Papa Francesco - Angelus (Testo e video)

GUERRA IN UCRAINA
" La guerra in se stessa è un errore e un orrore!
In nome di Dio e in nome del senso di umanità
che alberga in ogni cuore,
rinnovo il mio appello affinché
si giunga subito al cessate-il-fuoco.
Tacciano le armi ..."
Papa Francesco - Angelus
(Testo e video)


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!


L’andamento della guerra in Ucraina è diventato talmente grave, devastante e minaccioso, da suscitare grande preoccupazione. Per questo oggi vorrei dedicarvi l’intera riflessione prima dell’Angelus. Infatti, questa terribile e inconcepibile ferita dell’umanità, anziché rimarginarsi, continua a sanguinare sempre di più, rischiando di allargarsi.

Mi affliggono i fiumi di sangue e di lacrime versati in questi mesi. Mi addolorano le migliaia di vittime, in particolare tra i bambini, e le tante distruzioni, che hanno lasciato senza casa molte persone e famiglie e minacciano con il freddo e la fame vasti territori. Certe azioni non possono mai essere giustificate, mai! È angosciante che il mondo stia imparando la geografia dell’Ucraina attraverso nomi come Bucha, Irpin, Mariupol, Izium, Zaporizhzhia e altre località, che sono diventate luoghi di sofferenze e paure indescrivibili. E che dire del fatto che l’umanità si trova nuovamente davanti alla minaccia atomica? È assurdo.

Che cosa deve ancora succedere? Quanto sangue deve ancora scorrere perché capiamo che la guerra non è mai una soluzione, ma solo distruzione? In nome di Dio e in nome del senso di umanità che alberga in ogni cuore, rinnovo il mio appello affinché si giunga subito al cessate-il-fuoco. Tacciano le armi e si cerchino le condizioni per avviare negoziati capaci di condurre a soluzioni non imposte con la forza, ma concordate, giuste e stabili. E tali saranno se fondate sul rispetto del sacrosanto valore della vita umana, nonché della sovranità e dell’integrità territoriale di ogni Paese, come pure dei diritti delle minoranze e delle legittime preoccupazioni.

Deploro vivamente la grave situazione creatasi negli ultimi giorni, con ulteriori azioni contrarie ai principi del diritto internazionale. Essa, infatti, aumenta il rischio di un’escalation nucleare, fino a far temere conseguenze incontrollabili e catastrofiche a livello mondiale.

Il mio appello si rivolge innanzitutto al Presidente della Federazione Russa, supplicandolo di fermare, anche per amore del suo popolo, questa spirale di violenza e di morte. D’altra parte, addolorato per l’immane sofferenza della popolazione ucraina a seguito dell’aggressione subita, dirigo un altrettanto fiducioso appello al Presidente dell’Ucraina ad essere aperto a serie proposte di pace. 
A tutti i protagonisti della vita internazionale e ai responsabili politici delle Nazioni chiedo con insistenza di fare tutto quello che è nelle loro possibilità per porre fine alla guerra in corso, senza lasciarsi coinvolgere in pericolose escalation, e per promuovere e sostenere iniziative di dialogo. 
Per favore, facciamo respirare alle giovani generazioni l’aria sana della pace, non quella inquinata della guerra, che è una pazzia!

Dopo sette mesi di ostilità, si faccia ricorso a tutti gli strumenti diplomatici, anche quelli finora eventualmente non utilizzati, per far finire questa immane tragedia.
 La guerra in se stessa è un errore e un orrore!

Confidiamo nella misericordia di Dio, che può cambiare i cuori, e nell’intercessione materna della Regina della pace, nel momento in cui si eleva la Supplica alla Madonna del Rosario di Pompei, spiritualmente uniti ai fedeli radunati presso il suo Santuario e in tante parti del mondo.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Sono vicino alle popolazioni di Cuba e della Florida, colpite da un violento uragano. Il Signore accolga le vittime, dia conforto e speranza a quanti soffrono e sostenga l’impegno di solidarietà.

E prego anche per quanti hanno perso la vita e sono rimasti feriti negli scontri scoppiati dopo una partita di calcio a Malang in Indonesia.

Questa sera avrà luogo, sulla facciata della Basilica di San Pietro, la proiezione di un’opera audiovisiva sulla figura dell’apostolo Pietro. Le proiezioni saranno ripetute fino al 16 ottobre, ogni sera dalle 21 alle 23. Ringrazio quanti hanno lavorato per questa iniziativa, che inaugura un itinerario pastorale dedicato a San Pietro e alla sua missione.

Saluto tutti voi, romani e pellegrini di vari Paesi: famiglie, gruppi parrocchiali, associazioni. In particolare, saluto il gruppo della diocesi di Nanterre (Francia) e quello della Missione cattolica italiana di Karlsruhe (Germania). Saluto i fedeli di Cordenons, Corbetta, Arcade Povegliano, Formia, Grumo Appula e Cagliari.

A tutti auguro una buona domenica. E per favore non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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Angelus integrale


domenica 2 ottobre 2022

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXVII Domenica T.O.


Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli

  XXVII Domenica T.O. - Anno C
2 Ottobre 2022 


Per chi presiede

Fratelli e sorelle, la fede che Dio ci ha donato ci apre alla relazione, all’abbandono, alla confidenza piena in Lui. Uniti a Cristo Gesù, il Figlio che nella sua vita terrena visse in ascolto orante della volontà del Padre, eleviamo a Lui le nostre preghiere ed insieme diciamo:

    R/ Ravviva la nostra fede, Signore

Lettore

- Suscita, Signore, nella tua Chiesa uomini e donne di fede, perché con la loro vita e con le loro parole diventino per le singole comunità cristiane significativi punti di riferimento e modello cui conformarsi, per poter vivere una vera relazione di amore con Te. Preghiamo.

- Semina, Signore, nel cuore dell’umanità di oggi i semi del tuo amore e della tua pace. Fa crollare tutte le illusioni imperialistiche e la fiducia nella potenza distruttiva delle armi. Sostieni quanti si trovano impegnati a spezzare questa infernale logica di dividere il mondo in amici e nemici, per costruire, invece, ponti di comunione e di risoluzione pacifica dei conflitti. Preghiamo.

- Ti affidiamo, Signore, il nostro Paese, ti affidiamo quanti sono stati chiamati a guidare la politica in questi prossimi anni, che si presentano così difficili e carichi di tanta incertezza. Ti affidiamo i giovani, i figli di italiani e i figli degli immigrati, a cui è negata la cittadinanza. Fa’ che insieme, concedendosi fiducia reciproca, possano immaginare un Paese meno rancoroso, più ospitale e più aperto alla speranza ed alla creatività. Preghiamo.

- Ricordati, Signore, delle nostre case e dei nostri quartieri. Fa’ che possano diventare sempre di più dei luoghi vitali dove si cresce nella fiducia e nella cura verso l’altro. Ti affidiamo, tutte le persone, che per vari motivi non possono essere presenti al banchetto domenicale per ricevere il dono della tua Parola e del tuo Corpo. Ricordati, infine, di tutte le persone ammalate: raccogli Tu le loro lacrime ed il loro grido. Preghiamo.

- Davanti a te, Signore della vita, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti e delle vittime ancora colpite dal corona-virus [pausa di silenzio, e poi riprendere a leggere →]; ci ricordiamo dei presbiteri, dei catechisti e degli operatori pastorali defunti che con cura e dedizione hanno formato alla fede intere generazioni di cristiani. Ci ricordiamo anche di coloro che si sono suicidati perché senza più fiducia nella vita. A tutti dona la gioia di partecipare alla festa senza fine della Gerusalemme celeste. Preghiamo.

Per chi presiede

Signore Gesù, il cammino della vita in cui Tu ci conduci è pieno di occasioni per sciupare il dono della fede e della fiducia in Te. Vieni in aiuto alla nostra debolezza e fa’ che cresciamo come persone mature nella relazione di amore con Te, con il Padre e con lo Spirito Santo, Trinità Santa, vivente nei secoli dei secoli. AMEN. 



"Un cuore che ascolta - lev shomea" n. 48/2021-2022 anno C

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

 XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Vangelo:


Ci troviamo ancora alla mensa dove Gesù ha mostrato a scribi e farisei la misericordia del Padre (15,1ss) e ai suoi discepoli come viverla concretamente (cap.16). Adesso, prima di intraprendere l'ultima parte del suo viaggio verso Gerusalemme, Gesù avverte i suoi che la misericordia deve essere l'anima della sua Comunità: "ad intra" e "ad extra". La Chiesa di Gesù non è, e non sarà mai, una comunità di uomini e donne perfetti, di puri, di santi che vivono separati dai peccatori. La misericordia che il Padre ci dona gratuitamente deve necessariamente essere vissuta "misericordiandoci" gli uni gli altri, «come anche Dio, in Cristo, ha usato misericordia verso di noi» (Ef 4,32). La Comunità, però, avverte la sua incapacità a vivere il perdono come Gesù comanda, sa bene di essere inadeguata a questo difficile compito e domanda a Gesù un supplemento di fede. Ma la fede, più che un dono di Dio che può essere accresciuto, è la risposta dell'uomo al suo dono di amore, un dono da condividere con tutti i fratelli, anche con chi non meriterebbe che disprezzo e odio. Il desiderio profondo di Gesù è quello di trasformare i suoi discepoli da schiavi obbedienti alla Legge di Dio in figli ad immagine del Padre, capaci, cioè, di amare con un amore simile al Suo, «pienamente liberi di essere e di amare come Lui, suoi collaboratori, associati al suo ministero» (cit.). Essere come «schiavi in-utili», discepoli che compiono il loro ministero senza un utile, senza attendere o pretendere un guadagno, ma gratuitamente e per amore, solamente per la gioia di somigliare al loro Padre, fonte eterna d'amore infinito.



sabato 1 ottobre 2022

UN CORTEGGIAMENTO MITE E DISARMATO - La fede non è un dono consegnato da fuori, è la mia risposta al corteggiamento mite e disarmato di Dio.... Fede vera è vivere il miracolo quotidiano dell’amore che non si arrende. - XXVII Domenica Tempo Ordinario Anno C - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Ronchi

UN CORTEGGIAMENTO MITE E DISARMATO


 La fede non è un dono consegnato da fuori, è la mia risposta al corteggiamento mite e disarmato di Dio... Fede vera è vivere il miracolo quotidiano dell’amore che non si arrende.


I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».
Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”». Lc 17,5-10


per i social

UN CORTEGGIAMENTO MITE E DISARMATO

La fede non è un dono consegnato da fuori, è la mia risposta al corteggiamento mite e disarmato di Dio.... Fede vera è vivere il miracolo quotidiano dell’amore che non si arrende.

Sràdicati e piàntati nel mare!
Anch’io ho visto il mare riempirsi di alberi. Molte volte.
Erano intere piantagioni di testimoni, di uomini liberi radicati in luoghi impossibili, in mari infuriati, a dissodare il presente e il futuro con fede da granellino di senapa.
Per capire il desiderio degli apostoli: “accresci in noi la fede”, dobbiamo fare un passo indietro, riandare alla proposta di Gesù un versetto prima: se tuo fratello peccherà sette volte contro di te e sette volte tornerà dicendosi pentito, tu gli perdonerai.
Sembra una missione impossibile, ma tu gli darai fiducia, gli darai credito, come fa Dio con te; e crederai nel suo futuro.
Questo è il perdono, che non guarda a ieri ma al domani; che non libera il passato, libera il futuro di tutti.
Gli apostoli tentennano, temono di non farcela, e allora: “Signore, aumenta la nostra fede”. È così poca! Come sarebbe possibile vivere senza fidarsi di qualcuno?
Ma Gesù non li esaudisce, perché la fede non è un dono consegnato da fuori, è la mia risposta al corteggiamento mite e disarmato di Dio.
Fede vera non è piantare alberi nel mare, neanche Gesù l'ha mai fatto, è vivere il miracolo quotidiano dell’amore che non si arrende.
Per questo, “se aveste un granellino microscopico di fede”… un quasi niente!
E’ questione di qualità, non di quantità. Qui appare un tratto tipico di Gesù: l'infinito rivelato dal piccolo. E sceglie di parlare della fede con il registro delle briciole, del pizzico di lievito, della fogliolina di fico, del bambino in mezzo ai grandi.

Ma come posso sapere se ho fede? Gesù ci indica la sua misura suprema: sii servo. «Quando avete fatto tutto, dite: siamo servi inutili». Inutili noi, ma mai è inutile il servizio.
Inutile significa non servire a niente, non produrre. Ma per Gesù non è questo il senso: non sono incapaci né improduttivi quei servi che arano, pascolano, preparano da mangiare. Sono semplicemente servi senza pretese e senza secondi fini.
E ci chiama ad osare la vita, all’audacia di scegliere, in un mondo che percorre la strada della guerra, il sentiero ripido della pace.
Farsi costruttori di pace è un servizio più vero ancora dei suoi risultati: è questo il nostro modo di sradicare alberi e farli volare.
È il servizio che è vero, non il premio. Vera fede è amare Dio più delle Sue consolazioni.

Abbiamo visto missionari radicarsi come alberi in luoghi impossibili, gente dalla fede tenace abbracciare problemi senza soluzione, mura di odio dissolversi, e come loro anch’io ho bisogno solo di essere me stesso, per me e per il mio prossimo, con la gioia e la fatica del credere, con i miei granelli di fede e la mia porzione di fuoco, con un cuore che si accenda per Dio.
Non ho bisogno di nient'altro.
Noi siamo i flauti, ma il soffio è tuo, Signore (Rumi).
Ho visto il mare riempirsi di alberi, e non era un sogno.

per Avvenire

L'enorme potenza di una fede minuscola.  (...)

Leggi su Avvenire



Santa Teresa di Lisieux, una storia d’amore per Dio

Santa Teresa di Lisieux,
una storia d’amore per Dio

Il primo ottobre la Chiesa ricorda la Patrona delle missioni nata in Francia nel 1873 in una famiglia profondamente credente. La devozione di Papa Francesco per la Santa carmelitana è emersa in varie occasioni durante il Pontificato


“Quando viaggio, la porto. E dentro, cosa c’è? C’è il rasoio, c’è il breviario, c’è l’agenda, c’è un libro da leggere – ne ho portato uno su Santa Teresina di cui io sono devoto”. Papa Francesco ha pronunciato queste parole riferendosi alla propria borsa nera e rispondendo, nel 2013, ad una domanda durante la conferenza stampa nel volo di ritorno da Rio de Janeiro. La predilezione per la giovanissima Santa Carmelitana accompagna anche altri momenti del Pontificato. Durate una intervista, la giornalista della rivista Paris Match porge questa domanda al Papa: "Perché lei, che è argentino, ha una tale devozione verso una delle nostre sante più popolari, Teresa di Lisieux?”. Papa Francesco risponde: “È una delle sante che più ci parla della grazia di Dio e di come Dio si prenda cura di noi, ci prenda per mano e ci permetta di scalare agilmente la montagna della vita se solo ci abbandoniamo totalmente a lui, ci lasciamo ‘trasportare’ da lui”. La piccola Teresa aveva compreso, nella sua vita, che è l’amore, l’amore riconciliatore di Gesù, a muovere le membra della sua Chiesa. Questo mi insegna Teresa di Lisieux. Mi piacciono anche le sue parole contro lo ‘spirito di curiosità’ e le chiacchiere. A lei, che si è lasciata semplicemente sostenere e trasportare dalla mano del Signore, chiedo spesso di prendere nelle sue mani un problema che ho di fronte, una questione che non so come andrà a finire, un viaggio che devo affrontare. E le chiedo, se accetta di custodirlo e di farsene carico, di inviarmi come segno una rosa. Molte volte mi capita poi di riceverne una”..

Davanti alla statua di Santa Teresa

Nella vita di Papa Francesco la devozione per Teresa di Lisieux è una costante. Quando è arcivescovo di Buenos Aires, l’allora cardinale Bergoglio si reca a Roma per impegni legati al suo ministero. Ed è solito fermarsi per pregare nella piccola Chiesa di “Santa Maria Annunziata in Borgo”, a pochi passi dalla Basilica di San Pietro. I frati francescani dell’Immacolata, che hanno la custodia della Chiesa, cominciano a notare la presenza di questo sacerdote. Puntualmente, alle nove del mattino, si ferma a pregare con grande raccoglimento e devozione davanti alla statua di Santa Teresa di Gesù Bambino. Un giorno il frate addetto alla Sacrestia si avvicina per chiedere al devoto pellegrino chi fosse. La risposta è immediata: “Sono il cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires”.

Una famiglia piena di fede

I suoi genitori, come li definiva Teresa di Lisieux, erano “degni più del cielo che della terra”. Sono stati proclamati Santi da Papa Francesco il 18 ottobre 2015. I coniugi Ludovico Martin e Maria Azelia Guérin, ha sottolineato il Pontefice durante l’omelia “hanno vissuto il servizio cristiano nella famiglia, costruendo giorno per giorno un ambiente pieno di fede e di amore”. “In questo clima sono germogliate le vocazioni delle figlie, tra cui santa Teresa di Gesù Bambino”.

Una donna, una giovane, una contemplativa

Thérèse Françoise Marie Martin nasce Alençon il 2 gennaio 1873 da una coppia di commercianti molto credenti, sposi e genitori esemplari. Entra nel Carmelo di Lisieux a soli 15 anni per uno speciale permesso di Papa Leone XIII. Il suo desiderio è quello di “salvare le anime” e, soprattutto, di “pregare in aiuto dei sacerdoti”. il nome assunto al momento della professione dei voti è suor Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo. Su suggerimento della superiora, inizia subito a tenere un diario. “Il 9 giugno, festa della Santissima Trinità, ho ricevuto la grazia – scrive nel 1895 - di capire più che mai quanto Gesù desideri essere amato”.

“Non c’è che una cosa da fare: gettare a Gesù i fiori dei piccoli sacrifici” (Santa Teresa di Lisieux)”

Dopo nove anni di vita religiosa, Teresa muore a soli 24 anni, il 30 settembre del 1897, a causa della tubercolosi. Muore pronunciando le semplici parole "Mio Dio, vi amo!" e guardando il Crocifisso che stringe nelle mani. Dopo la morte e la pubblicazione dei suoi scritti, diventa una delle sante più conosciute e amate. Nel 1923 viene beatificata da Papa Pio XI che la considera la “stella del suo Pontificato”. Il 17 maggio del 1925 viene proclamata santa. Nella celebrazione eucaristica Pio XI sottolinea che Teresa “avendo aggiunto al proprio nome quello del Bambino Gesù, ne espresse al vivo in se stessa l’immagine; quindi si deve dire che chiunque venera Teresa, venera e loda il divino esempio”. Il 19 ottobre del 1997, nel centenario della sua morte, Santa Teresa di Lisieux viene proclamata dottore della Chiesa, Nell’omelia Giovanni Paolo II ricorda che “è una santa che resta giovane, nonostante il passare degli anni”. “Teresa di Lisieux non solo intuì e descrisse la profonda verità dell'Amore quale centro e cuore della Chiesa, ma la visse intensamente nella sua pur breve esistenza”.
(fonte: Vatican News, articolo di Amedeo Lomonaco 1/10/2022)


Vandali xenofobi all’opera a Castel Sant’Angelo. Fatta a pezzi la statua del viandante

Vandali xenofobi all’opera a Castel Sant’Angelo. Fatta a pezzi la statua del viandante


Hanno completato con cinismo la distruzione della statua del viandante, collocata davanti a Castel Sant’Angelo, opera del giovane scultore Jacopo Cardillo, nato a Frosinone nel 1987 e noto a livello internazionale con lo pseudonimo di Jago.

I vandali xenofobi avevano iniziato a distruggere la statua, scrive Avvenire, “pochi giorni dopo la collocazione sul ponte, la statua del giovane migrante era stata privata della mano destra. L’area è pedonale e per staccare di netto l’arto – che è sparito – deve essere stato inferto un colpo molto violento. Forse con un corpo contundente oppure saltandoci sopra. Ora il nuovo sfegio: anche il piede sinistro è stato spezzato e portato via”.

La statua di Jago era destinata – terminata l’espisizione in strada – alla vendita con una base d’asta di un milione e 250 mila euro. Tutto il ricavato doveva essere devoluto alla Ong di soccorso in mare SOS Mediterranee. Probabile che si volesse colpire la Ong visto l’accanimento contro l’opera, sfregiata per ben due volte nell’arco di poche settimane. E sono evidenti le motivazioni di stampo xenofobo.

Scrive Avvenire: “una cosa è certa. E cioè che perfino in una zona centralissima, in uno dei salotti del turismo della Caput Mundi, nel cuore artistico della Capitale, i teppisti possono imperversare sicuri di agire del tutto indisturbati, in assenza di qualsiasi tipo di controllo e vigilanza. Non una, ma ben due volte”.

Nelle foto di Luca Liverani la statua danneggiata
(fonte: Faro di Roma 01/10/2022)

Papa Francesco: riscoprire il Vaticano II per affrontare insieme il futuro

Francesco: riscoprire il Vaticano II
per affrontare insieme il futuro

L'apertura del Concilio Vaticano II, l'11 ottobre 1962 (Archivio Fotografico Vatican Media)

Il Papa firma la prefazione al libro “Giovanni XXIII. Il Vaticano II un Concilio per il mondo” di Ettore Malnati e Marco Roncalli, edito dalla Bolis Edizioni, in occasione del 60.mo anniversario dell’apertura dell’assise. Ve la proponiamo in versione integrale

Il Concilio Ecumenico Vaticano II, fortemente voluto da san Giovanni XXIII e portato a compimento da san Paolo VI, è stato un evento di grazia per la Chiesa e per il mondo. Un evento i cui frutti non si sono esauriti.

Sì, possiamo affermare che l’ultimo Concilio ecumenico non è stato ancora interamente compreso, vissuto e applicato. Siamo in cammino, e una tappa fondamentale di questo cammino è quella che stiamo vivendo con il Sinodo e che ci chiede di uscire dalla logica del “si è sempre fatto così”, dall’applicazione dei soliti vecchi schemi, dal riduzionismo che finisce per voler inquadrare sempre tutto in ciò che è già risaputo e praticato.

Un libro come questo, che ci aiuta a riscoprire l’ispirazione del Concilio e come passo dopo passo questo evento abbia trasformato la vita della Chiesa è l’occasione per affrontare meglio il percorso sinodale, che è fatto innanzitutto di ascolto, di coinvolgimento, di capacità di far spazio al soffio dello Spirito, lasciando a Lui la possibilità di guidarci.

Dal Concilio Ecumenico Vaticano II abbiamo ricevuto molto. Abbiamo approfondito, ad esempio, l’importanza del popolo di Dio, categoria centrale nei testi conciliari, richiamata ben centottantaquattro volte, che ci aiuta a comprendere il fatto che la Chiesa non è un’élite di sacerdoti e consacrati e che ciascun battezzato è un soggetto attivo di evangelizzazione.

Non si comprenderebbe il Concilio e nemmeno l’attuale percorso sinodale, se non si mettesse al centro di tutto l’evangelizzazione. Siamo peccatori testimoni del Risorto e annunciamo al mondo – non per i nostri meriti né per le nostre capacità – Colui che ha sconfitto la morte, Colui che ci ha salvati e che continua a salvarci rialzandoci con infinita misericordia. La grande assise ecumenica è stata ispirata dall’esigenza di testimoniare e annunciare con parole nuove l’avvenimento della morte e resurrezione di Gesù e la sua presenza tra noi. C’era un mondo che si allontanava dal cristianesimo e mani- festava, più che avversione, indifferenza. Il Concilio nasce da questa spinta, da questa domanda: come parlare di Gesù agli uomini e alle donne di oggi?

Da allora abbiamo percorso un lungo tratto di strada, che non è stato privo di difficoltà e di delusioni. Anche oggi rischiamo di cadere nella tentazione dello sconforto e del pessimismo, quando fissiamo il nostro sguardo sui mali che affliggono il mondo invece che guardare al mondo con gli occhi di Gesù, cioè considerandolo un campo di messe, dove seminare con pazienza e con speranza. Ripercorrere la storia del Concilio e soprattutto vivere il presente del Sinodo con il cuore aperto e libero, per riverberare in coloro che incontriamo la tenerezza di Dio e la sua prossimità a tutti, è il modo con cui impariamo a non scoraggiarci e ad abbandonare ogni tentazione di confidare in noi stessi, nella nostra bravura e nelle nostre strategie, per lasciare spazio a Lui.

PAPA FRANCESCO

(fonte: Vatican News 30/09/2022)
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A sessant’anni dall’apertura del Concilio Ecumenico II voluto da Papa Giovanni XXIII, le competenze teologiche e pastorali di Ettore Malnati e le qualità storiche e narrative di Marco Roncalli si fondono per presentare la genesi, l’intento profondo e l’avvio dei lavori di quello che Papa Francesco, nella sua prefazione a questo volume, definisce un “evento di grazia per la Chiesa e per il mondo”. Nell’arco di dodici capitoli viene ripercorsa con cura la vicenda “interna” del Concilio, con le sue linee di forza e con le qualità dei protagonisti.
Su tutto spicca la figura di Giovanni XXIII, il 
Papa buono”, il bergamasco, marcò come pochissimi altri un ‘prima’ e un ‘dopo’ nella storia della Chiesa.

Vedi anche la scheda del libro: